MDCCLIIIAnno diCristoMDCCLIII. IndizioneI.BenedettoXIV papa 14.FrancescoI imperadore 9.Per la stabilità e felice esito del trattato di Madrid, o d'Aranjuez che vogliam dirlo, stipulato nell'anno precedente, occuparonsi seriamente nel principio di quest'anno i ministri delle potenze contraenti onde comporre e terminare le differenze che sussistevano tuttavia intorno alla successione de' beni della famiglia de Medici, de' quali era attualmente in possesso l'imperadore Francesco, come granduca di Toscana. Venne perciò proposto che la Spagna rinunziasse alle sue pretese su questo punto, purchè l'imperadrice regina facesse anch'essa dal canto suo eguale rinunzia per tutte le ragioni che pretendeva di avere sopra i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, dei quali erasi quella sovrana riservato il regresso nel trattato d'Aquisgrana. Due difficoltà però rimanevano a superarsi, l'una col re di Sardegna, con quello di Napoli l'altra; non potendo quel primo, che nel trattato d'Aquisgrana erasi riservato il regresso sulla città e territorio di Piacenza, risolversi a farne la cessione, prima che si fosse trovato il modo di compensarnelo; ed il re di Napoli, facendo tuttavia valere i suoi diritti sui beni allodiali della famiglia de Medici, ai quali non intendevadi avere in alcun modo rinunziato a favore del duca di Lorena, allora imperadore e granduca di Toscana. Non sembrava difficile trovar qualche temperamento onde appianare le difficoltà promosse dal re di Sardegna; ma così non era riguardo a don Carlo re di Napoli, che spedì a Parigi il marchese Caraccioli per impegnare quel gabinetto a sostenere le sue ragioni.Teneva allora quel gabinetto gli occhi aperti sopra un oggetto di maggiore importanza riguardo alle sorti dell'Italia, cioè sui maneggi alla corte di Vienna impresi dai ministri del duca di Modena. Il conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere del ducato di Milano, vedeva, e forse da gran tempo aveva tra sè e sè meditato, un gran colpo, moltissimo vantaggioso all'imperadrice regina sua sovrana ed alla casa d'Austria, se fosse riuscito a legarla a quella d'Este con vincoli tali, che gli Stati di questa si fossero uniti al milanese ducato. Sortendo buon fine il divisamento del conte Cristiani, la casa d'Austria avrebbe in Italia dominato all'incirca sovra la maggior parte de' paesi che formavano un tempo lo Stato degli antichi re d'Italia, cioè la Toscana, il ducato di Milano, il Modenese, il Mantovano ed una porzione del Monferrato. E la fortuna secondò i disegni del gran cancelliere. Era, ne' primi giorni dell'anno, nato al principe ereditario di Modena un figlio, il quale, assicurando la posterità mascolina dell'estense famiglia, potea, se vissuto fosse, far prendere misure ben diverse da quelle cui miravano gl'impresi maneggi; ma quel figlio, pochi mesi dopo il suo nascimento, morì, e colpo tale conchiuse alla corte di Vienna il negozio giusta l'intendimento de' ministri modenesi.Fatto pubblico il trattato in cui stipulossi il matrimonio dell'arciduca Leopoldo, allora terzogenito, colla figlia del principe ereditario di Modena, e si dichiararono lo stesso arciduca governatore dello Stato di Milano, ed il duca di Modenaamministratore e capitano generale del medesimo Stato, insieme stabilendo che i presidii delle piazze modenesi dovessero essere formati di truppe austriache, e vicendevolmente le milizie del duca di Modena prendessero posto nelle piazze milanesi; non solo i gabinetti di Francia e di Spagna, ma tutti universalmente rimasero oltremodo maravigliati. Non si lasciò quindi di pubblicare, che il duca di Modena, in questo fatto, oltre all'allontanarsi dai noti principii de' suoi maggiori, unendosi all'Austria in confronto della Francia, aveva operato contro le massime della buona politica, dando mano ad un tanto ragguardevole ingrandimento di Stati e di potenza in Italia alla detta casa d'Austria, il che avrebbe col tempo potuto recare gravissimi pregiudizii alla quiete della penisola.Procurò il duca di Modena di giustificare il nuovo partito da lui preso, facendo da' suoi ministri dichiarare alle corti straniere, averlo gl'interessi del suo ducale casato costretto a trattare colla corte di Vienna; essere scopo principale cui proponevasi quello di provvedere alla tranquillità de' suoi Stati, in caso che venisse ad estinguersi la sua linea mascolina; aver parimente in mira il mantenimento della pace d'Italia, e la necessità di prevenire le turbolenze che potessero insorgere in proposito della successione agli Stati della casa d'Este; lusingarsi lui finalmente che siccome gl'impegni per esso incontrati non recavano danno ad alcuno, nissuna potenza volesse adombrarne, e quelle che considerassero la cosa imparzialmente, convenissero nulla esservi che conforme non fosse all'interesse d'Italia in generale e alle ragioni di convenienza che tenere doveano i principi di questa parte dell'Europa svegliati per allontanare dagli Stati loro ogni occasione di turbolenze.Qualunque interpretazione dar si volesse a cotali dichiarazioni del duca di Modena, il colpo era fatto con somma soddisfazione delle due corti; e furonoin conseguenza mandati ordini da Vienna a tutti i comandanti e governatori delle piazze di Toscana e Lombardia, di trattare i sudditi di Modena e Massa-Carrara con ogni sorta di riguardi e di prestar loro tutta l'assistenza possibile sì riguardo al commercio, sì in tutte le altre vertenze od atti giuridici che aver potessero da regolare co' sudditi imperiali d'Italia.Ad onta del trattato d'Aranjuez conchiuso col laudevol motivo di conservare la tranquillità nell'Italia, ad onta delle proteste del duca di Modena di non aver avuto in mira che questo prezioso oggetto nella parentela ed unione contratte con la casa d'Austria, da molti credevasi che totalmente contrarii alle parole potessero seguire gli effetti; le quali speculazioni derivavano originariamente dalla condizione attuale della Spagna e da un avvenimento semplicissimo seguito in Napoli ed in Roma.