MDCCCIX

MDCCCIXAnno diCristoMDCCCIX. IndizioneXII.PioVII papa 10.FrancescoI imp. d'Austria 4.Le ruine si moltiplicavano: la Spagna ardeva, l'Italia e la meridional parte della Germania sotto l'imperio diretto di Napoleone, l'Austria perplessa, la Prussia serva, la Russia devota, la Turchia aderente, la terraferma europea tutta obbediente a Napoleone o per forza o per condiscendenza. Un solo principe vivente nel cuor dell'Italia, debole per soldati, forte per coscienza, resisteva alla sovrana volontà. Napoleone, spinto dalla ambizione e acciecato dalla prosperità, aveva messo fuori certe parole sull'imperio di Carlo Magno, suo successore nei diritti e nei fatti intitolandosi, come se gl'impiegati di Francia, che da lui traevano gli stipendii, avessero potuto, imperadore dei Franzesi chiamandolo, dargli il supremo dominio e l'effettiva possessione, non che della Francia, di tutta la Italia, di tutta la Germania, di quanto insomma componeva l'imperio di Occidente ai tempi di quel glorioso imperadore.Adunque con quell'insegna di Carlo Magno in fronte si avventava contro il papa. Non poteva pazientemente tollerare che Roma, il cui nome tant'alto suona, non fosse ridotta in sua potestà, e gli pesava che ancora in Italia una piccola parte fosse che a lui non obbedisse. Dal canto suo il papa si mostrava renitente al consentire di mettersi in quella condizione servile, nella quale erano caduti, chi per debolezza e chi per necessità, quasi tutti i principi di Europa. Così chiaveva armi, cedeva, chi non ne aveva, resisteva. Pio VII, non che resistesse, fortemente rimostrava al Signore della Francia, acerbamente dolendosi che per gli articoli organici e pel decreto di Melzi fossero stati due concordati guasti a pregiudizio della sedia apostolica, ed anche a violazione manifesta dei concilii e del santo Vangelo stesso. Si lamentava che nel Codice civile di Francia, introdotto anche per ordine dell'imperadore in Italia, si fosse dato luogo al divorzio tanto contrario alle massime della Chiesa ed ai precetti divini. Rimproverava che in un paese cattolico, quale si protestava essere ed era la Francia con legge uguale si ragguagliassero la religione cattolica e le dissidenti, non esclusa anche l'ebraica, nemica tanto irreconciliabile della religione di Cristo.Di tutte queste cose ammoniva l'imperadore, dell'esecuzione delle sue promesse a pro della cattolica religione richiedendolo. Ma Napoleone vincitore delle maggiori potenze, non era più quel Napoleone ancor tenero ne' suoi principii. Per la qual cosa, volendo ad ogni modo venir a capo del suo disegno di farsi padrone di Roma, o che il papa vi fosse o che non vi fosse, mandava dicendo al pontefice, che essendo egli il successore di Carlo Magno, gli stati pontifizii, siccome quelli che erano stati parte dell'impero di esso Carlo Magno, appartenevano all'impero franzese; che se il pontefice era il signore di Roma, egli ne era l'imperadore, e che a lui, come a successore di Carlo Magno, il pontefice doveva obbedienza nelle cose temporali, come egli al pontefice la doveva nelle spirituali; che uno dei diritti inerenti alla sua corona era quello di esortare, anzi di sforzare il signore di Roma a fare con lui e co' suoi successori una lega difensiva ed offensiva per tutte le guerre presenti e future; che il pontefice, essendo soggetto all'imperio di Carlo Magno, non si poteva esimere dall'entrare in questa lega e dall'avere per nemici tutti coloroche di lui Napoleone fossero nemici. Aggiungeva, che se il pontefice a quanto da lui si esigeva non consentisse, aveva egli il diritto di annullare la donazione di Carlo Magno, di spartire gli Stati pontifizii e di dargli a chi meglio gli paresse; che nella persona del pontefice separerebbe l'autorità temporale dalla spirituale; che manderebbe un governatore con potestà di reggere Roma, e che al papa lascerebbe la semplice qualità di vescovo di Roma.Queste estreme intimazioni fatte al pontefice, che non aveva dato a Napoleone alcuna cagione di dolersi di lui, e che anzi con tutta l'autorità sua l'aveva aiutato a salire sul suo seggio imperiale, dimostravano in chi le faceva una risoluzione irrevocabile. Rispondeva il pontefice, e troppo seriamente rispondeva alle allegazioni di Napoleone, perchè niuno meno le stimava che Napoleone stesso. Instava adunque minacciosamente l'imperatore col pontefice, entrasse nella confederazione italica coi re d'Italia e di Napoli, e per nemici avesse i suoi nemici, e per amici gli amici. Ma avendo il papa costantemente ricusato di aderire, si era ridotto a richiedere che il pontefice facesse con lui una lega difensiva ed offensiva, e medesimamente tenesse i suoi amici per amici, i suoi nemici per nemici: quando no, lo stimerebbe intimazione di guerra, avrebbe il papa per nemico, Roma conquisterebbe.Allora, esposto il papa Pio con gravissime querele l'animo suo a Napoleone, andava protestando, che se per gli occulti disegni di Dio l'imperatore volesse consumare le sue minaccie, impossessandosi degli Stati della Chiesa a titolo di conquista, non potrebbe sua Santità a tali funesti avvenimenti riparare, ma protesterebbe come di usurpazione violenta ed iniqua. L'imperatore perseverò nel dire che a questo principio mai non consentirebbe, che i prelati non fossero sudditi del sovrano, sotto il dominio del quale son nati, e che intenzion suaera che tutta l'Italia, Roma Napoli e Milano, facessero una lega offensiva e difensiva per allontanare dalla penisola i disordini della guerra. Questa sua ostinazione corroborava col pretesto che la comunicazione non doveva e non poteva essere interrotta per uno Stato intermedio che a lui non si appartenesse tra i suoi Stati di Napoli e di Milano. Inoltre voleva e comandava che i porti dello Stato pontificio fossero e restassero serrati agli Inglesi. Rimostrò nuovamente il papa; e quanto al serrare i porti agl'Inglesi, sebbene fosse da temersi che ciò non potesse essere senza qualche pregiudizio dei cattolici che abitavano l'Irlanda, l'avrebbe nondimeno il pontefice consentito, per amor della concordia, all'imperatore.Napoleone, al quale sempre pareva che la corona imperiale fosse monca, se non fosse padrone di Roma, si apprestava a disfar quello che aveva per tanti secoli durato fra tante rivoluzioni e di Italia e del mondo. Perchè poi la forza fosse aiutata dall'arte, accompagnava le sue risoluzioni con parole di umanità e di desiderio di libertà per la potestà secolare. Quindi instantemente richiedeva, anche con la solita minaccia di privarlo della potenza temporale, se non consentisse, il papa che riconoscesse in lui il diritto d'indicare alla santa Sede tanti cardinali franzesi, quanti bastassero perchè il terzo almeno del sacro collegio si componesse di cardinali franzesi. Se il papa consentiva, acquistava Napoleone preponderante autorità nelle deliberazioni, e massimamente nelle nomine dei papi; se ricusava, avrebbe punito alla nazione franzese che egli le negasse ciò che per la sua grandezza credeva meritarsi, punto questo che all'imperatore molto caleva. Non potere, rispose il pontefice, consentire ad una domanda che vulnerava la libertà della Chiesa ed offendeva la sua più intima costituzione, e ciò dimostrava con sane e sante ragioni.Non si rimaneva l'imperatore dalla presa deliberazione; mandò di nuovodicendo al papa, o gli desse il terzo dei cardinali o si piglierebbe Roma. Tentato di render Pio odioso ai Franzesi, il volle far disprezzabile al mondo. Imperiosamente intimava al pontefice, cacciasse da Roma il console del re Ferdinando di Napoli. Rispondeva Pio, ch'egli non aveva guerra col re, che il re possedeva ancora tutto il reame di Sicilia, che era un sovrano cattolico, e che egli non sarebbe mai per consentire a trattarlo da nemico, cacciando da Roma coloro che a Roma il rappresentavano.L'appetita Roma veniva in mano di lui. Se vi fu ingiustizia nei motivi, fuvvi inganno nell'esecuzione. Si avvicinavano i napoleoniani all'antica Roma, nè ancora confessavano di marciare contro di lei. Pretendevano parole di voler andare nel regno di Napoli: erano sei mila; obbedivano a Miollis. Nè bastava un generale per un papa: Alquier, ambasciatore di Napoleone presso la santa Sede, anch'egli vi si adoperava. Usava anzi parole più aspre del soldato. Era giunto il mese di gennaio 1808 al suo fine, quando Alquier mandava dicendo a Filippo Casoni, cardinale segretario di Stato, che sei mila napoleoniani erano per traversare, senza arrestarvisi, lo Stato romano: che Miollis prometteva che passerebbero senza offesa del paese, e che il generale era uomo di tal fama che la sua promessa doveva stimarsi certezza. Mandava Alquier con queste lettere l'itinerario de' soldati, dal quale appariva che veramente indirizzava verso il regno di Napoli il loro cammino, e non dovevano passare per la città. Pure si spargevano romori diversi. Affermavano questi che andassero a Napoli, quelli che s'impadronirebbero di Roma. Il papa interpellava formalmente, per mezzo del cardinal segretario, Miollis, dicesse e dichiarasse, apertamente e senza simulazione alcuna, il motivo del marciare di questi soldati, acciocchè Sua Santità potesse fare quelle risoluzioni che più convenienti giudicherebbe. Rispondeva, aver mandatola norma del viaggio dei soldati, e sperare che ciò basterebbe per soddisfare i ministri di Sua Santità. Il tempo stringeva: i comandanti napoleonici marciando, e detti i soliti motti e scherni sui preti, sul papa e sui soldati del papa, minacciavano che entrerebbero in Roma, e l'occuperebbero. Novellamente protestava il papa, fuori delle mura passassero, in Roma non entrassero; se il facessero, l'avrebbe per caso di guerra, ogni pratica di concordia troncherebbe. Già tanto vicini erano i napoleoniani, che vedevano le mura della romana città. Alquier tuttavia moltiplicava in protestazioni col santo padre, affermando con osservazione grandissima che erano soltanto di passo e non avevano, nessuna intenzione ostile. I napoleoniani intanto, arrivati più presso, assaltarono armata mano, il dì 2 febbraio, la porta del popolo, per essa entrarono violentemente, s'impadronirono del castel Sant'Angelo, recarono in poter loro tutti i posti militari, e tant'oltre nell'insolenza procederono, che piantarono le artiglierie loro con le bocche volte contro il Quirinale, abitazione questa del pontefice. Perchè poi niuna parte di audacia mancasse in questi schifosi accidenti, Miollis domandava, per mezzo di Alquier, udienza al santo padre; ed avendola ottenuta, si scusò con dire che non per suo comando le bocche dei cannoni erano state volte contro il quirinale palazzo, come se l'ingiuria fatta al sovrano di Roma ed al capo della cristianità consistesse in questa sola violenza che certamente era molto grave. Della occupazione frodolenta ed ostile di Roma, ch'era pure l'importanza del fatto, non fece parola.Gli oltraggi al papa si moltiplicavano. L'accusavano dell'aver dato asilo nei suoi Stati a Napolitani briganti, ribelli, congiuratori contro lo Stato di Murat; per questo, affermavano, aversi occupata Roma; il papa stesso accagionarono di connivenza. Alquier già ne fece querele; del rimanente voleva, non so se perpazzia o per ischerno, che il papa avesse e trattasse ancora come amiche le truppe che violentemente avevano occupato la sua capitale e la sede del suo governo, e fatto contro il pacifico ed inerme suo palazzo quello che contro le fortezze nemiche ed armate solo si suol fare. A questo tratto non potè più contenere sè medesimo il pontefice: sdegnosamente scrisse all'ambasciatore napoleonico, non terrebbe più per amici quei soldati che, rompendo le più solenni promesse, erano entrati in Roma, avevano violato la sua propria residenza, offeso la sua libertà, occupato la città ed il castello, voltato i cannoni contro la propria abitazione, e che inoltre con intollerabile peso si aggravavano sopra il suo erario e sopra i suoi sudditi. A questo aggiungeva che, essendo privato della sua libertà, e ridotto in condizione di carcerato, non intendeva più nè voleva negoziare, e che solo allora si risolverebbe a trattare delle faccende pubbliche con Francia, che sarebbe restituito alla sua piena e sicura libertà.Le amarezze del papa divenivano ogni giorno maggiori. Il comandante napoleonico intimava ai cardinali napolitani, nel termine di ventiquattr'ore partissero da Roma, tornassero a Napoli. Se nol facessero, gli sforzerebbero i soldati. Quindi l'intimazione medesima, termine tre ore a partire, fu fatta dal soldato medesimo ai cardinali del regno italico. Risposero stare ai comandamenti del pontefice; farebbero quanto ordinasse. A tanto oltraggio il pontefice, quantunque in potestà di altrui già fosse ridotto, gravemente risentissi. Scrisse ai cardinali, non potere Sua Santità permettere che partissero: proibirlo anzi a tutti ed a singoli in virtù di quella obbedienza che a lui giurato avevano.La sovranità del papa a grado a grado dai violenti occupatori si disfaceva. Commettevano il male, non volevano che si sapesse. Soldati napoleoniani furono mandati alla posta delle lettere, dove, cacciate le guardie pontifizie, ogni cosa recaronoin poter loro. Al medesimo fine invasero tutte le stamperie di Roma per modo che nulla, se non quanto permettevano essi, stampare si potesse.Tolta al papa la forza civile, si faceva passo di togliergli la militare. Incominciossi dalle arti con subornare i soldati, le napoleoniche glorie e la felicità degli imperiali soldati magnificando. Pochi cessero, i più resisterono. Riuscite inutili le instigazioni, toccossi il rimedio della forza. I soldati furono costretti alle insegne napoleoniche, e mandati prima in Ancona, poscia nel regno italico per essere ordinati secondo le forme imperiali.Restava il santo padre nel suo pontificale palazzo con poche guardie, piuttosto ad onore che a difesa. Vollero i Franzesi che quest'ultimo suo ricetto fosse turbato dalle armi forastiere, non contenti se non quando il sommo pontefice fosse in vero carcere ristretto. Andavano, il dì 7 aprile, all'impresa del prendere il pontificale palazzo; si appresentavano alla porta: il soldato svizzero, che vi stava a guardia, rispose che non lascerebbe entrare gente armata, ma solamente l'ufficiale che le comandava. Parve soddisfarsene il capitano napoleonico: fatti fermar i soldati, entrava solo; ma non così tosto fu lo sportello aperto, e l'ufficiale entrato, che, aggiungendo la sorpresa alla forza, fece segno a' suoi che entrassero. Entrarono; volte le baionette contro lo Svizzero, occuparono l'adito. Si impadronirono, atterrando romorosamente le porte delle armi delle papali guardie, i più intimi penetrali invasero.Di tanti eccessi querelavasi gravissimamente il pontefice con Miollis; ma le sue querele non muovevano il generale, che anzi, negli eccessi moltiplicando, faceva arrestare da' suoi soldati monsignor Guidebono Cavalchini governator di Roma, ordinando che fosse condotto a Fenestrelle, fortezza alle fauci delle Alpi sopra Pinerolo.A questi tratti il pontefice, fatto maggioredi sè medesimo, in istile grave e profetico, a Napoleone le sue parole rivolgendo: «Per le viscere, diceva, della misericordia di Dio nostro, per quel Dio che è cagione che il sole levante venne dall'alto a ritirarsi, esortiamo, preghiamo, scongiuriamo te, imperadore e re Napoleone, a cambiar consiglio, a rivestirti dei sentimenti che sul principiar del tuo regno manifestasti; sovvengati che Dio è re sopra di te; sovvengati ch'ei non rispetterà la grandezza di uomo che sia; sovvengati ed abbi sempre alla mente tua davanti, ch'ei si farà vedere, e presto, in forma terribile; perchè quelli che comandano agli altri saranno da lui con estremo rigore giudicati.»Napoleone, cieco, e dal suo inevitabile destino tratto, non attendeva alle spaventevoli o fatidiche voci del pontefice. Decretava, il dì 2 aprile dello scorso anno, che, stantechè il sovrano attuale di Roma aveva costantemente ricusato di far guerra agl'Inglesi, e di collegarsi coi re d'Italia e di Napoli a difesa comune della penisola; stantechè l'interesse de' due reami e dell'esercito d'Italia e di Napoli esigevano che la comunicazione non fosse interrotta da una potenza nemica; stantechè la donazione di Carlo Magno, suo illustre predecessore, degli Stati pontifizii, era stata fatta a benefizio della cristianità, non a vantaggio dei nemici della nostra santa religione: stante finalmente che l'ambasciatore della corte di Roma appresso a lui aveva domandato i suoi passaporti; le provincie d'Urbino, Ancona, Macerata e Camerino fossero irrevocabilmente e per sempre unite