MDCCLX

MDCCLXAnno diCristoMDCCLX. IndizioneVIII.ClementeXIII papa 3.FrancescoI imperadore 16.Erano in Corsica molto turbate le cose della religione. I vescovi, siccome quelli che per la maggior parte erano Genovesi, e si trovavano nella necessità, se nelle loro sedi fossero rimasti, di obbedire all'autorità di coloro, cui il proprio principe riputava ribelli, e forse non credendosi esenti da insulti personali in mezzo a tanta concitazione, si erano assentati dall'isola cercando più quieto asilo o nel Genovesato loro patria, o in altri paesi non ancora sconvolti dal furor delle parti. Avevano bensì, partendo,delegata la loro autorità; ma il rimedio era poco, perchè i delegati, pel timore dei casi presenti, non osavano adempire l'intero mandato, o i Corsi, avendogli per sospetti, non si conformavano agli ordinamenti loro, e Paoli, prima che arrivasse il vicario apostolico, deputava di propria autorità i pastori dell'anime secondo che stimava convenirsi a' suoi fini. Quindi nasceva che si turbavano le giurisdizioni e toglievasi alle coscienze timorate la quiete. Siccome poi la maggior parte degli ecclesiastici corsi concordavano coi sollevati, e che anzi molti di loro, massime fra i regolari, avevano come principali istigatori dato fomento al fuoco che allora consumava l'isola; in molte parti era l'esercizio della podestà ecclesiastica ridotto in loro mano; cosa che per la giurisdizione era manchevole, stante il non aver essi mandato legittimo, e dannosa per lo Stato dei Genovesi, attesochè la voce ed i consigli d'uomini a loro nemici non potevano non confermare i popoli nel proposito della disubbidienza.Genova vegliava sopra questi interessi. Parecchie volte aveva ricorso alla santa Sede per trovar modo di conciliare il benefizio della religione coi diritti della sovranità, ma non si era potuto venire a conclusione. I vescovi stessi della Corsica, che avevano col medesimo fine supplicato al pontefice, non avevano nemmeno potuto ottenere una sola lettera pontificia, che disapprovasse gli attentati dei Corsi sulle rendite e giurisdizioni del clero così secolare come regolare. Pareva alla repubblica di scorgere nel procedere della corte di Roma non poca parzialità in favore de' suoi ribelli. Gelosa quindi, s'era messa al fermo di non permettere cosa che alla conservazione dei suoi diritti importasse.Da un'altra parte Roma argomentava ch'ella non era stata per niun conto autrice delle sollevazioni di Corsica, nè in esse in modo alcuno aveva posto le mani; che sapeva che un gran disordine regnavanelle cose ecclesiastiche dell'isola e che tutti i buoni ordini vi erano pervertiti; che le pecore si nutrivano di male erbe, ed i legittimi pastori sospiravano; ch'ella avea aspettato sì lungo tempo per venire alle provvisioni necessarie, sperando sempre che la repubblica colle sue forze avrebbe finalmente sottoposto i ricalcitranti, e ritornato l'isola alla quiete; ma se la repubblica era stata inabile a ciò fare dopo una guerra di trent'anni, che colpa ci aveva Roma? Dovere ella pur pensare al benefizio dell'ovile, nè poter abbandonare al caso ed al furore i sussidii spirituali ed i celesti interessi; essere oggimai tempo di offerire un porto di salute a chi in un mare burrascoso pericolava; rispettare ella i diritti sovrani della repubblica nè avere alcuna volontà di offenderli, ma pur dover soddisfare al suo dovere di madre universale; quanto alle preferenze, nissuna averne Roma, Roma giusta e pietosa con tutti; non pretendere ella di scrutare i motivi dei principi nelle loro deliberazioni, ma esigere che ciò stesso si pratichi in riguardo ai suoi nelle sue, nè poter permettere che si mescolino le cose temporali con le spirituali.Travagliandosi le cose a questo modo tra Roma e Genova, le prime cagioni d'un aperto risentimento nacquero dai Cappuccini. Paoli non poteva tollerare che i conventi di questi religiosi situati nei paesi che a lui ed al suo governo obbedivano, fossero sotto la dipendenza del provinciale, il quale abitava in Bastia sotto il dominio della repubblica. Da un'altra parte, non essendovi altro superiore delegato, la disciplina dei conventi ne pativa e seguivano disordini con iscandalo di tutti i buoni. Oltre a ciò, Paoli desiderava che fosse posto alla loro direzione un uomo, il quale, essendo favorevole al suo intento, al medesimo fine indirizzasse le parole e gli atti dei religiosi, ma principalmente la predicazione. Di ciò pensando, scrisse al padre Serafino da Capricolle, provinciale dei Cappuccini nelGenovesato, esortandolo a deputar persona conforme a' suoi desiderii pel governo dei conventi. Il padre Serafino diede la facoltà domandata al padre Paolo d'Altiani, definitore poco avanti uscito dalla carica di provinciale. Nelle risposte scritte lodò Paoli del suo zelo per la gloria di Dio e pel bene della regolare osservanza.La lettera venne alle mani dei governatori della repubblica; onde pieni di sdegno decretarono che tutta la religione dei Cappuccini restasse espulsa dai suoi territorii; con iraconde parole lamentandosi che il padre Serafino tenesse carteggio col capo dei ribelli, ed attribuendo il suo procedere a perfidia per avere comodità d'infiammare vieppiù gli spiriti contro il legittimo sovrano e dare nuovo alimento alla ribellione. Il Cappuccino rescrisse per iscusarsi e per supplicare alla signoria per la rivocazione dell'amaro editto; ma il suo scusarsi non che addolcisse le amarezze, diè novello sprone agli sdegni, perciocchè rivocò bensì il mandato conferito al d'Altiani, ma nel medesimo tempo protestò che vivea contento per avere tentato dal canto suo tutti i mezzi per provvedere al vantaggio ed alla quiete di coscienza dei suoi religiosi. I collegi della repubblica decretarono adunque, che non avendo il provinciale dato segno di rimorso o di pentimento, volevano ed ordinavano di nuovo che tutti i Cappuccini fossero dagli Stati della repubblica espulsi. Alla quale amara intimazione, il padre Serafino si raumiliò, e trasmise alla signoria lettere ubbidienziali, con