Chapter 65

Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il faceva sicuro della guerra genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome del re quasi tutti i dominii del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi franzesi con rompere la forza di Championnet e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte le genti russe per alla guerra elvetica.Partito Suwarow dalle terre italiche, ne fu molto diminuita la forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator Francesco, innanzi che arrivassero nuovi rinforzi dagli Stati ereditarii, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli aiuti fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che, per essere vicina alle frontieredi Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai Franzesi. Dall'altra parte primo pensiero dei repubblicani era il conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow, ch'era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga con poche forze fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed affronti, che niuno effetto, non solamente terminativo, ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il raccontar tutto: la somma fu che il forte di Santa Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia, e soggetto principale di contesa, finalmente cadde in potestà degl'imperiali; il quale accidente aperse libero l'adito alle navi di Inghilterra in quel magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'inoltrarsi di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova, donde la poterono cingere di assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte d'Occidente.Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si trovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra infuriate. Melas ponderate tutte le cose che accadevano, lasciando Kray alla guardia dei paesi in cui la Scrivia e la Bormida infondono le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che, posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportunoa sopravvedere i moti che potessero fare i Franzesi da Mondovì, di cui erano in possessione, dal colle di Tenda e dalle valli della Stura e di Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo come a centro comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava, per andare a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Franzesi ricusavano il cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del Reno, era investita l'autorità, suprema sopra tutte le genti che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito, dei liguri Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a sè la schiera di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso ordinava che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal generale Duhesme.Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in numero a quello di Melas: la guerra, fin allora sparsa e vaga, si riscontrava in un solo punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per definirsi quest'ultimo atto dell'italiana contesa ed il destino di Cuneo. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani: il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di Duhesme avesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel momento stesso si avventava contro l'altro il dì 9 novembre. I primi ad attaccarsi furono Grenier ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare uguali da ambe le parti. Fu lunga e forte e variata la mischia; gli uni con gli altri parecchievolte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci per le cavallerie (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo avversario sui campi aperti) furono finalmente i Franzesi costretti a ritirarsi a Savigliano, e di là cacciati, a retrocedere, incamminandoli a Genola. Le cose succedettero diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano, aveva assaltato il secondo a Genola; ma il Franzese gli rispose con tanta gagliardia, che, quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno, e fino sforzato a ritirarsi più che di passo dentro le mura di Fossano; donde poi uscendo di nuovo, per usar l'occasione, acquistava Genola, e perseguitava continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava Lavaldigi, e, dopo un lungo conflitto, se ne impadroniva. Ritiravansi i Franzesi parte a Centallo, parte a Marozzo. In questo mentre giungeva Duhesme sul campo in cui si era combattuto sul principio della battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima, sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmente in possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale franzese breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava che l'usassero. Il giorno seguente sforzarono a darsi un grosso squadrone lasciato a Ronchi, indi una schiera più grossa che stanziava a Murazzo. Avrebbe voluto Melas correresulla destra della Stura per dar addosso a Lemoine; ma inteso che i Franzesi avevano fatto due campi, con intenzione di preservare Cuneo, condusse le sue genti vincitrici contro quei nuovi alloggiamenti del nemico; i Franzesi, non aspettandolo, si ritirarono ai monti. Se non che, premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè l'oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, li perseguitava da tutte bande; li cacciava sino all'erto giogo di Tenda, occupava le Barricate e l'Argentiera, Dronero, e sforzava Duhesme e tornarsene nella valle d'Icilia, alle radici del monte Ginevra. Restava che gli Austriaci togliessero ai Franzesi Mondovì, dove si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione, perchè, sloggiati i Franzesi sforzatamente da due subborghi e dalle eminenze che dominano la città, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della valle del Tanaro. Occuparono i Tedeschi, sempre ritirandosi i Franzesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti fino al ponte di Nava, ch'è il passo più difficile e quasi la chiave della strada che porta su quelle alture. Per tal guisa i varii corpi di Championnet, che, partendosi da diversi punti di una larga periferia, eran venuti a concorrere, quasi come in centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la battaglia ivi combattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di Genola, dispersi, e l'uno dall'altro discostandosi di nuovo, si allargarono, ed ai punti medesimi della periferia ritornarono. Ritirossi il capitano del direttorio, Championnet, a Nizza, dove, tra varie cagioni di cordoglio e l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di peste infuriava, passò da questa all'altra vita.Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte e di molta importanza pel suo sito. Conoscevano questa importanza i generali dell'imperatore, e però, sebbene la stagione già divenissesinistra alle opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo.Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di due mila cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte e pel desiderio di tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia; oltre a questo, non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca nè da guerra, perchè e per le ingordigie solite e per l'angustia dei tempi non era stata mai sufficientemente empiuta. Ciò nonostante, Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierie contro coloro che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria, e tanti i paesani accorsi, che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione la prima parallela e vi si piantarono diciannove batterie pronte a bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il 2 dicembre, che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori, ritirandosi di tutto allo interno della piazza. Al tempo stesso arse una conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori l'occasione, facendo, la notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un altro magazzino scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco, rapidamente distendendosi, minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo, perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati non avevano più consiglio; la tempesta mandata continuamente dal nemico accendeva l'intero; tanta era la quantità che soprabbondevolmente gittava Lichtenstein di palle, di bombe e di granate reali. Mandarono i Cunesi, pregando che avesse compassione di loro,od almeno risparmiasse le case, posciachè eglino non combattevano. Rispose non farsi alcun divario, quando si oppugnano le piazze, fra chi combatte e chi non combatte: capitolasse il Franzese; cesserebbe la tempesta.Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi. Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai 5 dicembre che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come prigioniera, negli Stati ereditarii, che si avesse cura degli ammalati e dei feriti: erano ottocento. A questo modo fu domato per forza, in men di dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto la gara contro le forze di Francia nel 1691 e nel 1744.La presa di Cuneo e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato in nome del re, non si consentì mai ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta vi comparisse.Intanto molto doloroso fu questo anno alla famiglia reale di Sardegna per mali veri e per le speranze vane; perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona; passò anche da questa vita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato, fratello del re, giovane di ottima natura e di costumi dolcissimi.Ma dobbiamo tornare alle cose del regno di Napoli, dove gli accidenti sono fierissimi e pieni di sangue.Ferdinando, Carolina, Acton eransi ritirati in Sicilia, lasciando Napoli in mano dei Franzesi che badavano ai fatti loro ed ai Napolitani, amatori di libertà che sognavano la repubblica. Ma non se nestava il governo regio senza speranza che le sue cose avessero presto a risorgere, perchè non ignorava la forte lega, che si era ordita in Europa contro la Francia, e sapeva che i dominii dei Franzesi nei paesi forastieri, massimamente in Italia, sono sempre brevi. Egli medesimo si era congiunto per trattati d'alleanza con le potenze che facevano o volevano far la guerra ai Franzesi. Già fin dall'anno ultimo l'aveva stipulato con l'Austria; aveva anche il re contratto amicizia con la Gran Bretagna, e Nelson vittorioso molto confortava le siciliane speranze; medesimamente un trattato erasi concluso con l'imperadore Paolo di Russia. Perchè poi quella repubblica franzese, che era per sè stessa una tanto strana apparenza, avesse a produrre nel mondo accidenti ancor più strani, il re Ferdinando aveva fatto alleanza coi Turchi, con avergli il Gran Signore promesso che manderebbe, ad ogni sua richiesta e senza alcun suo aggravio, dieci mila Albanesi in suo aiuto: a questo dava favore e facilità la conquista di Corfù fatta dai Russi e dai Turchi, quando appunto gli aiuti loro erano divenuti più necessarii al re Ferdinando. Era arrivato il tempo propizio a conquistare il regno per la ritirata di Macdonald da Napoli. Non aveva la repubblica messo forti radici nel regno, sì pel duro dominio dei repubblicani di Francia, sì per le astrazioni di quelli di Napoli, e sì finalmente per gl'ingegni mobili dei Napolitani.Sperava adunque Ferdinando negli aiuti degli alleati e nelle inclinazioni dei popoli. Per conservarsi la grazia dei primi, aveva in Sicilia tenuto Acton in istato, per muovere i secondi mandato Ruffo in Calabria. Già abbiamo narrato come il cardinale, creato l'esercito con gli aderenti proprii, poi ingrossato coi nemici dei repubblicani, aveva mosso a rumore e ricondotto all'obbedienza le due Calabrie quasi tutte, la terra d'Otranto, la terra di Bari ed il contado di Molise. Erano accorsi con le bande loro al cardinaleProni, Mammone, Sciarpa, Fra Diavolo, Decesari, gente ferocissima. Un'altra mossa popolare era sorta che molto aiutava il cardinale per istigazione del vescovo di Policastro, contro il governo repubblicano, la quale, su le rive del Mediterraneo correndo, minacciava Salerno e Napoli. Anche il conte Ruggiero di Damas correva le campagne con uomini speditissimi, e sollevava a furore quelle popolazioni tanto facili ad essere concitate.Il cardinale, vedutosi forte, elevava l'animo a maggiori imprese. Perlochè, volendo torre alla capitale del regno quel pingue granaio della Puglia, e facilitare anche in quelle spiaggie gli sbarchi dei Turchi e dei Russi, s'incamminava contro Altamura, perchè, andando all'impresa di Puglia, non voleva lasciarsi dietro quel seggio di forti repubblicani. Fattosi sotto le mura, ed intimata la resa, gli fu risposto arditamente da quei di dentro che niun'altra risposta volevano dare se non d'armi. Diede il cardinale furiosamente la batteria, e quantunque gli Altamurani virilmente si difendessero, aperta la breccia, vi entrarono i cardinalizii per estrema forza, e recarono in mano loro la terra. Qui, le cose che successero mettono tanto raccapriccio a descrivere che non si vuole raccontarle; solo diremo che se Trani ed Andria furono sterminate dai repubblicani, con uguale immanità fu esterminata la miseranda città d'Altamura. Usossi il ferro, usossi il fuoco, e chi più incrudeliva e mescolava gli scherni, le risa, gli orribili oltraggi alla crudeltà, era miglior tenuto: queste erano le opere dell'esercito che col nome di cristiano s'intitolava. Ad uguale sterminio fu condotta la città di Gravina, prossima ad Altamura, e posta sulla strada per la Puglia.Conseguita la vittoria d'Altamura, andava il cardinale a porre le sue stanze ad Ariano nel Principato ulteriore. Quivi le città principali di Puglia, spaventate dal caso d'Altamura e di Gravina,spente le insegne della repubblica, e seguitando scopertamente il nome del re, concorrevano coi deputati loro a giurare obbedienza. Tutto lo stato della repubblica ruinava, e ritornavano con grandissimo impeto della fortuna a Ferdinando tutte le terre e le fortezze principali. Solo Foggia, capitale, assai fiorente e ricca, popolosa e piena di amatori dello stato democratico, ancor si teneva; ma l'essere tornata tutta la provincia alla devozione del re diede facilità ai Russi, Inglesi ed Ottomani di sbarcare, come fecero, sulle rive del golfo di Manfredonia nel novero di circa mille quattrocento condotti dal cavaliere Micheroux; marciarono contro Foggia, e la ridussero in poter loro. Correva un giorno di fiera quando vi entrarono: i popoli, spaventati al vedere quelle genti strane, che avevano nome di valorose e di feroci, sparsero tosto le triste novelle pei paesi circonvicini. Il terrore dominava, e se qualche luogo era rimasto fedele alla repubblica, questo concorreva prestamente con gli altri all'obbedienza verso il vincitore.Parte dei soldati forastieri si congiunsero col cardinale in Ariano, e parte andarono a trovare sulle rive del Mediterraneo il vescovo di Policastro, che aveva combattuto infelicemente contro i repubblicani. Venne con questa seconda schiera Micheroux medesimo, che, valorosamente guerreggiando pel suo signore, aveva in odio la ferocia delle turbe indisciplinate, e si sforzava, ancorchè fosse indarno, di frenarle. I rinforzi condotti da Micheroux rendettero superiori i regi; anzi tanto s'avvantaggiarono, che, non ostante che i repubblicani con frequenti e forti battaglie cercassero di arrestarli, arrivarono, conquistati i passi importanti d'Eboli e di Campistrina, sotto le mura di Salerno, e se ne impadronirono. Già tutte le provincie avendo obbedito o per amore o per forza alla i fortuna del vincitore, la guerra si avvicinava a Napoli. Il cardinale, per istringerla,era venuto, calandosi da Ariano, a porsi a Nola, mentre Micheroux erasi alloggiato a Cardinale. Eransi anche i regi fatti padroni della Torre del Greco. Da un'altra parte, Aversa, rivoltatasi dalla repubblica, aveva chiamato il nome del re. Questo accidente interrompeva le strade da Napoli a Capua, in cui Macdonald, partendo, aveva lasciato un presidio di due mila soldati. La medesima ubbidienza seguitava l'Abruzzo, perchè Proni, sollevato prima l'Abruzzo superiore, dove, ad eccezione di Pescara, in cui si era rinchiuso il conte Ettore di Ruvo, ogni cosa veniva in poter suo, scendeva a far levare l'inferiore. Veramente tanto vi fece con la forza e con le persuasioni, che l'autorità regia vi fu ristaurata sino prossimamente a Gaeta, munita di un presidio franzese. Per tal guisa furono tagliate tutte le strade tra Napoli e Roma. In questo mentre comparivano le navi inglesi in cospetto, e mostrarono ai repubblicani che la strada del mare era loro interdetta come quella di terra, e che nissun'altra speranza rimaneva loro, se non quella di un disperato valore, poichè nella clemenza del vincitore non potevano in modo alcuno fidare. Avevano innanzi agli occhi il prospetto di Procida isola, nido allora d'immanità orribilissime. S'aggiungeva a spavento dei repubblicani che in Napoli s'era scoperta una congiura in favore del re.In estremo tanto pericoloso, in cui non si trattava più di vincere o di perdere, ma di vivere o di morire, il governo della repubblica ed i repubblicani facevano ora più ora meno di quanto i tempi richiedessero. I sospetti intanto, anche fra gli uomini della stessa parte, come avviene nelle disgrazie, davano il tracollo allo stato già cadente. Fu proposto che un magistrato di censura si creasse, che avesse diritto e carico di scrutinare i membri del direttorio e quei del corpo legislativo, e chi fosse stimato sospetto cassasse, e proponesse in luogo loro cittadini puri ed incorrotti. Fu creatoil magistrato: questi creavano, quelli cacciavano, il governo era in mano loro. Instituissi intanto un