MDCCCXIIAnno diCristoMDCCCXII. IndizioneXV.PioVII papa 13.FrancescoI imp. d'Austria 7.Le minacce di lontano non avendo prodotto impressione, si volle far pruova se da vicino fossero più fruttuose. Deliberossi l'imperatore a tirarlo in Francia, dove potesse vederlo e stringerlo egli medesimo. La segretezza parve più sicura della pubblicità, la notte più del giorno. Diessi voce che Lagorsse, capitano di gendarmi, che doveva accompagnar il papa cattivo nel suo viaggio, fosse venuto in disgrazia dell'imperatore, e che il principe Borghese il chiamasse a Torino per udire da lui gl'imperiali comandamenti. La notte del 9 giugno 1812 era scurissima per accidente; al tocco della mezzanotte, messosi addosso una sottana bianca, un cappello da prete in capo, la croce vescovile in petto, lui non ripugnante, anzi serbando serenità, spingevano il capo della cristianità nella carrozza apprestata e l'incamminavano alla volta di Alessandria. Spargevano che fosse il vescovo di Albenga che andasse a Novi. Niuna cosa cambiata in Savona: ogni giorno, e durò ben quindici dopo la partenza, i magistrati andavano in abito al palazzo pontificale per far visita al pontefice come se fosse presente; i domestici preparavano le stanze, apparecchiavano la mensa, andavano al mercato per le provvisioni, cuocevano le vivande: Fenestrelle in vita se parlassero. Le guardie vigilavano al palazzo; i gendarmi attestavano a chi il voleva udire e a chi nol voleva, avere testè veduto il papa con gli occhi loro o nel giardino, o nel terrazzo, o in cappella: Suard, luogotenente di Lagorsse, che era consapevole del maneggio, compiangeva il povero Lagorsse peraver perduto la grazia dell'imperadore. Chi non sapeva parlava; chi sapeva non parlava: ma si voleva che niuno parlasse. Insomma già era il pontefice a dugento leghe, che ancora si credeva che fosse in Savona. Tanto erano perfettamente orditi i disegni! Arrivava il pontefice il dì 20 giugno a Fontainebleau: poco dopo vi arrivava anche Napoleone.Regnava in Napoli Gioacchino, in Sicilia Carolina. Molto operava Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua potenza, molto gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza: molti e varii furono effetti ed in chi regnava di nome ed in chi regnava di fatto. Era Gioacchino tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle dimostrazioni guerriere, sì colle instigazioni e con le spie. Carolina dal canto suo, in ciò aiutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata a questo disegno che la dominazione dei napoleonidi nel regno di terraferma mal quieta e mal sicura rendesse. Tentavano principalmente i napoleonidi Messina per la vicinanza ed importanza del luogo. Vi avevano segrete intelligenze con alcuni uomini d'umile condizione, il cui fine era di operare moti contrarii al governo. I congiurati, come gente di basso Stato, non avevano alcuna dipendenza d'importanza; ma si temeva ch'essi fossero gli agenti di uomini più potenti. Per la qual cosa, per iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava da Palermo sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a fare quanto il governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la giustizia in sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora. Gridarono i Messinesi; venne avviso della tragedia a Giovanni Stuart, generale dei soldati britannici. Mandò un lord Forbes a visitare le segrete dolorose; gli diede per compagni parecchi chirurghi per sanare le vestigia impresse dal furore del carnefici. Seppesi queste cose il governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Se non dei tormenti, bene gli calse dell'odioche ne veniva contro il governo siciliano e contro l'Inghilterra: indebolivasene la difesa dell'isola. Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione della Sicilia sì per sè medesima come pel sito opportuno a difendere Malta ed a percuotere nel cuore del regno di Napoli. Pensarono ai rimedii. I Siciliani, che con molta allegrezza avevano veduto la corte venire in Sicilia nel 1798 ora, mutatisi intieramente, alla medesima erano avversi. Incominciavano gl'Inglesi ad accorgersi che avevano a fare con un alleato, il quale, dopo di aver procurato odio a sè, il procurava anche a loro. Già se ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il governo stesso pensava ai rimedii. Il fine era questo, che si togliesse la autorità ai ministri che se l'erano arrogata, e che la parte popolare si accarezzasse si conciliasse, si fortificasse.Ma prima che gl'Inglesi comandassero si sperava in un rimedio domestico: quest'era il parlamento siciliano. Lo aveva il re convocato nel 1810. Aveva