cui rivocava le facoltà date all'Altiani e sottometteva di nuovo i conventi di Corsica all'autorità del provinciale residente in Bastia. Per la qual cosa i collegi, posta in disamina nuovamente la materia, levarono il divieto, restituendo ai Cappuccini la facoltà di dimorare nelle terre di Genova.Ma molto più grave discordia non tardò a suscitarsi tra la repubblica e la santa Sede a cagione degli affari di Corsica.Il papa, considerato che per l'assenza dei legittimi pastori nelle diocesi di Aleria, di Mariana, d'Acci e di Nebbio, le potestà ecclesiastiche si esercitavano senza mandato legittimo; mancanza per la quale succedevano non pochi scandali, ed il servigio divino ne pativa; aveva preso risoluzione di mandarvi un visitatore apostolico, affinchè avesse cura che si rimediasse ai disordini ed il retto culto si riordinasse. Di tale missione investì adunque Cesare Crescenzio de Angelis, vescovo di Segni, e gli comandò che nelle cose spirituali e nelle rendite ecclesiastiche unicamente si occupasse, nè in verun modo s'ingerisse nelle temporali.Quantunque fin dall'anno 1733, il doge, i procuratori ed i governatori di Genova, sotto la protezione e garanzia dell'imperadore Carlo VI, avessero coi Corsi conchiuso, che affine di promuovere in quel regno i buoni costumi e la religione, non lascierebbero di «cooperare perchè fossero da Sua Santità esaudite le suppliche dei popoli che richiedessero un visitatore apostolico per togliere gli abusi e rimettere nelle diocesi l'ecclesiastica disciplina;» la presente deliberazione del pontefice dispiacque sommamente alla repubblica, essendo stata presa, non solamente senza il suo consenso, ma eziandio senza sua saputa; e giudicando incomportabile che alla coperta e nascosamente si mandasse ne' suoi Stati un mandatario di tanta importanza. Prevedeva che i ribelli se ne sarebbero prevalsi, che di quell'andata avrebbero levato rumore, e che vieppiù si sarebbero confermati nel malvagio proposito loro. E veramente Paoli ed i suoi compagni con grandissima allegrezza ricevettero le novelle della delegazione fatta da Clemente XIII, ed incredibile fu l'ardimento che ne presero assai, più certamente pel fine politico che pel religioso.Come prima pervennero alla signoria di Genova le novelle, sdegnosamenteprocedendo, decretò, nel dì 13 d'aprile, che il vescovo di Segni, Cesare Crescenzio de Angelis, quando in terra genovese capitasse, fosse tosto arrestato e consegnato in alcuna delle piazze, luoghi, presidi o torri tenuti dai soldati della repubblica, per essere quindi decentemente trasportato nella metropoli, decretando inoltre, cosa che parve di maggior ingiuria ancora, che chiunque in tal modo lo arrestasse e consegnasse, avesse un premio di tre mila scudi romani, e finalmente proibendo a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato o condizione di eseguire qualunque decreto, insinuazione, ordine, provvedimento od altro atto si fosse che il vescovo sopraddetto si attentasse di fare.Vane furono le diligenti cautele usate per arrestare in viaggio il commissario apostolico. Essendosi resi liberi i mari per una grossa perturbazione di venti e d'acque che aveva sparpagliati i legni genovesi, egli giunse felicemente e prese terra, ai 23 d'aprile, alla torre della Prunetta, dove fu lietamente accolto dal popolo in gran numero a quella spiaggia concorso. Si condusse quindi, in mezzo ad una folla immensa ed accompagnato per onoranza da trecento uomini d'arme, a Campoloro, per ivi dar principio all'esercizio dell'autorità che per volere del pontefice con sè portava. Ai 3 di maggio, mandati dal generale Paoli, il vennero a visitare ed a fargli riverenza due rappresentanti del regno, Giuseppe Barbagio ed un Baldassari, uomini di gran caldo ed autorità nell'isola. Gli pronunziarono graziose parole, alle quali egli rispose accomodatamente e da farli contenti; imperocchè persona destra era, ingegnosa e delle faccende del mondo politico esperta.Poscia venendo all'esecuzione del mandato, pubblicò un editto per cui, deputati sacerdoti esattori nelle quattro diocesi d'Aleria, Mariana, Acci e Nebbio, ordinò che in mano loro si consegnassero tutti i proventi e le rendite che spettavanoalle mense vescovili delle anzidette diocesi ed ai benefizii tanto residenziali che non residenziali, che o al presente fossero in litigio, o dai provvisti non si possedessero in effetto.Per gratificare al pontefice, che così grande benefizio avea largito col mandare il visitatore apostolico, il consiglio di Corsica, con solenne manifesto, ordinò che nessuno stesse più ad ingerirsi nell'amministrazione de' proventi ecclesiastici nelle quattro diocesi sottoposte all'autorità del visitatore, lasciandogli intiera la facoltà di disporne in conformità ai sacri canoni. In ordine poi ai proventi delle altre diocesi, comandò, affinchè non andassero in benefizio di chi non serviva l'altare e ne farebbe uso contro la nazione, che si depositassero sino a che il sommo pontefice avesse spiegato la sua volontà del come ed in benefizio di chi si dovessero adoperare.Dalle condiscendenze verso il papa si venne agli sdegni contro Genova. Il consiglio di Corsica, dichiarato primamente che il bando del senato portante la taglia contro il visitatore apostolico era distruttivo della religione e dell'autorità apostolica, offensivo alla maestà del vicario di Cristo, sedizioso e contrario alla sicurezza e tranquillità del loro Stato, corruttivo delle leggi e dei buoni costumi, lo dannò e condannò ad essere lacerato, stracciato, calpestato e gettato nelle fiamme dal pubblico ministro di giustizia; sentenza che restò eseguita nella piazza di Campoloro sotto le forche piantate nel fondo della casa di un sicario e parricida, denominato il Piscaino.Nè il papa tacque all'atto della repubblica di Genova contro il visitatore apostolico, e pubblicò un editto gravissimo, nel quale per la pienezza dell'apostolica podestà, lo dichiarò «nullo, irrito, invalido, ingiusto, iniquo, riprovato, dannato, vano e temerariamente