al suo regno d'Italia; il regno italico, il dì 11 maggio, prendesse possessione delle quattro provincie, vi si pubblicasse ed eseguisse il codice Napoleone: fossero investite nel vicerè amplissime facoltà per l'esecuzione del decreto.Il giorno stesso del 2 di aprile, l'imperatore, conoscendo quanti prelati natii delle provincie unite fossero in Roma ai servigi del pontefice, e volendo privare ilsanto padre del sussidio di tanti servitori ed amici, decretava che tutti i cardinali, prelati, ufficiali ed impiegati qualsivogliano appresso alla corte, di Roma, nati nel regno d'Italia, fossero tenuti, passato il dì 25 di maggio, di ridursi nel regno; chi nol facesse avesse i suoi beni posti al fisco; i beni già si sequestrassero a chi non avesse obbedito il dì 5 di giugno.Nè solo la violenza del voler torre i servidori al papa si usò contro coloro ch'erano nati nel regno italico, ma ancora contro quelli che, sebbene venuti al mondo in Roma, possedevano ufficii spirituali in quel regno.Eugenio vicerè, con solenne decreto del 20 maggio spartiva, le quattro provincie in tre dipartimenti, del Metauro, del Musone e del Tronto chiamandoli. Avesse il primo Ancona per metropoli, il secondo Macerata, il terzo Fermo. Fosse in Ancona ad ulteriore ordinamento di questi territorii un magistrato politico: chiamovvi Lemarrois presidente: due consiglieri di Stato.Si esigevano nelle provincie unite i giuramenti di fedeltà all'imperatore, di obbedienza alle leggi e costituzioni. Il pontefice, che non aveva riconosciuto l'usurpazione, non consentiva ai giuramenti pieni. Da questo conflitto tra armi ed opinioni sorse nelle Marche, una volta sì prospere e felici, un disordine ed una infelicità dolorosissima.Pubblicava Pio una solenne protesta, la quale così terminava:«Stante adunque che per le ragioni finora raccontate egli è chiaro e manifesto che per forza di un attentato enorme i diritti della romana Chiesa sono stati dall'ultimo decreto di Napoleone violati, e che una ferita ancor più profonda è stata a noi ed alla santa Sede fatta, acciocchè tacendo non paia ai posteri che noi l'iniquissimo delitto commesso con violazione di tutte le regole della rettitudine e dell'onore, quanto pure merita, non abbiamo, ilche sarebbe perpetua vergogna nostra, a sdegno e ad abborrimento avuto, di nostro proprio moto, di nostra certa scienza, di nostra piena potenza dichiariamo, e solennemente e in miglior modo protestiamo, l'occupazione delle terre che sono nella marca d'Ancona, e l'unione loro al reame d'Italia, senza alcun diritto e senza alcuna cagione per decreto dell'imperatore Napoleone fatte, ingiuste essere, usurpate, nulle. Dichiariamo altresì e protestiamo nullo essere e di niun valore quanto fino ad oggi si è fatto per esecuzione del detto decreto, e quanto potrà essere d'ora in poi sulle terre medesime da qualunque persona fatto e commesso: vogliamo inoltre e dichiariamo che anche dopo mille anni, e tanto quanto il mondo durerà, quanto vi si è fatto e quanto sarà per farvisi, a patto niuno possa portar pregiudizio o nocumento ai diritti sì di dominio che di possessione sulle medesime terre, perchè sono e debbono essere di tutta proprietà della nostra santa Sedia apostolica.»Così Pio, venuto in forza altrui, parlava a Napoleone, e contro di lui protestava. Così ancora Napoleone, dopo di aver carcerato i reali di Spagna, carcerava anche il papa, e dopo di aver usurpato la Spagna, usurpava anche Roma. Alessandro di Russia in questo mentre appunto lasciava a posta la sua imperial sede di Pietroburgo per girsene a visitarlo in Erfurt; Francesco d'Austria vi mandava il generale Saint-Vincent (27 settembre 1808).Ma era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità, e già l'Austria, non abborrendo dall'entrare in nuovi travagli, e dall'abbracciar sola la guerra, si mise in sull'armare. Si doleva Napoleone dei romorosi apparecchi, affermando non pretendere coll'imperatore d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco essere a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli austriaciministri, e non so quale viennese setta, bramosa di guerra, come la chiamava, e prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a Francesco l'avere conservato la monarchia austriaca quando la poteva distruggere; gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dalle armi. Ma l'Austria non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui che aveva incarcerato i reali di Spagna. La confederazione renana, la distruzione dell'impero germanico, Vienna senza propugnacolo per la servitù della Baviera, Ferdinando cacciato di Napoli, il suo trono dato ad un Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta, la Toscana congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata cagione all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno esser capace che a lei altro partito restasse che armi o servitù. Solo le mancava l'occasione: la offerse la guerra di Spagna, all'impresa della quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che quello era l'ultimo cimento, faceva apparati potentissimi.Un esercito grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca Carlo in Germania. Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale perseverava nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse favorevole a questo primo conato, si aveva in animo di attraversare la Selva Nera e di andar a tentare le renane cose. Per aiutare questo sforzo, ch'era il principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo, stanziava con un corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccar nella Franconia, tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima speranza poi aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei Tirolesi, sempre affezionati al suo nome e desiderosi di riscuotersi dalla signoria dei Bavari. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di questo vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con un'oste assai numerosa, massimamentedi cavalli, l'arciduca Giovanni, giovane di natura temperata e di buon nome presso agl'Italiani.A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore. Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà della quiete. Ma, da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non ingannandosi punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato della mala disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si preparava alla guerra, con mandar in Germania ed in Italia quanti soldati poteva risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò nondimeno Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva, stava meglio armato e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar egli medesimo alla guerra germanica, perchè vedeva che sulle sponde del Danubio erano per volgersi le difinitive sorti, e che nessun altro nome, fuorichè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo. Quanto all'Italia, diede il governo della guerra in questa parte importante al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald.L'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino. L'arciduca Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe avanti, e chi resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo il dì 9 aprile del presente anno al medesimo modo intimò la guerra Broussier che colle prime guardie custodiva i passi della valle di Fella. Preparate le armi, pubblicavansi i discorsi.Addì 10 di aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca, varcata la sommità dei monti al passo di Tarvasio, e superato, non però senza qualche difficoltà per la resistenza dei Franzesi, quello della Chiusa, si avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante corredo di artiglierie e di cavalleria passava l'Isonzo, e minacciava con tutto lo sforzo de' suoi la fronte deinapoleoniani. Fuvvi un feroce incontro ai ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè molto valorosamente. Ma, ingrossando vieppiù nelle parti più basse gli Austriaci che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò, per ordine del vicerè, sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò il principe a piantare il suo alloggiamento a Sacile sulla Livenza, attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere, sì quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano dal Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le fortezze di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi, eccetto quelli che venivano dalle parti superiori del regno Italico e dalla Toscana, si deliberava ad assaltar l'inimico innanzi ch'egli avesse col grosso della sua mole congiunto le altre parti che a lui si avvicinavano.Erano i Franzesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo, Broussier a sinistra: le fanterie e le cavallerie del regno Italico formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i Tedeschi; correva il dì 16 aprile: destossi una gravissima contesa nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte cacciati e rincacciati: i soldati italiani combatterono egregiamente. Pure restò Palsi in potere dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavalleria insistevano; la destra de' Franzesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con urto grandissimo ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti a mal partito, se Barbon dal mezzo non avesse mandato gente fresca in loro aiuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo, spinse avanti con tanta gagliarda, che, pigliando del campo, scacciò il nemico non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento.L'arciduca, veduto che il mezzo delle fronte franzese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi che già manifestamente declinavano. Barbou eziandio si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Franzesi d'impeto e di ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma, contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne a capo.Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi aiuti la fronte, costrinse i napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere e ucciso loro di molta gente. E se la notte, che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico, avrebbero i Franzesi e gl'Italiani provato qualche pregiudizio molto notabile.Dopo l'infelice fatto, non erano più le stanze di Sacile sicure al principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato debolmente dai Tedeschi, sulle sponde dell'Adige. Quivi vennero a congiungersi con lui i soldati di Lamarque, che già stanziavano nelle terre veronesi, e quelli che sotto Durante dalla Toscana erano venuti. Nè piccola cagione di dare novelli spiriti ai napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu egli veduto con allegra fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che stimava aver a passare in lui la riputazione di ogni impresa segnalata.Passò l'arciduca la Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano, il Padovano e parte del Vicentino inondando. Assaltava in questo mentre Palmanova, ma con poco frutto; tentò con un grossosforzo il sito fortificato di Malghera per aprirsi la strada alle lagune di Venezia, ma non sortì effetto. Si apprestava non ostante ad andar a trovare il nemico sulle rive dell'Adige, sperando di riuscire nella superiore Lombardia, dominio antico de' suoi maggiori. Non trovò nelle regioni conquistate quel seguito che aspettava. Vi fu qualche moto in Padova, ma di poca importanza: si levarono anche in arme gli abitatori di Crespino, terra del Polesine, e fu per loro in mal punto, perchè Napoleone, tornato superiore per le vittorie di Germania, fortemente sdegnatosi, li suggellò all'imperio militare ed alla pena del bastone per le trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose, perdonare, ma a prezzo di sangue: dessero, per esser immolati, quattro di loro. Per intercessione del vicerè, che tentò di mollificare l'animo dell'imperadore, fu ridotto il numero a due; questi comprarono coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.Intanto l'arciduca Carlo aveva occupato la Baviera, e col suo grosso esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa pareva su quei primi principii dar favore allo sforzo dell'imperatore Francesco. Ma parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Inn, e l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi, mossi da una sola mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e diedero addosso alle truppe bavare e franzesi che nelle terre loro erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer, albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna qualità eminente, di quelle, cioè, alle quali il secolo va preso: bensì era uomo di retta mente e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle solitudini dei tirolesi monti, ignorava il vizio ed i suoi allettamenti. Allignano d'ordinario in questa sorte di uomini due doti molto notabili: l'amore di Dio e l'amoredella patria: l'uno e l'altro rispondevano in Andrea. Per questo la tirolese gente aveva in lui posto singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione; comandò richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contentò al servire od al principe od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide incendii di pacifici tugurii, vide lo strazio e la strage de' suoi; nè per questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere sorti avevano dato in sua podestà, fosse messo a morte; anzi i feriti dava in cura alle tirolesi donne, che e per sè e per rispetto di Hofer gli accomodavano d'ogni più ospitale sentimento.Adunque la nazione tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo a schifo la signoria nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da Andrea Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde valli e dai più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari ed i Franzesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari in più luoghi, non poterono resistere, e perduti molti soldati tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa dieci mila, in potestà del vincitore rimettendosi. Nè miglior fortuna incontrò un corpo di tre mila napoleoniani, franzesi e bavari, che in soccorso degli altri arrivava sotto le mura di Vildavia. Quindi quante squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro nè ora vi erano per gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di giorno i Tirolesi, uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il paese, opprimevano all'improvviso gl'incauti napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e spaventosa; conciossiachè al romore dell'armi si mescolavail rimbombo delle campane che continuamente suonavano a martello, e le grida dei paesani sclamanti senza posa: In nome di Dio! In nome della santissima Trinità! Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco delle montagne ripercossi facevano un misto pieno d'orrore, di terrore e di religione. Camminavano i vinti, erano una moltitudine considerabile, per la strada di Salisburgo verso il cuore dell'Austria.I Tirolesi vincitori sulle terre germaniche, passate le altezze del Breuver, vennero nelle italiane, e mossero a rumore le regioni superiori a Trento. Propagavasi il rumore da valle in valle, da monte in monte, e la trentina città stessa era in pericolo. Certo era che quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige, la massa tirolese sarebbe calata a fargli spalla, il che avrebbe partorito un caso di grandissima importanza per tutta Italia: questo era il disegno dei generali austriaci. L'imperatore Francesco, sì per aiutare la caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non aveva mandato in dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate, mandava in Tirolo Chasteler, un generale per arte e per valore fra' primi dell'età nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse Hofer. Mandava altresì, come s'è notato, un capo di regolari, usi alle guerre di montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano esperto e conoscitore del paese. — Come prima le insegne ed i soldati dell'Austria comparvero, sentirono i Tirolesi una contentezza incredibile. Entrarono gli imperiali a guisa di trionfo; tante erano le dimostrazioni di allegrezza che i popoli facevano loro intorno. Le campane suonavano a gloria le artiglierie e le archibuserie tiravano a festa; i vincitori popoli applaudivano, abbracciavano, si abbracciavano, erano pronti a ristorare i soldati d'Austria con le più gradite vivande di quei monti: giorni felicissimi per l'eroico Tirolo.Ma qui finirono le prosperità dell'Austria;poichè nel colmo più alto delle sue maggiori speranze, Napoleone fatale, giunto sulle terre germaniche, recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi giorni tre grandissime battaglie a Taun, ad Abensberga, ad Eckmül. Per questi accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi sulla sinistra del Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai napoleoniani per Vienna.Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del fratello, si accorse, e vi ebbe anche comandamento da Vienna, che quello non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era mestiero accorrere in aiuto della parte più vitale della monarchia. Ordinava dunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza, alla ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi forti per poter condurre in salvo le artiglierie, le munizioni e le bagaglie, opera difficile in vero, e pericolosa con un nemico tanto svegliato e precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo Eugenio. Fuvvi qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti. Fermaronsi gli Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono a contendere il passo. Erano alloggiati in sito forte. Si apprestavano i Franzesi al passo, sforzandosi di varcare a quello di Lovadina, che è il principale. Nonostante che i Tedeschi furiosamente tempestassero con le artiglierie poste nei luoghi eminenti, Dessaix venne a capo dell'intento. Poi passò il vicerè sopra e sotto a Lovadina con la maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i soldati sotto il bersaglio stesso dei nemici, che con palle e cariche continue di cavalleria l'infestavano. Pareggiossi la battaglia che continuava con grandissimo furore da ambe le parti, perchè i Franzesi volevano sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano rituffar i Franzesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè l'arciduca in questa terribile mischia a fatica od a pericolo, ora come capitanicomandando, ed ora come soldati combattendo. Era il conflitto tra la Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte tedesca. Diedero dentro i Franzesi. Dopo ostinato affronto i soldati dell'arciduca furono costretti a piegare: la fortuna si scopriva in favore del principe. Si ritirarono gli Austriaci non senza disordine nelle ordinanze, a Conegliano. Poi, pressando vieppiù il nemico, cercavano salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa battaglia, e molto vi patirono i Tedeschi; dei napoleoniani mancarono tra morti e feriti circa tre mila.Continuava l'arciduca a ritirarsi, il principe a seguitarlo. Passò il Franzese facilmente la Livenza, difficilmente il Tagliamento. Inondando i napoleoniani con la cavalleria il piano e le valli, scioglievano l'assedio di Osopo e di Palmanova. Divise il vicerè i suoi in due parti, mandando la prima alla volta dei passi di Tarvisio verso la Carintia, la seconda sotto la condotta di Macdonald verso la Carniola. L'uno e l'altro disegno riuscirono a quel fine che il capitano di Francia si era con ciò proposto, imperocchè alla sinistra Serras si congiungeva con le prime scolte dell'esercito germanico, e Macdonald sulla destra aveva occupato, passando per Monfalcone e Duino, Trieste. Da questo luogo si era incamminato verso la Carniola per impadronirsi di Lubiana, città capitale, cooperare con Marmont, che a gran passi veniva dalla Dalmazia, e quindi, per la strada maestra che da Lubiana porta a Gratz, condursi in quest'ultima città col fine di essere in grado di menar nuovi soldati a Napoleone. L'arciduca Carlo teneva ancora il campo grosso e minaccioso. Trovava Macdonald un duro intoppo in Prevaldo, ma parte di fronte assaltandolo, e parte girando ai fianchi, l'acquistava. Colla medesima arte d'accennare ai fianchi ed alle spalle constringeva alla dedizione quattro mila Austriaci che difendevano Lubiana, e vi entrava trionfando. Acquistata tale vittoria, se ne giva, lasciati inCarniola presidii sufficienti, a Gratz. Quivi fermossi aspettando che Marmont lo venisse a trovare dalla Dalmazia. Questi, vinta una fiera battaglia a Gospitz, si aprì con tale vittoria facile le strade, perchè, da un incontro in fuori ch'egli ebbe col retroguardo nemico ad Octopsch non gli fu più oltre contrastato il passo. Occupò successivamente Segna e Fiume, e trovati i compagni in Istria, si incamminava a gran giornate a Gratz. A questo modo tutto l'antico Illirio venne in potestà di Francia. Il vicerè, raccolte tutte le squadre, e solo lasciate le guernigioni necessarie nei luoghi più opportuni, passava i monti di Somering, e per la valle della Raab verso il Danubio calandosi, andava a farsi partecipe delle imprese del padre.Il giorno 14 di giugno, anniversario della vittoria di Marengo, vinceva il principe Eugenio sotto le mura di Raab una grandissima battaglia contro l'arciduca Giovanni, che saliva per le sponde del Danubio in aiuto del suo fratello Carlo. Il dì 7 di luglio periva la mole austriaca nei campi di Vagram. Quivi fu poi prostrato l'arciduca Carlo, e Napoleone divenne padrone di quell'antica e grande monarchia. Si trovò facilmente forma di concordia per la situazione d'una delle parti: consentì l'imperadore Francesco a condizioni durissime di pace. Il dì 14 ottobre si stipulava in Vienna, per lo stabilimento delle cose comuni, dal signor di Champagny per parte di Napoleone, e dal principe di Lichtenstein per parte di Francesco, il trattato di pace. Cedeva lo imperadore Francesco all'imperadore franzese, oltre molti altri paesi in Germania ed in Polonia, la contea di Gorizia, il territorio di Monfalcone, la contea e la città di Trieste, il ducato di Carniola con le sue dipendenze nel golfo di Trieste, il circolo di Villaco nella Carintia con tutti i paesi situati sulla riva destra della Sava dal punto in cui questo fiume esce dalla Croazia fin dove tocca le frontiere della Bosnia, nominatamente unaparte della Croazia provinciale, sei distretti della Croazia militare, Fiume ed il litorale ungherese, l'Istria austriaca col distretto di Casina, Piccino, Buccari, Buccarizza, Porto re, Segna e le isole dipendenti dai paesi ceduti, e tutti gli altri territorii qualsivogliano situati sulla destra del fiume, il filo delle acque del quale avesse a servire di limite fra i due Stati: perdonasse Napoleone ai Tirolesi, Francesco ai Polacchi: l'Austria cessasse ogni relazione con l'Inghilterra. Napoleone fece inserire nel trattato un capitolo, per cui l'Austria si obbligava a cedere all'imperadore Alessandro di Russia nella parte più orientale dell'antica Galizia un territorio che contenesse quattrocento mila anime, non inclusa però la città di Brodi.L'Austria, percossa da tanto infortunio, quietava por la pace, ma era dolorosa la sua quiete. Oltre la scaduta potenza, l'infestava l'insolenza del vincitore, e la aggravavano le grossissime imposizioni. Soli i Tirolesi non cedevano al terrore comune, e con l'armi in mano continuavano a difendere quel sovrano, che già deposte per forza le sue, aveva per forza dato molte nobili parti del suo dominio e loro stessi in potestà del vincitore. Il principe Eugenio dalle sue stanze di Villaco gli esortava a posare, ma invano. Più volte combattuti dai Franzesi, dai Sassoni e dai Baveri, più volte batterono, e più volte anco battuti, più volte risorsero. Vinti, si ritiravano alle selve impenetrabili, ai monti inaccessibili; vincitori, inondavano le valli, e furiosamente cacciavano il nemico. Vinti, erano trattati crudelmente dai napoleoniani: vincitori, trattavano i napoleoniani umanamente; e siccome gente religiosa, vinti, con grandissima divozione pregavano dal cielo miglior fortuna alla patria; vincitori, coi medesimi segni il ringraziavano. E' furono visti, dopo di avere superato con incredibile valore i soldati di Lefevre, e restituito a libertà coloro che si erano arresi, scorrente ancora il sanguee presenti i cadaveri dei compatriotti e dei nemici, gettarsi tutti al punto stesso, dato il segnale di Hofer, coi ginocchi a terra ed in tale pietosa attitudine tra lacrimosi e lieti rendere grazie a Dio dell'acquistata vittoria. Eccheggiavano i monti intorno dei divoti e allegri suoni mandati fuori dai religiosi e santi petti. Infine, sottentrando continuamente genti fresche a genti uccise, abbandonati da tutto il mondo, anzi quasi tutto il mondo combattendo contro di loro, cessarono i Tirolesi, non dal volere, ma dal potere, e nei montuosi ricetti loro ricovratisi, aspettavano occasione in cui più potesse la virtù che la forza. Il bavaro dominio si restituiva nel Tirolo tedesco: cedè l'italiano in possessione del regno italico.Sul finire del presente anno 1809 Andrea Hofer si ritirava con tutta la sua famiglia ad un povero casale fra montagne e nevi altissime, dolente per la patria, tranquillo per sè. Ma i Franzesi erano sitibondi del suo sangue. Perciò, fattolo con tutta diligenza cercare e ricercare, riuscì di trovarlo nel suo recondito recesso. Batterono alla porta i soldati; era la notte del 27 gennaio del 1810. L'aperse Hofer: veduto ch'era venuto in forza altrui, con semplicità e serenità mirabile: «Son io, disse, Andrea Hofer; sono in poter di Francia: fate di me ciò che vi aggrada: ma vi piaccia risparmiare la mia donna ed i miei figliuoli; sono eglino innocenti, nè dei fatti miei obbligati.» Così dicendo, diessi in potestà loro. Condotto a Bolzano, ultimo destino gli soprastava. Le palle soldatesche ruppero in Mantova il patrio petto di Andrea, lui, non che intrepido, quieto in quell'estrema fine.Acquistata tanta vittoria dall'Austria, veniva a Napoleone in mente l'antica cupidigia di Roma. Decretava, il dì 17 maggio di quest'anno in Vienna stessa queste cose: Considerato che quando Carlo Magno imperadore dei Franzesi, e suo augusto antecessore, diede in dono ai vescovi di Roma parecchi paesi,glie li cedesse loro a titolo di feudo col solo fine di procurare sicurezza a' suoi sudditi, e senza che per questo abbia Roma cessato di esser parte del suo impero considerato ancora che da quel tempo in poi l'unione delle due potestà spirituale e temporale era stata, ed era ancora fonte e principio di continue discordie; che pur troppo spesso i sommi pontefici si erano serviti dell'una per sostenere le pretensioni dell'altra, e che per questo le faccende spirituali, che per natura propria sono immutabili, si trovarono confuse con le temporali sempre mutabili a seconda de' tempi; considerato finalmente, che quanto egli aveva proposto a conciliazione della sicurezza de' suoi soldati, della quiete e della felicità de' suoi popoli, della dignità e della integrità del suo impero colle pretensioni temporali dei sommi pontefici, era stato proposto indarno, intendeva voleva ed ordinava che gli Stati del papa fossero e restassero uniti all'impero franzese; che la città di Roma, prima sede della cristianità e tanto piena d'illustri memorie, fosse città imperiale e libera, e che il suo reggimento avesse forme speciali; che i segni della romana grandezza, che ancora in piè sussistevano, a spesa del suo imperial tesoro fossero conservati e mantenuti; che il debito del pubblico fosse debito dell'impero; che le rendite del papa si amplificassero fino a due milioni di franchi, e fossero esenti da ogni carico e prestanza; che le proprietà e palazzi del santo padre non fossero soggetti ad alcun aggravio di tasse e a nessuna giurisdizione o visita, ed, oltre a questo, godessero d'immunità speciali; che finalmente una consulta straordinaria il 1.º di giugno prendesse possessione a suo nome degli Stati del papa, ed operasse che il governo, secondo gli ordini della costituzione, vi fosse recato in atto il primo giorno del 1810; nè mettendo tempo in mezzo, chiamava, il giorno stesso del 17 maggio, alla consulta Miollis, creato anche governator generale e presidente, Saliceti, Degerando,Janet, Dalpozzo, e per segretario un Balbo, figliuolo del conte Balbo di Torino.A questo modo veniva Roma in potestà immediata di Napoleone, ed i papi, dopo una possessione di mille anni, furono spodestati del dominio temporale. Ad atto così grave ed insolito sclamava Pio, e con la sua pontificale voce a tutto il mondo gridava. E il giorno appresso, in cui mandava fuori le sue lamentazioni, fulminava la scomunica contro l'imperator Napoleone e contro tutti coloro che con lui avessero cooperato all'occupazione degli Stati della Chiesa, e massimamente della città di Roma. Fulminò altresì l'interdetto contro tutti i vescovi e prelati sì secolari che regolari, i quali non si conformassero a quanto aveva statuito circa i giuramenti e le dimostrazioni pubbliche verso il nuovo governo.Data la sentenza, si ritirava nei penetrali del suo palazzo, attendendo a pregare, ed aspettando quello che la nemica forza fosse per ordinare di lui. Fe' chiudere diligentemente le porte e murare gli aditi del Quirinale, acciocchè non si potesse pervenire nelle interne stanze sino alla sua persona, se non con manifesta violazione del suo domicilio. Informarono i napoleoniani il loro padrone dello sdegno del papa e della fulminata sentenza; pregarono, ordinasse che avessero a fargli. Rispose, rivocasse il papa la scomunica, accettasse i due milioni: quando no, l'arrestassero, ed il conducessero in Francia. Duro comando trovò duri esecutori. Andarono la notte del 5 luglio sbirri, manasdieri, galeotti, e con loro, cosa incredibile, generali e soldati alla violazione della pontificia stanza. Gli sbirri, i masnadieri ed i galeotti scalarono il muro alla panattiera, dov'era più basso, ed entrati, aprirono la porta ai soldati, parte genti d'armi, parte di grossa ordinanza. Squassavansi le interne porte, scuotevansi i cardini, rompevansi i muri: il notturno rumore di stanza in stanza dell'assaltato Quirinalesi propagava; le facelle accese accrescevano terrore alla cosa. Svegliati a sì grande ed improvviso fracasso, tremavano i servitori del papa; solo Pio imperterrito si mostrava. Stava con lui Pacca cardinale, chiamato a destino peggiore di quello del pontefice, per avere in tanta sventura e precipizio serbato fede al suo signore: pregavano, e vicendevolmente si confortavano. Ed ecco arrivare i soldati, atterrate o fracassate tutte le porte, alla stanza dell'innocente e perseguitato pontefice. Vestivasi a fretta degli abiti pontificali: voleva che rimanesse testimonio il mondo della violazione, non solamente della sua persona, ma ancora del suo grado e della sua dignità. Entrò per forza nella pontificia camera il generale di gendarmeria Radet, cui accompagnava un certo Diana, che per poco non aveva avuto il capo mozzo a Parigi per essersi mescolato in una congiura contro di Napoleone. Radet, pensando agli ordini dell'imperadore, venne tostamente intimando al papa, accettasse i due milioni, rivocasse la scomunica, altrimenti sarebbe preso e condotto in Francia. Ricusò non superbamente, ma pacatamente, il che fu maggior forza, il pontefice la proferta. Poi disse perdonare a lui, esecutore degli ordini; bene maravigliarsi che un Diana, suo suddito, si ardisse di comparirgli avanti, e di fare alla dignità sua tanto oltraggio; ciò non ostante, soggiunse, anche a lui perdonare. Fattosi dal papa il rifiuto, trapassava a protestare, dichiarando nullo e di niun valore essere quanto contro di lui, contro lo Stato della Chiesa e contro la romana Sede aveva il governo franzese fatto e faceva; poi disse essere parato; di lui facessero ciò che volessero; dessergli pure supplizio e morte, non avere l'uomo innocente cosa di che temere si abbia. A questo passo, preso con una mano un crocifisso, coll'altra il breviario, ciò solo gli restava di tanta grandezza, in mezzo ai vili uomini rompitori del suo palazzo ed ai soldati che non avevanoabborrito dal mescolarsi con loro, s'incamminava dove condurre il volessero. Gli offeriva Radet desse il nome dei più fidi cui desiderasse aver compagni al suo viaggio. Diedelo; nessuno gli fu conceduto. Fugli per forza svelto dal grembo Bartolommeo Pacca cardinale. Poi fu con presto tumulto, condotto assiepandosegli d'ogni intorno le armi soldatesche, nella carrozza che a questo fine era stata apparecchiata, e con molta celerità incamminato alla volta di Toscana. Solo era con lui Radet. Mentre gl'indegni fatti notturnamente si commettevano nel pontificale palazzo, Miollis, sorto a vegliare la impresa, se ne stava ad udire i rapporti che ad ogni momento gli pervenivano, nel giardino del contestabile passeggiando.Stupore ed orrore occuparono Roma quando, nato il giorno, vi si sparse la nuova