MDCCLVIIAnno diCristoMDCCLVII. IndizioneV.BenedettoXIV papa 18.FrancescoI imperadore 13.La compagnia volontaria da Pasquale Paoli novellamente istituita in Corsica a premio de' più meritevoli non ebbe ad aspettare molto per mettere alla prova il suo valore, e, giustificando la scelta fatta dei membri, accrescere la speranza del capitan generale; imperocchè si pose egli tantosto con essa all'impresa di espugnare la torre di San Pellegrino custodita da' Genovesi, posto d'importanza e vantaggioso a chi ne fosse signore. Un ingegnere svizzero diresse le operazioni dell'assedio, le quali riducevansi a far salire chetamente un soldato alla porta della torre per farvi un'apertura tale che vi potesse passare un uomo armato, e quindi sorprendere d'improvviso il custode dell'armi e della munizione. La cosa o male intesa o male eseguita non riuscì, quantunque i Corsi con tanto silenzio e precauzione si fossero appropinquati alla torre che i difensori non se ne erano accorti per niente. Il soldato, che dovea far l'apertura nella porta, cadde. I Corsi, invece di rifarsi da capo allo esperimento, o di dare un improvviso assalto, perdettero inutilmente molto tempo, che diede campo al presidio di dare all'armi e far piovere sopra gli assalitori le palle. Costretti quelli a ritirarsi, determinaronsi ad un assedio formale e ad obbligare i difensori ad arrendersi almeno per la fame. Nè tardando questa molto a farsi sentire, fu proposta la resa mediante un'onesta capitolazione. Ma Venturini, un capo corso, si fece a gridare non voler capitolazioni, ma o che ilpresidio si rendesse a discrezione, o altrimenti sarebbe presa per assalto e colla forza dell'armi. Questa ostinazione fu salute degli assediati. Concorse in questi momenti due galee genovesi con altri legni minori, obbligarono i Corsi alla ritirata, colla perdita di molti di loro, tra i quali uno de' nuovi cavalieri.Intanto il marchese Doria, commissario alla Bastia, ordinò in nome della repubblica che nissun paesano si avvicinasse a quella città , ordine che fece ripetere dagli altri commissarii e comandanti genovesi che si trovavano nell'isola, e ad esecuzione del quale formò un campo volante, che dovea arrestare tutti i Corsi trasgressori. Ed all'opposto, Paoli ed il supremo consiglio di Stato corso proibirono a tutti i nazionali di avere alcuna corrispondenza colle città e coi luoghi governati dai Genovesi, e molto più di trasportarvi vettovaglie di qualunque sorta, al campo volante del commissario, contrapponendo un altro campo consimile, per tener in dovere chiunque avesse ardito d'infrangere le loro prescrizioni. La quale rigorosa misura sortì l'inevitabile suo effetto; cominciò a farsi sentire la carestia così vivamente alla Bastia, che il marchese Doria alle calde istanze degli abitanti dovette rivocare i suoi divieti, e lasciar che la città si provvedesse di viveri come meglio potesse.Siccome la fama così altamente parlò di Pasquale Paoli, uomo che tanto fece per la libertà della sua patria e che, se una forza sopravanzante non si opponeva, avrebbe fondato nella natia isola una repubblica a guisa di quella d'Olanda, pensiero che girava a quei tempi nella mente degli uomini, non sarebbe fatica perduta lo spaziare alquanto sulla sua vita, costumi, desiderii ed opere. In picciole scene, sono non di rado grandi esempii. Se non cito ci stringono i limiti a queste carte imposti e ne fanno la legge di toccare sol di volo e per sommi capi l'alto subbietto.Oppressi gli emuli e date di sè medesimofelici speranze, Paoli, se avuto avesse la smania di tanti che abusano della confidenza che in loro collocano i popoli, avrebbe potuto fare i Corsi servi e porre sè in cima di tutti. Ma prevalse in lui un pio desiderio e si diè a battere altra strada.A' tempi del generoso uomo, i Corsi distinsero per suo consiglio l'autorità pubblica in tre potestà ; la legislativa, la esecutiva e la giudiziale. Sedeva la prima nel parlamento, o, come la chiamavano, laconsulta generale, che rappresentava l'intero corpo della nazione, e la componevano circa cinquecento membri, denominatiprocuratori, ed eletti parte dal popolo, parte dal clero sì secolare che regolare. I procuratori in consulta adunati avevano la facoltà di fare e di annullare leggi e di stanziare la