È noto che dopo la pace di Aquisgrana, la corte di Spagna, a principal cura del marchese dell'Ensenada, andava incarnando alcuni suoi disegni: gli arsenali tutti in continuo movimento poneano la marineria spagnuola in grado di mandar navi in America, altre tenerne in corso contro i barbareschi, ed unire a un bisogno una flotta capace di misurarsi colle potenze d'Europa; cominciavano a prosperare le fabbriche e manifatture nazionali, malgrado i rigori in Olanda ed in Inghilterra usati per vietare ai sudditi loro che, allettati da privilegii e vantaggi singolari, in Ispagna non passassero coll'industria loro e cogl'istrumenti relativi; la nazione, naturalmente proclive all'inerzia ed all'infingardaggine, già destavasi; terre, che da secoli non aveano sentito zappa nè aratro, aprivano il seno alle benefiche ferite, e largamente premiavano gl'insoliti sudori dell'agricoltore novello: si fortificavano le piazze frontiere, ingrandivansi i porti principali, dentro e fuori d'Europa moltiplicavansi i cantieri; introdotti nelle truppe gli esercizii all'uso franzeseo al prussiano; impiegata buona parte de' tesori, dopo la pace del nuovo mondo, a comprar merci da rimandarvi; istituiti grossi banchi nelle principali città commercianti del regno, e sino in Italia, a nome e profitto del regio erario.Cotali vigorose e non mai interrotte operazioni e sollecitudini della corte di Madrid facevano universalmente conghietturare che nudrisse l'idea di turbare la calma d'Europa e dell'Italia in particolare; conghiettura che prese maggior piede quando si seppe che, partita da Cadice una nave, era approdata a Napoli scaricandovi un milione e mezzo di scudi, non mancando chi affermasse, essere la somma destinata a porre il re delle Due Sicilie in istato di aumentare le proprie truppe secondo il disegno tra le due corti fermato. Però gli autori di queste novelle guerriere trovaronsi non poco sconcertati; chè il picciol tesoro americano sbarcato a Napoli, quivi non si fermò, ma sopra cinquanta muli, coperti coll'arme e cogli stemmi della corona di Spagna entrò in Roma, e, depositato nel palazzo Farnese, pochi giorni dopo da quella casa, appartenente al re di Napoli, fu trasportato nel castel Sant'Angelo.Tuttavia non perciò vollero i politici del giorno mutar opinione o linguaggio; pretendevano che fosse destinato a circolare nel commercio sul nuovo banco eretto dal monarca Cattolico in Roma stessa, ed ostinaronsi a sostenere che si avesse poscia ad impiegarlo in acquisti ed usi militari, collocato intanto in sì cospicua fortezza per maggior cautela. Ma la destinazione vera del denaro fu poco stante saputa: passato dal Messico a Cadice, da Cadice a Napoli, e di colà a Roma, apparteneva alla santa Sede, e le fu spedito in forza di un trattato conchiuso tra le due corti, ampliativo del giuspadronato regio sopra i benefizii ecclesiastici della Spagna, e segretissimamente maneggiato.Importava il trattato, diviso in otto articoli: che il re di Spagna ed i suoi successori,oltre la nomina agli arcivescovadi, vescovadi, monasteri e benefizii concistoriali tanto in Europa come nelle Indie, avessero perpetuo il diritto universale di nominare e di presentare indistintamente in tutte le chiese metropolitane, cattedrali, collegiate e diocesi alle dignità maggioripost pontificalem; che i sommi pontefici avessero in perpetuo la libera collazione di cinquantadue benefizii, acciò non mancassero del modo di provvedere e premiare quegli ecclesiastici spagnuoli che meritevoli se ne rendessero per probità e illibatezza di costumi, per letteratura, o per servigii prestati alla santa Sede. E siccome pel padronato e pei diritti ai re di Spagna dalla santa Sede ceduti, e per l'abolizione delle pensioni, la dateria e la cancelleria apostolica restavano prive degli utili provenienti dalle annate, con grave danno dell'erario pontificio, così il re di Spagna fece depositare in Roma un capitale di un milione cento trentatrè mille trecento trenta scudi a libera disposizione del papa, e nel tempo stesso assegnaronsi in Madrid, pur a disposizione di lui e sopra il prodotto della crociata, scudi cinque mila annui per mantenimento e sussistenza de' nunzii apostolici. Con tali esborsi il re di Spagna assodava molto più la sua autorità sopra il clero rendendolo dependente da lui solo nel conseguimento dei benefizii, e poteva quindi sopra i beni ecclesiastici, liberati dalle pensioni e dalle annate, imporre quei pesi che le circostanze dalla sua saviezza esigessero. E la camera apostolica, coi frutti della sopraddetta somma in Roma depositata e coi cinque mila scudi assegnati a Madrid, veniva ad essere risarcita dalle perdite, cui per le fatte concessioni soggiaceva.Altro accidente di quest'anno merita di essere notato.L'infante di Spagna don Luigi, ultimo figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, era stato, in età di 8 anni, creato da Clemente XII cardinale, e poscia fatto anche amministratore delle chiese di Toledoe Siviglia. Ora, giunto ch'ei fu all'età virile, sentì una assoluta ripugnanza a rimanere nello stato ecclesiastico, fattogli abbracciare mentre non era in istato di esaminare e di conoscere la sua vocazione, e comunicata al re Ferdinando VI suo fratello la risoluta sua determinazione di abbandonare cotale istituto di vita, ed approvò questi la risoluzione dell'infante, e spedironsi al cardinale Portocarrero, incaricato degli affari di Spagna alla corte di Roma, istruzioni e plenipotenza per trattarsi la rinuncia di don Luigi al cappello cardinalizio, con una lettera di lui, nella quale spiegava i motivi che a tornarne allo stato secolare lo determinavano.Impreso dal cardinale Portocarrero il maneggio, fu l'affare discusso in una congregazione particolare, tenuta in presenza del pontefice, e si conchiuse che le domande del cardinale infante poteano essere esaudite quanto sia alla rinunzia, ma non riguardo alla pensione di cento cinquanta mila scudi che volea riservarsi