MDCCCVIIAnno diCristoMDCCCVII. IndizioneX.PioVII papa 8.FrancescoI imp. d'Austria 2.Intiepiditosi il tempo, si avventavano gli uni contro gli altri Franzesi e Russi: varii furono i combattimenti; sanguinosi tutti. Infine sui campi di Friedland conflissero con ordinanza piena i due nemici (14 giugno). Quivi cadde la fortuna russa. Napoleone vincitore ai confini di Alessandro sovrastava; addomandava Alessandro i patti. Narrano che i due imperatori nelle conferenze più segrete fra di loro si spartissero il mondo. Quale di questo sia la verità, convennero sulle sponde del Niemen in trattato, il dì 7 di luglio; riconobbe Alessandro il nome e l'autorità regia in Giuseppe Napoleone come re di Napoli, ed in Luigi Napoleone come re d'Olanda; consentì che un regno di Vestfalia si creasse, ed in Girolamo Napoleone, fratello minore di Napoleone, s'investisse; accordò che un ducato di Varsavia si creasse, e duca ne fosse Federico Augusto di Sassonia; riconobbe la renana confederazione; stipulò per articolo segreto che le Bocche di Cattaro si sgombrassero dai Russi e si consegnassero in potestà di Napoleone. Convenne infine che sette isole ioniche cedessero in possessione del medesimo.I fatti di guerra di Napoleone superavano per grandezza quanti siano stati mandati alla memoria dei posteri, e già lui temeva ed adorava il mondo. Non v'era più luogo all'adulazione; perchè le lodi, per ismisurate che fossero, parevano minori del vero; nè i poeti più celebri, quantunque con ogni nervo vi si sforzassero, potevano arrivare a tanta altezza. Un mezzo solo gli restava per accrescere la gloria acquistata; questaera di usarne moderatamente; ma amò meglio dilettarsi, provando quant'oltre potesse trascorrere la viltà degli uomini. Lasciando le adulazioni franzesi e d'altre nazioni, solo si dica delle italiane. A questo fine erano stati chiamati a Parigi i deputati del regno italico. Gamboni, patriarca di Venezia, favellava, introdotto all'udienza nell'imperial sede di Saint-Cloud, con servilissimo discorso al signore.Rispose, gradire i sentimenti de' suoi popoli d'Italia; con piacere averli veduti combattere valorosamente sulla scena del mondo; sperare che sì fausto principio avrebbe consenziente fine. In questo luogo venne in sul dire che le donne italiane dovevano allontanare da sè stesse gli oziosi giovani, nè permettere che più languissero negl'interni recessi, e comparissero al cospetto loro se non quando portassero cicatrici onorevoli. Soggiunse poscia, vedrebbe Venezia volentieri; sapere quanto i Veneziani l'amassero.Accarezzato dai monaci del Cenisio, festeggiato dai Torinesi testè liberati da Menou, al quale era succeduto, come governator generale, il buon principe Camillo Borghese, arrivava Napoleone trionfante nella reale ed accetta Milano. Le feste furono molte: i soldati armeggiavano, i poeti cantavano, i magistrati lusingavano. Trattò Melzi molto rimessamente, perchè non ne aveva più bisogno; perchè poi fosse meglio rintanato, il creò duca di Lodi.Ed ecco che Napoleone arrivava a Venezia (29 novembre). Luminaria per tutta la città; di notte il canal grande chiaro come di giorno; la piazza di San Marco più chiara del canale; regata, balli, teatri, plausi di voci e di mani. Si mostrò lieto e contento in volto. Tornato a Milano il dì 6 dicembre udiva i collegi, ed i collegi parlava. Accusò gli antenati, parlò di patria degenere dalla antica, affermò molto aver fatto per gli Italiani, molto più voler fare; ammonilli,stessero congiunti con Francia; ricordò loro che da quella ferrea corona si ripromettessero l'independenza.Corsa trionfalmente la Lombardia, nuovi italici pensieri gli venivano in mente e li mandava ad esecuzione. Aveva, a cagione che il principe reggente di Portogallo si era ritirato dal voler fare contro gl'Inglesi, per un trattato sottoscritto a Fontanablò ai 27 di ottobre con un ministro di Spagna, tolto il Portogallo a' suoi antichi signori, che vi erano ancora presenti, e dato in potestà di nuovi. Per esso si accordarono la Francia e la Spagna, che la provincia del Portogallo tra Mino e Duero colla città