MDCCLIAnno diCristoMDCCLI. Indiz.XIV.BenedettoXIV papa 12.FrancescoI imperadore 7.A mantenere il benefizio della pace, di cui già da un anno erasi incominciato a godere in Italia, aveano il massimo interesse le due corti di Vienna e di Madrid; avvegnachè, se l'imperadore Francesco I possedeva i dominii della casa de Medici, due principi della casa regnante di Spagna teneano il regno delle Due Sicilie, e l'eredità della casa Farnese. Il conte Esterazi adunque, ministro cesareo alla corte di Madrid, in varie conferenze avute col signor di Carvaial e Lancastro, e col marchese dell'Ensenada, principali ministri del gabinetto spagnuolo, propose che, per allontanare il pericolo di nuove turbolenze, e stabilire la pace sulla base degli antichi trattati, il re Cattolico s'impegnasse di non prendere parte, nè direttamente nè indirettamente, in qualunque guerra che insorger potesse in Italia, nel caso che, contra ogni aspettativa, se ne accendesse alcuna che fosse prodotta da una causa straniera agli interessi di Sua Maestà Cattolica e della sua famiglia; che l'imperadrice regina, dal canto suo, per cooperare al medesimo fine, guarentisse nella più solenne forma gli Stati de' quali era in possesso il re delle Due Sicilie, non meno che quelli posseduti dall'infante don Filippo in vigore del trattato di Aquisgrana; che la stessa malleveria si facessedall'imperadore nella sua qualità di granduca di Toscana; che finalmente, in forza di tale accordo, rimanesse estinta e diffinita ogni scambievole pretesa, oppure, se alcuna ne restasse, sopra la quale le due corti non si fossero acconciate, si avesse diffinire amichevolmente.Intanto che il conte Esterazi adoperava in tal modo alla corte di Madrid, un altro abile ministro della corte di Vienna, il conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere di Milano, prevaleasi del suo soggiorno a Torino, dove erasi trasferito per regolare i punti di commercio tra gli Stati del re di Sardegna e la Lombardia austriaca, onde disporre l'animo di quel sovrano ad entrare nella convenzione meditata e stabilita tra l'imperadrice regina Maria Teresa e Ferdinando VI re di Spagna. Riusciti felicemente ne' loro maneggi ambedue i detti ministri, in brevissimo tempo venne fra le corti di Vienna, Madrid e Torino stipulato un trattato, di cui questa era la sostanza. Nel caso che le truppe nemiche invadessero gli Stati del re di Sardegna, dovesse l'imperadrice regina somministrargli un aiuto di sei mila uomini; fornisse ella lo stesso numero di gente per difesa del re delle Due Sicilie, dell'infante duca di Parma e del duca di Modena, allorchè gli Stati di questi principi si trovassero nello stesso caso; ad uguale sussidio fosse tenuto il re di Sardegna, nel caso che fossero attaccati i dominii posseduti in Italia dalla imperadrice regina, e ad egual impegno verso di essa fosse vincolato anche il re di Spagna; facesse Sua Maestà Cattolica il medesimo riguardo al re di Sardegna, e questi verso la Maestà Sua; in ognuno di questi casi il re delle Due Sicilie somministrasse cinque mila uomini di truppe ausiliarie, e tre mila per ciascheduno l'infante duca di Parma ed il duca di Modena; dovesse finalmente ciascuna delle parti stare mallevadrice pei dominii dalle altre rispettivamente posseduti in Italia, nello stato medesimo in cui allora si trovavano.In questa convenzione, intesa a mantenerela quiete d'Italia, non erano, come si vede, compresi gli altri principati italiani, cioè il papa, e le tre repubbliche, di Venezia, di Genova e di Lucca, nè poteano esserlo. I sommi pontefici, e specialmente Benedetto XIV, sicuri di conservare quegli Stati che dalla pietà e munificenza de' principi avea la santa Sede ottenuti, non poteva pensare mai a dilatarli per ambizione o per avidità d'imperio nè temere poteva di esserne, se non dalla violenza e dalla ingiustizia spogliato. Contenta la repubblica di Venezia de' suoi possessi nel continente e fuori, già da più d'un secolo avea rinunziato all'idea di meschiarsi nelle dissensioni dei principi in Italia, e faceva professione d'una rigida neutralità. Quella di Lucca, limitata alla ristrettezza del suo pacifico dominio, compreso e quasi incastrato nella Toscana, attendeva al commercio ed alle arti della pace, e stimavasi felice di non entrare per nulla in bilancia a fissare l'equilibrio della penisola. Quanto alla repubblica di Genova, che tanta parte aveva avuta nell'ultima guerra, non era stata nominata, perchè le direzioni da essa tenute a suo riguardo aveano disgustato la corte di Vienna; perchè le altre potenze, allora belligeranti e rivali della casa di Austria, non aveano trovato vantaggio nissuno dall'amicizia di lei; e perchè finalmente tutte le repubbliche, se non sieno potenti, interessare non possono nella loro sorte i sovrani assoluti, mancando quei vincoli di sangue o di affinità che devono o almeno possono talora stringere i principi fra loro.Ma la genovese repubblica, che da venti anni teneva a sè conversi gli sguardi dell'Europa per quella ribellione della Corsica, che, dopo la tanto decantata dei Paesi Bassi al tempo di Filippo II, non avea avuta ne' secoli moderni l'eguale o per l'energia de' suoi sforzi, o per la costanza nelle disgrazie o per l'accorgimento, trovossi nel presente anno in non troppo felici contingenze.Si è veduto a suo luogo (all'anno 1745)come la città di Bastia, capitale dell'isola, già smantellata pel furibondo fulminare di bombe e cannoni d'una squadra inglese, fosse dal suo governatore genovese abbandonata in mano del colonnello Rivarola, che con tre mila Corsi sollevati se le faceva sotto.Non vogliamo qui lasciar di notare, perchè da nessuno storico riferito, ma pure consegnato nelle memorie d'un insigne naturalista franzese, che un ministro della corte di Francia, vedendo lo spirito sempre inquieto e tumultuante di quelle popolazioni, propose di far tagliare tutti gli alberi de' castagni di quell'isola, che il nutrimento per alcuni mesi fornivano agli abitanti, affinchè costretti fossero a coltivare nelle lor montagne i grani e per ciò distratti dalle guerriere imprese; senza avvedersi che in quelle selve montane mai non si sarebbero seminate le biade, e che il popolo, privo d'un mezzo ad esso fornito dalla natura, ne sarebbe più feroce divenuto ed indomabile.Poichè pertanto il congresso d'Aquisgrana non avea fatto nessun conto della supplica colla quale i Corsi in commoventi termini esponevano le cagioni della loro insurrezione, ed imploravano l'assistenza delle corti europee onde non rimanere più oltre sottoposti alla oppressione de' Genovesi, quegl'isolani continuarono a coraggiosamente combattere per la loro indipendenza. Già la Francia, che, per tornare i ribelli all'ubbidienza del senato genovese avea, dopo il conte di