tribunale, il cui ufficio fosse di giudicare il crimenlese, e di cui fu nominato presidente Vincenzo Lupo: entrarono con lui i repubblicani più vivi.Decretava il direttorio che quando tirassero tre volte i cannoni dei castelli, chi a guardia nazionale od a ritrovi politici non fosse ascritto, incontanente si ritirasse alle sue case sotto pena di morte, e sotto la medesima pena serrasse le finestre. Ai tiri medesimi le guardie nazionali, o chi fosse addetto ai ritrovi, tostamente accorresse al quartier generale: i quinqueviri, i legislatori, i ministri andassero ai seggi loro, e chi nol facesse fosse ammazzato. Queste cose si facevano con terrore infinito della città. Ma i repubblicani più vivi e quelli che avevano in odio ed in sospetto ogni freno ed ogni governo viemmaggiormente s'infierivano. Quelli del ritrovo fermato nella casa dell'accademia dei nobili si spinsero ad eccessi condannabili, facendo cacciar dalle cariche quelli che lor non piacevano, sì che venne a regnare un'orribile anarchia. Poi, per far vedere che, se atterrivano gli altri, non avevano paura essi, immaginarono un registro, dove tutti, come membri dell'adunanza, avessero a scrivere i nomi loro. Questo registro divenne poscia, quando i regi si fecero padroni di Napoli, un libro di morte, perchè trovato, furono giudicati senza remissione tutti coloro che l'avevano segnato coi loro nomi.In questo mentre niuna cosa lasciavano intentata per infiammare il popolo; sbattezzarsi chi avea nome Ferdinando, e prender nomi repubblicani; recitarsi le tragedie di Alfieri e le più forti, e spesso interromperle un predicatore a commentarle; poi un altro a dire che bisognava ammazzar tutti i tiranni: le napolitane grida andavano al cielo; fuori poi i discorsi erano ancor più strani che nel teatro. Eleonora Fonseca scriveva unmonitore, giornale in cui pubblicava continuamente vittorie di repubblicani, sconfitte di regi, arrivi di flotte soccorritrici di Francia. La società detta filantropica ammaestrava i lazzaroni per far loro capire che dolce e bella cosa fosse la repubblica. Fin la religione usavano, le predicazioni, le preci; fin la protezione di san Gennaro.Ma i rimedii riuscivano insufficienti senza le buone armi. In questo i repubblicani avevano molta fede in Mantonè, ministro della guerra, uomo di animo fortissimo, repubblicano gagliardo, e che appunto pel suo coraggio smisurato errò; egli era, per mandato del governo, ordinator supremo di quanto s'appartenesse all'armi ed alla difesa della repubblica. Chiamò a sè gli ufficiali e soldati che erano stati ai servigi del re; ma, non potendo l'erario bastare a tanto dispendio, poneva mano a rimedii straordinarii. I doni d'oro ed argento coniato o vergato, procurati da due gentildonne molto ragguardevoli, le duchesse di Cassano e di Popoli, bastarono ad ordinar tre legioni di veterani, che, rette da Schipani, da Ettore di Ruvo e da un Belpuzzi, marciavano contro Sciarpa, Proni e Ruffo. Per sicurezza poi di Napoli, Mantonè ordinava meglio la guardia urbana, e tentava ogni via di accalorarla in favore della repubblica. Basetta primo generale, secondo Gennaro Serra, terzo Francesco Grimaldi e Antonio Pineda, uomini valorosi; alla fede del generale Federici commessa la custodia di Napoli, a quella di Massa Castelnuovo, al principe di Santa Severina Castel dell'Uovo. Buoni ordinamenti erano questi, ma la guerra più forte di loro; nè Mantonè, o che non sel credesse egli pel gran coraggio che aveva, o che s'infingesse per non ispaventare, non aveva fatto provvedimenti più gagliardi. Si persuadeva che le legioni create fossero bastanti a frenare i regi nelle provincie, e ritornarle sotto l'obbedienza del governo popolare.Ebbe la guerra assai diverso successo;perchè Belpuzzi conoscendo la impossibilità di far fronte ai regi, abbandonata l'impresa, se n'era ritornato a Napoli. Ferocemente aveva combattuto negli Abruzzi Ettore di Ruvo, ma assalito ed attorniato da un numero di nemici molto superiore, fu costretto a cercar ricovero contro il furor dei sollevati dentro le mura di Pescara, Schipani, rotto da Sciarpa, per ultimo rifugio si era ritirato a Napoli. Così Ruffo, vincitore in ogni parte, inondando con le sue genti tutto il paese all'intorno, si era avvicinato alla capitale. Vide allora Mantonè che i moti del cardinale erano per risolversi non in romori, ma in effetti, che la fortuna minacciava, e che i rimedii ordinarii più non bastavano.Creata per custodia di Napoli una legione di fuorusciti calabresi, i quali, perchè parteggiavano per la repubblica, cacciati a furia dalle case loro per le armi di Ruffo, si erano riparati nella capitale, uomini fieri, bellicosi, arrabbiati per le ingiurie recenti, e che se i loro compatriotti militanti col cardinale si mostravano disposti a far cose enormi pel re, essi erano risoluti a farne per la repubblica delle ugualmente enormi; poi, detto al principe di Roccaromana che creasse un reggimento di cavalieri nei contorni di Napoli, partiva Mantonè stesso da Napoli con sei mila soldati, non senza esimio apparato per impressionar quel popolo, di cui l'immaginare è tanto forte. Abbellì quella partenza la liberazione dei prigionieri fatti da Macdonald nella conquista di Castellamare, provveduti ancora perchè potessero ritornare, come loro fosse a grado, alle patrie loro.Mantonè, condotte le repubblicane squadre alla campagna, sbaragliava e fugava facilmente i corridori dell'esercito regio; ma quando più oltre si fu spinto, si accorse che per lui nè pe' suoi altro scampo non restava se non quello di tornarsene prestamente là dond'era venuto. Il suo ritorno in Napoli costernava le genti: per ultima speranza aspettavanoquello che fosse per partorire il valore di Schipani; ma ebbero tosto le novelle ch'egli, per aver udito la ritirata di Mantonè, si era condotto alla Torre dell'Annunziata, combattuto quivi aspramente dai Russi, dai regi e da una parte de' suoi soldati medesimi mutatisi a favore del re, era stato preso, dopo di aver veduto lo sterminio quasi intero de' suoi compagni. Sentissi a questo momento ancora che Roccaromana aveva bene levato ed ordinato il reggimento di cavalli, ma che invece, di farlo correre in aiuto dei repubblicani, lo aveva condotto al cardinale, dal quale aveva avuto le grate accoglienze. Il precipizio era evidente. Decretava il direttorio essere la patria in pericolo. Ritiravasi col corpo legislativo ai castelli Nuovo e dell'Uovo; quel di Sant'Elmo, più forte, e che dominava Napoli, era in mano del presidio franzese lasciatovi da Macdonald: un terrore senza pari occupava le menti. La legione Calabra sola non si spaventava, perchè dal vivere al morire, purchè si vendicasse, non faceva differenza. Parte stanziava in Napoli, parte presidiava il castello di Viviena, per cui Ruffo doveva passare per venire a dar l'assalto alla città dal lato del ponte della Maddalena.Udissi tutto ad un tratto nella spaventata Napoli un romore come di tuono; tremò la terra; pure il Vesuvio non buttava: veniva dal forte di Viviena. Lo aveva il cardinale con tutte le sue forze assaltato; si difesero i Calabresi, non come uomini, ma come lioni. Pure i regi, combattendolo da tutte parti con l'artiglieria, l'avevano smantellato, e non una, ma più, brecce e piuttosto una ruina di tutte le mura apriva l'adito ai vincitori. Entraronvi a forza ed a furia: gente disperata, ammazzava gente disperata, nè solo i vinti perivano. Nissuno s'arrendè, tutti furono morti; date, a chi gli uccideva, innumerevoli morti. Restavano una mano di pochi: la rabbia li trasportava; feriti ferivano, minacciati ferivano, ammoniti dell'arrendersi, ferivano. Purel'estrema ora giungeva. Anteponendo la morte di soldato alla morte di reo, nè soffrendo loro l'animo di venir in forza di coloro che con tanta rabbia abborrivano, un Antonio Toscano, che li comandava, e che già stava con mal di morte per le ferite e pel sangue sparso, strascinossi a stento a carpone al magazzino delle polveri, e con uno stoppaccio acceso postovi fuoco, mandò vincitori, vinti e rovinate mura all'aria. Tutti perirono: questa fu la cagione del tuono e dello spavento di Napoli.Ruffo, espeditosi dall'intoppo del forte, passava e si accingeva a dar l'assalto alla capitale da tre bande. I repubblicani carcerarono come ostaggi alcuni sospetti, e condussero in Castel nuovo ed in Castel dell'Uovo un fratello del cardinale, ed i parenti degli ufficiali dell'esercito regio. Passarono per le armi i fratelli Bacher con quattro lazzaroni mescolati in congiure. Poi partiti in tre schiere, se ne givano contro Ruffo: Writz li conduceva alla Maddalena, Bassetta a Foria, Serra a Capodimonte. Caracciolo con le navi sottili accostatosi al lido, batteva di fianco le genti del re. Animavansi con vicendevoli conforti l'un l'altro, e così diedero dentro ai regi: sorse una furiosissima zuffa alla Maddalena, luogo del principale sforzo: repubblicani e regi eleggevano piuttosto il morire che il cedere.I repubblicani, massimamente quei Calabresi inferociti, non punto sbigottitisi alla morte di Writz, loro prode e fedele capitano, continuavano a menar le mani ed a tener lontani dalle dilette mura le genti regie. Dal canto loro Bassetta e Serra ottimamente facevano il debito loro. Non inclinava ancora la sorte da alcun lato, quand'ecco sorgere grida diviva il realle spalle dei democrati. Erano una moltitudine di lazzaroni che, stimolati dai partigiani del governo regio, si levarono a rumore. Rivoltaronsi addosso a loro i repubblicani e gli ammazzarono tutti. Ma Ruffo, usando l'occasioneche gli si era aperta, perchè i nemici assaliti alle terga avevano rimesso dalle difese, entrava il 13 giugno per viva forza ed inondava la città, solo a lui contrastando quei Calabresi indomabili. Quivi il raccontare le cose che seguirono parrà certamente impossibile, se si si farà a considerare quella rabbia immensa, le ingiurie fatte, il sangue sparso, il sangue caldo, la natura estrema di quei popoli, l'immanità della più parte dei combattenti da nissuna civiltà temperata. Primieramente il castello del Carmine, che domandava i patti, fu preso per assalto e tutto il presidio senza pietà passato a fil di spada. Carnificina più grande e più orribile si faceva per le contrade. Vi si uccidevano gli uomini a caccia per diletto, come se fossero stati fiere; nè età, nè sesso, nè condizione, nè grado si risparmiavano. Uccidevansi i repubblicani per odio pubblico, i non repubblicani per odio privato; nè quei carnefici si contentavano di uccidere, che ancora voleano tormentare, e varii erano i generi delle morti, uno più crudo e più orribile dell'altro. Godevano i barbari, a guisa di veri cannibali, e facevano le loro tresche, le loro grida, le loro danze festevoli intorno alle vittime. Vedeva Ruffo queste cose, e non volle o non potè frenarle. Cercavano e chi era reo e chi era innocente di repubblica, scampo a furore tanto barbaro. Chi fuggiva in abito di donna, e questo ancora nol salvava; chi fuggiva sotto cenci da lazzarone, e non si salvava. Ma quelli a cui la fortuna aveva aperto uno scampo per le contrade gliel toglieva per le case; poichè i padroni ne li cacciavano, sapendo che, se li ricettassero, le case loro sarebbero saccheggiate ed incese ed essi uccisi. Vidersi fratelli chiuder le porte ai fratelli, spose agli sposi, padri a' figliuoli. Risospinti dalle case, i miseri perseguitati si nascondevano nelle fogne, donde di notte tempo e di soppiatto uscivano, cacciati dalla fame e dalla puzza. Se ne accorsero i lazzaroni; si mettevano in agguato alle bocche,come se aspettassero fiere al varco, e quanti uscivano, tanti ammazzavano. Felice chi moriva senza tormenti! Durò lo stato orribile due giorni. Infine si risolvè il cardinale, o perchè la umanità finalmente il movesse, o perchè volesse attendere all'assedio dei castelli, fazione impossibile a tentarsi in tanto scompiglio a frenare il furore de' suoi; Napoli, atterrita per le morti, diventò lagrimosa pei morti.Restavano ad espugnarsi i castelli; a questo espugnazione applicò l'animo il cardinale, piantando le batterie. Veduto il pericolo, i repubblicani ch'erano dentro a Castel dell'Uovo si accordavano con quelli di Castel Nuovo e di Sant'Elmo per fare tutti uniti una fazione notturna contro la batteria di Posilippo, eretta a percuotere il Castel dell'Uovo, il più importante pel suo sito. Dopo un infelice errore che scambiaronsi gli amici per nemici, e ne sorse con parecchie morti molto spavento, finalmente riconosciutisi, e ripreso animo, se ne andarono con incredibile audacia alla fazione; e tanto fu l'ardire e la prestezza loro che, uccise le guardie, e sopraggiungendo improvvisi alla batteria, la presero, arsero i carretti, chiodarono i cannoni, e tornarono sani e salvi al castello.La fazione della punta di Posilippo, la ferocia dei repubblicani calabresi, l'atto disperato del comandante di Viviena ed il coraggio smisurato dimostrato in tutti i fatti dai democrati avevano dato molto a pensare a Ruffo, il quale si era persuaso che senza molto sangue e forse senza lo sterminio di tutta la città non avrebbe poluto riuscire a fine della sua impresa. Considerate e maturamente ponderate tutte le cose che allora accadevano, stimando che non si convenisse mettere i repubblicani nell'ultima disperazione, si deliberarono gli alleati ad offerir loro patti, perchè i castelli e la città si conservassero salvi, e fosse rimesso il pericolo che sovrastava al navilio d'Inghilterra per la flotta di Brest già comparsaallo stretto di Gibilterra. Il cardinale, per mezzo di Mejean, comandante per Francia del castello di Sant'Elmo, col quale aveva avuto qualche pratica, mandò dicendo ai repubblicani che, se volessero patteggiare, vi si sarebbe volentieri risoluto. Rappresentò loro Mejean quello che era vero, cioè che oramai ogni difesa era inutile, e che migliore e più savio partito era il serbar la vita a tempi migliori per la repubblica, che il perire senza frutto per lei: accettassero i patti, esortava, che loro si venivano offerendo. I repubblicani, consultato fra di loro, inclinarono l'animo al partito più ragionevole, e, risolvendosi al trattare, proposero in un modello scritto le condizioni per mezzo delle quali promettevano di lasciare castel Nuovo e Castel dell'Uovo, non potendo stipulare per Sant'Elmo, come in potestà di Francia. Parvero sulle prime al cardinale le condizioni superbe, e penava al ratificarle. Infine, stringendo il tempo, temendo vieppiù della vita dei suoi congiunti, e moltiplicando gli avvisi dell'avvicinarsi della flotta franzese, con pari consentimento degli alleati, si risolvette ad accettarle. Furono queste: fossero Castel Nuovo e Castel dell'Uovo dati in potere dei comandanti del re delle Due Sicilie e de' suoi alleati il re d'Inghilterra, l'imperatore di tutte le Russie e la Porta Ottomana, e così parimente ad essi fossero consegnate le munizioni da guerra e da bocca, con le artiglierie ed altri arnesi che si trovassero nei forti; uscisse il presidio onorevolmente a modo di guerra; le persone e le proprietà sì mobili che stabili di ognuno che si appartenesse ai due presidii si serbassero salve ed inviolate; potessero le persone medesime ad elezione loro imbarcarsi sopra bastimenti di tregua che loro sarebbero forniti, per essere trasportate a Tolone, o potessero ancora rimanersi in Napoli, dove nè esse nè le famiglie loro potessero a modo niuno essere molestate; le medesime condizioni fossero e s'intendessero concedute a tutti coloro frai repubblicani che nelle battaglie succedute fra loro e le truppe del re o de' suoi alleati fossero stati fatti prigionieri; l'arcivescovo di Salerno, i cavalieri Micheroux e Dillon, ed il vescovo d'Avellino detenuti nei castelli si consegnassero al comandante di Sant'Elmo, e vi restassero come ostaggi, insino a tanto che si avessero le novelle certe dell'essere i repubblicani arrivati a Tolone; tutti gli altri ostaggi o prigioni per ragion di Stato si rimettessero in libertà, tosto che la capitolazione fosse sottoscritta; non isgombrassero i repubblicani dai castelli se non quando ogni cosa fosse presta all'imbarcarli.Fu la capitolazione approvata e sottoscritta dal cardinal Ruffo in qualità di vicario generale del regno, da un Kerandy per l'imperadore di tutte le Russie, da un Bonjeu per la Porta Ottomana e da un Foote pel re d'Inghilterra. Non s'indugiò a dar mano all'esecuzione dei patti. Da una parte gli ostaggi nominati dai repubblicani si condussero in Sant'Elmo, dall'altra entrarono i regi nei due castelli. Il cardinale a nome del re, e come vicario generale del regno di qua dal Faro, pubblicò per tutto il reame un editto, per cui perdonava ogni colpa e pena ai repubblicani, promettendo piena ed intera salute a tutti coloro che restassero, e facoltà d'imbarcarsi per Marsiglia a tutti quelli che amassero meglio, lasciando la patria, andarsi vivere in lontane e forastiere contrade. Mandava espressamente il trattato a Pescara, in cui tuttavia si teneva Ettore di Ruvo, affinchè cedesse la piazza a Proni, e se ne venisse con tutti i suoi a Napoli, scortato per sua sicurezza dai regi.I repubblicani intanto s'imbarcavano. Due navi portatrici di quei di Castellamare, avendo avuto facoltà di uscire, già erano arrivati a salvamento nel porto di Marsiglia; le altre aspettavano la facoltà medesima e i venti prosperi. In questo punto ecco arrivare Nelson: aveva egli udito, essere la flotta franzese ricoveratane' suoi porti; trovandosi per questo esente da timore, passato prima per Palermo, e levatone il re, il ministro Acton, Hamilton, ambasciatore d'Inghilterra, ed Emma Liona, sua donna, avea voltate le vele verso i lidi d'Italia. Non così tosto dalla sanguinosa Napoli si scoprirono le navi