«Dalla Residenza del Governo Provvisorio Toscano, li 17 marzo 1849.»Nonostante che il Governo Provvisorio questi casi sentisse amaramente, e lo significasse al Ministero Sardo, dissimulava il torto; e così, riportando il Proclama del Generale La Marmora, coloriva la cosa nelMonitoredel 22 marzo 1849:«Il Generale La Marmora alla testa di un numero considerevole di Piemontesi è entrato in Lunigiana;e in forza di alcune disposizioni che il Governo Sardo aveva preventivamente concordato col Governo Toscano, per causa della guerra, è da sperarsi che nulla conturberà il momentaneo ricovero richiesto e ottenuto dalle truppe piemontesi nel suo passaggio.»Il Generale La Marmora pubblicava entrando il seguente Proclama:«Abitanti della Lunigiana!«Il Piemonte ha tenute le sue promesse. Spese l'intervallo della tregua a rinforzare e migliorare l'armata, senza perdonare a sacrifizio di sorta; accresciutene le file di ben 40,000 uomini, ecco che dichiara la guerra, ed il Re si pone alla testa della magnanima impresa. Per cooperarvi ho ordine di passare fra voi; ma la mia momentanea occupazione di coteste valli non è che militare, ed affatto estranea alla vostra interna politica. Qualche incomodo vi recherà forse il nostro passaggio. Ogni cosa sarà però pagata esattamente, nè d'alcuna molestia v'avrete a lagnare. Noi non vi chiediamo che un momentaneo ricovero; e ben lo speriamo nella nostra qualità di fratelli vostri, e per la missione nostra di liberare altri comuni infelici fratelli. — E siccome la santa causa che siamo chiamati a sostenere vi desta nell'animo quelli stessi generosi sentimenti che noi nutriamo, il comune entusiasmo si confonda col solo grido di«Viva la Indipendenza Italiana.«Il Generale—Alfonso la Marmora.»Io non accuso, mi discolpo, e neanche spontaneo, ma costretto; e non sono andato già io a ricercare queste carte importune, bensì l'Accusa, e le ha stampate, ed ora vendonsi; sicchè trovandosi oggimai di pubblica ragione, chiedo in grazia di non essere ripreso di poco cuore, come quello che alla dignità della Patria non abbia saputo donare il proprio silenzio. Però supplico fervorosamente Dio a volere che queste carte, invece (come altri iniquamente spera) di somministrare materia a nuove ire, persuadano la tolleranza scambievole che nasce dal sentirci tutti quanti siamonon immuni da errore; insegnino ad assumere la severa gravità ch'è indizio di Popolo che si rigenera, e consiglino gl'improvvidi scrittori, avvegnachè il Sammaritano non infondesse nelle piaghe del trafitto asfalto, ma vino e olio; ed è così soltanto che possono dirsi pace anche i Giudei ed i Sammaritani.Esaminiamo adesso se la protervia mia nello attraversare il disegno della Restaurazione, e nello instituire ad ogni costo la Repubblica, mi facessero meritevole di cosa, che per demerito altrui non si giustifica mai, voglio dire il tradimento.Le mie tergiversazioni, per gittarmi poi al Partito trionfatore, indignarono forse gli animi dei Costituzionali ortodossi, come hanno commosso i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, sicchè vollero venire a mezzo ferro e farne un fine? Questo supposto può scriversi dai Giudici, ma non può sostenersi da cui goda del bene dello intelletto, perchè le mie informazioni sì antiche che recenti m'istruivano che i toscani Popoli avversavano le forme repubblicane. Riporto a testimonianza di fede, davanti gli uomini di tutti i partiti, i Documenti che seguono. — Per somministrare schiette e leali notizie ai miei avversarii, che parteggiavano per la Repubblica impossibile, domando al Governo di Livorno: «Ditemi se gioverebbe più ad animare o la idea della difesa della nostra terra, o la idea della Repubblica.Intendo che si presenta lo spirito di tutto il Popolo, non già di una classe o di una fazione.»[643]Rispondeva il sagace uomo Avvocato Massei:«Al Cittadino Guerrazzi, Rappresentante il Governo Toscano.