e dannabilmente da chi non ha potestà emanato.» Nè la signoria di Genova,avuto notizia dell'editto del papa, lasciò di dargli pubblicamente risposta per far capace il mondo della giustizia del suo procedere; sì che del gravissimo litigio tra la santa Sede e la repubblica di Genova chiarissima fama s'innalzò per tutta l'Europa, e, come quello di Venezia, esercitò le penne dei più celebri ingegni, dei quali chi opinava per Genova e chi per Roma. Roma pubblicò la sua apologia, la pubblicò Genova, ed in mezzo a tanta contenzione, si vedeva che il nodo in ciò consisteva, che la sovranità di nome in quelle parti della Corsica apparteneva alla repubblica, e quella di fatto ai Corsi; onde la repubblica si offendeva di ciò che non poteva impedire e che il papa reputava necessario, ed il santo padre, pei provvedimenti da darsi, non poteva non riconoscere quel governo di fatto che la forza aveva stabilito già da parecchi anni senza che Genova l'avesse potuto vietare, e che anzi poca speranza si vedeva che ella in futuro il potesse. Così tra il diritto e la forza nasceva il contrasto; i Corsi si approfittarono della deliberazione del papa, che in loro aggiugneva animo ed in Europa favore e riputazione.Genova si diede special pensiero di notificare quanto accadeva alla repubblica di Venezia, siccome quella che e per similitudine di forme politiche e per comunanza di massime con sè medesima conveniva. Il console di Genova in Venezia, Biffi, espose al collegio de' savi che la missione del visitatore apostolico tendeva a raffermare que' popoli nella ribellione ed a volgere l'armi contro il loro legittimo principe; che la signoria aveva stimato bene di opporsi ad una tale missione per conservare illesi i diritti del principato; che Roma aveva proceduto ingannevolmente, stante che nel tempo stesso, in cui si trattava un accordo per mezzo del cardinale Delci, decano del sacro collegio, e da monsignore Lazzaro Pallavicino, mentre per Genova passava andando alla sua nunziatura di Spagna,il preteso visitatore era partito di nottetempo da Roma per Civitavecchia, dove si era imbarcato per condursi in Corsica, sur una fregata pontificia; sperare Genova, aggiunse, che la savia Venezia la sua condotta approverebbe.Il senato veneto, secondo l'antico uso di quella repubblica, fece risposta ne' seguenti termini; «Che sia permesso ai savi del collegio di far chiamar alle porte del medesimo il console di Genova, e per un segretario di questo consiglio significargli quanto segue: dal memoriale che per ordine della vostra repubblica ci avete fatto tenere, rileva il senato, che alle molte inquietudini promosse alla medesima da' Corsi ribelli, aggiungesi in ora quella della dimanda fatta alla Santa Sede per la missione in quel regno di un visitatore apostolico. Nell'atto però, in cui contempla il senato in questa partecipazione un contrassegno di buona amicizia e corrispondenza della vostra repubblica verso di noi, siamo chiamati a palesarne vero rincrescimento, non dissimulando poi anche l'amaro senso, che proviamo pei molesti e dispiacevoli avvenimenti, che turbano la tranquillità d'un governo, cui professando vera amicizia e perfetto attaccamento, manifesteremo sempre il costante desiderio nostro nel mantenere simili sentimenti, dichiarando a voi la nostra considerazione.»Se mai fu studio per parlare senza dire, nissuno, che si sappia, ha quest'arte imparato ed usato meglio della repubblica di Venezia.La Corsica, che menava le mani armate di ferro, non istette a badare nemmeno colla penna. Pubblicò ancor essa il suo manifesto per adonestare le cose successe il quale conteneva ragioni, conformi a quelle di Roma, ma con ingiurie contro Genova. Genova faceva bruciare per mano del boia in faccia a Banchi i manifesti de' Corsi, e la Corsica faceva per la stessa mano bruciare i manifesti di Genova.Il re di Napoli s'interpose per trovar il modo di comporre quella velenosa discordia; ma trovò il governo pontificio meno arrendevole della signoria di Genova. Il re primamente proponeva, che rivocando l'editto de' 13 aprile, il papa si compiacesse di richiamare dalla Corsica il vescovo di Segni; in secondo luogo, che la rivocazione dell'editto fosse di data anteriore a quella del vescovo; terzo, che le due rivocazioni comparissero al pubblico tutte insieme, e perciò prima di pubblicarsi si rimettessero in mano del re.Cotali proposizioni il re faceva con intesa e consentimento della repubblica. Il senato genovese bramosamente aspirava al vedere sopita una discordia, da cui riceveva non piccola molestia, conciossiachè i popoli cattolici, o ragione o torto che si avesse col papa, sempre sopportavano mal volontieri che i loro governi tenessero lite col supremo pastore. Ma il pontefice stava alla dura, e vane tornarono tutte le ragioni che il re seppe mettere in campo, non volendo lasciarsi persuadere, e sempre pretendendo che prima di tutto la repubblica desse la soddisfazione, e che quindi spiegasse a Sua Santità i suoi desiderii, perciocchè poteva essere sicura, lasciava intendere, di ottenere dalla non mai manchevole affezione del padre comune tutto ciò che fosse dalle pastorali sue obbligazioni permesso. Così la discordia che aveva assalito il papa e la repubblica di Genova, non fu potuta comporre, nè smorzare l'acceso fuoco.Andando le cose a seconda e per quel verso che desideravano, i Corsi presero maggior ardimento e fecero risoluzione di usare tutti gli attributi della sovranità. Il consiglio supremo di Corsica ai 20 di maggio ordinò la guerra di mare contro i Genovesi. Fecero grandissime prede, mutati in bastimenti di corso i legni che prendevano, per forma che col desiderio della preda si moltiplicavano i mezzi di farla. I presidii di Bastia, San Fiorenzo e Calvi, acui da Genova e da Livorno non potevano più pervenire se non con estrema difficoltà le provvisioni, grandemente ne pativano. Si rendeva un giorno più che l'altro manifesto che invano Genova si affaticava per ristabilire nella sommossa isola il suo imperio.

