MDCLXXVII

MDCLXXVIIAnno diCristoMDCLXXVII. Indiz.XV.Innocenzo XIpapa 2.Leopoldoimperadore 20.Non rallentava i suoi pensieri lo zelantepontefice Innocenzo XIper mettere in istato l'alma città di Roma da poter servire d'esempio alle altre nella riforma de' costumi. Sopra tutto mirava egli di mal occhio il soverchio lusso, padre o fomentatore di molti vizii e divorator delle famiglie. Dopo aver preceduto colla moderazione introdotta nel proprio palazzo, dove era cessata la pompa e introdotta la modestia, nè si ammetteva se non chi portava la raccomandazione della probità di costumi, cassò anche una parte della guardia de' cavalli leggeri, perchè accresciuta senza necessità e mantenuta con troppa spesa. Poscia in concistoro fece un sensato discorso, riprendendo i cardinali,che parendo dimentichi di essere persone ecclesiastiche, e personaggi posti sul candelliere per dar luce agli altri, usavano sì superbe carrozze e livree cotanto sfoggiate, raccomandando loro di regolarsi più modestamente in avvenire. Non mancavano a lui persone che di mano in mano il ragguagliavano di chi spezialmente della nobiltà menava vita dissoluta. A questi tali era immediatamente intimato lo sfratto, acciocchè il loro libertinaggio non animasse altri all'imitazione, o non servisse agli scorretti di scusa. Furono in oltre vietati tutti i giuochi illeciti, e le bische o case dove si tenevano assemblee scandalose di giuochi da invito. E perciocchè pel suddetto lusso i baroni romani, non volendo gli uni essere da meno degli altri, quanta facilità mostravano a far dei debiti, altrettanta difficoltà provavano a pagarli, con grandi sciami dei mercatanti e creditori; ne ordinò il santo padre alcardinale Cibòuna esatta ricerca, e di fargli pagare con danari della camera, la qual poscia avea delle buone maniere per esigere quei crediti. E perchè si trovò non essere sufficiente un tal rimedio, continuando quei nobili a far delle spese eccessive e debiti, che in progresso di tempo condurrebbono alla rovina le lor case; con pubblico editto proibì ai bottegai, merciai, fornaci ed altri negozianti di vendere ad essi robe senza il danaro contante sotto pena di perdere i lor crediti. Erano poi in addietro giunte all'episcopato persone non assai degne di così illustre e gelosa dignità. Per ovviare a sì fatto abuso deputò il sommo pontefice quattro dei più zelanti cardinali e quattro prelati, per esaminar la vita, i costumi e il sapere di chi aspirasse al pastorale impiego in avvenire.Quel nondimeno che teneva in non poca agitazione l'animo del saggio pontefice, era la prepotenza de' ministri ed ambasciatori delle corone, che in Roma da gran tempo tagliavano le gambe alla giustizia, ed erano giunti sì oltre, che non solamente nei lor palazzi prestavano unasilo più sicuro che quel dei luoghi sacri a gran copia di sgherri, dì scellerati e malviventi; ma pretendeano eziandio che si stendessero i lor privilegii ed esenzioni anche a qualsivoglia lor dipendente e patentato, e a tutte le case adiacenti e vicine ai lor palazzi. Fece di gran doglianze Innocenzo XI per questo alle varie corti, ma senza frutto; nè volendo sofferire che coll'arrogarsi tanta autorità gli stranieri ministri si scemasse ed avvilisse la propria, cominciò con petto forte ad opporsi a sì fatto abuso. Fu il primo passo quello di vietar con rigoroso editto che niuno potesse alzar sopra le sue case o botteghe le armi di qualsivoglia monarca e principe secolare ed ecclesiastico, protestando di voler egli essere il padrone e l'amministratore della giustizia in Roma, come erano gli altri principi in casa loro. A quella augusta città giunto ilmarchese del Carpioambasciatore del re Cattolico, quivi si diede a far leva di soldati pel bisogno della Sicilia, col pretesto che altrettanto avessero fatto i Franzesi. Ma perchè la gente ricusava di prendere partito, per la fama che non correano le paghe, e perchè si dicea maltrattato chi si arrolava; si sparse voce, per essere mancate varie persone, senza sapersi dove fossero andate, che gli Spagnuoli le avessero