Boisseux, spedito in Corsica il marchese di Maillebois, il quale disse ai Corsi come Sua Maestà Cristianissima prendesse la loro isola sotto la sua tutela e protezione, venuta era in determinazione di sostituire a questo comandante generale il marchese di Cursay. Ora, comandando questi da vicerè, contribuì molto a rendere sempre più odioso il governo antico ed attuale della repubblica di Genova; e la grande autorità che arrogavasi fece insiememente nascere puntigli e serie contese tra lui ed i comandanti generali, chevolevano sostenere il decoro ed i diritti della genovese repubblica.Cotali disordini presero gran piede nei primi mesi di quest'anno in molte occasioni, e principalmente per certa paglia niegata da alcuni luoghi al marchese di Cursay, che volea pagarla, ed a lui invece fornita da' Corsi sollevati senza verun pagamento. Da ciò insorte nuove questioni tra le truppe franzesi e le genovesi, unite a' Corsi fedeli, sì che vennero più volte alle mani, quel comandante dovette appigliarsi al partito di vietare a' suoi di approssimarsi ai presidii genovesi. D'uopo è notare che mentre i Corsi sostenevano una lotta accanita coi Genovesi, le diverse corti, e quelle specialmente di Francia e di Spagna, gelose erano a vicenda, e timorose sempre che l'isola cadesse in dominio dell'una o dell'altra; dal che derivava che mentre si ostentava talvolta di prestare aiuto ai Genovesi, e di voler ricondurre la pace, non si lasciava di fomentare in qualche modo la sollevazione e di favoreggiare l'indipendenza di quella nazione.Intanto la discordia, che regnava tra' Franzesi e Genovesi, riaccese quella delle comunità del regno, senza che il generale franzese, il quale procurava di sopirla, o almen frenarla con la dolcezza e con l'autorità, prevalesse a ristabilire la quiete, spesso interrotta da vie di fatto funeste e sanguinose.Informata la repubblica di Genova di quanto era accaduto ed accadeva in Corsica tra il marchese di Cursay ed il suo comandante, tra le milizie di ambedue le parti e tra le comunità del regno, elesse subito il marchese Giacomo Grimaldi, uomo di gran merito e di molta estimazione, per mandarlo nuovo commissario in Corsica a trattare col comandante franzese un aggiustamento di tutte quelle vertenze; inviando al suo ministro a Parigi ampie istruzioni onde giustificare presso quella corte il modo di operare suo e de' suoi.Ma anche il marchese di Cursay aveagià di tempo in tempo portate alla sua corte le proprie doglianze, e da ultimo l'aveva ragguagliata delle recenti contese; senza nel frattempo tralasciar l'esecuzione degli ordini ricevuti dal cavaliere di Chauvelin, plenipotenziario del re a Genova, di convocare pei 10 del mese di giugno un'assemblea generale del regno, onde farvi l'elezione di cinque deputati, che, unitamente con lui, col plenipotenziario suddetto e coi commissarii del senato di Genova, dovevano trasferirsi a Tolone, per regolarvi diffinitivamente in una specie di congresso tutte le bisogna della Corsica.L'adunanza non ebbe luogo, perchè la Francia, disgustata grandemente, per le relazioni del Cursay, e de' Genovesi e de' Corsi, venne in determinazione di richiamare dalla Corsica le sue genti, lasciando in balia di sè stessi non meno quegli abitanti che la repubblica di Genova; e già tutto era apparecchiato per la partenza.Sensibilissima riuscì alla repubblica e del pari ai capi de' Corsi l'imminente partenza delle truppe franzesi dall'isola, perciò che lasciavanla esse in un abisso di disordini, de' quali non poteasi sperare allora nè rimedio nè fine. Fecero dunque lor pruove ambe le parti per sospendere l'effetto della presa risoluzione, il senato di Genova dando ordine a' suoi deputati in Parigi di sottomettersi a qualunque soddisfazione che il gabinetto di Versaglies esigesse, e promettendo i Corsi di ricevere con intera sommissione quei regolamenti che al re piacesse di fare intorno agli affari loro.Corse allora voce che qualche bella soddisfazione venisse data da' Genovesi a Luigi XV, ma niuno poi seppe dire in che consistesse. Si seppe bensì tosto che, calmato quel monarca, avea dato ordine al suo ministro Chauvelin di proporre ai Corsi il chiesto regolamento, facendo loro intendere che Sua Maestà, mossa dalla idea delle calamità che per la partenza delle sue truppe sarebbero toccate aiCorsi, era discesa a sospendere l'esecuzione de' suoi ordini, onde terminare un'opera ad essi favorevole, come era quella di restituir loro la pace e far che godessero d'un dolce reggimento e permanente.In conseguenza de' quali ordini, passato nell'isola lo stesso de Chauvelin, il marchese di Cursay intimò di bel nuovo una generale adunanza; alla quale essendosi portati i deputati corsi, dopo comunicate ad essi le condizioni dal re di Francia procurate per assicurar loro uno stato felice e tranquillo, furono anche chiamati a conoscere che felicità e tranquillità, mediante un moderato e giusto governo, non poteano ottenere se non se da quella potenza che avesse sopra di essi una legittima e sovrana autorità, come appunto era la repubblica di Genova; nello stesso tempo dichiarando che Sua Maestà Cristianissima, per un effetto della sua naturale bontà, addossavasi la malleveria di tutto ciò che fosse loro concesso, e di cooperare all'esecuzione. Tutti i deputati ad una voce fecero sapere che si sottomettevano rispettosamente a quanto Luigi XV richiedeva, ed anzi sottoscrissero un atto, col quale giurarono sopra l'Evangelio di volere da allora in poi riconoscere la repubblica di Genova per sola legittima loro sovrana, tornando sotto la sua obbedienza, e rinunziando ad ogni passo od atto in contrario. Laonde fu letto e dato loro a sottoscrivere il regolamento, contenente le condizioni che il re di Francia aveva per essi conseguite dalla repubblica, e comprese in otto articoli, tutti risguardanti al generale governo dell'isola, senza parola da cui argomentare che seguire ne dovesse essenziale mutazione di reggimento.A questi passi, un altro i Corsi ne mandarono dietro. Quattro fra i deputati recaronsi a Bastia, e a nome di tutta la nazione rinnovarono al già detto commissario Grimaldi le sicurezze della loro sommissione e del sincero loro ritorno sotto il dominio dell'antico legittimo Sovrano,presentandogli in pari tempo, ed alla presenza del cavaliere de Chauvelin, una lettera, nella quale, riconoscendo la repubblica per loro sola e legittima sovrana, protestavano che la principal cura dei padri di famiglia e de' capi delle comunità sarebbe stata quella di avvezzare i popoli al dovere ed alla subordinazione, e nel tempo stesso imploravano dal commissario che volesse presso la Repubblica interporsi, affinchè ottenesse dal re di Francia che tuttavia in Corsica restassero le sue truppe, mezzo valevole, forse e unico per