d'Inghilterra, che il cardinale mandava a Nelson deputati per informarlo delle cose fatte e dei patti stipulati. Rispose l'ammiraglio, non doversi il trattato concluso coi ribelli mandare ad esecuzione, se prima il re non lo avesse approvato, risposta veramente incomportabile per mille ragioni. Di tale risoluzione fu molto dolente il cardinale, che non voleva essere distruggitore delle sue promesse, e per fare che la fede data si osservasse, andò egli medesimo a bordo della nave dell'ammiraglio, con efficacissime parole esortandolo a consentire; ma l'Inglese, come se temesse che l'umanità e la fede contaminassero le vittorie, non si lasciò piegare; anzi non potendo rispondere agli argomenti ed alla facondia del cardinale, scusandosi con dire che non sapeva la lingua italiana, prese la penna e scrisse da vittorioso la crudele sentenza. E perchè ognuno sappia il quanto di vituperio sia stato mescolato in queste sanguinose rivolture, non si vuol omettere di dire che Emma Liona era presente quando Nelson contrastava al cardinale e ordinava le uccisioni. Nelson, trapassando dal detto al fatto, ed entrando nel porto con la flotta, dichiarava prigionieri i repubblicani usciti in virtù della capitolazione dai castelli, sì quelli che già si erano imbarcati e non ancora partiti, e sì quelli che non peranco si erano riparati alle navi. Perchè poi dubbio alcuno non potessero avere del destino che gli aspettava, li fece incatenare due a due e riporre in fondo alle navi. Nè contento di tenerli, li lasciava bersaglio ad ogni oltraggio, e stremava loro i viveri. Pure noveravansi tra di loro uomini, se si eccettuano le opinioni ed i fatti politici, in cui consisteva la colpaloro, molto ragguardevoli per dottrina, per linguaggio e per virtù. Bastava bene ammazzarli, senza trattarli come vili assassini di strada. A tanto di barbarie si è lasciato trasportare un ammiraglio d'Inghilterra. Il re, che era sul vascello inglese il Fulminante, non soffrendogli l'animo di vedere i supplizii che si preparavano, se tornava in Sicilia. Rimase il campo libero a chi voleva sangue.Conquistati i castelli di Castel Nuovo e di Castel dell'Uovo, attesero gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale, oppugnato gagliardamente qualche giorno, venne in mano loro, essendosi il comandante Mejean arreso a patti. Stipulossi fra le due parti che la guernigione franzese sarebbe prigioniera di guerra del re e de' suoi alleati; che non servisse contro di loro finchè non fosse scambiata; che sotto fede si conducesse sopra bastimenti regi in Francia. Quanto ai sudditi del re che si trovavano nel forte, si convenne che si consegnassero in mano degli alleati: brutto sfregio alla fama di Mejean che doveva lasciare che gli alleati quegli uomini da immolarsi si prendessero da per sè stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto a consegnarli. Si aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele. I repubblicani, travestiti a modo di soldati franzesi, per istare alla fortuna, se non fossero riconosciuti di salvarsi, essendo riconosciuti, ed anzi indicati da chi li doveva preservare, vennero in poter di coloro che tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile che commosse a compassione molti degl'inimici.Si arrendevano in questo all'armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione, ma rotto, sanguinoso, pieno d'incendii, di rapine, di sdegni e di vendette. Incominciavansi i supplizi, l'infuriata plebe imitava; l'uccidere per tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchia. Non ad età si perdonava, non a sesso, non a grado. UnFiori, un Guidobaldi, un Damiani, un Sambuci, e massimamente uno Speciale, già stato ordinatore dei supplizii di Procida, erano gli strumenti della barbarie.Mario Pagano, al quale tutta la generazione riguardava con amore e con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visto innocente, visto desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più benevolo di lui mai si pose a voler migliorare questa umana razza e consolar la terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu mostrato in cima agl'infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente scellerata ed assassina. Non fece segno di timore, non fe' segno di odio. Morì qual era vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero da un estremo all'altro d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli, che come maestro e padre, e più ancora come padre che come maestro il rimiravano. Il piansero con pari affetto tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare l'umanità è merito, e lo straziarla delitto. Non si potrà dir peggio dell'età nostra di questo che un Mario Pagano sia morto sulle forche. Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di tempi tanto sinistri. Se gli offerse la grazia, purchè la domandasse, non perchè virtuoso, dotto e da tutto il mondo onorato fosse, ma perchè aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato, non volere domandar grazia, e poichè i suoi fratelli morivano, voler morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar con sè di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti mostrò coi fatti; perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno. Francesco Conforti, per dottrina nelle scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi tutti il primo, uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue segrete stanze a studiare, o sullepubbliche cattedre ad insegnare, fe' testimonio al mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più inesorabile della rabbia civile, e che la gratitudine non ha luogo fra gli sdegni politici. Preso e legato dagli sbirri in Capua, gli diè di mano il boia in Napoli. Vincenzo Russo, giovane singolarissimo per altezza d'animo e per eloquenza e per umanità, portò con gli altri supplizio del buon volere in tempi malvagi; dopo gli strazi, infiniti che nella sua prigione furono fatti di lui, e che sopportò con costanza ineffabile, fu dato in preda al carnefice. Non mutò volto, non fe' atto alcuno indegno di lui; serbò non solo la equalità dell'animo, ma ancora la serenità. Nè giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una traduzione col testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper sottoscrivere una sentenza di morte. Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto alla presenza di Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante rispondeva: «Ho capitolato.» Avvertito apprestasse le difese, rispose: «Se la capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri mezzi.» Condannato a morte, camminava col capestro al collo, in mezzo a' suoi compagni, con fronte alta e serena, tra sdegnoso e generoso. Salite, senza mutare nè viso nè atto, le fatali scale, dimostrò che l'uomo, quantunque percosso dalla fortuna, è più forte di lei, e che non lo spaventa la morte. I raccontati supplizi, siccome d'uomini, partorirono maraviglia insieme e pietà in coloro che non ancora di ogni affetto umano si erano dispogliati; ma più maraviglia che pietà: il seguente, siccome di donna, mosse più a pietà che a maraviglia; pure a grandissima maraviglia strinse i circostanti. Eleonora FonsecaPiementel, donna ornata d'ogni genere di letteratura, ed ancor più di virtù, da Metastasio lodata, fu condannata a perder la vita sulle forche piantate in piazza del mercato.Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente chi meno. I casi d'un Velasso, d'un Fiani destan raccapriccio ed orrore. Un Pasquale Battistessa, impiccato e portato in chiesa, ivi diè segni di vita. Rapportato il compassionevole caso a Speciale, mandò dicendo, il finissero: come Speciale aveva comandato, così fu fatto. Narransi qui storie d'uomini o di fiere?Morirono in Napoli per l'estremo supplizio, e tutti con invitto coraggio, Ignazio Ciaia, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese, Marcello Scotti, letterato eruditissimo ed autore del catechismo de' marinai, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri, ornamento e fiore delle napolitane contrade. Fu anche affetto con l'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì qual era vissuto, indomito, animoso ed imperturbabile.La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo onore e primo lume della napolitana marineria, amato dal re, stimato dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece ancor esso una compassionevole fine. Scoperto da un suo domestico, fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani ferocissimi, a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente al bordo della sua nave il Fulminante un consiglio militare, a cui diede facoltà ed ordine di giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re delle Due Sicilie per avere combattuto la fregata napolitanala Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè pruovare. Dannavanlo il consiglio a morte. Nelson comandava s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero principe pregava, dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna che era a bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso in guerra; ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio.Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizii, sì per la rabbia popolare. Non fu minore nelle provincie: perironvi in modo sempre violento, spesso crudele, quattro mila persone, quasi tutte eminenti o per dottrina o per lignaggio o per virtù; carnificina orribile. Pure ne tocca raccontare un altro caso. Domenico Cimarosa, cui tutta la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodie, cui chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed annuvolatici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizii. Pregato, egli aveva composto la musica per un inno repubblicano. Venuta Napoli in mano dei sicarii, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato ancora, se i Russi ausiliariidel re non fossero giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal governo napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una Napoli, la salute venne a Cimarosa dall'Orsa.Essendo caduta nelle due estremità d'Italia la potenza dei Franzesi, restava ancor in poter loro la romana repubblica, ma non sì che non si vedesse vicina la inevitabile rovina loro anche in questa parte. Suonavano dentro e d'intorno le armi dei confederati o regolari o collettizie. Avevano gli Aretini, sempre infiammati nell'impresa loro contro i Franzesi, in ciò secondati anche dai Cortonesi, avendo le due città in così grave occorrenza posto in disparte le antiche emulazioni, fatto un moto importante sulle rive del Trasimeno, e sforzato Perugia ed il suo forte alla dedizione. A questo modo si erano posti in mezzo, onde i Franzesi rimasti alla guardia di Roma e dei luoghi circonvicini non potessero più comunicare coi loro compagni, che se ne stavano assediati in Ancona. Lo Stato romano quasi tutto tumultuava, e tornava all'obbedienza pontificia. Furonvi al solito uccisioni, rapine, ingiurie a uomini e a donne, con tutte le altre pesti indotte dai popoli mossi a romore. Da una altra parte nè Froelich, che aveva nella Romagna il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la ricuperazione del regno, avevano trasandato le romane cose. Ad essi accostavansi gl'Inglesi con qualche squadra di genti da terra e con navi condotte dal capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia.Adunque la repubblica romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana, ed avendola occupata, facilmente siincamminava a Roma dalla parte bassa, salivano i Napolitani, condotti da un Burcard, Svizzero, e turbavano tutto il paese sulla riva sinistra del Tevere. Erano con loro gl'Inglesi di Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua e di Gaeta, se ne venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier alla campagna, piuttosto per non capitolare senza combattere, che per combattere per vincere. Fuvvi un duro e lungo incontro tra i repubblicani sì franzesi che romani da una parte, e i Napolitani dall'altra, presso a Monte rotondo. Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi più alti e montuosi. Non erano ancora i soldati di Garnier riposati dalla fatica della battaglia di Monterotondo, che li conduceva contro Froelich; ma, sebbene con molto valore combattesse, fu costretto a ritirarsi nelle mura di Roma, restando in suo potere le sole fortezze di castel Sant'Angelo, Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto diè cagione di risorgere anche ai Napolitani dall'altra parte. Perlochè, riavutisi dalla rotta di Monterotondo, s'avviarono di nuovo contro Roma. Posero gli Austriaci le loro prime guardie alla Storta, i Napolitani a Portaromana ed a Pontemolle. Consideratosi da Garnier il precipizio delle cose, e pensando che il cedere a tempo sarebbe non solamente la salute de' suoi, ma ancora quella dei repubblicani di Roma, che avevano seguitato la fortuna franzese, aveva introdotto una pratica d'accordo con Trowbridge, quale fu condotta a perfezione e sottoscritta da ambe le parti il dì 25 settembre.Le principali condizioni furono le seguenti: uscissero i Franzesi da Roma, Civitavecchia, Corneto e Tolfa con ogni onore di guerra; serbassero le armi, non fossero prigionieri di guerra; si conducessero in Francia od in Corsica; i Napolitani occupassero castel Sant'Angelo e la Tolfa, gl'Inglesi Corneto e Civitavecchia; i Romani che volessero imbarcarsi coi presidii franzesi, e trasportar le proprietà loro, il potessero fare liberamente,e quei che rimanessero, e che si fossero mostrati affezionati alla repubblica, non si potessero riconoscere nè delle parole nè degli scritti nè delle opere passate, e fossero lasciati vivere quietamente, sì veramente che vivessero quietamente e secondo le leggi. Penò qualche tempo Froelich a consentire all'accordo; commise ancora qualche ostilità; ma finalmente vi accomodò l'animo, e voltate le bandiere verso l'Adriatico, se ne giva all'assedio di Ancona, sola piazza che nello stato romano ancora si tenesse pei repubblicani. S'imbarcarono i Franzesi a Civitavecchia, e con essi tutti coloro fra' Romani che stimarono più sicuro lo esilio che il commettersi ad un governo provocato con tante ingiurie.Burcard occupò primo la città, poscia vi venne don Diego Naselli, dei principi d'Aragona, mandato da Ferdinando con potestà suprema militare e politica, per ridurre a qualche sesto le cose scomposte dalla rivoluzione, innanzichè il governo pontificio vi fosse restituito. Creò un superiore magistrato con titolo di suprema giunta del governo; aggiunse un tribunale di giustizia sotto il nome di giunta di Stato, ufficio del quale fosse che la quiete dello Stato non si turbasse, e chi la turbasse fosse castigato. La suprema giunta notò i beni venduti ai tempi della repubblica come nazionali, ed abrogò le vendite fatte, riserbando agli spossessati il ricorso pei compensi: contenne il libero scrivere, frenò la licenza del vestire sì degli uomini che delle donne, e richiamò ai luoghi loro le suppellettili rapite o vendute del Vaticano e delle chiese, rimborsando però il valore a chi le avesse comperate. Inibì l'ingresso e la dimora in Roma a tutti che avessero avuto cariche nella repubblica, e bandì da tutto lo Stato romano i cinque notai capitolini, che avevano rogato l'atto della sovranità del popolo e della deposizione del sommo pontefice. Oltre a ciò, i beni dei repubblicani furono generalmente sequestrati, poi confiscati: grannumero di coloro che avevano partecipato nel governo precedente, dopo di essere stati esposti ad infinite vessazioni ed insulti, furono gettati in carcere. Violavasi così la capitolazione; del resto, non si fece, come a Napoli, sangue, moderazione degna di molta lode. Ma la sfrenatezza delle soldatesche napolitane suppliva in questo, perchè, oltre al rubare nelle botteghe e nelle strade, il giorno come la notte, uccisero anche parecchie persone che vollero difendersi dalla loro rapacità. Questi delitti andavano impuniti. Roma, offesa dai Napolitani, era compresa da un altro terrore.Le vittorie di Kray e Suwarow avevano posto in mano degli alleati la valle del Po, quelle di Ruffo e le mosse dei sollevati di Toscana, tolto al dominio dei Franzesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo Stato romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non avevano più i Franzesi che Genova con la riviera di Ponente, sulla sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato, perchè, siccome prossimo ai loro territorii, poteva facilmente servir loro di scala al racquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che stava al governo della piazza con un presidio che, tra Franzesi, Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno arrivava a questo numero. La piazza, la quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in sè molta fortezza per essere dominata dalle eminenze vicine, era, per la diligenza usata da Monnier, divenuta fortissima: non si poteva venir agli approcci della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati. Una flotta turca e russa, governata dall'ammiraglio Woinowich, e comparsa nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto, perchè nuovo fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui lidi circonvicini. Quest'era la flotta che, già vincitrice di Corfù, intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sulle italiche terre coi Turchi e coi Russi i Barbari dell'Epiro. Quivi veniva pure un navilio sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra ed infestare le spiaggie marittime. Dalla parte del regno, gli abitatori delle rive del Tronto si erano levati a romore, ed, accompagnati da qualche