Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura con l'espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni ioniche. A questo modo le veneziane isole arrivarono, in mezzo a tante guerre, ad una condizione non solo tollerabile, ma buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente; vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che, mentre si combatteva in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad ingrossare ora l'esercito germanico ed ora l'italico. Un grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambedue. Dal canto suo l'Austria non ometteva di levar nuovi soldati, massimamente dall'Ungheria, e gli inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di Toscana, che, posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio franzese, e conseguentemente in quello dell'Austria, seguitava i desiderii dell'imperatore.Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, nè si cessava di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome del duca. Il marchese Sommariva, mandato perchè desse forma a quelle masse incomposte, le ingrossasse e le armasse,con indefessa attività attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Quelle genti, siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la qual cosa, usando l'occasione, non solamente richiedevano la Toscana e Sommariva che frenassero e punissero i violatori dei confini, ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana.A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli Apennini e s'impadronisse di Firenze; a Monnier, andasse a combattere e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati; a Clement, marciasse più sotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della Toscana, e l'ultimo partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose le mani adesso a cinquanta bastimenti inglesi e ad una quantità grandissima di frumenti. Le cose non successero di questo dalla parte di Arezzo. Gli Aretini si difendevano virilmente. Fu presa d'assalto il 19 di ottobre, con moltissimo sangue. Seguitava una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse toscane. Sommariva si ritirava nel Ferrarese.Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a Parigi il dì 8 luglio tra il conte San Giuliano ed il ministroTaleyrand. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra l'imperadore alla guerra, perchè, avendo rifiutato la pace, abborriva dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al pensiero che i Paesi Bassi avessero a restare in possessione della potenza emola a lei: offeriva adunque sussidii di denaro ed aiuti di forze dalla parte di Napoli. Dall'altra parte l'imperadore non sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia finchè quella fortezza fosse in potestà di uno Stato dipendente intieramente dalla Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione dell'imperadore Paolo, giustamente confidava di poter fare fortunata guerra da sè stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento, dopo ch'era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi soldati.Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo. Al germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il germanico d'Austria governato da Kray; all'italico di Francia che obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era proposto Bellegarde. Fra i due e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni un franzese governato da Macdonald, nel Tirolo un austriaco capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.La sollevazione del paese toscano che aveva obbligato Brune a smembrar parte delle sue forze ed a mandarle oltre il suo fianco destro, aveva debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti, con comandare a Macdonald, che, lasciati grossi presidii nei Grigioni, si calasse prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello perrinforzar Brune dove alloggiava, questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Miurio, dove allora aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era questo del consolo; ciò non ostante, non si perdeva d'animo Macdonald, stimolando il fatto del San Bernardo, e volendolo emulare. L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal modo Baraguey l'impero della Valtellina, e facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini, al veder comparire quelle genti, si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro impossibile che elleno per quei luoghi ed in quella stagione (novembre) fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald.Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellato di nevi e di ghiacci, pareva che la natura fosse divenuta insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada, già di per sè stessa sdrucciolevole, stretta, rotta e precipitosa; pure, come al San Bernardo, si posero le artiglierie sui traini, le provvigioni sui muli; marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga; donde restava a salirsi l'erta precipitosa che porta al sommo giogo. Mettevansi in viaggio, e con penosi passi ed infinito anelito procedendo, alla bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante furiosissimo, che, innalzando un immenso nembo di nevosa polvere e negli occhi dei soldati gettandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quegli sdrucciolenti gioghi, levava un'orribilesommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso sulle sottoposte valli piombando, portò con sè a precipizio quanto le si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che, separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento e quasi morto aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che, come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei viaggiatori.Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato Macdonald, il quale, spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e prevedendo che lo stare importava la distruzione per la mancanza dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi a pestar le nevi: seguitavano quaranta palaiuoli ad appianarle ed a fare il sentiero: i zappatori, venendo dopo, l'assodavano; due compagnie di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti, fanti e cavalli; le artiglierie, le bestie da soma viaggiavano alla coda; questo era l'antiguardo. Arrivata sulla cima all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì 2 e 3 di dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli e d'artiglierie; il tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo alcuni soldati, per la forza di quell'insolito rigore, o morivano gelati o, perdute le estremità, con le membra monche restavano. Crudo era il viaggio, ma con isperanza di terminarlo felicemente, quando il dì 4 (rimaneva a varcarsi il retroguardo in cuisi trovava Macdonald) si levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio violentissimo arrestava e sotto monti di lanciata neve li seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di strada intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite, attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald sotto monti di neve come era perito Cambise sotto monti di arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati. Accorreva e gridava: «Franzesi, ha l'esercito di riserva vinto il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e l'armi.» La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino. Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi, spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore quanto più si saliva e che gli animi attristava e prostrava, e le membra, con renderle inutili, aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente e dominava; le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Franzesi. Rifulse in tanto estremo caso mirabilmente quanto possa questa portentosa umana natura; perchè, non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò ch'era chiuso, spianavano ciò ch'era montuoso, rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo, quantunque unrovinoso inverno li chiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti morti; godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza. Imprese son queste che paiono impossibili, e più a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non una, ma cento testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più maraviglioso o più erculeo di questo.Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano da effettuarsi le due altre che avevano anch'esse gran momento di difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle Camonica, cioè dalle acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo dalla Valtellina nel Trentino, cioè delle acque dell'Adda a quelle dell'Adige. Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale. Non ebbe prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli Alemanni vi si erano fortemente trincierati, e sebbene Macdonald due volte con grande vigoria li combattesse, aiutati dalla stagione, dalla fortezza del sito e dal proprio valore, il risospinsero.Da un'altra parte sortiva esito felice il passo della Priga. Traversato, non senza gravi difficoltà e pericoli, quell'aspro monte, vedevano i repubblicani le acque dell'Oglio, e, passato Breno, si raccoglievano a Pisogna, terra posta sulla settentrional punta del lago d'Iseo, cui l'Oglio con le sue acque forma e nudrisce. Vi trovavano la legione italiana di Lecchi e vettovaglie fresche, provvidenza di Brune, che ve le aveva mandate a ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua e denunziate le ostilità dauna parte e dall'altra; ma non si venne tosto alle mani in Italia, perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald, occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi con lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse, stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in quel paese Miollis con tre o quattro mila soldati. Oltre a ciò il re di Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare con l'Austria, aveva radunato un esercito campale sotto la condotta del conte Ruggiero di Damas; il quale, traversato lo Stato pontificio, già si avvicinava alla Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando che Macdonald si accostasse, e che i soldati novelli, che già erano arrivati in Piemonte, gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la guerra Bellegarde, volendo aspettare che Laudon e Wukassowich fossero scesi dal Tirolo. Inoltre, trovandosi alloggiato in sito forte per natura e per arte, amava meglio essere assaltato che assaltare.Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald sui campi donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio alle ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva posto alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare il fiume. Restava ch'egli medesimo il passasse, difficil opera, perchè gli Austriaci, forti di numero e di sito, si erano risoluti a difendere gagliardamente il fiume. Erano i Franzesi partiti in tre schiere. Fece Brune pensiero di varcare al passo di Mozambano, perchè quivi le rive essendo meno paludose, facilitavano l'accostarsi ed il combattere più fermamente ne' luoghi occupati. Perchè poi il passo gli riuscisse più facile,avvisò d'ingannar il nemico col fargli credere ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e Pozzuolo. Correva il giorno 25 dicembre, cui il generalissimo di Francia aveva destinato al passaggio del Mincio. Fu il primo Dupont a mandar ad effetto la fazione che gli era commessa, d'ingannare, cioè, il generale tedesco, però contentandosi di una dimostrazione sulla riva sinistra, senza prendervi alloggiamento stabile, senza ingaggiare battaglia giusta. Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a caso, poi, accomodate le piatte, costruiva il ponte e varcava con la maggior parte delle genti. S'impadroniva, dopo breve contrasto, della terra di Pozzuolo, e, senza aver rispetto alle condizioni delle cose, vi fermava le sue stanze; felice ad un tratto ed infelice pensiero. Ne sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune, avendo trovato le strade molto sinistre, non potè mettersi all'impresa il giorno 25: il che fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca, terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi contro Dupont. Si difese virilmente il Franzese, ancorchè Bellegarde si fosse scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero i suoi soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi si poteva fare. Ma tanto preponderava il nemico, che già Dupont, non essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva e si vedeva vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la pena dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di fermarsi a far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe adunque stata l'ala destra dei Franzesi conquisa intieramente e rotta, se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet, che dall'eminenza della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente che con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimogli aveva ordinato che andasse ad aiutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet, ristorava la fortuna della giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci, grossi e sicuri sul destro fianco, facevano una battaglia forte e molto ostinata. Tre volte s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti. Infine fu costretto Bellegarde a tirarsi indietro a Villafranca, lasciando i repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in questa battaglia, nè però senza strage fu la vittoria dei Franzesi. Il seguente giorno, come aveva destinato, passava Brune il fiume a Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di Francia si trovava condotto sulla sinistra del Mincio.Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè volendo avventurarsi a battaglie campali in quelle facile largura tra il Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavalleria, accomodava le sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava le genti sulla sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra alcuni corpi, non per signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio difendere il passo del fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria, applicava l'animo a cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far sentire l'impressione dell'armi franzesi nel Vicentino, nel Padovano e nel Trivigiano. Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso all'Adige, mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e Rivoli, affinchè serrasse la strada a Laudon ed a Wukassovich, che già scendevano dal Tirolo, e nel caso in cui eleggessero di rivoltarsi là dond'erano venuti, li perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald, procedendo pei monti superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in quella del Mela, da questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla superior coda del lago di Garda, si proponeva di riuscire per montagne scoscese e rotte sopra a Trento. La quale mossa,se avesse avuto il suo effetto, Laudon e Wukassovich, combattuti sopra da Macdonald, sotto da Moncey, non avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente il pensiero di Brune, rispetto al passo del fiume, perchè facilmente gli veniva fatto di varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei successivi passaggi, ora dei Franzesi, ora di Tedeschi. Bellegarde, informato del viaggio di Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione per impedire il transito ai repubblicani, e si ritirava, lasciato solamente nel castello di San Felice di Verona un presidio, che poco dopo si arrese sulle rive del Brenta. Al tempo stesso accortosi quanto la guerra fosse pericolosa a Laudon ed a Wukassovich, aveva loro comandato che risalissero più presto che potessero l'Adige, e per la valle della Brenta con frettolosi passi venissero a congiungersi con lui nei contorni di Bassano.In questo punto pervennero le novelle che dopo la vittoria di Hohenlinden, guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era stata conclusa a Steyer il giorno 25 dicembre una tregua tra il generale franzese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un trattato simile di sospensione di offese; ma, esigendo, conforme alle istruzioni, che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e porto Legnago, anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si continuò la guerra.
Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura con l'espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni ioniche. A questo modo le veneziane isole arrivarono, in mezzo a tante guerre, ad una condizione non solo tollerabile, ma buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente; vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.
La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che, mentre si combatteva in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad ingrossare ora l'esercito germanico ed ora l'italico. Un grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambedue. Dal canto suo l'Austria non ometteva di levar nuovi soldati, massimamente dall'Ungheria, e gli inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di Toscana, che, posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio franzese, e conseguentemente in quello dell'Austria, seguitava i desiderii dell'imperatore.
Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, nè si cessava di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome del duca. Il marchese Sommariva, mandato perchè desse forma a quelle masse incomposte, le ingrossasse e le armasse,con indefessa attività attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Quelle genti, siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la qual cosa, usando l'occasione, non solamente richiedevano la Toscana e Sommariva che frenassero e punissero i violatori dei confini, ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana.
A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli Apennini e s'impadronisse di Firenze; a Monnier, andasse a combattere e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati; a Clement, marciasse più sotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della Toscana, e l'ultimo partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose le mani adesso a cinquanta bastimenti inglesi e ad una quantità grandissima di frumenti. Le cose non successero di questo dalla parte di Arezzo. Gli Aretini si difendevano virilmente. Fu presa d'assalto il 19 di ottobre, con moltissimo sangue. Seguitava una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse toscane. Sommariva si ritirava nel Ferrarese.
Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a Parigi il dì 8 luglio tra il conte San Giuliano ed il ministroTaleyrand. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra l'imperadore alla guerra, perchè, avendo rifiutato la pace, abborriva dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al pensiero che i Paesi Bassi avessero a restare in possessione della potenza emola a lei: offeriva adunque sussidii di denaro ed aiuti di forze dalla parte di Napoli. Dall'altra parte l'imperadore non sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia finchè quella fortezza fosse in potestà di uno Stato dipendente intieramente dalla Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione dell'imperadore Paolo, giustamente confidava di poter fare fortunata guerra da sè stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento, dopo ch'era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi soldati.
Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo. Al germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il germanico d'Austria governato da Kray; all'italico di Francia che obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era proposto Bellegarde. Fra i due e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni un franzese governato da Macdonald, nel Tirolo un austriaco capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.