«Crederei più opportuno toccare in genere della difesa della Patria contro lo straniero, piuttosto che della forma di Governo col Popolo. Così faccio io nelle mie brevi parole al balcone, e non senza qualche effetto.»Avuta questa risposta, insistevo col Dispaccio telegrafico del medesimo giorno:«Continui sempre a consultare lo spirito pubblico. Animi per la difesa del territorio. Purchè vogliamo davvero, difenderemo il Paese dall'invasione straniera. Chiunque vuol tutelare la Patria, parta subito e faccia massa a Firenze. Qui si istruiscono, e poi s'inviano al campo. Essendo uomo di Governo,non le raccomando di ridurre i Livornesi a temperanza e modestia, e al vero amore della libertà.«D'Apice è in viaggio. Ricevetelo come merita. Gioventù, alle armi. La Patria non muore mai.»Interrogato con diligenza il Prefetto di Pisa, informava sollecito: «La Unificazione con Roma ha contro di sè l'opinione generale. La difesa del Paese sarebbe la formula che concilierebbe senza confronto il maggiore consenso. Ciò ritenuto, il pronunziarsi per questa gioverebbe in quanto a rassicurare da ogni inquietudine sulla Unificazione. Ma anche la formula della difesa non va esente dalle difficoltà per lo spirito delle popolazioni di campagna poco disposte ad adattarsi ai mezzi di esecuzione. È verità, e bisogna dirlo.»Il Prefetto di Lucca anch'esso: «La Unificazione con Roma aumenterebbe i mezzi materiali, ma diminuirebbe i morali religiosamente e politicamente; nel primo senso sarebbe preferita; nel secondo temuta e schivata.»[644]Uguali rapporti venivano dalle altre provincie toscane, i quali non mi è dato riferire, però che nel Volume dei Documenti dell'Accusa io non li trovi impressi, e gli Archivii non mi sieno stati conceduti fin qui. Nonostante questo, è sicuro che tutti suonassero nella stessa guisa, avvegnadio nella conferenza segreta del 3 aprile io dichiarai espresso la Toscana procedere, per la massima parte, avversa alla Repubblica ed alla Unificazione con Roma, e il Ministro dello Interno, più tardi, nella pubblica Assemblea, adempiendo al suo dovere, senza rispetto significò: «Vi sono Rapporti dei nostri pubblici funzionarj, e dei pubblici funzionarj di un ordine più elevato (per esempio i Prefetti) intorno alla idea della Unificazione della Toscana con Roma. Se debbo qui fedelmente esporre quello che a me da questi funzionarj vien riferito, dirò, che la massima parte della popolazione toscana recalcitra alla immediata Unificazione con Roma: alcuni perfino ne fanno argomento di timore per non poter conservare l'ordine pubblico, quando questa Unificazione fosse legalmente e definitivamente proclamata da questa Assemblea, mentre all'opposto la opinione contro qualunque ingiustissima invasione straniera potrebbe crescere fino al furore.»Nel 2 aprile 1849 indirizzo al signor Presidente dell'Assemblea Costituente Toscana la lettera seguente:«Signor Presidente dell'Assemblea Costituente Toscana.«In coscienza, e sopra l'anima mia, considerate attentamente le volontà e le cose, io credo che non possa salvarsi, o almeno tentare di salvare il Paese, laddove non siano dall'Assemblea consentite queste cose:«1º I pieni poteri non sieno illusione nè facoltà che scappano ogni momento di mano, ma libero esercizio di pensare e attuare subito quanto si reputa necessario per la salute della Patria.«2º Proroga dell'Assemblea a tempo determinato o indeterminato, con obbligo nel Potere Esecutivo di non risolvere intorno alle sorti del Paese senza consultarla, — pena la dichiarazione di traditore.«3º Sospensione di ogni quistione intorno alla forma del Governo.«4º I Deputati rimangano a Firenze per condursi a richiesta del Potere Esecutivo, in qualità di Commissarii per la Guerra, nelle Provincie, e sovvenirlo in altra maniera.«Per me non vi vedo altra via. L'Assemblea deliberi. Scelga chi vuole per Capo, Dittatore, o che altro; le parole sono nulla, le cose tutto. Io sarò lieto di mostrare come deva obbedire chi ama la Patria davvero. Addio.«A dì 2 aprile 1849.«Amico —Guerrazzi.»Chiamo i signori Prefetto Massei e Consigliere Paoli a Firenze per assistere alla Tornata dell'Assemblea del 3 aprile, perchè essi somministrassero schiarimenti sul modo col quale avevano saggiato lo spirito pubblico allorquando, a Livorno e a Pisa, lo avevano detto contrario alla Repubblica, e la opinione loro sostenessero apertamente.