Medici dato molte speranze di questo parlamento, come se fosse per essere molto liberale di sussidii, donativi li chiamano in Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed inframettente, nè mancava di ardimento: perciò, sempre confidente in quanto imprendesse a fare, sperava di volgere a suo grado il parlamento. Ma nelle sue pratiche errò in due modi: perchè, credendosi sicuro de' due bracci demaniale ed ecclesiastico, omise di accarezzare il baronale più potente di tutti, ed, oltre a questo, usò l'opera di certe persone, le quali, avvegnachè fossero dotate di singolare abilità, erano nondimeno venute in odio ai popoli, perchè nel parlamento del 1806 si erano adoperate con molto calore, acciocchè si aumentassero i dazi. I baroni, con alla testa il principe di Belmonte, fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare i disegni al ministro. L'esito fu che il parlamento concedesse un piccolo aumento di donativi, ma interpose tante difficoltà alla distribuzionee riscossione loro, che fu impossibile di esigerli. I Siciliani, secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal volontieri, e peggio, quando sono entrati in opinione che chi maneggia il denaro loro lo sperge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a favor dei baroni: pel contrario, con discorsi acerrimi laceravano il nome di Medici e di coloro che nel parlamento l'avevano secondato.Fu molto memorabile il parlamento siciliano del 1810, perchè i baroni volontieri e con singolar lode consentirono ad una riforma nei feudi, che recava loro, quanto alle rendite, notabile pregiudizio; perchè fu ordinato un censo o catasto delle terre che, sebbene imperfetto, diede non pertanto qualche utile norma nella faccenda intricatissima della distribuzione dei dazi, e perchè si migliorarono anche gli ordini giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità per la frequenza intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine.Ma intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni cosa in ruina. Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diede maggiore agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi: ogni promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte di onori; lo Stato periva, ei bisognava uscirne. Trovaronsi due rimedi: pagassesi una tassa dell'un per centinaio sul valsente di tutti i contratti, stromenti e carte private che si facessero dai particolari; si vendessero alcuni beni appartenenti a luoghi pii. Non fu consentaneo alle speranze l'effetto dei due decreti, perchè, secondo gli umori mossi e l'opinione avversa, i rimedii si cambiavano in veleni.Questa condizione non era tale che lungo tempo potesse durare senza variazione. Il governo non rimetteva dal solito procedere; i baroni instavano, nè erano uomini da non usar bene il tempo;gl'Inglesi ci mettevano la mano, perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva precipitavano le cose in favor dei Francesi per la mala soddisfazione dei popoli, e giacchè avevano pruovato che i consigli dati al governo non avevano prodotto frutto, si erano risoluti a prevalersi della nuova inclinazione di animi che era sorta. Tutti volevano comandare, chi per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate leggi. In questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua origine il cambiamento delle siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni, e si appresentarono con una rimostranza al re, supplicandolo della rivocazione de' due decreti come contrarii alla costituzione siciliana fino allora inviolata nel diritto di porre le contribuzioni. Portarono la medesima rimostranza alla deputazione del regno, la quale, dal parlamento eletta, sedeva, secondo i siciliani ordini, tra l'una tornata e l'altra del parlamento. Il governo non solamente non si piegò a questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re che li facesse arrestare e condurre in luogo dove fosse loro mestieri di pensar ad altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei primarii baroni del regno. Parlossi anche nelle più segrete consulte che si uccidessero; ma Medici contraddisse, allegando che un fatto tanto grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nel governo. Adunque, non potendo più comandare col governo, nè fidandosi del popolo, si vollero pruovare, ristringendosi coi baroni, di comandare per mezzo loro.A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece lord Bentinck, uomo di naturamolto risoluta; pretendeva parole di libertà. Non così tosto pervenne in Palermo, che si mise a negoziare strettamente con la regina, ammonendola dei pericoli che