nervo di genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di stringere il presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della Romagna, tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro e Fano, voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta importanza. Sinigaglia stessa titubava. Niuna cosa più restava sicura ai repubblicani che le anconitane muraglie.Eransi le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da sè stesse, ma s'aggiunse loro, sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del generale cisalpino Lahoz. Era Lahoz stato stromento potente ai Franzesi per turbare l'antico stato d'Italia. Amico al generale Laharpe, aveva militato con lui, e, com'egli, nodriva l'animo volto a libertà. Mutò poi linguaggio e fatti, sì che Montrichard, a cui era subordinato, risapendone i maneggi, e veduta l'importanza del caso, gli toglieva l'autorità sul dipartimento del Rubicone, mandando Hullin per arrestarlo. Ma Lahoz, avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si era schivato, e mandando fuori apertamente quello che si aveva concetto nell'animo, gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro Francia.A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportunoquelle che Froelich conduceva dallo Stato romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a destra dei monti che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del Tronto per quivi abboccarsi con Donato de Donatis, alle bande del quale molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano per condottieri i nobili Sciaboloni, Cellini e Vanni. L'arrivo di un generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor di mano molto confortava questi capi, perchè speravano che per opera di lui quelle genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie, le rendeva sperimentate negli usi del muoversi, del marciare, del combattere. Concorrevano cupidamente tratti dal nome suo gli Abruzzesi, e fecero massa tale che da Ascoli passando per Calderola, Belforte, Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano con guardie non interrotte fino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal modo tutto il paese all'intorno d'Ancona.Monnier, non volendo lasciarsi ristringere nella piazza, usciva fuori alla campagna per combattere fazioni che non potevano portare che danno per lui, perchè aveva poche genti e non modo di ristorare i soldati perduti con nuovi, mentre i collegati, per avere i mari aperti e le popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente aggiungere genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa risoluzione di Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a distruzione d'uomini e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente la licenza. Ascoli, Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro ed altre città della Marca, belle tutte e magnifiche, prese e riprese per forza parecchie volte, ora dall'una delle parti ed ora dall'altra, pruovarono quanto la licenza militare ha in sè di più atroce e di più barbaro. Finalmente successequello che era impossibile che non succedesse, cioè che, moltiplicando sempre più le genti collettizie di Lahoz e le regolari de' collegati, e venute in mano loro Jesi, Fiume, Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro, Osimo, Castelfidardo e perfino Camurano, terra posta a poca distanza da Ancona, fu costretto Monnier a serrarvisi dentro ed a far difesa dei suoi le mura fortificate di lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo in mezzo, s'impadronirono della montagnola, donde più oltre procedendo, tosto piantarono una batteria di diciassette cannoni, con la quale bersagliavano il forte dei Cappuccini, il monte Gardetto e la cittadella.Furono da questi tiri molto danneggiati gli edifizii della cittadella, restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso, ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le tre navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyraud, il Laharpe e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur un'ancora alla bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte Pelago, se ne era fatto padrone, e qui con trincee si approssimava a monte Galeazzo; che anzi, fatto un subito impeto contro di esso, vi si era alloggiato; ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva ricacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano le condizioni dell'anconitana guerra, nè si vedea che gli alleati potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si difendevano egregiamente, e di que' di fuori, i Russi erano pochi, i Turchi ed i sollevati, per l'imperizia loro e la mala altitudine dei loro istrumenti militari facevano poco frutto nell'espugnazione della piazza.Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich coi suoi Tedeschi, e rendeva tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si alloggiava in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione controil monte Galeazzo, confidando anche, per mandarlo ad esecuzione, nell'aiuto dei collettizii di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel posto, di battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella presa di questa eminenza consisteva principalmente la vittoria di Ancona. Due volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte ne era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo conosciuto che finalmente se stesse più lungamente padrone di monte Pelago e delle trincee che vi aveva fatte e che si distendevano verso monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi la possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte del 9 ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere. Ma un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi di Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in viso i combattenti, quando Lahoz, impaziente di quella lunga battaglia, usciva dall'alloggiamento e dava addosso agli assalitori. Siccome poi era uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a caricar l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico fedele, ora suo nemico mortale: scorgevansi, scagliavansi l'uno contro l'altro, sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad Italiani. Ed ecco in questo un soldato cisalpino prender di mira Lahoz conosciuto, e ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i repubblicani addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo, gli tolsero le armi ed il pennacchio, che a guisa di trionfo portarono in Ancona. Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se non fossero stati presti i sollevati a soccorrerlo.Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si ritirava ilFranzese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel nemico una impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo, si andò prima dell'ultima ora rammaricando e giustificando della sua condotta, finchè passava da questa all'altra vita.Froelich, piantate le artiglierie in luoghi opportuni, e con esse battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne insignoriva. Poi, procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al monte Gardetto. Poscia, usando il favore di questa vittoria, dava il dì 2 di novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito e correva anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano le porte di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio proprio e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierie la piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi le artiglierie degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal, portatore delle sinistre novelle de' repubblicani rotti in tutta Italia, specialmente della novità di Napoli, di Roma e di Toscana.Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi e la dignità della sua patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare, protestando però volere solamente arrendersi alle armi austriache, non a quelle dei Russi o dei Turchi o dei sollevati. Patti onorevoli seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di guerra, avesse segurtà di passare in Francia perdove volesse, fino agli scambi non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno, di qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro potesse essere riconosciuto o castigato od in qualunque modo molestato nè per fatti nè per scritti nè per parole in favore della repubblica, e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il potesse fare liberamente. Fu e sarà questa capitolazione egregio e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra tutti i comandanti di fortezze in Italia, solo Mejean, castellano di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani e quelli che si erano aderiti ai Franzesi: tutti gli altri ottennero, o almeno domandarono, la salvazione di coloro che combattendo o consentendo coi Franzesi, avevano con tanta cecità contro di sè concitato l'odio degli antichi signori.Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi ed i Russi si diedero al sacco; quelle misere terre, già conculcate e peste da sì lunga guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori: il che accrebbe i mali umori e le cause di disunione che già correvano.Intanto era il direttorio costituito in assai difficile condizione. Bollivano molte parti in Francia, e tutte si volgevano contro di lui. La nazione franzese, impaziente delle disgrazie per natura, ancor più impaziente per la memoria delle vittorie, dava imputazione per appagamento proprio a' suoi reggitori delle rotte ricevute e della perduta Italia. Molteplici querele si muovevano in ogni parte contro di loro, e il meno che si dicesse era che non sapevano governare. Quell'impeto ch'era sorto pei tre nuovi quinqueviri,già era per le ultime rotte svanito. Dominava nei consigli legislativi, secondo il solito, la perversa ambizione del voler disfare il governo per arrivare ai seggi del direttorio. I soldati nuovamente descritti non marciavano, i veterani disertavano per la strettezza dei pagamenti, le contribuzioni non si pagavano, ogni nervo mancava; la guerra civile lacerava le provincie occidentali; chi voleva le opinioni estreme, chi le mezzane; molti, che sapevano molto bene quello che si volessero, e molti ancora che nol sapevano, desideravano una mutazione. Nè questa mutazione era evitabile, perchè nissun governo può resistere in Francia alle sconfitte accompagnate dalla libertà dello scrivere e del parlare. La fazione soldatesca, che mal volentieri sopportava che il paese fosse retto dai togati, ed alla quale nissun governo piace se non il soldatesco, guardava intorno se qualche bandiera chiamatrice di novità, ed alla quale potesse, come a centro comune, concorrere, all'aria si spiegasse, proponendosi di sottomettere, prima il governo col nome della libertà, poi il popolo col nome di gloria. Tutte queste cose vedevansi gli uomini savii, nemici della licenza; vedevanle i faziosi, amici della tirannide, e tutti pensavano al ridurle ai disegni loro.In questa congiuntura di tempi, sovveniva agli uni ed agli altri il nome di Buonaparte, tanto glorioso per Francia, tanto temuto dai forastieri. Per mille discorsi, nasceva in Francia un desiderio accesissimo del capitano invitto. Ognuno come redentore il guardava, ognuno desiderava che tornasse a redimere la patria afflitta. Queste affezioni erano sorte nei popoli, parte per le disgrazie, parte per lo splendore delle vittorie, parte per le arti astutamente usate da lui e da' suoi fautori, talmente che ciascuno credeva ch'ei fosse per fare ciò che ciascuno desiderava. Insomma, la materia era ben disposta a ricevere le buonapartiane impronte.Adunque, già fin da quando si erano udite le prime sciagure d'Italia, era sorto fra i desiderosi di cose nuove il pensiero di far tornare Buonaparte dall'Egitto, il qual pensiero si rinfrescò maggiormente, e si mandò ad effetto quando portò la fama essere morto Joubert, combattendo nella battaglia di Novi. In questo disegno entrarono Sieyes quinqueviro, Barras quinqueviro, i generali superstiti dell'esercito italico, eccettuato Massena, il quale non era punto affezionato a Buonaparte, ed i fratelli Giuseppe e Luciano Buonaparte. Molto accomodato a' suoi fini era il procedere di Luciano, che, allettando con le parole, chiamava a sè ed al nome del suo fratello i gelosi della libertà e della gloria franzese, i desiderosi della libertà italica, i cupidi delle spoglie italiche. Viaggiavano le vele, erano quelle di un bastimento greco, portatrici dei desiderii comuni verso l'Egitto, correndo la state, del presente anno. L'avviso fu ed accetto ed opportuno.Buonaparte, che conosceva ottimamente, per la sua mente pronta e vasta, per la perizia somma nelle faccende di Stato, e per la cognizione profonda che aveva di questa umana razza, quanto piena fosse la fortuna che si parava davanti, e quanto fosse propizia l'occasione di condurre ad effetto i suoi pensieri smisurati, parendogli eziandio che un mezzo opportuno gli si offerisse di sottrarsi dall'Egitto, dove le cose sue cominciavano a declinare, cupidissimamente si avviava alle sue nuove e straordinarie sorti. Salpava dagli egiziani lidi, conducendo con sè i suoi compagni più fidati di guerra, perchè aveva bisogno delle mani e delle armi loro; i dotti ed i letterati più famosi, perchè si voleva servire, come di aiuto molto potente, della autorità, delle lingue e degli scritti loro. Arrivava improvviso a Frejus: improvviso ancora, disprezzate le leggi di sanità, perchè non voleva che la fama del suo arrivo si raffreddasse, partendo, giungeva nel volubilissimo Parigi, che bramosamentelo aspettava. Non occorre raccontare le allegrezze che si fecero in tutta Francia quando si sparse la voce del suo ritorno; basta che le genti corsero a lui da ogni parte, come a trionfatore, a salvatore e redentore; già Francia era sua, quantunque uomo privato e generale senza esercito fosse. Lione soprattutto tripudiava per un'insolita allegrezza, città ancor sanguinosa per l'imperio poco anzi spento dei truculenti giacobini, sdegnata per le leggi soldatesche che contro di lei tuttavia vigevano. Toccò, passando, i tasti più teneri; favellò di pace, di prospero commercio, di ferite civili da racconciarsi da un giusto e mansueto governo. I Lionesi contenti speravano ed amavano. A Parigi, ogni opinione, ogni affezione si voltava a lui: dava buone parole a tutti, ma insomma pendeva al moderato, sapendo che tal era il desiderio universale.Cacciò Buonaparte a punta di baionette i consigli legislativi, cacciò il direttorio; i soldati pagati dal governo si voltarono contro il governo: ebbe paura sulle prime, poi fece paura agli altri. Conosce Europa il dì 9 novembre, da cui poteva nascere un vivere moderato e largo, e che non pertanto partorì un reggimento duro, tirato, dispotico e soldatesco.Pace dentro, pace fuori, parvero a Buonaparte i più forti fondamenti della sua potenza: i Franzesi, stanchi ed afflitti da sì lunghe guerre, pace soprattutto desideravano, purchè disonorata non fosse, del che non temevano con Buonaparte capo. A questi fini indirizzava egli principalmente i suoi pensieri. Speciale intoppo alla cittadina concordia gli parevano, ed erano veramente, gli spiriti esagerati, i quali, non potendo per ambizione riposare sotto alcuna potestà, nemmeno possono quando sono giunti essi alla potestà suprema, posciachè, tirannicamente procedendo, decimano prima i popoli, poi sè medesimi, e tutti i fondamenti dello Stato fan rovinare; non gliera ignoto che il nome di costoro era odioso in Francia; perciò fece avviso che molto fosse, per operare a fine di concordia, il cacciare questi commettitori di scandali, di risse e di sangue: per la qual cosa, senza rimanersene ai formali giudizii, nè differendo contro di loro i rimedii severissimi, gli allontanava, confinandoli in terre estreme o forestiere. Purgata la Francia da questi uomini turbolenti, pensava al ribandire dal lungo esiglio coloro che avevano seguitate le parti del re, od almeno destato le esorbitanze che ai tempi più acerbi della rivoluzione si erano commesse in Francia. Pochi furono eccettuati dal clemente editto, piuttosto per lasciare un appicco a nuove grazie, che per altro fine. Rientravano gli esuli, se non sotto i tetti propri, se non nei beni loro posti al fisco, ma a rivedere i monti, i fiumi, le valli e l'aere natio: il che era pur parte di felicità. Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del nome reale, e ne auguravano delle maggiori. Della contentezza loro godeva il consolo, volendo arrivare alla dominazione assoluta coll'appoggio dei regi e de' repubblicani. In questi pensieri tanto più volentieri si confermava, quanto non dubitava che sarebbero andati a grado delle potenze europee, siccome quelle che vi vedevano l'intenzione data da lui nei campi di Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i Borboni, desiderio primo e principale dei principi, massimamente dell'imperadore Paolo. Sperava che con questi mezzi acquisterebbe pace con l'Europa, e tanta potenza in Francia che potesse senza pericolo finalmente scoprirsi dello aver preso il dominio per sè, non per altri. Il reggimento statuito da lui in Francia, di cui parti principalissime erano il senato ed il corpo legislativo, non gli dava apprensione, perchè del senato lo assicuravano le ricchezze, del corpo legislativo le ambizioni. L'avere poi ridotto le amministrazioni delle provincie ad uno invece di molti, fece gli ordini meglio eseguiti,l'erario pingue: ogni cosa volgeva alla monarchia. Correndo i soldi, i magistrati obbedivano, i soldati marciavano: tutti benedicevano il consolo.

Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il faceva sicuro della guerra genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome del re quasi tutti i dominii del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi franzesi con rompere la forza di Championnet e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte le genti russe per alla guerra elvetica.

Partito Suwarow dalle terre italiche, ne fu molto diminuita la forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator Francesco, innanzi che arrivassero nuovi rinforzi dagli Stati ereditarii, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli aiuti fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che, per essere vicina alle frontieredi Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai Franzesi. Dall'altra parte primo pensiero dei repubblicani era il conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow, ch'era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga con poche forze fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed affronti, che niuno effetto, non solamente terminativo, ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il raccontar tutto: la somma fu che il forte di Santa Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia, e soggetto principale di contesa, finalmente cadde in potestà degl'imperiali; il quale accidente aperse libero l'adito alle navi di Inghilterra in quel magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'inoltrarsi di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova, donde la poterono cingere di assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte d'Occidente.

Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si trovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra infuriate. Melas ponderate tutte le cose che accadevano, lasciando Kray alla guardia dei paesi in cui la Scrivia e la Bormida infondono le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che, posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportunoa sopravvedere i moti che potessero fare i Franzesi da Mondovì, di cui erano in possessione, dal colle di Tenda e dalle valli della Stura e di Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo come a centro comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava, per andare a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Franzesi ricusavano il cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del Reno, era investita l'autorità, suprema sopra tutte le genti che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito, dei liguri Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a sè la schiera di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso ordinava che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal generale Duhesme.

Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in numero a quello di Melas: la guerra, fin allora sparsa e vaga, si riscontrava in un solo punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per definirsi quest'ultimo atto dell'italiana contesa ed il destino di Cuneo. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani: il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di Duhesme avesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel momento stesso si avventava contro l'altro il dì 9 novembre. I primi ad attaccarsi furono Grenier ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare uguali da ambe le parti. Fu lunga e forte e variata la mischia; gli uni con gli altri parecchievolte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci per le cavallerie (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo avversario sui campi aperti) furono finalmente i Franzesi costretti a ritirarsi a Savigliano, e di là cacciati, a retrocedere, incamminandoli a Genola. Le cose succedettero diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano, aveva assaltato il secondo a Genola; ma il Franzese gli rispose con tanta gagliardia, che, quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno, e fino sforzato a ritirarsi più che di passo dentro le mura di Fossano; donde poi uscendo di nuovo, per usar l'occasione, acquistava Genola, e perseguitava continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava Lavaldigi, e, dopo un lungo conflitto, se ne impadroniva. Ritiravansi i Franzesi parte a Centallo, parte a Marozzo. In questo mentre giungeva Duhesme sul campo in cui si era combattuto sul principio della battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima, sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmente in possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale franzese breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.

Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava che l'usassero. Il giorno seguente sforzarono a darsi un grosso squadrone lasciato a Ronchi, indi una schiera più grossa che stanziava a Murazzo. Avrebbe voluto Melas correresulla destra della Stura per dar addosso a Lemoine; ma inteso che i Franzesi avevano fatto due campi, con intenzione di preservare Cuneo, condusse le sue genti vincitrici contro quei nuovi alloggiamenti del nemico; i Franzesi, non aspettandolo, si ritirarono ai monti. Se non che, premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè l'oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, li perseguitava da tutte bande; li cacciava sino all'erto giogo di Tenda, occupava le Barricate e l'Argentiera, Dronero, e sforzava Duhesme e tornarsene nella valle d'Icilia, alle radici del monte Ginevra. Restava che gli Austriaci togliessero ai Franzesi Mondovì, dove si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione, perchè, sloggiati i Franzesi sforzatamente da due subborghi e dalle eminenze che dominano la città, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della valle del Tanaro. Occuparono i Tedeschi, sempre ritirandosi i Franzesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti fino al ponte di Nava, ch'è il passo più difficile e quasi la chiave della strada che porta su quelle alture. Per tal guisa i varii corpi di Championnet, che, partendosi da diversi punti di una larga periferia, eran venuti a concorrere, quasi come in centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la battaglia ivi combattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di Genola, dispersi, e l'uno dall'altro discostandosi di nuovo, si allargarono, ed ai punti medesimi della periferia ritornarono. Ritirossi il capitano del direttorio, Championnet, a Nizza, dove, tra varie cagioni di cordoglio e l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di peste infuriava, passò da questa all'altra vita.

Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte e di molta importanza pel suo sito. Conoscevano questa importanza i generali dell'imperatore, e però, sebbene la stagione già divenissesinistra alle opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo.

Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di due mila cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte e pel desiderio di tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia; oltre a questo, non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca nè da guerra, perchè e per le ingordigie solite e per l'angustia dei tempi non era stata mai sufficientemente empiuta. Ciò nonostante, Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierie contro coloro che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria, e tanti i paesani accorsi, che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione la prima parallela e vi si piantarono diciannove batterie pronte a bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il 2 dicembre, che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori, ritirandosi di tutto allo interno della piazza. Al tempo stesso arse una conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori l'occasione, facendo, la notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un altro magazzino scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco, rapidamente distendendosi, minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo, perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati non avevano più consiglio; la tempesta mandata continuamente dal nemico accendeva l'intero; tanta era la quantità che soprabbondevolmente gittava Lichtenstein di palle, di bombe e di granate reali. Mandarono i Cunesi, pregando che avesse compassione di loro,od almeno risparmiasse le case, posciachè eglino non combattevano. Rispose non farsi alcun divario, quando si oppugnano le piazze, fra chi combatte e chi non combatte: capitolasse il Franzese; cesserebbe la tempesta.

Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi. Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai 5 dicembre che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come prigioniera, negli Stati ereditarii, che si avesse cura degli ammalati e dei feriti: erano ottocento. A questo modo fu domato per forza, in men di dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto la gara contro le forze di Francia nel 1691 e nel 1744.

La presa di Cuneo e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato in nome del re, non si consentì mai ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta vi comparisse.

Intanto molto doloroso fu questo anno alla famiglia reale di Sardegna per mali veri e per le speranze vane; perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona; passò anche da questa vita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato, fratello del re, giovane di ottima natura e di costumi dolcissimi.

Ma dobbiamo tornare alle cose del regno di Napoli, dove gli accidenti sono fierissimi e pieni di sangue.

Ferdinando, Carolina, Acton eransi ritirati in Sicilia, lasciando Napoli in mano dei Franzesi che badavano ai fatti loro ed ai Napolitani, amatori di libertà che sognavano la repubblica. Ma non se nestava il governo regio senza speranza che le sue cose avessero presto a risorgere, perchè non ignorava la forte lega, che si era ordita in Europa contro la Francia, e sapeva che i dominii dei Franzesi nei paesi forastieri, massimamente in Italia, sono sempre brevi. Egli medesimo si era congiunto per trattati d'alleanza con le potenze che facevano o volevano far la guerra ai Franzesi. Già fin dall'anno ultimo l'aveva stipulato con l'Austria; aveva anche il re contratto amicizia con la Gran Bretagna, e Nelson vittorioso molto confortava le siciliane speranze; medesimamente un trattato erasi concluso con l'imperadore Paolo di Russia. Perchè poi quella repubblica franzese, che era per sè stessa una tanto strana apparenza, avesse a produrre nel mondo accidenti ancor più strani, il re Ferdinando aveva fatto alleanza coi Turchi, con avergli il Gran Signore promesso che manderebbe, ad ogni sua richiesta e senza alcun suo aggravio, dieci mila Albanesi in suo aiuto: a questo dava favore e facilità la conquista di Corfù fatta dai Russi e dai Turchi, quando appunto gli aiuti loro erano divenuti più necessarii al re Ferdinando. Era arrivato il tempo propizio a conquistare il regno per la ritirata di Macdonald da Napoli. Non aveva la repubblica messo forti radici nel regno, sì pel duro dominio dei repubblicani di Francia, sì per le astrazioni di quelli di Napoli, e sì finalmente per gl'ingegni mobili dei Napolitani.

Sperava adunque Ferdinando negli aiuti degli alleati e nelle inclinazioni dei popoli. Per conservarsi la grazia dei primi, aveva in Sicilia tenuto Acton in istato, per muovere i secondi mandato Ruffo in Calabria. Già abbiamo narrato come il cardinale, creato l'esercito con gli aderenti proprii, poi ingrossato coi nemici dei repubblicani, aveva mosso a rumore e ricondotto all'obbedienza le due Calabrie quasi tutte, la terra d'Otranto, la terra di Bari ed il contado di Molise. Erano accorsi con le bande loro al cardinaleProni, Mammone, Sciarpa, Fra Diavolo, Decesari, gente ferocissima. Un'altra mossa popolare era sorta che molto aiutava il cardinale per istigazione del vescovo di Policastro, contro il governo repubblicano, la quale, su le rive del Mediterraneo correndo, minacciava Salerno e Napoli. Anche il conte Ruggiero di Damas correva le campagne con uomini speditissimi, e sollevava a furore quelle popolazioni tanto facili ad essere concitate.

Il cardinale, vedutosi forte, elevava l'animo a maggiori imprese. Perlochè, volendo torre alla capitale del regno quel pingue granaio della Puglia, e facilitare anche in quelle spiaggie gli sbarchi dei Turchi e dei Russi, s'incamminava contro Altamura, perchè, andando all'impresa di Puglia, non voleva lasciarsi dietro quel seggio di forti repubblicani. Fattosi sotto le mura, ed intimata la resa, gli fu risposto arditamente da quei di dentro che niun'altra risposta volevano dare se non d'armi. Diede il cardinale furiosamente la batteria, e quantunque gli Altamurani virilmente si difendessero, aperta la breccia, vi entrarono i cardinalizii per estrema forza, e recarono in mano loro la terra. Qui, le cose che successero mettono tanto raccapriccio a descrivere che non si vuole raccontarle; solo diremo che se Trani ed Andria furono sterminate dai repubblicani, con uguale immanità fu esterminata la miseranda città d'Altamura. Usossi il ferro, usossi il fuoco, e chi più incrudeliva e mescolava gli scherni, le risa, gli orribili oltraggi alla crudeltà, era miglior tenuto: queste erano le opere dell'esercito che col nome di cristiano s'intitolava. Ad uguale sterminio fu condotta la città di Gravina, prossima ad Altamura, e posta sulla strada per la Puglia.

Conseguita la vittoria d'Altamura, andava il cardinale a porre le sue stanze ad Ariano nel Principato ulteriore. Quivi le città principali di Puglia, spaventate dal caso d'Altamura e di Gravina,spente le insegne della repubblica, e seguitando scopertamente il nome del re, concorrevano coi deputati loro a giurare obbedienza. Tutto lo stato della repubblica ruinava, e ritornavano con grandissimo impeto della fortuna a Ferdinando tutte le terre e le fortezze principali. Solo Foggia, capitale, assai fiorente e ricca, popolosa e piena di amatori dello stato democratico, ancor si teneva; ma l'essere tornata tutta la provincia alla devozione del re diede facilità ai Russi, Inglesi ed Ottomani di sbarcare, come fecero, sulle rive del golfo di Manfredonia nel novero di circa mille quattrocento condotti dal cavaliere Micheroux; marciarono contro Foggia, e la ridussero in poter loro. Correva un giorno di fiera quando vi entrarono: i popoli, spaventati al vedere quelle genti strane, che avevano nome di valorose e di feroci, sparsero tosto le triste novelle pei paesi circonvicini. Il terrore dominava, e se qualche luogo era rimasto fedele alla repubblica, questo concorreva prestamente con gli altri all'obbedienza verso il vincitore.

Parte dei soldati forastieri si congiunsero col cardinale in Ariano, e parte andarono a trovare sulle rive del Mediterraneo il vescovo di Policastro, che aveva combattuto infelicemente contro i repubblicani. Venne con questa seconda schiera Micheroux medesimo, che, valorosamente guerreggiando pel suo signore, aveva in odio la ferocia delle turbe indisciplinate, e si sforzava, ancorchè fosse indarno, di frenarle. I rinforzi condotti da Micheroux rendettero superiori i regi; anzi tanto s'avvantaggiarono, che, non ostante che i repubblicani con frequenti e forti battaglie cercassero di arrestarli, arrivarono, conquistati i passi importanti d'Eboli e di Campistrina, sotto le mura di Salerno, e se ne impadronirono. Già tutte le provincie avendo obbedito o per amore o per forza alla i fortuna del vincitore, la guerra si avvicinava a Napoli. Il cardinale, per istringerla,era venuto, calandosi da Ariano, a porsi a Nola, mentre Micheroux erasi alloggiato a Cardinale. Eransi anche i regi fatti padroni della Torre del Greco. Da un'altra parte, Aversa, rivoltatasi dalla repubblica, aveva chiamato il nome del re. Questo accidente interrompeva le strade da Napoli a Capua, in cui Macdonald, partendo, aveva lasciato un presidio di due mila soldati. La medesima ubbidienza seguitava l'Abruzzo, perchè Proni, sollevato prima l'Abruzzo superiore, dove, ad eccezione di Pescara, in cui si era rinchiuso il conte Ettore di Ruvo, ogni cosa veniva in poter suo, scendeva a far levare l'inferiore. Veramente tanto vi fece con la forza e con le persuasioni, che l'autorità regia vi fu ristaurata sino prossimamente a Gaeta, munita di un presidio franzese. Per tal guisa furono tagliate tutte le strade tra Napoli e Roma. In questo mentre comparivano le navi inglesi in cospetto, e mostrarono ai repubblicani che la strada del mare era loro interdetta come quella di terra, e che nissun'altra speranza rimaneva loro, se non quella di un disperato valore, poichè nella clemenza del vincitore non potevano in modo alcuno fidare. Avevano innanzi agli occhi il prospetto di Procida isola, nido allora d'immanità orribilissime. S'aggiungeva a spavento dei repubblicani che in Napoli s'era scoperta una congiura in favore del re.

In estremo tanto pericoloso, in cui non si trattava più di vincere o di perdere, ma di vivere o di morire, il governo della repubblica ed i repubblicani facevano ora più ora meno di quanto i tempi richiedessero. I sospetti intanto, anche fra gli uomini della stessa parte, come avviene nelle disgrazie, davano il tracollo allo stato già cadente. Fu proposto che un magistrato di censura si creasse, che avesse diritto e carico di scrutinare i membri del direttorio e quei del corpo legislativo, e chi fosse stimato sospetto cassasse, e proponesse in luogo loro cittadini puri ed incorrotti. Fu creatoil magistrato: questi creavano, quelli cacciavano, il governo era in mano loro. Instituissi intanto un tribunale, il cui ufficio fosse di giudicare il crimenlese, e di cui fu nominato presidente Vincenzo Lupo: entrarono con lui i repubblicani più vivi.

Decretava il direttorio che quando tirassero tre volte i cannoni dei castelli, chi a guardia nazionale od a ritrovi politici non fosse ascritto, incontanente si ritirasse alle sue case sotto pena di morte, e sotto la medesima pena serrasse le finestre. Ai tiri medesimi le guardie nazionali, o chi fosse addetto ai ritrovi, tostamente accorresse al quartier generale: i quinqueviri, i legislatori, i ministri andassero ai seggi loro, e chi nol facesse fosse ammazzato. Queste cose si facevano con terrore infinito della città. Ma i repubblicani più vivi e quelli che avevano in odio ed in sospetto ogni freno ed ogni governo viemmaggiormente s'infierivano. Quelli del ritrovo fermato nella casa dell'accademia dei nobili si spinsero ad eccessi condannabili, facendo cacciar dalle cariche quelli che lor non piacevano, sì che venne a regnare un'orribile anarchia. Poi, per far vedere che, se atterrivano gli altri, non avevano paura essi, immaginarono un registro, dove tutti, come membri dell'adunanza, avessero a scrivere i nomi loro. Questo registro divenne poscia, quando i regi si fecero padroni di Napoli, un libro di morte, perchè trovato, furono giudicati senza remissione tutti coloro che l'avevano segnato coi loro nomi.