Erano in Corsica molto turbate le cose della religione. I vescovi, siccome quelli che per la maggior parte erano Genovesi, e si trovavano nella necessità, se nelle loro sedi fossero rimasti, di obbedire all'autorità di coloro, cui il proprio principe riputava ribelli, e forse non credendosi esenti da insulti personali in mezzo a tanta concitazione, si erano assentati dall'isola cercando più quieto asilo o nel Genovesato loro patria, o in altri paesi non ancora sconvolti dal furor delle parti. Avevano bensì, partendo,delegata la loro autorità; ma il rimedio era poco, perchè i delegati, pel timore dei casi presenti, non osavano adempire l'intero mandato, o i Corsi, avendogli per sospetti, non si conformavano agli ordinamenti loro, e Paoli, prima che arrivasse il vicario apostolico, deputava di propria autorità i pastori dell'anime secondo che stimava convenirsi a' suoi fini. Quindi nasceva che si turbavano le giurisdizioni e toglievasi alle coscienze timorate la quiete. Siccome poi la maggior parte degli ecclesiastici corsi concordavano coi sollevati, e che anzi molti di loro, massime fra i regolari, avevano come principali istigatori dato fomento al fuoco che allora consumava l'isola; in molte parti era l'esercizio della podestà ecclesiastica ridotto in loro mano; cosa che per la giurisdizione era manchevole, stante il non aver essi mandato legittimo, e dannosa per lo Stato dei Genovesi, attesochè la voce ed i consigli d'uomini a loro nemici non potevano non confermare i popoli nel proposito della disubbidienza.