somma annua da potersi spendere per lo Stato. Ed oltre alle leggi facevano certi magistrati, di due ordini, uno giudiziale, l'altro esecutivo, cioè un ministro di giustizia per ciascuna delle nove provincie della Corsica, e nove membri del supremo governo esecutivo, uno pure per ciascuna provincia.Il supremo governo esecutivo, cui chiamavano eziandio supremo magistrato, o supremo consiglio, composto, come abbiam veduto, di nove membri o consiglieri, aveva per presidente il generale Paoli, dalla consulta a quella maggioranza eletto. Avevano questi consiglieri diritto d'intervenire alla consulta, e di proporre per bocca del presidente di lei quanto loro paresse giusto, o necessario, o conveniente.Paoli aveva titolo digenerale del regno e capo del magistrato supremo di Corsica. Nelle sessioni, sedeva sotto un baldacchino coi consiglieri in qualche distanza da lui. La sua tavola ed il mantenimento dalla casa erano a spese della nazione, senza limitazione alcuna di somma, lasciandosi interamente, perchè potesse tener grado, lo spendere a sua discrezione. Poteva disporre del denaro pubblico come gli pareva più spediente, purchè non oltrepassasse la somma fissata dalla consulta. Grande era la sua autorità ,e forse eccessiva, se le contingenze del tempo, e le turbate e incerte cose della Corsica non la scusassero; imperciocchè per la milizia e pel mare godeva di una potestà assoluta, e per tali faccende non era nemmeno obbligato di domandar il parere dei consiglieri; e quando spontaneamente il domandava, la loro voce si aveva solamente per consultiva, non per giudicativa. Poteva trattare con qualunque potenza di pace, di guerra, o di alleanza, ma non concludere senza l'assenso dei consiglieri, avendo in tutti questi casi un solo voto come gli altri, con questa eccezione però che nei casi di vita o di morte, se si trattasse di condannare, avesse un voto solo, se di assolvere, due.Aveva intorno per la guardia del suo corpo circa ottanta soldati, i quali per ordine espresso della consulta il dovevano accompagnare ogni qualvolta che in cospetto del pubblico o per ufficio o per altra causa comparisse. I funesti casi di Sampiero e Giampiero, ed altri tentativi di assassinio fatti contro di Paoli stesso, a tale deliberazione avevano sforzato la consulta. Ma ciò egli detestava come segno di tirannide, affermando e protestando volerne veder la fine tosto che la Corsica un volto genovese più non vedesse. Nella sua anticamera, nè nella camera, nemmeno di notte, nessuna guardia di uomo voleva; ma era meglio e più fedelmente custodito che da uomini. Sei grossi cani corsi stavano sempre, terribili custodi, alla porta dell'anticamera, e nella camera stessa. Con lui dormivano, con lui vegliavano, e se alcuno di notte a lui accostato si fosse, in mal punto venuto vi sarebbe; perciocchè sarebbe stato incontanente da quelle orrende bocche lacerato a pezzi. Molto Paoli gli accarezzava, ed essi il conoscevano e l'amavano, e ad ogni suo cenno pronti l'obbedivano: dolcezza e ferità in loro si accoppiavano. Trovo scritto, seguita a dire uno storico famoso, che per tal costume Paoli ritraesse dell'antico; così, al dir d'Omero e di Virgilio, Patroclo, Telemaco ed Evandroavevano i loro cani; al dire degli storici, Siface i suoi.Era stabilito per legge della consulta sotto pene gravissime che nessuno parlasse o scrivesse contro il supremo consiglio, meno ancora contro il generale, credendo quegli uomini gelosissimi la libertà delle lingue e delle penne un veleno pestifero.Quanto alla potestà giudiziale, abbiamo veduto come i procuratori delle province eleggessero un ministro per provincia, al quale si dovea ricorrere nei casi di maggiore importanza, quelli di poco momento essendo giudicati da' giudici o podestà di ciascuna città o aggregazione di villaggi. Questi ministri potevano condannare a multe ed anche a pene corporali; e fu loro eziandio data autorità sopra il sangue; ma quando ne usavano, erano in obbligo di mandare il processo al supremo governo che confermava o annullava la sentenza.Crearono poi pei giudizii delle cause civili, il cui importare oltrepassasse cinquanta lire, imperciocchè sotto di questa somma le sentenze de' ministri sopraddetti erano terminative, una ruota composta di tre legisti, la quale