assodare quella tranquillità che per esse si era veduta a rinascere. A simile domanda furono i Corsi indotti per un fine politico: sudditi, essi non potevano chiedere al re l'ulteriore soggiorno delle sue milizie; sembrava inconveniente che lo facesse la repubblica riguardo ad un paese pacificato e messo sotto la sua obbedienza; il re di Francia di suo moto proprio nol dovea. Dall'altro canto a tutti conveniva, o per interesse o per decoro, che quegli armati si rimanessero. Fu dunque trovato l'espediente della lettera, che togliea di mezzo tutti gli scrupoli e delicatezze.Se non che non tardò molto a manifestarsi la necessità di quelle truppe. I deputati che aveano firmata la pacificazione della Corsica furono disapprovati da' loro committenti di là dai monti, che si sollevarono, e se di qua il fuoco non iscoppiò nè così presto nè con tanto impeto, covava sotto la cenere, ed anzi si credette che di qui partissero le scintille che appiccarono l'incendio dall'altra parte.Gli abitanti di Niolo, considerati sempre come i meno trattabili dell'isola tutta, furono i primi a tumultuare contro il regolamento, perchè non procacciasse i vantaggi ch'eransi fatti sperare, non parlando esso punto de' privilegii della nazione, che pur erano l'argomento principale della gran lite co' Genovesi, e per tal modo rimanevano, come per l'addietro, soggetti all'autorità dispotica dellaRepubblica e de' suoi uffiziali. Nè a persuadere i Niolesi e gli altri abitanti di parecchie pievi della parte oltramontana, che ne avevano seguito l'esempio, valsero le parole dell'abbate Olivetto, ecclesiastico molto stimato da quelle genti, ed il medesimo che per esse avea scritto alla corte di Francia promettendo a loro nome tutta la sommessione, perchè si lasciassero nell'isola le truppe che il re ne avea richiamate: prese di bel nuovo l'armi, posero ogni cosa in disordine tale, che forse potea dirsi peggiore di quel di prima. Se non che, recatosi sui luoghi il marchese di Cursay con buona mano di soldati, giunse a calmare gli animi ed i ribelli, deposte l'armi, gli diedero anche statici per sicurezza della loro fede: vedremo in appresso che calma e che sommissione fossero quelle.I corsari africani, che in quest'anno ricomparvero baldanzosi sulle acque della Corsica, ed ogni dì faceano udire il suono di qualche novella preda, e minacciavano di sbarco le coste dell'Italia, senza che a reprimerne l'insolenza valessero una squadra napolitana e le galee di Malta e del pontefice, furono cagione di grave querela tra la corte di Napoli e quella di Vienna.Avendo le galee pontificie e napoletane data la caccia a due galeotte tunisine, ne catturarono una; ma l'altra riuscì a ripararsi sotto il cannone della torre del Giglio, situata all'altura degli Stati de' presidii, sulle terre all'imperadore spettanti nella sua qualità di granduca di Toscana. Allora le galee pontifizie, cessando l'impresa, diedero di volta; ma le napoletane, niente curando i segnali del comandante della torre, che avvisava trovarsi la galeotta in paese sicuro, l'incalzarono sì, che costrinsero i Turchi a salvarsi in terra, dove pure sbarcati, gli attaccarono più volte, finchè li videro in luogo di sicurezza, e quindi condussero seco il legno nemico ed una barca napolitana poc'anzi da quello predata, in tutta questa fazione lavorando col cannonegagliardamente con qualche danno eziandio della torre, che continuava a protestare ed a far fuoco per far rispettare i suoi diritti.Informata la corte imperiale, allora residente a Presburgo, dell'accaduto, lo imperadore, come granduca di Toscana, considerandosi altamente offeso per la violenza praticata a quel corsaro sotto la sua protezione, chiese alla corte di Napoli pronta e solenne soddisfazione colla restituzione immediata del bastimento predato. Alle quali rimostranze re Carlo rispose, aver lui fatto più volte rappresentare alla reggenza di Firenze non potersi avere riguardo alcuno alla pretesa neutralità della corte di Toscana, però che di questa i Barbareschi prevalevansi per impunemente e come da sicuro asilo assaltare le navi napoletane con incredibile danno de' suoi sudditi e del loro commercio; nè dovere quindi parere strano se il duca di San Martino, comandante delle galee napoletane, non avea avuto difficoltà di assalire il legno tunisino, trovatosi appunto nel caso per cui state erano mosse quelle doglianze e proteste. O sia che cotale risposta fosse riconosciuta concludente, o che altri motivi a ciò consigliassero, l'affare rimase allora sopito.Tuttavia, a mettere qualche rimedio al sommo pregiudizio che generalmente recava al commercio d'Italia, quel ricovero che ne' porti di Toscana trovavano i Barbareschi, per la pace da Francesco I imperadore, quale granduca, colle reggenze africane conchiusa; mosse calde lagnanze alla corte di Vienna dal papa, dal re di Sardegna e dalle repubbliche di Genova e di Lucca; l'imperadore stesso, sul cui animo avere doveano maggior forza le ragioni giustissime di quattro italiane potenze che non qualunque trattato o impegno in cui fosse entrato coi governi di Barbaria, s'indusse finalmente a permettere alla reggenza di Firenze di servirsi delle due navi da guerra recentemente a Porto Ferraio tornate dal Levante,per tener lontani dalle coste di Toscana i corsari, non permettendo loro di accostarsi, se non ne' casi di disgrazia, che furono specificati. Alla quale permissione imperiale fu allora creduto che maggiormente avessero contribuito i lamenti de' negozianti di Livorno per le ingiustizie ed avanie che le loro navi pativano da coloro, a' quali la fede de' trattati era lieve freno per trattenerli dal commettere mille estorsioni ed iniquità.A questa provvidenza giusta e salutare, diretta ad assicurare possibilmente il commercio italiano dalla rapacità e malafede degli Africani, un'altra ne mandò dietro Benedetto XIV, e come capo della religione e come principe temporale, molto più dilicata di sua natura, ed assai più importante nelle sue conseguenze, riguardo ai così detti Liberi Muratori. Già da circa venti anni diffusa e clandestinamente dilatata ne' paesi cattolici, e più ancora in quelli che fuor del cattolicismo viveano, teneva questa società in continuo sospetto i principi ed i governi. Chi le ha dato per progenitori coloro che edificarono la torre di Babele, chi quelli del tempio di Salomone; altri, più sistematici, vollero riconoscerne padri i cavalieri Templari. Amava le tenebre, ed in seno dell'oscurità andava ampliando il numero de' suoi confratelli. Sulla porta di quelle stanze che le serviano di notturno ricetto non vedevi impressi caratteri materiali; eppure era scritto:Lungi, o profani; è questo il regno della luce ed il tempio della verità.Riti misteriosi ne accompagnavano le iniziazioni. Non diversità