MDCLXXXIV

MDCLXXXIVAnno diCristoMDCLXXXIV. Indiz.VII.Innocenzo XIpapa 9.Leopoldoimperadore 27.Altro non s'udiva in questi tempi che doglianze degli Spagnuoli contra la Francia, la quale ogni dì si metteva in possesso di qualche luogo e signoria conpretensioni di dipendenze, feudi ed altri titoli, che in mano di sì gran potenza diventano sempre irrefragabili. Si vede una lista di città, villaggi, castella ed altri luoghi occupati con questa muta guerra dall'armi franzesi dopo la pace di Nimega, lista ben lunga, e tale, che cagiona anche oggidì stupore e compassione verso chi restava sì fieramente pelato, senza osare di far altra opposizione che di lamenti. Intanto gli eserciti delre Luigi XIVerano sempre ai confini, cercando pur motivi di nuova guerra. Gli Spagnuoli in Fiandra non potendo più reggere a tanta oppressione, cominciarono le ostilità contra de' Franzesi fin l'anno precedente. Si fecero ridere dietro, perchè nè forze proprie aveano, nè collegati per sostener questo impegno. Non altro che questo sospirava la Francia; e però in esso anno passate l'armi del Cristianissimo all'assedio di Courtrai, s'impadronirono di quella città e di Dismuda. E mentre nell'anno presente i buoni Olandesi si sbracciavano in un congresso tenuto all'Haia per trattare di pace, o almeno di tregua, il re, che da gran tempo facea l'amore all'importante città di Lucemburgo, e conobbe il tempo propizio, trovandosi allora impegnate l'armi di Cesare contro il Turco, nel dì 28 di aprile mandò l'armata sua all'assedio di quella città. Era questa creduta inespugnabile, ma i marescialli diCrequìe d'Humieresdisingannarono la gente, con aver obbligato alla resa quel presidio nel dì 4 di giugno. Dopo un sì bell'acquisto non ebbe difficoltà il re d'accordare, nel dì 29 di esso mese, una tregua di venti anni coll'Olanda, la qual poscia, per non poter di meno, fu accettata anche dal re di Spagna e dall'imperadore: con che il re Cristianissimo restò in possesso della città e ducato di Lucemburgo, con obbligarsi di restituire alla Spagna le città di Courtrai e Dismuda, spogliate prima di fortificazioni. Ma le paci e tregue della Francia in questi tempi non erano che sonniferi per addormentar le potenze, e duravanofintanto che si presentava occasione di nuovi acquisti. Pareva poi alla corte di Francia che il giovinetto duca di SavoiaVittorio Amedeo IImostrasse più incitazione a Madrid che a Parigi. Però, quantunquemadama realebramasse di dare al figlio in moglie la principessa di ToscanaAnna Mariafiglia delgran duca Cosimo III, pure tante batterie ebbe dai ministri di Francia, che le convenne accomodarsi ad un altro accasamento. Fu dunque in Versaglies, nel dì 9 d'aprile, stipulato il maritaggio d'essoduca di Savoiacollaprincipessa Annafiglia diFilippo ducad'Orleans, fratello unico del re Cristianissimo. Si mise in viaggio ben tosto questa principessa con accompagnamento assai nobile, e fu ricevuta ai confini dal duca suo sposo.A queste allegrezze tenne dietro, nel seguente maggio, una dolorosa tragedia, che un nuovo campo aprì alle mormorazioni contro la prepotenza de' Franzesi, che avea fissato il punto massimo della sua gloria in farsi ubbidire da tutti, e in far tremare ognuno. Gran tempo era che non sapea sofferir quella corte di mirar la repubblica di Genova, secondo l'inveterato suo costume, cotanto aderente a quella di Spagna, e posta sotto il patrocinio del re Cattolico. Andava perciò cercando motivi di lite con essi Genovesi; e mancano forse mai ragioni al lupo, allorchè vuol divorare l'agnello? Pretesero i Franzesi di tenere un magazzino di sale in Savona, per provvederne Casale di Monferrato: novità che tornava in grave pregiudizio alle finanze della repubblica, e però non si voleva accordare. Quattro nuove galee aveano fabbricato essi Genovesi: diritto che niuno aveva mai contrastato alla loro sovranità e libertà. Col pretesto che queste avessero da servire per gli Spagnuoli, fu loro intimato di disarmarle. Più e più affronti si videro fatti dalle navi franzesi a quelle de' Genovesi e alle loro riviere; pure tollerava tutto la paziente repubblica. Fu poi spedito a Genova con titolo di residenteil signor di Saint Olon, e poco si stette a conoscere mandato a cagionar dei garbugli, avendo egli cominciato a proteggere