Chapter 30

Verum ubi plura nitent in carmine, non ego paucisOffendar maculis.....Nonostante, quando si agita del sangue e della fama di un uomo, uno scrupolo più di coscienza non parrebbe che potesse guastare la ricetta.Onde sieno completi gli schiarimenti sul Manifesto alla Europa, dirò che fu composto sul principiare del marzo. Ora, mantenendoviva (come sarà provato fra poco) la Legge Stataria in Firenze per prevenire uno sconvolgimento in senso repubblicano,chi scrisse cotesta carta, la quale comparisce vergata da mano non mia, per certo reputò nella sua prudenza necessario, e lo era, insinuarvi qualche parola vaga la quale trattenesse gli arrabbiati da darsi alla disperazione; imperciocchè i disperati tutti sieno temibili; i politici poi, tremendi: e questo vedemmo, e tutto giorno vediamo. Niccolò nostro lasciò ai Partiti un buono insegnamento, di cui, se volessero seguitarlo, questi potrebbono avvantaggiarsi non poco; ed è: — che bisogna contentarci del vincere, e schivare lo stravincere. — Nè io avrei potuto contrastare coteste frasi senza venire ad aperta rottura coi Colleghi, mettendo da capo a repentaglio ogni cosa; molto più se si avverta, che il Partito Repubblicano durava sempre abbastanza gagliardo da consigliare il mantenimento della Legge Stataria per contenerlo; e dall'altra parte, che incominciando a stringere il tempo della convocazione dell'Assemblea, urgeva per me tentare il provvedimento supremo di riporre in mani toscane la sorte della Toscana; il quale con buona fortuna (altri dirà, se con senno ed ardire) mi venne fatto operare col Decreto del 6 marzo. Io non mi sentiva uomo, per poche parole senza costrutto, mettermi in avventura di sconciare le cose. Come poi devansi giudicare la parole espresse in simili angustie, vedremo nella ultima parte di questa Apologia, dove riporterò la opinione di uomini di Stato, e di Storici reputatissimi, intorno a casi non pure somiglievoli, ma quasi identici.Più tardi della Spedizione di Lucca: — frattanto importa notare come la colonna Guarducci, la quale non oltrepassò Rosignano, fosse richiamata, e celeremente spedita verso il contado lucchese. Nè si opponga, come l'Accusa fa, ciò non essere stato spontaneo, bensì per ovviare a maggiore pericolo; no: dicasi piuttosto, che dopo avere in cento modi attraversate le Spedizioni maremmane, io colsi il primo pretesto per mandarle a vuoto. So bene, e a mie spese, che con le Accuse non si fa a fidanza; però intendo dimostrare quanto dico. — La commissione di apparecchiare gente scelta per Maremma, io dava sforzato il14febbraio, e la colonna Guarducci senza ordine o avviso del generale D'Apice, nè mio, potè incamminarsi per Rosignano il giorno17di febbraio; ma per tornare e volgersi verso il contado lucchese, non le si concede mettere tempo fra mezzo; richiamata il 18 a Livorno, daLivorno nel 18 parte.[402]Ancora: — io dai Volontarii indisciplinati aborrivo, eprecisamente in questa occasione, così scrivevo nel 22 febbraio da Lucca al signor Mazzoni, presidente di settimana: «Volontarii, non importa; se prendono ingaggio, va bene, perchè allora si disciplinano, e possono partire; sciolti da qualunque freno, mandano sottosopra ogni cosa,[403]elo vedo a prova.» Sicchè di loro, così com'erano indisciplinati, non sapeva che farmi. Infatti, parte furono inviati in Val di Serchio, perchè lungo il littorale giungessero a Viareggio; parte, senza ordine, sceso il Colle di Chiesa, si spinsero fino al ponte del Macellarino, con presentissimo pericolo di rimanere tagliati fuori;[404]finalmente, con ispreto degli ordini del Generale, vollero trascorrere fino a Pietrasanta; sicchè D'Apice protestò, che se non indietreggiavano essi, egli non avanzava, per la quale cosa mi avventurai solo fino costà, ingegnandomi con parole ora di preghiera, ora di rimprovero, a farli retrocedere.[405]I Volontarii che vogliono operare a modo loro, sono impedimento, non forza; le popolazioni li temono ed odiano; le milizie ordinate li disprezzano, ed essi rendono a tutti pan per focaccia, con ingiurie e soprusi. Però di Volontarii a Lucca non vi era bisogno; e se fu detto, e' si fece per istornarli dalla Maremma; il maggiore uopo di forze, almeno per testimonianza di persona autorevole, era colà, e non altrove; dacchè, partito il Principe, cessava il pretesto di agitarsi in suo nome. Infatti Cesare Laugier, malgrado che il Granduca sul partire da Porto Santo Stefano lo nominasse suo Commissario in Toscana, a cagione della sua partenza, ritenne cotesto Decreto di nessun valore; e le parole contenute nel chirografo, che nel 22 febbraio 1849 egli mi dirigeva da Massa, lo dichiarano espresso: «La partenza del Principe in terra straniera sciolse il Laugier da ogni scrupolo. Credutosi svincolato dal giuramento, pensò il miglior mezzo, perevitare lo spargimento di sangue, retrocedere nelle posizioni da cui era partito.»