In questo mentre niuna cosa lasciavano intentata per infiammare il popolo; sbattezzarsi chi avea nome Ferdinando, e prender nomi repubblicani; recitarsi le tragedie di Alfieri e le più forti, e spesso interromperle un predicatore a commentarle; poi un altro a dire che bisognava ammazzar tutti i tiranni: le napolitane grida andavano al cielo; fuori poi i discorsi erano ancor più strani che nel teatro. Eleonora Fonseca scriveva unmonitore, giornale in cui pubblicava continuamente vittorie di repubblicani, sconfitte di regi, arrivi di flotte soccorritrici di Francia. La società detta filantropica ammaestrava i lazzaroni per far loro capire che dolce e bella cosa fosse la repubblica. Fin la religione usavano, le predicazioni, le preci; fin la protezione di san Gennaro.

Ma i rimedii riuscivano insufficienti senza le buone armi. In questo i repubblicani avevano molta fede in Mantonè, ministro della guerra, uomo di animo fortissimo, repubblicano gagliardo, e che appunto pel suo coraggio smisurato errò; egli era, per mandato del governo, ordinator supremo di quanto s'appartenesse all'armi ed alla difesa della repubblica. Chiamò a sè gli ufficiali e soldati che erano stati ai servigi del re; ma, non potendo l'erario bastare a tanto dispendio, poneva mano a rimedii straordinarii. I doni d'oro ed argento coniato o vergato, procurati da due gentildonne molto ragguardevoli, le duchesse di Cassano e di Popoli, bastarono ad ordinar tre legioni di veterani, che, rette da Schipani, da Ettore di Ruvo e da un Belpuzzi, marciavano contro Sciarpa, Proni e Ruffo. Per sicurezza poi di Napoli, Mantonè ordinava meglio la guardia urbana, e tentava ogni via di accalorarla in favore della repubblica. Basetta primo generale, secondo Gennaro Serra, terzo Francesco Grimaldi e Antonio Pineda, uomini valorosi; alla fede del generale Federici commessa la custodia di Napoli, a quella di Massa Castelnuovo, al principe di Santa Severina Castel dell'Uovo. Buoni ordinamenti erano questi, ma la guerra più forte di loro; nè Mantonè, o che non sel credesse egli pel gran coraggio che aveva, o che s'infingesse per non ispaventare, non aveva fatto provvedimenti più gagliardi. Si persuadeva che le legioni create fossero bastanti a frenare i regi nelle provincie, e ritornarle sotto l'obbedienza del governo popolare.

Ebbe la guerra assai diverso successo;perchè Belpuzzi conoscendo la impossibilità di far fronte ai regi, abbandonata l'impresa, se n'era ritornato a Napoli. Ferocemente aveva combattuto negli Abruzzi Ettore di Ruvo, ma assalito ed attorniato da un numero di nemici molto superiore, fu costretto a cercar ricovero contro il furor dei sollevati dentro le mura di Pescara, Schipani, rotto da Sciarpa, per ultimo rifugio si era ritirato a Napoli. Così Ruffo, vincitore in ogni parte, inondando con le sue genti tutto il paese all'intorno, si era avvicinato alla capitale. Vide allora Mantonè che i moti del cardinale erano per risolversi non in romori, ma in effetti, che la fortuna minacciava, e che i rimedii ordinarii più non bastavano.

Creata per custodia di Napoli una legione di fuorusciti calabresi, i quali, perchè parteggiavano per la repubblica, cacciati a furia dalle case loro per le armi di Ruffo, si erano riparati nella capitale, uomini fieri, bellicosi, arrabbiati per le ingiurie recenti, e che se i loro compatriotti militanti col cardinale si mostravano disposti a far cose enormi pel re, essi erano risoluti a farne per la repubblica delle ugualmente enormi; poi, detto al principe di Roccaromana che creasse un reggimento di cavalieri nei contorni di Napoli, partiva Mantonè stesso da Napoli con sei mila soldati, non senza esimio apparato per impressionar quel popolo, di cui l'immaginare è tanto forte. Abbellì quella partenza la liberazione dei prigionieri fatti da Macdonald nella conquista di Castellamare, provveduti ancora perchè potessero ritornare, come loro fosse a grado, alle patrie loro.

Mantonè, condotte le repubblicane squadre alla campagna, sbaragliava e fugava facilmente i corridori dell'esercito regio; ma quando più oltre si fu spinto, si accorse che per lui nè pe' suoi altro scampo non restava se non quello di tornarsene prestamente là dond'era venuto. Il suo ritorno in Napoli costernava le genti: per ultima speranza aspettavanoquello che fosse per partorire il valore di Schipani; ma ebbero tosto le novelle ch'egli, per aver udito la ritirata di Mantonè, si era condotto alla Torre dell'Annunziata, combattuto quivi aspramente dai Russi, dai regi e da una parte de' suoi soldati medesimi mutatisi a favore del re, era stato preso, dopo di aver veduto lo sterminio quasi intero de' suoi compagni. Sentissi a questo momento ancora che Roccaromana aveva bene levato ed ordinato il reggimento di cavalli, ma che invece, di farlo correre in aiuto dei repubblicani, lo aveva condotto al cardinale, dal quale aveva avuto le grate accoglienze. Il precipizio era evidente. Decretava il direttorio essere la patria in pericolo. Ritiravasi col corpo legislativo ai castelli Nuovo e dell'Uovo; quel di Sant'Elmo, più forte, e che dominava Napoli, era in mano del presidio franzese lasciatovi da Macdonald: un terrore senza pari occupava le menti. La legione Calabra sola non si spaventava, perchè dal vivere al morire, purchè si vendicasse, non faceva differenza. Parte stanziava in Napoli, parte presidiava il castello di Viviena, per cui Ruffo doveva passare per venire a dar l'assalto alla città dal lato del ponte della Maddalena.

Udissi tutto ad un tratto nella spaventata Napoli un romore come di tuono; tremò la terra; pure il Vesuvio non buttava: veniva dal forte di Viviena. Lo aveva il cardinale con tutte le sue forze assaltato; si difesero i Calabresi, non come uomini, ma come lioni. Pure i regi, combattendolo da tutte parti con l'artiglieria, l'avevano smantellato, e non una, ma più, brecce e piuttosto una ruina di tutte le mura apriva l'adito ai vincitori. Entraronvi a forza ed a furia: gente disperata, ammazzava gente disperata, nè solo i vinti perivano. Nissuno s'arrendè, tutti furono morti; date, a chi gli uccideva, innumerevoli morti. Restavano una mano di pochi: la rabbia li trasportava; feriti ferivano, minacciati ferivano, ammoniti dell'arrendersi, ferivano. Purel'estrema ora giungeva. Anteponendo la morte di soldato alla morte di reo, nè soffrendo loro l'animo di venir in forza di coloro che con tanta rabbia abborrivano, un Antonio Toscano, che li comandava, e che già stava con mal di morte per le ferite e pel sangue sparso, strascinossi a stento a carpone al magazzino delle polveri, e con uno stoppaccio acceso postovi fuoco, mandò vincitori, vinti e rovinate mura all'aria. Tutti perirono: questa fu la cagione del tuono e dello spavento di Napoli.

Ruffo, espeditosi dall'intoppo del forte, passava e si accingeva a dar l'assalto alla capitale da tre bande. I repubblicani carcerarono come ostaggi alcuni sospetti, e condussero in Castel nuovo ed in Castel dell'Uovo un fratello del cardinale, ed i parenti degli ufficiali dell'esercito regio. Passarono per le armi i fratelli Bacher con quattro lazzaroni mescolati in congiure. Poi partiti in tre schiere, se ne givano contro Ruffo: Writz li conduceva alla Maddalena, Bassetta a Foria, Serra a Capodimonte. Caracciolo con le navi sottili accostatosi al lido, batteva di fianco le genti del re. Animavansi con vicendevoli conforti l'un l'altro, e così diedero dentro ai regi: sorse una furiosissima zuffa alla Maddalena, luogo del principale sforzo: repubblicani e regi eleggevano piuttosto il morire che il cedere.

I repubblicani, massimamente quei Calabresi inferociti, non punto sbigottitisi alla morte di Writz, loro prode e fedele capitano, continuavano a menar le mani ed a tener lontani dalle dilette mura le genti regie. Dal canto loro Bassetta e Serra ottimamente facevano il debito loro. Non inclinava ancora la sorte da alcun lato, quand'ecco sorgere grida diviva il realle spalle dei democrati. Erano una moltitudine di lazzaroni che, stimolati dai partigiani del governo regio, si levarono a rumore. Rivoltaronsi addosso a loro i repubblicani e gli ammazzarono tutti. Ma Ruffo, usando l'occasioneche gli si era aperta, perchè i nemici assaliti alle terga avevano rimesso dalle difese, entrava il 13 giugno per viva forza ed inondava la città, solo a lui contrastando quei Calabresi indomabili. Quivi il raccontare le cose che seguirono parrà certamente impossibile, se si si farà a considerare quella rabbia immensa, le ingiurie fatte, il sangue sparso, il sangue caldo, la natura estrema di quei popoli, l'immanità della più parte dei combattenti da nissuna civiltà temperata. Primieramente il castello del Carmine, che domandava i patti, fu preso per assalto e tutto il presidio senza pietà passato a fil di spada. Carnificina più grande e più orribile si faceva per le contrade. Vi si uccidevano gli uomini a caccia per diletto, come se fossero stati fiere; nè età, nè sesso, nè condizione, nè grado si risparmiavano. Uccidevansi i repubblicani per odio pubblico, i non repubblicani per odio privato; nè quei carnefici si contentavano di uccidere, che ancora voleano tormentare, e varii erano i generi delle morti, uno più crudo e più orribile dell'altro. Godevano i barbari, a guisa di veri cannibali, e facevano le loro tresche, le loro grida, le loro danze festevoli intorno alle vittime. Vedeva Ruffo queste cose, e non volle o non potè frenarle. Cercavano e chi era reo e chi era innocente di repubblica, scampo a furore tanto barbaro. Chi fuggiva in abito di donna, e questo ancora nol salvava; chi fuggiva sotto cenci da lazzarone, e non si salvava. Ma quelli a cui la fortuna aveva aperto uno scampo per le contrade gliel toglieva per le case; poichè i padroni ne li cacciavano, sapendo che, se li ricettassero, le case loro sarebbero saccheggiate ed incese ed essi uccisi. Vidersi fratelli chiuder le porte ai fratelli, spose agli sposi, padri a' figliuoli. Risospinti dalle case, i miseri perseguitati si nascondevano nelle fogne, donde di notte tempo e di soppiatto uscivano, cacciati dalla fame e dalla puzza. Se ne accorsero i lazzaroni; si mettevano in agguato alle bocche,come se aspettassero fiere al varco, e quanti uscivano, tanti ammazzavano. Felice chi moriva senza tormenti! Durò lo stato orribile due giorni. Infine si risolvè il cardinale, o perchè la umanità finalmente il movesse, o perchè volesse attendere all'assedio dei castelli, fazione impossibile a tentarsi in tanto scompiglio a frenare il furore de' suoi; Napoli, atterrita per le morti, diventò lagrimosa pei morti.

Restavano ad espugnarsi i castelli; a questo espugnazione applicò l'animo il cardinale, piantando le batterie. Veduto il pericolo, i repubblicani ch'erano dentro a Castel dell'Uovo si accordavano con quelli di Castel Nuovo e di Sant'Elmo per fare tutti uniti una fazione notturna contro la batteria di Posilippo, eretta a percuotere il Castel dell'Uovo, il più importante pel suo sito. Dopo un infelice errore che scambiaronsi gli amici per nemici, e ne sorse con parecchie morti molto spavento, finalmente riconosciutisi, e ripreso animo, se ne andarono con incredibile audacia alla fazione; e tanto fu l'ardire e la prestezza loro che, uccise le guardie, e sopraggiungendo improvvisi alla batteria, la presero, arsero i carretti, chiodarono i cannoni, e tornarono sani e salvi al castello.

La fazione della punta di Posilippo, la ferocia dei repubblicani calabresi, l'atto disperato del comandante di Viviena ed il coraggio smisurato dimostrato in tutti i fatti dai democrati avevano dato molto a pensare a Ruffo, il quale si era persuaso che senza molto sangue e forse senza lo sterminio di tutta la città non avrebbe poluto riuscire a fine della sua impresa. Considerate e maturamente ponderate tutte le cose che allora accadevano, stimando che non si convenisse mettere i repubblicani nell'ultima disperazione, si deliberarono gli alleati ad offerir loro patti, perchè i castelli e la città si conservassero salvi, e fosse rimesso il pericolo che sovrastava al navilio d'Inghilterra per la flotta di Brest già comparsaallo stretto di Gibilterra. Il cardinale, per mezzo di Mejean, comandante per Francia del castello di Sant'Elmo, col quale aveva avuto qualche pratica, mandò dicendo ai repubblicani che, se volessero patteggiare, vi si sarebbe volentieri risoluto. Rappresentò loro Mejean quello che era vero, cioè che oramai ogni difesa era inutile, e che migliore e più savio partito era il serbar la vita a tempi migliori per la repubblica, che il perire senza frutto per lei: accettassero i patti, esortava, che loro si venivano offerendo. I repubblicani, consultato fra di loro, inclinarono l'animo al partito più ragionevole, e, risolvendosi al trattare, proposero in un modello scritto le condizioni per mezzo delle quali promettevano di lasciare castel Nuovo e Castel dell'Uovo, non potendo stipulare per Sant'Elmo, come in potestà di Francia. Parvero sulle prime al cardinale le condizioni superbe, e penava al ratificarle. Infine, stringendo il tempo, temendo vieppiù della vita dei suoi congiunti, e moltiplicando gli avvisi dell'avvicinarsi della flotta franzese, con pari consentimento degli alleati, si risolvette ad accettarle. Furono queste: fossero Castel Nuovo e Castel dell'Uovo dati in potere dei comandanti del re delle Due Sicilie e de' suoi alleati il re d'Inghilterra, l'imperatore di tutte le Russie e la Porta Ottomana, e così parimente ad essi fossero consegnate le munizioni da guerra e da bocca, con le artiglierie ed altri arnesi che si trovassero nei forti; uscisse il presidio onorevolmente a modo di guerra; le persone e le proprietà sì mobili che stabili di ognuno che si appartenesse ai due presidii si serbassero salve ed inviolate; potessero le persone medesime ad elezione loro imbarcarsi sopra bastimenti di tregua che loro sarebbero forniti, per essere trasportate a Tolone, o potessero ancora rimanersi in Napoli, dove nè esse nè le famiglie loro potessero a modo niuno essere molestate; le medesime condizioni fossero e s'intendessero concedute a tutti coloro frai repubblicani che nelle battaglie succedute fra loro e le truppe del re o de' suoi alleati fossero stati fatti prigionieri; l'arcivescovo di Salerno, i cavalieri Micheroux e Dillon, ed il vescovo d'Avellino detenuti nei castelli si consegnassero al comandante di Sant'Elmo, e vi restassero come ostaggi, insino a tanto che si avessero le novelle certe dell'essere i repubblicani arrivati a Tolone; tutti gli altri ostaggi o prigioni per ragion di Stato si rimettessero in libertà, tosto che la capitolazione fosse sottoscritta; non isgombrassero i repubblicani dai castelli se non quando ogni cosa fosse presta all'imbarcarli.