di patria, non differenza di governo, non disparità di culto era di ostacolo o ragion di ripulsa a chi chiedea d'entrare. Nel regno della luce, nel tempio della verità ammetteansi egualmente, e come cittadini e come adoratori, i fedeli di Cristo, i discendenti di Abramo, i seguaci di Calvino o di Lutero, di Maometto e di Confucio. La differenza stessa della nascita, del grado, delle fortune quivi spariva; chè l'opulento ed ilmisero, il dignitario e l'artigiano, principi e sudditi, dotti ed indotti trovavansi indistintamente registrati sulla lista dei Liberi Muratori, e non rado un uomo, cui per le vene scorreva un sangue per trenta o quaranta generazioni purificato, siedeva fra due compagni lordi ancora di quel fango ond'erano usciti nascendo. Soave giocondità presiedeva alle notturne loro adunanze, e parea un'innocente allegria fosse il nume geniale de' loro banchetti. Uno spirito di fratellanza, di benevolenza generale, mentre congiungeva le destre, ne annodava i cuori. I soccorsi, che una mano benefattrice porgea a chi avea bisogno, erano sempre tanto spontanei quanto copiosi; ed il fratello beneficato, lungi dal vedere nel suo benefattore, come suole troppo di sovente, chi della sua superiorità approfitta per farsi dipendente e schiavo un infelice, vedevasi appena obbligato al tacito tributo dell'intima riconoscenza.Come dunque una congregazione di uomini, sì innocente nel suo vantato istituto, sì benefica ne' pretesi suoi effetti, che proponeasi di mettere in pratica quelle sante massime che, proposte dal Vangelo colla promessa di non terminature ricompense, trovano nondimeno tra i cristiani sì scarso numero di cultori, come mai farsi potè sospetta ai governi, tirarsene addosso lo sdegno, e meritar in fine d'esser punita? Facile a conciliarsi è l'apparente contraddizione. La società dei Liberi Muratori è tutta fondata sul più rigoroso secreto. Coloro che vi sono ammessi non entrano a parte del mistero, e nulladimeno si esige da essi sotto i più terribili giuramenti di starne fedeli al silenzio. Se la società ha per oggetto del suo istituto la virtù, a che tanta precauzione per tenere celata la sostanza delle sue massime e delle sue dottrine? Perchè non far vedere agl'iniziati il codice della loro associazione? A che tanta diffidenza, a che tanta gelosia?Tutti questi segreti, tutti questi misteri, che all'illustre Annalista d'Italiasembraronoinezie, e ad altri parve che contenessero l'enigma e non l'arcano, divennero sospetti non solo alla podestà ecclesiastica, per credere che si macchinassero insidie alla religione, ma eziandio alla stessa secolare podestà, prevedendo che potesse turbarsene la quiete civile. Quindi in poco tempo si videro a circolar per tutta l'Europa editti sopra editti contro i Liberi Muratori. Prima a comparire nella lista delle potenze che proscrissero la società fu la Francia, nel 1727. L'Olanda nello stesso anno, e molto più rigorosamente nel 1755, manifestò il suo sdegno contro i supposti discendenti dei Templari. Tre anni dopo lo stesso fecero la Fiandra e la Svezia. La Polonia nel 1739, la Spagna ed il Portogallo nel 1740, il governo di Malta nel 1741, e la regina d'Ungheria nel 1743 fulminarono gli apostoli della verità e gli angeli della luce, come furono poi proscritti, nel 1748, negli Svizzeri, dal cantone di Berna.Tredici anni erano scorsi da che Clemente XII, stato informato che il mostro, varcate le Alpi, avea posto in Italia il piede, gli scagliò contro gli anatemi del Vaticano. (Ved. sopra all'anno 1736; tomo VII, col. 429 e seg.) Se non che alcuni divulgavano che le censure fulminate della Chiesa, per non essere la bolla di Clemente stata dall'attuale pontefice confermata, non aveano più vigore alcuno. Si volse adunque Benedetto XIV a distruggere sì pernizioso errore, e nel giorno 18 maggio del presente anno comunicò a tutto il mondo cattolico i suoi sentimenti e le risolute sue determinazioni in tale proposito con una bolla, nella quale sei motivi adduceva, pei quali aveasi la società a riguardare come direttamente contraria al bene della religione e dello Stato. Unirsi, diceva, in siffatte adunanze persone di ogni religione e di tutte le sette; occultarsi con istretto costante impegno di segretezza le cose che in dette conventicole si fanno: asserendo essere colpevole il giuramento concui si obbligano ad inviolabilmente osservare il segreto, come se fosse lecito ad alcuno di premunirsi del pretesto di qualche promessa o giuramento per esimersi dal manifestare le cose tutte, intorno alle quali fosse dalla legittima podestà interrogato; opporsi società simili alle leggi civili non meno che alle ecclesiastiche, essendo dal gius civile vietati tutti i collegi e corporazioni tutte formate senza pubblica autorità; essere in molti paesi state proscritte dalle leggi di principi cotali società ed aggregazioni; cadere esse mai sempre in sospetto degli uomini saggi, riputati perversi coloro che vi si aggregavano.Quantunque in Napoli più che altrove si guardasse con sospetto qualunque adunanza od unione di genti, per le ripetute rivoluzioni alle quali andò quel regno suggetto, così teneasi che colà e nelle altre napoletane provincie si fossero assai moltiplicate le logge di Muratori. Appena dunque venuta in luce la costituzione di Benedetto XIV, il zelo di molti ecclesiastici fece sì che tuonassero, sul fondamento delle voci che correano, contro la setta dei Liberi Muratori; e quindi il popolo a credere di veder sempre chi portasse in fronte i contrassegni del fulmine pontificale; a mormorare che la corte in sì delicato argomento si tenesse in silenzio. Intanto i settatori, benchè con tutta giustizia perseguitati, e quantunque conoscer dovessero il proprio torto, osservavano gelosamente quel segreto ch'era l'anima della loro istituzione, guardavano un rigoroso silenzio sulla sostanza delle loro massime e sulla natura dei dogmi loro, non meno che intorno al nome dei consocii, e continuavano a radunarsi clandestinamente. Ma, per quanto occultamente adoperassero, non valeano a sottrarsi affatto alle suspizioni. Potea il disordine crescere da una parte, crescer dall'altra lo scandalo. Laonde il re, risoluto d'andare alla radice del male, condiscendendo ancora alle istanze del sommo pontefice, elesse cinque giudiciparticolari, uno per ciascun ordine di persone, onde fossero processati e puniti tutti coloro che alla setta de' Muratori si trovassero aggregati. Ma perchè tali regie disposizioni forse non bastavano, se anche la nazione tutta non fosse senza equivoco e perfettamente istrutta della sovrana volontà, il re Carlo emanò un severo editto, in cui proibì assolutamente ne' suoi dominii i Liberi Muratori, da dover essere puniti come perturbatori della pubblica tranquillità e rei di crimenlese.