di Porto cedessero in proprietà e sovranità del re d'Etruria, ed egli assumesse il nome di re della Lusitania settentrionale; che l'Algarve si desse al principe della Pace con titolo di principe dell'Algarve; che il Beira ed il Tramonti e l'Estremadura di Portogallo si serbassero sequestrate sino alla pace; che il re d'Etruria cedesse il suo reame all'imperator dei Franzesi; che un esercito napoleonico entrasse in Ispagna, e congiunto con lo spagnuolo occupasse il Portogallo. I Braganzesi, avuto notizia del fatto, e non aspettata la tempesta, s'imbarcarono per Brasile sopra navi proprie ed inglesi.Il dì 22 novembre i ministri di Francia e di Spagna, nelle stanze di Maria Luisa regina reggente di Toscana entrando, le intimarono essere finito e ceduto a Napoleone il suo toscano regno, e che in compenso le erano assegnati altri Stati da goderseli col suo figliuolo Carlo Lodovico. Significava la regina ai suoi popoli essere la Toscana ceduta all'imperator Napoleone; ad altri regni andarsene: ricorderebbesi con diletto del toscano amore, rammaricherebbesi della separazione, consolerebbesi pensando, passare una nazione sì docile sotto il fausto dominio di un monarca dotato di tutte le più eroiche virtù, fra le quali, per usare le stesse parole che usò la regina, dette così com'erano alla segreteriesca,fra le quali campeggiava singolarmente la premura la più costante di promuovere ed assicurare la prosperità dei popoli ad esso soggetti. Non seguitò la regina in Toscana le vestigie leopoldiane, anzi era andata riducendo lo Stato a governo più stretto. Arrivò il generale Reille, il dì 11 dicembre, a pigliar possesso in nome dell'imperatore e re; i magistrati giurarono obbedienza; cassaronsi gli stemmi di Toscana; rizzaronsi i napoleonici: arrivava Menou egiziaco a scuotere le toscane genti; Napoleone trionfatore, tornando a Parigi, tirava dietro le sue carrozze quelle di Maria Luisa e di Carlo Lodovico.La natura rotta e precipitosa di Menon mitigava in Toscana una giunta creata dal nuovo sovrano e composta di uomini giusti e buoni, fra i quali era Degerando, solito sempre a sperare, a supporre e a voler bene. Avevano il difficile carico di ridurre la Toscana a forma franzese. Erano in questa bisogna alcune cose inflessibili, alcune pieghevoli. Si noveravano fra le prime gli ordini giudiziali, amministrativi e soldateschi: furono introdotti nella nuova provincia senza modificazione; degli ultimi non potevano i Toscani darsi pace, parendo loro cosa enorme che dovessero andare alle guerre dell'estrema Europa per gl'interessi di Francia, o piuttosto del suo signore. Si adoperava la giunta, non senza frutto, a fare che la nuova signoria meno grave riuscisse. Primieramente la tassa fondiaria, opinando in ciò molto moderatamente Degerando, fu ordinata per modo che non gettasse più del quinto nè meno del sesto della rendita. Non trascurava la giunta le commerciali faccende. Pel cielo propizio, volle tirarvi la coltivazione del cotone, e per migliorar le lane, diede favore al far venire pecore di vello fino nelle parti montuose della provincia sienese. Delle berrette di Prato, dei cappelli di paglia, degli alabastri e dei coralli di Firenze e di Livorno, parti essenziali del toscano commercio, con iscuole apposite,con carezze e con premii particolar cura aveva. Domandò a Napoleone che permettesse le tratte delle sete per Livorno, provvedimento utilissimo, anzi indispensabile, per tener in fiore le manifature dei drappi e la coltivazione dei gelsi nella nuova provincia. Richiese anche dal signore che concedesse una camera di commercio a Livorno a guisa di quella di Marsiglia, acciocchè i Livornesi potessero regolare da sè, e non per mezzo dei Marsigliesi, le proprie faccende commerciali: non solo buona, ma sincera e disinteressata supplica fu questa della giunta, perchè dava contro Marsiglia. Per queste deliberazioni si mirava a conservar salvo il commercio del Levante con Livorno.I comodi di terra pressavano nei consigli della giunta come quei di mare. Supplicava all'imperadore aprisse una strada da Arezzo a Rimini, brevissima