Chapter 61

Dalle parole passavano ai fatti e con infinita insolenza procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci. Fatti poscia più audaci dal numero loro che ogni giorno andava crescendo, marciarono armata mano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente ed assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornavano con la peggio. Parecchi altri assalti diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero ed ora avverso.Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.Si moltiplicava continuamente il dispiacere che riceveva il re dalle sommosse democratiche; infatti il prenunzio di romori di verso la Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non senza intesa del governo cisalpino e del generale Brune, in Pallanza, sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano come capi principali questo moto Seras, originario del Piemonte, ma ai soldi di Francia ed aiutante di Brune, ed un Lèotaud franzese, con un Lions franzese ancor esso, aiutante di Lèotaud. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati; s'impadronirono della fortezza di Domodossola; vi trovarono alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro, e se li menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle valli Valdesi, e già aveva occupato Robbio ed il Villard, ed accennava a Pinerolo.Trovavasi il governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che il cuore stesso del Piemonte, che tuttavia perseverava sano, avesse a fare qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva se non lontano ed inabile ad aiutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina, fomentando i moti. Pure intendeva all'onore se alla salute più non poteva, e faceva elezione, giacchè si vedeva giunto alfine, di perire piuttosto per forza altrui che per viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a sì rovinosi accidenti un editto, in cui, mostrando fermezza d'animo uguale al pericolo, diè a vedere che maggior virtù risplende in chi serba costanza a difender sè stesso nelle avversità, che in chi assalta altrui con impeto nelle prosperità.Non ignorava però il re che la rabbiae la ostinazione delle opinioni politiche non lasciano luogo alle persuasioni. Laonde, facendo maggior fondamento sulle armi che sulle parole, aveva mandato sul lago Maggiore parecchi reggimenti di buona e fedele gente, affinchè combattessero i novatori dell'alto Novarese, e, ritogliendo dalle loro mani Domodossola, la restituissero al dominio consueto. Medesimamente mandava truppe sufficienti contro gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo si empiva di soldati per frenare e spegnere l'incendio sorto nelle valli dei Valdesi.Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo in cui la repubblica di Francia sentirebbe queste piemontesi sommosse; perchè s'ella le fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo franzese. Gli estremi lamenti che ei faceva sentire della cadente monarchia piemontese, non erano certo segni di animo doppio e non sincero; che anzi la sincerità era tale, che non solamente induceva persuasione nella mente, ma ancora muoveva vivamente il cuore.Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma del direttorio; ed al suo dire aggiungeva rimprocci sul modo con cui il governo piemontese reggeva i suoi popoli, favellando degli abusi che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle finanze, del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle imposizioni. Concludeva che i moti di sedizione non portavano con sè alcun pericolo, se niuna radice avessero nella propensione dei popoli; ma che bene era da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori, desiderassero esito felice alla impresa dei sollevati: chè però esortava preoccupassero il passo e prevenissero la rivoluzione col dare spontaneamente al popolo tutto che si prometteva dalla rivoluzione.In mezzo a tante angustie del governoregio, Ginguenè, come se desiderasse torgli non solo la forze, ma ancora la mente ed il tempo di deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di travagliarlo con importune richieste, muovendolo a ciò fare parte i comandamenti del direttorio, parte i proprii spaventi. Chiedeva perciò ed instantemente ricercava Priocca, operasse che il re cacciasse da' suoi Stati i fuorusciti franzesi, ed ancora proibisse, sotto pena di morte gli stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re se nol facesse, che disperdesse i Barbetti che infestavano le strade ed assassinavano i Franzesi. Schermivasi Priocca con ottime ragioni, ed affermava che il governo regio, per quanto stava in lui, fosse molto vigilante a render sicuri i Franzesi in Piemonte, e quello che diceva anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno che, secondo gli umori o alla prima favola raccontata all'ambasciator di Francia dai democrati che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a domandare anche con termini molto imperativi, la liberazione degl'incolpati. Tra questi è famoso il fatto di un Ricchini, detto per soprannome Contino, che Ginguenè a nome del direttorio richiese solennemente al re, ed il re lo satisfece dell'effetto, dandogli incontanente e senza difficoltà l'uomo accusato d'assassinio di un Franzese.I terrori di Ginguenè erano anche fomentati dalle esorbitanze dei democrati più ardenti, i quali, veduto che i Franzesi a tutt'altro pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler camminare da sè ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandoli di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, presa occasione d'un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i ministri che si trovavano alle stanze in Torino, si misero a dire le cose più smodate che uomo immaginarsi possa. Nè contenti alle parole mandarono attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguenè. Egli era espressoin questa forma: «Popoli della terra, e voi massimamente patriotti ed amici sinceri della libertà e dell'umanità, ascoltate le mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i diritti degli uomini in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno che a loro voleva opporsi, ella ha rovesciato il suo trono, ella ha disperso tutte le forze dei confederati di Europa, ch'erano accorsi in suo aiuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti perchè ha trovato dappertutto uomini che e conoscerono la giustizia della sua causa, e non esitavano a dichiarirsi per lei contro la tirannide. Si era la Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti i popoli e promettendo di aiutar quelli che com'ella portassero odio ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo ch'ella si è proposto è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra del trionfo dei despoti. Gli agenti che manda presso a loro per compiacere al loro orgoglio e per istringere gli empi nodi della loro amicizia, invece di vestirsi a lutto per la morte degli amici della libertà, celebrano feste scandalose e bevono nelle medesime coppe dei tiranni. Il sangue di coloro che amici della libertà si protestano, scorre a rivi e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarli. Gli splendori del trono li rendono spettatori insensibili dell'orribile ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi che l'oro dei tiranni corrompe! Popoli della terra ascoltate le voci d'un uomo che è spettatore di tante scelleraggini e che ne pruova un dolore orribile.Ardete le dichiarazioni fraudolente dei diritti dell'uomo ch'eglino vi hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce che risplende dal tempio della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro, abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non atterra più troni; essa li difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto fatto alla tirannia: con una mano opprime i popoli ai quali per suo proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni che divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni e ruine.»Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato e principalmente diretto contro Ginguenè, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto la mente inferma, del cammino a cui si andava con questi amatori della libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse aspettare. Intanto tutta l'ambasceria di Francia ne era mossa a rumore. Ginguenè prese contegno con Cicognara; poi ne scriveva al direttorio, con molta istanza pregandolo operasse efficacemente col direttorio cisalpino affinchè Cigognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in ciò andarvi la salute della Francia.L'ecatombe mentovata nello scritto fu quella della battaglia combattuta tra Gravellona ed Ornavasso, nella quale prevalendo alla fine i regi prima perdenti, i repubblicani assaliti di fronte e da tergo e soprafatti dal numero soprabbondante degli avversarii che su quel punto si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono in rotta, nè fu più possibile ai capi di rannodarli. Centocinquanta repubblicani perirono nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori. Cento furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo la battaglia, in poter dei regi. I superstiti furono condottinel castello di Casale, dove si fecero loro i processi militarmente; trentadue condannati a morte.In questo mezzo tempo arrivarono novelle importanti da Parigi. Mancava al cupo ravviluppamento dei tempi che si accagionassero dal governo di Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di essero loro medesimi gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguenè con instanti parole descritto al suo governo i supplizii dei Piemonte. Il direttorio, che poteva veramente intromettersi per umanità, amò meglio mescolarvi le accuse e l'inganno. Scriveva il dì 17 maggio Taleyrand a Ginguenè, che i moti d'Italia, quelli soprattutto ch'erano sorti in Piemonte, mostrandosi con sembianza minacciosa e molto pericolosa, era venuto il direttorio in una risoluzione definitiva; che sapeva il direttorio di certa scienza che si era ordita una congiura col fine di far assassinare tutti i Franzesi in Italia; che sapeva ugualmente che moti sediziosi si fomentavano a questo fine in ogni parte, acciocchè i soccorsi di Franzesi essendo addomandati al tempo medesimo in luoghi diversi, le loro forze per la spartizione si indebolissero e fosse per tal modo fatto abilità agli assassini di ucciderli. Sapeva finalmente che non contenti al dare compimento a sì scellerato proposito, volevano ancora imputarlo a coloro che si credevano amici della Francia, affinchè la morte loro si rendesse più sicura. In tanta complicazione, come diceva, di preparati delitti, faceva Taleyrand sapere a Ginguenè che il direttorio aveva risoluto di salvare e l'Italia e i Franzesi e gli amici della repubblica dai mali che loro sovrastavano; gl'intimava pertanto che si appresentasse al governo del re, della orribile cospirazione favellando tanto evidentemente tramata dalle potenze straniere e nemiche della Francia, e dimostrasse volere il governo franzese risolutamente ch'ella e per cagioni e per pretesti intieramente fosse diradicata; volere che prima di tutto offerisse il governo del re indultoleale ed intiero a tutti i sollevati sì veramente che le armi deponessero, ed alle case loro ritornassero; volere che il re adoperasse le sue forze contro i Barbetti che desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti i mezzi per fare che le strade tra Francia e Italia fossero libere e sicure. A queste condizioni, e per allontanare il timore che le repubbliche Cisalpina e Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe il direttorio la sua autorità, perchè si mantenessero in quiete. Ordinerebbe anzi a Brune che apertamente ed espressamente comandasse ai sediziosi che disolvessero le bande loro e si ricomponessero nel riposo. Caso importante ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro di Francia, le anzidette condizioni, perchè tanti giudizii arbitrarii, tanti supplizii crudeli contro uomini raguardevoli per virtù e per dottrina, e che solo parevano essere stati condotti alla ora estrema, perchè erano amatori della repubblica Franzese, non permettevano che si proponesse indugio. Se il governo sardo non accettasse le condizioni offerte, si renderebbe manifesto esser lui, non più vittima, ma complice delle sedizioni, cui fomenterebbe in segreto fingendo di temerle in palese. Del resto badasse bene Ginguenè a non chiamare mai i sediziosi patriotti, ma sì sempre amici della Francia.Fece Ginguenè molto efficacemente il dì 24 di maggio l'ufficio. Vi aggiunse di per sè parecchie parti. Ma parendo allo ambasciatore che lo sforzare il re a perdonare ai ribelli e di chiamare amici di Francia coloro che macchinavano contro il suo Stato, forse anche contro la sua vita, non bastassero a costituirlo in compiuta servitù, voleva ed instava presso al direttorio che la Francia doveva avere piena ed assoluta autorità in Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva forzare il re a cambiare i suoi ministri ed a richiamare il conte Balbo da Parigi affermando essere lui l'agente di tutta la confederazione d'Europa in quella capitale.Il governo piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi minaccie, ordinava il dì 25 di maggio, che si sospendessero sino a nuovo ordine i processi non dei condannati, e si soprassedesse alle pene dei Franzesi che si fossero mescolati nelle ribellioni.Intanto il dì 26 di maggio alle 4 della mattina i fossi di Casale grondavano sangue. Lèotaud, aiutante del generale Fiorella, e Lions aiutante di Lèotaud, ambedue franzesi di nascita, ma non di servizio, con otto altri, parte forastieri, parte Piemontesi, che, per aver combattuto nella battaglia di Ornavasso erano stati condannati a morte, soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo piemontese, per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero veramente a pensare l'ora insolita dei supplizii e la tardità della staffetta apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi nove ore in Torino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo atroce fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le novelle ed accelerato i supplizii affinchè la salute arrivasse quando già morte spaziava. Levò Ginguenè pe' due Franzesi morti gravissime querele, minacciò il governo piemontese, scrisse a Parigi, ch'era oggimai tempo di purgar la Francia dal dire calunnioso che si faceva, ch'ella tollerasse le carnificine dei Franzesi e degli amici loro per forza dell'oro mandato a Parigi al conte Balbo.Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria d'Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più molesti. Non ignorava il governo piemontese che i moti di Carrosio avevano più alte radici che quelle dei repubblicani piemontesi, perchè Brune e Sattin segretamente e palesemente li fomentavano. Tuttavia, non volendo mancare al debito degli Stati, si era deliberato di mostrar il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo estremo delle armi contro quella sede tanto irrequieta diCarrosio, poichè gli era forza traversare il territorio ligure, aveva rappresentato a quel governo che i suoi nemici non avevano potuto condursi a Carrosio senza passare pel territorio della repubblica; che lo stesso facevano per venir ad invadere il territorio piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di Gavi; che quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica, come neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio i nemici di sua maestà che ne abusavano per offenderla, tanto meno dar loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o dissipargli ella medesima o dare alle genti regie quel passaggio stesso ch'ella dava a' suoi nemici.Rispose la repubblica che non consentirebbe mai a dare il passo; solo prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e di allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due parti. Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani ad ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio ligure per andar ad assaltare i regi ed intraprendevano le vettovaglie, che per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e svaligiavano i corrieri.Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto, il mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo Cacherano d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza qualche perizia militare. Avvertiane il governo ligure, avvertiane l'ambasciatore di Francia, avvisando che solo fine della spedizione era di cacciare i sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo dominio, di dar quiete a' suoi Stati.Sentì sdegnosamente l'ambasciatore questa mossa d'armi, e rescrivendo al ministro Priocca, intimava facesse incontanente, se ancor fosse tempo, fermar legenti che marciavano contro Carrosio, perciocchè non fosse possibile di assaltar quella terra senza violare il territorio ligure, la qual violazione non poteva non portar con sè gravi e pericolosi accidenti.Il re, stretto da tanti nemici ed oppresso da chi doveva aiutarlo, non si perdeva d'animo, volendo che il suo fine fosse se non felice, almeno generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la ragione avesse che fare nel dominio della forza. I soldati regi, attraversato il territorio ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio e si facevano padroni della terra. Poscia per maggior sicurezza, munirono di guardie tutte le alture circostanti.A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano si risentirono gravemente; le cose che scrissero sono piuttosto pazze che stravaganti; ma Sottin non si restava alle parole, anzi, accesamente appresso al direttorio ligure instando, operò di modo che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nimico della repubblica e ad intimargli la guerra. Or mentre Sottin spingeva la repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguenè voleva impedire che egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima instanza Priocca a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo degli effetti di questa discordia. Rispondeva il ministro facendo proposizioni che non dispiacevano all'ambasciatore, il quale mandava il suo secretario a Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo piemontese, non aspettate le intenzioni di Brune, volendo o per amare di concordia, o per timore di Francia gratificare all'ambasciatore, aveva operato che le truppe si ritirassero da Carrosio e ritornassero nei dominii piemontesi oltre i confini liguri. Per la ritirata dei regi non cessavano le ostilità; anzi i Liguri, venuti avanti coi novatori piemontesi sotto la condotta del generale Siri, s'impadronirono, dopo violento contrasto della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i Liguri guidati dadue capi valorosi Ruffini e Mariotti, si erano fatti signori di Loano.Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per fare calare il re a quello che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille spaventi. Già Ginguenè, parlando con Priocca, aveva tentato per ogni modo di spaventarlo. Affermava che in ogni parte appariva segni di una feroce congiura contro i Franzesi in Italia; che già Napoli armava; che già lo imperatore empiva gli Stati veneti di soldati; che in ogni parte il fomentavano sedizioni, che in ogni parte con infiammative predicazioni si stimolavano i popoli contro i Franzesi; che questo fuoco covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica Franzese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato d'affari d'Inghilterra? ch'essi potevano dar denari al re, dei quali che uso egli facesse bensì sapeva; che i fuorusciti franzesi, che le macchinazioni dei preti, che le parzialità dei magistrati, che il parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Franzesi della gente in ufficio, non lasciava luogo a dubitare che qualche gran macchina si ordisse contro la Francia.A così gravi accuse rispondeva il ministro, non per persuadere l'ambasciator di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole, ma per purgare il suo signore delle note che gli si opponevano; e conchiudeva, che sarebbe stato meglio e più onorevole per la Francia lo spegnere il governo regio, innocente di tutti i carichi che gli si davano non con altro fine che con quello di perderlo, di quello sia il martirizzarlo. Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro degli affari esteri di Francia a Ginguenè che manifestavano uno sdegno grandissimo pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati.In mezzo a tanti terrori erano Prioccae Ginguenè venuti alle strette per negoziare sulle condizioni dell'indulto, che il direttorio per pacificare il Piemonte voleva che concedesse ai sediziosi. Avrebbe l'ambasciator di Francia desiderato maggiore larghezza. Ma Priocca, che aveva avuto avviso dal Balbo da Parigi di quanto il governo franzese esigesse, non volle mai consentire ad allargarsi, e convenne con Ginguenè nelle seguenti condizioni: che il perdono comprendesse solamente i delitti politici anteriori e non gli estranei alla sedizione; non guardasse nel futuro, e in modo alcuno non impedisse il governo di usare la sua potenza a mantenimento della quiete; che in terzo luogo i perdonati si allontanassero dal Piemonte con aver tempo due anni a vendere i loro beni, ed in nissun modo, nè con pretesto alcuno ripigliassero le armi contro il re.Brune, al quale Ginguenè aveva annunziato le condizioni dell'indulto, e che evidentemente mirava più oltre che alle servitù del re verso la Francia, non si mostrò contento; che anzi le medesime aggravando, voleva che si domandasse la consegnazione quale deposito, in mano dei Franzesi, della cittadella di Torino. Voleva inoltre che il re licenziasse i suoi ministri, che si negoziasse per lo scambio di Carrosio e pei compensi dovuti alla repubblica Ligure. Quanto alla cittadella, domandassela Ginguenè, e se la domanda gli ripugnasse, domanderebbela egli.Non abborrì l'animo di Ginguenè da sì insolente proposta, benchè se ne potesse esimere, tanto più che gli era pervenuto comandamento espresso da Parigi di non aggravar le condizioni e di stipularle tali quali il governo glie le aveva mandate. Insistè adunque con apposita scrittura appresso il ministro Priocca, notificando che Brune si era risoluto a non accettar le condizioni; e aggiungendo di proprio capo molte esagerazioni sulle cose correnti, conchiudeva che in tale condizione di tempi, e per sicurezza sì del presente che dell'avvenire una sicurtà era necessaria,e quest'era la cittadella di Torino; che questo gran preliminare desiderava la Francia dal Piemonte, utile per ogni lato, dannoso per nissuno; che questa fede del Piemonte appianerebbe la strada a buona concordia: che i democrati armati deporrebbero le armi, vedendo l'indulto guarentito da tale atto; poserebbero la Cisalpina e la Ligure repubblica, e sarebbe la quiete dello Stato stabilmente confermato.Persistettero Ginguenè e Brune nel volere la cittadella, sebbene il ministro Taleyrand scrivesse di nuovo all'ambasciatore che le condizioni non si dovevano aggravare, che la sana politica, la sicurezza, la gloria e gl'interessi del popolo franzese, stante la disposizione d'animo dei potentati d'Europa verso la repubblica, ciò richiedevano dalla Francia; che per questa cagione e per avere Sottin trasgredito questi ordini l'aveva il direttorio richiamato da Genova e soppresso la carica d'ambasciatore presso la repubblica Ligure. In fatti era stato Sottin richiamato per essersi mostrato troppo acceso nello spingere i Liguri alla guerra contro il re di Sardegna. Alla quale deliberazione del direttorio aveva non poco contribuito con le sue istanze e diligenza il conte Balbo a Parigi.A così strana domanda si commosse il governo piemontese, e, già certo del suo destino, elesse di favellare onoratamente, giacchè combattere felicemente non poteva contro una forza tanto soprabbondante. Mandò primieramente il marchese Colli a Milano affinchè facesse opera con Brune che rivocasse la superba domanda. Poscia Priocca scriveva all'ambasciator di Francia parole che potrebbero servir di esempio ai governi ridotti agli estremi casi da chi fa suo dritto la forza.Brune che fomentava le sollevazioni contro il re per ridurlo agli estremi spaventi perchè rimettesse in sua mano la cittadella di Torino, non voleva a modo niuno udire che ella non gli si consegnasse: ed ora spaventando con minaccie dinuove ribellioni, ed ora allettando con isperanze di quiete, se si acconsentisse alla sua domanda, perseverava tenacissimamente nel suo proposito. Invano rappresentavano instantemente in contrario i ministri che in un caso tanto grave ed in cui il generale non aveva avuto da Parigi comandamento alcuno, si rimetterebbero volentieri in arbitrio del direttorio. Si risolvettero finalmente a consentire, in ciò mostrando una debolezza inescusabile a quella condizione che toglieva al re le ultime reliquie della sua dignità e della sua independenza.Stipulavasi il dì 28 giugno a Milano fra Brune da una parte ed il marchese di San Marsano dall'altra un accordo, i principali capitoli del quale erano i seguenti: che i Franzesi occupassero il 3 di luglio la cittadella di Torino; che il presidio franzese di lei non potesse mai passare armato per la città; che il parroco si rispettasse, e liberamente e quietamente potesse esercitare il suo ufficio, nè fosse lecito ad alcuno insultare o cambiare quanto si appartenesse alla religione; che il governo franzese si obbligasse a cooperare alla quiete interna del Piemonte, nè direttamente, nè indirettamente desse soccorso o protezione a coloro che volessero turbare il governo del re; che Brune con atto pubblico ordinasse e procurasse con ogni mezzo che in suo potere fosse, che le cose quietassero sulle frontiere del Piemonte; che in fine usasse il generale tutta l'autorità e tutti i mezzi suoi, perchè ogni ostilità da parte della repubblica Ligure cessasse, la Cisalpina da ogni aggressione si astenesse; e la buona vicinanza e l'antico assetto di cose si ristaurassero. Per tutto questo si obbligava il re a perdonare agli amici di Francia sollevati, a consentire che ritornassero a vivere sotto le sue leggi; se a ciò non si risolvessero, potessero godere i loro beni, o disporne a loro talento; che farebbero finalmente ogni opera, perchè il viaggiar per le strade del Piemonte fosse a tutti libero e sicuro.Per condurre, ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti d'indulto a favore dei sollevati, Brune da Milano il dì 6 luglio pubblicava altre cose, al fine delle quali esortava ed ammoniva tutti gli amici dei Franzesi, che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle minacce e dalle persecuzioni della parte contraria, avevano prese le armi per difendere la vita e l'onore, deponessero queste armi e tornassero alle sedi loro, dove troverebbero sicura e quieta vita. Circa quelli poi, minacciava, che tenute in niun conto queste solenni ed amichevoli esortazioni, si adunassero a far corpi armati, non dipendenti dagli ordini dell'esercito franzese o dalle truppe dei governi d'Italia, gli chiamerebbe nemici della Francia, partigiani dell'Inghilterra, autori di sedizioni e come gente di tal fatta li perseguiterebbe.A dì 3 di luglio entravano i Franzesi condotti da Kister nella cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento di Monferrato che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose donne ed i galanti giovani concorrevano volentieri, essendo il tempo bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così, contro la data fede e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo e l'incaricato di affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani loro per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo Emmanuele non più re di Sardegna, ma servo di Francia e l'ambasciator franzese vero e reale sovrano del Piemonte.Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava nel tempo stesso, per mezzo di Ginguenè, al re sotto pena di guerra, cessasse dall'armi.Si uniformava Carlo Emmanuele allo intento, non senza però lamentarsi e protestare con forti e generose parole contro quella insolente imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini; solo i regi fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano ed altri paesi perduti nella contesa precedente; le quali sarebbero troppo minuta e fastidiosa narrazione.Ma è ben d'uopo raccontare un fatto orribile in sè, orribile per le cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi nemici del nome reale tornati a stanziare ed a far massa a Carrosio da poi che il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le sue genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso da quelli stessi che più intimamente assistevano ai consigli segreti di Brune, dell'accordo che si trattava tra Francia e Sardegna per la rimessa della cittadella e per la quiete del Piemonte. Nè parendo loro che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo ogni speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere obbligati a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il divieto col fare un moto, il quale confidavano avesse ad allargare se non tutto almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento di questa macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero improvvisamente verso Alessandria, gli ufficiali del generale Menard, che comandava a tutte le truppe franzesi in Piemonte avevano loro dato speranza che le truppe repubblicane di Francia che stanziavano in quella città si accosterebbero loro ad impresa comune contro il re. Non dubitavano che un moto di tanta importanza, accresciuto dalla fama della congiunzione delle armi di Francia, non voltasse sossopra tutte lo provincie che bevono le acque del Tanaro; il che, giunto all'occupazione della cittadella di Torino, persuadeva ai novatori che anche le provincie del Po si leverebbero a cose nuove: una compiutavittoria aspettavano in tutto il Piemonte. Era stato l'indulto pubblicato in Torino il lunedì, secondo giorno di luglio, ed il giorno seguente erano i Franzesi entrati nella cittadella.La mattina del 5 molto per tempo uscirono i sollevati, ed in numero di circa mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Franzesi che presidiavano la piazza facessero alcun motivo per impedirli, marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta, alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto pericolosa, se Solaro, governatore di Alessandria, non avesse avuto avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il quale, per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa, Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti e cento cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati di Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto; imperciocchè uscendo i regi all'impensata dall'agguato, e con repentino romore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, li ruppero facilmente, togliendo loro due cannoni e bestie da soma cariche di non poche munizioni. I soldati regi, salvo nel primo impeto della battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi; ma si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di natura ed avversa al nome franzese ed a coloro che l'amavano. Costoro, crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali ed ai soldati regi che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbariesi ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti chi qua chi là per le selve, pei vigneti e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia che battaglia, e piuttosto carnificina che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto se non di opinioni false ed esagerate in materia di libertà.Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far rivoltare gli Stati del re. Allegossi avere lui indugiato a bella posta sino al 6 del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi dell'averli traditi col rivelare al governo regio ciò che macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco in quei tempi, se si considera la natura di Menard. Certo è bene che gli ufficiali che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard spendevano presso i sollevati il nome loro per far credere che questi due generali secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è certo che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio dell'avere, dopo consentito per forza all'indulto, in tale modo ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo piacere il sangue a copia, ed affermossi che il governator d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della qual cosa gli autori di sì perversa opinione pigliavano indizio da questo, che l'indulto pubblicato ai 2 in Torino, non fu pubblicato se non ai 6 in Alessandria, quando già eranoseguite le uccisioni. Scrissene molto risentitamente Ginguenè a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che se in questa faccenda vi era perfidia, certamente non era dalla parte del re; parole terribili e pregne di cose molto sinistre.L'occupazione della cittadella di Torino per parte delle genti repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati, esser cagione di concordia fra le due parti e di sicurtà pel Piemonte, partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette ch'ella non facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Franzesi ed i Piemontesi nel grembo stesso della real Torino. Soleano i Franzesi sul battere della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenere nè anco da quelle che tutto il mondo conosceva essere state composte in ischerno e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione. Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci o motti ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale Collin, il quale, siccome quello che faceva professione di repubblicano vivo, e teneva pratiche coi novatori che ad ogni ora lo infiammavano, si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva che ogni sera accorrevano da tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per scioperio, i novatori per disegno e si faceva calca presso alle mura della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo, ma essi, udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima rabbiasi concitavano ed a mala pena potevano frenar sè stessi che non venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano l'ire soldatesche, ed un nembo funestissimo era vicino a scoppiare sul Piemonte.L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti: appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il 16 settembre, o che fosse sola imprudenza giovanile o disegno espresso, come si credè con maggiore probabilità, dei novatori, massimamente di quei più arditi che dipendevano dal fomite cisalpino, si venne ad un fatto mostruoso che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò che di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meridiane una vergognosa e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta di tre carrozze, nelle quale si trovavano femmine vivandiere travestite alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali mascherati ancor essi alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi parrucche, con borse nere a capelli, con lunghe spade, con else d'acciaio, pure nere, e con piccioli cappelli sotto il braccio, tutto alla foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente, precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro usseri franzesi, comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il vicegerente ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli usseri, crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza romore, i circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno. Posta in tal guisaogni cosa a romore con uno scherno tanto indecente della corte e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne, affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della mascherata: al tempo medesimo gli usseri menavano piattonate forti a tutti che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla cittadella suonava e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in Torino o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua regia sede; il che come disegno gli fu poscia imputato dai repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i soldati piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare, accorrevano a furore; alcuni soldati franzesi restarono uccisi. Lo spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I Franzesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano armati e pronti a far battaglia contro i regi. Una estrema ruina sovrastava, presente il re, alla reale Torino.In questo punto il generale Menard, che non per ufficio, ma per accidente si trovava in Torino, veduto che se più si procedesse, vi andava la salute dei Franzesi, la salute dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin che non si movesse, e con le sue esortazioni, con le sue minaccie, con l'autorità del suo grado tanto operava, che fece fermare e tornare in cittadella i repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoniconcitatori, e frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe stato funestissimo. Il governatore non tralasciò uffizio, perchè il furore improvviso dei soldati piemontesi si raffrenasse, e diede ordine perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale del Piemonte dalla generosità di Menard e dalla moderazione di Thaon di Sant'Andrea.L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso dell'accidente, e pregato dal ministro Priocca, della sicurtà di lui e di tutta la sua famiglia promettendo, tornava la sera del medesimo giorno. Da quell'uomo diritto e dabbene ch'egli era, quando non isviato dai soldati fanatici, si dimostrò molto sdegnato contro Collin, condannando con forti parole la sua condotta e la schifosa mascherata. Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella e surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo piemontese. Queste cose faceva Ginguenè sano; ma aggirato di nuovo dai novatori, tornò nel suo male, ed ingannandosi novellamente, incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti i Franzesi il giorno stesso che si era fatta la mascherata; e, troppo facilmente condiscendendo ai desiderii di Brune, di nuovo tormentava Priocca: addomandava con insolente istanza che il re licenziasse tutti i suoi ministri e nuovi ne creasse in luogo loro; intorno a che molti furono i contrasti, i quali finalmente però terminarono con la dichiarazione che il re non voleva fare cambiamenti, poichè non li poteva fare con giustizia.Dalle precedenti narrazioni si raccoglie che le cose tra l'ambasciatore di Francia ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava Ginguenè presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da un'altra parte il conte presso aldirettorio medesimo continuamente instava acciocchè chiamasse Ginguenè. Questi chiamava Balbo spargitor d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo e pericoloso di tutta la lega europea contro la Francia. Balbo chiamava Ginguenè uomo buono e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle follie ed alle calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna intemperante e di natura tale che non lasciasse pur respirare un momento quel governo che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo mentre le novelle della mascherata e della domanda fatta da Ginguenè della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente e con molta istanza Balbo de' due accidenti, come già si era prevalso della domanda della cittadella. Per la qual cosa, giuntovi eziandio che Taleyrand sapeva che la nuova confederazione contro la Francia si preparava, ma non era ancora matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali, prevalse l'ambasciator piemontese. Fu Ginguenè per decreto del direttorio del 24 settembre richiamato dalla sua carica di ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza lettere che letterato, amatore dei letterati e di natura dolcissima, ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria in tempi tanto tempestosi.Gli altri fatti si apprestavano all'Italia. Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era l'ambasciatore Balbo accarezzato da tutti i ministri e massimamente da Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert, surrogato a Brune, in Italia, con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoia e di far rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo che i tempi stringevano, non frappose indugio a mandar ad effetto ciò che gli era stato commesso. Ma prima di venire ad una deliberazione del tutto ostile, mandavaa Torino l'aiutante generale Munier con ordine di richiedere il re che desse incontanente i dieci mila soldati, a' quali era obbligato per trattato d'alleanza, e li mandasse a congiungersi coi Franzesi, ed, oltre a ciò, che rimettesse in mano di lui l'arsenale di Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella città stessa e vicino alla cittadella.Rispose che darebbe incontanente i dieci mila soldati: mandò il giorno stesso della richiesta gli ordini perchè si adunassero; spedì un ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo del marciare dell'esercito piemontese verso il franzese, e del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo apposta affinchè questo emergente si accordasse col direttorio.Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei repubblicani. Perlochè il generalissimo vi mandava a governarla il dì 27 novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, ch'era stimato od aborrente per natura da sì gravi ingiurie o non alieno dal favorire gl'interessi del re. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per sè stesso senza che si venisse all'esperimento dell'armi. Ma dubitando che l'apparato della forza non bastasse a muover l'animo di Carlo Emmanuele, si usò anche la astuzia. Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese e di quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e dei ministri, e soprattutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono gli agenti del direttorio sapendo quanto Carlo Emmanuele fosse dedito alla religione,dal tentar mezzi insoliti di sedizione con volersi insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla rinunzia. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano che il re per l'atto stesso della sua rinunzia ordinasse ai Piemontesi ed a' suoi soldati che non si muovessero ed obbedissero al governo temporaneo che sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul primo giungere si era tenuto nascosto, a procurarsi segrete intelligenze con uomini d'importanza; ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine del confessore. Moltiplicavansi intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva; chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano e chiamavano a rovina e la reggia e i popoli e il Piemonte. Già i repubblicani ordinati da Jubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice de' suoi tetti e de' suoi penetrali stessi, ed al quale altro fondamento non restava consolativo ma insufficiente, che la fede dei soldati e la devozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì 5 dicembre queste parole.«La corte di Torino ha colmo la misura ed ha mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commesso; sangue di repubblicani piemontesi fu versato in copia da questa corte perfida: sperava il governo franzese, amatore della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con istringere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati. Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di portar pace e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito repubblicanocorre ad occupare i dominii piemontesi.»Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Desoles, raunatisi con le schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso ed a Buffalora, passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regi, facendone prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava ad Asti, donde, spingendosi più avanti, andò a piantare gli alloggiamenti sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciatori di Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella, il che tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di proietti poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sotto sopra e d'incendiar Torino se l'esercito francese fosse obbligato di rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportasse di nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni d'ogni genere, procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo. Era di non poca importanza pei repubblicani che in loro potere recassero Chivasso terra munita di un forte presidio e per cui Victor doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine e per obbedire al generalissimo mandava Grouchy segretamente una colonna di buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso ed aiutati dai soldati di nuova leva, che qui per accidente alloggiavano, l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto e per ogni parte lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di luigli estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse dichiarata.Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governator di Torino assicurandolo che quanto si faceva solo si faceva per modo di cautela e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà o francese o piemontese che si fosse, incendierebbero la città e farebbero che di lei pietra sopra pietra non rimanesse. Il governo pubblicava un manifesto con cui esortava gli abitatori a restarsene quieti, chiamava i Franzesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno nissuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese ed assaltate all'impensato erano state disarmate e poste in condizione di prigioniere. Vide allora il re che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio della sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il 7 decembre le sue ultime parole; ma anche le sue generose, le giuste sue difese gli vennero poco dopo interdette ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava dalle ragioni altrui.Intanto perchè si venisse a conclusione si moltiplicavano le arti e gli spaventi; si parlava che a nissun'altra condizione sarebbero i Franzesi contenti che all'abdicazione. Cedesse al fato, nè v'era modo da ostare, giacchè Carlo Emmanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato e stipulato il dì 9 di dicembre in Torino, per parte della repubblica dal generaleClauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo obbligandolo a ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno 7, ed a mandar Priocca in mano loro alla cittadella, come sigurtà di non resistenza e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si vede sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emmanuele quello di Vittorio Emmanuele con queste parole:Io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato.Fu in buon punto pel re e per tutta la sua famiglia, che Grouchy e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Da che ne seguitò che avevano già fatta la rinunzia e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta come ostaggio per la osservanza dei patti e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.Accordossi nell'atto dell'abdicazione che il re rinunziava alla sua potestà, e comandavaai Piemontesi che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia; comandava altresì a' suoi soldati che come parte dell'esercito franzese si sottomettessero al generale medesimo; disdiceva il manifesto del giorno 7 e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella: che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare e ricuperassero tutti i diritti loro; potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna; finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti e scorta mezza franzese e mezza piemontese; se il principe di Carignano eleggesse di rimanersi in Piemonte o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi e con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivii e le casse dell'erario; non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche di Francia.Creava Joubert un governo che per modo di provvisione ed insino a tanto che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Bandisone, Rossi, Sartoris; per un secondo, Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme, nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro; sì che in breve non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero pressoi compatriotti loro la confidenza, presso i forastieri l'amicizia.Grouchy, conseguita una tanta mutazione sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Franzese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso che per volontà deliberata. Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani; Priocca, esempio d'animo forte, di mente sana, di sincerità singolare e d'una fede inalterabile; uno degli uomini dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare.Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte, fra le 9 e le 10 della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta che dà nel giardino e quivi in carrozza montati, per l'altra porta ch'è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza che mai non si potrà abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie e settecento mila lire in doppie d'oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo franzesi, altrettanti piemontesi; gli accompagnavano fino a Livorno di Piemonte. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal granduca come si conveniva al grado, alla parentela ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emmanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.Così ruinò la casa reale di Savoia. Nè sapremmo se si abbia a raccontarel'intimazione di guerra fatta il dì 12 dicembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte.Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del 1799, arrivava il 3 di marzo, in cospetto di Cagliari. Quivi, vistosi in potestà propria, volle fare manifesto a ciascuno e pubblicò solennemente, come altamente ed in cospetto di tutta Europa ei protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorii di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe di Emmanuele Filiberto.Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei repubblicani, le sorti della parte meridionale d'Italia, tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva il generale Mack trovato nello Stato romano quel seguito, che si era concetto con la speranza, poichè l'essersi ritirati, ma interi, non rotti, i Franzesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano timore, che ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero scoperti contro di loro. Il terrore poi concetto per le infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo d'ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli desiderosi di prorompere. Si aggiungeva che sebbene i Romani odiassero i Franzesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Tutte queste cose non erano nascoste a Mach, e però argomentando che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui sivenisse al sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andare all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta e continuamente si ingrossava.Avendo adunque avuto avviso che con felice navigazione era Naselli sbarcato a Livorno e Ruggero di Damas ad Orbitello, si muoveva a tentare la fortuna delle battaglie, eleggendo di far impeto contro l'ala destra dell'esercito franzese che, governata dal generale Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi, Cività castellana e Monterosi.Marciava Mack, divisi i suoi in cinque schiere, il dì 5 dicembre, da Baccano contro i repubblicani, mentre al tempo stesso ordinava un moto verso Civitaducale per tener in rispetto i Franzesi da quella banda. Prevaleva di gran lunga di numero, conducendo quaranta mila soldati contro un nemico, che se arrivava agli otto mila, non li passava, poichè in questo numero consisteva l'ala destra dei repubblicani. Sboccava la prima schiera Napolitana verso Nepi, la seconda, insistendo sull'antica via romana, verso Rignano, la terza verso Santa Maria di Falori, schiere destinate tutte a combattere sulla destra sponda del Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi di Vignanello per guadagnare la terra d'Osta, e quivi varcare il fiume. Finalmente per fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la quinta schiera dei regi marciava contro a Magliano, e già aveva traversato il Tevere al passo di Ponzano.I Franzesi, sentita prestamente la venuta del nemico, non si fermarono ad aspettarlo, ma siccome quelli che stimavano sè stessi da quegli uomini valorosi che erano e tenendo in poco conto le genti napolitane, uscirono incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della vittoria, perchè oltre il provato valoredei soldati, sapevano che gli assalti dei Franzesi, per la natura pronta dalla nazione, sono sempre più fortunati che le difese.Non fu l'esito diverso dalle speranze. Kellerman, figliuolo del vecchio generale di questo nome, contuttochè sulle prime trovasse un duro incontro, ruppe la prima napolitana schiera, cacciolla infino a Monterosi, e quivi rompendola di nuovo, tagliava a pezzi i valorosi, disperdeva i codardi. Non procedettero con maggior riputazione le cose dei Napolitani dalle altre parti: il colonnello Lahure ruppe la schiera di Rugnano, sebbene sulle prime avesse perduto del campo; perchè Macdonald con pronti aiuti soccorrendolo, lo ebbe tostamente abilitato alla vittoria. S'incontrava la schiera che giva all'assalto di Santa Maria di Falori, in una squadra polacca capitanata dal generale Kniazewitz e che aveva con sè una legione romana, che aveva alzate le bandiere della repubblica. Polacchi e Romani valorosissimamente combatterono: i Napolitani andarono in volta, non senza grave perdita d'uomini, d'armi e di bagaglie. Il generale Maurizio Mathieu affrontava, così avendo ordinato Macdonald, la quarta schiera, la quale cedendo si ricoverava nella terra di Vignanello forte per sito e cinta di buone mura. Si difendevano i Napolitani virilmente, sapendo che questa fazione era di grandissima importanza; erano anche aiutati dai terrazzani, nemicissimi del nome franzese. Ma Mathieu tanto fece con le armi e con le minaccie, che sforzava i Napolitani a lasciar la terra libera al vincitore. Entraronvi i Franzesi trionfando, non senza qualche licenza, come di gente vincitrice ed irritata. Acquistato Vignanello, correva Mathieu ad assicurare il ponte di Borghetto.Restava la quinta schiera che camminava verso Magliano; ma udite le infelici novelle delle compagne, se ne tornava, senza aver combattuto, per Ponzano, al principale alloggiamento dell'esercito regio.Così pel valore delle sue genti e per l'arte egregia con la quale le mosse, venne fatto a Macdonald di variare lo stato della guerra e di riuscir vincitore da un assalto molto pericoloso.Ma, non ostante le battaglie combattute infelicemente dal generale napolitano sulla destra riva del Tevere, la guerra non era ancora vinta; perchè da una parte il conte Ruggiero di Damas venendo da Orbitello si avvicinava, dall'altro rimanevano ancora sulla sponda sinistra del fiume ai Napolitani genti superiori per numero ai loro nemici. Per la qual cosa Mack, non disperando ancora delle sorti, si accingeva a fare un nuovo sforzo sulla sponda medesima, il cui fine era di rompere la schiera di mezzo di Championnet; il che avrebbe disgiunto le due ali franzesi. Ebbe il generale franzese sicuro e pronto avviso dell'intento del suo avversario. Laonde per resistere a quel nuovo impeto e non si commettere se non con vantaggio alla fortuna, ristringeva i suoi ed affortificava con nuove genti i luoghi di Contigliano e di Magliano. Poi fe' ritirare Macdonald da Civitacastellana, solo lasciato un presidio nel forte di Borghetto affinchè quivi validamente difendesse il passo del fiume. Finalmente chiamava il generale Lemoine, che oltre l'Apennino sotto il freno di Duhesme combatteva contro il cavaliere Micheroux, generale del re, ad occupare Civitaducale e Rieti, la prima città del regno, la seconda, dello Stato romano.Le cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani; conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati scacciati da Magliano, che già avevano conquistato, una loro schiera di gran polso, sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Franzesi, impadronita di Otricoli, e già faceva correre da' suoi cavalleggieri la strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Franzesi. Ma non perdutisi punto d'animo si risolvevano al combattere, e provarono tostamente che nellebattaglie più può l'ardire che la prudenza; poichè Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i Napolitani in Otricoli, e, quantunque valorosamente si difendessero, li vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di otto cannoni e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di singolar valore i Polacchi e fu ferito in una gamba un Santacroce, principe romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi Moesk colle reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si poteva sostenere e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu, già vincitore di tanti fatti per valore di questa napolitana guerra mandato da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per perizia, occupate le eminenze che stanno a sopraccapo alla terra e minacciato aspramente Moesk se non si arrendesse, il costringeva, aiutato anche dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel frangente, alla dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le speranze cui Mack aveva concetto di poter durare nello Stato romano, e lo fece accorgere che niun altro scampo gli restava che quello di ritirarsi con presti passi nel regno. Già il re, udite le sinistre novelle ed abbandonata Roma, si era avviato prima a Caserta, poscia a Napoli; Mack, raccolti più prestamente che potè tutti i suoi, andava a Capua, in cui sperava di difender Napoli, giacchè non aveva potuto difendere Roma nè a Calvi nè a Cantalupo. Entravano i Franzesi vittoriosi in Roma, donde diciassette giorni prima erano partiti non vinti. Tornaronvi i consoli ad occupare le perdute sedi.Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella resistenza che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra. Rifulse in sì estremo accidente la virtù del conte; poichè, non isgomentatosi punto, se ne continuava a marciare con settemila soldati da Baccano verso Roma. Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo aiutante Bonami a sapere che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte che voleva passare, o per amore o per forza, per ritornare nel regno; ed ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che Bonami non aveva dato tempo per altro motivo che per far accorrere nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo, incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani, ma difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare virilmente. Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellermann da Borghetto. Incontratisi repubblicani e regi a Toscanella, si travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, con tuttocchè fosse ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si difendevano anch'essi con molta costanza; nè si spiccarono dalla battaglia se non quando per l'arrivo delle cavallerie di Kellermann, era divenuta disuguale. Intanto non aveva omesso il conte mentre col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi vieppiù coll'antiguardo e col grosso della schiera ad Orbitello. Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte tostamente, vi s'imbarcarono sulle navi napolitane che quivi le attendevano. Restava che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente seguitato dai Franzesi; ma non così tosto il conte col retroguardo medesimo vi entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di volersi difendere. Si appicava intanto una pratica tra di lui e Kellermann, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte d'imbarcarsi con tutte le sue genti solo lasciando in mano ai Franzesi le artiglierie. Viterbo vinta ed occupata dal vincitore, pagò lepene d'aver anteposto lo Stato antico e dispotico allo Stato nuovo e tirannico. Ciò nonostante non vi furono più vendette esorbitanti, ed il giovane Kellermann vi si portò più moderatamente che i tempi non comportassero.Riconquistata Roma ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad assicurarsi ed ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno, tuttavia considerato il lor valore il terrore dei vincitori e la forza delle opinioni favorevoli, che da lungo tempo e largamente vi si erano sparse e che ora più potentemente operavano per la vicinanza dei Franzesi e per la sconfitta dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era necessario di debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la fortezza della città, per la profondità delle acque del Volturno e per avervi Mack adunato tutte le genti ancora forti se non per valore, almeno per numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini doveva varcare il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Coprano, e al tempo stesso dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso del disegno, perchè Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli, arrivavano alla designata oppugnazione sulle sponde del Volturno.Precipitavano a gran rovina le cose del regno non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti come speculatore ed apritor di strade quell'arrischiatocondottiere Rusca, sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli assalti improvvisi delle popolazioni mosse a rumore ed armate d'ogni sorta d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Tuttavia a poco a poco prevaleva il valore regolato. Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in abbondanza; poi si conduceva a Sulmona, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di Duhesme era Pescara, città che con la sua fortezza situata in luogo eminente dominava tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva il mare per la quale possono passare le artiglierie. Due mila soldati la presidiavano, ma non fecero miglior pruova dei difensori di Gaeta; perchè come prima i soldati della repubblica si mostravano sulle alture che stanno a sopraccapo al ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianelle ed a Cività di Penna, il comandante pensò alla dedizione dando in mano dai Franzesi quel luogo tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del regno. Vi trovavano i vincitori armi e munizioni in copia. Acquistata Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi, per la strada di Popoli, con Lemoine a Sulmona, donde, varcato il sommo giogo dell'Apennino, condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua. Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora cominciavano a precipitare a manifesta rovina.Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre la sconfitta dei regi, aveva udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva occupato Lucca e si apparecchiava ad andarlo e combattere, imbarcate le genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.Non erano senza fortezza i nuovi allogiamenti di Mack. Posto il campo col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a difendere ilpasso del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un presidio di dieci mila soldati. Tra per questi e le genti del campo, aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Franzesi, e se avesse avuto e migliori soldati o più fedeli capitani o minore capriccio in una certa squisitezza d'arte che gli faceva sempre moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò che Capua si poteva difendere e si perdè, non per forza, ma per accordo.Ma già i casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello che in breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila, di Pescara e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo dei nemico al cuore stesso del regno, i soldati o dispersi o fuggitivi, che per escusazione propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria delle vittorie dei Franzesi in Italia e il terrore delle armi loro rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento di animo in chi sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i consiglieri di Ferdinando sul partito che fosse a prendersi, alcuni propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse a tostamente ritirarsi oltre il Faro. Intanto il volgo, fattesi alcune istigazioni, anche da parte del governo, si armava da sè: la città fra il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro e, come si usa in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversarii o veri o supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziavanel porto di Napoli, restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re, gridando orrendamente i feroci uccisori e l'invasata moltitudine che gli accompagnava:Muoiano i traditori, viva la santa fede, viva il re. Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fatta uccisione del corriero aveva persuaso a Ferdinando, che tralasciando anche la forza franzese che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con dignità. S'aggiunse che Mack non confidando di poter far guerra con quei soldati, che peraltro quanto potessero valere avea dimostrato l'esempio del conte Ruggiero, consigliava un accordo.

