Buonaparte, ch'era solito a gettar via gli stromenti, che per servir lui erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Avendo dato vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar ordine con leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di dieci personaggi rinomati per sapienza e per costume, acui commetteva il carico di formare il modello della costituzione cisalpina. Fra essi notavasi il padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la profondità e vastità delle dottrine, e certamente fra i dotti dottissimo. Buonaparte interveniva spesso alla congregazione. Pareva che dovesse sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte e da un Fontana. Ne usciva una copia della costituzione franzese con poche mutazioni e di niun momento. Restava che quello che si era fatto in nome, si recasse in atto. Eleggeva Buonaparte quattro cisalpini al direttorio; furono quest'essi: Serbelloni, Moscati, Paradisi, Alessandri. Siccome poi non si potevano così presto eleggere i rappresentanti che nei due consigli legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro congregazioni, l'una di costituzione, l'altra di giurisprudenza, la terza di finanze, la quarta di guerra, composte d'uomini, se non tutti, certamente la maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva, il mandato infino a che fossero creati ed entrassero in ufficio i consigli legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini politici dello Stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava ministro di polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di giustizia Luosi, di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava secretario del direttorio Sommariva.Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da servir per principio alla cisalpina repubblica. Destinavasi il dì 9 luglio ed il campo del Lazzaretto fuori di Porta Orientale, vasto e magnifico, al pubblico e solenne ingresso della Cisalpina repubblica. Accorrevano chiamati alla solennità piena di tanti augurii i deputati di tutti i municipii, di tutti i drappelli delle guardie nazionali, di tutti i reggimenti assoldati dalla repubblica. Era, nei giorni che precedevano la festa, in tutta la città una folla ed un andar e venire di popoli contenti; pareva che non solo la nobile Milano,ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle ore 9 del destinato giorno il campo della confederazione (che così dal fatto chiamarono il Lazzaretto), e vi accorrevano giulivamente ed a pressa meglio di quattrocento mila cittadini. Suonavano le campane a gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite col turchino o col verde sventolavansi all'aria, e le grida e il tumulto e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al colmo. I democrati non capivano in sè dall'allegrezza e dicevano le più strane cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da quella vita morta di una volta a quella viva d'adesso; la magnifica Milano, città di per sè stessa e per naturale indole allegrissima, ora tutta più che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si commoveva e si rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito verde ricamato d'argento alla cisalpina: il seguitavano i magistrati e gli uomini eletti della città; gli uni e gli altri magnifico spettacolo. Nel punto dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve le artiglierie, i popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano: celebrava l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre a quando a quando rimbombavano le artiglierie. Dopo il santo sacrificio benediva l'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava un concerto strepitosissimo e pure melodioso d'inni, di suoni, diviva repubblicani. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati inscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso simboleggiatore dell'amore della patria; a' piedi urne con motti dimostrativi del desiderio, e della gratitudine verso i soldati franzesi morti nelle cisalpine battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano le cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto in ispecial seggio alla testa, al quale, come a vincitore di tante guerre ed a fondatore della repubblica, riguardavano principalmentei popoli circostanti. Nè piccola parte dello spettacolo erano gli uomini delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa, ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel corso dei secoli, grande testimonianza d'amore e di concordia italiana.Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra un più elevato seggio postosi, fatto silenzio in mezzo agli adunati popoli favellava, e giunto a quel passo: «Accendiamoci di un amor santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi o di morire: il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo e ve ne dà l'esempio,» sguainata la spada ed i suoi colleghi levati i cappelli, ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli uomini deputati, giuravano i capi de' reggimenti, giurava l'adunato popolo intiero: i viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il lanciare i cappelli, lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo misto, romoroso ed allegro.Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue e con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la costituzione e le leggi. Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi che questa terra che abitiamo, è la terra de' Curzi, degli Scevola, de' Catoni; imitiamo quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole e lascino ogni speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme la Europa si accorga che qui l'antica Roma rinasce.»Qui ricominciavano i plausi ed i cannoni strepitavano. A questo modo s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che pareva eterno ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno corsi di carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi la sera bellissime luminarie sì dentro che fuori del teatro. Insomma fu una grande e solenne allegrezza; e queste feste non inaltra città del mondo riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella e splendida Milano.Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente de' posteri si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel campo della confederazione ad onore di ciascuna schiera dello esercito franzese otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide si scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del popolo cisalpino verso la repubblica Franzese e l'esercito d'Italia; s'inscrivessero su due altri lati i nomi di que' forti uomini che avevano dato la vita per la patria loro e per la libertà cisalpina nelle battaglie; che lo ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi, ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che fortemente combattendo avrebbero procurato col sangue loro salute e libertà alla patria cisalpina.Contaminava l'allegrezza de' patriotti l'essersi fatta serrare dal direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto dell'essere contraria agli ordini della constituzione.Continuava ad usare Buonaparte la autorità suprema. Nominava i giudici, gli amministratori de' distretti o de' dipartimenti, o que' dei municipii. Si faceva poi più tardi ad eleggere i membri dei due consigli, cioè del consiglio grande o de' giovani, e del consiglio de' seniori o degli anziani.I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi temporanei e tumultuarii, veduto le forme più regolari e più promettenti della Cisalpina, e quell'affezione particolare che il capitano invitto le portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro. Bologna, Imola e Ferrara furono le prime a mostrar desiderio dell'unione, le due ultime più ardentemente per invidia a Bologna, la prima più a rilento per la memoria dell'antica superiorità. La giunta bolognese titubava; ma tanti furono i maneggi de' patriotti più accesie l'intromettersi de' cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed accedeva anche essa alla prediletta repubblica; accostamento di grandissima importanza, perchè era Bologna città grossa e piena d'uomini forti e generosi. Unite le legazioni, pensava Buonaparte a compire il direttorio; vi chiamava per quinto un Costabili Containi di Ferrara.Principalmente accrebbe la grandezza cisalpina la unione della forte Brescia, membro tanto principale della terraferma. Fu tratto presidente del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il quale, avuta principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava molto ardente per la conservazione dello Stato nuovo.Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe che pel trattato di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini poi, fatto di per sè stessi impeto nell'Oltre-Po piacentino, consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte le divideva in venti dipartimenti con Milano, città capitale. Per tal modo in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si distendeva la Cisalpina che conteneva in sè la Lombardia austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara, Bergamo, Brescia coi territorii loro, la Valtellina, e le tre legazioni di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese e l'Oltre-Po piacentino. Poco dopo, Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si dava alla Cisalpina.L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in sè non poca malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni che loro pareva chefossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza si era vieppiù dilatata quando si domandarono i giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero e di contribuire con tutte le forze al sostegno della libertà ed uguaglianza e alla conservazione e prosperità della repubblica. Per mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo debiti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio VII. Il suo testimonio e le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente anno 1797 una omelia, in cui parlava ai fedeli della sua diocesi parole di tanta soavità, che, dette com'erano da un uomo così eminente per dignità e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli spiriti raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo Stato.Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la riconoscessero in solenne modo come potentato europeo. Vi si adoperava Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero Stato. In questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la chiamavano.A questo fine mandava il direttorio cisalpino per suo ambasciatore a Parigi un Visconti. Fu veduto a Parigi molto volentieri ed in pubblica udienza, presenti tutti i ministri di Francia e gli ambasciadori delle potenze amiche, il dì 27agosto, solennemente udito. Parlava magnificamente de' benefizii della repubblica Franzese, della gratitudine della Cisalpina; esprimeva unico e primo desiderio de' cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione franzese; di loro non potere aver ella amici nè più affezionati nè più fedeli; comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover avere la felicità, nè senza i Franzesi volere o potere essere i cisalpini felici; le vittorie del trionfatore Buonaparte già aver procurato pace e quiete alla Cisalpina; desiderare che la Francia ancor essa quella pace si godesse e quella felicità gustasse che le sue vittorie e la sublime di lei costituzione le promettevano. Queste cose scritte in franzese, poi tradotte in pessimo italiano ne' giornali dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente, secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla repubblica Franzese la creazione e l'amicizia della Cisalpina; non dubitasse che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di serpenti che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima poi deposte dai ministri delle due repubbliche. Sapere il direttorio che quest'uomini velenosi e perfidi volevano distruggere la libertà sulla terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più per una corona intorno di popoli liberi e governati da leggi consimili. Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di quella degli animi vili e timorosi, ma di quella degli animi ben composti e forti. «Stessero pur sicuri i cisalpini, conchiudeva, e confidassero nelle grandezza e nella lealtà della nazione franzese, nel coraggio e nel valore de' suoi soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i cisalpini vivessero felici e liberi.»Un parlare tanto risoluto sbigottivale potenze minori che, o già serve all'in tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non esitavano i re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica Ligure ed il duca di Parma a mandar ambasciatori o ministri o simili altri agenti a Milano, acciocchè tenessero bene edificato e bene inclinato quel nuovo Stato tanto prediletto a Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosie ed a tanti timori quello che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli Stati d'Italia. Perciò i patriotti gridavano che questi ministri erano spie per rapportare, stromenti per subornare. Li laceravano con gli scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti li maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti delle diverse parti d'Italia raccolti in gran numero in Milano, non si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava e dava loro spesso sulla voce, e talvolta sulle mani; ma essi ripullulavano e straboccavano più molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole di pace e di amicizia, a cui non credeva nè chi le diceva nè chi le udiva.Esitava il papa il mandare un ministro, perchè gli pareva chi i Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo e minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose e coi manifesti più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, secondo la suo dignità, volendo indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a Milano, allegando, ciò che era vero, che la Cisalpina, anche comegià si trovata costituita legalmente in repubblica ordinata, non era Stato franco e independente, perchè e le sue fortezze erano in mano dei Franzesi ed i comandanti Franzesi pubblicavano di propria autorità in tutta la Cisalpina e nella sede stessa di Milano ordini e manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti franzesi.Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze medesime. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i legati cisalpini. Bene pe' suoi fini avea scelto gli uomini suoi la Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti vivi ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti, almeno astuti e senza intermissione operativi. Solo Marescalchi, di famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore a Vienna, non faceva frutto, perchè l'imperadore non l'aveva voluto riconoscere nella sua qualità pubblica.Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè non fosse il direttorio franzese amico, ma perchè l'inviato doveva arrivarvi con molta materia apprestata.Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli ordinamenti politici quell'opera che con le armi aveva fondato, i legislatori cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per quello degli anziani. Onorati uomini vi risplendevano per sapere, per antichità, per ricchezze, per amore di libertà. A questi aggiungeva Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato e cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina, considerato, tali furono le parole della legge, che il cittadino Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti a celebrare il genio della libertàitaliana ed encomiare l'invitta armata franzese, con che nelle attuali circostanze si veniva a vieppiù promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge la naturalità.I consigli radunati ardentemente procedendo, si accostavano alle opinioni dei democrati più vivi, il che dall'un dei lati dispiaceva a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere, dall'altro gli piaceva per dar timore alle potenze nemiche.Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli: «Il dì 21 novembre fia pienamente in atto la vostra costituzione; e saranno altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il tribunale di cassazione e le altre amministrazioni subalterne. Voi siete fra tutti i popoli il primo che senza fazioni, senza rivoluzioni, senza stragi, libero divenga. Noi vi demmo la libertà; voi sappiate conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa; secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione. Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini nudriti nei principii della repubblica ed amatori della sua prosperità. Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra forza e della dignità che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di voi, domi per tanti anni da un'importuna tirannide, voi non avreste mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia; proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran nazione; col nostro sarà lo Stato vostro congiunto. Se il popolo romano avesse usato la sua forza, come la sua il franzese,ancora sul Campidoglio si anniderebbero le romane aquile, nè diciotto secoli di schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane generazioni. Per consolidare la libertà vostra e mosso unicamente dal desiderio della vostra felicità, io feci quello che altri han fatto per ambizione e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione di tutti i magistrati e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando un ordine del mio governo od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma qualunque sia il luogo a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti della mia patria, questo vi potete promettere di me che sono e sempre sarommi ardente amatore della felicità e della gloria della vostra repubblica.»Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi. Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre, uguale anzi di maggiore importanza se ne stava macchinando in segreto. Erano a quei tempi al mondo quattro cose che a tutte le altre sovrastavano, la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore che avevano i re che quella repubblica Franzese non li conducesse tutti a ruina, la repubblica franzese stessa fondata in una nazione che per la natura sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone, esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci e più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse ed il consueto reggimento, per quanto gl'interessi nuovi permettessero, col mezzo dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguirecoll'armi civili della Vandea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa, perchè la nazione franzese, che forte ed animosa era, non aveva voluto lasciarsi sforzare, si pensava che i maneggi segreti, le promesse, le corruttele e le adulazioni potessero avere maggior efficacia.Da ciò, di passo in passo e di mena in mena, vennero quelle risoluzioni del direttorio che resero tanto famoso il dì 18 fruttidoro, anno V della repubblica, o il 4 settembre del presente anno. Per esse si carceravano ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano Barthelemi, Pichegru e gli altri capi della congiura. Alcuni, e fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono in forastiere terre scampo contro chi li chiamava a prigione ed a morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale, affortificatosi il direttorio coll'esclusione dei dissidenti e coll'unione dei consenzienti e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la somma delle cose e pareva che vieppiù avesse confermato la repubblica.Tornato vano questo tentativo, i confederati si gettarono ad un altro cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabile repubblica. Volgevansi a Buonaparte, e gli venivano dicendo le cose più incalzanti. Le esortazioni lo muovevano; ma da Borboni a repubblica ei non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio, ed anche la felicità o le disgrazie umane troppo nol toccavano. Bensì, siccome quegli che sagacissimo era e di prontissimo intelletto, avvisava in un subito che quello che gli si offeriva, poteva aprirgli la strada all'altissime sue mire. Si mostrava pertanto disposto a fare quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo di favorirsi del consentimento e cooperazione altrui per arrivare alla potestà suprema di Francia.Dato in tal modo intenzione ai confederati, aveva procurato la libertà al conte d'Entraigues, ministro molto fidatodi Luigi XVIII, fatto già arrestare in Trieste e condurre gelosissimamente custodito nel castello di Milano, e mandato in Russia, dove l'imperadore Paolo, succeduto alla sua madre Caterina, piegavasi con divenire molto meno acerbo verso la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si fecero assai più morbidi per modo che non tardarono ad avvicinarsi alla conclusione. Tutti i disegni molto gli arridevano e quantunque fosse uomo di natura molto coperta e di pensieri cupissimi, tuttavia si lasciava di quando in quando uscir di bocca certi moti, che disvelavano la sua intenzione e le fatte macchinazioni.Frattanto la necessità in cui si trovava il direttorio di rammollire con un solenne fatto i risentimenti nati in Francia per la terribile rivoluzione del 4 settembre operava di modo che, rimosse da ambe le parti tutte le difficoltà, si veniva il giorno 17 ottobre alla conclusione nella villa di Campoformio di un trattato di pace in cui fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica Franzese si avesse i Paesi Bassi; che lo imperatore consentisse che le isole venete dell'Arcipelago e dell'Ionio, e così ancora tutte le possessioni della veneta repubblica in Albania, cedessero in potestà della Francia; che la repubblica Franzese consentisse che l'imperadore possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la Dalmazia, le isole venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro e tutti i paesi situati fra i suoi stati ereditarii ed il mezzo del lago di Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto Legnago, e finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina comprendesse la Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera e tutta la parte degli Stati veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini sovraddescritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente compenso al duca di Modena; che finalmente i potenziariidi Francia e d'Austria convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'impero d'Alemagna.A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza pe' quali l'imperadore consentiva che la Francia acquistasse certi territorii germanici infino al Reno, e dalla parte sua prometteva la Francia di adoperarsi acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominii una parte del circolo di Baviera.Fatto il trattato di Campoformio ed ordinata a suo modo la Cisalpina, se ne partiva Buonaparte dell'Italia per andare a Rastadt. Quale e quanto da quella diversa la lasciasse che nel suo primo ingresso la aveva trovata, facilmente concepirà colui che nella mente andrà riandando i compassionevoli casi già raccontati. Le difese delle Alpi prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio; ora disfatto ed in licenze convertito l'antichissimo governo, fatta provincia e sensale di Francia; un duca di Parma, ingannato dalle speranze di Spagna e taglieggiato da genti oscurissime; un duca di Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa, schernito e spogliato; un regno di Napoli, poco sicuro e per poca sicurezza crudo; un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo e gran parte della civiltà moderna, condotta all'ultimo fine, prima dagl'inganni, poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di governo forastiero, e là dove una volta addottrinavano le genti con dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria ed i Verri, farla da maestri i Beauvinais ed i Prelli. A questo, le opere di Tiziano e di Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze di soldati strani; una lingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni volti alla adulazione; le ambizioni svegliate, le virtù schernite, i vizi lodati, e, per giunta, ilche fu il pessimo de' mali, uomini virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage de' tempi. In tanto male, nissun lume di bene; perchè nè a quali governi avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano corrotti, i fondamenti pubblici estranei, e, se fosse mancata o la mano franzese o la potenza tedesca, nissuno poteva congetturare che cosa fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva se la indipendenza non fosse per diventare condizione peggiore della servitù. Così corrotte le speranze e cambiati i tempi erano succeduti ai benefizii di Giuseppe, di Leopoldo, di Beccaria e di Filangeri una rapina incredibile, una tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo di vedere allontanato quel bene ch'essi avevano tanto vicino e tanto soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte e sanguinose, le lacerava anche la fama.Ora, tornando alla pace conchiusa, restava che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di raccontare la consegna fatta di quella città, è indispensabile andar brevemente rammemorando quali accidenti, quali umori, quali disegni sorgessero nelle varie parti dell'antico Stato veneto e nella metropoli stessa innanzi che i capitoli di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al quale non si sa qual nome dare.Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti, chi seguitando i modi dei democrati franzesi più ardenti a' tempi delle rivoluzioni, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati; quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; questi pressoalcuni avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri, di aristocrati. Seguitavano queste parti i Veneziani, pochi con que' primi consentendo, molti, fra' quali i nobili, per lo minor male si accostavano ai secondi. Sedevano i municipali, pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le discussioni e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia, anche posta al giogo forastiero, parteggiava; tutti però in questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse.Perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati e lettere a tutte le città del dominio veneto, dando loro parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole ad accomunarsi ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna e dominatrice, avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Anzi una nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Poichè poi gli odii già tanto intensi vieppiù si invelenissero, li rinfiammavano, non solo colle parole, ma ancora con gli scritti: Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole molto veementi i municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco ed a diffidarsi de' municipali di Venezia.I democrati, facevano quello, e più di quello a che gli aveva esortati Victor. E appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorii, cosa che solo contro ad un nemico, e forse nemmeno a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.Diminuiva Venezia, ad onta delle orazioni democratiche del Giuliani e del Dandolo, di riputazione, ma ancor più di potenza, essendole occupati o sotto spezie di sicurezza di stati, o sotto spezie di amicizia, i suoi dominii verso levante. Veniva di leggieri fatta l'occupazione, perchè gl'Istriotti a quelle novità democratiche non s'erano potuti accomodare, ed ancorchè fossero affezionati al nome veneziano, si piegavano facilmente all'obbedienza austriaca, perchè l'imperio franzese, sotto il quale era caduta l'antica patria loro, stimavano odioso.Mentre queste cose succedevano nell'Istria, sanguinosi accidenti atterrivano la Dalmazia. Erano i popoli di questa provincia avversi per antica consuetudine al nome franzese, e delle nuove opinioni per lontananza e per poco commercio di lettere molto alieni. Erano anche giunte a loro con veri e forti colori dipinte le espilazioni e le ruine d'Italia, onde all'odio antico si veniva a congiungere uno sdegno recente. A questo si aggiungeva che i soldati della loro nazione, che in Venezia ed in Verona ed in altre piazze venete erano stati di presidio, si ricordavano della poca stima, anzi delle derisioni, che verso di loro avevano usato i repubblicani, troppo intemperanti della vittoria. Udite poi le veneziane cose e come e quanto i municipali di Venezia trascorressero nelle opinioni e nei costumi nuovi, si erano concitati a gravissimo sdegno, dichiarando apertamente che non avrebbero più comportato che s'ingerissero nelle loro faccende. Già minaccie annunziatrici di crudeli fatti sorgevano in ogni luogo contro gli aderenti o veri o supposti dei reggimenti nuovi. I primi a muoversi furono i