MDCCLXXXVAnno diCristoMDCCLXXXV. Indiz.III.PioVI papa 11.GiuseppeII imperadore 21.Intesa a questi giorni più di mezza Italia alle riformazioni d'ogni genere nella pubblica cosa, ebbe Venezia a mettere per qualche tempo in esercizio la sua saviezza, per divertire possibilmente le conseguenze d'un avvenimento che alla fine costrinse la repubblica ad impugnare le armi sul mare.Nel marzo 1781 alcuni negozianti tunisini noleggiarono nel porto d'Alessandria un bastimento veneziano per trasportare a Tunisi le loro merci. Or pretendeano costoro che il legno dovesse dare tantosto alla vela, non ostante una malattia sopraggiunta al capitano che impedivagli assolutamente di partire, e, senza voler udir ragione, tanto quei Tunisini insistettero che il console veneziano residente in Alessandria dovette obbligare il figliuolo del capitano a mettersi in mare in vece del padre.Coll'equipaggio adunque di otto marinai veneziani e diciotto Tunisini proprietarii del carico, imbarcossi il giovane pel suo destino; ma, fatto ch'ebbe circa un sessanta miglia, si avvide che nel bastimento era la peste. Volle tornarsene indietro ad Alessandria; ma i Tunisini a viva forza l'astrinsero a progredire nel viaggio sino al porto di Sfax, ove pel contratto doveva approdare. Se non che erano in tragitto periti dieci Tunisini e tre marinai, e gli abitanti di Sfax, del male accortisi, coll'armi in mano respinsero il capitano col suo legno infetto, il solo favore accordandogli di due marinai, a prezzo smisuratissimo, quantunque poco nel mestiere valenti.Rigettato così dalla forza, e costretto a rimettersi in mare, il capitano approdò a Malta. Quivi ancora, informata la deputazione di sanità che il bastimento era attaccato dal contagio, mandò proibendogli il porto, ed intimandogli che, se nonfosse immantinenti partito, avrebbesi senza remissione abbruciato il naviglio con tutto l'equipaggio. Indarno furono le protestazioni e le proferte del capitano di far lunga e rigorosa contumacia; indarno chiese il soccorso d'alcuni marinai, senza i quali impossibile gli tornava ogni movimento, quantunque esibisse di pagargli sino a dugento scudi per ciascuno: le leggi inesorabili della pubblica salute gli stavano contro, ed ei vide ardere sotto i proprii occhi il bastimento, salvo l'equipaggio, cui peraltro non fu permesso di toccar terra che affatto ignudo, e sommergendosi prima nell'acqua. Circostanza da notarsi in questo luogo si è, che malgrado tutte le precauzioni dai Maltesi prese, i Tunisini, sbarcando, seco portarono sopra bacili di rame tutto il denaro che si trovavano, ed in appresso diedero ad intendere al loro dey, non essersi il capitano preso alcun pensiero di loro, nè aver adoperato lui mezzo di sorta per impedire l'arsione del bastimento. La quale relazione fece che il dey pretendesse obbligata la repubblica di Venezia a pagare i danni da' suoi sudditi patiti, mentre, per lo contrario, aveva ella il diritto che indennizzati fossero i sudditi suoi del danno che lor proveniva dalle mosse cui fu il capitano dai Tunisini forzato nelle narrate circostanze.Il dey che allora in Tunisi regnava fece sopra di ciò pressanti rimostranze al console veneziano; ma ossia che sentisse la debolezza delle sue ragioni e gli imponesse la forza della repubblica, oppure che qualche altro motivo il consigliasse, si tacque, nè finchè visse parlò di tali sue pretensioni. Ma, morto lui, il figliuolo che gli succedette le mise di nuovo in campo, e dichiarò al console che si sarebbe rotta la pace, se a lui ed a' suoi sudditi data non fosse intiera soddisfazione. Ed insistendo il dey con tutta la tenacità nel suo proposito, determinò la repubblica d'inviargli, per farla finita, il suo capitano delle navi con proposizioni ragionevolissime e coll'aggiunta di regaliper la sua esaltazione. Ma questi sentimenti di moderazione per parte della repubblica non fecero effetto; che anzi il dey, invece di prestarsi ai termini di giustizia ed equità, produsse nuove pretensioni, fra le quali una era quella che altri Tunisini domandavano risarcimento di certi effetti che