Verum ubi plura nitent in carmine, non ego paucisOffendar maculis.....

Verum ubi plura nitent in carmine, non ego paucis

Offendar maculis.....

Nonostante, quando si agita del sangue e della fama di un uomo, uno scrupolo più di coscienza non parrebbe che potesse guastare la ricetta.

Onde sieno completi gli schiarimenti sul Manifesto alla Europa, dirò che fu composto sul principiare del marzo. Ora, mantenendoviva (come sarà provato fra poco) la Legge Stataria in Firenze per prevenire uno sconvolgimento in senso repubblicano,chi scrisse cotesta carta, la quale comparisce vergata da mano non mia, per certo reputò nella sua prudenza necessario, e lo era, insinuarvi qualche parola vaga la quale trattenesse gli arrabbiati da darsi alla disperazione; imperciocchè i disperati tutti sieno temibili; i politici poi, tremendi: e questo vedemmo, e tutto giorno vediamo. Niccolò nostro lasciò ai Partiti un buono insegnamento, di cui, se volessero seguitarlo, questi potrebbono avvantaggiarsi non poco; ed è: — che bisogna contentarci del vincere, e schivare lo stravincere. — Nè io avrei potuto contrastare coteste frasi senza venire ad aperta rottura coi Colleghi, mettendo da capo a repentaglio ogni cosa; molto più se si avverta, che il Partito Repubblicano durava sempre abbastanza gagliardo da consigliare il mantenimento della Legge Stataria per contenerlo; e dall'altra parte, che incominciando a stringere il tempo della convocazione dell'Assemblea, urgeva per me tentare il provvedimento supremo di riporre in mani toscane la sorte della Toscana; il quale con buona fortuna (altri dirà, se con senno ed ardire) mi venne fatto operare col Decreto del 6 marzo. Io non mi sentiva uomo, per poche parole senza costrutto, mettermi in avventura di sconciare le cose. Come poi devansi giudicare la parole espresse in simili angustie, vedremo nella ultima parte di questa Apologia, dove riporterò la opinione di uomini di Stato, e di Storici reputatissimi, intorno a casi non pure somiglievoli, ma quasi identici.

Più tardi della Spedizione di Lucca: — frattanto importa notare come la colonna Guarducci, la quale non oltrepassò Rosignano, fosse richiamata, e celeremente spedita verso il contado lucchese. Nè si opponga, come l'Accusa fa, ciò non essere stato spontaneo, bensì per ovviare a maggiore pericolo; no: dicasi piuttosto, che dopo avere in cento modi attraversate le Spedizioni maremmane, io colsi il primo pretesto per mandarle a vuoto. So bene, e a mie spese, che con le Accuse non si fa a fidanza; però intendo dimostrare quanto dico. — La commissione di apparecchiare gente scelta per Maremma, io dava sforzato il14febbraio, e la colonna Guarducci senza ordine o avviso del generale D'Apice, nè mio, potè incamminarsi per Rosignano il giorno17di febbraio; ma per tornare e volgersi verso il contado lucchese, non le si concede mettere tempo fra mezzo; richiamata il 18 a Livorno, daLivorno nel 18 parte.[402]Ancora: — io dai Volontarii indisciplinati aborrivo, eprecisamente in questa occasione, così scrivevo nel 22 febbraio da Lucca al signor Mazzoni, presidente di settimana: «Volontarii, non importa; se prendono ingaggio, va bene, perchè allora si disciplinano, e possono partire; sciolti da qualunque freno, mandano sottosopra ogni cosa,[403]elo vedo a prova.» Sicchè di loro, così com'erano indisciplinati, non sapeva che farmi. Infatti, parte furono inviati in Val di Serchio, perchè lungo il littorale giungessero a Viareggio; parte, senza ordine, sceso il Colle di Chiesa, si spinsero fino al ponte del Macellarino, con presentissimo pericolo di rimanere tagliati fuori;[404]finalmente, con ispreto degli ordini del Generale, vollero trascorrere fino a Pietrasanta; sicchè D'Apice protestò, che se non indietreggiavano essi, egli non avanzava, per la quale cosa mi avventurai solo fino costà, ingegnandomi con parole ora di preghiera, ora di rimprovero, a farli retrocedere.[405]I Volontarii che vogliono operare a modo loro, sono impedimento, non forza; le popolazioni li temono ed odiano; le milizie ordinate li disprezzano, ed essi rendono a tutti pan per focaccia, con ingiurie e soprusi. Però di Volontarii a Lucca non vi era bisogno; e se fu detto, e' si fece per istornarli dalla Maremma; il maggiore uopo di forze, almeno per testimonianza di persona autorevole, era colà, e non altrove; dacchè, partito il Principe, cessava il pretesto di agitarsi in suo nome. Infatti Cesare Laugier, malgrado che il Granduca sul partire da Porto Santo Stefano lo nominasse suo Commissario in Toscana, a cagione della sua partenza, ritenne cotesto Decreto di nessun valore; e le parole contenute nel chirografo, che nel 22 febbraio 1849 egli mi dirigeva da Massa, lo dichiarano espresso: «La partenza del Principe in terra straniera sciolse il Laugier da ogni scrupolo. Credutosi svincolato dal giuramento, pensò il miglior mezzo, perevitare lo spargimento di sangue, retrocedere nelle posizioni da cui era partito.»


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