villani ed i montanari di Traù e di Sebenico, i quali, scesi a furia commettevano atti di estrema barbarie; ucciso il Dalmata che fungeva le veci di console di Francia con tutta la sua famiglia; saccheggiate le case dei deputati eletti dai municipali di Venezia ad ordinare a modo nuovo la Dalmazia,ed i lor parenti perseguitati e parte uccisi. La mala usanza si propagava dal continente nelle isole vicine, ed ogni luogo era pieno di terrore, di ferite, di uccisioni e di sangue.Partivano da Trieste e da Fiume alla volta di Zara quattro mila soldati imperiali e vi giungevano parte sul finire di giugno, parte al cominciar di luglio. Accettavano i Zaratini lietamente gli Austriaci a sicurtà contro l'anarchia: giuravano fede all'imperatore tutti i magistrati e circa due mila soldati veneti che si trovavano in quella fortezza per presidio. Dopo Zara restava che si occupasse il rimanente della provincia. Casimiro, capitano di nome pel fatto della presa di Trieste, occupava Spalatro, Clissa e Singo, per terra; per mare entrava Roccavina in Sebenico, dov'era accolto con molta allegrezza, perchè la ferocia dei villani scesi dalla montagna vi aveva più che altrove infuriato, e ad ogni ora faceva le viste d'infuriare vieppiù. Scendeva quindi dai monti con una mano di Ungari di Transilvani, il conte di Warstensleben, e si univa a Roccavina, e così insieme occupavano i siti importantissimi delle Bocche di Cattaro. La Dalmazia tutta e l'Albania veneta entravano sotto il dominio dell'imperatore. A questo modo si andava sfasciando appoco appoco l'antichissimo imperio dei Veneziani.A novità di tanto momento si risentivano i municipali di Venezia e facevano istanze presso Buonaparte e il direttorio, domandando che la Francia intercedesse, perchè l'antico dominio si restituisse. Querelavasene con Buonaparte Battaglia, imperciocchè è da sapersi che quest'antico provveditore di Brescia era stato chiamato da Buonaparte ai municipali veneziani, acciocchè appresso a lui risiedesse quale ministro loro. Querelavasi anche gravemente Sanfermo mandato dai municipali, anche per opera di Buonaparte, a sedere presso il direttorio di Parigi. Ne ottenevano entrambi buone parole: non dubitassero, o che la Franciasforzerebbe con le armi l'Austria a rilasciare le provincie occupate, o procurerebbe coi trattati che Venezia con nuove possessioni si compensasse, ora dando speranza che i paesi della terraferma, anche quei d'oltre Mincio, le si restituirebbero, ed ora che le sarebbero date in compenso le legazioni.Era necessario che le isole del Levante veneto venissero in potestà dei Franzesi. Per la qual cosa Buonaparte aveva operato che con accordo dei municipali si facesse una spedizione di forze navali e terrestri a Corfù, isola per la grandezza e la fortezza molto principale in quelle spiagge; e perchè una forza preponderante vi fosse, ed anche perchè vi erano fornimenti di marineria di molta importanza, aveva, per mezzo del direttorio, dato ordine che al tempo medesimo da Tolone l'ammiraglio Brueys si avviasse all'isola stessa con la sua armata. Erano a quei tempi le isole del Levante veneto rette con dolce e giusto freno dal nobile Vidiman, fratello del municipale, il quale aveva con tanta efficacia e senza alcuno sforzo, ma solamente pel suo buon naturale operato che quelle immaginazioni greche tanto vivaci e mobili, malgrado delle parole incentive che suonavano da Francia e da Italia, fermamente si conservassero affezionate al nome veneziano. Quando poi incominciavano ad arrivare a Corfù i romori del cambiamento succeduto a Venezia, ancorchè grandissima molestia ne ricevesse, siccome quegli che per opinione e per consuetudine era dedito all'antica repubblica, nondimeno pensando che, se era perduto lo stato vecchio, gli rimaneva, se non una patria, almeno un paese al quale era suo debito servire, s'ingegnava con ogni sforzo di calmare gli spiriti per farli perseverare nella loro fede ed affezione verso Venezia, qualunque avesse ad essere il suo destino. Nel che faceva grandissimo frutto a cagione dell'amore che generalmente gli era portato.Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi distrutta l'aristocrazia ed allargato il governo alla democrazia. Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti; ma che intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era creato nei municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli abitatori delle isole e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli; manderebbero due commissarii per metter all'ordine il nuovo Stato; Vidiman sarebbe il terzo; verrebbero con una forte armata e con sei mila soldati. Tacevano se i soldati avessero ad essere veneziani o franzesi. Preparasse adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza sua gli animi; spiasse bene e raffrenasse coloro che fossero di genio aristocratico; usasse a quiete di tutti l'opera delle persone prudenti e religiose di ogni rito; soprattutto impedisse, che gli uomini inquieti e torbidi prorompessero in qualche discordia o tumulto; in lui riposarsi, terminavano, con animo tranquillo i municipali ed intieramente rimettersi nella fermezza, nell'avvedutezza, nella temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne e tanto terminativo accidente di quanto egli aveva di più caro e più onorato su questa terra, adunava Vidiman i primarii magistrati sì civili che militari, e leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla sopportazione ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma mostrarono rassegnazione, ignari ancora a che cosa li serbassero i fati.Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchi necessarii per la spedizione di Levante. Intendeva il direttorio al far uscire da Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte d'armata veneziana, che sull'ancore se ne stava nel porto. Perilchè si appresentava Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali franzesi da mare che dovevano governare l'armata, in unasolenne adunata, ai municipali, con parole melliflue protestando dell'amicizia del direttorio, chiamando la repubblica col suo nuovo governo sorella, e promettendo che tutte le forze franzesi si adoprerebbe perchè ella fosse restituita alla antica sua grandezza. Si destinava a governar le genti da terra il generale Gentili. Obbediva l'armata al capitano di nave Bourdé. Molte navi atte a trasportar soldati l'accompagnavano, empiute di Franzesi la maggior parte della settuagesimanona. Volle Buonaparte, poichè si trattava di andar in Grecia, che s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, in cui aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli.Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù per la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con sè danaro per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli amministratori che mandavano nelle isole, sei mila zecchini.Appariva il dì 28 giugno nel porto de' Corfiotti l'armata apportatrice dei soldati stranieri. Vidiman e gl'isolani molto si maravigliarono al vedere insegne ed uomini franzesi in luogo d'insegne e d'uomini veneziani. Suonavano a festa il dì 29 gli stromenti da guerra; i nuovi repubblicani sbarcavano. Venivano i magistrati a far riverenza agl'insoliti signori.Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua volontà qualunque cosa ei volesse. Poi s'impadroniva dei magazzini del pubblico e di tutte le artiglierie ch'erano belle ed in numero considerabile.A Gentili succedeva Bourdé, che poneva le mani addosso ai magazzini di mare ed a sei navi di fila e tre fregate veneziane. Gentili intanto i sei mila zecchinimandati da Venezia recava in suo potere per dar le paghe a' suoi soldati ed agli amministratori venuti con lui.Posto il piede e confermato il dominio franzese nell'isola principale di Corfù, mandavano Gentili e Bourdé forze di terra e da mare a prender possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo. Poi Gentili ed Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primarii abitanti, creavano i municipali di Corfù, fra i quali nominavano Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità.A Venezia dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da sè, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa Pisani con fasto grande e con carico gravissimo di quella famiglia; i municipali non deliberavano se non sentito lui; i posti principali erano custoditi dai Franzesi; i municipali, chi per forza, chi per prudenza, chi per adulazione, servivano a Baraguey. Villetard, siccome giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si vedeva. S'incominciava a dar mano alle opere gentili insino a tanto che arrivasse tempo al toccare le più utili. Quanto di più bello e più prezioso avevano prodotto gli scarpelli od i pennelli o le penne greche, latine ed italiane era rapito dagli strani amici. Le gallerie, le librerie, i templi, i musei sì pubblici che privati diligentemente si scrutavano e violentemente si sfioravano.Il palazzo pubblico di Venezia fu dei più preziosi ornamenti espilato. Con pari rabbia fu la galleria privata dei nobili Bevilacqua di Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere di Bassano, di Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone, di Bellini, di Mantegna, tanto care ai Veneziani e per bellezzapropria e per essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne andavano ad ornare forestieri e lontani lidi. Molte statue di bassi rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio, e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla libreria pubblica di Venezia e dalla galleria Bevilacqua. Nè i camei, opere preziose, si risparmiavano, e fra di loro quello tanto famoso che rappresentava Giove Egioco. Sessantanove medaglie greche o romane erano levate dai privati musei dei Muselli e dei Verità di Verona. Dei manoscritti, con grandissimo dolore degl'Italiani, dalla sola libreria di Venezia più di duecento greci o latini o italiani o arabi, o in carta pergamena, o carta usuale o in carta di seta, saziavano le voglie dei repubblicani d'oltramonti. Sentivano la comune spogliazione le librerie pregiatissime dei monasteri di Venezia, di Treviso e di San Daniele in Friuli, dai quali atti delle mani vincitrici mancarono settantasei testi a penna preziosissimi. Alle medesime espilazioni andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la Magontina nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosia si custodivano nelle librerie di Venezia, Treviso, Padova, Verona e san-Daniele. Queste preziosità erano state tolte dalle interiori mura dei templi, dei musei e delle librerie. Restava il più bello e più glorioso segno della grandezza veneziana, che sull'anteriore faccia del principal tempio di Venezia dimostrava quale fosse stato anticamente il valore di questa generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come si narra, di Lisippo, dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re di Armenia, poi trasportati da Costantino a Bisanzio, e conquistati finalmente pel valore dei Veneziani congiunti ai Franzesi, ch'ebbero in sorte altre costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal doge Pietro Ziani, accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico della gente veneziana. Spiaceva al letterato Arnauldche questi cavalli restassero a Venezia: spiacevagli altresì che i leoni conquistati dal valore del Morosini nel Pireo continuassero a starsene nella sede loro, segni della veneziana gloria. Ne gli spiacque e ne scrisse a Buonaparte. Cavalli e leoni furono per suo comandamento condotti in Francia. Il che venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto dolore loro che, instupidite le menti, parevano piuttosto attonite che dolorose. Alcuni dicevano e tuttavia dicono che questi spogli si eseguivano in virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva voluto ratificare questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver per nullo. Che se poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo di eseguirlo certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue peggiori condizioni contro Venezia e di non osservar quelle che erano in suo favore.Non solo gli ornamenti e le ricchezze veneziane si trasportavano, ma quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano. Erasi il duca di Modena, come si è detto, fuggendo la furia dei repubblicani, ricoverato in Venezia; poi giù romoreggiando le armi loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, s'era per sua sicurezza ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti tostamente si calavano e circondato improvvisamente con soldatesche armate il palazzo in San Pontaleone, dove aveva abitato il duca, cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria. Perlochè fatto armata mano improvviso insulto contro diessa, e ricercato in ogni canto, trovarono il denaro e via se lo portavano; furono, come portò la fama, circa duecento mila zecchini. I Modenesi erano venuti a Venezia per averselo; ma ei furon novelle. Gli agenti li serbarono, dissero, per la cassa militare.Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande apparato di soldati, perchè, sebbene fossero i piè dei Veneziani in ceppi, si temeva che ad un bel levarsi il popolo prorompesse e rivendicasse alla patria, con qualche solenne precipizio degl'involatori, le gloriose spoglie. Accresceva il timore il pensare che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli. Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro che aveva in titolo:I Romani in Grecia, e che fu generalmente creduto opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei Romani in Grecia simboleggiando i Franzesi in Italia, eccitava i popoli italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione. Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava e più era letto. Villelard istesso il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome franzese. Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e che stimolava i popoli a correre armati contro i Franzesi, partoriva un effetto incredibile.Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze tristi e funeste. Correva il dì della Pentecoste, quando la piazza di san Marco si vedeva tutt'addobbata a festa pel piantamento dell'albero della libertà. Avevano eretto a capo della piazza dalla parte opposta a San Marco un'ampia loggia a cui si salivaper due scale laterali ornate di vaghi fiori e di arbusti odoriferi. Da ambi i lati della loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con ghirlande, con insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici della cappella ducale. Due altre logge adorne e belle si vedevano in mezzo alla piazza e davanti alle procuratie, con orchestre pure a lato. Gli archi delle procuratie e così ancora la chiesa di San Marco comparivano alla vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati. Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto ancor fronzuto dell'albero. Ed ecco alle diciassette italiane comparire con solenne comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers. L'incontravano i municipali. Quindi poscia essendosi congiunti col corteggio del generale, si ordinavano a processione. Le campane tintinnavano, gli strumenti suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano. Intanto giva la processione; soldati italiani precedevano, seguitavano due fanciulli vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una giovane che si dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con istromenti d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in addobbo; indi Baraguey in addobbo ancor esso; i consoli delle nazioni, e i magistrati sì civili che militari e i capi delle arti coi simboli delle arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da musica militare, i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto ed in un batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato nelle sue radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due vecchi i rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla punta dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Le orchestre suonavano, le musiche militari rispondevano, le campane rimbombavano, i cannoni tuonavano, le tricolorite bandiere si sventolavano. Fatto silenzio, orava lo arciprete Valier municipale, con magnifiche parole commendando la generosità franzese e la rigenerazione veneziana.Poscia entrati in San Marco, cantavano l'inno delle grazie e facevano il maritaggio del giovane e della giovane. Uscito il corteggio di San Marco ed in piazza tornatosi, dove promiscuamente e Franzesi e Veneziani intorno all'albero già ballavano, ardevano il libro d'oro e le insegne ducali; in quel mentre orava enfaticamente l'abate Collalto. Continuossi a ballare il giorno, ballossi ancora la notte; si recitava in musica una bella e magnifica opera nel bellissimo teatro della Fenice.Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers. Al tempo stesso Bernadotte proibiva con animo sincero che in Udine si piantasse. Guyeux, al contrario, metteva una taglia di centomila lire sur un piccolo comune del Padovano sotto pretesto che l'albero vi fosse stato tagliato; doloroso avviluppamento di accidenti strani in proposito di un medesimo fusto figurativo.Continuava Buonaparte a mostrarsi propenso ai Veneziani. Dimostrava non potere per le molte e gravi faccende che il travagliava, visitare, come desiderava, per sè stesso Venezia; ma mandarvi la donna sua, perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto si spiegava, quanta fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie in Venezia: le adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì veneziani che franzesi furono oltre misura. Traevano per comandamento del generalissimo i cannoni a festa e ad onore di privata donna. Accolta nella sala dei municipali era segno d'applaudisi infiniti: deputavano due di loro ad intrattenerla ed a farle onoranza. Furonvi feste, balli, canti, allegrezze d'ogni sorta: alla Giudecca una gran cena, al canal grande una luminaria; nè mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani. Dandolo e gli altri municipali trionfavano e sempre stavano accanto alla donna e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani repubblicano se ne stava bieco ed alla traversa. Infine, dimoratasi quattro giorni, il quinto se ne partiva con assai ricchi presenti.Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, coloro che avevano in mano la somma delle cose in Venezia, trattavano di unirsi strettamente alle città di terraferma, che, come si è narrato, molto ripugnavano al dominio veneziano. Laonde operavano che le principali mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natio di Desenzano, si sperava che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti. Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte impediva che deputasse. Vi mandava Buonaparte Berthier affinchè presiedesse il congresso. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi piuttosto a' Padovani aderivano che ai veronesi, i vicentini piuttosto ai veronesi che ai padovani, Treviso stava in favor de' veneziani, i deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Però Berthier, disciogliendo il congresso, pubblicava che circa l'unione i deputati non s'erano potuto accordare.Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano anche inchiesta formale al direttorio cisalpino. In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio, che abbiamo più sopra riferito; Buonaparte se ne tornava a Milano. Di colà egli scriveva a Villetard: pel trattato di pace essere i Franzesi obbligati a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperadore impadronire; ma non doverla vuotare che venti o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere tutti i patriotti che volessero spatriarsi, ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero de' diritti di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere indispensabile di creare un fondo, il quale potesse alimentarequelli fra i patrioti che si risolvessero a lasciar il paese loro e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica Franzese parata a soccorrerli se ne avessero bisogno, con la vendita de' beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia molte munizioni navali o di guerra e di commercio che appartenevano al governo veneziano; essere indispensabile che la congregazione di salute pubblica (quest'era una congregazione di municipali), le trasportasse più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù e se ne facesse stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un Roubault e con un Forfait e con la congregazione di salute pubblica per vedere a qual pro si potessero condurre una nave ed una fregata recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da inalberare, le piatte, il Bucintoro e le barche dorate, i barconi, i palischermi grossi e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini, sei cannoniere e tre galere sui cantieri.Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima lasciar nulla che potesse servire all'imperadore per creare un navilio; la seconda, trasportare in Francia quanto fosse utile alla nazione; la terza usare quanto si vendesse nel miglior modo possibile, perchè più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurare le sorti de' Veneziani che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute pubblica e co' deputati delle città di terraferma, alla salute de' fuorusciti loro.Avuto Villetard questo mandato, nella sala delle adunanze recatosi, ai municipali favellava, e gli esortava, in nomeanche di Buonaparte, che ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e salva al nuovo dominio. Serrurier, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia ed il mandato di far la consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in S. Giorgio il Bucintoro per cavarne le dorature, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni la città di Venezia. Francesco Pesaro riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.Gli eccidii si moltiplicavano, continuavasi a spogliar Roma in virtù del trattato di Tolentino; nella qual bisogna con molta efficacia si travagliavano i commissari del direttorio. E perchè non mancasse in mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro che la moglie di Buonaparte desiderava per sè alcune belle statue di bronzo, le comperarono, e con le involate, a grado di lei incassarono. Saputisi dal papa il desiderio e la compera, ne pagava tosto il prezzo, perchè la donna se le avesse senza costo. Oltre a ciò apparecchiava una collana di preziosi camei, perchè fosse offerta da sua parte alla signora.Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano de' due terzi per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault, ministro del direttorio, e per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per ispegnere il governo papale, ma bensì che si lasciasse andare di per sè stesso alla distruzione. I democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione delle loro macchinazioni,perchè gli stimava gente dappoco e credeva che il popolo non li volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il che veniva in grande diminuzione della reputazione del governo pontificio. Crescevano la penuria ed il caro delle vettovaglie; i popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte dei grani, che il papa era sforzato a concedere ad alcuni fra gli agenti sì civili che militari della repubblica. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo di paralisia. S'aggiungevano spaventi come se il cielo fosse sdegnato contro Roma. La polveriera del Castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti e parecchi edifizii rovinati.S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione: in pena di guerra non si volle che il pontefice conducesse a' suoi soldi il generale Provera, su cui aveva fatto disegno. Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne aggiungeva una di natura molto singolare, e quest'era il pensiero nato in Francia, del voler fondare la religione naturale che col nome di teofilantropia chiamavano.Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi aggirare da chi voleva piuttosto fare che aspettare la rivoluzione. Per la qual cosa era la sua casa piena continuamente di novatori, ai quali dava segrete speranze, però che aveva dal suo governo avuto mandato espresso di mutar lo Stato in Roma, pur facendo le viste di non parervi mescolato. Ma siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta, mandarono per dargli spirito ed aiutarlo a perturbar Roma i generali Duphot, e Sherlock. Aveva il governo papale avviso delle trame che si macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo,da spesse pattuglie la città e teneva diligentissime guardie.S'avvicinava quest'anno al suo fine quando nasceva in Roma un caso funestissimo, dal quale scorsero improvvisamente con precipitosa piena quelle acque che già tanto soprabbondando, minacciavano di allagare. La notte del 27 dicembre i soldati urbani, incontrando un'affollata di democrati armati, ne sorse una mischia confusa; un democrato fu morto, due urbani feriti. Il sangue chiama sangue, il terrore già dominava la città. L'ambasciatore Giuseppe di ciò informato, rispondeva, farebbe che i suoi non si mescolassero in quei tumulti; ma non giovava, perchè, o il volesse egli o nol volesse, si adunavano il dì 28 nella villa Medici circa trecento democrati. Era fra di loro Duphot, e con la voce e coi gesti e coll'alzar il cappello gli animava a novità, e le facevano. Bande di fanti e di cavalli li disperdevano. Correvano al palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze l'ambasciatore di Francia, d'onde chiamavano ad alta voce la libertà e gridavano di volerne piantar le insegne sul Campidoglio.Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica i suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini, rincacciavano verso di esso a luogo a luogo i resistenti novatori. Fra quella mischia i ponteficii traendo d'archibuso ferivano alcuni democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atri, le scale. Si fermavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. I democrati intanto, prevalendosi della sicurezza del luogo con parole e con gesti agl'irati soldati insultavano. Non si poterono frenare, entrarono con l'armi impugnate nel cortile. Nasceva una mischia, un gridare, un fremere misto che meglio si può immaginare che descrivere. Indarno mostravasi l'ambasciatore. Presoallora Duphot da empito sconsigliato, siccome quegli che giovane subito ed animoso era, sguainata la spada, si precipitava dalle scale e messosi coi democrati, gli animava a voler scacciare i soldati pontificii dal cortile. In tale forte punto i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano parecchi furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo morì.Scriveva risolutamente l'ambasciatore al cardinale segretario di Stato, comandasse ai soldati che si ritirassero dai contorni del palazzo. Rispondeva rappresentando quanto fosse difficile la condizione in cui versava il governo del papa. Fuvvi chi, tentando di mitigare l'animo dell'ambasciatore, voleva indurlo a far uscire dalla sua sede i nemici del governo; alla quale richiesta non solamente non volle acconsentire, cagionando che essi l'avevano preservato contro una nuova tragedia Basvilliana, ma ancora più sdegnato che mai, rescriveva mandando al cardinale una lista coi nomi degli assassini di Basville che dicea abitare in Roma tuttavia, comparire alla luce impunemente. Il governo di Roma rispondeva di nuovo che coloro che l'ambasciatore notava nella sua lista o in Roma non dimoravano o erano stati per esami giuridici e per sentenze solenni conosciuti innocenti.Si turbava fortemente a queste parole l'ambasciatore, e, chiesti i passaporti, protestava di volersene partire, il che era segno di guerra. Quindi, non avuto riguardo alle offerte di satisfazione che gli si facevano, nè alle preghiere del papa, nè deponendo il pensiero di fare una dimostrazione ostile, tutto sdegnato, o che il fosse o che il facesse, se ne partiva pei cavalli delle poste in tutta fretta verso Toscana. Giunto a Parigi, rapportato il fatto nel modo più conforme al suo intento ed a quello del direttorio, stimolava la Francia alla guerra contro Roma.Ordinava il pontefice rimedii spirituali di preghiere, di digiuni, di penitenze,per ovviare alla ruina imminente. Parigi intanto veniva fulminando: il sangue di Basville e di Duphot chiamar vendetta; doversi disfare quel nido di assassini; l'ultima ora esser giunta della romana tirannide; a quest'opera d'umanità esser serbata la Francia; vedrebbe il mondo quanto avesse la repubblica a cura i suoi cittadini che vivi li proteggeva, uccisi li vendicava. Tali erano le amplificazioni dei tempi, e le turbe seguitavano. Il direttorio, imputando a disegno espresso del pontefice ciò che era l'effetto fortuito di provocazioni straordinarie, mandava comandando a Berthier, marciasse incontenente con tutto l'esercito a passi presti contro Roma.