rapite, e poi segretamente inviate in Sicilia. Vera o falsa che fosse tal voce, la plebe romana tal odio concepì contro la nazione spagnuola, che ne facea scherni dappertutto, e ne seguirono non poche baruffe con delle morti e ferite: perlochè non osavano più gli Spagnuoli di uscir dei lor quartieri, o ne uscivano con pericolo. Ancorchè il papa si studiasse col gastigo dei più colpevoli di far conoscere la rettitudine sua e il suo rispetto alla corona cattolica, non rifiniva l'ambasciatore di far ogni dì più gravi doglianze, e di chiedere maggiori soddisfazioni. Nè gli bastò di desistere dal portarsi all'udienza del papa, ma fece anche negare dal vicerè di Napoli l'udienza al nunzio apostolico. Cagion fu questo affronto che dopo essersiaccorto il ministro quanta poca forza avessero le braverie contra di un pontefice, a cui la giustizia dava coraggio, allorchè in fine per suoi affari fu costretto a chiedere l'udienza dal pontefice, se la vedesse negata. Necessario dunque fu che il re Cattolico con sua lettera pregasse il santo padre di ammetterlo; e così terminò quella pendenza, con restarne maravigliato più d'uno, avvezzo al mirare quanta altura mostrassero i ministri di Spagna in Roma, e con qual riguardo procedesse verso di loro la corte pontificia. Nè si dee tacere che questo santo pontefice non sapea sofferire che nella sacra corte si vendessero gli uffizii, benchè non ecclesiastici, perchè o ne risultava danno alla camera, obbligata a pagare i frutti ai compratori, o poco onore ai papi, che per vendere ad altri quei medesimi uffizii promovevano compratori talvolta non degni a cariche più cospicue. Abolì egli dunque in quest'anno il collegio di ventiquattro segretarii apostolici, con restituir loro il già pagato danaro. Meditava anche di far cose più grandi, e a questo fine andò poi raunando grosse somme. Ma sopravvenute col tempo le guerre col Turco, che l'impoverirono, lasciò la cura di sì bella impresa ad un altro Innocenzo, che era stato suo mastro di camera, e consapevole delle sue nobili e sante idee.Nella Sicilia in quest'anno durarono le ostilità, ma senza fatti che meritino di passare a notizia dei posteri. Quantunque gli Spagnuoli soli, rimasti alla difesa di quell'isola, si trovassero assai stanchi, poca nondimeno era anche la forza dei Franzesi, ai quali scarsamente vennero soccorsi da Tolone e Marsiglia. Ben si scorgeva non essere intenzione de' Franzesi di voler fermare il piede in quell'isola, loro unicamente premendo le terre annesse e confinanti col regno. Terminò intanto i suoi giorni ilmarchese di castel Rodrigovicerè di Sicilia, e in luogo di lui presepro interimquel governo ilcardinale Portocarrero. Varie prodezze all'incontrofurono fatte in Fiandra e in Germania, dove sommamente prosperarono l'armi del re Cristianissimo. Riportarono i Franzesi una vittoria a Montcassel contro il principe d'Oranges nel dì 11 di aprile. S'impadronirono di Valenciennes, di Cambrai, di Sant'Omer, di Friburgo e di altri luoghi. Solo contra di tanti collegati ilre Luigi XIVfacea tremar tutti, e sempre più andava stendendo i suoi confini. Seguitavano intanto i ministri e i mediatori in Nimega a trattar di pace; ma perchè, secondo il costume, ognun la volea a suo modo, niun l'otteneva. Possenti erano gli uffizii dipapa Innocenzo XIper dar fine a tante turbolenze, e sopra gli altri efficacemente vi si adoperavaCarlo IIre d'Inghilterra, il quale, chiarito oramai che le parole erano bombe vote, si diede a fare un grande armamento che recasse più vigore alla sua mediazione, minacciando chi ripugnava ad accettar le oneste condizioni d'un accordo. Ma passò anche l'anno presente senza che i popoli giugnessero a provar questo bene. Erasi nell'anno addietro, portataLaura duchessavedova di Modena ad abitare in Roma, perchè avendo il giovaneFrancesco IIduca suo figlio prese le redini del governo, sembrava a lei di non trovar più in Modena le convenienze sue. Con tante preghiere nondimeno la bersagliò il figlio duca, che nell'anno presente ella se ne tornò a convivere con lui.