correvano, rappresentandole la necessità di cambiar di condotta, e proponendo la riforma degli abusi introdotti nell'amministrazione e nella costituzione del regno. Insisteva principalmente affinchè si rivocassero i due decreti e si richiamassero dalle carceri e dall'esilio i cinque baroni. Aggiungeva che se non si uniformasse ai desiderii dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. Risentissi la regina a quel parlare, e gli disse apertamente di non voler farsi serva di chi era mandato a farle riverenza non a comandarle. Sentissi Bentinck toccar sul vivo, perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio potestà di consigliare, non di comandare. Tuttavia non si tirava indietro, e con pertinacia contrastando, disse che se non aveva mandato a ciò, lo andrebbe a cercare; e come disse, così si metteva in punto di fare. Tuttavia scese a nuovo abboccamento; ma non si potè venire ad alcuna conclusione, per forma che l'ambasciatore disse per ultima risposta: O costituzione o rivoluzione. Nè interponendo dilazione, partì, andò a Londra, e in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma i ministri d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero, diedero a Bentinck podestà suprema sopra tutte le truppe inglesi raccolte nell'isola, acciocchè quello che pei concilii non potesse, colla forza il potesse. L'ambasciatore parlò, minacciò; la regina si ritirava ad un suo casino poco distante dalla città. L'evento finale si avvicinava, si rompevano le trame napoleoniche in Sicilia, la parte inglese trionfava. Bentinck, recatosi in mano la somma dell'autorità, operò primieramente che Ferdinando re, sotto colore di malattia, rinunziasse alla potestà reale ed investisse di lei pienamente il principe ereditario suo figliuolo con titolo di vicario generale del regno. Bentinck fueletto capitan generale della Sicilia, accoppiando in tal modo in sè l'imperio militare e sopra i soldati del re Giorgio e sopra quelli del re Ferdinando.Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i baroni carcerati, il licenziare i ministri del precedente governo, l'abolire il dazio dell'un per centinaio, il chiamare ministri Belmonte degli affari esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e marina. Indi puniti pochi più in odio al popolo, mandavansi i rimanenti in dimenticanza.Intanto il principe vicario convocava il parlamento. Era il mandato dei membri, provvedessero che la Sicilia avesse un buono e libero governo, rimediassero agli abusi, creassero nuovi ordini di costituzione. I baroni avevano maggior autorità degli altri. Bentinck era accesissimo in questo, che promulgassero libertà e statuti generosi in ogni luogo. Incominciossi dagli ordini supremi della costituzione. Statuirono che la religione cattolica, apostolica, romana fosse la sola religione del regno; che il re la professasse; quando no, s'intendesse deposto; la potestà legislativa fosse investita nel solo parlamento, e solo il parlamento ponesse le tasse; i suoi decreti approvati dal re avessero forza di legge; l'approvare od il vietare del re in questa forma si esprimesse: Piace al re, o: Vieta il re; la potestà esecutiva fosse investita nel solo re, e sacra ed inviolabile la sua persona; i giudici avessero intiera indipendenza dal re e dal parlamento: i ministri fossero tenuti di ogni atto, e fosse in facoltà del parlamento l'esaminarli, il processarli, il condannarli per crimenlese; due camere componessero il parlamento, una dei comuni o dei rappresentanti del popolo, l'altra dei pari del regno; i rappresentanti fossero eletti dal popolo a norma di certe forme prestabilite; fosse pari del regno chiunque avuto seggio nel braccio ecclesiastico o baronale, o chiunque il re chiamasse atale dignità; stesse in facoltà del re il convocare il parlamento, ma fosse obbligato a convocarlo ogni anno; la nazione desse al re dote splendida, e con ciò i beni della corona cedessero in amministrazione della nazione; niun siciliano potesse essere turbato nè nelle proprietà, nè nella persona, se non conforme alle leggi sancite dal parlamento; s'instituissero forme giudiziali peculiari pei pari del regno; la camera dei comuni sola avesse facoltà di proporre i sussidii, o vogliam dire i donativi, il parlamento vedesse quali e quante parti della costituzione della Gran Bretagna convenissero alla Sicilia, ed esse ad utilità comune si accettassero.Questi furono i capitoli principali della costituzione siciliana circa agli ordini primitivi dello Stato. A questi si aggiunse una maraviglia non senza molta parte di gratitudine per certi capitoli aggiunti, essendone posto il partito dei baroni: il