sopra le rendite delle due chiese di Toledo e di Siviglia, all'amministrazione delle quali rinunziava. Nullaostante, avendo fatto tacere le ragioni in contrario le fortissime ragioni di Stato e di convenienza nella condizione corrente delle cose che vennero allegate, appoggiato eziandio da esempli precedenti di concessioni consimili, fu risoluto di compiacere in tutto e per tutto la corte di Madrid, ed, unita alla favorevole risposta, le fu spedita la formola, secondo la quale seguir doveva la rinunzia del cardinalato, praticando ciò che stato era osservato nel 1709 col cardinale de Medici. Un concistoro segreto, intimato dal pontefice, approvò poi, lui esponente, quanto era stato fatto, ed il cappello cardinalizio così rinunziato venne, ad istanza del re di Spagna, concesso a don Luigi Ferdinando di Cordova, decano della metropolitana di Toledo, indi arcivescovo.Tutta l'Europa parve allora disposta a considerare questo passaggio dell'infantedallo stato ecclesiastico al secolare, come prodotto da motivo politico. Alle quali supposizioni aggiugneva gran peso il vedere che il re aveva assegnato al principe suo fratello, oltre i cento mila scudi come infante di Spagna ed i cento cinquanta mila di riserva sopra le chiese di Toledo e di Siviglia, altri cinquecento mila come grande ammiraglio di Castiglia. Parlavasi adunque da per tutto, e da per tutto davasi per conchiuso un trattato di matrimonio tra il principe secolarizzato e la principessa Marianna infanta di Portogallo. Ma tale matrimonio, ancorchè allora stato maneggiato, non ebbe effetto, e l'infante più di venti anni dopo sposossi con una dama privata, da cui ebbe prole di ambi i sessi.Altro serio affare, però di natura diversa, ebbe subito dopo a trattare il papa col re delle Due Sicilie, fratello dell'infante sopraddetto. Insorta rissa nel porto di Civitavecchia tra i marinari di un bastimento genovese e le ciurme di alcune tartane di Gaeta, si accesero per tal modo gli animi, che, dalle parole venendo ai fatti, rimasero da ambe le parti uccisi alcuni e moltissimi feriti, nonostante che accorso fosse immantinente il presidio della città a fermare il disordine, che potea divenir generale per la parte che mostrava di prendere la plebe a favore dei Genovesi. Ma avendo la piccola artiglieria ceduto il luogo alla più grossa, fecero le tartane di Gaeta così bene giuocare i cannoni che, presto affondarono il genovese bastimento, e poi, salpate l'ancore, uscirono in alto mare, sebbene, costrette dal tempo burrascoso a tornarne in porto, non ne partissero poi che alquanti giorni dopo.Furono immediatamente chiamati a Roma il governatore della città ed il comandante dell'armi a render conto del fatto e delle direzioni da essi tenute. Niuno domandi però se la repubblica di Genova tardasse molto a chieder giustizia e soddisfazione del torto e dell'insulto fatto alla sua bandiera in un portoamico, ed in pregiudizio della pubblica fede e sicurezza. Quantunque sospesi dalle loro funzioni i due uffiziali superiori di Civitavecchia ed aspramente ripresi in Roma, dov'erano stati richiamati; avendo la repubblica insistito sopra le sue prime rimostranze, fu da Roma stessa espressamente comandato al luogotenente di quella marittima piazza di far levare il timone a qualunque bastimento napolitano entrasse nel suo porto. Ed infatti, essendone comparsi tre da lì a non molto, il luogotenente eseguì appuntino gli ordini che avea dal suo principe ricevuti.Ma la corte di Napoli, la quale al primo avviso dell'accaduto a Civitavecchia avea fatto arrestare i padroni delle tartane rissose, ed ordinatone il processo, sentendo adesso che, per dare soddisfazione a' Genovesi, quella di Roma avea sospeso dall'impiego il governatore della città e fatti pure arrestare i tre navigli napolitani che si è detto, diede suoi ordini perchè si fermassero tutti i bastimenti di bandiera pontifizia nei porti delle Due Sicilie, facendo dal suo ministro in Roma chieder soddisfazione del torto fatto ai legni de' suoi sudditi. Se non che, postosi in trattative l'affare, rimase amichevolmente composto, e dopo reciproche spiegazioni delle tre corti, rimesso, con comune soddisfazione delle medesime, il governatore di Civitavecchia nel suo uffizio.Benedetto XIV fu un pontefice che, mostrando sempre animo veramente sacerdotale, conosceva però egregiamente le differenze dei tempi, e come fosse da concedere alle domande o alle preghiere dei principi tutto ciò che al dogma ed alla sostanza della religione non si appartenesse. Così accomodò egli amichevolmente la vertenza in quest'anno insorta col re di Napoli per la pensione di sei mila scudi concessa al terzogenito di lui sopra il vacante ricchissimo arcivescovato di Montereale in Sicilia; così con fermezza diè termine all'altra sopravvenutacol re stesso, e con quelli di Sardegna e di Polonia riguardo alla promozione al cardinalato dei nunzii pontifizii appo quelle tre corti.Altra occasione ebbe il Lambertini in questo anno di esercitare l'animo suo conciliativo calmando le differenze insorte fra il gran maestro di Malta ed il re delle Due Sicilie. La discordia avea già sparso il suo veleno: i due principi erano in piena rottura, ed il più debole de' due contendenti già ne sentiva i funesti effetti. Ma per ben intendere le cagioni della contesa è giuoco forza farsi dall'origine.Quando l'imperadore Carlo V donò l'isola di Malta a' cavalieri gerosolimitani, da Solimano re de' Turchi stati nel 1323 scacciati dall'isola di Rodi, che aveano per più di due secoli posseduta, vi pose egli la condizione che la tenessero in qualità di feudo dipendente da lui come sovrano delle Due Sicilie; che dovessero pagargli annualmente il giorno di tutti i Santi un falcone; che il vescovato di Malta restasse, qual era, giuspadronato suo e de' suoi successori, sì che, in caso di vacanza della sedia vescovile, il gran maestro avesse a presentargli tre soggetti idonei, tra' quali scegliere il nuovo vescovo.Trascorsi più di due secoli, ne' quali