i delinquenti, e a defraudar le gabelle (benchè assegnato a lui fosse un regalo annuo di mille e cinquecento pezze per sicurezza della dogana) e a far portare armi a' suoi dipendenti, che impunemente ogni dì facevano delle insolenze. Ma, per venire al punto principale, la corte di Francia, che prima coll'esempio d'Algeri, ed ora con quel di Genova, voleva imprimere in chicchessia il terrore della sua potenza, spedì con una flotta ilsignor di Segnelay, figlio del celebresignor di Colbert, mancato di vita nel precedente anno, che, presentatosi nel dì 17 di maggio sotto Genova, intimò alla repubblica la disgrazia e i risentimenti del re, se immediatamente non gli consegnavano i fusti delle quattro nuove galee, e non inviavano al re quattro consiglieri a chiedere perdono, e ad assicurare la maestà sua della loro intera sommessione agli ordini suoi. Perchè non si vide pronta ubbidienza a questa intimazione, cominciarono le palandre franzesi nel seguente giorno a flagellar quella bellissima città colle bombe. Sino al dì 28 del mese suddetto seguitò quell'infernale pioggia; nel qual tempo fecero i Franzesi anche uno sbarco di gente in terra, sperando forse in quella costernazione della città di potervi mettere il piede. Ma i Genovesi rinforzati da varii corpi di truppe regolate che loro inviò il governatore di Milano, ed animati dall'amor della patria e della libertà, renderono inutile ogni altro sforzo de' nemici, i quali nel suddetto dì 28 fecero vela verso la Provenza, e passarono dipoi ad esercitare la loro bravura contra degli Spagnuoli in Catalogna. Gravissimi furono i danni recati alla città di Genova e a San Pier d'Arena, per essere rimaste incendiate e diroccate varie chiese, palazzi, monisteri e case; ma non sì grande fu quell'eccidio come la fama lo decantò. E intanto ben molto soffrì nel suo materiale e nelloscompiglio del popolo quella repubblica, ma intatta seppe essa conservare la gemma della sua sovranità. Qual fine poi avesse questa tragedia, detestata da chiunque senza parzialità pesava le cose, lo diremo all'anno seguente.Compiè la carriera del suo vivere nel dì 15 di gennaio dell'anno presenteLuigi Contarinodoge di Venezia, a cui, nel dì 25 di esso mese, fu sostituitoMarco Antonio Giustiniano. Passavano in questi tempi controversie frapapa Innocenzo XI e la repubblica veneta, perchè, non volendo più soffrire il pontefice i tanti disordini che si sovente accadevano in Roma per le franchigie pretese dagli ambasciatori delle corone, avea dichiarato a tutti di voler libero il corso della giustizia contra dei malviventi e di chi facea contrabbandi. Per questa contrarietà aveano i Veneziani richiamato il loro ministro, ed altrettanto avea fatto il papa per conto del suo nunzio, che si ritirò da Venezia a Milano patria sua. Contuttociò il buon pontefice, in cui prevaleva ad ogni altro riguardo il zelo della religione e il bene della cristianità, con sommo vigore si adoperò per unire in lega contro il nemico comune l'imperadore Leopoldo, Giovanni Sobieschi re di Poloniae laveneta repubblica. Restò conchiusa questa alleanza nel dì 5 di marzo dell'anno presente. Quanto al re polacco, gli riuscì di ricuperare la città di Coccino, ma senza poter fare altra impresa di considerazione. Nè pur si mostrò molto favorevole alle armi cesaree la fortuna in quest'anno. S'era determinato nel consiglio di guerra d'imprender l'assedio della regale città di Buda. A questo fine, essendo uscito in campagna ilduca Carlo di Lorena, prima s'impadronì di Vicegrado, poscia mise in isconfitta il bassà di Buda, uscito per contrastargli il passo; e dopo aver presa Vaccia, e forzati i Turchi a ritirarsi da Pest, valicò sopra più ponti il Danubio, e nel dì 14 di luglio mise l'assedio a Buda. Tentò più d'una volta il saraschiere di dar soccorso all'assediata città, ma semprefu respinto; anzi nel dì 25 di luglio uscito dalle trincee esso duca di Lorena colprincipe Luigi di Baden, col generaleconte Caprara Bolognese, e la maggior parte della sua armata, andò ad assalir quella del saraschiere suddetto, e le diede una rotta con istrage e prigionia di molti Turchi, ed acquistò di molte bandiere ed artiglierie. Nel dì 9 di settembre arrivò anche l'elettor di Bavierasotto Buda, il cui assedio ostinatamente fu proseguito