trovavansi sopra un bastimento veneziano saltato in aria nel porto di Tunisi, avendovisi appreso fortuitamente il fuoco.Per quanto incompetenti, irragionevoli ed ingiuste cotali pretensioni fossero, non uscivano dal circolo dell'insaziabile avidità della barbara nazione che le metteva in mezzo, nè dai principii da essa professati, che la forza sia la suprema ragione e giustizia in ogni cosa. Intanto eccessi di un'altra natura ferirono direttamente la dignità della repubblica. Non solo rovesciarono coi modi più insultanti gli stemmi del veneziano consolato, ma e il suo capitano delle navi spedito a Tunisi e la sua comitiva durarono molta fatica a sottrarsi al tumulto della plebe, che furibonda gl'inseguiva nel momento che tornavano alle navi. Abbattere lo stemma, insultare il pubblico messo ed intimarsi solennemente dal dey alla repubblica la guerra fu tutt'uno.Sdegnato il senato all'iniquo modo di procedere, elesse a capitano straordinario delle navi il cavaliere Angelo Emo. Quest'uomo sommo, ben a ragione chiamato l'ultimo de' Veneziani, ricreatore della veneziana marineria, salpò con breve flotta dalla patria nel precedente anno, a Cattaro ed a Corfù rinforzandosi di legni da guerra, di soldati e di gente di mare. Giunto colla sua squadra a Tunisi, s'impadronì subito d'una tartana armata e riccamente carica ai Tunisini appartenente; e quindi, esaminati i luoghi della costa, lasciò l'almirante a bloccare l'ingresso principale del porto, ed ei coi rimanenti legni si volse a bombardare Susa, città sessanta miglia da Tunisi discosta. Il vivissimo bombardamento, per diciassette giorni e diciassette notti continuato,atterrò molti e i più notabili edifizii della città, molti pure spegnendo dei suoi difensori ed abitanti, sagrificati alle ostinate barbarie del dey, che non volle la rinovazion della pace.Avendo la veneziana squadra svernato a Trapani, tornò in quest'anno dopo la metà di luglio sulle coste d'Africa, ripigliò il bombardamento di Susa che durò sino al 4 di agosto, non permettendo il mare sempre agitato di spingere più innanzi le guerriere operazioni, ed i bassi fondi anzi consigliando a portare altrove lo sforzo. Giace sulla costa di Barbaria, entro il golfo di Zerbi, la città di Sfax, dipendente dal regno di Tunisi. Benchè circondata da bassi fondi che non permettono di accostarvisi ai vascelli da guerra, benchè alcune isole sorgan fra quelli che più pericolosa ne rendono la navigazione, benchè sino allora avessero cotali ostacoli impedito ai legni delle altre potenze di penetrare in quel ricinto, Emo tentò di conquiderla, ancorandosi in distanza, e di quivi slanciandole contro più di cinquanta bombe, che, cadendo per la maggior parte entro le mura, insegnarono per la prima volta a que' barbari a temere pur essi que' globi fulminanti da' quali si credeano sicuri. Ma non corrispondendo l'effetto pienamente alle mire del comandante, pensò altra via di tornar loro del tutto vano lo schermo di quella sirti, da' proprii navigli, congiungendone le vuote botti, traendo, novella sua invenzione, un navile atto a dar suiquerquencie sulle secche il saggio e l'esempio di quel modo di marittima offesa contro le rocche in terra, che, imitato poi e tratto a termini di grandezza per mezzi infinitamente maggiori dal lord Exmouth sotto Gibilterra, riuscì nondimeno a quella stessa fine, con immenso apparato di forze, a cui Emo con forze tanto rimesse e parche il condusse, di vincere no o distruggere que' corsali, ma di rintuzzarli.Impietositosi però l'Emo ai casi di una popolazione tanto, per l'ostinatezza del capo, sofferente, volle generosamentefare al dey grave rappresentanza in una sua lettera, significandogli eziandio come la repubblica fosse disposta a dargli quelle dimostrazioni di affetto che in varie occasioni avea date al dey di lui genitore e predecessore, qualora si determinasse ad approfittare della clemenza del veneto senato. Commosso il dey alla generosa dichiarazione, fece sapere all'Emo che intavolato avrebbe proposizioni di pace, qualora avesse a trattare con lui solo, rimanendo con due soli legni, e