il regno delle Due Sicilie era stato provincia della Spagna, e per un tratto parimente provincia della casa d'Austria, senza che si fosse pensato a far valere quest'ultimo diritto principalmente, stimò il re don Carlo di avere ragioni sufficienti per esercitarlo; quindi ordinando al vescovo di Siracusa, come metropolitano, di passare a Malta e farvi una visita pastorale. Ubbidì il vescovo e mandò innanzi i suoi visitatori; i quali presentatisi sopra un bastimento napolitano a vista dell'isola, non osarono poi di mettervi il piede, per l'opposizione che ragionevolmente previdero di dover incontrare per parte degli abitanti, che, avvisati del motivo della loro comparsa,eransi affollati alla spiaggia, dichiarando sè non soffrire in verun modo che si facesse mai tra di loro una simile visita. Appigliaronsi dunque i visitatori al prudente partito di abbandonar l'isola e tornarne in Sicilia.Il gran maestro della religione stimò bene di dar parte dell'attentato al pontefice non meno che a tutte le altre potenze d'Europa, e nel tempo stesso spedì a Napoli il balì Duegos per esporre a quella corte non contrastarsele il diritto nella sua origine, ma doversi assolutamente riputare, se non estinto e nullo, almeno inefficace e invalido per lungo tratto di tempo in cui rimase disusato. Il pontefice, al primo avviso di cotale differenza, tenne una congregazione di cardinali e prelati, e scrisse al re di Napoli per persuaderlo a desistere da un'impresa ch'egli giudicava inopportuna e senza fondamento. Ma il re, non avendo creduto di condiscendere all'opinione del papa, fece sapere che se continuavasi a ricusare i visitatori che sarebbero mandati a Malta, farebbe sequestrare le rendite delle commende che i cavalieri Gerosolimitani ne' suoi Stati possedevano. Ed il gran maestro dal canto suo dichiarò che, qualora le cose giungessero a tale estremo, egli terrebbesi giustificato di far sequestrare le rendite che godevano in altri Stati i commendatori nati sudditi del re delle Due Sicilie, e richiamò da Napoli il balì Duegos.Sciolto per tal modo ogni trattato, la corte di Napoli, in conseguenza della risoluzione presa di mantenere il vescovo di Siracusa nel gius di far la visita nel vescovato di Malta, colà mandò lo stesso prelato in persona: ma nè il suo viaggio fu più felice di quello dei suoi deputati, avendo dovuto tornarsene addietro senza aver posto piede in terra. Presentatovisi poi una seconda volta, il gran maestro mandogli incontro una barca per avvisarlo, che, persistendo nell'intenzione di scendere a Malta, si sarebbe fatto fuoco sopra il suo vascello per costringerlo adallontanarsi; laonde il vescovo, voltato bordo, tornò alla sua chiesa.Avvisata la corte di Napoli del nuovo rifiuto, mandò ad effetto le sue minaccie: interdisse ogni commercio fra i porti delle Due Sicilie e l'isola di Malta; proibì a' suoi sudditi di colà trasportare derrate o provvisioni di qualunque altro genere; e sequestrò tutte le commende dell'ordine che trovavansi ne' suoi dominii. Il gran maestro, in rappresaglia, dopo ordinato a' sudditi suoi di rivolgersi alla Sardegna ed alle reggenze di Barbaria per le provvisioni che prima traevano dalle Due Sicilie, sequestrò anch'egli le commende che i cavalieri napolitani godevano in altri paesi. Inasprivano gli animi; il commercio s'interrompeva: ed i popoli, vittime innocenti di una discordia che non potea interessarli, ne gemevano al peso. Il Mediterraneo coperto di legni barbareschi; le coste meridionali dell'Italia e le pontifizie in ispezialità, esposte alle piraterie africane, più non vedevano in loro difesa le galee maltesi, ridotte a convertire l'oggetto primario della loro istituzione in quello di procacciar alimenti agli abitatori dell'isola loro.Vero è che il gran maestro erasi rivolto alle corti di Vienna, di Francia, di Spagna e di Portogallo, pregandole d'interporre i loro buoni ufficii in questo affare; ma preoccupate da alcuni riguardi, e specialmente da quello di non pregiudicare alla gloria del re Carlo, intaccando i diritti e le prerogative della sua corona, ristrinsero le sollecitazioni principalmente a far rivocare da Sua Maestà siciliana ii suo decreto, lasciando le cose nello stato in cui erano precedentemente. Non condiscese la corte di Napoli al proposto temperamento; ma, insistendo il pontefice nelle paterne sue istanze presso la medesima, ambe le parti accordaronsi in questo, di rimettere ogni cosa nelle mani del Lambertini. Il quale, come vicario di Gesù Cristo, scrisse di proprio pugno una lettera al re don Carlo, in cui con l'eloquenza che gli era propria, lo pregava diridonare la sua buona grazia alla sacra religione di Malta, ed a non negargli il contento di una favorevole risposta.Don Carlo, che sul trono delle Due Sicilie, come poi su quello di Madrid, presentò alle genti nella sua persona il modello di tutte le virtù, che fu sul soglio reale quale, se nato suddito, avrebbe bramato il proprio sovrano; pieno di umanità e di religione; avverso alle guerre e persuaso che la felicità de' popoli al suo governo affidati non dall'arte dipendesse di sterminare i suoi simili, ma dalla probità, dalla buona fede e dalla purità dei costumi in chi governa; affezionato in particolar modo a Benedetto XIV; don Carlo, ricevuta ch'ebbe la lettera, gli rispose, essersi commosso dalle vivissime istanze di Sua Santità in proposito delle differenze con l'ordine di Malta, sentito disposto ad avere ogni riguardo ad una intercessione cui doveva per tanti titoli riverire; avere perciò dato ordine perchè fosse riaperto il commercio dei suoi Stati coll'isola di Malta, e levato il sequestro de' beni della stessa religione; confidarsi però che, come Sua Santità nella sua lettera lo assicurava, la risoluzione così presa non produrrebbe la benchè minima ombra di pregiudizio a' suoi diritti, ma anzi, all'incontro, quelli che possedea nell'isola e sopra la chiesa di Malta, qualunque fossero, rimarrebbero in tutta la loro forza e in pieno vigore.