Genova vegliava sopra questi interessi. Parecchie volte aveva ricorso alla santa Sede per trovar modo di conciliare il benefizio della religione coi diritti della sovranità, ma non si era potuto venire a conclusione. I vescovi stessi della Corsica, che avevano col medesimo fine supplicato al pontefice, non avevano nemmeno potuto ottenere una sola lettera pontificia, che disapprovasse gli attentati dei Corsi sulle rendite e giurisdizioni del clero così secolare come regolare. Pareva alla repubblica di scorgere nel procedere della corte di Roma non poca parzialità in favore de' suoi ribelli. Gelosa quindi, s'era messa al fermo di non permettere cosa che alla conservazione dei suoi diritti importasse.

Da un'altra parte Roma argomentava ch'ella non era stata per niun conto autrice delle sollevazioni di Corsica, nè in esse in modo alcuno aveva posto le mani; che sapeva che un gran disordine regnavanelle cose ecclesiastiche dell'isola e che tutti i buoni ordini vi erano pervertiti; che le pecore si nutrivano di male erbe, ed i legittimi pastori sospiravano; ch'ella avea aspettato sì lungo tempo per venire alle provvisioni necessarie, sperando sempre che la repubblica colle sue forze avrebbe finalmente sottoposto i ricalcitranti, e ritornato l'isola alla quiete; ma se la repubblica era stata inabile a ciò fare dopo una guerra di trent'anni, che colpa ci aveva Roma? Dovere ella pur pensare al benefizio dell'ovile, nè poter abbandonare al caso ed al furore i sussidii spirituali ed i celesti interessi; essere oggimai tempo di offerire un porto di salute a chi in un mare burrascoso pericolava; rispettare ella i diritti sovrani della repubblica nè avere alcuna volontà di offenderli, ma pur dover soddisfare al suo dovere di madre universale; quanto alle preferenze, nissuna averne Roma, Roma giusta e pietosa con tutti; non pretendere ella di scrutare i motivi dei principi nelle loro deliberazioni, ma esigere che ciò stesso si pratichi in riguardo ai suoi nelle sue, nè poter permettere che si mescolino le cose temporali con le spirituali.

Travagliandosi le cose a questo modo tra Roma e Genova, le prime cagioni d'un aperto risentimento nacquero dai Cappuccini. Paoli non poteva tollerare che i conventi di questi religiosi situati nei paesi che a lui ed al suo governo obbedivano, fossero sotto la dipendenza del provinciale, il quale abitava in Bastia sotto il dominio della repubblica. Da un'altra parte, non essendovi altro superiore delegato, la disciplina dei conventi ne pativa e seguivano disordini con iscandalo di tutti i buoni. Oltre a ciò, Paoli desiderava che fosse posto alla loro direzione un uomo, il quale, essendo favorevole al suo intento, al medesimo fine indirizzasse le parole e gli atti dei religiosi, ma principalmente la predicazione. Di ciò pensando, scrisse al padre Serafino da Capricolle, provinciale dei Cappuccini nelGenovesato, esortandolo a deputar persona conforme a' suoi desiderii pel governo dei conventi. Il padre Serafino diede la facoltà domandata al padre Paolo d'Altiani, definitore poco avanti uscito dalla carica di provinciale. Nelle risposte scritte lodò Paoli del suo zelo per la gloria di Dio e pel bene della regolare osservanza.