fecero per generosità d'animo, il fecero per conciliarsi i popoli. Offerirono spontaneamente, e fu dal parlamento statuito che il sistema feudatario fosse e restasse abolito in Sicilia, con tutte le sue conseguenze.Giubilavano i Siciliani dell'ottenuta libertà, la generosità dei baroni ed i nuovi ordini con somme lodi esaltando. Restava che il re, cioè il principe vicario, appruovasse. Fuvvi qualche soprastare. Duro pareva a chi regnava lo spogliarsi dell'autorità; infine tanto operarono Bentinck, il parlamento ed i segni dell'impazienza popolare, che il principe vicario dichiarò piacergli i capitoli. La regina si ritirava a Castelvetrano, terra distante sessanta miglia da Palermo, finchè nell'anno seguente, lasciando la Sicilia, portata dai venti e dall'avversa fortuna in istrani e barbari lidi, potè infine con disagi incredibili rivedere la sua Vienna, riabbracciare i parenti e respirare l'aere natio, donde solo poteva sperar conforto. Ma non fu lungo il sollievo, perchè, presa da subita malattia,passò poco tempo dopo da questa all'altra vita.Mentre Guglielmo Bentinck dominava in Sicilia, Eduardo Pellew signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano ad un solo, il mare in mano ad un solo. Nacquero accidenti ora in questo mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità tanto notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra. Predarono gl'Inglesi già sino dal 1811 molte onerarie al capo Palinuro. Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi, s'impadronirono, presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse cariche di vettovaglie. Fatto di maggiore importanza è una battaglia navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole antemurali della Dalmazia. Vinse la fortuna britannica: le fregate franzesi la Corona e la Bellona vennero in potere degl'Inglesi; la Flora si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa fazione Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma ed un nido sicuro, dove e donde poteva ritirarsi ed uscire a dominar l'Adriatico.Già i fatti assalivano Napoleone; la ambizione, che mai non dormiva in lui, gli toglieva l'intelletto. Come la Francia, la Germania, l'Italia non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse. La Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni, quella amica poco sincera, questa nemica costantissima. Parevagli che due grandi imperii, quali erano il suo e quel di Alessandro, non potessero sussistere insieme nel mondo. Questi pensieri tanto più gli turbavano la mente, quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima non domasse la Russia. Per questo e per altri ancor più vasti disegni ambiva di soggiogarla, confidando che il vincerla gli metterebbe in seno l'imperio del mondo.Dall'altro lato la Russia, che vedevail cimento inevitabile, pensava che il più presto sarebbe il meglio; mezzo mondo era vicino a marciare in guerra contro mezzo mondo, i due imperii apprestavano le armi con tutte le forze loro.Risolutisi i due potenti imperatori al venirne al cimento delle armi ed al contendere fra di loro dell'imperio del mondo, cominciarono, come si usa, a gareggiar di parole, allegando l'uno contro l'altro piccoli fatti, certamente molto abbietti e molto indegni di tanta mole. Essi sapevano il motivo vero della guerra: tutto il mondo se lo sapeva; questo era la impossibilità del vivere insieme sulla vasta terra. Napoleone, come più impaziente e più ambizioso, tirandolo il suo fato, assaltava primo il 23 e 24 giugno. Infierì la guerra in regioni rimotissime: desolò prima le sponde del Boristene, poi quelle del Volga: combatterono i Russi a Smolensco, combatterono a Borodina sulla Masewa: era fatale che sui confini dell'Asia perisse la fortuna napoleonica: arse Mosca, immensa città, cagione e presagio di casi funesti. Una rotta toccata a Murat avvertiva Napoleone che il nemico si faceva vivo, e che quello non era più tempo di starsene in fondo delle Russie. Gli restava l'elezione della strada al ritirarsi. Pensò di ridursi, passando per Calug e Tuia, a svernare nelle provincie meridionali della Russia: vennesi al cimento terminativo di Malo-Yaroslavetz, in cui mostrarono un grandissimo valore i soldati del regno italico. Quivi perirono le speranze di Napoleone, quivi si cambiarono le sorti del mondo, quivi rifulse principalmente la virtù di Kutusof, generalissimo di Alessandro. Napoleone, ributtato con ferocissimo incontro, fu costretto a voltarsi di nuovo alla desolata strada di Smolensco; il russo gelo spense l'esercito: pianse e piangerà eternamente la Francia, piange e piangerà l'Italia il suo più bel fiore perduto.