licenziando il rimanente. Rispose il Veneziano che poteva bensì far ritirare la squadra, ma che delle condizioni della pace era del senato il decidere. A questo pertanto inviò per espresso le proposizioni del dey, e mandata la squadra parte a Trapani e parte a Corfù, passò egli a Malta, per attendervi le risposte di Venezia, concessa frattanto ai Tunisini una tregua di quaranta giorni.Lasciò il senato al suo capitano la libertà di conchiuder la pace, escluso però qualunque esborso o patto di denaro, e fissato che per le gabelle i bastimenti veneziani non avessero a pagare se non il tre per cento come i Franzesi pagavano, e non il cinque dal dey imposto; che se a questi tali condizioni non aggradissero, rinnovasse Emo, il senato comandava, le ostilità al più tardi nell'anno nuovo. Fu allora mormorato che questa guerra, la quale durò sei anni ancora, avrebbe potuto, appena sorta, terminarsi col sagrifizio di qualche denaro per saziare l'avidità di quel principe africano, sacrifizio infinitamente minore a quello d'una guerra di mare sì dispendiosa e tanto lunga. E taluni ancora, sospettosi o maligni, vollero colpare della continuazione d'essa lo stesso Emo, che non poteva, dicevano, vedersi ozioso in patria, amava l'agitazione ed il movimento, e godea l'animo in comandare, padrone assoluto, una flotta sul mare. Meschini di loro! che non sapeano, o di sapere dispettavano, quanta mente, qual cuore in Angelo Emo fosse, e qual giudizio di luiera per dare la storia che i giudizii del volgo non imita. «Angelo Emo visse esemplare di costumi e di repubblicana temperanza. Che aspirasse a farsi il Pisistrato della sua patria altro indizio addurre non saprebbe la calunnia che quell'arte in lui somma di rendere idolatre di sè le genti commessegli, di far che i timori e le speranze tutte nel duce loro riponessero, ed in sè rivelato loro, quasi diremmo, presente, rimuneratore, all'unità ridotto venerassero l'aristocratico reggimento da cui gli uomini più ripugnano. Comunque sia, la caligine di congetture non offusca lo specchio della storia. Emo visse e morì terso di macchia; ma certamente palese e quasi vocazione fu in esso la brama di ringiovanire la vecchia patria: e di fatto, quella parte di cui sembra che prima uopo era ravvivare in città sedente sul mare, la naval possa, con tanta saldezza di vita rinnovò, che quando la patria omai più non era, opima spoglia la rinvenne e tutta vita per anche chi ad usurparla mandò quel guerriero che usando fin d'allora del diritto ferreo della fortuna e dell'armi, nel 1796, Venezia rimeritava dell'ospitalità dandole morte.» (Castelli.)
Intesa a questi giorni più di mezza Italia alle riformazioni d'ogni genere nella pubblica cosa, ebbe Venezia a mettere per qualche tempo in esercizio la sua saviezza, per divertire possibilmente le conseguenze d'un avvenimento che alla fine costrinse la repubblica ad impugnare le armi sul mare.
Nel marzo 1781 alcuni negozianti tunisini noleggiarono nel porto d'Alessandria un bastimento veneziano per trasportare a Tunisi le loro merci. Or pretendeano costoro che il legno dovesse dare tantosto alla vela, non ostante una malattia sopraggiunta al capitano che impedivagli assolutamente di partire, e, senza voler udir ragione, tanto quei Tunisini insistettero che il console veneziano residente in Alessandria dovette obbligare il figliuolo del capitano a mettersi in mare in vece del padre.
Coll'equipaggio adunque di otto marinai veneziani e diciotto Tunisini proprietarii del carico, imbarcossi il giovane pel suo destino; ma, fatto ch'ebbe circa un sessanta miglia, si avvide che nel bastimento era la peste. Volle tornarsene indietro ad Alessandria; ma i Tunisini a viva forza l'astrinsero a progredire nel viaggio sino al porto di Sfax, ove pel contratto doveva approdare. Se non che erano in tragitto periti dieci Tunisini e tre marinai, e gli abitanti di Sfax, del male accortisi, coll'armi in mano respinsero il capitano col suo legno infetto, il solo favore accordandogli di due marinai, a prezzo smisuratissimo, quantunque poco nel mestiere valenti.