La lettera venne alle mani dei governatori della repubblica; onde pieni di sdegno decretarono che tutta la religione dei Cappuccini restasse espulsa dai suoi territorii; con iraconde parole lamentandosi che il padre Serafino tenesse carteggio col capo dei ribelli, ed attribuendo il suo procedere a perfidia per avere comodità d'infiammare vieppiù gli spiriti contro il legittimo sovrano e dare nuovo alimento alla ribellione. Il Cappuccino rescrisse per iscusarsi e per supplicare alla signoria per la rivocazione dell'amaro editto; ma il suo scusarsi non che addolcisse le amarezze, diè novello sprone agli sdegni, perciocchè rivocò bensì il mandato conferito al d'Altiani, ma nel medesimo tempo protestò che vivea contento per avere tentato dal canto suo tutti i mezzi per provvedere al vantaggio ed alla quiete di coscienza dei suoi religiosi. I collegi della repubblica decretarono adunque, che non avendo il provinciale dato segno di rimorso o di pentimento, volevano ed ordinavano di nuovo che tutti i Cappuccini fossero dagli Stati della repubblica espulsi. Alla quale amara intimazione, il padre Serafino si raumiliò, e trasmise alla signoria lettere ubbidienziali, con cui rivocava le facoltà date all'Altiani e sottometteva di nuovo i conventi di Corsica all'autorità del provinciale residente in Bastia. Per la qual cosa i collegi, posta in disamina nuovamente la materia, levarono il divieto, restituendo ai Cappuccini la facoltà di dimorare nelle terre di Genova.

Ma molto più grave discordia non tardò a suscitarsi tra la repubblica e la santa Sede a cagione degli affari di Corsica.Il papa, considerato che per l'assenza dei legittimi pastori nelle diocesi di Aleria, di Mariana, d'Acci e di Nebbio, le potestà ecclesiastiche si esercitavano senza mandato legittimo; mancanza per la quale succedevano non pochi scandali, ed il servigio divino ne pativa; aveva preso risoluzione di mandarvi un visitatore apostolico, affinchè avesse cura che si rimediasse ai disordini ed il retto culto si riordinasse. Di tale missione investì adunque Cesare Crescenzio de Angelis, vescovo di Segni, e gli comandò che nelle cose spirituali e nelle rendite ecclesiastiche unicamente si occupasse, nè in verun modo s'ingerisse nelle temporali.

Quantunque fin dall'anno 1733, il doge, i procuratori ed i governatori di Genova, sotto la protezione e garanzia dell'imperadore Carlo VI, avessero coi Corsi conchiuso, che affine di promuovere in quel regno i buoni costumi e la religione, non lascierebbero di «cooperare perchè fossero da Sua Santità esaudite le suppliche dei popoli che richiedessero un visitatore apostolico per togliere gli abusi e rimettere nelle diocesi l'ecclesiastica disciplina;» la presente deliberazione del pontefice dispiacque sommamente alla repubblica, essendo stata presa, non solamente senza il suo consenso, ma eziandio senza sua saputa; e giudicando incomportabile che alla coperta e nascosamente si mandasse ne' suoi Stati un mandatario di tanta importanza. Prevedeva che i ribelli se ne sarebbero prevalsi, che di quell'andata avrebbero levato rumore, e che vieppiù si sarebbero confermati nel malvagio proposito loro. E veramente Paoli ed i suoi compagni con grandissima allegrezza ricevettero le novelle della delegazione fatta da Clemente XIII, ed incredibile fu l'ardimento che ne presero assai, più certamente pel fine politico che pel religioso.

Come prima pervennero alla signoria di Genova le novelle, sdegnosamenteprocedendo, decretò, nel dì 13 d'aprile, che il vescovo di Segni, Cesare Crescenzio de Angelis, quando in terra genovese capitasse, fosse tosto arrestato e consegnato in alcuna delle piazze, luoghi, presidi o torri tenuti dai soldati della repubblica, per essere quindi decentemente trasportato nella metropoli, decretando inoltre, cosa che parve di maggior ingiuria ancora, che chiunque in tal modo lo arrestasse e consegnasse, avesse un premio di tre mila scudi romani, e finalmente proibendo a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato o condizione di eseguire qualunque decreto, insinuazione, ordine, provvedimento od altro atto si fosse che il vescovo sopraddetto si attentasse di fare.