Le minacce di lontano non avendo prodotto impressione, si volle far pruova se da vicino fossero più fruttuose. Deliberossi l'imperatore a tirarlo in Francia, dove potesse vederlo e stringerlo egli medesimo. La segretezza parve più sicura della pubblicità, la notte più del giorno. Diessi voce che Lagorsse, capitano di gendarmi, che doveva accompagnar il papa cattivo nel suo viaggio, fosse venuto in disgrazia dell'imperatore, e che il principe Borghese il chiamasse a Torino per udire da lui gl'imperiali comandamenti. La notte del 9 giugno 1812 era scurissima per accidente; al tocco della mezzanotte, messosi addosso una sottana bianca, un cappello da prete in capo, la croce vescovile in petto, lui non ripugnante, anzi serbando serenità, spingevano il capo della cristianità nella carrozza apprestata e l'incamminavano alla volta di Alessandria. Spargevano che fosse il vescovo di Albenga che andasse a Novi. Niuna cosa cambiata in Savona: ogni giorno, e durò ben quindici dopo la partenza, i magistrati andavano in abito al palazzo pontificale per far visita al pontefice come se fosse presente; i domestici preparavano le stanze, apparecchiavano la mensa, andavano al mercato per le provvisioni, cuocevano le vivande: Fenestrelle in vita se parlassero. Le guardie vigilavano al palazzo; i gendarmi attestavano a chi il voleva udire e a chi nol voleva, avere testè veduto il papa con gli occhi loro o nel giardino, o nel terrazzo, o in cappella: Suard, luogotenente di Lagorsse, che era consapevole del maneggio, compiangeva il povero Lagorsse peraver perduto la grazia dell'imperadore. Chi non sapeva parlava; chi sapeva non parlava: ma si voleva che niuno parlasse. Insomma già era il pontefice a dugento leghe, che ancora si credeva che fosse in Savona. Tanto erano perfettamente orditi i disegni! Arrivava il pontefice il dì 20 giugno a Fontainebleau: poco dopo vi arrivava anche Napoleone.
Regnava in Napoli Gioacchino, in Sicilia Carolina. Molto operava Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua potenza, molto gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza: molti e varii furono effetti ed in chi regnava di nome ed in chi regnava di fatto. Era Gioacchino tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle dimostrazioni guerriere, sì colle instigazioni e con le spie. Carolina dal canto suo, in ciò aiutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata a questo disegno che la dominazione dei napoleonidi nel regno di terraferma mal quieta e mal sicura rendesse. Tentavano principalmente i napoleonidi Messina per la vicinanza ed importanza del luogo. Vi avevano segrete intelligenze con alcuni uomini d'umile condizione, il cui fine era di operare moti contrarii al governo. I congiurati, come gente di basso Stato, non avevano alcuna dipendenza d'importanza; ma si temeva ch'essi fossero gli agenti di uomini più potenti. Per la qual cosa, per iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava da Palermo sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a fare quanto il governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la giustizia in sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora. Gridarono i Messinesi; venne avviso della tragedia a Giovanni Stuart, generale dei soldati britannici. Mandò un lord Forbes a visitare le segrete dolorose; gli diede per compagni parecchi chirurghi per sanare le vestigia impresse dal furore del carnefici. Seppesi queste cose il governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Se non dei tormenti, bene gli calse dell'odioche ne veniva contro il governo siciliano e contro l'Inghilterra: indebolivasene la difesa dell'isola. Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione della Sicilia sì per sè medesima come pel sito opportuno a difendere Malta ed a percuotere nel cuore del regno di Napoli. Pensarono ai rimedii. I Siciliani, che con molta allegrezza avevano veduto la corte venire in Sicilia nel 1798 ora, mutatisi intieramente, alla medesima erano avversi. Incominciavano gl'Inglesi ad accorgersi che avevano a fare con un alleato, il quale, dopo di aver procurato odio a sè, il procurava anche a loro. Già se ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il governo stesso pensava ai rimedii. Il fine era questo, che si togliesse la autorità ai ministri che se l'erano arrogata, e che la parte popolare si accarezzasse si conciliasse, si fortificasse.