sino al fine d'ottobre; ma sostenuto con estremo vigore dagl'infedeli, che fecero continue sortite, e lavorarono forte di mine e contramine. Intanto per la perdita di molta gente negli assalti, e più per le malattie, essendo scemata assaissimo l'armata cesarea, si vide sul principio di novembre forzata a ritirarsi da quell'assedio, e a cercare riposo nei quartieri d'inverno. Si stese all'incontro la benedizione di Dio nell'anno presente sull'armi venete. S'era fortunatamente ritiralo da Costantinopoli il bailo di quella repubblica, travestito da marinaro, ed ella avea fatto un bel preparamento di milizie e navi, con eleggere capitan generalFrancesco Morosino, già celebre per molte sue segnalate precedenti azioni. Il ponteficeInnocenzo XIsomministrò quel danaro che potè in aiuto dei Veneti, e non solamente spedì ad unirsi colla lor flotta cinque sue galee, ma sette ancora di Malta, e ne ottenne quattro altre da Cosimo III gran duca di Toscana. La prima fortunata impresa che fecero i Veneziani, fu quella dell'isola di Leucate, dove, nel dì 6 d'agosto, s'impadronirono dell'importante fortezza di Santa Maura, e poscia di Vonizza, Seromero ed altri luoghi. Di là passarono ad assediare l'altra non men gagliarda fortezza della Prevesa, che costrinsero alla resa. Nello stesso tempo anche i Morlacchi occuparono Duare in Dalmazia. Con questo bel principio si dispose la repubblica a cose maggiori.

Altro non s'udiva in questi tempi che doglianze degli Spagnuoli contra la Francia, la quale ogni dì si metteva in possesso di qualche luogo e signoria conpretensioni di dipendenze, feudi ed altri titoli, che in mano di sì gran potenza diventano sempre irrefragabili. Si vede una lista di città, villaggi, castella ed altri luoghi occupati con questa muta guerra dall'armi franzesi dopo la pace di Nimega, lista ben lunga, e tale, che cagiona anche oggidì stupore e compassione verso chi restava sì fieramente pelato, senza osare di far altra opposizione che di lamenti. Intanto gli eserciti delre Luigi XIVerano sempre ai confini, cercando pur motivi di nuova guerra. Gli Spagnuoli in Fiandra non potendo più reggere a tanta oppressione, cominciarono le ostilità contra de' Franzesi fin l'anno precedente. Si fecero ridere dietro, perchè nè forze proprie aveano, nè collegati per sostener questo impegno. Non altro che questo sospirava la Francia; e però in esso anno passate l'armi del Cristianissimo all'assedio di Courtrai, s'impadronirono di quella città e di Dismuda. E mentre nell'anno presente i buoni Olandesi si sbracciavano in un congresso tenuto all'Haia per trattare di pace, o almeno di tregua, il re, che da gran tempo facea l'amore all'importante città di Lucemburgo, e conobbe il tempo propizio, trovandosi allora impegnate l'armi di Cesare contro il Turco, nel dì 28 di aprile mandò l'armata sua all'assedio di quella città. Era questa creduta inespugnabile, ma i marescialli diCrequìe d'Humieresdisingannarono la gente, con aver obbligato alla resa quel presidio nel dì 4 di giugno. Dopo un sì bell'acquisto non ebbe difficoltà il re d'accordare, nel dì 29 di esso mese, una tregua di venti anni coll'Olanda, la qual poscia, per non poter di meno, fu accettata anche dal re di Spagna e dall'imperadore: con che il re Cristianissimo restò in possesso della città e ducato di Lucemburgo, con obbligarsi di restituire alla Spagna le città di Courtrai e Dismuda, spogliate prima di fortificazioni. Ma le paci e tregue della Francia in questi tempi non erano che sonniferi per addormentar le potenze, e duravanofintanto che si presentava occasione di nuovi acquisti. Pareva poi alla corte di Francia che il giovinetto duca di SavoiaVittorio Amedeo IImostrasse più incitazione a Madrid che a Parigi. Però, quantunquemadama realebramasse di dare al figlio in moglie la principessa di ToscanaAnna Mariafiglia delgran duca Cosimo III, pure tante batterie ebbe dai ministri di Francia, che le convenne accomodarsi ad un altro accasamento. Fu dunque in Versaglies, nel dì 9 d'aprile, stipulato il maritaggio d'essoduca di Savoiacollaprincipessa Annafiglia diFilippo ducad'Orleans, fratello unico del re Cristianissimo. Si mise in viaggio ben tosto questa principessa con accompagnamento assai nobile, e fu ricevuta ai confini dal duca suo sposo.