sempre doveva fare la sua residenza nella città di Corte. Da questa ruota vi era appellazione al supremo consiglio, ma solamente quando constava che alcuno fosse stato molto aggravato.Questi ordini giudiziali non erano certamente perfetti, ed ancora li bruttava l'infame uso della tortura. Ma intenzione del generale era di perfezionarli col tempo.I comuni si regolavano per gli uffiziali municipali, e li chiamavano padri del comune. Erano eletti dai padri o capi di famiglia.Le cause ecclesiastiche si agitavano nel tribunale del vicario apostolico mandato dal papa, con autorità universale, e dalle sue sentenze si appellava alla corte di Roma.Paoli sentiva dell'ignoranza de' suoi compatrioti dolore acerbissimo: nissunmezzo più acconcio vedeva per dirozzare, ingentilire ed appiacevolire la nazione, di quello d'illuminare gl'intelletti ed informare gli animi co' buoni esempii. In ciò non concordava con Rousseau, cui aveva chiamato per dar leggi all'isola; imperocchè, come ad ognuno è noto, il filosofo di Ginevra credeva che il ben essere non potesse consistere che con una certa ruvidezza di costumi, e di ciò in Corsica ne era dovizia. Perciò giva predicando che fra tutti i popoli Europei i soli Corsi erano capaci di buone leggi. «Ma qui cade in acconcio, dice il più volte lodato storico, l'antico proverbio, che se l'ignoranza è vizio, il troppo sapere è parimente vizio, ed in questo, come in ogni altra cosa, ogni bene sta nel mezzo. Non dico già che il gran sapere sia vizio, in un individuo, poichè anzi è un pregio eccelso e sommamente da lodarsi, ma solamente dico, che il sapere più che al popolo si appartiene, sparso generalmente in una nazione, è vizio e cosa da fuggirsi, perchè non può essere compiuto in ognuno, e il ciel liberi gli Stati dall'essere in mano dei semidotti! Il perfetto sapere dà la modestia e la ritiratezza, l'imperfetto la superbia, l'impertinenza e l'ambizione.»Paoli mosse, ed i supremi magistrati consentirono, che nella città di Corte si fondasse una università degli studii, a cui concorrendo i giovani Corsi, s'imbevessero di quanto più dirozza ed imbuonisce l'uomo. Ciò successe nel 1764. Ottima disciplina ordinossi pel nascente studio, esami settimanali, esami annuali; lodi e premi e corone, forti stimoli a giovani intelletti. I professori, stipendiati dalla nazione, insegnavano gratuitamente. La novità del caso, quel cibo tanto gradito, quanto per la prima volta offerto e gustato, la naturale attitudine per le scienze e per le lettere degl'ingegni corsi, i conforti e gl'incoraggiamenti del Paoli, uomo tenuto in tanta venerazione dalla gioventù, partorivano effetti mirabili.Queste cose faceva il benevolo reggitore della Corsica fra mezzo i furori della guerra e l'incertezza del destino futuro della sua patria.Importava massimamente a Paoli la cura della guerra e degli esercizii militari. Contuttociò egli andava pensando come avvezzar potesse i suoi compatriotti alle opere di agricoltura, cui per lungo uso ripugnavano. Gli andava dunque invitando alle rurali fatiche, accarezzava chi vi si dava, premiava chi vi profittava, a poco a poco altro aspetto vestiva la Corsica infelice, la smossa terra rendeva l'odore delle fortunate radici, vedevasi sui campi, cosa insolita per lo innanzi, le marre mescolatamente colle spade.Giovine e, per così dire, fanciulla era a quei dì la Corsica per la capacità del governare le faccende dello Stato: bisogno ancora aveva di tutela. Ad ogni ora domandavano a Paoli consiglio di quanto avessero a farsi e per le cose e per le persone: rispondeva:Fate voi altri, nominate voi altri. Così gli avvezzava.Squallida l'isola per la guerra, squallida per la povertà . «La patria, il generale diceva, è il corpo della Sunamitide, noi e i magistrati il profeta Eliseo, che, occhi ad occhi, bocca a bocca sopra di lui distesi, opera facciamo di rianimarlo: già comincia a muoversi, già riprende calore e vita, e se il tempo e Iddio ci aiutano, presto vedremo non solo la quiete e l'ordine, ma ancora le scienze e le arti. La Corsica accomodatamente consuonerà colla civile Sicilia, nè indarno la natura ci avrà sotto di questo propizio cielo posti.»Fiera e grande anima aveva; l'indipendenza della patria svisceratamente amava. La più gradita lettura che avesse