fra tutte dal Mediterraneo all'Adriatico, ristorasse quella da Firenze a Roma per l'antica via Appia, dirizzasse quella da Firenze a Bologna pei Bisenzio e pel Reno, terminasse finalmente quella che insistendo sull'antica via Laontana, da Siena porta a Cortona, Arezzo e Perugia. Nè gli studii si ommettevano; consiglio degno del dotto e dabbene Degerando. Ebbero quei di Pisa e di Firenze con tutti i sussidii loro ogni debito favore: ebberlo le accademie del Cimento, della Crusca, del Disegno, dei Georgofili: feconda terra coltivava Degerando, e la feconda terra ancora a lui degnamente rispondeva.Quando poi arrivava gennaio, cessava la giunta l'ufficio, dato da Napoleone il governo di Toscana ad Elisa principessa, granduchessa nominandola. La qual Elisa, o per natura o per vezzo, simile piuttosto al fratello che a donna, si dilettava di soldati, gli studii e la toscana fama assai freddamente risguardando. A questo modo finì la toscana patria.Similmente ed al tempo stesso Napoleone univa all'imperio il ducato di Parma e Piacenza dipartimento del Taro chiamandolo.Restavano ai Borboni di Parma le speranze del Mino e del Duero.La servitù si abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto splendore splendeva. La mole dell'ambrosiano tempio cresceva; il foro Buonaparte ogni giorno più grandeggiava; Eugenio vicerè fomentava i parti più belli dei pittori, degli scultori, degli architettori; la corte promuovitrice di servitù era anche pruomovitrice di bellezza. Nuovi canali si cavavano nuovi ponti s'innalzano nuove strade si aprivano. Nè le rocche nè i dirupi ostavano; l'umana arte stimolata da Napoleone, ogni più difficile impedimento vinceva. Sorsero sotto il suo dominio e per sua volontà due opere piuttosto da anteporsi che da pareggiarsi alle più belle ed utili degli antichi Romani; queste sono le due strade del Sempione e del Cenisio, le quali, aprendo un facile adito tra le più inospite ed alte roccie dall'Italia alla Francia, attesteranno perpetuamente all'età future, in un colla perizia ed attività dei Franzesi, la potenza di chi sul principiare del secolo decimonono le umane sorti volgeva.
Intiepiditosi il tempo, si avventavano gli uni contro gli altri Franzesi e Russi: varii furono i combattimenti; sanguinosi tutti. Infine sui campi di Friedland conflissero con ordinanza piena i due nemici (14 giugno). Quivi cadde la fortuna russa. Napoleone vincitore ai confini di Alessandro sovrastava; addomandava Alessandro i patti. Narrano che i due imperatori nelle conferenze più segrete fra di loro si spartissero il mondo. Quale di questo sia la verità, convennero sulle sponde del Niemen in trattato, il dì 7 di luglio; riconobbe Alessandro il nome e l'autorità regia in Giuseppe Napoleone come re di Napoli, ed in Luigi Napoleone come re d'Olanda; consentì che un regno di Vestfalia si creasse, ed in Girolamo Napoleone, fratello minore di Napoleone, s'investisse; accordò che un ducato di Varsavia si creasse, e duca ne fosse Federico Augusto di Sassonia; riconobbe la renana confederazione; stipulò per articolo segreto che le Bocche di Cattaro si sgombrassero dai Russi e si consegnassero in potestà di Napoleone. Convenne infine che sette isole ioniche cedessero in possessione del medesimo.
I fatti di guerra di Napoleone superavano per grandezza quanti siano stati mandati alla memoria dei posteri, e già lui temeva ed adorava il mondo. Non v'era più luogo all'adulazione; perchè le lodi, per ismisurate che fossero, parevano minori del vero; nè i poeti più celebri, quantunque con ogni nervo vi si sforzassero, potevano arrivare a tanta altezza. Un mezzo solo gli restava per accrescere la gloria acquistata; questaera di usarne moderatamente; ma amò meglio dilettarsi, provando quant'oltre potesse trascorrere la viltà degli uomini. Lasciando le adulazioni franzesi e d'altre nazioni, solo si dica delle italiane. A questo fine erano stati chiamati a Parigi i deputati del regno italico. Gamboni, patriarca di Venezia, favellava, introdotto all'udienza nell'imperial sede di Saint-Cloud, con servilissimo discorso al signore.