Fu la capitolazione approvata e sottoscritta dal cardinal Ruffo in qualità di vicario generale del regno, da un Kerandy per l'imperadore di tutte le Russie, da un Bonjeu per la Porta Ottomana e da un Foote pel re d'Inghilterra. Non s'indugiò a dar mano all'esecuzione dei patti. Da una parte gli ostaggi nominati dai repubblicani si condussero in Sant'Elmo, dall'altra entrarono i regi nei due castelli. Il cardinale a nome del re, e come vicario generale del regno di qua dal Faro, pubblicò per tutto il reame un editto, per cui perdonava ogni colpa e pena ai repubblicani, promettendo piena ed intera salute a tutti coloro che restassero, e facoltà d'imbarcarsi per Marsiglia a tutti quelli che amassero meglio, lasciando la patria, andarsi vivere in lontane e forastiere contrade. Mandava espressamente il trattato a Pescara, in cui tuttavia si teneva Ettore di Ruvo, affinchè cedesse la piazza a Proni, e se ne venisse con tutti i suoi a Napoli, scortato per sua sicurezza dai regi.

I repubblicani intanto s'imbarcavano. Due navi portatrici di quei di Castellamare, avendo avuto facoltà di uscire, già erano arrivati a salvamento nel porto di Marsiglia; le altre aspettavano la facoltà medesima e i venti prosperi. In questo punto ecco arrivare Nelson: aveva egli udito, essere la flotta franzese ricoveratane' suoi porti; trovandosi per questo esente da timore, passato prima per Palermo, e levatone il re, il ministro Acton, Hamilton, ambasciatore d'Inghilterra, ed Emma Liona, sua donna, avea voltate le vele verso i lidi d'Italia. Non così tosto dalla sanguinosa Napoli si scoprirono le navi d'Inghilterra, che il cardinale mandava a Nelson deputati per informarlo delle cose fatte e dei patti stipulati. Rispose l'ammiraglio, non doversi il trattato concluso coi ribelli mandare ad esecuzione, se prima il re non lo avesse approvato, risposta veramente incomportabile per mille ragioni. Di tale risoluzione fu molto dolente il cardinale, che non voleva essere distruggitore delle sue promesse, e per fare che la fede data si osservasse, andò egli medesimo a bordo della nave dell'ammiraglio, con efficacissime parole esortandolo a consentire; ma l'Inglese, come se temesse che l'umanità e la fede contaminassero le vittorie, non si lasciò piegare; anzi non potendo rispondere agli argomenti ed alla facondia del cardinale, scusandosi con dire che non sapeva la lingua italiana, prese la penna e scrisse da vittorioso la crudele sentenza. E perchè ognuno sappia il quanto di vituperio sia stato mescolato in queste sanguinose rivolture, non si vuol omettere di dire che Emma Liona era presente quando Nelson contrastava al cardinale e ordinava le uccisioni. Nelson, trapassando dal detto al fatto, ed entrando nel porto con la flotta, dichiarava prigionieri i repubblicani usciti in virtù della capitolazione dai castelli, sì quelli che già si erano imbarcati e non ancora partiti, e sì quelli che non peranco si erano riparati alle navi. Perchè poi dubbio alcuno non potessero avere del destino che gli aspettava, li fece incatenare due a due e riporre in fondo alle navi. Nè contento di tenerli, li lasciava bersaglio ad ogni oltraggio, e stremava loro i viveri. Pure noveravansi tra di loro uomini, se si eccettuano le opinioni ed i fatti politici, in cui consisteva la colpaloro, molto ragguardevoli per dottrina, per linguaggio e per virtù. Bastava bene ammazzarli, senza trattarli come vili assassini di strada. A tanto di barbarie si è lasciato trasportare un ammiraglio d'Inghilterra. Il re, che era sul vascello inglese il Fulminante, non soffrendogli l'animo di vedere i supplizii che si preparavano, se tornava in Sicilia. Rimase il campo libero a chi voleva sangue.

Conquistati i castelli di Castel Nuovo e di Castel dell'Uovo, attesero gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale, oppugnato gagliardamente qualche giorno, venne in mano loro, essendosi il comandante Mejean arreso a patti. Stipulossi fra le due parti che la guernigione franzese sarebbe prigioniera di guerra del re e de' suoi alleati; che non servisse contro di loro finchè non fosse scambiata; che sotto fede si conducesse sopra bastimenti regi in Francia. Quanto ai sudditi del re che si trovavano nel forte, si convenne che si consegnassero in mano degli alleati: brutto sfregio alla fama di Mejean che doveva lasciare che gli alleati quegli uomini da immolarsi si prendessero da per sè stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto a consegnarli. Si aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele. I repubblicani, travestiti a modo di soldati franzesi, per istare alla fortuna, se non fossero riconosciuti di salvarsi, essendo riconosciuti, ed anzi indicati da chi li doveva preservare, vennero in poter di coloro che tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile che commosse a compassione molti degl'inimici.

Si arrendevano in questo all'armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione, ma rotto, sanguinoso, pieno d'incendii, di rapine, di sdegni e di vendette. Incominciavansi i supplizi, l'infuriata plebe imitava; l'uccidere per tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchia. Non ad età si perdonava, non a sesso, non a grado. UnFiori, un Guidobaldi, un Damiani, un Sambuci, e massimamente uno Speciale, già stato ordinatore dei supplizii di Procida, erano gli strumenti della barbarie.

Mario Pagano, al quale tutta la generazione riguardava con amore e con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visto innocente, visto desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più benevolo di lui mai si pose a voler migliorare questa umana razza e consolar la terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu mostrato in cima agl'infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente scellerata ed assassina. Non fece segno di timore, non fe' segno di odio. Morì qual era vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero da un estremo all'altro d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli, che come maestro e padre, e più ancora come padre che come maestro il rimiravano. Il piansero con pari affetto tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare l'umanità è merito, e lo straziarla delitto. Non si potrà dir peggio dell'età nostra di questo che un Mario Pagano sia morto sulle forche. Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di tempi tanto sinistri. Se gli offerse la grazia, purchè la domandasse, non perchè virtuoso, dotto e da tutto il mondo onorato fosse, ma perchè aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato, non volere domandar grazia, e poichè i suoi fratelli morivano, voler morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar con sè di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti mostrò coi fatti; perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno. Francesco Conforti, per dottrina nelle scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi tutti il primo, uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue segrete stanze a studiare, o sullepubbliche cattedre ad insegnare, fe' testimonio al mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più inesorabile della rabbia civile, e che la gratitudine non ha luogo fra gli sdegni politici. Preso e legato dagli sbirri in Capua, gli diè di mano il boia in Napoli. Vincenzo Russo, giovane singolarissimo per altezza d'animo e per eloquenza e per umanità, portò con gli altri supplizio del buon volere in tempi malvagi; dopo gli strazi, infiniti che nella sua prigione furono fatti di lui, e che sopportò con costanza ineffabile, fu dato in preda al carnefice. Non mutò volto, non fe' atto alcuno indegno di lui; serbò non solo la equalità dell'animo, ma ancora la serenità. Nè giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una traduzione col testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper sottoscrivere una sentenza di morte. Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto alla presenza di Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante rispondeva: «Ho capitolato.» Avvertito apprestasse le difese, rispose: «Se la capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri mezzi.» Condannato a morte, camminava col capestro al collo, in mezzo a' suoi compagni, con fronte alta e serena, tra sdegnoso e generoso. Salite, senza mutare nè viso nè atto, le fatali scale, dimostrò che l'uomo, quantunque percosso dalla fortuna, è più forte di lei, e che non lo spaventa la morte. I raccontati supplizi, siccome d'uomini, partorirono maraviglia insieme e pietà in coloro che non ancora di ogni affetto umano si erano dispogliati; ma più maraviglia che pietà: il seguente, siccome di donna, mosse più a pietà che a maraviglia; pure a grandissima maraviglia strinse i circostanti. Eleonora FonsecaPiementel, donna ornata d'ogni genere di letteratura, ed ancor più di virtù, da Metastasio lodata, fu condannata a perder la vita sulle forche piantate in piazza del mercato.

Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente chi meno. I casi d'un Velasso, d'un Fiani destan raccapriccio ed orrore. Un Pasquale Battistessa, impiccato e portato in chiesa, ivi diè segni di vita. Rapportato il compassionevole caso a Speciale, mandò dicendo, il finissero: come Speciale aveva comandato, così fu fatto. Narransi qui storie d'uomini o di fiere?

Morirono in Napoli per l'estremo supplizio, e tutti con invitto coraggio, Ignazio Ciaia, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese, Marcello Scotti, letterato eruditissimo ed autore del catechismo de' marinai, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri, ornamento e fiore delle napolitane contrade. Fu anche affetto con l'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì qual era vissuto, indomito, animoso ed imperturbabile.

La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo onore e primo lume della napolitana marineria, amato dal re, stimato dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece ancor esso una compassionevole fine. Scoperto da un suo domestico, fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani ferocissimi, a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente al bordo della sua nave il Fulminante un consiglio militare, a cui diede facoltà ed ordine di giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re delle Due Sicilie per avere combattuto la fregata napolitanala Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè pruovare. Dannavanlo il consiglio a morte. Nelson comandava s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero principe pregava, dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna che era a bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso in guerra; ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio.

Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizii, sì per la rabbia popolare. Non fu minore nelle provincie: perironvi in modo sempre violento, spesso crudele, quattro mila persone, quasi tutte eminenti o per dottrina o per lignaggio o per virtù; carnificina orribile. Pure ne tocca raccontare un altro caso. Domenico Cimarosa, cui tutta la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodie, cui chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed annuvolatici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizii. Pregato, egli aveva composto la musica per un inno repubblicano. Venuta Napoli in mano dei sicarii, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato ancora, se i Russi ausiliariidel re non fossero giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal governo napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una Napoli, la salute venne a Cimarosa dall'Orsa.

Essendo caduta nelle due estremità d'Italia la potenza dei Franzesi, restava ancor in poter loro la romana repubblica, ma non sì che non si vedesse vicina la inevitabile rovina loro anche in questa parte. Suonavano dentro e d'intorno le armi dei confederati o regolari o collettizie. Avevano gli Aretini, sempre infiammati nell'impresa loro contro i Franzesi, in ciò secondati anche dai Cortonesi, avendo le due città in così grave occorrenza posto in disparte le antiche emulazioni, fatto un moto importante sulle rive del Trasimeno, e sforzato Perugia ed il suo forte alla dedizione. A questo modo si erano posti in mezzo, onde i Franzesi rimasti alla guardia di Roma e dei luoghi circonvicini non potessero più comunicare coi loro compagni, che se ne stavano assediati in Ancona. Lo Stato romano quasi tutto tumultuava, e tornava all'obbedienza pontificia. Furonvi al solito uccisioni, rapine, ingiurie a uomini e a donne, con tutte le altre pesti indotte dai popoli mossi a romore. Da una altra parte nè Froelich, che aveva nella Romagna il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la ricuperazione del regno, avevano trasandato le romane cose. Ad essi accostavansi gl'Inglesi con qualche squadra di genti da terra e con navi condotte dal capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia.

Adunque la repubblica romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana, ed avendola occupata, facilmente siincamminava a Roma dalla parte bassa, salivano i Napolitani, condotti da un Burcard, Svizzero, e turbavano tutto il paese sulla riva sinistra del Tevere. Erano con loro gl'Inglesi di Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua e di Gaeta, se ne venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier alla campagna, piuttosto per non capitolare senza combattere, che per combattere per vincere. Fuvvi un duro e lungo incontro tra i repubblicani sì franzesi che romani da una parte, e i Napolitani dall'altra, presso a Monte rotondo. Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi più alti e montuosi. Non erano ancora i soldati di Garnier riposati dalla fatica della battaglia di Monterotondo, che li conduceva contro Froelich; ma, sebbene con molto valore combattesse, fu costretto a ritirarsi nelle mura di Roma, restando in suo potere le sole fortezze di castel Sant'Angelo, Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto diè cagione di risorgere anche ai Napolitani dall'altra parte. Perlochè, riavutisi dalla rotta di Monterotondo, s'avviarono di nuovo contro Roma. Posero gli Austriaci le loro prime guardie alla Storta, i Napolitani a Portaromana ed a Pontemolle. Consideratosi da Garnier il precipizio delle cose, e pensando che il cedere a tempo sarebbe non solamente la salute de' suoi, ma ancora quella dei repubblicani di Roma, che avevano seguitato la fortuna franzese, aveva introdotto una pratica d'accordo con Trowbridge, quale fu condotta a perfezione e sottoscritta da ambe le parti il dì 25 settembre.

Le principali condizioni furono le seguenti: uscissero i Franzesi da Roma, Civitavecchia, Corneto e Tolfa con ogni onore di guerra; serbassero le armi, non fossero prigionieri di guerra; si conducessero in Francia od in Corsica; i Napolitani occupassero castel Sant'Angelo e la Tolfa, gl'Inglesi Corneto e Civitavecchia; i Romani che volessero imbarcarsi coi presidii franzesi, e trasportar le proprietà loro, il potessero fare liberamente,e quei che rimanessero, e che si fossero mostrati affezionati alla repubblica, non si potessero riconoscere nè delle parole nè degli scritti nè delle opere passate, e fossero lasciati vivere quietamente, sì veramente che vivessero quietamente e secondo le leggi. Penò qualche tempo Froelich a consentire all'accordo; commise ancora qualche ostilità; ma finalmente vi accomodò l'animo, e voltate le bandiere verso l'Adriatico, se ne giva all'assedio di Ancona, sola piazza che nello stato romano ancora si tenesse pei repubblicani. S'imbarcarono i Franzesi a Civitavecchia, e con essi tutti coloro fra' Romani che stimarono più sicuro lo esilio che il commettersi ad un governo provocato con tante ingiurie.

Burcard occupò primo la città, poscia vi venne don Diego Naselli, dei principi d'Aragona, mandato da Ferdinando con potestà suprema militare e politica, per ridurre a qualche sesto le cose scomposte dalla rivoluzione, innanzichè il governo pontificio vi fosse restituito. Creò un superiore magistrato con titolo di suprema giunta del governo; aggiunse un tribunale di giustizia sotto il nome di giunta di Stato, ufficio del quale fosse che la quiete dello Stato non si turbasse, e chi la turbasse fosse castigato. La suprema giunta notò i beni venduti ai tempi della repubblica come nazionali, ed abrogò le vendite fatte, riserbando agli spossessati il ricorso pei compensi: contenne il libero scrivere, frenò la licenza del vestire sì degli uomini che delle donne, e richiamò ai luoghi loro le suppellettili rapite o vendute del Vaticano e delle chiese, rimborsando però il valore a chi le avesse comperate. Inibì l'ingresso e la dimora in Roma a tutti che avessero avuto cariche nella repubblica, e bandì da tutto lo Stato romano i cinque notai capitolini, che avevano rogato l'atto della sovranità del popolo e della deposizione del sommo pontefice. Oltre a ciò, i beni dei repubblicani furono generalmente sequestrati, poi confiscati: grannumero di coloro che avevano partecipato nel governo precedente, dopo di essere stati esposti ad infinite vessazioni ed insulti, furono gettati in carcere. Violavasi così la capitolazione; del resto, non si fece, come a Napoli, sangue, moderazione degna di molta lode. Ma la sfrenatezza delle soldatesche napolitane suppliva in questo, perchè, oltre al rubare nelle botteghe e nelle strade, il giorno come la notte, uccisero anche parecchie persone che vollero difendersi dalla loro rapacità. Questi delitti andavano impuniti. Roma, offesa dai Napolitani, era compresa da un altro terrore.