A queste allegrezze tenne dietro, nel seguente maggio, una dolorosa tragedia, che un nuovo campo aprì alle mormorazioni contro la prepotenza de' Franzesi, che avea fissato il punto massimo della sua gloria in farsi ubbidire da tutti, e in far tremare ognuno. Gran tempo era che non sapea sofferir quella corte di mirar la repubblica di Genova, secondo l'inveterato suo costume, cotanto aderente a quella di Spagna, e posta sotto il patrocinio del re Cattolico. Andava perciò cercando motivi di lite con essi Genovesi; e mancano forse mai ragioni al lupo, allorchè vuol divorare l'agnello? Pretesero i Franzesi di tenere un magazzino di sale in Savona, per provvederne Casale di Monferrato: novità che tornava in grave pregiudizio alle finanze della repubblica, e però non si voleva accordare. Quattro nuove galee aveano fabbricato essi Genovesi: diritto che niuno aveva mai contrastato alla loro sovranità e libertà. Col pretesto che queste avessero da servire per gli Spagnuoli, fu loro intimato di disarmarle. Più e più affronti si videro fatti dalle navi franzesi a quelle de' Genovesi e alle loro riviere; pure tollerava tutto la paziente repubblica. Fu poi spedito a Genova con titolo di residenteil signor di Saint Olon, e poco si stette a conoscere mandato a cagionar dei garbugli, avendo egli cominciato a proteggere i delinquenti, e a defraudar le gabelle (benchè assegnato a lui fosse un regalo annuo di mille e cinquecento pezze per sicurezza della dogana) e a far portare armi a' suoi dipendenti, che impunemente ogni dì facevano delle insolenze. Ma, per venire al punto principale, la corte di Francia, che prima coll'esempio d'Algeri, ed ora con quel di Genova, voleva imprimere in chicchessia il terrore della sua potenza, spedì con una flotta ilsignor di Segnelay, figlio del celebresignor di Colbert, mancato di vita nel precedente anno, che, presentatosi nel dì 17 di maggio sotto Genova, intimò alla repubblica la disgrazia e i risentimenti del re, se immediatamente non gli consegnavano i fusti delle quattro nuove galee, e non inviavano al re quattro consiglieri a chiedere perdono, e ad assicurare la maestà sua della loro intera sommessione agli ordini suoi. Perchè non si vide pronta ubbidienza a questa intimazione, cominciarono le palandre franzesi nel seguente giorno a flagellar quella bellissima città colle bombe. Sino al dì 28 del mese suddetto seguitò quell'infernale pioggia; nel qual tempo fecero i Franzesi anche uno sbarco di gente in terra, sperando forse in quella costernazione della città di potervi mettere il piede. Ma i Genovesi rinforzati da varii corpi di truppe regolate che loro inviò il governatore di Milano, ed animati dall'amor della patria e della libertà, renderono inutile ogni altro sforzo de' nemici, i quali nel suddetto dì 28 fecero vela verso la Provenza, e passarono dipoi ad esercitare la loro bravura contra degli Spagnuoli in Catalogna. Gravissimi furono i danni recati alla città di Genova e a San Pier d'Arena, per essere rimaste incendiate e diroccate varie chiese, palazzi, monisteri e case; ma non sì grande fu quell'eccidio come la fama lo decantò. E intanto ben molto soffrì nel suo materiale e nelloscompiglio del popolo quella repubblica, ma intatta seppe essa conservare la gemma della sua sovranità. Qual fine poi avesse questa tragedia, detestata da chiunque senza parzialità pesava le cose, lo diremo all'anno seguente.