Ma prima che gl'Inglesi comandassero si sperava in un rimedio domestico: quest'era il parlamento siciliano. Lo aveva il re convocato nel 1810. Aveva Medici dato molte speranze di questo parlamento, come se fosse per essere molto liberale di sussidii, donativi li chiamano in Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed inframettente, nè mancava di ardimento: perciò, sempre confidente in quanto imprendesse a fare, sperava di volgere a suo grado il parlamento. Ma nelle sue pratiche errò in due modi: perchè, credendosi sicuro de' due bracci demaniale ed ecclesiastico, omise di accarezzare il baronale più potente di tutti, ed, oltre a questo, usò l'opera di certe persone, le quali, avvegnachè fossero dotate di singolare abilità, erano nondimeno venute in odio ai popoli, perchè nel parlamento del 1806 si erano adoperate con molto calore, acciocchè si aumentassero i dazi. I baroni, con alla testa il principe di Belmonte, fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare i disegni al ministro. L'esito fu che il parlamento concedesse un piccolo aumento di donativi, ma interpose tante difficoltà alla distribuzionee riscossione loro, che fu impossibile di esigerli. I Siciliani, secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal volontieri, e peggio, quando sono entrati in opinione che chi maneggia il denaro loro lo sperge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a favor dei baroni: pel contrario, con discorsi acerrimi laceravano il nome di Medici e di coloro che nel parlamento l'avevano secondato.
Fu molto memorabile il parlamento siciliano del 1810, perchè i baroni volontieri e con singolar lode consentirono ad una riforma nei feudi, che recava loro, quanto alle rendite, notabile pregiudizio; perchè fu ordinato un censo o catasto delle terre che, sebbene imperfetto, diede non pertanto qualche utile norma nella faccenda intricatissima della distribuzione dei dazi, e perchè si migliorarono anche gli ordini giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità per la frequenza intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine.
Ma intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni cosa in ruina. Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diede maggiore agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi: ogni promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte di onori; lo Stato periva, ei bisognava uscirne. Trovaronsi due rimedi: pagassesi una tassa dell'un per centinaio sul valsente di tutti i contratti, stromenti e carte private che si facessero dai particolari; si vendessero alcuni beni appartenenti a luoghi pii. Non fu consentaneo alle speranze l'effetto dei due decreti, perchè, secondo gli umori mossi e l'opinione avversa, i rimedii si cambiavano in veleni.
Questa condizione non era tale che lungo tempo potesse durare senza variazione. Il governo non rimetteva dal solito procedere; i baroni instavano, nè erano uomini da non usar bene il tempo;gl'Inglesi ci mettevano la mano, perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva precipitavano le cose in favor dei Francesi per la mala soddisfazione dei popoli, e giacchè avevano pruovato che i consigli dati al governo non avevano prodotto frutto, si erano risoluti a prevalersi della nuova inclinazione di animi che era sorta. Tutti volevano comandare, chi per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate leggi. In questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua origine il cambiamento delle siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni, e si appresentarono con una rimostranza al re, supplicandolo della rivocazione de' due decreti come contrarii alla costituzione siciliana fino allora inviolata nel diritto di porre le contribuzioni. Portarono la medesima rimostranza alla deputazione del regno, la quale, dal parlamento eletta, sedeva, secondo i siciliani ordini, tra l'una tornata e l'altra del parlamento. Il governo non solamente non si piegò a questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re che li facesse arrestare e condurre in luogo dove fosse loro mestieri di pensar ad altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei primarii baroni del regno. Parlossi anche nelle più segrete consulte che si uccidessero; ma Medici contraddisse, allegando che un fatto tanto grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.
Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nel governo. Adunque, non potendo più comandare col governo, nè fidandosi del popolo, si vollero pruovare, ristringendosi coi baroni, di comandare per mezzo loro.