della commessa enormità. Portavano i carceratori il pontefice molto celeremente pei cavalli delle poste per prevenir la fama. Trasmettevansi l'uno all'altro i gendarmi di stazione in stazione il captivo e potente Pio. Quel di Genova temendo qualche moto in Riviera di levante, l'imbarcava sur un debole schifo che veniva da Toscana. Addomandò il pontefice al carceratore se fosse intento del governo di Francia di annegarlo. Rispose negando. Posto piede a terra, il serrava nelle apprestate carrozze in Genova: pena di morte, se i postiglioni non galoppassero. Sostossi in Alessandria, come in luogo sicuro per le soldatesche, a desinare. Poi traversossi il Piemonte con velocità di volo. A Sant'Ambrogio di Susa, il carceratore apprestava i cavalli per partire con maggiore celerità che non era venuto. Lasso dall'età, dagli affanni, dal viaggio, l'addomandava il pontefice, se Napoleone il voleva vivo o morto. Vivo, rispose. Soggiunse Pio: Adunque starommi questa notte in Sant'Ambrogio. Fu forza consentire. Varcavano il Cenisio: gl'italiani popoli, non avendo potuto per la velocità venerare il pontefice presente, il venerarono lontano, pietosamentevisitando i luoghi dove aveva stanziato, per dove era passato: sacri li chiamavano per isventura, sacri per dignità, sacri per santità. Pacca fedele fu mandato, come se fosse un malfattore, nel forte di Pierrechateau presso a Bolley. Fu lasciato il papa fermarsi qualche giorno a Grenoble, poi messo di nuovo in viaggio. Come se altra strada non ci fosse, fu fatto passare a Valenza di Delfinato, stanza di morte di Pio VI, atto tanto più incivile quanto non necessario. Per Avignone, per Aix, per Nizza di Provenza il condussero a Savona, strano viaggio da Roma per Francia a Savona. Ma celavasi la partenza, celavasi il viaggio: salvo coloro che presenti vedevano il pontefice, niuno sapeva; perchè delle lettere dei privati poche parlavano, delle gazzette niuna, dove fosse, nè dove andasse. I Franzesi con la medesima riverente osservanza l'onoravano, con cui lo avevano onorato gl'Italiani: il trattarono i prefetti dei dipartimenti con sentimento e rispetto: così aveva comandato Napoleone.Napoleone vincitore tornava in Francia nella imperial sede di Fontainebleau. I deputati italiani già l'aspettavano per le adulazioni. Moscati, orando pel regno italico, ringraziò delle date leggi; Zondadari cardinale, per la Toscana, della data Elisa. Per Roma vi fu maggior magniloquenza. Braschi, oratore della città dei sette colli, favellò degli Scipioni, dei Camilli, dei Cesari, del padre Tevere.Rispose il sire ai Romani, sempre pensare alle famose geste dei loro antenati; passerebbe le Alpi per dimorarsi qualche tempo con esso loro; gl'imperatori franzesi suoi predecessori avergli scorporati dall'impero e dati in feudo ai loro vescovi, ma il bene de' suoi popoli non ammettere più alcuna divisione. Sotto le medesime leggi, sotto il medesimo signore aver a vivere Francia ed Italia; del resto, aver loro bisogno di un braccio potente, e lui avere questo braccio, e volerlo usare a benefizio loro: ciò nonostante non intendere che alcun cambiamento fosse fatto nella religione dei loro padri; figliuolo primogenito della Chiesa, non voler uscire dal suo grembo; non avere mai Gesù Cristo creduto necessario dotare San Pietro di una sovranità temporale: la romana sede essere la prima della cristianità, essere il vescovo di Roma capo spirituale della Chiesa, lui esserne l'imperadore: voler dare a Dio ciò ch'è di Dio, a Cesare ciò ch'è di Cesare.Intanto in Roma francese, la romana consulta, come prima prese il magistrato, pensò alla sicurezza del nuovo Stato, sapendo quanti mali umori e quante avverse opinioni covassero: parve bene spiare sul bel principio i pensieri più segreti degli uomini: ordinava la polizia: creonne direttor generale Piranesi, uomo molto atto a questo carico. Ciò quanto ai detti ed ai fatti segreti; quanto agli scritti, anche segreti, fu tolta agl'impiegati del papa la posta delle lettere, e data al direttore della posta di Francia. Nè la cosa fu solo in nome; perchè con dannabilissima licenza si aprivano e si leggevano le lettere che s'indirizzavano a Savona dov'era il papa. Si usava in questo un rigore eccessivo. Importava che, a confermazione della quiete, si unisse la forza alle notizie, nè potendo i soldati di Francia essere in ogni luogo, si crearono le guardie, urbane in Roma, provinciali nelle provincie, legioni chiamandole. Della legione di Roma fu eletto capo il conte Francesco Marescotti, uomo dedito a Francia. Questi uomini furono buoni per impedire i moti politici, non a frenare gli uomini di mal affare, che infestavano l'agro romano e le vicinanze stesse di Roma. Trapassossi a partire il territorio, con fare due dipartimenti, di cui chiamarono l'uno del Tevere e l'altro del Trasimeno; nominaronsene a tempo i due prefetti, un Giacone ed un Olivetti. Trassersi gli ufficiali municipali; furono le elezioni di gente buona e savia; faceva la consulta presto, ma faceva anche bene.Ostava alla nuova amministrazione dei comuni l'ordine del buon governo, il quale, creato da Sisto V ed attuato da Clemente VIII, aveva l'ufficio di amministrar i comuni, nè senza grande utilità loro. La consulta l'abolì, sostituivvi le forme franzesi. Il consiglio municipale di Roma chiamò senato; elessevi personaggi di gran nome, i principi Doria, Albani, Chigi, Aldobrandini, Colonna, Barberini, i duchi Altieri, Braschi, Cesarini, Fiano. Braschi fu nominato maire, o vogliam dire sindaco di Roma. Intanto si scrivevano i soldati per le guerre forestiere, anche nella città imperiale e libera di Roma. Nè le leggi civili e criminali di Francia si omettevano; che anzi, per ordinazione della consulta, si promulgavano sì quanto alle persone, sì quanto alle cose, sì quanto ai diritti, e sì quanto agli ordini giudiziali. Fu chiamato presidente della corte di appello Bartolucci, un uomo di mente vasta e profonda, di non ordinaria letteratura, e di giudizii e di stato molto intendente. Chiamato consigliere di Stato a Parigi, vi diede saggi di quell'uomo dotto e prudente ch'egli era.Le casse intanto più di ogni altra cosa premevano; Janet ne aveva cura. Conservò la imposizione dativa, che doveva gettare un milione e mezzo di franchi, la tassa del sale, il cui ritratto si supputava circa ad un milione, ed il dazio della mulenda, che si estimava ad una valuta circa di cinquecento mila franchi. Tra il lusso dei primi magistrati, la miseria del paese, i debiti di ognuno, il frutto di queste tasse non poteva bastare a dar vita alla macchina politica. Pure buon uso faceva la consulta di una parte del denaro del pubblico. Propose a Napoleone, e da lui impetrò anche facilmente, che si pagasse sufficiente denaro alla duchessa di Borbone parmense ed a Carlo Emmanuele re di Sardegna, che tuttavia se ne viveva in Roma tutto intento alle cose della religione; nobile atto e da non tralasciarsi negli annali.La parte più malagevole del romanogoverno era l'ecclesiastica: aveva il papa, già fin quando le Marche erano state unite al regno italico, proibito i giuramenti; confermò questa proibizione per lo Stato romano nell'atto stesso della sua partenza di Roma. Richiedeva Napoleone del giuramento anche gli ecclesiastici. Ne nacque uno scompiglio, una disgrazia incredibile. Consisteva la principale difficoltà nel giurare la fedeltà; dell'obbedienza non dubitavano. Ripugnavano alla parola di fedeltà, perchè credevano che importasse di riconoscer l'imperador Napoleone come loro sovrano legittimo: al che giudicavano di non poter consentire, non avendo il papa rinunziato. Imprendeva a giustificare i giuramenti Dalpozzo, uno della consulta, uomo di gran sapere e di maggior ingegno. Sani ed irrefregabili erano i principii del Dalpozzo quanto all'obbedienza, e siccome gli ecclesiastici non dubitavano di giurarla al nuovo Stato, e di più di giurare di non partecipare mai in nessuna congiura e trama qualunque contro di lui, così un governo giusto e buono avrebbe dovuto contentarsene. Ma Napoleone esigeva il giuramento di fedeltà, sì perchè gli pareva che un tal giuramento implicasse la riconoscenza di sovrano legittimo, ed in tal modo effettivamente, come abbiam detto, l'intendevano l'intimatore e gl'intimati, sì perchè voleva fare scoprire i renitenti, per avere un pretesto di allontanarli da Roma, dove li credeva pericolosi. Vi era in questo troppa scrupolosità da una parte, troppo rigore dall'altra: la materia aveva in sè molta difficoltà. La romana consulta procedeva cautamente. Operando alla spartita, cominciò dai vescovi. Altri giurarono, altri ricusarono. Aveva il vescovo di Tivoli giurato; ma pentitosi, fece pubblicamente la sua ritrattazione: i gendarmi se lo pigliarono, ed in Roma carcerato alla Minerva il portarono. Tutti i non giurati, suonando loro d'ogni intorno le armi dei gendarmi, chi in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti.Fu anche portato via da Roma, come non giurato e troppo devoto al papa, un Bacolo veneziano, vescovo di Famagosta, uomo molto nuovo e di natura facetissima, che dava una gran molestia alla polizia. Spedita la faccenda dei vescovi, richiederonsi dei giuramenti i canonici. Molti giurarono, molti ancora non giurarono; i gendarmi si affacendavano. Molto maggiore difficoltà avevano in sè i giuramenti dei curati, massimamente di quei di Roma, uomini d'innocente vita e di evidente vantaggio dei popoli, non solamente pei sussidii spirituali, ma ancora pei temporali.Rappresentò la consulta, che in questo opinava saviamente, che s'indugiasse. Napoleone mandò loro dicendo che voleva i giuramenti da tutti, ed obbedissero. Delle province la maggior parte ricusarono: i gendarmi se li portarono. Dei Romani, i più si astennero: i renitenti portati via, e se infermi ed impotenti all'esilio, serrati in San Callisto.A questo tempo furono soppressi nello Stato romano i conventi sì di religiosi che di religiose, i forestieri mandati al loro paese, i paesani sforzati a depor l'abito.Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze, alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò che con denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessarii alla specola del collegio romano; condusse a fine i parafulmini della basilica di San Pietro, stati principiati da papa Pio; ebbe speciale cura delle allumiere della Tolfa e delle miniere di ferro di Monteleone nell'Umbria. Gente perita, denaro a posta addomandava; due artieri Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della veterinaria, due a quella delle arti e mestieri in Francia, semi di utili scienze nell'ecclesiastica Roma.Temevasi che la presenza dei Franzesi in Italia, massimamente in Toscana e nello Stato romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore dall'italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il quale, unendo Toscana e Roma alla Francia, vi aveva introdotto negli atti pubblici l'uso della lingua franzese, aveva già fin dall'anno ultimo decretato premii a chi meglio avesse scritto in lingua toscana. La consulta di Roma, a fine di cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola Degerando, statuiva che la lingua italiana si potesse in uno con la franzese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in Italia. Volle altresì che l'accademia degli Arcadi si ordinasse in modo che e la letteratura italiana promuovesse e la lingua pura ed incorrotta conservasse, con premii a chi meglio l'avesse scritta o in prosa o in versi; Arcadia sedesse sul Gianicolo, nelle stanze di Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del cielo, alla natura degli uomini, alle romane usanze fu quello dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più magnifico stato. La consulta le dava più cospicui sussidii, l'imperator più convenienti stanze, e dote di cento mila franchi.La ruina universale aveva addotto la ruina della Propaganda, con avere o del tutto annientato parte delle rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenze: si aggiunse la rovina del palazzo devastato nel 1800. Adunque ella sussisteva piuttosto di nome che di fatto quando Napoleone s'impadronì di Roma; poi i frutti dei monti non si pagavano, la computisteria, per comandamento imperiale, sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi. Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i pagamenti:l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatoconsulto, volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la macchina, come era necessario, nè far sorgere a propagazione degl'interessi politici quello zelo che per amore della religione, per le esortazioni dei papi e per la lunga consuetudine era sorto nei membri della congregazione ai tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu di alcuna utilità nè per la religione nè per la politica: solo le sue ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio e la rabbia degli uomini che l'avevano distrutto.Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese degli smalti e degli operai. La principale manifattura che serviva di norma alle altre era attinente a San Pietro, e si sostentava con le rendite della sua fabbrica: per le necessità dei tempi, mancando la più gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale; ma perchè Napoleone non si tirasse indietro, fu d'uopo alla consulta d'inorpellare le cose con dire che il musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad obbedire San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi adornerebbe il palazzo del principe ed i monumenti dell'imperial Parigi. A questi suoni Napoleone si calava e pagava. Restava che, poichè s'era provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavoreria loro addossata al colle del Vaticano ed in parte sotterranea, e perciò molto malsana, troppo spesso infermavano e sovente il vedere perdevano. Oltre a ciò, gli armadii e gli scaffali, in cui si conservavano gli smalti, infracidivano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi,dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico di tutti un bel quadro del pittore Camucini. Decretò la consulta trasportassersi gli opificii nelle stanze del santo Ufficio.Concedutosi dall'imperatore un premio di duecento mila franchi ai manifattori di Roma, volle la consulta che fossero spartiti a chi meglio filasse o tessesse la tela o la lana, a chi meglio conducesse le opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquavite, a chi meglio lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi più e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più ulivi, a chi ponesse più semenza di piante utili.I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i preziosi capi d'arte che adornavano i conventi, ed erano molti e belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro dalla consulta una congregazione di uomini intendenti e giusti estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate Fea e Toffanelli, conservatore del Campidoglio.Conservando Roma odierna si poneva mente a scoprire l'antica: almeno così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca poteva fare. Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi promettenti. Sarebbesi anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero guastato l'intenzione.Discorreva Napoleone di volere visitar Roma sua. Se, di fatto, non voleva andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le parve acconcio per la campagna, il Quirinale per la città, il Quirinale grande e magnifico per sè, sano per sito e con bella apparenza da parte di strada Pia: ogni cosa all'imperiale costume si accomodava. Nè la bellezza o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar alberi all'intorno,di aprir passeggiate, specialmente alla piazza del Popolo da riuscire a Trinità del monte, di trasportare i sepolcri fuori delle mura, di prosciugar le paludi. Le pontine massimamente pressavano nei consigli imperiali. Prony Franzese, Fossombroni Italiano, idraulici di gran nome e di scienza pari al nome, le visitavano e fra loro consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrarii; e, se le pontine non peggiorarono sotto il dominio franzese, certo non migliorarono.Così vivevasi a Roma; con un sovrano prigioniero a Savona, con un sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze avvenire, diventata provincia di Francia, non poteva nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in contrarie parti, lagrimava e si doleva; nè poteva la consulta, quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e racconfortarla.