Dalle parole passavano ai fatti e con infinita insolenza procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci. Fatti poscia più audaci dal numero loro che ogni giorno andava crescendo, marciarono armata mano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente ed assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornavano con la peggio. Parecchi altri assalti diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero ed ora avverso.Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.

Si moltiplicava continuamente il dispiacere che riceveva il re dalle sommosse democratiche; infatti il prenunzio di romori di verso la Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non senza intesa del governo cisalpino e del generale Brune, in Pallanza, sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano come capi principali questo moto Seras, originario del Piemonte, ma ai soldi di Francia ed aiutante di Brune, ed un Lèotaud franzese, con un Lions franzese ancor esso, aiutante di Lèotaud. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati; s'impadronirono della fortezza di Domodossola; vi trovarono alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro, e se li menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle valli Valdesi, e già aveva occupato Robbio ed il Villard, ed accennava a Pinerolo.

Trovavasi il governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che il cuore stesso del Piemonte, che tuttavia perseverava sano, avesse a fare qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva se non lontano ed inabile ad aiutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina, fomentando i moti. Pure intendeva all'onore se alla salute più non poteva, e faceva elezione, giacchè si vedeva giunto alfine, di perire piuttosto per forza altrui che per viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a sì rovinosi accidenti un editto, in cui, mostrando fermezza d'animo uguale al pericolo, diè a vedere che maggior virtù risplende in chi serba costanza a difender sè stesso nelle avversità, che in chi assalta altrui con impeto nelle prosperità.

Non ignorava però il re che la rabbiae la ostinazione delle opinioni politiche non lasciano luogo alle persuasioni. Laonde, facendo maggior fondamento sulle armi che sulle parole, aveva mandato sul lago Maggiore parecchi reggimenti di buona e fedele gente, affinchè combattessero i novatori dell'alto Novarese, e, ritogliendo dalle loro mani Domodossola, la restituissero al dominio consueto. Medesimamente mandava truppe sufficienti contro gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo si empiva di soldati per frenare e spegnere l'incendio sorto nelle valli dei Valdesi.

Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo in cui la repubblica di Francia sentirebbe queste piemontesi sommosse; perchè s'ella le fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo franzese. Gli estremi lamenti che ei faceva sentire della cadente monarchia piemontese, non erano certo segni di animo doppio e non sincero; che anzi la sincerità era tale, che non solamente induceva persuasione nella mente, ma ancora muoveva vivamente il cuore.

Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma del direttorio; ed al suo dire aggiungeva rimprocci sul modo con cui il governo piemontese reggeva i suoi popoli, favellando degli abusi che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle finanze, del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle imposizioni. Concludeva che i moti di sedizione non portavano con sè alcun pericolo, se niuna radice avessero nella propensione dei popoli; ma che bene era da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori, desiderassero esito felice alla impresa dei sollevati: chè però esortava preoccupassero il passo e prevenissero la rivoluzione col dare spontaneamente al popolo tutto che si prometteva dalla rivoluzione.

In mezzo a tante angustie del governoregio, Ginguenè, come se desiderasse torgli non solo la forze, ma ancora la mente ed il tempo di deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di travagliarlo con importune richieste, muovendolo a ciò fare parte i comandamenti del direttorio, parte i proprii spaventi. Chiedeva perciò ed instantemente ricercava Priocca, operasse che il re cacciasse da' suoi Stati i fuorusciti franzesi, ed ancora proibisse, sotto pena di morte gli stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re se nol facesse, che disperdesse i Barbetti che infestavano le strade ed assassinavano i Franzesi. Schermivasi Priocca con ottime ragioni, ed affermava che il governo regio, per quanto stava in lui, fosse molto vigilante a render sicuri i Franzesi in Piemonte, e quello che diceva anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno che, secondo gli umori o alla prima favola raccontata all'ambasciator di Francia dai democrati che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a domandare anche con termini molto imperativi, la liberazione degl'incolpati. Tra questi è famoso il fatto di un Ricchini, detto per soprannome Contino, che Ginguenè a nome del direttorio richiese solennemente al re, ed il re lo satisfece dell'effetto, dandogli incontanente e senza difficoltà l'uomo accusato d'assassinio di un Franzese.

I terrori di Ginguenè erano anche fomentati dalle esorbitanze dei democrati più ardenti, i quali, veduto che i Franzesi a tutt'altro pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler camminare da sè ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandoli di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, presa occasione d'un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i ministri che si trovavano alle stanze in Torino, si misero a dire le cose più smodate che uomo immaginarsi possa. Nè contenti alle parole mandarono attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguenè. Egli era espressoin questa forma: «Popoli della terra, e voi massimamente patriotti ed amici sinceri della libertà e dell'umanità, ascoltate le mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i diritti degli uomini in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno che a loro voleva opporsi, ella ha rovesciato il suo trono, ella ha disperso tutte le forze dei confederati di Europa, ch'erano accorsi in suo aiuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti perchè ha trovato dappertutto uomini che e conoscerono la giustizia della sua causa, e non esitavano a dichiarirsi per lei contro la tirannide. Si era la Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti i popoli e promettendo di aiutar quelli che com'ella portassero odio ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo ch'ella si è proposto è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra del trionfo dei despoti. Gli agenti che manda presso a loro per compiacere al loro orgoglio e per istringere gli empi nodi della loro amicizia, invece di vestirsi a lutto per la morte degli amici della libertà, celebrano feste scandalose e bevono nelle medesime coppe dei tiranni. Il sangue di coloro che amici della libertà si protestano, scorre a rivi e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarli. Gli splendori del trono li rendono spettatori insensibili dell'orribile ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi che l'oro dei tiranni corrompe! Popoli della terra ascoltate le voci d'un uomo che è spettatore di tante scelleraggini e che ne pruova un dolore orribile.Ardete le dichiarazioni fraudolente dei diritti dell'uomo ch'eglino vi hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce che risplende dal tempio della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro, abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non atterra più troni; essa li difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto fatto alla tirannia: con una mano opprime i popoli ai quali per suo proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni che divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni e ruine.»

Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato e principalmente diretto contro Ginguenè, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto la mente inferma, del cammino a cui si andava con questi amatori della libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse aspettare. Intanto tutta l'ambasceria di Francia ne era mossa a rumore. Ginguenè prese contegno con Cicognara; poi ne scriveva al direttorio, con molta istanza pregandolo operasse efficacemente col direttorio cisalpino affinchè Cigognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in ciò andarvi la salute della Francia.

L'ecatombe mentovata nello scritto fu quella della battaglia combattuta tra Gravellona ed Ornavasso, nella quale prevalendo alla fine i regi prima perdenti, i repubblicani assaliti di fronte e da tergo e soprafatti dal numero soprabbondante degli avversarii che su quel punto si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono in rotta, nè fu più possibile ai capi di rannodarli. Centocinquanta repubblicani perirono nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori. Cento furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo la battaglia, in poter dei regi. I superstiti furono condottinel castello di Casale, dove si fecero loro i processi militarmente; trentadue condannati a morte.

In questo mezzo tempo arrivarono novelle importanti da Parigi. Mancava al cupo ravviluppamento dei tempi che si accagionassero dal governo di Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di essero loro medesimi gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguenè con instanti parole descritto al suo governo i supplizii dei Piemonte. Il direttorio, che poteva veramente intromettersi per umanità, amò meglio mescolarvi le accuse e l'inganno. Scriveva il dì 17 maggio Taleyrand a Ginguenè, che i moti d'Italia, quelli soprattutto ch'erano sorti in Piemonte, mostrandosi con sembianza minacciosa e molto pericolosa, era venuto il direttorio in una risoluzione definitiva; che sapeva il direttorio di certa scienza che si era ordita una congiura col fine di far assassinare tutti i Franzesi in Italia; che sapeva ugualmente che moti sediziosi si fomentavano a questo fine in ogni parte, acciocchè i soccorsi di Franzesi essendo addomandati al tempo medesimo in luoghi diversi, le loro forze per la spartizione si indebolissero e fosse per tal modo fatto abilità agli assassini di ucciderli. Sapeva finalmente che non contenti al dare compimento a sì scellerato proposito, volevano ancora imputarlo a coloro che si credevano amici della Francia, affinchè la morte loro si rendesse più sicura. In tanta complicazione, come diceva, di preparati delitti, faceva Taleyrand sapere a Ginguenè che il direttorio aveva risoluto di salvare e l'Italia e i Franzesi e gli amici della repubblica dai mali che loro sovrastavano; gl'intimava pertanto che si appresentasse al governo del re, della orribile cospirazione favellando tanto evidentemente tramata dalle potenze straniere e nemiche della Francia, e dimostrasse volere il governo franzese risolutamente ch'ella e per cagioni e per pretesti intieramente fosse diradicata; volere che prima di tutto offerisse il governo del re indultoleale ed intiero a tutti i sollevati sì veramente che le armi deponessero, ed alle case loro ritornassero; volere che il re adoperasse le sue forze contro i Barbetti che desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti i mezzi per fare che le strade tra Francia e Italia fossero libere e sicure. A queste condizioni, e per allontanare il timore che le repubbliche Cisalpina e Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe il direttorio la sua autorità, perchè si mantenessero in quiete. Ordinerebbe anzi a Brune che apertamente ed espressamente comandasse ai sediziosi che disolvessero le bande loro e si ricomponessero nel riposo. Caso importante ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro di Francia, le anzidette condizioni, perchè tanti giudizii arbitrarii, tanti supplizii crudeli contro uomini raguardevoli per virtù e per dottrina, e che solo parevano essere stati condotti alla ora estrema, perchè erano amatori della repubblica Franzese, non permettevano che si proponesse indugio. Se il governo sardo non accettasse le condizioni offerte, si renderebbe manifesto esser lui, non più vittima, ma complice delle sedizioni, cui fomenterebbe in segreto fingendo di temerle in palese. Del resto badasse bene Ginguenè a non chiamare mai i sediziosi patriotti, ma sì sempre amici della Francia.

Fece Ginguenè molto efficacemente il dì 24 di maggio l'ufficio. Vi aggiunse di per sè parecchie parti. Ma parendo allo ambasciatore che lo sforzare il re a perdonare ai ribelli e di chiamare amici di Francia coloro che macchinavano contro il suo Stato, forse anche contro la sua vita, non bastassero a costituirlo in compiuta servitù, voleva ed instava presso al direttorio che la Francia doveva avere piena ed assoluta autorità in Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva forzare il re a cambiare i suoi ministri ed a richiamare il conte Balbo da Parigi affermando essere lui l'agente di tutta la confederazione d'Europa in quella capitale.

Il governo piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi minaccie, ordinava il dì 25 di maggio, che si sospendessero sino a nuovo ordine i processi non dei condannati, e si soprassedesse alle pene dei Franzesi che si fossero mescolati nelle ribellioni.

Intanto il dì 26 di maggio alle 4 della mattina i fossi di Casale grondavano sangue. Lèotaud, aiutante del generale Fiorella, e Lions aiutante di Lèotaud, ambedue franzesi di nascita, ma non di servizio, con otto altri, parte forastieri, parte Piemontesi, che, per aver combattuto nella battaglia di Ornavasso erano stati condannati a morte, soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo piemontese, per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero veramente a pensare l'ora insolita dei supplizii e la tardità della staffetta apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi nove ore in Torino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo atroce fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le novelle ed accelerato i supplizii affinchè la salute arrivasse quando già morte spaziava. Levò Ginguenè pe' due Franzesi morti gravissime querele, minacciò il governo piemontese, scrisse a Parigi, ch'era oggimai tempo di purgar la Francia dal dire calunnioso che si faceva, ch'ella tollerasse le carnificine dei Franzesi e degli amici loro per forza dell'oro mandato a Parigi al conte Balbo.

Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria d'Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più molesti. Non ignorava il governo piemontese che i moti di Carrosio avevano più alte radici che quelle dei repubblicani piemontesi, perchè Brune e Sattin segretamente e palesemente li fomentavano. Tuttavia, non volendo mancare al debito degli Stati, si era deliberato di mostrar il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo estremo delle armi contro quella sede tanto irrequieta diCarrosio, poichè gli era forza traversare il territorio ligure, aveva rappresentato a quel governo che i suoi nemici non avevano potuto condursi a Carrosio senza passare pel territorio della repubblica; che lo stesso facevano per venir ad invadere il territorio piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di Gavi; che quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica, come neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio i nemici di sua maestà che ne abusavano per offenderla, tanto meno dar loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o dissipargli ella medesima o dare alle genti regie quel passaggio stesso ch'ella dava a' suoi nemici.