Buonaparte, ch'era solito a gettar via gli stromenti, che per servir lui erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Avendo dato vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar ordine con leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di dieci personaggi rinomati per sapienza e per costume, acui commetteva il carico di formare il modello della costituzione cisalpina. Fra essi notavasi il padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la profondità e vastità delle dottrine, e certamente fra i dotti dottissimo. Buonaparte interveniva spesso alla congregazione. Pareva che dovesse sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte e da un Fontana. Ne usciva una copia della costituzione franzese con poche mutazioni e di niun momento. Restava che quello che si era fatto in nome, si recasse in atto. Eleggeva Buonaparte quattro cisalpini al direttorio; furono quest'essi: Serbelloni, Moscati, Paradisi, Alessandri. Siccome poi non si potevano così presto eleggere i rappresentanti che nei due consigli legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro congregazioni, l'una di costituzione, l'altra di giurisprudenza, la terza di finanze, la quarta di guerra, composte d'uomini, se non tutti, certamente la maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva, il mandato infino a che fossero creati ed entrassero in ufficio i consigli legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini politici dello Stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava ministro di polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di giustizia Luosi, di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava secretario del direttorio Sommariva.
Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da servir per principio alla cisalpina repubblica. Destinavasi il dì 9 luglio ed il campo del Lazzaretto fuori di Porta Orientale, vasto e magnifico, al pubblico e solenne ingresso della Cisalpina repubblica. Accorrevano chiamati alla solennità piena di tanti augurii i deputati di tutti i municipii, di tutti i drappelli delle guardie nazionali, di tutti i reggimenti assoldati dalla repubblica. Era, nei giorni che precedevano la festa, in tutta la città una folla ed un andar e venire di popoli contenti; pareva che non solo la nobile Milano,ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle ore 9 del destinato giorno il campo della confederazione (che così dal fatto chiamarono il Lazzaretto), e vi accorrevano giulivamente ed a pressa meglio di quattrocento mila cittadini. Suonavano le campane a gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite col turchino o col verde sventolavansi all'aria, e le grida e il tumulto e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al colmo. I democrati non capivano in sè dall'allegrezza e dicevano le più strane cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da quella vita morta di una volta a quella viva d'adesso; la magnifica Milano, città di per sè stessa e per naturale indole allegrissima, ora tutta più che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si commoveva e si rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito verde ricamato d'argento alla cisalpina: il seguitavano i magistrati e gli uomini eletti della città; gli uni e gli altri magnifico spettacolo. Nel punto dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve le artiglierie, i popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano: celebrava l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre a quando a quando rimbombavano le artiglierie. Dopo il santo sacrificio benediva l'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava un concerto strepitosissimo e pure melodioso d'inni, di suoni, diviva repubblicani. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati inscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso simboleggiatore dell'amore della patria; a' piedi urne con motti dimostrativi del desiderio, e della gratitudine verso i soldati franzesi morti nelle cisalpine battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano le cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto in ispecial seggio alla testa, al quale, come a vincitore di tante guerre ed a fondatore della repubblica, riguardavano principalmentei popoli circostanti. Nè piccola parte dello spettacolo erano gli uomini delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa, ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel corso dei secoli, grande testimonianza d'amore e di concordia italiana.
Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra un più elevato seggio postosi, fatto silenzio in mezzo agli adunati popoli favellava, e giunto a quel passo: «Accendiamoci di un amor santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi o di morire: il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo e ve ne dà l'esempio,» sguainata la spada ed i suoi colleghi levati i cappelli, ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli uomini deputati, giuravano i capi de' reggimenti, giurava l'adunato popolo intiero: i viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il lanciare i cappelli, lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo misto, romoroso ed allegro.
Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue e con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la costituzione e le leggi. Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi che questa terra che abitiamo, è la terra de' Curzi, degli Scevola, de' Catoni; imitiamo quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole e lascino ogni speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme la Europa si accorga che qui l'antica Roma rinasce.»
Qui ricominciavano i plausi ed i cannoni strepitavano. A questo modo s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che pareva eterno ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno corsi di carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi la sera bellissime luminarie sì dentro che fuori del teatro. Insomma fu una grande e solenne allegrezza; e queste feste non inaltra città del mondo riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella e splendida Milano.
Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente de' posteri si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel campo della confederazione ad onore di ciascuna schiera dello esercito franzese otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide si scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del popolo cisalpino verso la repubblica Franzese e l'esercito d'Italia; s'inscrivessero su due altri lati i nomi di que' forti uomini che avevano dato la vita per la patria loro e per la libertà cisalpina nelle battaglie; che lo ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi, ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che fortemente combattendo avrebbero procurato col sangue loro salute e libertà alla patria cisalpina.
Contaminava l'allegrezza de' patriotti l'essersi fatta serrare dal direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto dell'essere contraria agli ordini della constituzione.
Continuava ad usare Buonaparte la autorità suprema. Nominava i giudici, gli amministratori de' distretti o de' dipartimenti, o que' dei municipii. Si faceva poi più tardi ad eleggere i membri dei due consigli, cioè del consiglio grande o de' giovani, e del consiglio de' seniori o degli anziani.
I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi temporanei e tumultuarii, veduto le forme più regolari e più promettenti della Cisalpina, e quell'affezione particolare che il capitano invitto le portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro. Bologna, Imola e Ferrara furono le prime a mostrar desiderio dell'unione, le due ultime più ardentemente per invidia a Bologna, la prima più a rilento per la memoria dell'antica superiorità. La giunta bolognese titubava; ma tanti furono i maneggi de' patriotti più accesie l'intromettersi de' cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed accedeva anche essa alla prediletta repubblica; accostamento di grandissima importanza, perchè era Bologna città grossa e piena d'uomini forti e generosi. Unite le legazioni, pensava Buonaparte a compire il direttorio; vi chiamava per quinto un Costabili Containi di Ferrara.
Principalmente accrebbe la grandezza cisalpina la unione della forte Brescia, membro tanto principale della terraferma. Fu tratto presidente del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il quale, avuta principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava molto ardente per la conservazione dello Stato nuovo.
Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe che pel trattato di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini poi, fatto di per sè stessi impeto nell'Oltre-Po piacentino, consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.
Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte le divideva in venti dipartimenti con Milano, città capitale. Per tal modo in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si distendeva la Cisalpina che conteneva in sè la Lombardia austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara, Bergamo, Brescia coi territorii loro, la Valtellina, e le tre legazioni di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese e l'Oltre-Po piacentino. Poco dopo, Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si dava alla Cisalpina.
L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in sè non poca malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni che loro pareva chefossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza si era vieppiù dilatata quando si domandarono i giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero e di contribuire con tutte le forze al sostegno della libertà ed uguaglianza e alla conservazione e prosperità della repubblica. Per mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo debiti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio VII. Il suo testimonio e le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente anno 1797 una omelia, in cui parlava ai fedeli della sua diocesi parole di tanta soavità, che, dette com'erano da un uomo così eminente per dignità e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli spiriti raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo Stato.
Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la riconoscessero in solenne modo come potentato europeo. Vi si adoperava Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero Stato. In questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la chiamavano.
A questo fine mandava il direttorio cisalpino per suo ambasciatore a Parigi un Visconti. Fu veduto a Parigi molto volentieri ed in pubblica udienza, presenti tutti i ministri di Francia e gli ambasciadori delle potenze amiche, il dì 27agosto, solennemente udito. Parlava magnificamente de' benefizii della repubblica Franzese, della gratitudine della Cisalpina; esprimeva unico e primo desiderio de' cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione franzese; di loro non potere aver ella amici nè più affezionati nè più fedeli; comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover avere la felicità, nè senza i Franzesi volere o potere essere i cisalpini felici; le vittorie del trionfatore Buonaparte già aver procurato pace e quiete alla Cisalpina; desiderare che la Francia ancor essa quella pace si godesse e quella felicità gustasse che le sue vittorie e la sublime di lei costituzione le promettevano. Queste cose scritte in franzese, poi tradotte in pessimo italiano ne' giornali dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente, secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla repubblica Franzese la creazione e l'amicizia della Cisalpina; non dubitasse che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di serpenti che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima poi deposte dai ministri delle due repubbliche. Sapere il direttorio che quest'uomini velenosi e perfidi volevano distruggere la libertà sulla terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più per una corona intorno di popoli liberi e governati da leggi consimili. Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di quella degli animi vili e timorosi, ma di quella degli animi ben composti e forti. «Stessero pur sicuri i cisalpini, conchiudeva, e confidassero nelle grandezza e nella lealtà della nazione franzese, nel coraggio e nel valore de' suoi soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i cisalpini vivessero felici e liberi.»
Un parlare tanto risoluto sbigottivale potenze minori che, o già serve all'in tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non esitavano i re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica Ligure ed il duca di Parma a mandar ambasciatori o ministri o simili altri agenti a Milano, acciocchè tenessero bene edificato e bene inclinato quel nuovo Stato tanto prediletto a Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosie ed a tanti timori quello che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli Stati d'Italia. Perciò i patriotti gridavano che questi ministri erano spie per rapportare, stromenti per subornare. Li laceravano con gli scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti li maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti delle diverse parti d'Italia raccolti in gran numero in Milano, non si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava e dava loro spesso sulla voce, e talvolta sulle mani; ma essi ripullulavano e straboccavano più molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.
Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole di pace e di amicizia, a cui non credeva nè chi le diceva nè chi le udiva.
Esitava il papa il mandare un ministro, perchè gli pareva chi i Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo e minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose e coi manifesti più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, secondo la suo dignità, volendo indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a Milano, allegando, ciò che era vero, che la Cisalpina, anche comegià si trovata costituita legalmente in repubblica ordinata, non era Stato franco e independente, perchè e le sue fortezze erano in mano dei Franzesi ed i comandanti Franzesi pubblicavano di propria autorità in tutta la Cisalpina e nella sede stessa di Milano ordini e manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti franzesi.
Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze medesime. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i legati cisalpini. Bene pe' suoi fini avea scelto gli uomini suoi la Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti vivi ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti, almeno astuti e senza intermissione operativi. Solo Marescalchi, di famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore a Vienna, non faceva frutto, perchè l'imperadore non l'aveva voluto riconoscere nella sua qualità pubblica.
Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè non fosse il direttorio franzese amico, ma perchè l'inviato doveva arrivarvi con molta materia apprestata.
Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli ordinamenti politici quell'opera che con le armi aveva fondato, i legislatori cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per quello degli anziani. Onorati uomini vi risplendevano per sapere, per antichità, per ricchezze, per amore di libertà. A questi aggiungeva Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato e cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina, considerato, tali furono le parole della legge, che il cittadino Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti a celebrare il genio della libertàitaliana ed encomiare l'invitta armata franzese, con che nelle attuali circostanze si veniva a vieppiù promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge la naturalità.
I consigli radunati ardentemente procedendo, si accostavano alle opinioni dei democrati più vivi, il che dall'un dei lati dispiaceva a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere, dall'altro gli piaceva per dar timore alle potenze nemiche.
Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli: «Il dì 21 novembre fia pienamente in atto la vostra costituzione; e saranno altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il tribunale di cassazione e le altre amministrazioni subalterne. Voi siete fra tutti i popoli il primo che senza fazioni, senza rivoluzioni, senza stragi, libero divenga. Noi vi demmo la libertà; voi sappiate conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa; secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione. Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini nudriti nei principii della repubblica ed amatori della sua prosperità. Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra forza e della dignità che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di voi, domi per tanti anni da un'importuna tirannide, voi non avreste mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia; proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran nazione; col nostro sarà lo Stato vostro congiunto. Se il popolo romano avesse usato la sua forza, come la sua il franzese,ancora sul Campidoglio si anniderebbero le romane aquile, nè diciotto secoli di schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane generazioni. Per consolidare la libertà vostra e mosso unicamente dal desiderio della vostra felicità, io feci quello che altri han fatto per ambizione e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione di tutti i magistrati e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando un ordine del mio governo od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma qualunque sia il luogo a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti della mia patria, questo vi potete promettere di me che sono e sempre sarommi ardente amatore della felicità e della gloria della vostra repubblica.»
Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi. Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre, uguale anzi di maggiore importanza se ne stava macchinando in segreto. Erano a quei tempi al mondo quattro cose che a tutte le altre sovrastavano, la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore che avevano i re che quella repubblica Franzese non li conducesse tutti a ruina, la repubblica franzese stessa fondata in una nazione che per la natura sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone, esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci e più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse ed il consueto reggimento, per quanto gl'interessi nuovi permettessero, col mezzo dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguirecoll'armi civili della Vandea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa, perchè la nazione franzese, che forte ed animosa era, non aveva voluto lasciarsi sforzare, si pensava che i maneggi segreti, le promesse, le corruttele e le adulazioni potessero avere maggior efficacia.
Da ciò, di passo in passo e di mena in mena, vennero quelle risoluzioni del direttorio che resero tanto famoso il dì 18 fruttidoro, anno V della repubblica, o il 4 settembre del presente anno. Per esse si carceravano ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano Barthelemi, Pichegru e gli altri capi della congiura. Alcuni, e fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono in forastiere terre scampo contro chi li chiamava a prigione ed a morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale, affortificatosi il direttorio coll'esclusione dei dissidenti e coll'unione dei consenzienti e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la somma delle cose e pareva che vieppiù avesse confermato la repubblica.
Tornato vano questo tentativo, i confederati si gettarono ad un altro cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabile repubblica. Volgevansi a Buonaparte, e gli venivano dicendo le cose più incalzanti. Le esortazioni lo muovevano; ma da Borboni a repubblica ei non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio, ed anche la felicità o le disgrazie umane troppo nol toccavano. Bensì, siccome quegli che sagacissimo era e di prontissimo intelletto, avvisava in un subito che quello che gli si offeriva, poteva aprirgli la strada all'altissime sue mire. Si mostrava pertanto disposto a fare quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo di favorirsi del consentimento e cooperazione altrui per arrivare alla potestà suprema di Francia.
Dato in tal modo intenzione ai confederati, aveva procurato la libertà al conte d'Entraigues, ministro molto fidatodi Luigi XVIII, fatto già arrestare in Trieste e condurre gelosissimamente custodito nel castello di Milano, e mandato in Russia, dove l'imperadore Paolo, succeduto alla sua madre Caterina, piegavasi con divenire molto meno acerbo verso la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si fecero assai più morbidi per modo che non tardarono ad avvicinarsi alla conclusione. Tutti i disegni molto gli arridevano e quantunque fosse uomo di natura molto coperta e di pensieri cupissimi, tuttavia si lasciava di quando in quando uscir di bocca certi moti, che disvelavano la sua intenzione e le fatte macchinazioni.
Frattanto la necessità in cui si trovava il direttorio di rammollire con un solenne fatto i risentimenti nati in Francia per la terribile rivoluzione del 4 settembre operava di modo che, rimosse da ambe le parti tutte le difficoltà, si veniva il giorno 17 ottobre alla conclusione nella villa di Campoformio di un trattato di pace in cui fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica Franzese si avesse i Paesi Bassi; che lo imperatore consentisse che le isole venete dell'Arcipelago e dell'Ionio, e così ancora tutte le possessioni della veneta repubblica in Albania, cedessero in potestà della Francia; che la repubblica Franzese consentisse che l'imperadore possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la Dalmazia, le isole venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro e tutti i paesi situati fra i suoi stati ereditarii ed il mezzo del lago di Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto Legnago, e finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina comprendesse la Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera e tutta la parte degli Stati veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini sovraddescritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente compenso al duca di Modena; che finalmente i potenziariidi Francia e d'Austria convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'impero d'Alemagna.
A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza pe' quali l'imperadore consentiva che la Francia acquistasse certi territorii germanici infino al Reno, e dalla parte sua prometteva la Francia di adoperarsi acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominii una parte del circolo di Baviera.
Fatto il trattato di Campoformio ed ordinata a suo modo la Cisalpina, se ne partiva Buonaparte dell'Italia per andare a Rastadt. Quale e quanto da quella diversa la lasciasse che nel suo primo ingresso la aveva trovata, facilmente concepirà colui che nella mente andrà riandando i compassionevoli casi già raccontati. Le difese delle Alpi prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio; ora disfatto ed in licenze convertito l'antichissimo governo, fatta provincia e sensale di Francia; un duca di Parma, ingannato dalle speranze di Spagna e taglieggiato da genti oscurissime; un duca di Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa, schernito e spogliato; un regno di Napoli, poco sicuro e per poca sicurezza crudo; un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo e gran parte della civiltà moderna, condotta all'ultimo fine, prima dagl'inganni, poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di governo forastiero, e là dove una volta addottrinavano le genti con dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria ed i Verri, farla da maestri i Beauvinais ed i Prelli. A questo, le opere di Tiziano e di Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze di soldati strani; una lingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni volti alla adulazione; le ambizioni svegliate, le virtù schernite, i vizi lodati, e, per giunta, ilche fu il pessimo de' mali, uomini virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage de' tempi. In tanto male, nissun lume di bene; perchè nè a quali governi avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano corrotti, i fondamenti pubblici estranei, e, se fosse mancata o la mano franzese o la potenza tedesca, nissuno poteva congetturare che cosa fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva se la indipendenza non fosse per diventare condizione peggiore della servitù. Così corrotte le speranze e cambiati i tempi erano succeduti ai benefizii di Giuseppe, di Leopoldo, di Beccaria e di Filangeri una rapina incredibile, una tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo di vedere allontanato quel bene ch'essi avevano tanto vicino e tanto soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte e sanguinose, le lacerava anche la fama.
Ora, tornando alla pace conchiusa, restava che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di raccontare la consegna fatta di quella città, è indispensabile andar brevemente rammemorando quali accidenti, quali umori, quali disegni sorgessero nelle varie parti dell'antico Stato veneto e nella metropoli stessa innanzi che i capitoli di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al quale non si sa qual nome dare.
Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti, chi seguitando i modi dei democrati franzesi più ardenti a' tempi delle rivoluzioni, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati; quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; questi pressoalcuni avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri, di aristocrati. Seguitavano queste parti i Veneziani, pochi con que' primi consentendo, molti, fra' quali i nobili, per lo minor male si accostavano ai secondi. Sedevano i municipali, pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le discussioni e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia, anche posta al giogo forastiero, parteggiava; tutti però in questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse.
Perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati e lettere a tutte le città del dominio veneto, dando loro parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole ad accomunarsi ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna e dominatrice, avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Anzi una nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Poichè poi gli odii già tanto intensi vieppiù si invelenissero, li rinfiammavano, non solo colle parole, ma ancora con gli scritti: Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole molto veementi i municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco ed a diffidarsi de' municipali di Venezia.
I democrati, facevano quello, e più di quello a che gli aveva esortati Victor. E appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorii, cosa che solo contro ad un nemico, e forse nemmeno a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.
Diminuiva Venezia, ad onta delle orazioni democratiche del Giuliani e del Dandolo, di riputazione, ma ancor più di potenza, essendole occupati o sotto spezie di sicurezza di stati, o sotto spezie di amicizia, i suoi dominii verso levante. Veniva di leggieri fatta l'occupazione, perchè gl'Istriotti a quelle novità democratiche non s'erano potuti accomodare, ed ancorchè fossero affezionati al nome veneziano, si piegavano facilmente all'obbedienza austriaca, perchè l'imperio franzese, sotto il quale era caduta l'antica patria loro, stimavano odioso.
Mentre queste cose succedevano nell'Istria, sanguinosi accidenti atterrivano la Dalmazia. Erano i popoli di questa provincia avversi per antica consuetudine al nome franzese, e delle nuove opinioni per lontananza e per poco commercio di lettere molto alieni. Erano anche giunte a loro con veri e forti colori dipinte le espilazioni e le ruine d'Italia, onde all'odio antico si veniva a congiungere uno sdegno recente. A questo si aggiungeva che i soldati della loro nazione, che in Venezia ed in Verona ed in altre piazze venete erano stati di presidio, si ricordavano della poca stima, anzi delle derisioni, che verso di loro avevano usato i repubblicani, troppo intemperanti della vittoria. Udite poi le veneziane cose e come e quanto i municipali di Venezia trascorressero nelle opinioni e nei costumi nuovi, si erano concitati a gravissimo sdegno, dichiarando apertamente che non avrebbero più comportato che s'ingerissero nelle loro faccende. Già minaccie annunziatrici di crudeli fatti sorgevano in ogni luogo contro gli aderenti o veri o supposti dei reggimenti nuovi. I primi a muoversi furono i villani ed i montanari di Traù e di Sebenico, i quali, scesi a furia commettevano atti di estrema barbarie; ucciso il Dalmata che fungeva le veci di console di Francia con tutta la sua famiglia; saccheggiate le case dei deputati eletti dai municipali di Venezia ad ordinare a modo nuovo la Dalmazia,ed i lor parenti perseguitati e parte uccisi. La mala usanza si propagava dal continente nelle isole vicine, ed ogni luogo era pieno di terrore, di ferite, di uccisioni e di sangue.
Partivano da Trieste e da Fiume alla volta di Zara quattro mila soldati imperiali e vi giungevano parte sul finire di giugno, parte al cominciar di luglio. Accettavano i Zaratini lietamente gli Austriaci a sicurtà contro l'anarchia: giuravano fede all'imperatore tutti i magistrati e circa due mila soldati veneti che si trovavano in quella fortezza per presidio. Dopo Zara restava che si occupasse il rimanente della provincia. Casimiro, capitano di nome pel fatto della presa di Trieste, occupava Spalatro, Clissa e Singo, per terra; per mare entrava Roccavina in Sebenico, dov'era accolto con molta allegrezza, perchè la ferocia dei villani scesi dalla montagna vi aveva più che altrove infuriato, e ad ogni ora faceva le viste d'infuriare vieppiù. Scendeva quindi dai monti con una mano di Ungari di Transilvani, il conte di Warstensleben, e si univa a Roccavina, e così insieme occupavano i siti importantissimi delle Bocche di Cattaro. La Dalmazia tutta e l'Albania veneta entravano sotto il dominio dell'imperatore. A questo modo si andava sfasciando appoco appoco l'antichissimo imperio dei Veneziani.