A mantenere il benefizio della pace, di cui già da un anno erasi incominciato a godere in Italia, aveano il massimo interesse le due corti di Vienna e di Madrid; avvegnachè, se l'imperadore Francesco I possedeva i dominii della casa de Medici, due principi della casa regnante di Spagna teneano il regno delle Due Sicilie, e l'eredità della casa Farnese. Il conte Esterazi adunque, ministro cesareo alla corte di Madrid, in varie conferenze avute col signor di Carvaial e Lancastro, e col marchese dell'Ensenada, principali ministri del gabinetto spagnuolo, propose che, per allontanare il pericolo di nuove turbolenze, e stabilire la pace sulla base degli antichi trattati, il re Cattolico s'impegnasse di non prendere parte, nè direttamente nè indirettamente, in qualunque guerra che insorger potesse in Italia, nel caso che, contra ogni aspettativa, se ne accendesse alcuna che fosse prodotta da una causa straniera agli interessi di Sua Maestà Cattolica e della sua famiglia; che l'imperadrice regina, dal canto suo, per cooperare al medesimo fine, guarentisse nella più solenne forma gli Stati de' quali era in possesso il re delle Due Sicilie, non meno che quelli posseduti dall'infante don Filippo in vigore del trattato di Aquisgrana; che la stessa malleveria si facessedall'imperadore nella sua qualità di granduca di Toscana; che finalmente, in forza di tale accordo, rimanesse estinta e diffinita ogni scambievole pretesa, oppure, se alcuna ne restasse, sopra la quale le due corti non si fossero acconciate, si avesse diffinire amichevolmente.
Intanto che il conte Esterazi adoperava in tal modo alla corte di Madrid, un altro abile ministro della corte di Vienna, il conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere di Milano, prevaleasi del suo soggiorno a Torino, dove erasi trasferito per regolare i punti di commercio tra gli Stati del re di Sardegna e la Lombardia austriaca, onde disporre l'animo di quel sovrano ad entrare nella convenzione meditata e stabilita tra l'imperadrice regina Maria Teresa e Ferdinando VI re di Spagna. Riusciti felicemente ne' loro maneggi ambedue i detti ministri, in brevissimo tempo venne fra le corti di Vienna, Madrid e Torino stipulato un trattato, di cui questa era la sostanza. Nel caso che le truppe nemiche invadessero gli Stati del re di Sardegna, dovesse l'imperadrice regina somministrargli un aiuto di sei mila uomini; fornisse ella lo stesso numero di gente per difesa del re delle Due Sicilie, dell'infante duca di Parma e del duca di Modena, allorchè gli Stati di questi principi si trovassero nello stesso caso; ad uguale sussidio fosse tenuto il re di Sardegna, nel caso che fossero attaccati i dominii posseduti in Italia dalla imperadrice regina, e ad egual impegno verso di essa fosse vincolato anche il re di Spagna; facesse Sua Maestà Cattolica il medesimo riguardo al re di Sardegna, e questi verso la Maestà Sua; in ognuno di questi casi il re delle Due Sicilie somministrasse cinque mila uomini di truppe ausiliarie, e tre mila per ciascheduno l'infante duca di Parma ed il duca di Modena; dovesse finalmente ciascuna delle parti stare mallevadrice pei dominii dalle altre rispettivamente posseduti in Italia, nello stato medesimo in cui allora si trovavano.
In questa convenzione, intesa a mantenerela quiete d'Italia, non erano, come si vede, compresi gli altri principati italiani, cioè il papa, e le tre repubbliche, di Venezia, di Genova e di Lucca, nè poteano esserlo. I sommi pontefici, e specialmente Benedetto XIV, sicuri di conservare quegli Stati che dalla pietà e munificenza de' principi avea la santa Sede ottenuti, non poteva pensare mai a dilatarli per ambizione o per avidità d'imperio nè temere poteva di esserne, se non dalla violenza e dalla ingiustizia spogliato. Contenta la repubblica di Venezia de' suoi possessi nel continente e fuori, già da più d'un secolo avea rinunziato all'idea di meschiarsi nelle dissensioni dei principi in Italia, e faceva professione d'una rigida neutralità. Quella di Lucca, limitata alla ristrettezza del suo pacifico dominio, compreso e quasi incastrato nella Toscana, attendeva al commercio ed alle arti della pace, e stimavasi felice di non entrare per nulla in bilancia a fissare l'equilibrio della penisola. Quanto alla repubblica di Genova, che tanta parte aveva avuta nell'ultima guerra, non era stata nominata, perchè le direzioni da essa tenute a suo riguardo aveano disgustato la corte di Vienna; perchè le altre potenze, allora belligeranti e rivali della casa di Austria, non aveano trovato vantaggio nissuno dall'amicizia di lei; e perchè finalmente tutte le repubbliche, se non sieno potenti, interessare non possono nella loro sorte i sovrani assoluti, mancando quei vincoli di sangue o di affinità che devono o almeno possono talora stringere i principi fra loro.
Ma la genovese repubblica, che da venti anni teneva a sè conversi gli sguardi dell'Europa per quella ribellione della Corsica, che, dopo la tanto decantata dei Paesi Bassi al tempo di Filippo II, non avea avuta ne' secoli moderni l'eguale o per l'energia de' suoi sforzi, o per la costanza nelle disgrazie o per l'accorgimento, trovossi nel presente anno in non troppo felici contingenze.
Si è veduto a suo luogo (all'anno 1745)come la città di Bastia, capitale dell'isola, già smantellata pel furibondo fulminare di bombe e cannoni d'una squadra inglese, fosse dal suo governatore genovese abbandonata in mano del colonnello Rivarola, che con tre mila Corsi sollevati se le faceva sotto.
Non vogliamo qui lasciar di notare, perchè da nessuno storico riferito, ma pure consegnato nelle memorie d'un insigne naturalista franzese, che un ministro della corte di Francia, vedendo lo spirito sempre inquieto e tumultuante di quelle popolazioni, propose di far tagliare tutti gli alberi de' castagni di quell'isola, che il nutrimento per alcuni mesi fornivano agli abitanti, affinchè costretti fossero a coltivare nelle lor montagne i grani e per ciò distratti dalle guerriere imprese; senza avvedersi che in quelle selve montane mai non si sarebbero seminate le biade, e che il popolo, privo d'un mezzo ad esso fornito dalla natura, ne sarebbe più feroce divenuto ed indomabile.