Rispose la repubblica che non consentirebbe mai a dare il passo; solo prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e di allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due parti. Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani ad ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio ligure per andar ad assaltare i regi ed intraprendevano le vettovaglie, che per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e svaligiavano i corrieri.

Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto, il mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo Cacherano d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza qualche perizia militare. Avvertiane il governo ligure, avvertiane l'ambasciatore di Francia, avvisando che solo fine della spedizione era di cacciare i sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo dominio, di dar quiete a' suoi Stati.

Sentì sdegnosamente l'ambasciatore questa mossa d'armi, e rescrivendo al ministro Priocca, intimava facesse incontanente, se ancor fosse tempo, fermar legenti che marciavano contro Carrosio, perciocchè non fosse possibile di assaltar quella terra senza violare il territorio ligure, la qual violazione non poteva non portar con sè gravi e pericolosi accidenti.

Il re, stretto da tanti nemici ed oppresso da chi doveva aiutarlo, non si perdeva d'animo, volendo che il suo fine fosse se non felice, almeno generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la ragione avesse che fare nel dominio della forza. I soldati regi, attraversato il territorio ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio e si facevano padroni della terra. Poscia per maggior sicurezza, munirono di guardie tutte le alture circostanti.

A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano si risentirono gravemente; le cose che scrissero sono piuttosto pazze che stravaganti; ma Sottin non si restava alle parole, anzi, accesamente appresso al direttorio ligure instando, operò di modo che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nimico della repubblica e ad intimargli la guerra. Or mentre Sottin spingeva la repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguenè voleva impedire che egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima instanza Priocca a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo degli effetti di questa discordia. Rispondeva il ministro facendo proposizioni che non dispiacevano all'ambasciatore, il quale mandava il suo secretario a Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo piemontese, non aspettate le intenzioni di Brune, volendo o per amare di concordia, o per timore di Francia gratificare all'ambasciatore, aveva operato che le truppe si ritirassero da Carrosio e ritornassero nei dominii piemontesi oltre i confini liguri. Per la ritirata dei regi non cessavano le ostilità; anzi i Liguri, venuti avanti coi novatori piemontesi sotto la condotta del generale Siri, s'impadronirono, dopo violento contrasto della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i Liguri guidati dadue capi valorosi Ruffini e Mariotti, si erano fatti signori di Loano.

Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per fare calare il re a quello che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille spaventi. Già Ginguenè, parlando con Priocca, aveva tentato per ogni modo di spaventarlo. Affermava che in ogni parte appariva segni di una feroce congiura contro i Franzesi in Italia; che già Napoli armava; che già lo imperatore empiva gli Stati veneti di soldati; che in ogni parte il fomentavano sedizioni, che in ogni parte con infiammative predicazioni si stimolavano i popoli contro i Franzesi; che questo fuoco covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica Franzese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato d'affari d'Inghilterra? ch'essi potevano dar denari al re, dei quali che uso egli facesse bensì sapeva; che i fuorusciti franzesi, che le macchinazioni dei preti, che le parzialità dei magistrati, che il parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Franzesi della gente in ufficio, non lasciava luogo a dubitare che qualche gran macchina si ordisse contro la Francia.

A così gravi accuse rispondeva il ministro, non per persuadere l'ambasciator di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole, ma per purgare il suo signore delle note che gli si opponevano; e conchiudeva, che sarebbe stato meglio e più onorevole per la Francia lo spegnere il governo regio, innocente di tutti i carichi che gli si davano non con altro fine che con quello di perderlo, di quello sia il martirizzarlo. Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro degli affari esteri di Francia a Ginguenè che manifestavano uno sdegno grandissimo pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati.

In mezzo a tanti terrori erano Prioccae Ginguenè venuti alle strette per negoziare sulle condizioni dell'indulto, che il direttorio per pacificare il Piemonte voleva che concedesse ai sediziosi. Avrebbe l'ambasciator di Francia desiderato maggiore larghezza. Ma Priocca, che aveva avuto avviso dal Balbo da Parigi di quanto il governo franzese esigesse, non volle mai consentire ad allargarsi, e convenne con Ginguenè nelle seguenti condizioni: che il perdono comprendesse solamente i delitti politici anteriori e non gli estranei alla sedizione; non guardasse nel futuro, e in modo alcuno non impedisse il governo di usare la sua potenza a mantenimento della quiete; che in terzo luogo i perdonati si allontanassero dal Piemonte con aver tempo due anni a vendere i loro beni, ed in nissun modo, nè con pretesto alcuno ripigliassero le armi contro il re.

Brune, al quale Ginguenè aveva annunziato le condizioni dell'indulto, e che evidentemente mirava più oltre che alle servitù del re verso la Francia, non si mostrò contento; che anzi le medesime aggravando, voleva che si domandasse la consegnazione quale deposito, in mano dei Franzesi, della cittadella di Torino. Voleva inoltre che il re licenziasse i suoi ministri, che si negoziasse per lo scambio di Carrosio e pei compensi dovuti alla repubblica Ligure. Quanto alla cittadella, domandassela Ginguenè, e se la domanda gli ripugnasse, domanderebbela egli.

Non abborrì l'animo di Ginguenè da sì insolente proposta, benchè se ne potesse esimere, tanto più che gli era pervenuto comandamento espresso da Parigi di non aggravar le condizioni e di stipularle tali quali il governo glie le aveva mandate. Insistè adunque con apposita scrittura appresso il ministro Priocca, notificando che Brune si era risoluto a non accettar le condizioni; e aggiungendo di proprio capo molte esagerazioni sulle cose correnti, conchiudeva che in tale condizione di tempi, e per sicurezza sì del presente che dell'avvenire una sicurtà era necessaria,e quest'era la cittadella di Torino; che questo gran preliminare desiderava la Francia dal Piemonte, utile per ogni lato, dannoso per nissuno; che questa fede del Piemonte appianerebbe la strada a buona concordia: che i democrati armati deporrebbero le armi, vedendo l'indulto guarentito da tale atto; poserebbero la Cisalpina e la Ligure repubblica, e sarebbe la quiete dello Stato stabilmente confermato.

Persistettero Ginguenè e Brune nel volere la cittadella, sebbene il ministro Taleyrand scrivesse di nuovo all'ambasciatore che le condizioni non si dovevano aggravare, che la sana politica, la sicurezza, la gloria e gl'interessi del popolo franzese, stante la disposizione d'animo dei potentati d'Europa verso la repubblica, ciò richiedevano dalla Francia; che per questa cagione e per avere Sottin trasgredito questi ordini l'aveva il direttorio richiamato da Genova e soppresso la carica d'ambasciatore presso la repubblica Ligure. In fatti era stato Sottin richiamato per essersi mostrato troppo acceso nello spingere i Liguri alla guerra contro il re di Sardegna. Alla quale deliberazione del direttorio aveva non poco contribuito con le sue istanze e diligenza il conte Balbo a Parigi.

A così strana domanda si commosse il governo piemontese, e, già certo del suo destino, elesse di favellare onoratamente, giacchè combattere felicemente non poteva contro una forza tanto soprabbondante. Mandò primieramente il marchese Colli a Milano affinchè facesse opera con Brune che rivocasse la superba domanda. Poscia Priocca scriveva all'ambasciator di Francia parole che potrebbero servir di esempio ai governi ridotti agli estremi casi da chi fa suo dritto la forza.

Brune che fomentava le sollevazioni contro il re per ridurlo agli estremi spaventi perchè rimettesse in sua mano la cittadella di Torino, non voleva a modo niuno udire che ella non gli si consegnasse: ed ora spaventando con minaccie dinuove ribellioni, ed ora allettando con isperanze di quiete, se si acconsentisse alla sua domanda, perseverava tenacissimamente nel suo proposito. Invano rappresentavano instantemente in contrario i ministri che in un caso tanto grave ed in cui il generale non aveva avuto da Parigi comandamento alcuno, si rimetterebbero volentieri in arbitrio del direttorio. Si risolvettero finalmente a consentire, in ciò mostrando una debolezza inescusabile a quella condizione che toglieva al re le ultime reliquie della sua dignità e della sua independenza.

Stipulavasi il dì 28 giugno a Milano fra Brune da una parte ed il marchese di San Marsano dall'altra un accordo, i principali capitoli del quale erano i seguenti: che i Franzesi occupassero il 3 di luglio la cittadella di Torino; che il presidio franzese di lei non potesse mai passare armato per la città; che il parroco si rispettasse, e liberamente e quietamente potesse esercitare il suo ufficio, nè fosse lecito ad alcuno insultare o cambiare quanto si appartenesse alla religione; che il governo franzese si obbligasse a cooperare alla quiete interna del Piemonte, nè direttamente, nè indirettamente desse soccorso o protezione a coloro che volessero turbare il governo del re; che Brune con atto pubblico ordinasse e procurasse con ogni mezzo che in suo potere fosse, che le cose quietassero sulle frontiere del Piemonte; che in fine usasse il generale tutta l'autorità e tutti i mezzi suoi, perchè ogni ostilità da parte della repubblica Ligure cessasse, la Cisalpina da ogni aggressione si astenesse; e la buona vicinanza e l'antico assetto di cose si ristaurassero. Per tutto questo si obbligava il re a perdonare agli amici di Francia sollevati, a consentire che ritornassero a vivere sotto le sue leggi; se a ciò non si risolvessero, potessero godere i loro beni, o disporne a loro talento; che farebbero finalmente ogni opera, perchè il viaggiar per le strade del Piemonte fosse a tutti libero e sicuro.

Per condurre, ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti d'indulto a favore dei sollevati, Brune da Milano il dì 6 luglio pubblicava altre cose, al fine delle quali esortava ed ammoniva tutti gli amici dei Franzesi, che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle minacce e dalle persecuzioni della parte contraria, avevano prese le armi per difendere la vita e l'onore, deponessero queste armi e tornassero alle sedi loro, dove troverebbero sicura e quieta vita. Circa quelli poi, minacciava, che tenute in niun conto queste solenni ed amichevoli esortazioni, si adunassero a far corpi armati, non dipendenti dagli ordini dell'esercito franzese o dalle truppe dei governi d'Italia, gli chiamerebbe nemici della Francia, partigiani dell'Inghilterra, autori di sedizioni e come gente di tal fatta li perseguiterebbe.

A dì 3 di luglio entravano i Franzesi condotti da Kister nella cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento di Monferrato che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose donne ed i galanti giovani concorrevano volentieri, essendo il tempo bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così, contro la data fede e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.

Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo e l'incaricato di affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani loro per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo Emmanuele non più re di Sardegna, ma servo di Francia e l'ambasciator franzese vero e reale sovrano del Piemonte.

Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava nel tempo stesso, per mezzo di Ginguenè, al re sotto pena di guerra, cessasse dall'armi.Si uniformava Carlo Emmanuele allo intento, non senza però lamentarsi e protestare con forti e generose parole contro quella insolente imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini; solo i regi fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano ed altri paesi perduti nella contesa precedente; le quali sarebbero troppo minuta e fastidiosa narrazione.

Ma è ben d'uopo raccontare un fatto orribile in sè, orribile per le cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi nemici del nome reale tornati a stanziare ed a far massa a Carrosio da poi che il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le sue genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso da quelli stessi che più intimamente assistevano ai consigli segreti di Brune, dell'accordo che si trattava tra Francia e Sardegna per la rimessa della cittadella e per la quiete del Piemonte. Nè parendo loro che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo ogni speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere obbligati a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il divieto col fare un moto, il quale confidavano avesse ad allargare se non tutto almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento di questa macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero improvvisamente verso Alessandria, gli ufficiali del generale Menard, che comandava a tutte le truppe franzesi in Piemonte avevano loro dato speranza che le truppe repubblicane di Francia che stanziavano in quella città si accosterebbero loro ad impresa comune contro il re. Non dubitavano che un moto di tanta importanza, accresciuto dalla fama della congiunzione delle armi di Francia, non voltasse sossopra tutte lo provincie che bevono le acque del Tanaro; il che, giunto all'occupazione della cittadella di Torino, persuadeva ai novatori che anche le provincie del Po si leverebbero a cose nuove: una compiutavittoria aspettavano in tutto il Piemonte. Era stato l'indulto pubblicato in Torino il lunedì, secondo giorno di luglio, ed il giorno seguente erano i Franzesi entrati nella cittadella.