Rispose, gradire i sentimenti de' suoi popoli d'Italia; con piacere averli veduti combattere valorosamente sulla scena del mondo; sperare che sì fausto principio avrebbe consenziente fine. In questo luogo venne in sul dire che le donne italiane dovevano allontanare da sè stesse gli oziosi giovani, nè permettere che più languissero negl'interni recessi, e comparissero al cospetto loro se non quando portassero cicatrici onorevoli. Soggiunse poscia, vedrebbe Venezia volentieri; sapere quanto i Veneziani l'amassero.
Accarezzato dai monaci del Cenisio, festeggiato dai Torinesi testè liberati da Menou, al quale era succeduto, come governator generale, il buon principe Camillo Borghese, arrivava Napoleone trionfante nella reale ed accetta Milano. Le feste furono molte: i soldati armeggiavano, i poeti cantavano, i magistrati lusingavano. Trattò Melzi molto rimessamente, perchè non ne aveva più bisogno; perchè poi fosse meglio rintanato, il creò duca di Lodi.
Ed ecco che Napoleone arrivava a Venezia (29 novembre). Luminaria per tutta la città; di notte il canal grande chiaro come di giorno; la piazza di San Marco più chiara del canale; regata, balli, teatri, plausi di voci e di mani. Si mostrò lieto e contento in volto. Tornato a Milano il dì 6 dicembre udiva i collegi, ed i collegi parlava. Accusò gli antenati, parlò di patria degenere dalla antica, affermò molto aver fatto per gli Italiani, molto più voler fare; ammonilli,stessero congiunti con Francia; ricordò loro che da quella ferrea corona si ripromettessero l'independenza.
Corsa trionfalmente la Lombardia, nuovi italici pensieri gli venivano in mente e li mandava ad esecuzione. Aveva, a cagione che il principe reggente di Portogallo si era ritirato dal voler fare contro gl'Inglesi, per un trattato sottoscritto a Fontanablò ai 27 di ottobre con un ministro di Spagna, tolto il Portogallo a' suoi antichi signori, che vi erano ancora presenti, e dato in potestà di nuovi. Per esso si accordarono la Francia e la Spagna, che la provincia del Portogallo tra Mino e Duero colla città di Porto cedessero in proprietà e sovranità del re d'Etruria, ed egli assumesse il nome di re della Lusitania settentrionale; che l'Algarve si desse al principe della Pace con titolo di principe dell'Algarve; che il Beira ed il Tramonti e l'Estremadura di Portogallo si serbassero sequestrate sino alla pace; che il re d'Etruria cedesse il suo reame all'imperator dei Franzesi; che un esercito napoleonico entrasse in Ispagna, e congiunto con lo spagnuolo occupasse il Portogallo. I Braganzesi, avuto notizia del fatto, e non aspettata la tempesta, s'imbarcarono per Brasile sopra navi proprie ed inglesi.
Il dì 22 novembre i ministri di Francia e di Spagna, nelle stanze di Maria Luisa regina reggente di Toscana entrando, le intimarono essere finito e ceduto a Napoleone il suo toscano regno, e che in compenso le erano assegnati altri Stati da goderseli col suo figliuolo Carlo Lodovico. Significava la regina ai suoi popoli essere la Toscana ceduta all'imperator Napoleone; ad altri regni andarsene: ricorderebbesi con diletto del toscano amore, rammaricherebbesi della separazione, consolerebbesi pensando, passare una nazione sì docile sotto il fausto dominio di un monarca dotato di tutte le più eroiche virtù, fra le quali, per usare le stesse parole che usò la regina, dette così com'erano alla segreteriesca,fra le quali campeggiava singolarmente la premura la più costante di promuovere ed assicurare la prosperità dei popoli ad esso soggetti. Non seguitò la regina in Toscana le vestigie leopoldiane, anzi era andata riducendo lo Stato a governo più stretto. Arrivò il generale Reille, il dì 11 dicembre, a pigliar possesso in nome dell'imperatore e re; i magistrati giurarono obbedienza; cassaronsi gli stemmi di Toscana; rizzaronsi i napoleonici: arrivava Menou egiziaco a scuotere le toscane genti; Napoleone trionfatore, tornando a Parigi, tirava dietro le sue carrozze quelle di Maria Luisa e di Carlo Lodovico.