A novità di tanto momento si risentivano i municipali di Venezia e facevano istanze presso Buonaparte e il direttorio, domandando che la Francia intercedesse, perchè l'antico dominio si restituisse. Querelavasene con Buonaparte Battaglia, imperciocchè è da sapersi che quest'antico provveditore di Brescia era stato chiamato da Buonaparte ai municipali veneziani, acciocchè appresso a lui risiedesse quale ministro loro. Querelavasi anche gravemente Sanfermo mandato dai municipali, anche per opera di Buonaparte, a sedere presso il direttorio di Parigi. Ne ottenevano entrambi buone parole: non dubitassero, o che la Franciasforzerebbe con le armi l'Austria a rilasciare le provincie occupate, o procurerebbe coi trattati che Venezia con nuove possessioni si compensasse, ora dando speranza che i paesi della terraferma, anche quei d'oltre Mincio, le si restituirebbero, ed ora che le sarebbero date in compenso le legazioni.
Era necessario che le isole del Levante veneto venissero in potestà dei Franzesi. Per la qual cosa Buonaparte aveva operato che con accordo dei municipali si facesse una spedizione di forze navali e terrestri a Corfù, isola per la grandezza e la fortezza molto principale in quelle spiagge; e perchè una forza preponderante vi fosse, ed anche perchè vi erano fornimenti di marineria di molta importanza, aveva, per mezzo del direttorio, dato ordine che al tempo medesimo da Tolone l'ammiraglio Brueys si avviasse all'isola stessa con la sua armata. Erano a quei tempi le isole del Levante veneto rette con dolce e giusto freno dal nobile Vidiman, fratello del municipale, il quale aveva con tanta efficacia e senza alcuno sforzo, ma solamente pel suo buon naturale operato che quelle immaginazioni greche tanto vivaci e mobili, malgrado delle parole incentive che suonavano da Francia e da Italia, fermamente si conservassero affezionate al nome veneziano. Quando poi incominciavano ad arrivare a Corfù i romori del cambiamento succeduto a Venezia, ancorchè grandissima molestia ne ricevesse, siccome quegli che per opinione e per consuetudine era dedito all'antica repubblica, nondimeno pensando che, se era perduto lo stato vecchio, gli rimaneva, se non una patria, almeno un paese al quale era suo debito servire, s'ingegnava con ogni sforzo di calmare gli spiriti per farli perseverare nella loro fede ed affezione verso Venezia, qualunque avesse ad essere il suo destino. Nel che faceva grandissimo frutto a cagione dell'amore che generalmente gli era portato.
Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi distrutta l'aristocrazia ed allargato il governo alla democrazia. Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti; ma che intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era creato nei municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli abitatori delle isole e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli; manderebbero due commissarii per metter all'ordine il nuovo Stato; Vidiman sarebbe il terzo; verrebbero con una forte armata e con sei mila soldati. Tacevano se i soldati avessero ad essere veneziani o franzesi. Preparasse adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza sua gli animi; spiasse bene e raffrenasse coloro che fossero di genio aristocratico; usasse a quiete di tutti l'opera delle persone prudenti e religiose di ogni rito; soprattutto impedisse, che gli uomini inquieti e torbidi prorompessero in qualche discordia o tumulto; in lui riposarsi, terminavano, con animo tranquillo i municipali ed intieramente rimettersi nella fermezza, nell'avvedutezza, nella temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne e tanto terminativo accidente di quanto egli aveva di più caro e più onorato su questa terra, adunava Vidiman i primarii magistrati sì civili che militari, e leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla sopportazione ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma mostrarono rassegnazione, ignari ancora a che cosa li serbassero i fati.
Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchi necessarii per la spedizione di Levante. Intendeva il direttorio al far uscire da Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte d'armata veneziana, che sull'ancore se ne stava nel porto. Perilchè si appresentava Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali franzesi da mare che dovevano governare l'armata, in unasolenne adunata, ai municipali, con parole melliflue protestando dell'amicizia del direttorio, chiamando la repubblica col suo nuovo governo sorella, e promettendo che tutte le forze franzesi si adoprerebbe perchè ella fosse restituita alla antica sua grandezza. Si destinava a governar le genti da terra il generale Gentili. Obbediva l'armata al capitano di nave Bourdé. Molte navi atte a trasportar soldati l'accompagnavano, empiute di Franzesi la maggior parte della settuagesimanona. Volle Buonaparte, poichè si trattava di andar in Grecia, che s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, in cui aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli.
Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù per la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con sè danaro per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli amministratori che mandavano nelle isole, sei mila zecchini.
Appariva il dì 28 giugno nel porto de' Corfiotti l'armata apportatrice dei soldati stranieri. Vidiman e gl'isolani molto si maravigliarono al vedere insegne ed uomini franzesi in luogo d'insegne e d'uomini veneziani. Suonavano a festa il dì 29 gli stromenti da guerra; i nuovi repubblicani sbarcavano. Venivano i magistrati a far riverenza agl'insoliti signori.
Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua volontà qualunque cosa ei volesse. Poi s'impadroniva dei magazzini del pubblico e di tutte le artiglierie ch'erano belle ed in numero considerabile.
A Gentili succedeva Bourdé, che poneva le mani addosso ai magazzini di mare ed a sei navi di fila e tre fregate veneziane. Gentili intanto i sei mila zecchinimandati da Venezia recava in suo potere per dar le paghe a' suoi soldati ed agli amministratori venuti con lui.
Posto il piede e confermato il dominio franzese nell'isola principale di Corfù, mandavano Gentili e Bourdé forze di terra e da mare a prender possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo. Poi Gentili ed Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primarii abitanti, creavano i municipali di Corfù, fra i quali nominavano Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità.
A Venezia dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da sè, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa Pisani con fasto grande e con carico gravissimo di quella famiglia; i municipali non deliberavano se non sentito lui; i posti principali erano custoditi dai Franzesi; i municipali, chi per forza, chi per prudenza, chi per adulazione, servivano a Baraguey. Villetard, siccome giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si vedeva. S'incominciava a dar mano alle opere gentili insino a tanto che arrivasse tempo al toccare le più utili. Quanto di più bello e più prezioso avevano prodotto gli scarpelli od i pennelli o le penne greche, latine ed italiane era rapito dagli strani amici. Le gallerie, le librerie, i templi, i musei sì pubblici che privati diligentemente si scrutavano e violentemente si sfioravano.
Il palazzo pubblico di Venezia fu dei più preziosi ornamenti espilato. Con pari rabbia fu la galleria privata dei nobili Bevilacqua di Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere di Bassano, di Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone, di Bellini, di Mantegna, tanto care ai Veneziani e per bellezzapropria e per essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne andavano ad ornare forestieri e lontani lidi. Molte statue di bassi rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio, e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla libreria pubblica di Venezia e dalla galleria Bevilacqua. Nè i camei, opere preziose, si risparmiavano, e fra di loro quello tanto famoso che rappresentava Giove Egioco. Sessantanove medaglie greche o romane erano levate dai privati musei dei Muselli e dei Verità di Verona. Dei manoscritti, con grandissimo dolore degl'Italiani, dalla sola libreria di Venezia più di duecento greci o latini o italiani o arabi, o in carta pergamena, o carta usuale o in carta di seta, saziavano le voglie dei repubblicani d'oltramonti. Sentivano la comune spogliazione le librerie pregiatissime dei monasteri di Venezia, di Treviso e di San Daniele in Friuli, dai quali atti delle mani vincitrici mancarono settantasei testi a penna preziosissimi. Alle medesime espilazioni andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la Magontina nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosia si custodivano nelle librerie di Venezia, Treviso, Padova, Verona e san-Daniele. Queste preziosità erano state tolte dalle interiori mura dei templi, dei musei e delle librerie. Restava il più bello e più glorioso segno della grandezza veneziana, che sull'anteriore faccia del principal tempio di Venezia dimostrava quale fosse stato anticamente il valore di questa generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come si narra, di Lisippo, dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re di Armenia, poi trasportati da Costantino a Bisanzio, e conquistati finalmente pel valore dei Veneziani congiunti ai Franzesi, ch'ebbero in sorte altre costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal doge Pietro Ziani, accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico della gente veneziana. Spiaceva al letterato Arnauldche questi cavalli restassero a Venezia: spiacevagli altresì che i leoni conquistati dal valore del Morosini nel Pireo continuassero a starsene nella sede loro, segni della veneziana gloria. Ne gli spiacque e ne scrisse a Buonaparte. Cavalli e leoni furono per suo comandamento condotti in Francia. Il che venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto dolore loro che, instupidite le menti, parevano piuttosto attonite che dolorose. Alcuni dicevano e tuttavia dicono che questi spogli si eseguivano in virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva voluto ratificare questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver per nullo. Che se poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo di eseguirlo certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue peggiori condizioni contro Venezia e di non osservar quelle che erano in suo favore.
Non solo gli ornamenti e le ricchezze veneziane si trasportavano, ma quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano. Erasi il duca di Modena, come si è detto, fuggendo la furia dei repubblicani, ricoverato in Venezia; poi giù romoreggiando le armi loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, s'era per sua sicurezza ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti tostamente si calavano e circondato improvvisamente con soldatesche armate il palazzo in San Pontaleone, dove aveva abitato il duca, cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria. Perlochè fatto armata mano improvviso insulto contro diessa, e ricercato in ogni canto, trovarono il denaro e via se lo portavano; furono, come portò la fama, circa duecento mila zecchini. I Modenesi erano venuti a Venezia per averselo; ma ei furon novelle. Gli agenti li serbarono, dissero, per la cassa militare.
Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande apparato di soldati, perchè, sebbene fossero i piè dei Veneziani in ceppi, si temeva che ad un bel levarsi il popolo prorompesse e rivendicasse alla patria, con qualche solenne precipizio degl'involatori, le gloriose spoglie. Accresceva il timore il pensare che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli. Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro che aveva in titolo:I Romani in Grecia, e che fu generalmente creduto opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei Romani in Grecia simboleggiando i Franzesi in Italia, eccitava i popoli italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione. Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava e più era letto. Villelard istesso il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome franzese. Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e che stimolava i popoli a correre armati contro i Franzesi, partoriva un effetto incredibile.
Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze tristi e funeste. Correva il dì della Pentecoste, quando la piazza di san Marco si vedeva tutt'addobbata a festa pel piantamento dell'albero della libertà. Avevano eretto a capo della piazza dalla parte opposta a San Marco un'ampia loggia a cui si salivaper due scale laterali ornate di vaghi fiori e di arbusti odoriferi. Da ambi i lati della loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con ghirlande, con insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici della cappella ducale. Due altre logge adorne e belle si vedevano in mezzo alla piazza e davanti alle procuratie, con orchestre pure a lato. Gli archi delle procuratie e così ancora la chiesa di San Marco comparivano alla vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati. Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto ancor fronzuto dell'albero. Ed ecco alle diciassette italiane comparire con solenne comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers. L'incontravano i municipali. Quindi poscia essendosi congiunti col corteggio del generale, si ordinavano a processione. Le campane tintinnavano, gli strumenti suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano. Intanto giva la processione; soldati italiani precedevano, seguitavano due fanciulli vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una giovane che si dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con istromenti d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in addobbo; indi Baraguey in addobbo ancor esso; i consoli delle nazioni, e i magistrati sì civili che militari e i capi delle arti coi simboli delle arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da musica militare, i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto ed in un batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato nelle sue radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due vecchi i rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla punta dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Le orchestre suonavano, le musiche militari rispondevano, le campane rimbombavano, i cannoni tuonavano, le tricolorite bandiere si sventolavano. Fatto silenzio, orava lo arciprete Valier municipale, con magnifiche parole commendando la generosità franzese e la rigenerazione veneziana.Poscia entrati in San Marco, cantavano l'inno delle grazie e facevano il maritaggio del giovane e della giovane. Uscito il corteggio di San Marco ed in piazza tornatosi, dove promiscuamente e Franzesi e Veneziani intorno all'albero già ballavano, ardevano il libro d'oro e le insegne ducali; in quel mentre orava enfaticamente l'abate Collalto. Continuossi a ballare il giorno, ballossi ancora la notte; si recitava in musica una bella e magnifica opera nel bellissimo teatro della Fenice.
Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers. Al tempo stesso Bernadotte proibiva con animo sincero che in Udine si piantasse. Guyeux, al contrario, metteva una taglia di centomila lire sur un piccolo comune del Padovano sotto pretesto che l'albero vi fosse stato tagliato; doloroso avviluppamento di accidenti strani in proposito di un medesimo fusto figurativo.
Continuava Buonaparte a mostrarsi propenso ai Veneziani. Dimostrava non potere per le molte e gravi faccende che il travagliava, visitare, come desiderava, per sè stesso Venezia; ma mandarvi la donna sua, perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto si spiegava, quanta fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie in Venezia: le adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì veneziani che franzesi furono oltre misura. Traevano per comandamento del generalissimo i cannoni a festa e ad onore di privata donna. Accolta nella sala dei municipali era segno d'applaudisi infiniti: deputavano due di loro ad intrattenerla ed a farle onoranza. Furonvi feste, balli, canti, allegrezze d'ogni sorta: alla Giudecca una gran cena, al canal grande una luminaria; nè mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani. Dandolo e gli altri municipali trionfavano e sempre stavano accanto alla donna e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani repubblicano se ne stava bieco ed alla traversa. Infine, dimoratasi quattro giorni, il quinto se ne partiva con assai ricchi presenti.
Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, coloro che avevano in mano la somma delle cose in Venezia, trattavano di unirsi strettamente alle città di terraferma, che, come si è narrato, molto ripugnavano al dominio veneziano. Laonde operavano che le principali mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natio di Desenzano, si sperava che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti. Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte impediva che deputasse. Vi mandava Buonaparte Berthier affinchè presiedesse il congresso. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi piuttosto a' Padovani aderivano che ai veronesi, i vicentini piuttosto ai veronesi che ai padovani, Treviso stava in favor de' veneziani, i deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Però Berthier, disciogliendo il congresso, pubblicava che circa l'unione i deputati non s'erano potuto accordare.
Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano anche inchiesta formale al direttorio cisalpino. In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio, che abbiamo più sopra riferito; Buonaparte se ne tornava a Milano. Di colà egli scriveva a Villetard: pel trattato di pace essere i Franzesi obbligati a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperadore impadronire; ma non doverla vuotare che venti o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere tutti i patriotti che volessero spatriarsi, ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero de' diritti di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere indispensabile di creare un fondo, il quale potesse alimentarequelli fra i patrioti che si risolvessero a lasciar il paese loro e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica Franzese parata a soccorrerli se ne avessero bisogno, con la vendita de' beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia molte munizioni navali o di guerra e di commercio che appartenevano al governo veneziano; essere indispensabile che la congregazione di salute pubblica (quest'era una congregazione di municipali), le trasportasse più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù e se ne facesse stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un Roubault e con un Forfait e con la congregazione di salute pubblica per vedere a qual pro si potessero condurre una nave ed una fregata recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da inalberare, le piatte, il Bucintoro e le barche dorate, i barconi, i palischermi grossi e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini, sei cannoniere e tre galere sui cantieri.
Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima lasciar nulla che potesse servire all'imperadore per creare un navilio; la seconda, trasportare in Francia quanto fosse utile alla nazione; la terza usare quanto si vendesse nel miglior modo possibile, perchè più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurare le sorti de' Veneziani che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute pubblica e co' deputati delle città di terraferma, alla salute de' fuorusciti loro.
Avuto Villetard questo mandato, nella sala delle adunanze recatosi, ai municipali favellava, e gli esortava, in nomeanche di Buonaparte, che ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e salva al nuovo dominio. Serrurier, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia ed il mandato di far la consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in S. Giorgio il Bucintoro per cavarne le dorature, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni la città di Venezia. Francesco Pesaro riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.
Gli eccidii si moltiplicavano, continuavasi a spogliar Roma in virtù del trattato di Tolentino; nella qual bisogna con molta efficacia si travagliavano i commissari del direttorio. E perchè non mancasse in mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro che la moglie di Buonaparte desiderava per sè alcune belle statue di bronzo, le comperarono, e con le involate, a grado di lei incassarono. Saputisi dal papa il desiderio e la compera, ne pagava tosto il prezzo, perchè la donna se le avesse senza costo. Oltre a ciò apparecchiava una collana di preziosi camei, perchè fosse offerta da sua parte alla signora.
Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano de' due terzi per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault, ministro del direttorio, e per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per ispegnere il governo papale, ma bensì che si lasciasse andare di per sè stesso alla distruzione. I democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione delle loro macchinazioni,perchè gli stimava gente dappoco e credeva che il popolo non li volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il che veniva in grande diminuzione della reputazione del governo pontificio. Crescevano la penuria ed il caro delle vettovaglie; i popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte dei grani, che il papa era sforzato a concedere ad alcuni fra gli agenti sì civili che militari della repubblica. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo di paralisia. S'aggiungevano spaventi come se il cielo fosse sdegnato contro Roma. La polveriera del Castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti e parecchi edifizii rovinati.
S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione: in pena di guerra non si volle che il pontefice conducesse a' suoi soldi il generale Provera, su cui aveva fatto disegno. Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne aggiungeva una di natura molto singolare, e quest'era il pensiero nato in Francia, del voler fondare la religione naturale che col nome di teofilantropia chiamavano.
Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi aggirare da chi voleva piuttosto fare che aspettare la rivoluzione. Per la qual cosa era la sua casa piena continuamente di novatori, ai quali dava segrete speranze, però che aveva dal suo governo avuto mandato espresso di mutar lo Stato in Roma, pur facendo le viste di non parervi mescolato. Ma siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta, mandarono per dargli spirito ed aiutarlo a perturbar Roma i generali Duphot, e Sherlock. Aveva il governo papale avviso delle trame che si macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo,da spesse pattuglie la città e teneva diligentissime guardie.
S'avvicinava quest'anno al suo fine quando nasceva in Roma un caso funestissimo, dal quale scorsero improvvisamente con precipitosa piena quelle acque che già tanto soprabbondando, minacciavano di allagare. La notte del 27 dicembre i soldati urbani, incontrando un'affollata di democrati armati, ne sorse una mischia confusa; un democrato fu morto, due urbani feriti. Il sangue chiama sangue, il terrore già dominava la città. L'ambasciatore Giuseppe di ciò informato, rispondeva, farebbe che i suoi non si mescolassero in quei tumulti; ma non giovava, perchè, o il volesse egli o nol volesse, si adunavano il dì 28 nella villa Medici circa trecento democrati. Era fra di loro Duphot, e con la voce e coi gesti e coll'alzar il cappello gli animava a novità, e le facevano. Bande di fanti e di cavalli li disperdevano. Correvano al palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze l'ambasciatore di Francia, d'onde chiamavano ad alta voce la libertà e gridavano di volerne piantar le insegne sul Campidoglio.
Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica i suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini, rincacciavano verso di esso a luogo a luogo i resistenti novatori. Fra quella mischia i ponteficii traendo d'archibuso ferivano alcuni democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atri, le scale. Si fermavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. I democrati intanto, prevalendosi della sicurezza del luogo con parole e con gesti agl'irati soldati insultavano. Non si poterono frenare, entrarono con l'armi impugnate nel cortile. Nasceva una mischia, un gridare, un fremere misto che meglio si può immaginare che descrivere. Indarno mostravasi l'ambasciatore. Presoallora Duphot da empito sconsigliato, siccome quegli che giovane subito ed animoso era, sguainata la spada, si precipitava dalle scale e messosi coi democrati, gli animava a voler scacciare i soldati pontificii dal cortile. In tale forte punto i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano parecchi furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo morì.
Scriveva risolutamente l'ambasciatore al cardinale segretario di Stato, comandasse ai soldati che si ritirassero dai contorni del palazzo. Rispondeva rappresentando quanto fosse difficile la condizione in cui versava il governo del papa. Fuvvi chi, tentando di mitigare l'animo dell'ambasciatore, voleva indurlo a far uscire dalla sua sede i nemici del governo; alla quale richiesta non solamente non volle acconsentire, cagionando che essi l'avevano preservato contro una nuova tragedia Basvilliana, ma ancora più sdegnato che mai, rescriveva mandando al cardinale una lista coi nomi degli assassini di Basville che dicea abitare in Roma tuttavia, comparire alla luce impunemente. Il governo di Roma rispondeva di nuovo che coloro che l'ambasciatore notava nella sua lista o in Roma non dimoravano o erano stati per esami giuridici e per sentenze solenni conosciuti innocenti.
Si turbava fortemente a queste parole l'ambasciatore, e, chiesti i passaporti, protestava di volersene partire, il che era segno di guerra. Quindi, non avuto riguardo alle offerte di satisfazione che gli si facevano, nè alle preghiere del papa, nè deponendo il pensiero di fare una dimostrazione ostile, tutto sdegnato, o che il fosse o che il facesse, se ne partiva pei cavalli delle poste in tutta fretta verso Toscana. Giunto a Parigi, rapportato il fatto nel modo più conforme al suo intento ed a quello del direttorio, stimolava la Francia alla guerra contro Roma.
Ordinava il pontefice rimedii spirituali di preghiere, di digiuni, di penitenze,per ovviare alla ruina imminente. Parigi intanto veniva fulminando: il sangue di Basville e di Duphot chiamar vendetta; doversi disfare quel nido di assassini; l'ultima ora esser giunta della romana tirannide; a quest'opera d'umanità esser serbata la Francia; vedrebbe il mondo quanto avesse la repubblica a cura i suoi cittadini che vivi li proteggeva, uccisi li vendicava. Tali erano le amplificazioni dei tempi, e le turbe seguitavano. Il direttorio, imputando a disegno espresso del pontefice ciò che era l'effetto fortuito di provocazioni straordinarie, mandava comandando a Berthier, marciasse incontenente con tutto l'esercito a passi presti contro Roma.