era quella del libro de' Maccabei: Antioco ed i Romani gli passavano per la mente. Niuna parola più odiava che quella di ribelli applicata ai Corsi. Paoli aveva il volto per l'ordinario assai placido e dolce, e così pure il costume, ma quando udiva dar del ribello ai Corsi, di tali ferociforme le sue fattezze si vestivano, che la corsa natura pienamente in lui si disvelava. Più amava Temistocle che Demostene, perchè questi parlava, quegli faceva. Di gran lunga anteponeva Penn, legislatore della Pensilvania, ad Alessandro Magno, conquistatore dell'Asia, quello per aver fondato uno stato felice e tranquillo, questo per aver martirizzato mezzo un mondo. La voce di Paoli era potentissima sui cuori di Corsica, nè di altro egli aveva bisogno che di lei per disporgli a seguitare la sua volontà e a spingergli ai più pericolosi fatti. Alla guerra, da lui chiamati, andavano spontaneamente. Servivano senza paga, salvo le guardie del generale e quei che erano di presidio nelle fortezze.Paoli poteva congregare ad un bisogno trenta mila armati, vale a dire, quasi la quinta parte di tutta la popolazione. E non avea bisogno di far magazzini per somministrare le vettovaglie all'esercito, posciachè in ogni luogo erano preste o portate dai guerrieri andati in campo. Ogni cosa portava all'entusiasmo: l'odio, l'amore; gli usi antichi, il rispetto verso il generale. «L'esser ferito, scrive un anonimo, è stimato onor grande, onor maggiore perdere i propri figli al servigio del pubblico.... il pensiere dello arrendersi è peggiore della morte. Pochi anni fa, un Corso stava guardando dalla sua finestra e vide alcuni suoi paesani arrendersi ai Genovesi. Questo fece in lui una impressione tale, che risolvette di non uscire mai più di casa; ed alla sua morte che succedette quattro anni dopo, lasciò ordini positivi, che il suo cadavere fosse sepolto fuori della vista della città .»Tali erano gli uomini di Corsica.Molto opportunamente il fervore degli spiriti suppliva alle esigenze dello Stato. In paese per sè non ricco, e fatto povero dai tumulti e dalla guerra, le rendite pubbliche erano di poca importanza. Tutte le gravezze insieme fra tasse e dazii non gettavano un mezzo milione di lire.Le donne di Corsica somigliavano gli uomini; oltre la dura e faticosa vita, a cui erano da mariti astrette, la patria amavano; gli ornamenti loro, i figliuoli; i lor passatempi, le fatiche.Nel rimanente d'Italia tutto in questo anno fu pace; ma se la guerra non ne devastò le belle provincie, non andò per altro esente da altre disgrazie e calamità , che appunto in questi giorni funestarono una gran parte della superficie del globo. Senza dire di quelle due bocche infernali che, a vomitare torrenti di fuoco, spalancaronsi nell'estremità orientale d'Italia; un elemento affatto contrario portò le sue devastazioni in un'altra parte quasi diametralmente opposta. La città di Verona contò in ogni tempo l'Adige come il padre delle sue ricchezze ed insieme quale istrumento delle sue miserie, per le terribili innondazioni che glie ne derivarono. Paolo Diacono ne descrive una, da lui creduta la maggiore di quante avvennero dopo il diluvio. Dice che l'Adige crebbe cotanto che l'acque toccarono sino alle finestre superiori della chiesa di San Zenone situata fuori delle mura, e che queste restarono in gran parte dall'impeto delle acque atterrate. Comunque sia di tale inondazione dell'ottavo secolo, e di altre due avvenute nel 1567 e nel 1719, quella del primo dì di settembre del corrente anno superò tutte le precedenti, poichè le acque si alzarono sino a diciotto piedi e mezzo.In tale disastro, il ponte detto delle Navi perdette i due archi di mezzo, e scuotendosi nel tempo stesso la contigua torre, oltre al rimanere isolata in mezzo a quel pelago nato improvvisamente, videsi vicina a sfasciarsi interamente. Nel quale pericolo è da notarsi la magnanimità ed intrepidezza del contadino Bartolommeo Rubele, detto Leon, che con eroico ardire, toltosi dalla folla tremebonda che sconfortata stava osservando il terribile spettacolo senza osar di cimentarsi, osò salire in quella torre a prendere e salvare due infelici donne che condue teneri fanciulli vi albergavano, ricusando poi l'oro che a ricompensa del generoso fatto ciascuno gli proferiva.