La sollevazione del paese toscano che aveva obbligato Brune a smembrar parte delle sue forze ed a mandarle oltre il suo fianco destro, aveva debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti, con comandare a Macdonald, che, lasciati grossi presidii nei Grigioni, si calasse prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello perrinforzar Brune dove alloggiava, questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Miurio, dove allora aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era questo del consolo; ciò non ostante, non si perdeva d'animo Macdonald, stimolando il fatto del San Bernardo, e volendolo emulare. L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal modo Baraguey l'impero della Valtellina, e facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini, al veder comparire quelle genti, si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro impossibile che elleno per quei luoghi ed in quella stagione (novembre) fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald.
Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellato di nevi e di ghiacci, pareva che la natura fosse divenuta insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada, già di per sè stessa sdrucciolevole, stretta, rotta e precipitosa; pure, come al San Bernardo, si posero le artiglierie sui traini, le provvigioni sui muli; marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga; donde restava a salirsi l'erta precipitosa che porta al sommo giogo. Mettevansi in viaggio, e con penosi passi ed infinito anelito procedendo, alla bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante furiosissimo, che, innalzando un immenso nembo di nevosa polvere e negli occhi dei soldati gettandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quegli sdrucciolenti gioghi, levava un'orribilesommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso sulle sottoposte valli piombando, portò con sè a precipizio quanto le si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che, separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento e quasi morto aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che, come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei viaggiatori.
Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato Macdonald, il quale, spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e prevedendo che lo stare importava la distruzione per la mancanza dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi a pestar le nevi: seguitavano quaranta palaiuoli ad appianarle ed a fare il sentiero: i zappatori, venendo dopo, l'assodavano; due compagnie di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti, fanti e cavalli; le artiglierie, le bestie da soma viaggiavano alla coda; questo era l'antiguardo. Arrivata sulla cima all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì 2 e 3 di dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli e d'artiglierie; il tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo alcuni soldati, per la forza di quell'insolito rigore, o morivano gelati o, perdute le estremità, con le membra monche restavano. Crudo era il viaggio, ma con isperanza di terminarlo felicemente, quando il dì 4 (rimaneva a varcarsi il retroguardo in cuisi trovava Macdonald) si levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio violentissimo arrestava e sotto monti di lanciata neve li seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di strada intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite, attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald sotto monti di neve come era perito Cambise sotto monti di arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati. Accorreva e gridava: «Franzesi, ha l'esercito di riserva vinto il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e l'armi.» La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino. Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi, spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore quanto più si saliva e che gli animi attristava e prostrava, e le membra, con renderle inutili, aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente e dominava; le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Franzesi. Rifulse in tanto estremo caso mirabilmente quanto possa questa portentosa umana natura; perchè, non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò ch'era chiuso, spianavano ciò ch'era montuoso, rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo, quantunque unrovinoso inverno li chiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti morti; godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza. Imprese son queste che paiono impossibili, e più a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non una, ma cento testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più maraviglioso o più erculeo di questo.
Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano da effettuarsi le due altre che avevano anch'esse gran momento di difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle Camonica, cioè dalle acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo dalla Valtellina nel Trentino, cioè delle acque dell'Adda a quelle dell'Adige. Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale. Non ebbe prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli Alemanni vi si erano fortemente trincierati, e sebbene Macdonald due volte con grande vigoria li combattesse, aiutati dalla stagione, dalla fortezza del sito e dal proprio valore, il risospinsero.
Da un'altra parte sortiva esito felice il passo della Priga. Traversato, non senza gravi difficoltà e pericoli, quell'aspro monte, vedevano i repubblicani le acque dell'Oglio, e, passato Breno, si raccoglievano a Pisogna, terra posta sulla settentrional punta del lago d'Iseo, cui l'Oglio con le sue acque forma e nudrisce. Vi trovavano la legione italiana di Lecchi e vettovaglie fresche, provvidenza di Brune, che ve le aveva mandate a ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.
Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua e denunziate le ostilità dauna parte e dall'altra; ma non si venne tosto alle mani in Italia, perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald, occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi con lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse, stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in quel paese Miollis con tre o quattro mila soldati. Oltre a ciò il re di Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare con l'Austria, aveva radunato un esercito campale sotto la condotta del conte Ruggiero di Damas; il quale, traversato lo Stato pontificio, già si avvicinava alla Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando che Macdonald si accostasse, e che i soldati novelli, che già erano arrivati in Piemonte, gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la guerra Bellegarde, volendo aspettare che Laudon e Wukassowich fossero scesi dal Tirolo. Inoltre, trovandosi alloggiato in sito forte per natura e per arte, amava meglio essere assaltato che assaltare.
Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald sui campi donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio alle ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva posto alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare il fiume. Restava ch'egli medesimo il passasse, difficil opera, perchè gli Austriaci, forti di numero e di sito, si erano risoluti a difendere gagliardamente il fiume. Erano i Franzesi partiti in tre schiere. Fece Brune pensiero di varcare al passo di Mozambano, perchè quivi le rive essendo meno paludose, facilitavano l'accostarsi ed il combattere più fermamente ne' luoghi occupati. Perchè poi il passo gli riuscisse più facile,avvisò d'ingannar il nemico col fargli credere ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e Pozzuolo. Correva il giorno 25 dicembre, cui il generalissimo di Francia aveva destinato al passaggio del Mincio. Fu il primo Dupont a mandar ad effetto la fazione che gli era commessa, d'ingannare, cioè, il generale tedesco, però contentandosi di una dimostrazione sulla riva sinistra, senza prendervi alloggiamento stabile, senza ingaggiare battaglia giusta. Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a caso, poi, accomodate le piatte, costruiva il ponte e varcava con la maggior parte delle genti. S'impadroniva, dopo breve contrasto, della terra di Pozzuolo, e, senza aver rispetto alle condizioni delle cose, vi fermava le sue stanze; felice ad un tratto ed infelice pensiero. Ne sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune, avendo trovato le strade molto sinistre, non potè mettersi all'impresa il giorno 25: il che fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca, terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi contro Dupont. Si difese virilmente il Franzese, ancorchè Bellegarde si fosse scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero i suoi soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi si poteva fare. Ma tanto preponderava il nemico, che già Dupont, non essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva e si vedeva vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la pena dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di fermarsi a far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe adunque stata l'ala destra dei Franzesi conquisa intieramente e rotta, se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet, che dall'eminenza della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente che con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimogli aveva ordinato che andasse ad aiutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet, ristorava la fortuna della giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci, grossi e sicuri sul destro fianco, facevano una battaglia forte e molto ostinata. Tre volte s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti. Infine fu costretto Bellegarde a tirarsi indietro a Villafranca, lasciando i repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in questa battaglia, nè però senza strage fu la vittoria dei Franzesi. Il seguente giorno, come aveva destinato, passava Brune il fiume a Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di Francia si trovava condotto sulla sinistra del Mincio.
Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè volendo avventurarsi a battaglie campali in quelle facile largura tra il Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavalleria, accomodava le sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava le genti sulla sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra alcuni corpi, non per signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio difendere il passo del fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria, applicava l'animo a cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far sentire l'impressione dell'armi franzesi nel Vicentino, nel Padovano e nel Trivigiano. Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso all'Adige, mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e Rivoli, affinchè serrasse la strada a Laudon ed a Wukassovich, che già scendevano dal Tirolo, e nel caso in cui eleggessero di rivoltarsi là dond'erano venuti, li perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald, procedendo pei monti superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in quella del Mela, da questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla superior coda del lago di Garda, si proponeva di riuscire per montagne scoscese e rotte sopra a Trento. La quale mossa,se avesse avuto il suo effetto, Laudon e Wukassovich, combattuti sopra da Macdonald, sotto da Moncey, non avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente il pensiero di Brune, rispetto al passo del fiume, perchè facilmente gli veniva fatto di varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei successivi passaggi, ora dei Franzesi, ora di Tedeschi. Bellegarde, informato del viaggio di Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione per impedire il transito ai repubblicani, e si ritirava, lasciato solamente nel castello di San Felice di Verona un presidio, che poco dopo si arrese sulle rive del Brenta. Al tempo stesso accortosi quanto la guerra fosse pericolosa a Laudon ed a Wukassovich, aveva loro comandato che risalissero più presto che potessero l'Adige, e per la valle della Brenta con frettolosi passi venissero a congiungersi con lui nei contorni di Bassano.
In questo punto pervennero le novelle che dopo la vittoria di Hohenlinden, guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era stata conclusa a Steyer il giorno 25 dicembre una tregua tra il generale franzese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un trattato simile di sospensione di offese; ma, esigendo, conforme alle istruzioni, che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e porto Legnago, anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si continuò la guerra.