La natura rotta e precipitosa di Menon mitigava in Toscana una giunta creata dal nuovo sovrano e composta di uomini giusti e buoni, fra i quali era Degerando, solito sempre a sperare, a supporre e a voler bene. Avevano il difficile carico di ridurre la Toscana a forma franzese. Erano in questa bisogna alcune cose inflessibili, alcune pieghevoli. Si noveravano fra le prime gli ordini giudiziali, amministrativi e soldateschi: furono introdotti nella nuova provincia senza modificazione; degli ultimi non potevano i Toscani darsi pace, parendo loro cosa enorme che dovessero andare alle guerre dell'estrema Europa per gl'interessi di Francia, o piuttosto del suo signore. Si adoperava la giunta, non senza frutto, a fare che la nuova signoria meno grave riuscisse. Primieramente la tassa fondiaria, opinando in ciò molto moderatamente Degerando, fu ordinata per modo che non gettasse più del quinto nè meno del sesto della rendita. Non trascurava la giunta le commerciali faccende. Pel cielo propizio, volle tirarvi la coltivazione del cotone, e per migliorar le lane, diede favore al far venire pecore di vello fino nelle parti montuose della provincia sienese. Delle berrette di Prato, dei cappelli di paglia, degli alabastri e dei coralli di Firenze e di Livorno, parti essenziali del toscano commercio, con iscuole apposite,con carezze e con premii particolar cura aveva. Domandò a Napoleone che permettesse le tratte delle sete per Livorno, provvedimento utilissimo, anzi indispensabile, per tener in fiore le manifature dei drappi e la coltivazione dei gelsi nella nuova provincia. Richiese anche dal signore che concedesse una camera di commercio a Livorno a guisa di quella di Marsiglia, acciocchè i Livornesi potessero regolare da sè, e non per mezzo dei Marsigliesi, le proprie faccende commerciali: non solo buona, ma sincera e disinteressata supplica fu questa della giunta, perchè dava contro Marsiglia. Per queste deliberazioni si mirava a conservar salvo il commercio del Levante con Livorno.
I comodi di terra pressavano nei consigli della giunta come quei di mare. Supplicava all'imperadore aprisse una strada da Arezzo a Rimini, brevissima fra tutte dal Mediterraneo all'Adriatico, ristorasse quella da Firenze a Roma per l'antica via Appia, dirizzasse quella da Firenze a Bologna pei Bisenzio e pel Reno, terminasse finalmente quella che insistendo sull'antica via Laontana, da Siena porta a Cortona, Arezzo e Perugia. Nè gli studii si ommettevano; consiglio degno del dotto e dabbene Degerando. Ebbero quei di Pisa e di Firenze con tutti i sussidii loro ogni debito favore: ebberlo le accademie del Cimento, della Crusca, del Disegno, dei Georgofili: feconda terra coltivava Degerando, e la feconda terra ancora a lui degnamente rispondeva.
Quando poi arrivava gennaio, cessava la giunta l'ufficio, dato da Napoleone il governo di Toscana ad Elisa principessa, granduchessa nominandola. La qual Elisa, o per natura o per vezzo, simile piuttosto al fratello che a donna, si dilettava di soldati, gli studii e la toscana fama assai freddamente risguardando. A questo modo finì la toscana patria.
Similmente ed al tempo stesso Napoleone univa all'imperio il ducato di Parma e Piacenza dipartimento del Taro chiamandolo.Restavano ai Borboni di Parma le speranze del Mino e del Duero.
La servitù si abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto splendore splendeva. La mole dell'ambrosiano tempio cresceva; il foro Buonaparte ogni giorno più grandeggiava; Eugenio vicerè fomentava i parti più belli dei pittori, degli scultori, degli architettori; la corte promuovitrice di servitù era anche pruomovitrice di bellezza. Nuovi canali si cavavano nuovi ponti s'innalzano nuove strade si aprivano. Nè le rocche nè i dirupi ostavano; l'umana arte stimolata da Napoleone, ogni più difficile impedimento vinceva. Sorsero sotto il suo dominio e per sua volontà due opere piuttosto da anteporsi che da pareggiarsi alle più belle ed utili degli antichi Romani; queste sono le due strade del Sempione e del Cenisio, le quali, aprendo un facile adito tra le più inospite ed alte roccie dall'Italia alla Francia, attesteranno perpetuamente all'età future, in un colla perizia ed attività dei Franzesi, la potenza di chi sul principiare del secolo decimonono le umane sorti volgeva.