A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece lord Bentinck, uomo di naturamolto risoluta; pretendeva parole di libertà. Non così tosto pervenne in Palermo, che si mise a negoziare strettamente con la regina, ammonendola dei pericoli che correvano, rappresentandole la necessità di cambiar di condotta, e proponendo la riforma degli abusi introdotti nell'amministrazione e nella costituzione del regno. Insisteva principalmente affinchè si rivocassero i due decreti e si richiamassero dalle carceri e dall'esilio i cinque baroni. Aggiungeva che se non si uniformasse ai desiderii dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. Risentissi la regina a quel parlare, e gli disse apertamente di non voler farsi serva di chi era mandato a farle riverenza non a comandarle. Sentissi Bentinck toccar sul vivo, perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio potestà di consigliare, non di comandare. Tuttavia non si tirava indietro, e con pertinacia contrastando, disse che se non aveva mandato a ciò, lo andrebbe a cercare; e come disse, così si metteva in punto di fare. Tuttavia scese a nuovo abboccamento; ma non si potè venire ad alcuna conclusione, per forma che l'ambasciatore disse per ultima risposta: O costituzione o rivoluzione. Nè interponendo dilazione, partì, andò a Londra, e in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma i ministri d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero, diedero a Bentinck podestà suprema sopra tutte le truppe inglesi raccolte nell'isola, acciocchè quello che pei concilii non potesse, colla forza il potesse. L'ambasciatore parlò, minacciò; la regina si ritirava ad un suo casino poco distante dalla città. L'evento finale si avvicinava, si rompevano le trame napoleoniche in Sicilia, la parte inglese trionfava. Bentinck, recatosi in mano la somma dell'autorità, operò primieramente che Ferdinando re, sotto colore di malattia, rinunziasse alla potestà reale ed investisse di lei pienamente il principe ereditario suo figliuolo con titolo di vicario generale del regno. Bentinck fueletto capitan generale della Sicilia, accoppiando in tal modo in sè l'imperio militare e sopra i soldati del re Giorgio e sopra quelli del re Ferdinando.
Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i baroni carcerati, il licenziare i ministri del precedente governo, l'abolire il dazio dell'un per centinaio, il chiamare ministri Belmonte degli affari esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e marina. Indi puniti pochi più in odio al popolo, mandavansi i rimanenti in dimenticanza.
Intanto il principe vicario convocava il parlamento. Era il mandato dei membri, provvedessero che la Sicilia avesse un buono e libero governo, rimediassero agli abusi, creassero nuovi ordini di costituzione. I baroni avevano maggior autorità degli altri. Bentinck era accesissimo in questo, che promulgassero libertà e statuti generosi in ogni luogo. Incominciossi dagli ordini supremi della costituzione. Statuirono che la religione cattolica, apostolica, romana fosse la sola religione del regno; che il re la professasse; quando no, s'intendesse deposto; la potestà legislativa fosse investita nel solo parlamento, e solo il parlamento ponesse le tasse; i suoi decreti approvati dal re avessero forza di legge; l'approvare od il vietare del re in questa forma si esprimesse: Piace al re, o: Vieta il re; la potestà esecutiva fosse investita nel solo re, e sacra ed inviolabile la sua persona; i giudici avessero intiera indipendenza dal re e dal parlamento: i ministri fossero tenuti di ogni atto, e fosse in facoltà del parlamento l'esaminarli, il processarli, il condannarli per crimenlese; due camere componessero il parlamento, una dei comuni o dei rappresentanti del popolo, l'altra dei pari del regno; i rappresentanti fossero eletti dal popolo a norma di certe forme prestabilite; fosse pari del regno chiunque avuto seggio nel braccio ecclesiastico o baronale, o chiunque il re chiamasse atale dignità; stesse in facoltà del re il convocare il parlamento, ma fosse obbligato a convocarlo ogni anno; la nazione desse al re dote splendida, e con ciò i beni della corona cedessero in amministrazione della nazione; niun siciliano potesse essere turbato nè nelle proprietà, nè nella persona, se non conforme alle leggi sancite dal parlamento; s'instituissero forme giudiziali peculiari pei pari del regno; la camera dei comuni sola avesse facoltà di proporre i sussidii, o vogliam dire i donativi, il parlamento vedesse quali e quante parti della costituzione della Gran Bretagna convenissero alla Sicilia, ed esse ad utilità comune si accettassero.
Questi furono i capitoli principali della costituzione siciliana circa agli ordini primitivi dello Stato. A questi si aggiunse una maraviglia non senza molta parte di gratitudine per certi capitoli aggiunti, essendone posto il partito dei baroni: il fecero per generosità d'animo, il fecero per conciliarsi i popoli. Offerirono spontaneamente, e fu dal parlamento statuito che il sistema feudatario fosse e restasse abolito in Sicilia, con tutte le sue conseguenze.