Le vittorie di Kray e Suwarow avevano posto in mano degli alleati la valle del Po, quelle di Ruffo e le mosse dei sollevati di Toscana, tolto al dominio dei Franzesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo Stato romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non avevano più i Franzesi che Genova con la riviera di Ponente, sulla sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato, perchè, siccome prossimo ai loro territorii, poteva facilmente servir loro di scala al racquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che stava al governo della piazza con un presidio che, tra Franzesi, Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno arrivava a questo numero. La piazza, la quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in sè molta fortezza per essere dominata dalle eminenze vicine, era, per la diligenza usata da Monnier, divenuta fortissima: non si poteva venir agli approcci della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.

Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati. Una flotta turca e russa, governata dall'ammiraglio Woinowich, e comparsa nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto, perchè nuovo fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui lidi circonvicini. Quest'era la flotta che, già vincitrice di Corfù, intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sulle italiche terre coi Turchi e coi Russi i Barbari dell'Epiro. Quivi veniva pure un navilio sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra ed infestare le spiaggie marittime. Dalla parte del regno, gli abitatori delle rive del Tronto si erano levati a romore, ed, accompagnati da qualche nervo di genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di stringere il presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della Romagna, tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro e Fano, voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta importanza. Sinigaglia stessa titubava. Niuna cosa più restava sicura ai repubblicani che le anconitane muraglie.

Eransi le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da sè stesse, ma s'aggiunse loro, sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del generale cisalpino Lahoz. Era Lahoz stato stromento potente ai Franzesi per turbare l'antico stato d'Italia. Amico al generale Laharpe, aveva militato con lui, e, com'egli, nodriva l'animo volto a libertà. Mutò poi linguaggio e fatti, sì che Montrichard, a cui era subordinato, risapendone i maneggi, e veduta l'importanza del caso, gli toglieva l'autorità sul dipartimento del Rubicone, mandando Hullin per arrestarlo. Ma Lahoz, avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si era schivato, e mandando fuori apertamente quello che si aveva concetto nell'animo, gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro Francia.

A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportunoquelle che Froelich conduceva dallo Stato romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a destra dei monti che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del Tronto per quivi abboccarsi con Donato de Donatis, alle bande del quale molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano per condottieri i nobili Sciaboloni, Cellini e Vanni. L'arrivo di un generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor di mano molto confortava questi capi, perchè speravano che per opera di lui quelle genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie, le rendeva sperimentate negli usi del muoversi, del marciare, del combattere. Concorrevano cupidamente tratti dal nome suo gli Abruzzesi, e fecero massa tale che da Ascoli passando per Calderola, Belforte, Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano con guardie non interrotte fino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal modo tutto il paese all'intorno d'Ancona.

Monnier, non volendo lasciarsi ristringere nella piazza, usciva fuori alla campagna per combattere fazioni che non potevano portare che danno per lui, perchè aveva poche genti e non modo di ristorare i soldati perduti con nuovi, mentre i collegati, per avere i mari aperti e le popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente aggiungere genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa risoluzione di Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a distruzione d'uomini e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente la licenza. Ascoli, Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro ed altre città della Marca, belle tutte e magnifiche, prese e riprese per forza parecchie volte, ora dall'una delle parti ed ora dall'altra, pruovarono quanto la licenza militare ha in sè di più atroce e di più barbaro. Finalmente successequello che era impossibile che non succedesse, cioè che, moltiplicando sempre più le genti collettizie di Lahoz e le regolari de' collegati, e venute in mano loro Jesi, Fiume, Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro, Osimo, Castelfidardo e perfino Camurano, terra posta a poca distanza da Ancona, fu costretto Monnier a serrarvisi dentro ed a far difesa dei suoi le mura fortificate di lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo in mezzo, s'impadronirono della montagnola, donde più oltre procedendo, tosto piantarono una batteria di diciassette cannoni, con la quale bersagliavano il forte dei Cappuccini, il monte Gardetto e la cittadella.

Furono da questi tiri molto danneggiati gli edifizii della cittadella, restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso, ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le tre navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyraud, il Laharpe e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur un'ancora alla bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte Pelago, se ne era fatto padrone, e qui con trincee si approssimava a monte Galeazzo; che anzi, fatto un subito impeto contro di esso, vi si era alloggiato; ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva ricacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano le condizioni dell'anconitana guerra, nè si vedea che gli alleati potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si difendevano egregiamente, e di que' di fuori, i Russi erano pochi, i Turchi ed i sollevati, per l'imperizia loro e la mala altitudine dei loro istrumenti militari facevano poco frutto nell'espugnazione della piazza.

Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich coi suoi Tedeschi, e rendeva tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si alloggiava in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione controil monte Galeazzo, confidando anche, per mandarlo ad esecuzione, nell'aiuto dei collettizii di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel posto, di battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella presa di questa eminenza consisteva principalmente la vittoria di Ancona. Due volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte ne era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo conosciuto che finalmente se stesse più lungamente padrone di monte Pelago e delle trincee che vi aveva fatte e che si distendevano verso monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi la possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte del 9 ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere. Ma un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi di Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in viso i combattenti, quando Lahoz, impaziente di quella lunga battaglia, usciva dall'alloggiamento e dava addosso agli assalitori. Siccome poi era uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a caricar l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico fedele, ora suo nemico mortale: scorgevansi, scagliavansi l'uno contro l'altro, sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad Italiani. Ed ecco in questo un soldato cisalpino prender di mira Lahoz conosciuto, e ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i repubblicani addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo, gli tolsero le armi ed il pennacchio, che a guisa di trionfo portarono in Ancona. Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se non fossero stati presti i sollevati a soccorrerlo.

Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si ritirava ilFranzese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel nemico una impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo, si andò prima dell'ultima ora rammaricando e giustificando della sua condotta, finchè passava da questa all'altra vita.

Froelich, piantate le artiglierie in luoghi opportuni, e con esse battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne insignoriva. Poi, procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al monte Gardetto. Poscia, usando il favore di questa vittoria, dava il dì 2 di novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito e correva anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano le porte di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio proprio e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierie la piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi le artiglierie degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal, portatore delle sinistre novelle de' repubblicani rotti in tutta Italia, specialmente della novità di Napoli, di Roma e di Toscana.

Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi e la dignità della sua patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare, protestando però volere solamente arrendersi alle armi austriache, non a quelle dei Russi o dei Turchi o dei sollevati. Patti onorevoli seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di guerra, avesse segurtà di passare in Francia perdove volesse, fino agli scambi non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno, di qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro potesse essere riconosciuto o castigato od in qualunque modo molestato nè per fatti nè per scritti nè per parole in favore della repubblica, e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il potesse fare liberamente. Fu e sarà questa capitolazione egregio e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra tutti i comandanti di fortezze in Italia, solo Mejean, castellano di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani e quelli che si erano aderiti ai Franzesi: tutti gli altri ottennero, o almeno domandarono, la salvazione di coloro che combattendo o consentendo coi Franzesi, avevano con tanta cecità contro di sè concitato l'odio degli antichi signori.

Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi ed i Russi si diedero al sacco; quelle misere terre, già conculcate e peste da sì lunga guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori: il che accrebbe i mali umori e le cause di disunione che già correvano.

Intanto era il direttorio costituito in assai difficile condizione. Bollivano molte parti in Francia, e tutte si volgevano contro di lui. La nazione franzese, impaziente delle disgrazie per natura, ancor più impaziente per la memoria delle vittorie, dava imputazione per appagamento proprio a' suoi reggitori delle rotte ricevute e della perduta Italia. Molteplici querele si muovevano in ogni parte contro di loro, e il meno che si dicesse era che non sapevano governare. Quell'impeto ch'era sorto pei tre nuovi quinqueviri,già era per le ultime rotte svanito. Dominava nei consigli legislativi, secondo il solito, la perversa ambizione del voler disfare il governo per arrivare ai seggi del direttorio. I soldati nuovamente descritti non marciavano, i veterani disertavano per la strettezza dei pagamenti, le contribuzioni non si pagavano, ogni nervo mancava; la guerra civile lacerava le provincie occidentali; chi voleva le opinioni estreme, chi le mezzane; molti, che sapevano molto bene quello che si volessero, e molti ancora che nol sapevano, desideravano una mutazione. Nè questa mutazione era evitabile, perchè nissun governo può resistere in Francia alle sconfitte accompagnate dalla libertà dello scrivere e del parlare. La fazione soldatesca, che mal volentieri sopportava che il paese fosse retto dai togati, ed alla quale nissun governo piace se non il soldatesco, guardava intorno se qualche bandiera chiamatrice di novità, ed alla quale potesse, come a centro comune, concorrere, all'aria si spiegasse, proponendosi di sottomettere, prima il governo col nome della libertà, poi il popolo col nome di gloria. Tutte queste cose vedevansi gli uomini savii, nemici della licenza; vedevanle i faziosi, amici della tirannide, e tutti pensavano al ridurle ai disegni loro.

In questa congiuntura di tempi, sovveniva agli uni ed agli altri il nome di Buonaparte, tanto glorioso per Francia, tanto temuto dai forastieri. Per mille discorsi, nasceva in Francia un desiderio accesissimo del capitano invitto. Ognuno come redentore il guardava, ognuno desiderava che tornasse a redimere la patria afflitta. Queste affezioni erano sorte nei popoli, parte per le disgrazie, parte per lo splendore delle vittorie, parte per le arti astutamente usate da lui e da' suoi fautori, talmente che ciascuno credeva ch'ei fosse per fare ciò che ciascuno desiderava. Insomma, la materia era ben disposta a ricevere le buonapartiane impronte.

Adunque, già fin da quando si erano udite le prime sciagure d'Italia, era sorto fra i desiderosi di cose nuove il pensiero di far tornare Buonaparte dall'Egitto, il qual pensiero si rinfrescò maggiormente, e si mandò ad effetto quando portò la fama essere morto Joubert, combattendo nella battaglia di Novi. In questo disegno entrarono Sieyes quinqueviro, Barras quinqueviro, i generali superstiti dell'esercito italico, eccettuato Massena, il quale non era punto affezionato a Buonaparte, ed i fratelli Giuseppe e Luciano Buonaparte. Molto accomodato a' suoi fini era il procedere di Luciano, che, allettando con le parole, chiamava a sè ed al nome del suo fratello i gelosi della libertà e della gloria franzese, i desiderosi della libertà italica, i cupidi delle spoglie italiche. Viaggiavano le vele, erano quelle di un bastimento greco, portatrici dei desiderii comuni verso l'Egitto, correndo la state, del presente anno. L'avviso fu ed accetto ed opportuno.

Buonaparte, che conosceva ottimamente, per la sua mente pronta e vasta, per la perizia somma nelle faccende di Stato, e per la cognizione profonda che aveva di questa umana razza, quanto piena fosse la fortuna che si parava davanti, e quanto fosse propizia l'occasione di condurre ad effetto i suoi pensieri smisurati, parendogli eziandio che un mezzo opportuno gli si offerisse di sottrarsi dall'Egitto, dove le cose sue cominciavano a declinare, cupidissimamente si avviava alle sue nuove e straordinarie sorti. Salpava dagli egiziani lidi, conducendo con sè i suoi compagni più fidati di guerra, perchè aveva bisogno delle mani e delle armi loro; i dotti ed i letterati più famosi, perchè si voleva servire, come di aiuto molto potente, della autorità, delle lingue e degli scritti loro. Arrivava improvviso a Frejus: improvviso ancora, disprezzate le leggi di sanità, perchè non voleva che la fama del suo arrivo si raffreddasse, partendo, giungeva nel volubilissimo Parigi, che bramosamentelo aspettava. Non occorre raccontare le allegrezze che si fecero in tutta Francia quando si sparse la voce del suo ritorno; basta che le genti corsero a lui da ogni parte, come a trionfatore, a salvatore e redentore; già Francia era sua, quantunque uomo privato e generale senza esercito fosse. Lione soprattutto tripudiava per un'insolita allegrezza, città ancor sanguinosa per l'imperio poco anzi spento dei truculenti giacobini, sdegnata per le leggi soldatesche che contro di lei tuttavia vigevano. Toccò, passando, i tasti più teneri; favellò di pace, di prospero commercio, di ferite civili da racconciarsi da un giusto e mansueto governo. I Lionesi contenti speravano ed amavano. A Parigi, ogni opinione, ogni affezione si voltava a lui: dava buone parole a tutti, ma insomma pendeva al moderato, sapendo che tal era il desiderio universale.

Cacciò Buonaparte a punta di baionette i consigli legislativi, cacciò il direttorio; i soldati pagati dal governo si voltarono contro il governo: ebbe paura sulle prime, poi fece paura agli altri. Conosce Europa il dì 9 novembre, da cui poteva nascere un vivere moderato e largo, e che non pertanto partorì un reggimento duro, tirato, dispotico e soldatesco.

Pace dentro, pace fuori, parvero a Buonaparte i più forti fondamenti della sua potenza: i Franzesi, stanchi ed afflitti da sì lunghe guerre, pace soprattutto desideravano, purchè disonorata non fosse, del che non temevano con Buonaparte capo. A questi fini indirizzava egli principalmente i suoi pensieri. Speciale intoppo alla cittadina concordia gli parevano, ed erano veramente, gli spiriti esagerati, i quali, non potendo per ambizione riposare sotto alcuna potestà, nemmeno possono quando sono giunti essi alla potestà suprema, posciachè, tirannicamente procedendo, decimano prima i popoli, poi sè medesimi, e tutti i fondamenti dello Stato fan rovinare; non gliera ignoto che il nome di costoro era odioso in Francia; perciò fece avviso che molto fosse, per operare a fine di concordia, il cacciare questi commettitori di scandali, di risse e di sangue: per la qual cosa, senza rimanersene ai formali giudizii, nè differendo contro di loro i rimedii severissimi, gli allontanava, confinandoli in terre estreme o forestiere. Purgata la Francia da questi uomini turbolenti, pensava al ribandire dal lungo esiglio coloro che avevano seguitate le parti del re, od almeno destato le esorbitanze che ai tempi più acerbi della rivoluzione si erano commesse in Francia. Pochi furono eccettuati dal clemente editto, piuttosto per lasciare un appicco a nuove grazie, che per altro fine. Rientravano gli esuli, se non sotto i tetti propri, se non nei beni loro posti al fisco, ma a rivedere i monti, i fiumi, le valli e l'aere natio: il che era pur parte di felicità. Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del nome reale, e ne auguravano delle maggiori. Della contentezza loro godeva il consolo, volendo arrivare alla dominazione assoluta coll'appoggio dei regi e de' repubblicani. In questi pensieri tanto più volentieri si confermava, quanto non dubitava che sarebbero andati a grado delle potenze europee, siccome quelle che vi vedevano l'intenzione data da lui nei campi di Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i Borboni, desiderio primo e principale dei principi, massimamente dell'imperadore Paolo. Sperava che con questi mezzi acquisterebbe pace con l'Europa, e tanta potenza in Francia che potesse senza pericolo finalmente scoprirsi dello aver preso il dominio per sè, non per altri. Il reggimento statuito da lui in Francia, di cui parti principalissime erano il senato ed il corpo legislativo, non gli dava apprensione, perchè del senato lo assicuravano le ricchezze, del corpo legislativo le ambizioni. L'avere poi ridotto le amministrazioni delle provincie ad uno invece di molti, fece gli ordini meglio eseguiti,l'erario pingue: ogni cosa volgeva alla monarchia. Correndo i soldi, i magistrati obbedivano, i soldati marciavano: tutti benedicevano il consolo.


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