Per la stabilità e felice esito del trattato di Madrid, o d'Aranjuez che vogliam dirlo, stipulato nell'anno precedente, occuparonsi seriamente nel principio di quest'anno i ministri delle potenze contraenti onde comporre e terminare le differenze che sussistevano tuttavia intorno alla successione de' beni della famiglia de Medici, de' quali era attualmente in possesso l'imperadore Francesco, come granduca di Toscana. Venne perciò proposto che la Spagna rinunziasse alle sue pretese su questo punto, purchè l'imperadrice regina facesse anch'essa dal canto suo eguale rinunzia per tutte le ragioni che pretendeva di avere sopra i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, dei quali erasi quella sovrana riservato il regresso nel trattato d'Aquisgrana. Due difficoltà però rimanevano a superarsi, l'una col re di Sardegna, con quello di Napoli l'altra; non potendo quel primo, che nel trattato d'Aquisgrana erasi riservato il regresso sulla città e territorio di Piacenza, risolversi a farne la cessione, prima che si fosse trovato il modo di compensarnelo; ed il re di Napoli, facendo tuttavia valere i suoi diritti sui beni allodiali della famiglia de Medici, ai quali non intendevadi avere in alcun modo rinunziato a favore del duca di Lorena, allora imperadore e granduca di Toscana. Non sembrava difficile trovar qualche temperamento onde appianare le difficoltà promosse dal re di Sardegna; ma così non era riguardo a don Carlo re di Napoli, che spedì a Parigi il marchese Caraccioli per impegnare quel gabinetto a sostenere le sue ragioni.
Teneva allora quel gabinetto gli occhi aperti sopra un oggetto di maggiore importanza riguardo alle sorti dell'Italia, cioè sui maneggi alla corte di Vienna impresi dai ministri del duca di Modena. Il conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere del ducato di Milano, vedeva, e forse da gran tempo aveva tra sè e sè meditato, un gran colpo, moltissimo vantaggioso all'imperadrice regina sua sovrana ed alla casa d'Austria, se fosse riuscito a legarla a quella d'Este con vincoli tali, che gli Stati di questa si fossero uniti al milanese ducato. Sortendo buon fine il divisamento del conte Cristiani, la casa d'Austria avrebbe in Italia dominato all'incirca sovra la maggior parte de' paesi che formavano un tempo lo Stato degli antichi re d'Italia, cioè la Toscana, il ducato di Milano, il Modenese, il Mantovano ed una porzione del Monferrato. E la fortuna secondò i disegni del gran cancelliere. Era, ne' primi giorni dell'anno, nato al principe ereditario di Modena un figlio, il quale, assicurando la posterità mascolina dell'estense famiglia, potea, se vissuto fosse, far prendere misure ben diverse da quelle cui miravano gl'impresi maneggi; ma quel figlio, pochi mesi dopo il suo nascimento, morì, e colpo tale conchiuse alla corte di Vienna il negozio giusta l'intendimento de' ministri modenesi.
Fatto pubblico il trattato in cui stipulossi il matrimonio dell'arciduca Leopoldo, allora terzogenito, colla figlia del principe ereditario di Modena, e si dichiararono lo stesso arciduca governatore dello Stato di Milano, ed il duca di Modenaamministratore e capitano generale del medesimo Stato, insieme stabilendo che i presidii delle piazze modenesi dovessero essere formati di truppe austriache, e vicendevolmente le milizie del duca di Modena prendessero posto nelle piazze milanesi; non solo i gabinetti di Francia e di Spagna, ma tutti universalmente rimasero oltremodo maravigliati. Non si lasciò quindi di pubblicare, che il duca di Modena, in questo fatto, oltre all'allontanarsi dai noti principii de' suoi maggiori, unendosi all'Austria in confronto della Francia, aveva operato contro le massime della buona politica, dando mano ad un tanto ragguardevole ingrandimento di Stati e di potenza in Italia alla detta casa d'Austria, il che avrebbe col tempo potuto recare gravissimi pregiudizii alla quiete della penisola.
Procurò il duca di Modena di giustificare il nuovo partito da lui preso, facendo da' suoi ministri dichiarare alle corti straniere, averlo gl'interessi del suo ducale casato costretto a trattare colla corte di Vienna; essere scopo principale cui proponevasi quello di provvedere alla tranquillità de' suoi Stati, in caso che venisse ad estinguersi la sua linea mascolina; aver parimente in mira il mantenimento della pace d'Italia, e la necessità di prevenire le turbolenze che potessero insorgere in proposito della successione agli Stati della casa d'Este; lusingarsi lui finalmente che siccome gl'impegni per esso incontrati non recavano danno ad alcuno, nissuna potenza volesse adombrarne, e quelle che considerassero la cosa imparzialmente, convenissero nulla esservi che conforme non fosse all'interesse d'Italia in generale e alle ragioni di convenienza che tenere doveano i principi di questa parte dell'Europa svegliati per allontanare dagli Stati loro ogni occasione di turbolenze.
Qualunque interpretazione dar si volesse a cotali dichiarazioni del duca di Modena, il colpo era fatto con somma soddisfazione delle due corti; e furonoin conseguenza mandati ordini da Vienna a tutti i comandanti e governatori delle piazze di Toscana e Lombardia, di trattare i sudditi di Modena e Massa-Carrara con ogni sorta di riguardi e di prestar loro tutta l'assistenza possibile sì riguardo al commercio, sì in tutte le altre vertenze od atti giuridici che aver potessero da regolare co' sudditi imperiali d'Italia.
Ad onta del trattato d'Aranjuez conchiuso col laudevol motivo di conservare la tranquillità nell'Italia, ad onta delle proteste del duca di Modena di non aver avuto in mira che questo prezioso oggetto nella parentela ed unione contratte con la casa d'Austria, da molti credevasi che totalmente contrarii alle parole potessero seguire gli effetti; le quali speculazioni derivavano originariamente dalla condizione attuale della Spagna e da un avvenimento semplicissimo seguito in Napoli ed in Roma.