La compagnia volontaria da Pasquale Paoli novellamente istituita in Corsica a premio de' più meritevoli non ebbe ad aspettare molto per mettere alla prova il suo valore, e, giustificando la scelta fatta dei membri, accrescere la speranza del capitan generale; imperocchè si pose egli tantosto con essa all'impresa di espugnare la torre di San Pellegrino custodita da' Genovesi, posto d'importanza e vantaggioso a chi ne fosse signore. Un ingegnere svizzero diresse le operazioni dell'assedio, le quali riducevansi a far salire chetamente un soldato alla porta della torre per farvi un'apertura tale che vi potesse passare un uomo armato, e quindi sorprendere d'improvviso il custode dell'armi e della munizione. La cosa o male intesa o male eseguita non riuscì, quantunque i Corsi con tanto silenzio e precauzione si fossero appropinquati alla torre che i difensori non se ne erano accorti per niente. Il soldato, che dovea far l'apertura nella porta, cadde. I Corsi, invece di rifarsi da capo allo esperimento, o di dare un improvviso assalto, perdettero inutilmente molto tempo, che diede campo al presidio di dare all'armi e far piovere sopra gli assalitori le palle. Costretti quelli a ritirarsi, determinaronsi ad un assedio formale e ad obbligare i difensori ad arrendersi almeno per la fame. Nè tardando questa molto a farsi sentire, fu proposta la resa mediante un'onesta capitolazione. Ma Venturini, un capo corso, si fece a gridare non voler capitolazioni, ma o che ilpresidio si rendesse a discrezione, o altrimenti sarebbe presa per assalto e colla forza dell'armi. Questa ostinazione fu salute degli assediati. Concorse in questi momenti due galee genovesi con altri legni minori, obbligarono i Corsi alla ritirata, colla perdita di molti di loro, tra i quali uno de' nuovi cavalieri.
Intanto il marchese Doria, commissario alla Bastia, ordinò in nome della repubblica che nissun paesano si avvicinasse a quella città , ordine che fece ripetere dagli altri commissarii e comandanti genovesi che si trovavano nell'isola, e ad esecuzione del quale formò un campo volante, che dovea arrestare tutti i Corsi trasgressori. Ed all'opposto, Paoli ed il supremo consiglio di Stato corso proibirono a tutti i nazionali di avere alcuna corrispondenza colle città e coi luoghi governati dai Genovesi, e molto più di trasportarvi vettovaglie di qualunque sorta, al campo volante del commissario, contrapponendo un altro campo consimile, per tener in dovere chiunque avesse ardito d'infrangere le loro prescrizioni. La quale rigorosa misura sortì l'inevitabile suo effetto; cominciò a farsi sentire la carestia così vivamente alla Bastia, che il marchese Doria alle calde istanze degli abitanti dovette rivocare i suoi divieti, e lasciar che la città si provvedesse di viveri come meglio potesse.
Siccome la fama così altamente parlò di Pasquale Paoli, uomo che tanto fece per la libertà della sua patria e che, se una forza sopravanzante non si opponeva, avrebbe fondato nella natia isola una repubblica a guisa di quella d'Olanda, pensiero che girava a quei tempi nella mente degli uomini, non sarebbe fatica perduta lo spaziare alquanto sulla sua vita, costumi, desiderii ed opere. In picciole scene, sono non di rado grandi esempii. Se non cito ci stringono i limiti a queste carte imposti e ne fanno la legge di toccare sol di volo e per sommi capi l'alto subbietto.
Oppressi gli emuli e date di sè medesimofelici speranze, Paoli, se avuto avesse la smania di tanti che abusano della confidenza che in loro collocano i popoli, avrebbe potuto fare i Corsi servi e porre sè in cima di tutti. Ma prevalse in lui un pio desiderio e si diè a battere altra strada.
A' tempi del generoso uomo, i Corsi distinsero per suo consiglio l'autorità pubblica in tre potestà ; la legislativa, la esecutiva e la giudiziale. Sedeva la prima nel parlamento, o, come la chiamavano, laconsulta generale, che rappresentava l'intero corpo della nazione, e la componevano circa cinquecento membri, denominatiprocuratori, ed eletti parte dal popolo, parte dal clero sì secolare che regolare. I procuratori in consulta adunati avevano la facoltà di fare e di annullare leggi e di stanziare la somma annua da potersi spendere per lo Stato. Ed oltre alle leggi facevano certi magistrati, di due ordini, uno giudiziale, l'altro esecutivo, cioè un ministro di giustizia per ciascuna delle nove provincie della Corsica, e nove membri del supremo governo esecutivo, uno pure per ciascuna provincia.