Vane furono le diligenti cautele usate per arrestare in viaggio il commissario apostolico. Essendosi resi liberi i mari per una grossa perturbazione di venti e d'acque che aveva sparpagliati i legni genovesi, egli giunse felicemente e prese terra, ai 23 d'aprile, alla torre della Prunetta, dove fu lietamente accolto dal popolo in gran numero a quella spiaggia concorso. Si condusse quindi, in mezzo ad una folla immensa ed accompagnato per onoranza da trecento uomini d'arme, a Campoloro, per ivi dar principio all'esercizio dell'autorità che per volere del pontefice con sè portava. Ai 3 di maggio, mandati dal generale Paoli, il vennero a visitare ed a fargli riverenza due rappresentanti del regno, Giuseppe Barbagio ed un Baldassari, uomini di gran caldo ed autorità nell'isola. Gli pronunziarono graziose parole, alle quali egli rispose accomodatamente e da farli contenti; imperocchè persona destra era, ingegnosa e delle faccende del mondo politico esperta.

Poscia venendo all'esecuzione del mandato, pubblicò un editto per cui, deputati sacerdoti esattori nelle quattro diocesi d'Aleria, Mariana, Acci e Nebbio, ordinò che in mano loro si consegnassero tutti i proventi e le rendite che spettavanoalle mense vescovili delle anzidette diocesi ed ai benefizii tanto residenziali che non residenziali, che o al presente fossero in litigio, o dai provvisti non si possedessero in effetto.

Per gratificare al pontefice, che così grande benefizio avea largito col mandare il visitatore apostolico, il consiglio di Corsica, con solenne manifesto, ordinò che nessuno stesse più ad ingerirsi nell'amministrazione de' proventi ecclesiastici nelle quattro diocesi sottoposte all'autorità del visitatore, lasciandogli intiera la facoltà di disporne in conformità ai sacri canoni. In ordine poi ai proventi delle altre diocesi, comandò, affinchè non andassero in benefizio di chi non serviva l'altare e ne farebbe uso contro la nazione, che si depositassero sino a che il sommo pontefice avesse spiegato la sua volontà del come ed in benefizio di chi si dovessero adoperare.

Dalle condiscendenze verso il papa si venne agli sdegni contro Genova. Il consiglio di Corsica, dichiarato primamente che il bando del senato portante la taglia contro il visitatore apostolico era distruttivo della religione e dell'autorità apostolica, offensivo alla maestà del vicario di Cristo, sedizioso e contrario alla sicurezza e tranquillità del loro Stato, corruttivo delle leggi e dei buoni costumi, lo dannò e condannò ad essere lacerato, stracciato, calpestato e gettato nelle fiamme dal pubblico ministro di giustizia; sentenza che restò eseguita nella piazza di Campoloro sotto le forche piantate nel fondo della casa di un sicario e parricida, denominato il Piscaino.

Nè il papa tacque all'atto della repubblica di Genova contro il visitatore apostolico, e pubblicò un editto gravissimo, nel quale per la pienezza dell'apostolica podestà, lo dichiarò «nullo, irrito, invalido, ingiusto, iniquo, riprovato, dannato, vano e temerariamente e dannabilmente da chi non ha potestà emanato.» Nè la signoria di Genova,avuto notizia dell'editto del papa, lasciò di dargli pubblicamente risposta per far capace il mondo della giustizia del suo procedere; sì che del gravissimo litigio tra la santa Sede e la repubblica di Genova chiarissima fama s'innalzò per tutta l'Europa, e, come quello di Venezia, esercitò le penne dei più celebri ingegni, dei quali chi opinava per Genova e chi per Roma. Roma pubblicò la sua apologia, la pubblicò Genova, ed in mezzo a tanta contenzione, si vedeva che il nodo in ciò consisteva, che la sovranità di nome in quelle parti della Corsica apparteneva alla repubblica, e quella di fatto ai Corsi; onde la repubblica si offendeva di ciò che non poteva impedire e che il papa reputava necessario, ed il santo padre, pei provvedimenti da darsi, non poteva non riconoscere quel governo di fatto che la forza aveva stabilito già da parecchi anni senza che Genova l'avesse potuto vietare, e che anzi poca speranza si vedeva che ella in futuro il potesse. Così tra il diritto e la forza nasceva il contrasto; i Corsi si approfittarono della deliberazione del papa, che in loro aggiugneva animo ed in Europa favore e riputazione.