Le ruine si moltiplicavano: la Spagna ardeva, l'Italia e la meridional parte della Germania sotto l'imperio diretto di Napoleone, l'Austria perplessa, la Prussia serva, la Russia devota, la Turchia aderente, la terraferma europea tutta obbediente a Napoleone o per forza o per condiscendenza. Un solo principe vivente nel cuor dell'Italia, debole per soldati, forte per coscienza, resisteva alla sovrana volontà. Napoleone, spinto dalla ambizione e acciecato dalla prosperità, aveva messo fuori certe parole sull'imperio di Carlo Magno, suo successore nei diritti e nei fatti intitolandosi, come se gl'impiegati di Francia, che da lui traevano gli stipendii, avessero potuto, imperadore dei Franzesi chiamandolo, dargli il supremo dominio e l'effettiva possessione, non che della Francia, di tutta la Italia, di tutta la Germania, di quanto insomma componeva l'imperio di Occidente ai tempi di quel glorioso imperadore.

Adunque con quell'insegna di Carlo Magno in fronte si avventava contro il papa. Non poteva pazientemente tollerare che Roma, il cui nome tant'alto suona, non fosse ridotta in sua potestà, e gli pesava che ancora in Italia una piccola parte fosse che a lui non obbedisse. Dal canto suo il papa si mostrava renitente al consentire di mettersi in quella condizione servile, nella quale erano caduti, chi per debolezza e chi per necessità, quasi tutti i principi di Europa. Così chiaveva armi, cedeva, chi non ne aveva, resisteva. Pio VII, non che resistesse, fortemente rimostrava al Signore della Francia, acerbamente dolendosi che per gli articoli organici e pel decreto di Melzi fossero stati due concordati guasti a pregiudizio della sedia apostolica, ed anche a violazione manifesta dei concilii e del santo Vangelo stesso. Si lamentava che nel Codice civile di Francia, introdotto anche per ordine dell'imperadore in Italia, si fosse dato luogo al divorzio tanto contrario alle massime della Chiesa ed ai precetti divini. Rimproverava che in un paese cattolico, quale si protestava essere ed era la Francia con legge uguale si ragguagliassero la religione cattolica e le dissidenti, non esclusa anche l'ebraica, nemica tanto irreconciliabile della religione di Cristo.

Di tutte queste cose ammoniva l'imperadore, dell'esecuzione delle sue promesse a pro della cattolica religione richiedendolo. Ma Napoleone vincitore delle maggiori potenze, non era più quel Napoleone ancor tenero ne' suoi principii. Per la qual cosa, volendo ad ogni modo venir a capo del suo disegno di farsi padrone di Roma, o che il papa vi fosse o che non vi fosse, mandava dicendo al pontefice, che essendo egli il successore di Carlo Magno, gli stati pontifizii, siccome quelli che erano stati parte dell'impero di esso Carlo Magno, appartenevano all'impero franzese; che se il pontefice era il signore di Roma, egli ne era l'imperadore, e che a lui, come a successore di Carlo Magno, il pontefice doveva obbedienza nelle cose temporali, come egli al pontefice la doveva nelle spirituali; che uno dei diritti inerenti alla sua corona era quello di esortare, anzi di sforzare il signore di Roma a fare con lui e co' suoi successori una lega difensiva ed offensiva per tutte le guerre presenti e future; che il pontefice, essendo soggetto all'imperio di Carlo Magno, non si poteva esimere dall'entrare in questa lega e dall'avere per nemici tutti coloroche di lui Napoleone fossero nemici. Aggiungeva, che se il pontefice a quanto da lui si esigeva non consentisse, aveva egli il diritto di annullare la donazione di Carlo Magno, di spartire gli Stati pontifizii e di dargli a chi meglio gli paresse; che nella persona del pontefice separerebbe l'autorità temporale dalla spirituale; che manderebbe un governatore con potestà di reggere Roma, e che al papa lascerebbe la semplice qualità di vescovo di Roma.

Queste estreme intimazioni fatte al pontefice, che non aveva dato a Napoleone alcuna cagione di dolersi di lui, e che anzi con tutta l'autorità sua l'aveva aiutato a salire sul suo seggio imperiale, dimostravano in chi le faceva una risoluzione irrevocabile. Rispondeva il pontefice, e troppo seriamente rispondeva alle allegazioni di Napoleone, perchè niuno meno le stimava che Napoleone stesso. Instava adunque minacciosamente l'imperatore col pontefice, entrasse nella confederazione italica coi re d'Italia e di Napoli, e per nemici avesse i suoi nemici, e per amici gli amici. Ma avendo il papa costantemente ricusato di aderire, si era ridotto a richiedere che il pontefice facesse con lui una lega difensiva ed offensiva, e medesimamente tenesse i suoi amici per amici, i suoi nemici per nemici: quando no, lo stimerebbe intimazione di guerra, avrebbe il papa per nemico, Roma conquisterebbe.

Allora, esposto il papa Pio con gravissime querele l'animo suo a Napoleone, andava protestando, che se per gli occulti disegni di Dio l'imperatore volesse consumare le sue minaccie, impossessandosi degli Stati della Chiesa a titolo di conquista, non potrebbe sua Santità a tali funesti avvenimenti riparare, ma protesterebbe come di usurpazione violenta ed iniqua. L'imperatore perseverò nel dire che a questo principio mai non consentirebbe, che i prelati non fossero sudditi del sovrano, sotto il dominio del quale son nati, e che intenzion suaera che tutta l'Italia, Roma Napoli e Milano, facessero una lega offensiva e difensiva per allontanare dalla penisola i disordini della guerra. Questa sua ostinazione corroborava col pretesto che la comunicazione non doveva e non poteva essere interrotta per uno Stato intermedio che a lui non si appartenesse tra i suoi Stati di Napoli e di Milano. Inoltre voleva e comandava che i porti dello Stato pontificio fossero e restassero serrati agli Inglesi. Rimostrò nuovamente il papa; e quanto al serrare i porti agl'Inglesi, sebbene fosse da temersi che ciò non potesse essere senza qualche pregiudizio dei cattolici che abitavano l'Irlanda, l'avrebbe nondimeno il pontefice consentito, per amor della concordia, all'imperatore.

Napoleone, al quale sempre pareva che la corona imperiale fosse monca, se non fosse padrone di Roma, si apprestava a disfar quello che aveva per tanti secoli durato fra tante rivoluzioni e di Italia e del mondo. Perchè poi la forza fosse aiutata dall'arte, accompagnava le sue risoluzioni con parole di umanità e di desiderio di libertà per la potestà secolare. Quindi instantemente richiedeva, anche con la solita minaccia di privarlo della potenza temporale, se non consentisse, il papa che riconoscesse in lui il diritto d'indicare alla santa Sede tanti cardinali franzesi, quanti bastassero perchè il terzo almeno del sacro collegio si componesse di cardinali franzesi. Se il papa consentiva, acquistava Napoleone preponderante autorità nelle deliberazioni, e massimamente nelle nomine dei papi; se ricusava, avrebbe punito alla nazione franzese che egli le negasse ciò che per la sua grandezza credeva meritarsi, punto questo che all'imperatore molto caleva. Non potere, rispose il pontefice, consentire ad una domanda che vulnerava la libertà della Chiesa ed offendeva la sua più intima costituzione, e ciò dimostrava con sane e sante ragioni.

Non si rimaneva l'imperatore dalla presa deliberazione; mandò di nuovodicendo al papa, o gli desse il terzo dei cardinali o si piglierebbe Roma. Tentato di render Pio odioso ai Franzesi, il volle far disprezzabile al mondo. Imperiosamente intimava al pontefice, cacciasse da Roma il console del re Ferdinando di Napoli. Rispondeva Pio, ch'egli non aveva guerra col re, che il re possedeva ancora tutto il reame di Sicilia, che era un sovrano cattolico, e che egli non sarebbe mai per consentire a trattarlo da nemico, cacciando da Roma coloro che a Roma il rappresentavano.

L'appetita Roma veniva in mano di lui. Se vi fu ingiustizia nei motivi, fuvvi inganno nell'esecuzione. Si avvicinavano i napoleoniani all'antica Roma, nè ancora confessavano di marciare contro di lei. Pretendevano parole di voler andare nel regno di Napoli: erano sei mila; obbedivano a Miollis. Nè bastava un generale per un papa: Alquier, ambasciatore di Napoleone presso la santa Sede, anch'egli vi si adoperava. Usava anzi parole più aspre del soldato. Era giunto il mese di gennaio 1808 al suo fine, quando Alquier mandava dicendo a Filippo Casoni, cardinale segretario di Stato, che sei mila napoleoniani erano per traversare, senza arrestarvisi, lo Stato romano: che Miollis prometteva che passerebbero senza offesa del paese, e che il generale era uomo di tal fama che la sua promessa doveva stimarsi certezza. Mandava Alquier con queste lettere l'itinerario de' soldati, dal quale appariva che veramente indirizzava verso il regno di Napoli il loro cammino, e non dovevano passare per la città. Pure si spargevano romori diversi. Affermavano questi che andassero a Napoli, quelli che s'impadronirebbero di Roma. Il papa interpellava formalmente, per mezzo del cardinal segretario, Miollis, dicesse e dichiarasse, apertamente e senza simulazione alcuna, il motivo del marciare di questi soldati, acciocchè Sua Santità potesse fare quelle risoluzioni che più convenienti giudicherebbe. Rispondeva, aver mandatola norma del viaggio dei soldati, e sperare che ciò basterebbe per soddisfare i ministri di Sua Santità. Il tempo stringeva: i comandanti napoleonici marciando, e detti i soliti motti e scherni sui preti, sul papa e sui soldati del papa, minacciavano che entrerebbero in Roma, e l'occuperebbero. Novellamente protestava il papa, fuori delle mura passassero, in Roma non entrassero; se il facessero, l'avrebbe per caso di guerra, ogni pratica di concordia troncherebbe. Già tanto vicini erano i napoleoniani, che vedevano le mura della romana città. Alquier tuttavia moltiplicava in protestazioni col santo padre, affermando con osservazione grandissima che erano soltanto di passo e non avevano, nessuna intenzione ostile. I napoleoniani intanto, arrivati più presso, assaltarono armata mano, il dì 2 febbraio, la porta del popolo, per essa entrarono violentemente, s'impadronirono del castel Sant'Angelo, recarono in poter loro tutti i posti militari, e tant'oltre nell'insolenza procederono, che piantarono le artiglierie loro con le bocche volte contro il Quirinale, abitazione questa del pontefice. Perchè poi niuna parte di audacia mancasse in questi schifosi accidenti, Miollis domandava, per mezzo di Alquier, udienza al santo padre; ed avendola ottenuta, si scusò con dire che non per suo comando le bocche dei cannoni erano state volte contro il quirinale palazzo, come se l'ingiuria fatta al sovrano di Roma ed al capo della cristianità consistesse in questa sola violenza che certamente era molto grave. Della occupazione frodolenta ed ostile di Roma, ch'era pure l'importanza del fatto, non fece parola.

Gli oltraggi al papa si moltiplicavano. L'accusavano dell'aver dato asilo nei suoi Stati a Napolitani briganti, ribelli, congiuratori contro lo Stato di Murat; per questo, affermavano, aversi occupata Roma; il papa stesso accagionarono di connivenza. Alquier già ne fece querele; del rimanente voleva, non so se perpazzia o per ischerno, che il papa avesse e trattasse ancora come amiche le truppe che violentemente avevano occupato la sua capitale e la sede del suo governo, e fatto contro il pacifico ed inerme suo palazzo quello che contro le fortezze nemiche ed armate solo si suol fare. A questo tratto non potè più contenere sè medesimo il pontefice: sdegnosamente scrisse all'ambasciatore napoleonico, non terrebbe più per amici quei soldati che, rompendo le più solenni promesse, erano entrati in Roma, avevano violato la sua propria residenza, offeso la sua libertà, occupato la città ed il castello, voltato i cannoni contro la propria abitazione, e che inoltre con intollerabile peso si aggravavano sopra il suo erario e sopra i suoi sudditi. A questo aggiungeva che, essendo privato della sua libertà, e ridotto in condizione di carcerato, non intendeva più nè voleva negoziare, e che solo allora si risolverebbe a trattare delle faccende pubbliche con Francia, che sarebbe restituito alla sua piena e sicura libertà.

Le amarezze del papa divenivano ogni giorno maggiori. Il comandante napoleonico intimava ai cardinali napolitani, nel termine di ventiquattr'ore partissero da Roma, tornassero a Napoli. Se nol facessero, gli sforzerebbero i soldati. Quindi l'intimazione medesima, termine tre ore a partire, fu fatta dal soldato medesimo ai cardinali del regno italico. Risposero stare ai comandamenti del pontefice; farebbero quanto ordinasse. A tanto oltraggio il pontefice, quantunque in potestà di altrui già fosse ridotto, gravemente risentissi. Scrisse ai cardinali, non potere Sua Santità permettere che partissero: proibirlo anzi a tutti ed a singoli in virtù di quella obbedienza che a lui giurato avevano.

La sovranità del papa a grado a grado dai violenti occupatori si disfaceva. Commettevano il male, non volevano che si sapesse. Soldati napoleoniani furono mandati alla posta delle lettere, dove, cacciate le guardie pontifizie, ogni cosa recaronoin poter loro. Al medesimo fine invasero tutte le stamperie di Roma per modo che nulla, se non quanto permettevano essi, stampare si potesse.

Tolta al papa la forza civile, si faceva passo di togliergli la militare. Incominciossi dalle arti con subornare i soldati, le napoleoniche glorie e la felicità degli imperiali soldati magnificando. Pochi cessero, i più resisterono. Riuscite inutili le instigazioni, toccossi il rimedio della forza. I soldati furono costretti alle insegne napoleoniche, e mandati prima in Ancona, poscia nel regno italico per essere ordinati secondo le forme imperiali.

Restava il santo padre nel suo pontificale palazzo con poche guardie, piuttosto ad onore che a difesa. Vollero i Franzesi che quest'ultimo suo ricetto fosse turbato dalle armi forastiere, non contenti se non quando il sommo pontefice fosse in vero carcere ristretto. Andavano, il dì 7 aprile, all'impresa del prendere il pontificale palazzo; si appresentavano alla porta: il soldato svizzero, che vi stava a guardia, rispose che non lascerebbe entrare gente armata, ma solamente l'ufficiale che le comandava. Parve soddisfarsene il capitano napoleonico: fatti fermar i soldati, entrava solo; ma non così tosto fu lo sportello aperto, e l'ufficiale entrato, che, aggiungendo la sorpresa alla forza, fece segno a' suoi che entrassero. Entrarono; volte le baionette contro lo Svizzero, occuparono l'adito. Si impadronirono, atterrando romorosamente le porte delle armi delle papali guardie, i più intimi penetrali invasero.

Di tanti eccessi querelavasi gravissimamente il pontefice con Miollis; ma le sue querele non muovevano il generale, che anzi, negli eccessi moltiplicando, faceva arrestare da' suoi soldati monsignor Guidebono Cavalchini governator di Roma, ordinando che fosse condotto a Fenestrelle, fortezza alle fauci delle Alpi sopra Pinerolo.