Il supremo governo esecutivo, cui chiamavano eziandio supremo magistrato, o supremo consiglio, composto, come abbiam veduto, di nove membri o consiglieri, aveva per presidente il generale Paoli, dalla consulta a quella maggioranza eletto. Avevano questi consiglieri diritto d'intervenire alla consulta, e di proporre per bocca del presidente di lei quanto loro paresse giusto, o necessario, o conveniente.
Paoli aveva titolo digenerale del regno e capo del magistrato supremo di Corsica. Nelle sessioni, sedeva sotto un baldacchino coi consiglieri in qualche distanza da lui. La sua tavola ed il mantenimento dalla casa erano a spese della nazione, senza limitazione alcuna di somma, lasciandosi interamente, perchè potesse tener grado, lo spendere a sua discrezione. Poteva disporre del denaro pubblico come gli pareva più spediente, purchè non oltrepassasse la somma fissata dalla consulta. Grande era la sua autorità ,e forse eccessiva, se le contingenze del tempo, e le turbate e incerte cose della Corsica non la scusassero; imperciocchè per la milizia e pel mare godeva di una potestà assoluta, e per tali faccende non era nemmeno obbligato di domandar il parere dei consiglieri; e quando spontaneamente il domandava, la loro voce si aveva solamente per consultiva, non per giudicativa. Poteva trattare con qualunque potenza di pace, di guerra, o di alleanza, ma non concludere senza l'assenso dei consiglieri, avendo in tutti questi casi un solo voto come gli altri, con questa eccezione però che nei casi di vita o di morte, se si trattasse di condannare, avesse un voto solo, se di assolvere, due.
Aveva intorno per la guardia del suo corpo circa ottanta soldati, i quali per ordine espresso della consulta il dovevano accompagnare ogni qualvolta che in cospetto del pubblico o per ufficio o per altra causa comparisse. I funesti casi di Sampiero e Giampiero, ed altri tentativi di assassinio fatti contro di Paoli stesso, a tale deliberazione avevano sforzato la consulta. Ma ciò egli detestava come segno di tirannide, affermando e protestando volerne veder la fine tosto che la Corsica un volto genovese più non vedesse. Nella sua anticamera, nè nella camera, nemmeno di notte, nessuna guardia di uomo voleva; ma era meglio e più fedelmente custodito che da uomini. Sei grossi cani corsi stavano sempre, terribili custodi, alla porta dell'anticamera, e nella camera stessa. Con lui dormivano, con lui vegliavano, e se alcuno di notte a lui accostato si fosse, in mal punto venuto vi sarebbe; perciocchè sarebbe stato incontanente da quelle orrende bocche lacerato a pezzi. Molto Paoli gli accarezzava, ed essi il conoscevano e l'amavano, e ad ogni suo cenno pronti l'obbedivano: dolcezza e ferità in loro si accoppiavano. Trovo scritto, seguita a dire uno storico famoso, che per tal costume Paoli ritraesse dell'antico; così, al dir d'Omero e di Virgilio, Patroclo, Telemaco ed Evandroavevano i loro cani; al dire degli storici, Siface i suoi.
Era stabilito per legge della consulta sotto pene gravissime che nessuno parlasse o scrivesse contro il supremo consiglio, meno ancora contro il generale, credendo quegli uomini gelosissimi la libertà delle lingue e delle penne un veleno pestifero.
Quanto alla potestà giudiziale, abbiamo veduto come i procuratori delle province eleggessero un ministro per provincia, al quale si dovea ricorrere nei casi di maggiore importanza, quelli di poco momento essendo giudicati da' giudici o podestà di ciascuna città o aggregazione di villaggi. Questi ministri potevano condannare a multe ed anche a pene corporali; e fu loro eziandio data autorità sopra il sangue; ma quando ne usavano, erano in obbligo di mandare il processo al supremo governo che confermava o annullava la sentenza.
Crearono poi pei giudizii delle cause civili, il cui importare oltrepassasse cinquanta lire, imperciocchè sotto di questa somma le sentenze de' ministri sopraddetti erano terminative, una ruota composta di tre legisti, la quale sempre doveva fare la sua residenza nella città di Corte. Da questa ruota vi era appellazione al supremo consiglio, ma solamente quando constava che alcuno fosse stato molto aggravato.