È noto che dopo la pace di Aquisgrana, la corte di Spagna, a principal cura del marchese dell'Ensenada, andava incarnando alcuni suoi disegni: gli arsenali tutti in continuo movimento poneano la marineria spagnuola in grado di mandar navi in America, altre tenerne in corso contro i barbareschi, ed unire a un bisogno una flotta capace di misurarsi colle potenze d'Europa; cominciavano a prosperare le fabbriche e manifatture nazionali, malgrado i rigori in Olanda ed in Inghilterra usati per vietare ai sudditi loro che, allettati da privilegii e vantaggi singolari, in Ispagna non passassero coll'industria loro e cogl'istrumenti relativi; la nazione, naturalmente proclive all'inerzia ed all'infingardaggine, già destavasi; terre, che da secoli non aveano sentito zappa nè aratro, aprivano il seno alle benefiche ferite, e largamente premiavano gl'insoliti sudori dell'agricoltore novello: si fortificavano le piazze frontiere, ingrandivansi i porti principali, dentro e fuori d'Europa moltiplicavansi i cantieri; introdotti nelle truppe gli esercizii all'uso franzeseo al prussiano; impiegata buona parte de' tesori, dopo la pace del nuovo mondo, a comprar merci da rimandarvi; istituiti grossi banchi nelle principali città commercianti del regno, e sino in Italia, a nome e profitto del regio erario.
Cotali vigorose e non mai interrotte operazioni e sollecitudini della corte di Madrid facevano universalmente conghietturare che nudrisse l'idea di turbare la calma d'Europa e dell'Italia in particolare; conghiettura che prese maggior piede quando si seppe che, partita da Cadice una nave, era approdata a Napoli scaricandovi un milione e mezzo di scudi, non mancando chi affermasse, essere la somma destinata a porre il re delle Due Sicilie in istato di aumentare le proprie truppe secondo il disegno tra le due corti fermato. Però gli autori di queste novelle guerriere trovaronsi non poco sconcertati; chè il picciol tesoro americano sbarcato a Napoli, quivi non si fermò, ma sopra cinquanta muli, coperti coll'arme e cogli stemmi della corona di Spagna entrò in Roma, e, depositato nel palazzo Farnese, pochi giorni dopo da quella casa, appartenente al re di Napoli, fu trasportato nel castel Sant'Angelo.
Tuttavia non perciò vollero i politici del giorno mutar opinione o linguaggio; pretendevano che fosse destinato a circolare nel commercio sul nuovo banco eretto dal monarca Cattolico in Roma stessa, ed ostinaronsi a sostenere che si avesse poscia ad impiegarlo in acquisti ed usi militari, collocato intanto in sì cospicua fortezza per maggior cautela. Ma la destinazione vera del denaro fu poco stante saputa: passato dal Messico a Cadice, da Cadice a Napoli, e di colà a Roma, apparteneva alla santa Sede, e le fu spedito in forza di un trattato conchiuso tra le due corti, ampliativo del giuspadronato regio sopra i benefizii ecclesiastici della Spagna, e segretissimamente maneggiato.
Importava il trattato, diviso in otto articoli: che il re di Spagna ed i suoi successori,oltre la nomina agli arcivescovadi, vescovadi, monasteri e benefizii concistoriali tanto in Europa come nelle Indie, avessero perpetuo il diritto universale di nominare e di presentare indistintamente in tutte le chiese metropolitane, cattedrali, collegiate e diocesi alle dignità maggioripost pontificalem; che i sommi pontefici avessero in perpetuo la libera collazione di cinquantadue benefizii, acciò non mancassero del modo di provvedere e premiare quegli ecclesiastici spagnuoli che meritevoli se ne rendessero per probità e illibatezza di costumi, per letteratura, o per servigii prestati alla santa Sede. E siccome pel padronato e pei diritti ai re di Spagna dalla santa Sede ceduti, e per l'abolizione delle pensioni, la dateria e la cancelleria apostolica restavano prive degli utili provenienti dalle annate, con grave danno dell'erario pontificio, così il re di Spagna fece depositare in Roma un capitale di un milione cento trentatrè mille trecento trenta scudi a libera disposizione del papa, e nel tempo stesso assegnaronsi in Madrid, pur a disposizione di lui e sopra il prodotto della crociata, scudi cinque mila annui per mantenimento e sussistenza de' nunzii apostolici. Con tali esborsi il re di Spagna assodava molto più la sua autorità sopra il clero rendendolo dependente da lui solo nel conseguimento dei benefizii, e poteva quindi sopra i beni ecclesiastici, liberati dalle pensioni e dalle annate, imporre quei pesi che le circostanze dalla sua saviezza esigessero. E la camera apostolica, coi frutti della sopraddetta somma in Roma depositata e coi cinque mila scudi assegnati a Madrid, veniva ad essere risarcita dalle perdite, cui per le fatte concessioni soggiaceva.
Altro accidente di quest'anno merita di essere notato.
L'infante di Spagna don Luigi, ultimo figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, era stato, in età di 8 anni, creato da Clemente XII cardinale, e poscia fatto anche amministratore delle chiese di Toledoe Siviglia. Ora, giunto ch'ei fu all'età virile, sentì una assoluta ripugnanza a rimanere nello stato ecclesiastico, fattogli abbracciare mentre non era in istato di esaminare e di conoscere la sua vocazione, e comunicata al re Ferdinando VI suo fratello la risoluta sua determinazione di abbandonare cotale istituto di vita, ed approvò questi la risoluzione dell'infante, e spedironsi al cardinale Portocarrero, incaricato degli affari di Spagna alla corte di Roma, istruzioni e plenipotenza per trattarsi la rinuncia di don Luigi al cappello cardinalizio, con una lettera di lui, nella quale spiegava i motivi che a tornarne allo stato secolare lo determinavano.