Giubilavano i Siciliani dell'ottenuta libertà, la generosità dei baroni ed i nuovi ordini con somme lodi esaltando. Restava che il re, cioè il principe vicario, appruovasse. Fuvvi qualche soprastare. Duro pareva a chi regnava lo spogliarsi dell'autorità; infine tanto operarono Bentinck, il parlamento ed i segni dell'impazienza popolare, che il principe vicario dichiarò piacergli i capitoli. La regina si ritirava a Castelvetrano, terra distante sessanta miglia da Palermo, finchè nell'anno seguente, lasciando la Sicilia, portata dai venti e dall'avversa fortuna in istrani e barbari lidi, potè infine con disagi incredibili rivedere la sua Vienna, riabbracciare i parenti e respirare l'aere natio, donde solo poteva sperar conforto. Ma non fu lungo il sollievo, perchè, presa da subita malattia,passò poco tempo dopo da questa all'altra vita.
Mentre Guglielmo Bentinck dominava in Sicilia, Eduardo Pellew signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano ad un solo, il mare in mano ad un solo. Nacquero accidenti ora in questo mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità tanto notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra. Predarono gl'Inglesi già sino dal 1811 molte onerarie al capo Palinuro. Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi, s'impadronirono, presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse cariche di vettovaglie. Fatto di maggiore importanza è una battaglia navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole antemurali della Dalmazia. Vinse la fortuna britannica: le fregate franzesi la Corona e la Bellona vennero in potere degl'Inglesi; la Flora si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa fazione Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma ed un nido sicuro, dove e donde poteva ritirarsi ed uscire a dominar l'Adriatico.
Già i fatti assalivano Napoleone; la ambizione, che mai non dormiva in lui, gli toglieva l'intelletto. Come la Francia, la Germania, l'Italia non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse. La Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni, quella amica poco sincera, questa nemica costantissima. Parevagli che due grandi imperii, quali erano il suo e quel di Alessandro, non potessero sussistere insieme nel mondo. Questi pensieri tanto più gli turbavano la mente, quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima non domasse la Russia. Per questo e per altri ancor più vasti disegni ambiva di soggiogarla, confidando che il vincerla gli metterebbe in seno l'imperio del mondo.
Dall'altro lato la Russia, che vedevail cimento inevitabile, pensava che il più presto sarebbe il meglio; mezzo mondo era vicino a marciare in guerra contro mezzo mondo, i due imperii apprestavano le armi con tutte le forze loro.
Risolutisi i due potenti imperatori al venirne al cimento delle armi ed al contendere fra di loro dell'imperio del mondo, cominciarono, come si usa, a gareggiar di parole, allegando l'uno contro l'altro piccoli fatti, certamente molto abbietti e molto indegni di tanta mole. Essi sapevano il motivo vero della guerra: tutto il mondo se lo sapeva; questo era la impossibilità del vivere insieme sulla vasta terra. Napoleone, come più impaziente e più ambizioso, tirandolo il suo fato, assaltava primo il 23 e 24 giugno. Infierì la guerra in regioni rimotissime: desolò prima le sponde del Boristene, poi quelle del Volga: combatterono i Russi a Smolensco, combatterono a Borodina sulla Masewa: era fatale che sui confini dell'Asia perisse la fortuna napoleonica: arse Mosca, immensa città, cagione e presagio di casi funesti. Una rotta toccata a Murat avvertiva Napoleone che il nemico si faceva vivo, e che quello non era più tempo di starsene in fondo delle Russie. Gli restava l'elezione della strada al ritirarsi. Pensò di ridursi, passando per Calug e Tuia, a svernare nelle provincie meridionali della Russia: vennesi al cimento terminativo di Malo-Yaroslavetz, in cui mostrarono un grandissimo valore i soldati del regno italico. Quivi perirono le speranze di Napoleone, quivi si cambiarono le sorti del mondo, quivi rifulse principalmente la virtù di Kutusof, generalissimo di Alessandro. Napoleone, ributtato con ferocissimo incontro, fu costretto a voltarsi di nuovo alla desolata strada di Smolensco; il russo gelo spense l'esercito: pianse e piangerà eternamente la Francia, piange e piangerà l'Italia il suo più bel fiore perduto.