A questi tratti il pontefice, fatto maggioredi sè medesimo, in istile grave e profetico, a Napoleone le sue parole rivolgendo: «Per le viscere, diceva, della misericordia di Dio nostro, per quel Dio che è cagione che il sole levante venne dall'alto a ritirarsi, esortiamo, preghiamo, scongiuriamo te, imperadore e re Napoleone, a cambiar consiglio, a rivestirti dei sentimenti che sul principiar del tuo regno manifestasti; sovvengati che Dio è re sopra di te; sovvengati ch'ei non rispetterà la grandezza di uomo che sia; sovvengati ed abbi sempre alla mente tua davanti, ch'ei si farà vedere, e presto, in forma terribile; perchè quelli che comandano agli altri saranno da lui con estremo rigore giudicati.»

Napoleone, cieco, e dal suo inevitabile destino tratto, non attendeva alle spaventevoli o fatidiche voci del pontefice. Decretava, il dì 2 aprile dello scorso anno, che, stantechè il sovrano attuale di Roma aveva costantemente ricusato di far guerra agl'Inglesi, e di collegarsi coi re d'Italia e di Napoli a difesa comune della penisola; stantechè l'interesse de' due reami e dell'esercito d'Italia e di Napoli esigevano che la comunicazione non fosse interrotta da una potenza nemica; stantechè la donazione di Carlo Magno, suo illustre predecessore, degli Stati pontifizii, era stata fatta a benefizio della cristianità, non a vantaggio dei nemici della nostra santa religione: stante finalmente che l'ambasciatore della corte di Roma appresso a lui aveva domandato i suoi passaporti; le provincie d'Urbino, Ancona, Macerata e Camerino fossero irrevocabilmente e per sempre unite al suo regno d'Italia; il regno italico, il dì 11 maggio, prendesse possessione delle quattro provincie, vi si pubblicasse ed eseguisse il codice Napoleone: fossero investite nel vicerè amplissime facoltà per l'esecuzione del decreto.

Il giorno stesso del 2 di aprile, l'imperatore, conoscendo quanti prelati natii delle provincie unite fossero in Roma ai servigi del pontefice, e volendo privare ilsanto padre del sussidio di tanti servitori ed amici, decretava che tutti i cardinali, prelati, ufficiali ed impiegati qualsivogliano appresso alla corte, di Roma, nati nel regno d'Italia, fossero tenuti, passato il dì 25 di maggio, di ridursi nel regno; chi nol facesse avesse i suoi beni posti al fisco; i beni già si sequestrassero a chi non avesse obbedito il dì 5 di giugno.

Nè solo la violenza del voler torre i servidori al papa si usò contro coloro ch'erano nati nel regno italico, ma ancora contro quelli che, sebbene venuti al mondo in Roma, possedevano ufficii spirituali in quel regno.

Eugenio vicerè, con solenne decreto del 20 maggio spartiva, le quattro provincie in tre dipartimenti, del Metauro, del Musone e del Tronto chiamandoli. Avesse il primo Ancona per metropoli, il secondo Macerata, il terzo Fermo. Fosse in Ancona ad ulteriore ordinamento di questi territorii un magistrato politico: chiamovvi Lemarrois presidente: due consiglieri di Stato.

Si esigevano nelle provincie unite i giuramenti di fedeltà all'imperatore, di obbedienza alle leggi e costituzioni. Il pontefice, che non aveva riconosciuto l'usurpazione, non consentiva ai giuramenti pieni. Da questo conflitto tra armi ed opinioni sorse nelle Marche, una volta sì prospere e felici, un disordine ed una infelicità dolorosissima.

Pubblicava Pio una solenne protesta, la quale così terminava:

«Stante adunque che per le ragioni finora raccontate egli è chiaro e manifesto che per forza di un attentato enorme i diritti della romana Chiesa sono stati dall'ultimo decreto di Napoleone violati, e che una ferita ancor più profonda è stata a noi ed alla santa Sede fatta, acciocchè tacendo non paia ai posteri che noi l'iniquissimo delitto commesso con violazione di tutte le regole della rettitudine e dell'onore, quanto pure merita, non abbiamo, ilche sarebbe perpetua vergogna nostra, a sdegno e ad abborrimento avuto, di nostro proprio moto, di nostra certa scienza, di nostra piena potenza dichiariamo, e solennemente e in miglior modo protestiamo, l'occupazione delle terre che sono nella marca d'Ancona, e l'unione loro al reame d'Italia, senza alcun diritto e senza alcuna cagione per decreto dell'imperatore Napoleone fatte, ingiuste essere, usurpate, nulle. Dichiariamo altresì e protestiamo nullo essere e di niun valore quanto fino ad oggi si è fatto per esecuzione del detto decreto, e quanto potrà essere d'ora in poi sulle terre medesime da qualunque persona fatto e commesso: vogliamo inoltre e dichiariamo che anche dopo mille anni, e tanto quanto il mondo durerà, quanto vi si è fatto e quanto sarà per farvisi, a patto niuno possa portar pregiudizio o nocumento ai diritti sì di dominio che di possessione sulle medesime terre, perchè sono e debbono essere di tutta proprietà della nostra santa Sedia apostolica.»

Così Pio, venuto in forza altrui, parlava a Napoleone, e contro di lui protestava. Così ancora Napoleone, dopo di aver carcerato i reali di Spagna, carcerava anche il papa, e dopo di aver usurpato la Spagna, usurpava anche Roma. Alessandro di Russia in questo mentre appunto lasciava a posta la sua imperial sede di Pietroburgo per girsene a visitarlo in Erfurt; Francesco d'Austria vi mandava il generale Saint-Vincent (27 settembre 1808).

Ma era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità, e già l'Austria, non abborrendo dall'entrare in nuovi travagli, e dall'abbracciar sola la guerra, si mise in sull'armare. Si doleva Napoleone dei romorosi apparecchi, affermando non pretendere coll'imperatore d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco essere a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli austriaciministri, e non so quale viennese setta, bramosa di guerra, come la chiamava, e prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a Francesco l'avere conservato la monarchia austriaca quando la poteva distruggere; gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dalle armi. Ma l'Austria non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui che aveva incarcerato i reali di Spagna. La confederazione renana, la distruzione dell'impero germanico, Vienna senza propugnacolo per la servitù della Baviera, Ferdinando cacciato di Napoli, il suo trono dato ad un Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta, la Toscana congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata cagione all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno esser capace che a lei altro partito restasse che armi o servitù. Solo le mancava l'occasione: la offerse la guerra di Spagna, all'impresa della quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che quello era l'ultimo cimento, faceva apparati potentissimi.

Un esercito grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca Carlo in Germania. Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale perseverava nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse favorevole a questo primo conato, si aveva in animo di attraversare la Selva Nera e di andar a tentare le renane cose. Per aiutare questo sforzo, ch'era il principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo, stanziava con un corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccar nella Franconia, tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima speranza poi aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei Tirolesi, sempre affezionati al suo nome e desiderosi di riscuotersi dalla signoria dei Bavari. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di questo vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con un'oste assai numerosa, massimamentedi cavalli, l'arciduca Giovanni, giovane di natura temperata e di buon nome presso agl'Italiani.

A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore. Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà della quiete. Ma, da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non ingannandosi punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato della mala disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si preparava alla guerra, con mandar in Germania ed in Italia quanti soldati poteva risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò nondimeno Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva, stava meglio armato e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar egli medesimo alla guerra germanica, perchè vedeva che sulle sponde del Danubio erano per volgersi le difinitive sorti, e che nessun altro nome, fuorichè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo. Quanto all'Italia, diede il governo della guerra in questa parte importante al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald.

L'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino. L'arciduca Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe avanti, e chi resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo il dì 9 aprile del presente anno al medesimo modo intimò la guerra Broussier che colle prime guardie custodiva i passi della valle di Fella. Preparate le armi, pubblicavansi i discorsi.

Addì 10 di aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca, varcata la sommità dei monti al passo di Tarvasio, e superato, non però senza qualche difficoltà per la resistenza dei Franzesi, quello della Chiusa, si avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante corredo di artiglierie e di cavalleria passava l'Isonzo, e minacciava con tutto lo sforzo de' suoi la fronte deinapoleoniani. Fuvvi un feroce incontro ai ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè molto valorosamente. Ma, ingrossando vieppiù nelle parti più basse gli Austriaci che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò, per ordine del vicerè, sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò il principe a piantare il suo alloggiamento a Sacile sulla Livenza, attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere, sì quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano dal Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le fortezze di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi, eccetto quelli che venivano dalle parti superiori del regno Italico e dalla Toscana, si deliberava ad assaltar l'inimico innanzi ch'egli avesse col grosso della sua mole congiunto le altre parti che a lui si avvicinavano.

Erano i Franzesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo, Broussier a sinistra: le fanterie e le cavallerie del regno Italico formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i Tedeschi; correva il dì 16 aprile: destossi una gravissima contesa nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte cacciati e rincacciati: i soldati italiani combatterono egregiamente. Pure restò Palsi in potere dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavalleria insistevano; la destra de' Franzesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con urto grandissimo ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti a mal partito, se Barbon dal mezzo non avesse mandato gente fresca in loro aiuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo, spinse avanti con tanta gagliarda, che, pigliando del campo, scacciò il nemico non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento.L'arciduca, veduto che il mezzo delle fronte franzese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi che già manifestamente declinavano. Barbou eziandio si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Franzesi d'impeto e di ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma, contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne a capo.

Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi aiuti la fronte, costrinse i napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere e ucciso loro di molta gente. E se la notte, che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico, avrebbero i Franzesi e gl'Italiani provato qualche pregiudizio molto notabile.

Dopo l'infelice fatto, non erano più le stanze di Sacile sicure al principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato debolmente dai Tedeschi, sulle sponde dell'Adige. Quivi vennero a congiungersi con lui i soldati di Lamarque, che già stanziavano nelle terre veronesi, e quelli che sotto Durante dalla Toscana erano venuti. Nè piccola cagione di dare novelli spiriti ai napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu egli veduto con allegra fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che stimava aver a passare in lui la riputazione di ogni impresa segnalata.

Passò l'arciduca la Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano, il Padovano e parte del Vicentino inondando. Assaltava in questo mentre Palmanova, ma con poco frutto; tentò con un grossosforzo il sito fortificato di Malghera per aprirsi la strada alle lagune di Venezia, ma non sortì effetto. Si apprestava non ostante ad andar a trovare il nemico sulle rive dell'Adige, sperando di riuscire nella superiore Lombardia, dominio antico de' suoi maggiori. Non trovò nelle regioni conquistate quel seguito che aspettava. Vi fu qualche moto in Padova, ma di poca importanza: si levarono anche in arme gli abitatori di Crespino, terra del Polesine, e fu per loro in mal punto, perchè Napoleone, tornato superiore per le vittorie di Germania, fortemente sdegnatosi, li suggellò all'imperio militare ed alla pena del bastone per le trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose, perdonare, ma a prezzo di sangue: dessero, per esser immolati, quattro di loro. Per intercessione del vicerè, che tentò di mollificare l'animo dell'imperadore, fu ridotto il numero a due; questi comprarono coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.

Intanto l'arciduca Carlo aveva occupato la Baviera, e col suo grosso esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa pareva su quei primi principii dar favore allo sforzo dell'imperatore Francesco. Ma parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.

Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Inn, e l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi, mossi da una sola mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e diedero addosso alle truppe bavare e franzesi che nelle terre loro erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer, albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna qualità eminente, di quelle, cioè, alle quali il secolo va preso: bensì era uomo di retta mente e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle solitudini dei tirolesi monti, ignorava il vizio ed i suoi allettamenti. Allignano d'ordinario in questa sorte di uomini due doti molto notabili: l'amore di Dio e l'amoredella patria: l'uno e l'altro rispondevano in Andrea. Per questo la tirolese gente aveva in lui posto singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione; comandò richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contentò al servire od al principe od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide incendii di pacifici tugurii, vide lo strazio e la strage de' suoi; nè per questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere sorti avevano dato in sua podestà, fosse messo a morte; anzi i feriti dava in cura alle tirolesi donne, che e per sè e per rispetto di Hofer gli accomodavano d'ogni più ospitale sentimento.

Adunque la nazione tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo a schifo la signoria nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da Andrea Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde valli e dai più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari ed i Franzesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari in più luoghi, non poterono resistere, e perduti molti soldati tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa dieci mila, in potestà del vincitore rimettendosi. Nè miglior fortuna incontrò un corpo di tre mila napoleoniani, franzesi e bavari, che in soccorso degli altri arrivava sotto le mura di Vildavia. Quindi quante squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro nè ora vi erano per gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di giorno i Tirolesi, uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il paese, opprimevano all'improvviso gl'incauti napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e spaventosa; conciossiachè al romore dell'armi si mescolavail rimbombo delle campane che continuamente suonavano a martello, e le grida dei paesani sclamanti senza posa: In nome di Dio! In nome della santissima Trinità! Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco delle montagne ripercossi facevano un misto pieno d'orrore, di terrore e di religione. Camminavano i vinti, erano una moltitudine considerabile, per la strada di Salisburgo verso il cuore dell'Austria.

I Tirolesi vincitori sulle terre germaniche, passate le altezze del Breuver, vennero nelle italiane, e mossero a rumore le regioni superiori a Trento. Propagavasi il rumore da valle in valle, da monte in monte, e la trentina città stessa era in pericolo. Certo era che quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige, la massa tirolese sarebbe calata a fargli spalla, il che avrebbe partorito un caso di grandissima importanza per tutta Italia: questo era il disegno dei generali austriaci. L'imperatore Francesco, sì per aiutare la caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non aveva mandato in dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate, mandava in Tirolo Chasteler, un generale per arte e per valore fra' primi dell'età nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse Hofer. Mandava altresì, come s'è notato, un capo di regolari, usi alle guerre di montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano esperto e conoscitore del paese. — Come prima le insegne ed i soldati dell'Austria comparvero, sentirono i Tirolesi una contentezza incredibile. Entrarono gli imperiali a guisa di trionfo; tante erano le dimostrazioni di allegrezza che i popoli facevano loro intorno. Le campane suonavano a gloria le artiglierie e le archibuserie tiravano a festa; i vincitori popoli applaudivano, abbracciavano, si abbracciavano, erano pronti a ristorare i soldati d'Austria con le più gradite vivande di quei monti: giorni felicissimi per l'eroico Tirolo.

Ma qui finirono le prosperità dell'Austria;poichè nel colmo più alto delle sue maggiori speranze, Napoleone fatale, giunto sulle terre germaniche, recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi giorni tre grandissime battaglie a Taun, ad Abensberga, ad Eckmül. Per questi accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi sulla sinistra del Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai napoleoniani per Vienna.

Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del fratello, si accorse, e vi ebbe anche comandamento da Vienna, che quello non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era mestiero accorrere in aiuto della parte più vitale della monarchia. Ordinava dunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza, alla ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi forti per poter condurre in salvo le artiglierie, le munizioni e le bagaglie, opera difficile in vero, e pericolosa con un nemico tanto svegliato e precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo Eugenio. Fuvvi qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti. Fermaronsi gli Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono a contendere il passo. Erano alloggiati in sito forte. Si apprestavano i Franzesi al passo, sforzandosi di varcare a quello di Lovadina, che è il principale. Nonostante che i Tedeschi furiosamente tempestassero con le artiglierie poste nei luoghi eminenti, Dessaix venne a capo dell'intento. Poi passò il vicerè sopra e sotto a Lovadina con la maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i soldati sotto il bersaglio stesso dei nemici, che con palle e cariche continue di cavalleria l'infestavano. Pareggiossi la battaglia che continuava con grandissimo furore da ambe le parti, perchè i Franzesi volevano sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano rituffar i Franzesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè l'arciduca in questa terribile mischia a fatica od a pericolo, ora come capitanicomandando, ed ora come soldati combattendo. Era il conflitto tra la Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte tedesca. Diedero dentro i Franzesi. Dopo ostinato affronto i soldati dell'arciduca furono costretti a piegare: la fortuna si scopriva in favore del principe. Si ritirarono gli Austriaci non senza disordine nelle ordinanze, a Conegliano. Poi, pressando vieppiù il nemico, cercavano salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa battaglia, e molto vi patirono i Tedeschi; dei napoleoniani mancarono tra morti e feriti circa tre mila.

Continuava l'arciduca a ritirarsi, il principe a seguitarlo. Passò il Franzese facilmente la Livenza, difficilmente il Tagliamento. Inondando i napoleoniani con la cavalleria il piano e le valli, scioglievano l'assedio di Osopo e di Palmanova. Divise il vicerè i suoi in due parti, mandando la prima alla volta dei passi di Tarvisio verso la Carintia, la seconda sotto la condotta di Macdonald verso la Carniola. L'uno e l'altro disegno riuscirono a quel fine che il capitano di Francia si era con ciò proposto, imperocchè alla sinistra Serras si congiungeva con le prime scolte dell'esercito germanico, e Macdonald sulla destra aveva occupato, passando per Monfalcone e Duino, Trieste. Da questo luogo si era incamminato verso la Carniola per impadronirsi di Lubiana, città capitale, cooperare con Marmont, che a gran passi veniva dalla Dalmazia, e quindi, per la strada maestra che da Lubiana porta a Gratz, condursi in quest'ultima città col fine di essere in grado di menar nuovi soldati a Napoleone. L'arciduca Carlo teneva ancora il campo grosso e minaccioso. Trovava Macdonald un duro intoppo in Prevaldo, ma parte di fronte assaltandolo, e parte girando ai fianchi, l'acquistava. Colla medesima arte d'accennare ai fianchi ed alle spalle constringeva alla dedizione quattro mila Austriaci che difendevano Lubiana, e vi entrava trionfando. Acquistata tale vittoria, se ne giva, lasciati inCarniola presidii sufficienti, a Gratz. Quivi fermossi aspettando che Marmont lo venisse a trovare dalla Dalmazia. Questi, vinta una fiera battaglia a Gospitz, si aprì con tale vittoria facile le strade, perchè, da un incontro in fuori ch'egli ebbe col retroguardo nemico ad Octopsch non gli fu più oltre contrastato il passo. Occupò successivamente Segna e Fiume, e trovati i compagni in Istria, si incamminava a gran giornate a Gratz. A questo modo tutto l'antico Illirio venne in potestà di Francia. Il vicerè, raccolte tutte le squadre, e solo lasciate le guernigioni necessarie nei luoghi più opportuni, passava i monti di Somering, e per la valle della Raab verso il Danubio calandosi, andava a farsi partecipe delle imprese del padre.

Il giorno 14 di giugno, anniversario della vittoria di Marengo, vinceva il principe Eugenio sotto le mura di Raab una grandissima battaglia contro l'arciduca Giovanni, che saliva per le sponde del Danubio in aiuto del suo fratello Carlo. Il dì 7 di luglio periva la mole austriaca nei campi di Vagram. Quivi fu poi prostrato l'arciduca Carlo, e Napoleone divenne padrone di quell'antica e grande monarchia. Si trovò facilmente forma di concordia per la situazione d'una delle parti: consentì l'imperadore Francesco a condizioni durissime di pace. Il dì 14 ottobre si stipulava in Vienna, per lo stabilimento delle cose comuni, dal signor di Champagny per parte di Napoleone, e dal principe di Lichtenstein per parte di Francesco, il trattato di pace. Cedeva lo imperadore Francesco all'imperadore franzese, oltre molti altri paesi in Germania ed in Polonia, la contea di Gorizia, il territorio di Monfalcone, la contea e la città di Trieste, il ducato di Carniola con le sue dipendenze nel golfo di Trieste, il circolo di Villaco nella Carintia con tutti i paesi situati sulla riva destra della Sava dal punto in cui questo fiume esce dalla Croazia fin dove tocca le frontiere della Bosnia, nominatamente unaparte della Croazia provinciale, sei distretti della Croazia militare, Fiume ed il litorale ungherese, l'Istria austriaca col distretto di Casina, Piccino, Buccari, Buccarizza, Porto re, Segna e le isole dipendenti dai paesi ceduti, e tutti gli altri territorii qualsivogliano situati sulla destra del fiume, il filo delle acque del quale avesse a servire di limite fra i due Stati: perdonasse Napoleone ai Tirolesi, Francesco ai Polacchi: l'Austria cessasse ogni relazione con l'Inghilterra. Napoleone fece inserire nel trattato un capitolo, per cui l'Austria si obbligava a cedere all'imperadore Alessandro di Russia nella parte più orientale dell'antica Galizia un territorio che contenesse quattrocento mila anime, non inclusa però la città di Brodi.

L'Austria, percossa da tanto infortunio, quietava por la pace, ma era dolorosa la sua quiete. Oltre la scaduta potenza, l'infestava l'insolenza del vincitore, e la aggravavano le grossissime imposizioni. Soli i Tirolesi non cedevano al terrore comune, e con l'armi in mano continuavano a difendere quel sovrano, che già deposte per forza le sue, aveva per forza dato molte nobili parti del suo dominio e loro stessi in potestà del vincitore. Il principe Eugenio dalle sue stanze di Villaco gli esortava a posare, ma invano. Più volte combattuti dai Franzesi, dai Sassoni e dai Baveri, più volte batterono, e più volte anco battuti, più volte risorsero. Vinti, si ritiravano alle selve impenetrabili, ai monti inaccessibili; vincitori, inondavano le valli, e furiosamente cacciavano il nemico. Vinti, erano trattati crudelmente dai napoleoniani: vincitori, trattavano i napoleoniani umanamente; e siccome gente religiosa, vinti, con grandissima divozione pregavano dal cielo miglior fortuna alla patria; vincitori, coi medesimi segni il ringraziavano. E' furono visti, dopo di avere superato con incredibile valore i soldati di Lefevre, e restituito a libertà coloro che si erano arresi, scorrente ancora il sanguee presenti i cadaveri dei compatriotti e dei nemici, gettarsi tutti al punto stesso, dato il segnale di Hofer, coi ginocchi a terra ed in tale pietosa attitudine tra lacrimosi e lieti rendere grazie a Dio dell'acquistata vittoria. Eccheggiavano i monti intorno dei divoti e allegri suoni mandati fuori dai religiosi e santi petti. Infine, sottentrando continuamente genti fresche a genti uccise, abbandonati da tutto il mondo, anzi quasi tutto il mondo combattendo contro di loro, cessarono i Tirolesi, non dal volere, ma dal potere, e nei montuosi ricetti loro ricovratisi, aspettavano occasione in cui più potesse la virtù che la forza. Il bavaro dominio si restituiva nel Tirolo tedesco: cedè l'italiano in possessione del regno italico.

Sul finire del presente anno 1809 Andrea Hofer si ritirava con tutta la sua famiglia ad un povero casale fra montagne e nevi altissime, dolente per la patria, tranquillo per sè. Ma i Franzesi erano sitibondi del suo sangue. Perciò, fattolo con tutta diligenza cercare e ricercare, riuscì di trovarlo nel suo recondito recesso. Batterono alla porta i soldati; era la notte del 27 gennaio del 1810. L'aperse Hofer: veduto ch'era venuto in forza altrui, con semplicità e serenità mirabile: «Son io, disse, Andrea Hofer; sono in poter di Francia: fate di me ciò che vi aggrada: ma vi piaccia risparmiare la mia donna ed i miei figliuoli; sono eglino innocenti, nè dei fatti miei obbligati.» Così dicendo, diessi in potestà loro. Condotto a Bolzano, ultimo destino gli soprastava. Le palle soldatesche ruppero in Mantova il patrio petto di Andrea, lui, non che intrepido, quieto in quell'estrema fine.

Acquistata tanta vittoria dall'Austria, veniva a Napoleone in mente l'antica cupidigia di Roma. Decretava, il dì 17 maggio di quest'anno in Vienna stessa queste cose: Considerato che quando Carlo Magno imperadore dei Franzesi, e suo augusto antecessore, diede in dono ai vescovi di Roma parecchi paesi,glie li cedesse loro a titolo di feudo col solo fine di procurare sicurezza a' suoi sudditi, e senza che per questo abbia Roma cessato di esser parte del suo impero considerato ancora che da quel tempo in poi l'unione delle due potestà spirituale e temporale era stata, ed era ancora fonte e principio di continue discordie; che pur troppo spesso i sommi pontefici si erano serviti dell'una per sostenere le pretensioni dell'altra, e che per questo le faccende spirituali, che per natura propria sono immutabili, si trovarono confuse con le temporali sempre mutabili a seconda de' tempi; considerato finalmente, che quanto egli aveva proposto a conciliazione della sicurezza de' suoi soldati, della quiete e della felicità de' suoi popoli, della dignità e della integrità del suo impero colle pretensioni temporali dei sommi pontefici, era stato proposto indarno, intendeva voleva ed ordinava che gli Stati del papa fossero e restassero uniti all'impero franzese; che la città di Roma, prima sede della cristianità e tanto piena d'illustri memorie, fosse città imperiale e libera, e che il suo reggimento avesse forme speciali; che i segni della romana grandezza, che ancora in piè sussistevano, a spesa del suo imperial tesoro fossero conservati e mantenuti; che il debito del pubblico fosse debito dell'impero; che le rendite del papa si amplificassero fino a due milioni di franchi, e fossero esenti da ogni carico e prestanza; che le proprietà e palazzi del santo padre non fossero soggetti ad alcun aggravio di tasse e a nessuna giurisdizione o visita, ed, oltre a questo, godessero d'immunità speciali; che finalmente una consulta straordinaria il 1.º di giugno prendesse possessione a suo nome degli Stati del papa, ed operasse che il governo, secondo gli ordini della costituzione, vi fosse recato in atto il primo giorno del 1810; nè mettendo tempo in mezzo, chiamava, il giorno stesso del 17 maggio, alla consulta Miollis, creato anche governator generale e presidente, Saliceti, Degerando,Janet, Dalpozzo, e per segretario un Balbo, figliuolo del conte Balbo di Torino.

A questo modo veniva Roma in potestà immediata di Napoleone, ed i papi, dopo una possessione di mille anni, furono spodestati del dominio temporale. Ad atto così grave ed insolito sclamava Pio, e con la sua pontificale voce a tutto il mondo gridava. E il giorno appresso, in cui mandava fuori le sue lamentazioni, fulminava la scomunica contro l'imperator Napoleone e contro tutti coloro che con lui avessero cooperato all'occupazione degli Stati della Chiesa, e massimamente della città di Roma. Fulminò altresì l'interdetto contro tutti i vescovi e prelati sì secolari che regolari, i quali non si conformassero a quanto aveva statuito circa i giuramenti e le dimostrazioni pubbliche verso il nuovo governo.

Data la sentenza, si ritirava nei penetrali del suo palazzo, attendendo a pregare, ed aspettando quello che la nemica forza fosse per ordinare di lui. Fe' chiudere diligentemente le porte e murare gli aditi del Quirinale, acciocchè non si potesse pervenire nelle interne stanze sino alla sua persona, se non con manifesta violazione del suo domicilio. Informarono i napoleoniani il loro padrone dello sdegno del papa e della fulminata sentenza; pregarono, ordinasse che avessero a fargli. Rispose, rivocasse il papa la scomunica, accettasse i due milioni: quando no, l'arrestassero, ed il conducessero in Francia. Duro comando trovò duri esecutori. Andarono la notte del 5 luglio sbirri, manasdieri, galeotti, e con loro, cosa incredibile, generali e soldati alla violazione della pontificia stanza. Gli sbirri, i masnadieri ed i galeotti scalarono il muro alla panattiera, dov'era più basso, ed entrati, aprirono la porta ai soldati, parte genti d'armi, parte di grossa ordinanza. Squassavansi le interne porte, scuotevansi i cardini, rompevansi i muri: il notturno rumore di stanza in stanza dell'assaltato Quirinalesi propagava; le facelle accese accrescevano terrore alla cosa. Svegliati a sì grande ed improvviso fracasso, tremavano i servitori del papa; solo Pio imperterrito si mostrava. Stava con lui Pacca cardinale, chiamato a destino peggiore di quello del pontefice, per avere in tanta sventura e precipizio serbato fede al suo signore: pregavano, e vicendevolmente si confortavano. Ed ecco arrivare i soldati, atterrate o fracassate tutte le porte, alla stanza dell'innocente e perseguitato pontefice. Vestivasi a fretta degli abiti pontificali: voleva che rimanesse testimonio il mondo della violazione, non solamente della sua persona, ma ancora del suo grado e della sua dignità. Entrò per forza nella pontificia camera il generale di gendarmeria Radet, cui accompagnava un certo Diana, che per poco non aveva avuto il capo mozzo a Parigi per essersi mescolato in una congiura contro di Napoleone. Radet, pensando agli ordini dell'imperadore, venne tostamente intimando al papa, accettasse i due milioni, rivocasse la scomunica, altrimenti sarebbe preso e condotto in Francia. Ricusò non superbamente, ma pacatamente, il che fu maggior forza, il pontefice la proferta. Poi disse perdonare a lui, esecutore degli ordini; bene maravigliarsi che un Diana, suo suddito, si ardisse di comparirgli avanti, e di fare alla dignità sua tanto oltraggio; ciò non ostante, soggiunse, anche a lui perdonare. Fattosi dal papa il rifiuto, trapassava a protestare, dichiarando nullo e di niun valore essere quanto contro di lui, contro lo Stato della Chiesa e contro la romana Sede aveva il governo franzese fatto e faceva; poi disse essere parato; di lui facessero ciò che volessero; dessergli pure supplizio e morte, non avere l'uomo innocente cosa di che temere si abbia. A questo passo, preso con una mano un crocifisso, coll'altra il breviario, ciò solo gli restava di tanta grandezza, in mezzo ai vili uomini rompitori del suo palazzo ed ai soldati che non avevanoabborrito dal mescolarsi con loro, s'incamminava dove condurre il volessero. Gli offeriva Radet desse il nome dei più fidi cui desiderasse aver compagni al suo viaggio. Diedelo; nessuno gli fu conceduto. Fugli per forza svelto dal grembo Bartolommeo Pacca cardinale. Poi fu con presto tumulto, condotto assiepandosegli d'ogni intorno le armi soldatesche, nella carrozza che a questo fine era stata apparecchiata, e con molta celerità incamminato alla volta di Toscana. Solo era con lui Radet. Mentre gl'indegni fatti notturnamente si commettevano nel pontificale palazzo, Miollis, sorto a vegliare la impresa, se ne stava ad udire i rapporti che ad ogni momento gli pervenivano, nel giardino del contestabile passeggiando.