Rigettato così dalla forza, e costretto a rimettersi in mare, il capitano approdò a Malta. Quivi ancora, informata la deputazione di sanità che il bastimento era attaccato dal contagio, mandò proibendogli il porto, ed intimandogli che, se nonfosse immantinenti partito, avrebbesi senza remissione abbruciato il naviglio con tutto l'equipaggio. Indarno furono le protestazioni e le proferte del capitano di far lunga e rigorosa contumacia; indarno chiese il soccorso d'alcuni marinai, senza i quali impossibile gli tornava ogni movimento, quantunque esibisse di pagargli sino a dugento scudi per ciascuno: le leggi inesorabili della pubblica salute gli stavano contro, ed ei vide ardere sotto i proprii occhi il bastimento, salvo l'equipaggio, cui peraltro non fu permesso di toccar terra che affatto ignudo, e sommergendosi prima nell'acqua. Circostanza da notarsi in questo luogo si è, che malgrado tutte le precauzioni dai Maltesi prese, i Tunisini, sbarcando, seco portarono sopra bacili di rame tutto il denaro che si trovavano, ed in appresso diedero ad intendere al loro dey, non essersi il capitano preso alcun pensiero di loro, nè aver adoperato lui mezzo di sorta per impedire l'arsione del bastimento. La quale relazione fece che il dey pretendesse obbligata la repubblica di Venezia a pagare i danni da' suoi sudditi patiti, mentre, per lo contrario, aveva ella il diritto che indennizzati fossero i sudditi suoi del danno che lor proveniva dalle mosse cui fu il capitano dai Tunisini forzato nelle narrate circostanze.
Il dey che allora in Tunisi regnava fece sopra di ciò pressanti rimostranze al console veneziano; ma ossia che sentisse la debolezza delle sue ragioni e gli imponesse la forza della repubblica, oppure che qualche altro motivo il consigliasse, si tacque, nè finchè visse parlò di tali sue pretensioni. Ma, morto lui, il figliuolo che gli succedette le mise di nuovo in campo, e dichiarò al console che si sarebbe rotta la pace, se a lui ed a' suoi sudditi data non fosse intiera soddisfazione. Ed insistendo il dey con tutta la tenacità nel suo proposito, determinò la repubblica d'inviargli, per farla finita, il suo capitano delle navi con proposizioni ragionevolissime e coll'aggiunta di regaliper la sua esaltazione. Ma questi sentimenti di moderazione per parte della repubblica non fecero effetto; che anzi il dey, invece di prestarsi ai termini di giustizia ed equità, produsse nuove pretensioni, fra le quali una era quella che altri Tunisini domandavano risarcimento di certi effetti che trovavansi sopra un bastimento veneziano saltato in aria nel porto di Tunisi, avendovisi appreso fortuitamente il fuoco.
Per quanto incompetenti, irragionevoli ed ingiuste cotali pretensioni fossero, non uscivano dal circolo dell'insaziabile avidità della barbara nazione che le metteva in mezzo, nè dai principii da essa professati, che la forza sia la suprema ragione e giustizia in ogni cosa. Intanto eccessi di un'altra natura ferirono direttamente la dignità della repubblica. Non solo rovesciarono coi modi più insultanti gli stemmi del veneziano consolato, ma e il suo capitano delle navi spedito a Tunisi e la sua comitiva durarono molta fatica a sottrarsi al tumulto della plebe, che furibonda gl'inseguiva nel momento che tornavano alle navi. Abbattere lo stemma, insultare il pubblico messo ed intimarsi solennemente dal dey alla repubblica la guerra fu tutt'uno.
Sdegnato il senato all'iniquo modo di procedere, elesse a capitano straordinario delle navi il cavaliere Angelo Emo. Quest'uomo sommo, ben a ragione chiamato l'ultimo de' Veneziani, ricreatore della veneziana marineria, salpò con breve flotta dalla patria nel precedente anno, a Cattaro ed a Corfù rinforzandosi di legni da guerra, di soldati e di gente di mare. Giunto colla sua squadra a Tunisi, s'impadronì subito d'una tartana armata e riccamente carica ai Tunisini appartenente; e quindi, esaminati i luoghi della costa, lasciò l'almirante a bloccare l'ingresso principale del porto, ed ei coi rimanenti legni si volse a bombardare Susa, città sessanta miglia da Tunisi discosta. Il vivissimo bombardamento, per diciassette giorni e diciassette notti continuato,atterrò molti e i più notabili edifizii della città, molti pure spegnendo dei suoi difensori ed abitanti, sagrificati alle ostinate barbarie del dey, che non volle la rinovazion della pace.