Questi ordini giudiziali non erano certamente perfetti, ed ancora li bruttava l'infame uso della tortura. Ma intenzione del generale era di perfezionarli col tempo.
I comuni si regolavano per gli uffiziali municipali, e li chiamavano padri del comune. Erano eletti dai padri o capi di famiglia.
Le cause ecclesiastiche si agitavano nel tribunale del vicario apostolico mandato dal papa, con autorità universale, e dalle sue sentenze si appellava alla corte di Roma.
Paoli sentiva dell'ignoranza de' suoi compatrioti dolore acerbissimo: nissunmezzo più acconcio vedeva per dirozzare, ingentilire ed appiacevolire la nazione, di quello d'illuminare gl'intelletti ed informare gli animi co' buoni esempii. In ciò non concordava con Rousseau, cui aveva chiamato per dar leggi all'isola; imperocchè, come ad ognuno è noto, il filosofo di Ginevra credeva che il ben essere non potesse consistere che con una certa ruvidezza di costumi, e di ciò in Corsica ne era dovizia. Perciò giva predicando che fra tutti i popoli Europei i soli Corsi erano capaci di buone leggi. «Ma qui cade in acconcio, dice il più volte lodato storico, l'antico proverbio, che se l'ignoranza è vizio, il troppo sapere è parimente vizio, ed in questo, come in ogni altra cosa, ogni bene sta nel mezzo. Non dico già che il gran sapere sia vizio, in un individuo, poichè anzi è un pregio eccelso e sommamente da lodarsi, ma solamente dico, che il sapere più che al popolo si appartiene, sparso generalmente in una nazione, è vizio e cosa da fuggirsi, perchè non può essere compiuto in ognuno, e il ciel liberi gli Stati dall'essere in mano dei semidotti! Il perfetto sapere dà la modestia e la ritiratezza, l'imperfetto la superbia, l'impertinenza e l'ambizione.»
Paoli mosse, ed i supremi magistrati consentirono, che nella città di Corte si fondasse una università degli studii, a cui concorrendo i giovani Corsi, s'imbevessero di quanto più dirozza ed imbuonisce l'uomo. Ciò successe nel 1764. Ottima disciplina ordinossi pel nascente studio, esami settimanali, esami annuali; lodi e premi e corone, forti stimoli a giovani intelletti. I professori, stipendiati dalla nazione, insegnavano gratuitamente. La novità del caso, quel cibo tanto gradito, quanto per la prima volta offerto e gustato, la naturale attitudine per le scienze e per le lettere degl'ingegni corsi, i conforti e gl'incoraggiamenti del Paoli, uomo tenuto in tanta venerazione dalla gioventù, partorivano effetti mirabili.
Queste cose faceva il benevolo reggitore della Corsica fra mezzo i furori della guerra e l'incertezza del destino futuro della sua patria.
Importava massimamente a Paoli la cura della guerra e degli esercizii militari. Contuttociò egli andava pensando come avvezzar potesse i suoi compatriotti alle opere di agricoltura, cui per lungo uso ripugnavano. Gli andava dunque invitando alle rurali fatiche, accarezzava chi vi si dava, premiava chi vi profittava, a poco a poco altro aspetto vestiva la Corsica infelice, la smossa terra rendeva l'odore delle fortunate radici, vedevasi sui campi, cosa insolita per lo innanzi, le marre mescolatamente colle spade.
Giovine e, per così dire, fanciulla era a quei dì la Corsica per la capacità del governare le faccende dello Stato: bisogno ancora aveva di tutela. Ad ogni ora domandavano a Paoli consiglio di quanto avessero a farsi e per le cose e per le persone: rispondeva:Fate voi altri, nominate voi altri. Così gli avvezzava.
Squallida l'isola per la guerra, squallida per la povertà . «La patria, il generale diceva, è il corpo della Sunamitide, noi e i magistrati il profeta Eliseo, che, occhi ad occhi, bocca a bocca sopra di lui distesi, opera facciamo di rianimarlo: già comincia a muoversi, già riprende calore e vita, e se il tempo e Iddio ci aiutano, presto vedremo non solo la quiete e l'ordine, ma ancora le scienze e le arti. La Corsica accomodatamente consuonerà colla civile Sicilia, nè indarno la natura ci avrà sotto di questo propizio cielo posti.»