Stupore ed orrore occuparono Roma quando, nato il giorno, vi si sparse la nuova della commessa enormità. Portavano i carceratori il pontefice molto celeremente pei cavalli delle poste per prevenir la fama. Trasmettevansi l'uno all'altro i gendarmi di stazione in stazione il captivo e potente Pio. Quel di Genova temendo qualche moto in Riviera di levante, l'imbarcava sur un debole schifo che veniva da Toscana. Addomandò il pontefice al carceratore se fosse intento del governo di Francia di annegarlo. Rispose negando. Posto piede a terra, il serrava nelle apprestate carrozze in Genova: pena di morte, se i postiglioni non galoppassero. Sostossi in Alessandria, come in luogo sicuro per le soldatesche, a desinare. Poi traversossi il Piemonte con velocità di volo. A Sant'Ambrogio di Susa, il carceratore apprestava i cavalli per partire con maggiore celerità che non era venuto. Lasso dall'età, dagli affanni, dal viaggio, l'addomandava il pontefice, se Napoleone il voleva vivo o morto. Vivo, rispose. Soggiunse Pio: Adunque starommi questa notte in Sant'Ambrogio. Fu forza consentire. Varcavano il Cenisio: gl'italiani popoli, non avendo potuto per la velocità venerare il pontefice presente, il venerarono lontano, pietosamentevisitando i luoghi dove aveva stanziato, per dove era passato: sacri li chiamavano per isventura, sacri per dignità, sacri per santità. Pacca fedele fu mandato, come se fosse un malfattore, nel forte di Pierrechateau presso a Bolley. Fu lasciato il papa fermarsi qualche giorno a Grenoble, poi messo di nuovo in viaggio. Come se altra strada non ci fosse, fu fatto passare a Valenza di Delfinato, stanza di morte di Pio VI, atto tanto più incivile quanto non necessario. Per Avignone, per Aix, per Nizza di Provenza il condussero a Savona, strano viaggio da Roma per Francia a Savona. Ma celavasi la partenza, celavasi il viaggio: salvo coloro che presenti vedevano il pontefice, niuno sapeva; perchè delle lettere dei privati poche parlavano, delle gazzette niuna, dove fosse, nè dove andasse. I Franzesi con la medesima riverente osservanza l'onoravano, con cui lo avevano onorato gl'Italiani: il trattarono i prefetti dei dipartimenti con sentimento e rispetto: così aveva comandato Napoleone.

Napoleone vincitore tornava in Francia nella imperial sede di Fontainebleau. I deputati italiani già l'aspettavano per le adulazioni. Moscati, orando pel regno italico, ringraziò delle date leggi; Zondadari cardinale, per la Toscana, della data Elisa. Per Roma vi fu maggior magniloquenza. Braschi, oratore della città dei sette colli, favellò degli Scipioni, dei Camilli, dei Cesari, del padre Tevere.

Rispose il sire ai Romani, sempre pensare alle famose geste dei loro antenati; passerebbe le Alpi per dimorarsi qualche tempo con esso loro; gl'imperatori franzesi suoi predecessori avergli scorporati dall'impero e dati in feudo ai loro vescovi, ma il bene de' suoi popoli non ammettere più alcuna divisione. Sotto le medesime leggi, sotto il medesimo signore aver a vivere Francia ed Italia; del resto, aver loro bisogno di un braccio potente, e lui avere questo braccio, e volerlo usare a benefizio loro: ciò nonostante non intendere che alcun cambiamento fosse fatto nella religione dei loro padri; figliuolo primogenito della Chiesa, non voler uscire dal suo grembo; non avere mai Gesù Cristo creduto necessario dotare San Pietro di una sovranità temporale: la romana sede essere la prima della cristianità, essere il vescovo di Roma capo spirituale della Chiesa, lui esserne l'imperadore: voler dare a Dio ciò ch'è di Dio, a Cesare ciò ch'è di Cesare.

Intanto in Roma francese, la romana consulta, come prima prese il magistrato, pensò alla sicurezza del nuovo Stato, sapendo quanti mali umori e quante avverse opinioni covassero: parve bene spiare sul bel principio i pensieri più segreti degli uomini: ordinava la polizia: creonne direttor generale Piranesi, uomo molto atto a questo carico. Ciò quanto ai detti ed ai fatti segreti; quanto agli scritti, anche segreti, fu tolta agl'impiegati del papa la posta delle lettere, e data al direttore della posta di Francia. Nè la cosa fu solo in nome; perchè con dannabilissima licenza si aprivano e si leggevano le lettere che s'indirizzavano a Savona dov'era il papa. Si usava in questo un rigore eccessivo. Importava che, a confermazione della quiete, si unisse la forza alle notizie, nè potendo i soldati di Francia essere in ogni luogo, si crearono le guardie, urbane in Roma, provinciali nelle provincie, legioni chiamandole. Della legione di Roma fu eletto capo il conte Francesco Marescotti, uomo dedito a Francia. Questi uomini furono buoni per impedire i moti politici, non a frenare gli uomini di mal affare, che infestavano l'agro romano e le vicinanze stesse di Roma. Trapassossi a partire il territorio, con fare due dipartimenti, di cui chiamarono l'uno del Tevere e l'altro del Trasimeno; nominaronsene a tempo i due prefetti, un Giacone ed un Olivetti. Trassersi gli ufficiali municipali; furono le elezioni di gente buona e savia; faceva la consulta presto, ma faceva anche bene.Ostava alla nuova amministrazione dei comuni l'ordine del buon governo, il quale, creato da Sisto V ed attuato da Clemente VIII, aveva l'ufficio di amministrar i comuni, nè senza grande utilità loro. La consulta l'abolì, sostituivvi le forme franzesi. Il consiglio municipale di Roma chiamò senato; elessevi personaggi di gran nome, i principi Doria, Albani, Chigi, Aldobrandini, Colonna, Barberini, i duchi Altieri, Braschi, Cesarini, Fiano. Braschi fu nominato maire, o vogliam dire sindaco di Roma. Intanto si scrivevano i soldati per le guerre forestiere, anche nella città imperiale e libera di Roma. Nè le leggi civili e criminali di Francia si omettevano; che anzi, per ordinazione della consulta, si promulgavano sì quanto alle persone, sì quanto alle cose, sì quanto ai diritti, e sì quanto agli ordini giudiziali. Fu chiamato presidente della corte di appello Bartolucci, un uomo di mente vasta e profonda, di non ordinaria letteratura, e di giudizii e di stato molto intendente. Chiamato consigliere di Stato a Parigi, vi diede saggi di quell'uomo dotto e prudente ch'egli era.

Le casse intanto più di ogni altra cosa premevano; Janet ne aveva cura. Conservò la imposizione dativa, che doveva gettare un milione e mezzo di franchi, la tassa del sale, il cui ritratto si supputava circa ad un milione, ed il dazio della mulenda, che si estimava ad una valuta circa di cinquecento mila franchi. Tra il lusso dei primi magistrati, la miseria del paese, i debiti di ognuno, il frutto di queste tasse non poteva bastare a dar vita alla macchina politica. Pure buon uso faceva la consulta di una parte del denaro del pubblico. Propose a Napoleone, e da lui impetrò anche facilmente, che si pagasse sufficiente denaro alla duchessa di Borbone parmense ed a Carlo Emmanuele re di Sardegna, che tuttavia se ne viveva in Roma tutto intento alle cose della religione; nobile atto e da non tralasciarsi negli annali.

La parte più malagevole del romanogoverno era l'ecclesiastica: aveva il papa, già fin quando le Marche erano state unite al regno italico, proibito i giuramenti; confermò questa proibizione per lo Stato romano nell'atto stesso della sua partenza di Roma. Richiedeva Napoleone del giuramento anche gli ecclesiastici. Ne nacque uno scompiglio, una disgrazia incredibile. Consisteva la principale difficoltà nel giurare la fedeltà; dell'obbedienza non dubitavano. Ripugnavano alla parola di fedeltà, perchè credevano che importasse di riconoscer l'imperador Napoleone come loro sovrano legittimo: al che giudicavano di non poter consentire, non avendo il papa rinunziato. Imprendeva a giustificare i giuramenti Dalpozzo, uno della consulta, uomo di gran sapere e di maggior ingegno. Sani ed irrefregabili erano i principii del Dalpozzo quanto all'obbedienza, e siccome gli ecclesiastici non dubitavano di giurarla al nuovo Stato, e di più di giurare di non partecipare mai in nessuna congiura e trama qualunque contro di lui, così un governo giusto e buono avrebbe dovuto contentarsene. Ma Napoleone esigeva il giuramento di fedeltà, sì perchè gli pareva che un tal giuramento implicasse la riconoscenza di sovrano legittimo, ed in tal modo effettivamente, come abbiam detto, l'intendevano l'intimatore e gl'intimati, sì perchè voleva fare scoprire i renitenti, per avere un pretesto di allontanarli da Roma, dove li credeva pericolosi. Vi era in questo troppa scrupolosità da una parte, troppo rigore dall'altra: la materia aveva in sè molta difficoltà. La romana consulta procedeva cautamente. Operando alla spartita, cominciò dai vescovi. Altri giurarono, altri ricusarono. Aveva il vescovo di Tivoli giurato; ma pentitosi, fece pubblicamente la sua ritrattazione: i gendarmi se lo pigliarono, ed in Roma carcerato alla Minerva il portarono. Tutti i non giurati, suonando loro d'ogni intorno le armi dei gendarmi, chi in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti.Fu anche portato via da Roma, come non giurato e troppo devoto al papa, un Bacolo veneziano, vescovo di Famagosta, uomo molto nuovo e di natura facetissima, che dava una gran molestia alla polizia. Spedita la faccenda dei vescovi, richiederonsi dei giuramenti i canonici. Molti giurarono, molti ancora non giurarono; i gendarmi si affacendavano. Molto maggiore difficoltà avevano in sè i giuramenti dei curati, massimamente di quei di Roma, uomini d'innocente vita e di evidente vantaggio dei popoli, non solamente pei sussidii spirituali, ma ancora pei temporali.

Rappresentò la consulta, che in questo opinava saviamente, che s'indugiasse. Napoleone mandò loro dicendo che voleva i giuramenti da tutti, ed obbedissero. Delle province la maggior parte ricusarono: i gendarmi se li portarono. Dei Romani, i più si astennero: i renitenti portati via, e se infermi ed impotenti all'esilio, serrati in San Callisto.

A questo tempo furono soppressi nello Stato romano i conventi sì di religiosi che di religiose, i forestieri mandati al loro paese, i paesani sforzati a depor l'abito.

Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze, alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò che con denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessarii alla specola del collegio romano; condusse a fine i parafulmini della basilica di San Pietro, stati principiati da papa Pio; ebbe speciale cura delle allumiere della Tolfa e delle miniere di ferro di Monteleone nell'Umbria. Gente perita, denaro a posta addomandava; due artieri Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della veterinaria, due a quella delle arti e mestieri in Francia, semi di utili scienze nell'ecclesiastica Roma.

Temevasi che la presenza dei Franzesi in Italia, massimamente in Toscana e nello Stato romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore dall'italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il quale, unendo Toscana e Roma alla Francia, vi aveva introdotto negli atti pubblici l'uso della lingua franzese, aveva già fin dall'anno ultimo decretato premii a chi meglio avesse scritto in lingua toscana. La consulta di Roma, a fine di cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola Degerando, statuiva che la lingua italiana si potesse in uno con la franzese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in Italia. Volle altresì che l'accademia degli Arcadi si ordinasse in modo che e la letteratura italiana promuovesse e la lingua pura ed incorrotta conservasse, con premii a chi meglio l'avesse scritta o in prosa o in versi; Arcadia sedesse sul Gianicolo, nelle stanze di Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del cielo, alla natura degli uomini, alle romane usanze fu quello dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più magnifico stato. La consulta le dava più cospicui sussidii, l'imperator più convenienti stanze, e dote di cento mila franchi.

La ruina universale aveva addotto la ruina della Propaganda, con avere o del tutto annientato parte delle rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenze: si aggiunse la rovina del palazzo devastato nel 1800. Adunque ella sussisteva piuttosto di nome che di fatto quando Napoleone s'impadronì di Roma; poi i frutti dei monti non si pagavano, la computisteria, per comandamento imperiale, sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi. Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i pagamenti:l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatoconsulto, volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la macchina, come era necessario, nè far sorgere a propagazione degl'interessi politici quello zelo che per amore della religione, per le esortazioni dei papi e per la lunga consuetudine era sorto nei membri della congregazione ai tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu di alcuna utilità nè per la religione nè per la politica: solo le sue ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio e la rabbia degli uomini che l'avevano distrutto.

Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese degli smalti e degli operai. La principale manifattura che serviva di norma alle altre era attinente a San Pietro, e si sostentava con le rendite della sua fabbrica: per le necessità dei tempi, mancando la più gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale; ma perchè Napoleone non si tirasse indietro, fu d'uopo alla consulta d'inorpellare le cose con dire che il musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad obbedire San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi adornerebbe il palazzo del principe ed i monumenti dell'imperial Parigi. A questi suoni Napoleone si calava e pagava. Restava che, poichè s'era provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavoreria loro addossata al colle del Vaticano ed in parte sotterranea, e perciò molto malsana, troppo spesso infermavano e sovente il vedere perdevano. Oltre a ciò, gli armadii e gli scaffali, in cui si conservavano gli smalti, infracidivano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi,dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico di tutti un bel quadro del pittore Camucini. Decretò la consulta trasportassersi gli opificii nelle stanze del santo Ufficio.

Concedutosi dall'imperatore un premio di duecento mila franchi ai manifattori di Roma, volle la consulta che fossero spartiti a chi meglio filasse o tessesse la tela o la lana, a chi meglio conducesse le opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquavite, a chi meglio lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi più e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più ulivi, a chi ponesse più semenza di piante utili.

I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i preziosi capi d'arte che adornavano i conventi, ed erano molti e belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro dalla consulta una congregazione di uomini intendenti e giusti estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate Fea e Toffanelli, conservatore del Campidoglio.

Conservando Roma odierna si poneva mente a scoprire l'antica: almeno così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca poteva fare. Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi promettenti. Sarebbesi anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero guastato l'intenzione.

Discorreva Napoleone di volere visitar Roma sua. Se, di fatto, non voleva andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le parve acconcio per la campagna, il Quirinale per la città, il Quirinale grande e magnifico per sè, sano per sito e con bella apparenza da parte di strada Pia: ogni cosa all'imperiale costume si accomodava. Nè la bellezza o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar alberi all'intorno,di aprir passeggiate, specialmente alla piazza del Popolo da riuscire a Trinità del monte, di trasportare i sepolcri fuori delle mura, di prosciugar le paludi. Le pontine massimamente pressavano nei consigli imperiali. Prony Franzese, Fossombroni Italiano, idraulici di gran nome e di scienza pari al nome, le visitavano e fra loro consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrarii; e, se le pontine non peggiorarono sotto il dominio franzese, certo non migliorarono.

Così vivevasi a Roma; con un sovrano prigioniero a Savona, con un sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze avvenire, diventata provincia di Francia, non poteva nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in contrarie parti, lagrimava e si doleva; nè poteva la consulta, quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e racconfortarla.


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