La mattina del 5 molto per tempo uscirono i sollevati, ed in numero di circa mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Franzesi che presidiavano la piazza facessero alcun motivo per impedirli, marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta, alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto pericolosa, se Solaro, governatore di Alessandria, non avesse avuto avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il quale, per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa, Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti e cento cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati di Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto; imperciocchè uscendo i regi all'impensata dall'agguato, e con repentino romore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, li ruppero facilmente, togliendo loro due cannoni e bestie da soma cariche di non poche munizioni. I soldati regi, salvo nel primo impeto della battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi; ma si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di natura ed avversa al nome franzese ed a coloro che l'amavano. Costoro, crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali ed ai soldati regi che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbariesi ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti chi qua chi là per le selve, pei vigneti e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia che battaglia, e piuttosto carnificina che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto se non di opinioni false ed esagerate in materia di libertà.

Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far rivoltare gli Stati del re. Allegossi avere lui indugiato a bella posta sino al 6 del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi dell'averli traditi col rivelare al governo regio ciò che macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco in quei tempi, se si considera la natura di Menard. Certo è bene che gli ufficiali che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard spendevano presso i sollevati il nome loro per far credere che questi due generali secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è certo che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio dell'avere, dopo consentito per forza all'indulto, in tale modo ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo piacere il sangue a copia, ed affermossi che il governator d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della qual cosa gli autori di sì perversa opinione pigliavano indizio da questo, che l'indulto pubblicato ai 2 in Torino, non fu pubblicato se non ai 6 in Alessandria, quando già eranoseguite le uccisioni. Scrissene molto risentitamente Ginguenè a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che se in questa faccenda vi era perfidia, certamente non era dalla parte del re; parole terribili e pregne di cose molto sinistre.

L'occupazione della cittadella di Torino per parte delle genti repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati, esser cagione di concordia fra le due parti e di sicurtà pel Piemonte, partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette ch'ella non facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Franzesi ed i Piemontesi nel grembo stesso della real Torino. Soleano i Franzesi sul battere della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenere nè anco da quelle che tutto il mondo conosceva essere state composte in ischerno e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione. Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci o motti ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale Collin, il quale, siccome quello che faceva professione di repubblicano vivo, e teneva pratiche coi novatori che ad ogni ora lo infiammavano, si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva che ogni sera accorrevano da tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per scioperio, i novatori per disegno e si faceva calca presso alle mura della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo, ma essi, udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima rabbiasi concitavano ed a mala pena potevano frenar sè stessi che non venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano l'ire soldatesche, ed un nembo funestissimo era vicino a scoppiare sul Piemonte.

L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti: appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il 16 settembre, o che fosse sola imprudenza giovanile o disegno espresso, come si credè con maggiore probabilità, dei novatori, massimamente di quei più arditi che dipendevano dal fomite cisalpino, si venne ad un fatto mostruoso che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò che di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meridiane una vergognosa e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta di tre carrozze, nelle quale si trovavano femmine vivandiere travestite alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali mascherati ancor essi alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi parrucche, con borse nere a capelli, con lunghe spade, con else d'acciaio, pure nere, e con piccioli cappelli sotto il braccio, tutto alla foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente, precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro usseri franzesi, comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il vicegerente ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli usseri, crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza romore, i circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno. Posta in tal guisaogni cosa a romore con uno scherno tanto indecente della corte e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne, affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della mascherata: al tempo medesimo gli usseri menavano piattonate forti a tutti che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla cittadella suonava e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in Torino o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua regia sede; il che come disegno gli fu poscia imputato dai repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i soldati piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare, accorrevano a furore; alcuni soldati franzesi restarono uccisi. Lo spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I Franzesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano armati e pronti a far battaglia contro i regi. Una estrema ruina sovrastava, presente il re, alla reale Torino.

In questo punto il generale Menard, che non per ufficio, ma per accidente si trovava in Torino, veduto che se più si procedesse, vi andava la salute dei Franzesi, la salute dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin che non si movesse, e con le sue esortazioni, con le sue minaccie, con l'autorità del suo grado tanto operava, che fece fermare e tornare in cittadella i repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoniconcitatori, e frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe stato funestissimo. Il governatore non tralasciò uffizio, perchè il furore improvviso dei soldati piemontesi si raffrenasse, e diede ordine perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale del Piemonte dalla generosità di Menard e dalla moderazione di Thaon di Sant'Andrea.

L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso dell'accidente, e pregato dal ministro Priocca, della sicurtà di lui e di tutta la sua famiglia promettendo, tornava la sera del medesimo giorno. Da quell'uomo diritto e dabbene ch'egli era, quando non isviato dai soldati fanatici, si dimostrò molto sdegnato contro Collin, condannando con forti parole la sua condotta e la schifosa mascherata. Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella e surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo piemontese. Queste cose faceva Ginguenè sano; ma aggirato di nuovo dai novatori, tornò nel suo male, ed ingannandosi novellamente, incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti i Franzesi il giorno stesso che si era fatta la mascherata; e, troppo facilmente condiscendendo ai desiderii di Brune, di nuovo tormentava Priocca: addomandava con insolente istanza che il re licenziasse tutti i suoi ministri e nuovi ne creasse in luogo loro; intorno a che molti furono i contrasti, i quali finalmente però terminarono con la dichiarazione che il re non voleva fare cambiamenti, poichè non li poteva fare con giustizia.

Dalle precedenti narrazioni si raccoglie che le cose tra l'ambasciatore di Francia ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava Ginguenè presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da un'altra parte il conte presso aldirettorio medesimo continuamente instava acciocchè chiamasse Ginguenè. Questi chiamava Balbo spargitor d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo e pericoloso di tutta la lega europea contro la Francia. Balbo chiamava Ginguenè uomo buono e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle follie ed alle calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna intemperante e di natura tale che non lasciasse pur respirare un momento quel governo che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo mentre le novelle della mascherata e della domanda fatta da Ginguenè della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente e con molta istanza Balbo de' due accidenti, come già si era prevalso della domanda della cittadella. Per la qual cosa, giuntovi eziandio che Taleyrand sapeva che la nuova confederazione contro la Francia si preparava, ma non era ancora matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali, prevalse l'ambasciator piemontese. Fu Ginguenè per decreto del direttorio del 24 settembre richiamato dalla sua carica di ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza lettere che letterato, amatore dei letterati e di natura dolcissima, ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria in tempi tanto tempestosi.

Gli altri fatti si apprestavano all'Italia. Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era l'ambasciatore Balbo accarezzato da tutti i ministri e massimamente da Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert, surrogato a Brune, in Italia, con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoia e di far rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo che i tempi stringevano, non frappose indugio a mandar ad effetto ciò che gli era stato commesso. Ma prima di venire ad una deliberazione del tutto ostile, mandavaa Torino l'aiutante generale Munier con ordine di richiedere il re che desse incontanente i dieci mila soldati, a' quali era obbligato per trattato d'alleanza, e li mandasse a congiungersi coi Franzesi, ed, oltre a ciò, che rimettesse in mano di lui l'arsenale di Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella città stessa e vicino alla cittadella.

Rispose che darebbe incontanente i dieci mila soldati: mandò il giorno stesso della richiesta gli ordini perchè si adunassero; spedì un ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo del marciare dell'esercito piemontese verso il franzese, e del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo apposta affinchè questo emergente si accordasse col direttorio.

Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei repubblicani. Perlochè il generalissimo vi mandava a governarla il dì 27 novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, ch'era stimato od aborrente per natura da sì gravi ingiurie o non alieno dal favorire gl'interessi del re. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per sè stesso senza che si venisse all'esperimento dell'armi. Ma dubitando che l'apparato della forza non bastasse a muover l'animo di Carlo Emmanuele, si usò anche la astuzia. Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese e di quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e dei ministri, e soprattutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono gli agenti del direttorio sapendo quanto Carlo Emmanuele fosse dedito alla religione,dal tentar mezzi insoliti di sedizione con volersi insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla rinunzia. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano che il re per l'atto stesso della sua rinunzia ordinasse ai Piemontesi ed a' suoi soldati che non si muovessero ed obbedissero al governo temporaneo che sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul primo giungere si era tenuto nascosto, a procurarsi segrete intelligenze con uomini d'importanza; ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine del confessore. Moltiplicavansi intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva; chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano e chiamavano a rovina e la reggia e i popoli e il Piemonte. Già i repubblicani ordinati da Jubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice de' suoi tetti e de' suoi penetrali stessi, ed al quale altro fondamento non restava consolativo ma insufficiente, che la fede dei soldati e la devozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì 5 dicembre queste parole.

«La corte di Torino ha colmo la misura ed ha mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commesso; sangue di repubblicani piemontesi fu versato in copia da questa corte perfida: sperava il governo franzese, amatore della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con istringere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati. Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di portar pace e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito repubblicanocorre ad occupare i dominii piemontesi.»

Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Desoles, raunatisi con le schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso ed a Buffalora, passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regi, facendone prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava ad Asti, donde, spingendosi più avanti, andò a piantare gli alloggiamenti sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciatori di Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella, il che tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di proietti poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sotto sopra e d'incendiar Torino se l'esercito francese fosse obbligato di rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportasse di nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni d'ogni genere, procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo. Era di non poca importanza pei repubblicani che in loro potere recassero Chivasso terra munita di un forte presidio e per cui Victor doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine e per obbedire al generalissimo mandava Grouchy segretamente una colonna di buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso ed aiutati dai soldati di nuova leva, che qui per accidente alloggiavano, l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto e per ogni parte lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di luigli estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse dichiarata.

Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governator di Torino assicurandolo che quanto si faceva solo si faceva per modo di cautela e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà o francese o piemontese che si fosse, incendierebbero la città e farebbero che di lei pietra sopra pietra non rimanesse. Il governo pubblicava un manifesto con cui esortava gli abitatori a restarsene quieti, chiamava i Franzesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno nissuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese ed assaltate all'impensato erano state disarmate e poste in condizione di prigioniere. Vide allora il re che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio della sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il 7 decembre le sue ultime parole; ma anche le sue generose, le giuste sue difese gli vennero poco dopo interdette ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava dalle ragioni altrui.

Intanto perchè si venisse a conclusione si moltiplicavano le arti e gli spaventi; si parlava che a nissun'altra condizione sarebbero i Franzesi contenti che all'abdicazione. Cedesse al fato, nè v'era modo da ostare, giacchè Carlo Emmanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato e stipulato il dì 9 di dicembre in Torino, per parte della repubblica dal generaleClauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo obbligandolo a ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno 7, ed a mandar Priocca in mano loro alla cittadella, come sigurtà di non resistenza e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si vede sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emmanuele quello di Vittorio Emmanuele con queste parole:Io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato.

Fu in buon punto pel re e per tutta la sua famiglia, che Grouchy e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Da che ne seguitò che avevano già fatta la rinunzia e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta come ostaggio per la osservanza dei patti e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.

Accordossi nell'atto dell'abdicazione che il re rinunziava alla sua potestà, e comandavaai Piemontesi che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia; comandava altresì a' suoi soldati che come parte dell'esercito franzese si sottomettessero al generale medesimo; disdiceva il manifesto del giorno 7 e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella: che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare e ricuperassero tutti i diritti loro; potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna; finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti e scorta mezza franzese e mezza piemontese; se il principe di Carignano eleggesse di rimanersi in Piemonte o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi e con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivii e le casse dell'erario; non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche di Francia.

Creava Joubert un governo che per modo di provvisione ed insino a tanto che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Bandisone, Rossi, Sartoris; per un secondo, Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme, nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro; sì che in breve non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero pressoi compatriotti loro la confidenza, presso i forastieri l'amicizia.

Grouchy, conseguita una tanta mutazione sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Franzese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso che per volontà deliberata. Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani; Priocca, esempio d'animo forte, di mente sana, di sincerità singolare e d'una fede inalterabile; uno degli uomini dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare.

Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte, fra le 9 e le 10 della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta che dà nel giardino e quivi in carrozza montati, per l'altra porta ch'è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza che mai non si potrà abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie e settecento mila lire in doppie d'oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo franzesi, altrettanti piemontesi; gli accompagnavano fino a Livorno di Piemonte. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal granduca come si conveniva al grado, alla parentela ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emmanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.

Così ruinò la casa reale di Savoia. Nè sapremmo se si abbia a raccontarel'intimazione di guerra fatta il dì 12 dicembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte.

Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del 1799, arrivava il 3 di marzo, in cospetto di Cagliari. Quivi, vistosi in potestà propria, volle fare manifesto a ciascuno e pubblicò solennemente, come altamente ed in cospetto di tutta Europa ei protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorii di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe di Emmanuele Filiberto.

Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei repubblicani, le sorti della parte meridionale d'Italia, tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva il generale Mack trovato nello Stato romano quel seguito, che si era concetto con la speranza, poichè l'essersi ritirati, ma interi, non rotti, i Franzesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano timore, che ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero scoperti contro di loro. Il terrore poi concetto per le infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo d'ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli desiderosi di prorompere. Si aggiungeva che sebbene i Romani odiassero i Franzesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Tutte queste cose non erano nascoste a Mach, e però argomentando che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui sivenisse al sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andare all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta e continuamente si ingrossava.

Avendo adunque avuto avviso che con felice navigazione era Naselli sbarcato a Livorno e Ruggero di Damas ad Orbitello, si muoveva a tentare la fortuna delle battaglie, eleggendo di far impeto contro l'ala destra dell'esercito franzese che, governata dal generale Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi, Cività castellana e Monterosi.

Marciava Mack, divisi i suoi in cinque schiere, il dì 5 dicembre, da Baccano contro i repubblicani, mentre al tempo stesso ordinava un moto verso Civitaducale per tener in rispetto i Franzesi da quella banda. Prevaleva di gran lunga di numero, conducendo quaranta mila soldati contro un nemico, che se arrivava agli otto mila, non li passava, poichè in questo numero consisteva l'ala destra dei repubblicani. Sboccava la prima schiera Napolitana verso Nepi, la seconda, insistendo sull'antica via romana, verso Rignano, la terza verso Santa Maria di Falori, schiere destinate tutte a combattere sulla destra sponda del Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi di Vignanello per guadagnare la terra d'Osta, e quivi varcare il fiume. Finalmente per fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la quinta schiera dei regi marciava contro a Magliano, e già aveva traversato il Tevere al passo di Ponzano.

I Franzesi, sentita prestamente la venuta del nemico, non si fermarono ad aspettarlo, ma siccome quelli che stimavano sè stessi da quegli uomini valorosi che erano e tenendo in poco conto le genti napolitane, uscirono incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della vittoria, perchè oltre il provato valoredei soldati, sapevano che gli assalti dei Franzesi, per la natura pronta dalla nazione, sono sempre più fortunati che le difese.

Non fu l'esito diverso dalle speranze. Kellerman, figliuolo del vecchio generale di questo nome, contuttochè sulle prime trovasse un duro incontro, ruppe la prima napolitana schiera, cacciolla infino a Monterosi, e quivi rompendola di nuovo, tagliava a pezzi i valorosi, disperdeva i codardi. Non procedettero con maggior riputazione le cose dei Napolitani dalle altre parti: il colonnello Lahure ruppe la schiera di Rugnano, sebbene sulle prime avesse perduto del campo; perchè Macdonald con pronti aiuti soccorrendolo, lo ebbe tostamente abilitato alla vittoria. S'incontrava la schiera che giva all'assalto di Santa Maria di Falori, in una squadra polacca capitanata dal generale Kniazewitz e che aveva con sè una legione romana, che aveva alzate le bandiere della repubblica. Polacchi e Romani valorosissimamente combatterono: i Napolitani andarono in volta, non senza grave perdita d'uomini, d'armi e di bagaglie. Il generale Maurizio Mathieu affrontava, così avendo ordinato Macdonald, la quarta schiera, la quale cedendo si ricoverava nella terra di Vignanello forte per sito e cinta di buone mura. Si difendevano i Napolitani virilmente, sapendo che questa fazione era di grandissima importanza; erano anche aiutati dai terrazzani, nemicissimi del nome franzese. Ma Mathieu tanto fece con le armi e con le minaccie, che sforzava i Napolitani a lasciar la terra libera al vincitore. Entraronvi i Franzesi trionfando, non senza qualche licenza, come di gente vincitrice ed irritata. Acquistato Vignanello, correva Mathieu ad assicurare il ponte di Borghetto.

Restava la quinta schiera che camminava verso Magliano; ma udite le infelici novelle delle compagne, se ne tornava, senza aver combattuto, per Ponzano, al principale alloggiamento dell'esercito regio.Così pel valore delle sue genti e per l'arte egregia con la quale le mosse, venne fatto a Macdonald di variare lo stato della guerra e di riuscir vincitore da un assalto molto pericoloso.

Ma, non ostante le battaglie combattute infelicemente dal generale napolitano sulla destra riva del Tevere, la guerra non era ancora vinta; perchè da una parte il conte Ruggiero di Damas venendo da Orbitello si avvicinava, dall'altro rimanevano ancora sulla sponda sinistra del fiume ai Napolitani genti superiori per numero ai loro nemici. Per la qual cosa Mack, non disperando ancora delle sorti, si accingeva a fare un nuovo sforzo sulla sponda medesima, il cui fine era di rompere la schiera di mezzo di Championnet; il che avrebbe disgiunto le due ali franzesi. Ebbe il generale franzese sicuro e pronto avviso dell'intento del suo avversario. Laonde per resistere a quel nuovo impeto e non si commettere se non con vantaggio alla fortuna, ristringeva i suoi ed affortificava con nuove genti i luoghi di Contigliano e di Magliano. Poi fe' ritirare Macdonald da Civitacastellana, solo lasciato un presidio nel forte di Borghetto affinchè quivi validamente difendesse il passo del fiume. Finalmente chiamava il generale Lemoine, che oltre l'Apennino sotto il freno di Duhesme combatteva contro il cavaliere Micheroux, generale del re, ad occupare Civitaducale e Rieti, la prima città del regno, la seconda, dello Stato romano.

Le cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani; conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati scacciati da Magliano, che già avevano conquistato, una loro schiera di gran polso, sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Franzesi, impadronita di Otricoli, e già faceva correre da' suoi cavalleggieri la strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Franzesi. Ma non perdutisi punto d'animo si risolvevano al combattere, e provarono tostamente che nellebattaglie più può l'ardire che la prudenza; poichè Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i Napolitani in Otricoli, e, quantunque valorosamente si difendessero, li vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di otto cannoni e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di singolar valore i Polacchi e fu ferito in una gamba un Santacroce, principe romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi Moesk colle reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si poteva sostenere e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu, già vincitore di tanti fatti per valore di questa napolitana guerra mandato da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per perizia, occupate le eminenze che stanno a sopraccapo alla terra e minacciato aspramente Moesk se non si arrendesse, il costringeva, aiutato anche dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel frangente, alla dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le speranze cui Mack aveva concetto di poter durare nello Stato romano, e lo fece accorgere che niun altro scampo gli restava che quello di ritirarsi con presti passi nel regno. Già il re, udite le sinistre novelle ed abbandonata Roma, si era avviato prima a Caserta, poscia a Napoli; Mack, raccolti più prestamente che potè tutti i suoi, andava a Capua, in cui sperava di difender Napoli, giacchè non aveva potuto difendere Roma nè a Calvi nè a Cantalupo. Entravano i Franzesi vittoriosi in Roma, donde diciassette giorni prima erano partiti non vinti. Tornaronvi i consoli ad occupare le perdute sedi.

Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella resistenza che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra. Rifulse in sì estremo accidente la virtù del conte; poichè, non isgomentatosi punto, se ne continuava a marciare con settemila soldati da Baccano verso Roma. Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo aiutante Bonami a sapere che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte che voleva passare, o per amore o per forza, per ritornare nel regno; ed ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che Bonami non aveva dato tempo per altro motivo che per far accorrere nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo, incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani, ma difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare virilmente. Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellermann da Borghetto. Incontratisi repubblicani e regi a Toscanella, si travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, con tuttocchè fosse ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si difendevano anch'essi con molta costanza; nè si spiccarono dalla battaglia se non quando per l'arrivo delle cavallerie di Kellermann, era divenuta disuguale. Intanto non aveva omesso il conte mentre col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi vieppiù coll'antiguardo e col grosso della schiera ad Orbitello. Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte tostamente, vi s'imbarcarono sulle navi napolitane che quivi le attendevano. Restava che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente seguitato dai Franzesi; ma non così tosto il conte col retroguardo medesimo vi entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di volersi difendere. Si appicava intanto una pratica tra di lui e Kellermann, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte d'imbarcarsi con tutte le sue genti solo lasciando in mano ai Franzesi le artiglierie. Viterbo vinta ed occupata dal vincitore, pagò lepene d'aver anteposto lo Stato antico e dispotico allo Stato nuovo e tirannico. Ciò nonostante non vi furono più vendette esorbitanti, ed il giovane Kellermann vi si portò più moderatamente che i tempi non comportassero.

Riconquistata Roma ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad assicurarsi ed ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno, tuttavia considerato il lor valore il terrore dei vincitori e la forza delle opinioni favorevoli, che da lungo tempo e largamente vi si erano sparse e che ora più potentemente operavano per la vicinanza dei Franzesi e per la sconfitta dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era necessario di debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la fortezza della città, per la profondità delle acque del Volturno e per avervi Mack adunato tutte le genti ancora forti se non per valore, almeno per numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini doveva varcare il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Coprano, e al tempo stesso dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso del disegno, perchè Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli, arrivavano alla designata oppugnazione sulle sponde del Volturno.

Precipitavano a gran rovina le cose del regno non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti come speculatore ed apritor di strade quell'arrischiatocondottiere Rusca, sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli assalti improvvisi delle popolazioni mosse a rumore ed armate d'ogni sorta d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Tuttavia a poco a poco prevaleva il valore regolato. Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in abbondanza; poi si conduceva a Sulmona, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di Duhesme era Pescara, città che con la sua fortezza situata in luogo eminente dominava tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva il mare per la quale possono passare le artiglierie. Due mila soldati la presidiavano, ma non fecero miglior pruova dei difensori di Gaeta; perchè come prima i soldati della repubblica si mostravano sulle alture che stanno a sopraccapo al ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianelle ed a Cività di Penna, il comandante pensò alla dedizione dando in mano dai Franzesi quel luogo tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del regno. Vi trovavano i vincitori armi e munizioni in copia. Acquistata Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi, per la strada di Popoli, con Lemoine a Sulmona, donde, varcato il sommo giogo dell'Apennino, condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua. Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora cominciavano a precipitare a manifesta rovina.

Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre la sconfitta dei regi, aveva udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva occupato Lucca e si apparecchiava ad andarlo e combattere, imbarcate le genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.

Non erano senza fortezza i nuovi allogiamenti di Mack. Posto il campo col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a difendere ilpasso del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un presidio di dieci mila soldati. Tra per questi e le genti del campo, aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Franzesi, e se avesse avuto e migliori soldati o più fedeli capitani o minore capriccio in una certa squisitezza d'arte che gli faceva sempre moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò che Capua si poteva difendere e si perdè, non per forza, ma per accordo.

Ma già i casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello che in breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila, di Pescara e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo dei nemico al cuore stesso del regno, i soldati o dispersi o fuggitivi, che per escusazione propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria delle vittorie dei Franzesi in Italia e il terrore delle armi loro rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento di animo in chi sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i consiglieri di Ferdinando sul partito che fosse a prendersi, alcuni propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse a tostamente ritirarsi oltre il Faro. Intanto il volgo, fattesi alcune istigazioni, anche da parte del governo, si armava da sè: la città fra il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro e, come si usa in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversarii o veri o supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziavanel porto di Napoli, restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re, gridando orrendamente i feroci uccisori e l'invasata moltitudine che gli accompagnava:Muoiano i traditori, viva la santa fede, viva il re. Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fatta uccisione del corriero aveva persuaso a Ferdinando, che tralasciando anche la forza franzese che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con dignità. S'aggiunse che Mack non confidando di poter far guerra con quei soldati, che peraltro quanto potessero valere avea dimostrato l'esempio del conte Ruggiero, consigliava un accordo.


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