Poichè pertanto il congresso d'Aquisgrana non avea fatto nessun conto della supplica colla quale i Corsi in commoventi termini esponevano le cagioni della loro insurrezione, ed imploravano l'assistenza delle corti europee onde non rimanere più oltre sottoposti alla oppressione de' Genovesi, quegl'isolani continuarono a coraggiosamente combattere per la loro indipendenza. Già la Francia, che, per tornare i ribelli all'ubbidienza del senato genovese avea, dopo il conte di Boisseux, spedito in Corsica il marchese di Maillebois, il quale disse ai Corsi come Sua Maestà Cristianissima prendesse la loro isola sotto la sua tutela e protezione, venuta era in determinazione di sostituire a questo comandante generale il marchese di Cursay. Ora, comandando questi da vicerè, contribuì molto a rendere sempre più odioso il governo antico ed attuale della repubblica di Genova; e la grande autorità che arrogavasi fece insiememente nascere puntigli e serie contese tra lui ed i comandanti generali, chevolevano sostenere il decoro ed i diritti della genovese repubblica.
Cotali disordini presero gran piede nei primi mesi di quest'anno in molte occasioni, e principalmente per certa paglia niegata da alcuni luoghi al marchese di Cursay, che volea pagarla, ed a lui invece fornita da' Corsi sollevati senza verun pagamento. Da ciò insorte nuove questioni tra le truppe franzesi e le genovesi, unite a' Corsi fedeli, sì che vennero più volte alle mani, quel comandante dovette appigliarsi al partito di vietare a' suoi di approssimarsi ai presidii genovesi. D'uopo è notare che mentre i Corsi sostenevano una lotta accanita coi Genovesi, le diverse corti, e quelle specialmente di Francia e di Spagna, gelose erano a vicenda, e timorose sempre che l'isola cadesse in dominio dell'una o dell'altra; dal che derivava che mentre si ostentava talvolta di prestare aiuto ai Genovesi, e di voler ricondurre la pace, non si lasciava di fomentare in qualche modo la sollevazione e di favoreggiare l'indipendenza di quella nazione.
Intanto la discordia, che regnava tra' Franzesi e Genovesi, riaccese quella delle comunità del regno, senza che il generale franzese, il quale procurava di sopirla, o almen frenarla con la dolcezza e con l'autorità, prevalesse a ristabilire la quiete, spesso interrotta da vie di fatto funeste e sanguinose.
Informata la repubblica di Genova di quanto era accaduto ed accadeva in Corsica tra il marchese di Cursay ed il suo comandante, tra le milizie di ambedue le parti e tra le comunità del regno, elesse subito il marchese Giacomo Grimaldi, uomo di gran merito e di molta estimazione, per mandarlo nuovo commissario in Corsica a trattare col comandante franzese un aggiustamento di tutte quelle vertenze; inviando al suo ministro a Parigi ampie istruzioni onde giustificare presso quella corte il modo di operare suo e de' suoi.
Ma anche il marchese di Cursay aveagià di tempo in tempo portate alla sua corte le proprie doglianze, e da ultimo l'aveva ragguagliata delle recenti contese; senza nel frattempo tralasciar l'esecuzione degli ordini ricevuti dal cavaliere di Chauvelin, plenipotenziario del re a Genova, di convocare pei 10 del mese di giugno un'assemblea generale del regno, onde farvi l'elezione di cinque deputati, che, unitamente con lui, col plenipotenziario suddetto e coi commissarii del senato di Genova, dovevano trasferirsi a Tolone, per regolarvi diffinitivamente in una specie di congresso tutte le bisogna della Corsica.
L'adunanza non ebbe luogo, perchè la Francia, disgustata grandemente, per le relazioni del Cursay, e de' Genovesi e de' Corsi, venne in determinazione di richiamare dalla Corsica le sue genti, lasciando in balia di sè stessi non meno quegli abitanti che la repubblica di Genova; e già tutto era apparecchiato per la partenza.
Sensibilissima riuscì alla repubblica e del pari ai capi de' Corsi l'imminente partenza delle truppe franzesi dall'isola, perciò che lasciavanla esse in un abisso di disordini, de' quali non poteasi sperare allora nè rimedio nè fine. Fecero dunque lor pruove ambe le parti per sospendere l'effetto della presa risoluzione, il senato di Genova dando ordine a' suoi deputati in Parigi di sottomettersi a qualunque soddisfazione che il gabinetto di Versaglies esigesse, e promettendo i Corsi di ricevere con intera sommissione quei regolamenti che al re piacesse di fare intorno agli affari loro.
Corse allora voce che qualche bella soddisfazione venisse data da' Genovesi a Luigi XV, ma niuno poi seppe dire in che consistesse. Si seppe bensì tosto che, calmato quel monarca, avea dato ordine al suo ministro Chauvelin di proporre ai Corsi il chiesto regolamento, facendo loro intendere che Sua Maestà, mossa dalla idea delle calamità che per la partenza delle sue truppe sarebbero toccate aiCorsi, era discesa a sospendere l'esecuzione de' suoi ordini, onde terminare un'opera ad essi favorevole, come era quella di restituir loro la pace e far che godessero d'un dolce reggimento e permanente.
In conseguenza de' quali ordini, passato nell'isola lo stesso de Chauvelin, il marchese di Cursay intimò di bel nuovo una generale adunanza; alla quale essendosi portati i deputati corsi, dopo comunicate ad essi le condizioni dal re di Francia procurate per assicurar loro uno stato felice e tranquillo, furono anche chiamati a conoscere che felicità e tranquillità, mediante un moderato e giusto governo, non poteano ottenere se non se da quella potenza che avesse sopra di essi una legittima e sovrana autorità, come appunto era la repubblica di Genova; nello stesso tempo dichiarando che Sua Maestà Cristianissima, per un effetto della sua naturale bontà, addossavasi la malleveria di tutto ciò che fosse loro concesso, e di cooperare all'esecuzione. Tutti i deputati ad una voce fecero sapere che si sottomettevano rispettosamente a quanto Luigi XV richiedeva, ed anzi sottoscrissero un atto, col quale giurarono sopra l'Evangelio di volere da allora in poi riconoscere la repubblica di Genova per sola legittima loro sovrana, tornando sotto la sua obbedienza, e rinunziando ad ogni passo od atto in contrario. Laonde fu letto e dato loro a sottoscrivere il regolamento, contenente le condizioni che il re di Francia aveva per essi conseguite dalla repubblica, e comprese in otto articoli, tutti risguardanti al generale governo dell'isola, senza parola da cui argomentare che seguire ne dovesse essenziale mutazione di reggimento.
A questi passi, un altro i Corsi ne mandarono dietro. Quattro fra i deputati recaronsi a Bastia, e a nome di tutta la nazione rinnovarono al già detto commissario Grimaldi le sicurezze della loro sommissione e del sincero loro ritorno sotto il dominio dell'antico legittimo Sovrano,presentandogli in pari tempo, ed alla presenza del cavaliere de Chauvelin, una lettera, nella quale, riconoscendo la repubblica per loro sola e legittima sovrana, protestavano che la principal cura dei padri di famiglia e de' capi delle comunità sarebbe stata quella di avvezzare i popoli al dovere ed alla subordinazione, e nel tempo stesso imploravano dal commissario che volesse presso la Repubblica interporsi, affinchè ottenesse dal re di Francia che tuttavia in Corsica restassero le sue truppe, mezzo valevole, forse e unico per assodare quella tranquillità che per esse si era veduta a rinascere. A simile domanda furono i Corsi indotti per un fine politico: sudditi, essi non potevano chiedere al re l'ulteriore soggiorno delle sue milizie; sembrava inconveniente che lo facesse la repubblica riguardo ad un paese pacificato e messo sotto la sua obbedienza; il re di Francia di suo moto proprio nol dovea. Dall'altro canto a tutti conveniva, o per interesse o per decoro, che quegli armati si rimanessero. Fu dunque trovato l'espediente della lettera, che togliea di mezzo tutti gli scrupoli e delicatezze.