Non rallentava i suoi pensieri lo zelantepontefice Innocenzo XIper mettere in istato l'alma città di Roma da poter servire d'esempio alle altre nella riforma de' costumi. Sopra tutto mirava egli di mal occhio il soverchio lusso, padre o fomentatore di molti vizii e divorator delle famiglie. Dopo aver preceduto colla moderazione introdotta nel proprio palazzo, dove era cessata la pompa e introdotta la modestia, nè si ammetteva se non chi portava la raccomandazione della probità di costumi, cassò anche una parte della guardia de' cavalli leggeri, perchè accresciuta senza necessità e mantenuta con troppa spesa. Poscia in concistoro fece un sensato discorso, riprendendo i cardinali,che parendo dimentichi di essere persone ecclesiastiche, e personaggi posti sul candelliere per dar luce agli altri, usavano sì superbe carrozze e livree cotanto sfoggiate, raccomandando loro di regolarsi più modestamente in avvenire. Non mancavano a lui persone che di mano in mano il ragguagliavano di chi spezialmente della nobiltà menava vita dissoluta. A questi tali era immediatamente intimato lo sfratto, acciocchè il loro libertinaggio non animasse altri all'imitazione, o non servisse agli scorretti di scusa. Furono in oltre vietati tutti i giuochi illeciti, e le bische o case dove si tenevano assemblee scandalose di giuochi da invito. E perciocchè pel suddetto lusso i baroni romani, non volendo gli uni essere da meno degli altri, quanta facilità mostravano a far dei debiti, altrettanta difficoltà provavano a pagarli, con grandi sciami dei mercatanti e creditori; ne ordinò il santo padre alcardinale Cibòuna esatta ricerca, e di fargli pagare con danari della camera, la qual poscia avea delle buone maniere per esigere quei crediti. E perchè si trovò non essere sufficiente un tal rimedio, continuando quei nobili a far delle spese eccessive e debiti, che in progresso di tempo condurrebbono alla rovina le lor case; con pubblico editto proibì ai bottegai, merciai, fornaci ed altri negozianti di vendere ad essi robe senza il danaro contante sotto pena di perdere i lor crediti. Erano poi in addietro giunte all'episcopato persone non assai degne di così illustre e gelosa dignità. Per ovviare a sì fatto abuso deputò il sommo pontefice quattro dei più zelanti cardinali e quattro prelati, per esaminar la vita, i costumi e il sapere di chi aspirasse al pastorale impiego in avvenire.

Quel nondimeno che teneva in non poca agitazione l'animo del saggio pontefice, era la prepotenza de' ministri ed ambasciatori delle corone, che in Roma da gran tempo tagliavano le gambe alla giustizia, ed erano giunti sì oltre, che non solamente nei lor palazzi prestavano unasilo più sicuro che quel dei luoghi sacri a gran copia di sgherri, dì scellerati e malviventi; ma pretendeano eziandio che si stendessero i lor privilegii ed esenzioni anche a qualsivoglia lor dipendente e patentato, e a tutte le case adiacenti e vicine ai lor palazzi. Fece di gran doglianze Innocenzo XI per questo alle varie corti, ma senza frutto; nè volendo sofferire che coll'arrogarsi tanta autorità gli stranieri ministri si scemasse ed avvilisse la propria, cominciò con petto forte ad opporsi a sì fatto abuso. Fu il primo passo quello di vietar con rigoroso editto che niuno potesse alzar sopra le sue case o botteghe le armi di qualsivoglia monarca e principe secolare ed ecclesiastico, protestando di voler egli essere il padrone e l'amministratore della giustizia in Roma, come erano gli altri principi in casa loro. A quella augusta città giunto ilmarchese del Carpioambasciatore del re Cattolico, quivi si diede a far leva di soldati pel bisogno della Sicilia, col pretesto che altrettanto avessero fatto i Franzesi. Ma perchè la gente ricusava di prendere partito, per la fama che non correano le paghe, e perchè si dicea maltrattato chi si arrolava; si sparse voce, per essere mancate varie persone, senza sapersi dove fossero andate, che gli Spagnuoli le avessero rapite, e poi segretamente inviate in Sicilia. Vera o falsa che fosse tal