[645]In quel giorno mi viene offerto da Livorno un Battaglione di Volontarii, ed importa apprendere il come: «Feci conoscere (scrive Massei) al Ministro dello Interno la necessità di decidersi per l'accettazione o il rifiuto della offerta di un Battaglione di Volontariifatto da alcuni patriotti livornesi, sotto nome diBattaglione repubblicano, pronti a renunziare al nome.»[646]Ed io rispondo come si legge a pag. 625. Poche ore dopo, riparando all'oblio del nome, con Dispaccio telegrafico, aggiungo: «il Battaglione può chiamarsiDel Fante, livornese, morto a Krasnoie. Ritenuto quanto ho detto su le armi e su gli Ufficiali, si metta in via.»[647]Nel giorno 3 aprile accadde la Seduta memorabile dell'Assemblea, nella quale per certo io non lusingai parte repubblicana, nè essa lusingò me, e fu detto di sopra: in quel giorno stesso certo ufficiale della Posta mi portava un plico aperto diretto a lui, dove stavano incluse lettere per gli spettabili signori Ottavio Lenzoni, Cesare Capoquadri, Orazio Ricasoli, Gino Capponi, conte Serristori, ed altri parecchi, di cui non rammento il nome, raccomandandogli che facesse recapitarle al domicilio dei segnati. Sospetto era lo invio; ritenni si trattasse di trame, e il tenore della lettera breve mandata all'ufficiale confermava grandemente il dubbio: pure rimisi ai mentovati Signori le lettere col sigillo intatto, e solo gl'invitai a non volere partecipare ad intrighi, rendendomi più grave il fascio già troppo per le mie braccia. Ora ho da dire che commisi al Segretario scrivesse conoscerne io il contenuto, ma il fatto sta che, non avendole aperte, io non lo conosceva. Siccome al mondo tutta cortesia non è anche spenta, così qualcheduno, a cui duole del mio non degno strazio, mi fa tenere per mezzo del mio Difensore una copia della lettera da lui ricevuta onde me ne valga, la quale dichiara così:«Al vero Cittadino.«Non vi è tempo da perdere. Movetevi una volta con coraggio, senza timore. La Toscana tutta reclama anche da voi la sua salvezza, ed è dovere di farlo. Correte, ma subito, dai soggetti in calce notati; stringetevi con i medesimi, ed'accordo col Municipio andate da Guerrazzi per concertare il modo, prima per tutelare l'ordine, e quindi per salvare la Patria da una invasione austriaca. Il Principe confida anche in voi, e i Toscani non dimenticheranno il vostro nome, che sarà scolpito in un monumento inalzato a eterna memoria dei benemeriti della Patria.»N. B. La lettera non ha data, ma ha il bollo di Posta del 30marzo 1849, ed è scritta, o sottoscritta così: «Il Comitato dei Veri Cittadini.»Dunque, nel 3 aprile, nella comune estimativa io non era reputato avverso alla restaurazione del Principato Costituzionale? All'opposto, me giudicavano attissimo a restituirlo in Toscana. Dunque allora non pensava la gente che i miei fatti e i miei detti mi palesassero uomo capace di tenere due corde al suo arco. Dunque nessuno si avvisava che io fossi di cuoredoppio, ma sì all'opposto me tenevano per tale, da sicuramente confidarmi il disegno del richiamo del Principe, e del medesimo prendermi a parte.Quantunque non sia mio instituto esaminare le risposte date dai testimoni, che l'Accusa stessa ricercò, tuttavolta, occorrendomi leggere i deposti relativi ai giorni 11 e 12 aprile, poichè mi cade il taglio mi giova riportare quello che intorno alla mia propensione di restaurare il Principato Costituzionale dichiarino alcuni spettabili Cittadini. Il signor Dottore Venturucci, animoso e dabbene, interrogato se per me si manifestassero tendenze alla Restaurazione, risponde: «A onore del vero, dirò, che interpellando io il Guerrazzi come Capo del Potere Esecutivo, mentre si parlava di dover fare una guerra insurrezionale, su le disposizioni del Popolo Toscano, su quelle delle Milizie, intorno ai termini della Toscana con gli Stati Italiani ed Esteri, il signor Guerrazzi si mostrò molto pago di queste interpellazioni, e si diè a rispondere: —La disposizione del Popolo Toscano è manifestamente per Leopoldo II: la soldatesca si compone di gente non buona, in ispecie Volontarii; — e rivoltosia Montanelli ch'era tornato