Impreso dal cardinale Portocarrero il maneggio, fu l'affare discusso in una congregazione particolare, tenuta in presenza del pontefice, e si conchiuse che le domande del cardinale infante poteano essere esaudite quanto sia alla rinunzia, ma non riguardo alla pensione di cento cinquanta mila scudi che volea riservarsi sopra le rendite delle due chiese di Toledo e di Siviglia, all'amministrazione delle quali rinunziava. Nullaostante, avendo fatto tacere le ragioni in contrario le fortissime ragioni di Stato e di convenienza nella condizione corrente delle cose che vennero allegate, appoggiato eziandio da esempli precedenti di concessioni consimili, fu risoluto di compiacere in tutto e per tutto la corte di Madrid, ed, unita alla favorevole risposta, le fu spedita la formola, secondo la quale seguir doveva la rinunzia del cardinalato, praticando ciò che stato era osservato nel 1709 col cardinale de Medici. Un concistoro segreto, intimato dal pontefice, approvò poi, lui esponente, quanto era stato fatto, ed il cappello cardinalizio così rinunziato venne, ad istanza del re di Spagna, concesso a don Luigi Ferdinando di Cordova, decano della metropolitana di Toledo, indi arcivescovo.
Tutta l'Europa parve allora disposta a considerare questo passaggio dell'infantedallo stato ecclesiastico al secolare, come prodotto da motivo politico. Alle quali supposizioni aggiugneva gran peso il vedere che il re aveva assegnato al principe suo fratello, oltre i cento mila scudi come infante di Spagna ed i cento cinquanta mila di riserva sopra le chiese di Toledo e di Siviglia, altri cinquecento mila come grande ammiraglio di Castiglia. Parlavasi adunque da per tutto, e da per tutto davasi per conchiuso un trattato di matrimonio tra il principe secolarizzato e la principessa Marianna infanta di Portogallo. Ma tale matrimonio, ancorchè allora stato maneggiato, non ebbe effetto, e l'infante più di venti anni dopo sposossi con una dama privata, da cui ebbe prole di ambi i sessi.
Altro serio affare, però di natura diversa, ebbe subito dopo a trattare il papa col re delle Due Sicilie, fratello dell'infante sopraddetto. Insorta rissa nel porto di Civitavecchia tra i marinari di un bastimento genovese e le ciurme di alcune tartane di Gaeta, si accesero per tal modo gli animi, che, dalle parole venendo ai fatti, rimasero da ambe le parti uccisi alcuni e moltissimi feriti, nonostante che accorso fosse immantinente il presidio della città a fermare il disordine, che potea divenir generale per la parte che mostrava di prendere la plebe a favore dei Genovesi. Ma avendo la piccola artiglieria ceduto il luogo alla più grossa, fecero le tartane di Gaeta così bene giuocare i cannoni che, presto affondarono il genovese bastimento, e poi, salpate l'ancore, uscirono in alto mare, sebbene, costrette dal tempo burrascoso a tornarne in porto, non ne partissero poi che alquanti giorni dopo.
Furono immediatamente chiamati a Roma il governatore della città ed il comandante dell'armi a render conto del fatto e delle direzioni da essi tenute. Niuno domandi però se la repubblica di Genova tardasse molto a chieder giustizia e soddisfazione del torto e dell'insulto fatto alla sua bandiera in un portoamico, ed in pregiudizio della pubblica fede e sicurezza. Quantunque sospesi dalle loro funzioni i due uffiziali superiori di Civitavecchia ed aspramente ripresi in Roma, dov'erano stati richiamati; avendo la repubblica insistito sopra le sue prime rimostranze, fu da Roma stessa espressamente comandato al luogotenente di quella marittima piazza di far levare il timone a qualunque bastimento napolitano entrasse nel suo porto. Ed infatti, essendone comparsi tre da lì a non molto, il luogotenente eseguì appuntino gli ordini che avea dal suo principe ricevuti.
Ma la corte di Napoli, la quale al primo avviso dell'accaduto a Civitavecchia avea fatto arrestare i padroni delle tartane rissose, ed ordinatone il processo, sentendo adesso che, per dare soddisfazione a' Genovesi, quella di Roma avea sospeso dall'impiego il governatore della città e fatti pure arrestare i tre navigli napolitani che si è detto, diede suoi ordini perchè si fermassero tutti i bastimenti di bandiera pontifizia nei porti delle Due Sicilie, facendo dal suo ministro in Roma chieder soddisfazione del torto fatto ai legni de' suoi sudditi. Se non che, postosi in trattative l'affare, rimase amichevolmente composto, e dopo reciproche spiegazioni delle tre corti, rimesso, con comune soddisfazione delle medesime, il governatore di Civitavecchia nel suo uffizio.
Benedetto XIV fu un pontefice che, mostrando sempre animo veramente sacerdotale, conosceva però egregiamente le differenze dei tempi, e come fosse da concedere alle domande o alle preghiere dei principi tutto ciò che al dogma ed alla sostanza della religione non si appartenesse. Così accomodò egli amichevolmente la vertenza in quest'anno insorta col re di Napoli per la pensione di sei mila scudi concessa al terzogenito di lui sopra il vacante ricchissimo arcivescovato di Montereale in Sicilia; così con fermezza diè termine all'altra sopravvenutacol re stesso, e con quelli di Sardegna e di Polonia riguardo alla promozione al cardinalato dei nunzii pontifizii appo quelle tre corti.
Altra occasione ebbe il Lambertini in questo anno di esercitare l'animo suo conciliativo calmando le differenze insorte fra il gran maestro di Malta ed il re delle Due Sicilie. La discordia avea già sparso il suo veleno: i due principi erano in piena rottura, ed il più debole de' due contendenti già ne sentiva i funesti effetti. Ma per ben intendere le cagioni della contesa è giuoco forza farsi dall'origine.
Quando l'imperadore Carlo V donò l'isola di Malta a' cavalieri gerosolimitani, da Solimano re de' Turchi stati nel 1323 scacciati dall'isola di Rodi, che aveano per più di due secoli posseduta, vi pose egli la condizione che la tenessero in qualità di feudo dipendente da lui come sovrano delle Due Sicilie; che dovessero pagargli annualmente il giorno di tutti i Santi un falcone; che il vescovato di Malta restasse, qual era, giuspadronato suo e de' suoi successori, sì che, in caso di vacanza della sedia vescovile, il gran maestro avesse a presentargli tre soggetti idonei, tra' quali scegliere il nuovo vescovo.