Fiera e grande anima aveva; l'indipendenza della patria svisceratamente amava. La più gradita lettura che avesse era quella del libro de' Maccabei: Antioco ed i Romani gli passavano per la mente. Niuna parola più odiava che quella di ribelli applicata ai Corsi. Paoli aveva il volto per l'ordinario assai placido e dolce, e così pure il costume, ma quando udiva dar del ribello ai Corsi, di tali ferociforme le sue fattezze si vestivano, che la corsa natura pienamente in lui si disvelava. Più amava Temistocle che Demostene, perchè questi parlava, quegli faceva. Di gran lunga anteponeva Penn, legislatore della Pensilvania, ad Alessandro Magno, conquistatore dell'Asia, quello per aver fondato uno stato felice e tranquillo, questo per aver martirizzato mezzo un mondo. La voce di Paoli era potentissima sui cuori di Corsica, nè di altro egli aveva bisogno che di lei per disporgli a seguitare la sua volontà e a spingergli ai più pericolosi fatti. Alla guerra, da lui chiamati, andavano spontaneamente. Servivano senza paga, salvo le guardie del generale e quei che erano di presidio nelle fortezze.
Paoli poteva congregare ad un bisogno trenta mila armati, vale a dire, quasi la quinta parte di tutta la popolazione. E non avea bisogno di far magazzini per somministrare le vettovaglie all'esercito, posciachè in ogni luogo erano preste o portate dai guerrieri andati in campo. Ogni cosa portava all'entusiasmo: l'odio, l'amore; gli usi antichi, il rispetto verso il generale. «L'esser ferito, scrive un anonimo, è stimato onor grande, onor maggiore perdere i propri figli al servigio del pubblico.... il pensiere dello arrendersi è peggiore della morte. Pochi anni fa, un Corso stava guardando dalla sua finestra e vide alcuni suoi paesani arrendersi ai Genovesi. Questo fece in lui una impressione tale, che risolvette di non uscire mai più di casa; ed alla sua morte che succedette quattro anni dopo, lasciò ordini positivi, che il suo cadavere fosse sepolto fuori della vista della città .»
Tali erano gli uomini di Corsica.
Molto opportunamente il fervore degli spiriti suppliva alle esigenze dello Stato. In paese per sè non ricco, e fatto povero dai tumulti e dalla guerra, le rendite pubbliche erano di poca importanza. Tutte le gravezze insieme fra tasse e dazii non gettavano un mezzo milione di lire.Le donne di Corsica somigliavano gli uomini; oltre la dura e faticosa vita, a cui erano da mariti astrette, la patria amavano; gli ornamenti loro, i figliuoli; i lor passatempi, le fatiche.
Nel rimanente d'Italia tutto in questo anno fu pace; ma se la guerra non ne devastò le belle provincie, non andò per altro esente da altre disgrazie e calamità , che appunto in questi giorni funestarono una gran parte della superficie del globo. Senza dire di quelle due bocche infernali che, a vomitare torrenti di fuoco, spalancaronsi nell'estremità orientale d'Italia; un elemento affatto contrario portò le sue devastazioni in un'altra parte quasi diametralmente opposta. La città di Verona contò in ogni tempo l'Adige come il padre delle sue ricchezze ed insieme quale istrumento delle sue miserie, per le terribili innondazioni che glie ne derivarono. Paolo Diacono ne descrive una, da lui creduta la maggiore di quante avvennero dopo il diluvio. Dice che l'Adige crebbe cotanto che l'acque toccarono sino alle finestre superiori della chiesa di San Zenone situata fuori delle mura, e che queste restarono in gran parte dall'impeto delle acque atterrate. Comunque sia di tale inondazione dell'ottavo secolo, e di altre due avvenute nel 1567 e nel 1719, quella del primo dì di settembre del corrente anno superò tutte le precedenti, poichè le acque si alzarono sino a diciotto piedi e mezzo.
In tale disastro, il ponte detto delle Navi perdette i due archi di mezzo, e scuotendosi nel tempo stesso la contigua torre, oltre al rimanere isolata in mezzo a quel pelago nato improvvisamente, videsi vicina a sfasciarsi interamente. Nel quale pericolo è da notarsi la magnanimità ed intrepidezza del contadino Bartolommeo Rubele, detto Leon, che con eroico ardire, toltosi dalla folla tremebonda che sconfortata stava osservando il terribile spettacolo senza osar di cimentarsi, osò salire in quella torre a prendere e salvare due infelici donne che condue teneri fanciulli vi albergavano, ricusando poi l'oro che a ricompensa del generoso fatto ciascuno gli proferiva.