Genova si diede special pensiero di notificare quanto accadeva alla repubblica di Venezia, siccome quella che e per similitudine di forme politiche e per comunanza di massime con sè medesima conveniva. Il console di Genova in Venezia, Biffi, espose al collegio de' savi che la missione del visitatore apostolico tendeva a raffermare que' popoli nella ribellione ed a volgere l'armi contro il loro legittimo principe; che la signoria aveva stimato bene di opporsi ad una tale missione per conservare illesi i diritti del principato; che Roma aveva proceduto ingannevolmente, stante che nel tempo stesso, in cui si trattava un accordo per mezzo del cardinale Delci, decano del sacro collegio, e da monsignore Lazzaro Pallavicino, mentre per Genova passava andando alla sua nunziatura di Spagna,il preteso visitatore era partito di nottetempo da Roma per Civitavecchia, dove si era imbarcato per condursi in Corsica, sur una fregata pontificia; sperare Genova, aggiunse, che la savia Venezia la sua condotta approverebbe.

Il senato veneto, secondo l'antico uso di quella repubblica, fece risposta ne' seguenti termini; «Che sia permesso ai savi del collegio di far chiamar alle porte del medesimo il console di Genova, e per un segretario di questo consiglio significargli quanto segue: dal memoriale che per ordine della vostra repubblica ci avete fatto tenere, rileva il senato, che alle molte inquietudini promosse alla medesima da' Corsi ribelli, aggiungesi in ora quella della dimanda fatta alla Santa Sede per la missione in quel regno di un visitatore apostolico. Nell'atto però, in cui contempla il senato in questa partecipazione un contrassegno di buona amicizia e corrispondenza della vostra repubblica verso di noi, siamo chiamati a palesarne vero rincrescimento, non dissimulando poi anche l'amaro senso, che proviamo pei molesti e dispiacevoli avvenimenti, che turbano la tranquillità d'un governo, cui professando vera amicizia e perfetto attaccamento, manifesteremo sempre il costante desiderio nostro nel mantenere simili sentimenti, dichiarando a voi la nostra considerazione.»

Se mai fu studio per parlare senza dire, nissuno, che si sappia, ha quest'arte imparato ed usato meglio della repubblica di Venezia.

La Corsica, che menava le mani armate di ferro, non istette a badare nemmeno colla penna. Pubblicò ancor essa il suo manifesto per adonestare le cose successe il quale conteneva ragioni, conformi a quelle di Roma, ma con ingiurie contro Genova. Genova faceva bruciare per mano del boia in faccia a Banchi i manifesti de' Corsi, e la Corsica faceva per la stessa mano bruciare i manifesti di Genova.

Il re di Napoli s'interpose per trovar il modo di comporre quella velenosa discordia; ma trovò il governo pontificio meno arrendevole della signoria di Genova. Il re primamente proponeva, che rivocando l'editto de' 13 aprile, il papa si compiacesse di richiamare dalla Corsica il vescovo di Segni; in secondo luogo, che la rivocazione dell'editto fosse di data anteriore a quella del vescovo; terzo, che le due rivocazioni comparissero al pubblico tutte insieme, e perciò prima di pubblicarsi si rimettessero in mano del re.

Cotali proposizioni il re faceva con intesa e consentimento della repubblica. Il senato genovese bramosamente aspirava al vedere sopita una discordia, da cui riceveva non piccola molestia, conciossiachè i popoli cattolici, o ragione o torto che si avesse col papa, sempre sopportavano mal volontieri che i loro governi tenessero lite col supremo pastore. Ma il pontefice stava alla dura, e vane tornarono tutte le ragioni che il re seppe mettere in campo, non volendo lasciarsi persuadere, e sempre pretendendo che prima di tutto la repubblica desse la soddisfazione, e che quindi spiegasse a Sua Santità i suoi desiderii, perciocchè poteva essere sicura, lasciava intendere, di ottenere dalla non mai manchevole affezione del padre comune tutto ciò che fosse dalle pastorali sue obbligazioni permesso. Così la discordia che aveva assalito il papa e la repubblica di Genova, non fu potuta comporre, nè smorzare l'acceso fuoco.

Andando le cose a seconda e per quel verso che desideravano, i Corsi presero maggior ardimento e fecero risoluzione di usare tutti gli attributi della sovranità. Il consiglio supremo di Corsica ai 20 di maggio ordinò la guerra di mare contro i Genovesi. Fecero grandissime prede, mutati in bastimenti di corso i legni che prendevano, per forma che col desiderio della preda si moltiplicavano i mezzi di farla. I presidii di Bastia, San Fiorenzo e Calvi, acui da Genova e da Livorno non potevano più pervenire se non con estrema difficoltà le provvisioni, grandemente ne pativano. Si rendeva un giorno più che l'altro manifesto che invano Genova si affaticava per ristabilire nella sommossa isola il suo imperio.


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