Avendo la veneziana squadra svernato a Trapani, tornò in quest'anno dopo la metà di luglio sulle coste d'Africa, ripigliò il bombardamento di Susa che durò sino al 4 di agosto, non permettendo il mare sempre agitato di spingere più innanzi le guerriere operazioni, ed i bassi fondi anzi consigliando a portare altrove lo sforzo. Giace sulla costa di Barbaria, entro il golfo di Zerbi, la città di Sfax, dipendente dal regno di Tunisi. Benchè circondata da bassi fondi che non permettono di accostarvisi ai vascelli da guerra, benchè alcune isole sorgan fra quelli che più pericolosa ne rendono la navigazione, benchè sino allora avessero cotali ostacoli impedito ai legni delle altre potenze di penetrare in quel ricinto, Emo tentò di conquiderla, ancorandosi in distanza, e di quivi slanciandole contro più di cinquanta bombe, che, cadendo per la maggior parte entro le mura, insegnarono per la prima volta a que' barbari a temere pur essi que' globi fulminanti da' quali si credeano sicuri. Ma non corrispondendo l'effetto pienamente alle mire del comandante, pensò altra via di tornar loro del tutto vano lo schermo di quella sirti, da' proprii navigli, congiungendone le vuote botti, traendo, novella sua invenzione, un navile atto a dar suiquerquencie sulle secche il saggio e l'esempio di quel modo di marittima offesa contro le rocche in terra, che, imitato poi e tratto a termini di grandezza per mezzi infinitamente maggiori dal lord Exmouth sotto Gibilterra, riuscì nondimeno a quella stessa fine, con immenso apparato di forze, a cui Emo con forze tanto rimesse e parche il condusse, di vincere no o distruggere que' corsali, ma di rintuzzarli.
Impietositosi però l'Emo ai casi di una popolazione tanto, per l'ostinatezza del capo, sofferente, volle generosamentefare al dey grave rappresentanza in una sua lettera, significandogli eziandio come la repubblica fosse disposta a dargli quelle dimostrazioni di affetto che in varie occasioni avea date al dey di lui genitore e predecessore, qualora si determinasse ad approfittare della clemenza del veneto senato. Commosso il dey alla generosa dichiarazione, fece sapere all'Emo che intavolato avrebbe proposizioni di pace, qualora avesse a trattare con lui solo, rimanendo con due soli legni, e licenziando il rimanente. Rispose il Veneziano che poteva bensì far ritirare la squadra, ma che delle condizioni della pace era del senato il decidere. A questo pertanto inviò per espresso le proposizioni del dey, e mandata la squadra parte a Trapani e parte a Corfù, passò egli a Malta, per attendervi le risposte di Venezia, concessa frattanto ai Tunisini una tregua di quaranta giorni.
Lasciò il senato al suo capitano la libertà di conchiuder la pace, escluso però qualunque esborso o patto di denaro, e fissato che per le gabelle i bastimenti veneziani non avessero a pagare se non il tre per cento come i Franzesi pagavano, e non il cinque dal dey imposto; che se a questi tali condizioni non aggradissero, rinnovasse Emo, il senato comandava, le ostilità al più tardi nell'anno nuovo. Fu allora mormorato che questa guerra, la quale durò sei anni ancora, avrebbe potuto, appena sorta, terminarsi col sagrifizio di qualche denaro per saziare l'avidità di quel principe africano, sacrifizio infinitamente minore a quello d'una guerra di mare sì dispendiosa e tanto lunga. E taluni ancora, sospettosi o maligni, vollero colpare della continuazione d'essa lo stesso Emo, che non poteva, dicevano, vedersi ozioso in patria, amava l'agitazione ed il movimento, e godea l'animo in comandare, padrone assoluto, una flotta sul mare. Meschini di loro! che non sapeano, o di sapere dispettavano, quanta mente, qual cuore in Angelo Emo fosse, e qual giudizio di luiera per dare la storia che i giudizii del volgo non imita. «Angelo Emo visse esemplare di costumi e di repubblicana temperanza. Che aspirasse a farsi il Pisistrato della sua patria altro indizio addurre non saprebbe la calunnia che quell'arte in lui somma di rendere idolatre di sè le genti commessegli, di far che i timori e le speranze tutte nel duce loro riponessero, ed in sè rivelato loro, quasi diremmo, presente, rimuneratore, all'unità ridotto venerassero l'aristocratico reggimento da cui gli uomini più ripugnano. Comunque sia, la caligine di congetture non offusca lo specchio della storia. Emo visse e morì terso di macchia; ma certamente palese e quasi vocazione fu in esso la brama di ringiovanire la vecchia patria: e di fatto, quella parte di cui sembra che prima uopo era ravvivare in città sedente sul mare, la naval possa, con tanta saldezza di vita rinnovò, che quando la patria omai più non era, opima spoglia la rinvenne e tutta vita per anche chi ad usurparla mandò quel guerriero che usando fin d'allora del diritto ferreo della fortuna e dell'armi, nel 1796, Venezia rimeritava dell'ospitalità dandole morte.» (Castelli.)