voce, la plebe romana tal odio concepì contro la nazione spagnuola, che ne facea scherni dappertutto, e ne seguirono non poche baruffe con delle morti e ferite: perlochè non osavano più gli Spagnuoli di uscir dei lor quartieri, o ne uscivano con pericolo. Ancorchè il papa si studiasse col gastigo dei più colpevoli di far conoscere la rettitudine sua e il suo rispetto alla corona cattolica, non rifiniva l'ambasciatore di far ogni dì più gravi doglianze, e di chiedere maggiori soddisfazioni. Nè gli bastò di desistere dal portarsi all'udienza del papa, ma fece anche negare dal vicerè di Napoli l'udienza al nunzio apostolico. Cagion fu questo affronto che dopo essersiaccorto il ministro quanta poca forza avessero le braverie contra di un pontefice, a cui la giustizia dava coraggio, allorchè in fine per suoi affari fu costretto a chiedere l'udienza dal pontefice, se la vedesse negata. Necessario dunque fu che il re Cattolico con sua lettera pregasse il santo padre di ammetterlo; e così terminò quella pendenza, con restarne maravigliato più d'uno, avvezzo al mirare quanta altura mostrassero i ministri di Spagna in Roma, e con qual riguardo procedesse verso di loro la corte pontificia. Nè si dee tacere che questo santo pontefice non sapea sofferire che nella sacra corte si vendessero gli uffizii, benchè non ecclesiastici, perchè o ne risultava danno alla camera, obbligata a pagare i frutti ai compratori, o poco onore ai papi, che per vendere ad altri quei medesimi uffizii promovevano compratori talvolta non degni a cariche più cospicue. Abolì egli dunque in quest'anno il collegio di ventiquattro segretarii apostolici, con restituir loro il già pagato danaro. Meditava anche di far cose più grandi, e a questo fine andò poi raunando grosse somme. Ma sopravvenute col tempo le guerre col Turco, che l'impoverirono, lasciò la cura di sì bella impresa ad un altro Innocenzo, che era stato suo mastro di camera, e consapevole delle sue nobili e sante idee.

Nella Sicilia in quest'anno durarono le ostilità, ma senza fatti che meritino di passare a notizia dei posteri. Quantunque gli Spagnuoli soli, rimasti alla difesa di quell'isola, si trovassero assai stanchi, poca nondimeno era anche la forza dei Franzesi, ai quali scarsamente vennero soccorsi da Tolone e Marsiglia. Ben si scorgeva non essere intenzione de' Franzesi di voler fermare il piede in quell'isola, loro unicamente premendo le terre annesse e confinanti col regno. Terminò intanto i suoi giorni ilmarchese di castel Rodrigovicerè di Sicilia, e in luogo di lui presepro interimquel governo ilcardinale Portocarrero. Varie prodezze all'incontrofurono fatte in Fiandra e in Germania, dove sommamente prosperarono l'armi del re Cristianissimo. Riportarono i Franzesi una vittoria a Montcassel contro il principe d'Oranges nel dì 11 di aprile. S'impadronirono di Valenciennes, di Cambrai, di Sant'Omer, di Friburgo e di altri luoghi. Solo contra di tanti collegati ilre Luigi XIVfacea tremar tutti, e sempre più andava stendendo i suoi confini. Seguitavano intanto i ministri e i mediatori in Nimega a trattar di pace; ma perchè, secondo il costume, ognun la volea a suo modo, niun l'otteneva. Possenti erano gli uffizii dipapa Innocenzo XIper dar fine a tante turbolenze, e sopra gli altri efficacemente vi si adoperavaCarlo IIre d'Inghilterra, il quale, chiarito oramai che le parole erano bombe vote, si diede a fare un grande armamento che recasse più vigore alla sua mediazione, minacciando chi ripugnava ad accettar le oneste condizioni d'un accordo. Ma passò anche l'anno presente senza che i popoli giugnessero a provar questo bene. Erasi nell'anno addietro, portataLaura duchessavedova di Modena ad abitare in Roma, perchè avendo il giovaneFrancesco IIduca suo figlio prese le redini del governo, sembrava a lei di non trovar più in Modena le convenienze sue. Con tante preghiere nondimeno la bersagliò il figlio duca, che nell'anno presente ella se ne tornò a convivere con lui.


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