Se non che non tardò molto a manifestarsi la necessità di quelle truppe. I deputati che aveano firmata la pacificazione della Corsica furono disapprovati da' loro committenti di là dai monti, che si sollevarono, e se di qua il fuoco non iscoppiò nè così presto nè con tanto impeto, covava sotto la cenere, ed anzi si credette che di qui partissero le scintille che appiccarono l'incendio dall'altra parte.
Gli abitanti di Niolo, considerati sempre come i meno trattabili dell'isola tutta, furono i primi a tumultuare contro il regolamento, perchè non procacciasse i vantaggi ch'eransi fatti sperare, non parlando esso punto de' privilegii della nazione, che pur erano l'argomento principale della gran lite co' Genovesi, e per tal modo rimanevano, come per l'addietro, soggetti all'autorità dispotica dellaRepubblica e de' suoi uffiziali. Nè a persuadere i Niolesi e gli altri abitanti di parecchie pievi della parte oltramontana, che ne avevano seguito l'esempio, valsero le parole dell'abbate Olivetto, ecclesiastico molto stimato da quelle genti, ed il medesimo che per esse avea scritto alla corte di Francia promettendo a loro nome tutta la sommessione, perchè si lasciassero nell'isola le truppe che il re ne avea richiamate: prese di bel nuovo l'armi, posero ogni cosa in disordine tale, che forse potea dirsi peggiore di quel di prima. Se non che, recatosi sui luoghi il marchese di Cursay con buona mano di soldati, giunse a calmare gli animi ed i ribelli, deposte l'armi, gli diedero anche statici per sicurezza della loro fede: vedremo in appresso che calma e che sommissione fossero quelle.
I corsari africani, che in quest'anno ricomparvero baldanzosi sulle acque della Corsica, ed ogni dì faceano udire il suono di qualche novella preda, e minacciavano di sbarco le coste dell'Italia, senza che a reprimerne l'insolenza valessero una squadra napolitana e le galee di Malta e del pontefice, furono cagione di grave querela tra la corte di Napoli e quella di Vienna.
Avendo le galee pontificie e napoletane data la caccia a due galeotte tunisine, ne catturarono una; ma l'altra riuscì a ripararsi sotto il cannone della torre del Giglio, situata all'altura degli Stati de' presidii, sulle terre all'imperadore spettanti nella sua qualità di granduca di Toscana. Allora le galee pontifizie, cessando l'impresa, diedero di volta; ma le napoletane, niente curando i segnali del comandante della torre, che avvisava trovarsi la galeotta in paese sicuro, l'incalzarono sì, che costrinsero i Turchi a salvarsi in terra, dove pure sbarcati, gli attaccarono più volte, finchè li videro in luogo di sicurezza, e quindi condussero seco il legno nemico ed una barca napolitana poc'anzi da quello predata, in tutta questa fazione lavorando col cannonegagliardamente con qualche danno eziandio della torre, che continuava a protestare ed a far fuoco per far rispettare i suoi diritti.
Informata la corte imperiale, allora residente a Presburgo, dell'accaduto, lo imperadore, come granduca di Toscana, considerandosi altamente offeso per la violenza praticata a quel corsaro sotto la sua protezione, chiese alla corte di Napoli pronta e solenne soddisfazione colla restituzione immediata del bastimento predato. Alle quali rimostranze re Carlo rispose, aver lui fatto più volte rappresentare alla reggenza di Firenze non potersi avere riguardo alcuno alla pretesa neutralità della corte di Toscana, però che di questa i Barbareschi prevalevansi per impunemente e come da sicuro asilo assaltare le navi napoletane con incredibile danno de' suoi sudditi e del loro commercio; nè dovere quindi parere strano se il duca di San Martino, comandante delle galee napoletane, non avea avuto difficoltà di assalire il legno tunisino, trovatosi appunto nel caso per cui state erano mosse quelle doglianze e proteste. O sia che cotale risposta fosse riconosciuta concludente, o che altri motivi a ciò consigliassero, l'affare rimase allora sopito.
Tuttavia, a mettere qualche rimedio al sommo pregiudizio che generalmente recava al commercio d'Italia, quel ricovero che ne' porti di Toscana trovavano i Barbareschi, per la pace da Francesco I imperadore, quale granduca, colle reggenze africane conchiusa; mosse calde lagnanze alla corte di Vienna dal papa, dal re di Sardegna e dalle repubbliche di Genova e di Lucca; l'imperadore stesso, sul cui animo avere doveano maggior forza le ragioni giustissime di quattro italiane potenze che non qualunque trattato o impegno in cui fosse entrato coi governi di Barbaria, s'indusse finalmente a permettere alla reggenza di Firenze di servirsi delle due navi da guerra recentemente a Porto Ferraio tornate dal Levante,per tener lontani dalle coste di Toscana i corsari, non permettendo loro di accostarsi, se non ne' casi di disgrazia, che furono specificati. Alla quale permissione imperiale fu allora creduto che maggiormente avessero contribuito i lamenti de' negozianti di Livorno per le ingiustizie ed avanie che le loro navi pativano da coloro, a' quali la fede de' trattati era lieve freno per trattenerli dal commettere mille estorsioni ed iniquità.