Trascorsi più di due secoli, ne' quali il regno delle Due Sicilie era stato provincia della Spagna, e per un tratto parimente provincia della casa d'Austria, senza che si fosse pensato a far valere quest'ultimo diritto principalmente, stimò il re don Carlo di avere ragioni sufficienti per esercitarlo; quindi ordinando al vescovo di Siracusa, come metropolitano, di passare a Malta e farvi una visita pastorale. Ubbidì il vescovo e mandò innanzi i suoi visitatori; i quali presentatisi sopra un bastimento napolitano a vista dell'isola, non osarono poi di mettervi il piede, per l'opposizione che ragionevolmente previdero di dover incontrare per parte degli abitanti, che, avvisati del motivo della loro comparsa,eransi affollati alla spiaggia, dichiarando sè non soffrire in verun modo che si facesse mai tra di loro una simile visita. Appigliaronsi dunque i visitatori al prudente partito di abbandonar l'isola e tornarne in Sicilia.
Il gran maestro della religione stimò bene di dar parte dell'attentato al pontefice non meno che a tutte le altre potenze d'Europa, e nel tempo stesso spedì a Napoli il balì Duegos per esporre a quella corte non contrastarsele il diritto nella sua origine, ma doversi assolutamente riputare, se non estinto e nullo, almeno inefficace e invalido per lungo tratto di tempo in cui rimase disusato. Il pontefice, al primo avviso di cotale differenza, tenne una congregazione di cardinali e prelati, e scrisse al re di Napoli per persuaderlo a desistere da un'impresa ch'egli giudicava inopportuna e senza fondamento. Ma il re, non avendo creduto di condiscendere all'opinione del papa, fece sapere che se continuavasi a ricusare i visitatori che sarebbero mandati a Malta, farebbe sequestrare le rendite delle commende che i cavalieri Gerosolimitani ne' suoi Stati possedevano. Ed il gran maestro dal canto suo dichiarò che, qualora le cose giungessero a tale estremo, egli terrebbesi giustificato di far sequestrare le rendite che godevano in altri Stati i commendatori nati sudditi del re delle Due Sicilie, e richiamò da Napoli il balì Duegos.
Sciolto per tal modo ogni trattato, la corte di Napoli, in conseguenza della risoluzione presa di mantenere il vescovo di Siracusa nel gius di far la visita nel vescovato di Malta, colà mandò lo stesso prelato in persona: ma nè il suo viaggio fu più felice di quello dei suoi deputati, avendo dovuto tornarsene addietro senza aver posto piede in terra. Presentatovisi poi una seconda volta, il gran maestro mandogli incontro una barca per avvisarlo, che, persistendo nell'intenzione di scendere a Malta, si sarebbe fatto fuoco sopra il suo vascello per costringerlo adallontanarsi; laonde il vescovo, voltato bordo, tornò alla sua chiesa.
Avvisata la corte di Napoli del nuovo rifiuto, mandò ad effetto le sue minaccie: interdisse ogni commercio fra i porti delle Due Sicilie e l'isola di Malta; proibì a' suoi sudditi di colà trasportare derrate o provvisioni di qualunque altro genere; e sequestrò tutte le commende dell'ordine che trovavansi ne' suoi dominii. Il gran maestro, in rappresaglia, dopo ordinato a' sudditi suoi di rivolgersi alla Sardegna ed alle reggenze di Barbaria per le provvisioni che prima traevano dalle Due Sicilie, sequestrò anch'egli le commende che i cavalieri napolitani godevano in altri paesi. Inasprivano gli animi; il commercio s'interrompeva: ed i popoli, vittime innocenti di una discordia che non potea interessarli, ne gemevano al peso. Il Mediterraneo coperto di legni barbareschi; le coste meridionali dell'Italia e le pontifizie in ispezialità, esposte alle piraterie africane, più non vedevano in loro difesa le galee maltesi, ridotte a convertire l'oggetto primario della loro istituzione in quello di procacciar alimenti agli abitatori dell'isola loro.
Vero è che il gran maestro erasi rivolto alle corti di Vienna, di Francia, di Spagna e di Portogallo, pregandole d'interporre i loro buoni ufficii in questo affare; ma preoccupate da alcuni riguardi, e specialmente da quello di non pregiudicare alla gloria del re Carlo, intaccando i diritti e le prerogative della sua corona, ristrinsero le sollecitazioni principalmente a far rivocare da Sua Maestà siciliana ii suo decreto, lasciando le cose nello stato in cui erano precedentemente. Non condiscese la corte di Napoli al proposto temperamento; ma, insistendo il pontefice nelle paterne sue istanze presso la medesima, ambe le parti accordaronsi in questo, di rimettere ogni cosa nelle mani del Lambertini. Il quale, come vicario di Gesù Cristo, scrisse di proprio pugno una lettera al re don Carlo, in cui con l'eloquenza che gli era propria, lo pregava diridonare la sua buona grazia alla sacra religione di Malta, ed a non negargli il contento di una favorevole risposta.
Don Carlo, che sul trono delle Due Sicilie, come poi su quello di Madrid, presentò alle genti nella sua persona il modello di tutte le virtù, che fu sul soglio reale quale, se nato suddito, avrebbe bramato il proprio sovrano; pieno di umanità e di religione; avverso alle guerre e persuaso che la felicità de' popoli al suo governo affidati non dall'arte dipendesse di sterminare i suoi simili, ma dalla probità, dalla buona fede e dalla purità dei costumi in chi governa; affezionato in particolar modo a Benedetto XIV; don Carlo, ricevuta ch'ebbe la lettera, gli rispose, essersi commosso dalle vivissime istanze di Sua Santità in proposito delle differenze con l'ordine di Malta, sentito disposto ad avere ogni riguardo ad una intercessione cui doveva per tanti titoli riverire; avere perciò dato ordine perchè fosse riaperto il commercio dei suoi Stati coll'isola di Malta, e levato il sequestro de' beni della stessa religione; confidarsi però che, come Sua Santità nella sua lettera lo assicurava, la risoluzione così presa non produrrebbe la benchè minima ombra di pregiudizio a' suoi diritti, ma anzi, all'incontro, quelli che possedea nell'isola e sopra la chiesa di Malta, qualunque fossero, rimarrebbero in tutta la loro forza e in pieno vigore.