Compiè la carriera del suo vivere nel dì 15 di gennaio dell'anno presenteLuigi Contarinodoge di Venezia, a cui, nel dì 25 di esso mese, fu sostituitoMarco Antonio Giustiniano. Passavano in questi tempi controversie frapapa Innocenzo XI e la repubblica veneta, perchè, non volendo più soffrire il pontefice i tanti disordini che si sovente accadevano in Roma per le franchigie pretese dagli ambasciatori delle corone, avea dichiarato a tutti di voler libero il corso della giustizia contra dei malviventi e di chi facea contrabbandi. Per questa contrarietà aveano i Veneziani richiamato il loro ministro, ed altrettanto avea fatto il papa per conto del suo nunzio, che si ritirò da Venezia a Milano patria sua. Contuttociò il buon pontefice, in cui prevaleva ad ogni altro riguardo il zelo della religione e il bene della cristianità, con sommo vigore si adoperò per unire in lega contro il nemico comune l'imperadore Leopoldo, Giovanni Sobieschi re di Poloniae laveneta repubblica. Restò conchiusa questa alleanza nel dì 5 di marzo dell'anno presente. Quanto al re polacco, gli riuscì di ricuperare la città di Coccino, ma senza poter fare altra impresa di considerazione. Nè pur si mostrò molto favorevole alle armi cesaree la fortuna in quest'anno. S'era determinato nel consiglio di guerra d'imprender l'assedio della regale città di Buda. A questo fine, essendo uscito in campagna ilduca Carlo di Lorena, prima s'impadronì di Vicegrado, poscia mise in isconfitta il bassà di Buda, uscito per contrastargli il passo; e dopo aver presa Vaccia, e forzati i Turchi a ritirarsi da Pest, valicò sopra più ponti il Danubio, e nel dì 14 di luglio mise l'assedio a Buda. Tentò più d'una volta il saraschiere di dar soccorso all'assediata città, ma semprefu respinto; anzi nel dì 25 di luglio uscito dalle trincee esso duca di Lorena colprincipe Luigi di Baden, col generaleconte Caprara Bolognese, e la maggior parte della sua armata, andò ad assalir quella del saraschiere suddetto, e le diede una rotta con istrage e prigionia di molti Turchi, ed acquistò di molte bandiere ed artiglierie. Nel dì 9 di settembre arrivò anche l'elettor di Bavierasotto Buda, il cui assedio ostinatamente fu proseguito sino al fine d'ottobre; ma sostenuto con estremo vigore dagl'infedeli, che fecero continue sortite, e lavorarono forte di mine e contramine. Intanto per la perdita di molta gente negli assalti, e più per le malattie, essendo scemata assaissimo l'armata cesarea, si vide sul principio di novembre forzata a ritirarsi da quell'assedio, e a cercare riposo nei quartieri d'inverno. Si stese all'incontro la benedizione di Dio nell'anno presente sull'armi venete. S'era fortunatamente ritiralo da Costantinopoli il bailo di quella repubblica, travestito da marinaro, ed ella avea fatto un bel preparamento di milizie e navi, con eleggere capitan generalFrancesco Morosino, già celebre per molte sue segnalate precedenti azioni. Il ponteficeInnocenzo XIsomministrò quel danaro che potè in aiuto dei Veneti, e non solamente spedì ad unirsi colla lor flotta cinque sue galee, ma sette ancora di Malta, e ne ottenne quattro altre da Cosimo III gran duca di Toscana. La prima fortunata impresa che fecero i Veneziani, fu quella dell'isola di Leucate, dove, nel dì 6 d'agosto, s'impadronirono dell'importante fortezza di Santa Maura, e poscia di Vonizza, Seromero ed altri luoghi. Di là passarono ad assediare l'altra non men gagliarda fortezza della Prevesa, che costrinsero alla resa. Nello stesso tempo anche i Morlacchi occuparono Duare in Dalmazia. Con questo bel principio si dispose la repubblica a cose maggiori.


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