A questa provvidenza giusta e salutare, diretta ad assicurare possibilmente il commercio italiano dalla rapacità e malafede degli Africani, un'altra ne mandò dietro Benedetto XIV, e come capo della religione e come principe temporale, molto più dilicata di sua natura, ed assai più importante nelle sue conseguenze, riguardo ai così detti Liberi Muratori. Già da circa venti anni diffusa e clandestinamente dilatata ne' paesi cattolici, e più ancora in quelli che fuor del cattolicismo viveano, teneva questa società in continuo sospetto i principi ed i governi. Chi le ha dato per progenitori coloro che edificarono la torre di Babele, chi quelli del tempio di Salomone; altri, più sistematici, vollero riconoscerne padri i cavalieri Templari. Amava le tenebre, ed in seno dell'oscurità andava ampliando il numero de' suoi confratelli. Sulla porta di quelle stanze che le serviano di notturno ricetto non vedevi impressi caratteri materiali; eppure era scritto:Lungi, o profani; è questo il regno della luce ed il tempio della verità.Riti misteriosi ne accompagnavano le iniziazioni. Non diversità di patria, non differenza di governo, non disparità di culto era di ostacolo o ragion di ripulsa a chi chiedea d'entrare. Nel regno della luce, nel tempio della verità ammetteansi egualmente, e come cittadini e come adoratori, i fedeli di Cristo, i discendenti di Abramo, i seguaci di Calvino o di Lutero, di Maometto e di Confucio. La differenza stessa della nascita, del grado, delle fortune quivi spariva; chè l'opulento ed ilmisero, il dignitario e l'artigiano, principi e sudditi, dotti ed indotti trovavansi indistintamente registrati sulla lista dei Liberi Muratori, e non rado un uomo, cui per le vene scorreva un sangue per trenta o quaranta generazioni purificato, siedeva fra due compagni lordi ancora di quel fango ond'erano usciti nascendo. Soave giocondità presiedeva alle notturne loro adunanze, e parea un'innocente allegria fosse il nume geniale de' loro banchetti. Uno spirito di fratellanza, di benevolenza generale, mentre congiungeva le destre, ne annodava i cuori. I soccorsi, che una mano benefattrice porgea a chi avea bisogno, erano sempre tanto spontanei quanto copiosi; ed il fratello beneficato, lungi dal vedere nel suo benefattore, come suole troppo di sovente, chi della sua superiorità approfitta per farsi dipendente e schiavo un infelice, vedevasi appena obbligato al tacito tributo dell'intima riconoscenza.
Come dunque una congregazione di uomini, sì innocente nel suo vantato istituto, sì benefica ne' pretesi suoi effetti, che proponeasi di mettere in pratica quelle sante massime che, proposte dal Vangelo colla promessa di non terminature ricompense, trovano nondimeno tra i cristiani sì scarso numero di cultori, come mai farsi potè sospetta ai governi, tirarsene addosso lo sdegno, e meritar in fine d'esser punita? Facile a conciliarsi è l'apparente contraddizione. La società dei Liberi Muratori è tutta fondata sul più rigoroso secreto. Coloro che vi sono ammessi non entrano a parte del mistero, e nulladimeno si esige da essi sotto i più terribili giuramenti di starne fedeli al silenzio. Se la società ha per oggetto del suo istituto la virtù, a che tanta precauzione per tenere celata la sostanza delle sue massime e delle sue dottrine? Perchè non far vedere agl'iniziati il codice della loro associazione? A che tanta diffidenza, a che tanta gelosia?
Tutti questi segreti, tutti questi misteri, che all'illustre Annalista d'Italiasembraronoinezie, e ad altri parve che contenessero l'enigma e non l'arcano, divennero sospetti non solo alla podestà ecclesiastica, per credere che si macchinassero insidie alla religione, ma eziandio alla stessa secolare podestà, prevedendo che potesse turbarsene la quiete civile. Quindi in poco tempo si videro a circolar per tutta l'Europa editti sopra editti contro i Liberi Muratori. Prima a comparire nella lista delle potenze che proscrissero la società fu la Francia, nel 1727. L'Olanda nello stesso anno, e molto più rigorosamente nel 1755, manifestò il suo sdegno contro i supposti discendenti dei Templari. Tre anni dopo lo stesso fecero la Fiandra e la Svezia. La Polonia nel 1739, la Spagna ed il Portogallo nel 1740, il governo di Malta nel 1741, e la regina d'Ungheria nel 1743 fulminarono gli apostoli della verità e gli angeli della luce, come furono poi proscritti, nel 1748, negli Svizzeri, dal cantone di Berna.
Tredici anni erano scorsi da che Clemente XII, stato informato che il mostro, varcate le Alpi, avea posto in Italia il piede, gli scagliò contro gli anatemi del Vaticano. (Ved. sopra all'anno 1736; tomo VII, col. 429 e seg.) Se non che alcuni divulgavano che le censure fulminate della Chiesa, per non essere la bolla di Clemente stata dall'attuale pontefice confermata, non aveano più vigore alcuno. Si volse adunque Benedetto XIV a distruggere sì pernizioso errore, e nel giorno 18 maggio del presente anno comunicò a tutto il mondo cattolico i suoi sentimenti e le risolute sue determinazioni in tale proposito con una bolla, nella quale sei motivi adduceva, pei quali aveasi la società a riguardare come direttamente contraria al bene della religione e dello Stato. Unirsi, diceva, in siffatte adunanze persone di ogni religione e di tutte le sette; occultarsi con istretto costante impegno di segretezza le cose che in dette conventicole si fanno: asserendo essere colpevole il giuramento concui si obbligano ad inviolabilmente osservare il segreto, come se fosse lecito ad alcuno di premunirsi del pretesto di qualche promessa o giuramento per esimersi dal manifestare le cose tutte, intorno alle quali fosse dalla legittima podestà interrogato; opporsi società simili alle leggi civili non meno che alle ecclesiastiche, essendo dal gius civile vietati tutti i collegi e corporazioni tutte formate senza pubblica autorità; essere in molti paesi state proscritte dalle leggi di principi cotali società ed aggregazioni; cadere esse mai sempre in sospetto degli uomini saggi, riputati perversi coloro che vi si aggregavano.
Quantunque in Napoli più che altrove si guardasse con sospetto qualunque adunanza od unione di genti, per le ripetute rivoluzioni alle quali andò quel regno suggetto, così teneasi che colà e nelle altre napoletane provincie si fossero assai moltiplicate le logge di Muratori. Appena dunque venuta in luce la costituzione di Benedetto XIV, il zelo di molti ecclesiastici fece sì che tuonassero, sul fondamento delle voci che correano, contro la setta dei Liberi Muratori; e quindi il popolo a credere di veder sempre chi portasse in fronte i contrassegni del fulmine pontificale; a mormorare che la corte in sì delicato argomento si tenesse in silenzio. Intanto i settatori, benchè con tutta giustizia perseguitati, e quantunque conoscer dovessero il proprio torto, osservavano gelosamente quel segreto ch'era l'anima della loro istituzione, guardavano un rigoroso silenzio sulla sostanza delle loro massime e sulla natura dei dogmi loro, non meno che intorno al nome dei consocii, e continuavano a radunarsi clandestinamente. Ma, per quanto occultamente adoperassero, non valeano a sottrarsi affatto alle suspizioni. Potea il disordine crescere da una parte, crescer dall'altra lo scandalo. Laonde il re, risoluto d'andare alla radice del male, condiscendendo ancora alle istanze del sommo pontefice, elesse cinque giudiciparticolari, uno per ciascun ordine di persone, onde fossero processati e puniti tutti coloro che alla setta de' Muratori si trovassero aggregati. Ma perchè tali regie disposizioni forse non bastavano, se anche la nazione tutta non fosse senza equivoco e perfettamente istrutta della sovrana volontà, il re Carlo emanò un severo editto, in cui proibì assolutamente ne' suoi dominii i Liberi Muratori, da dover essere puniti come perturbatori della pubblica tranquillità e rei di crimenlese.