di recente, soggiunse: — dillo tu. — E Montanelli assentiva con lacrimevole storia. — Inoltre, egli aggiungeva, tranne che con Venezia e con Roma, non siamo in buoni termini con altri Governi;anzi, nè anche con Roma ci troviamo in perfetto accordo, e nella intimitàche uomo potrebbe credere, però che il Mazzini quando stette a Firenze fu poco contento di noi, non avendo io voluto che si alzassero gli Alberi, nè si proclamasse la Unione con Roma, e dovei penare molto perchè ciò non si facesse. Noi non siamo in termini officiali con nessuna Potenza; nessuna ci ha voluto riconoscere; solo il Ministro inglese mantiene con noi termini officiosi.»I Giudici del 7 gennaio 1851, questo chiamanoparlare coperto.«Onde, — il signor Venturucci continua, — da tutte queste cose, edanche da altre rispostedel Guerrazzi, sembrerebbe potesse ragionevolmente arguirsi essere in lui stata la tendenza a operare la Restaurazione Costituzionale,e che per questo soltanto cercasse ottenere un voto di fiducia, e avere in mano il potere assoluto.»Vuolsi notare come il Montanelli tornasse di Lunigiana il 10 marzo 1849,[648]e però cotesti discorsi accadevano nel 12 o 13 dello stesso mese, che secondo il calendario della onesta Accusa succederebbero il 27 marzo, che fu giorno doloroso per la notizia della battaglia di Novara.Il Professore Taddei, schietto e leale, testimoniando del vero, dice: «Posso rispondere, che dalle sue espressioni sì di quel giorno (12 aprile 1849), che deigiorni precedenti, si rilevava benissimo ch'egli non solo non avversava la ripristinazione della Monarchia, ma che anzi vi si mostrava proclive. La quale proclività dava a me fondamento per lusingarmi, che egli volesse e sapesse trovare modo di fare questo passaggio in conformità del desiderio universale nei modi più attiper risparmiare il sangue, e per conciliare nel tempo stesso la dignità del Paese.» Nè alla età del signor Taddei si mentisce, perchè potrebbero fare all'illustre vecchio mali gravi, non lunghi, e l'uomo compreso nei casti pensieri del sepolcro aborrisce macchiare d'infamia la veneranda canizie. Di Ferdinando Zannetti ho favellato altrove. Potrei citare i signori Emilio Nespoli e Avvocato Giuseppe Panattoni, ma per non allungare di soverchio le citazioni, ed essendo eglino meno espliciti degli allegati, credo bene porre fine a questo negozio, che più propriamente è materia dell'Avvocato difensore.Nè questa opinione furono soli a concepirla i Fiorentini, chè nelMessaggere del Galignani, in data del 7 aprile 1849, occorre questa notizia: «Leggiamo in una lettera da Firenze del 1º. Corre fama che Guerrazzi,il quale non è stato mai partigiano della Repubblica, siasi fatto Dittatore unicamente allo scopo di avere più agio a restaurare l'autorità del Granduca.»[649]Ed appartiene eziandio a questo periodo il Documento che segue:Istruzioni che il Ministro della Guerra dà al Generale D'Apice, state precedentemente concertate col Capo del Governo.«1. Provocherà in Lucca, Pietrasanta, Massa ec., lo spirito pubblico per la difesa del Paese, mostrando tutti i pericoli della invasione, e rammentando di frequente gli orrori di cosiffatta sventura. Saggerà bene il genio del Popolo; e se gioverà, per allacciare più consensi, lasciar da parte la questione sulla forma di Governo, sì il faccia. — Però la mobilizzazione deve essere immediata; si metta d'accordo con le Autorità, e avvenga per amore o per forza, in specie per le campagne.«2. Destramente conosca, e mi referisca se proclamare la Repubblica e la Unione con Roma sarebbe adesso argomento di forza, o piuttosto di dissoluzione.«3. Avvenendo qualche moto di ribellione o attentato alle vite ed alle sostanze, secondi le Autorità locali per reprimerlo e punirlo acerbissimamente.«4. Non concedendo il tempo ristabilire la disciplina con modi graduali e blandi, bisogna tentare, se si può, con modi severi. Quindi sia inesorabile: non raccomando giusto, sapendo quanta sia la giustizia sua. Perconverso, largheggi ai meritevoli di ricompense. Faccia sentire al soldato, la guerra essere un mestiere che giova, il merito cosa da trarne immediato vantaggio, la disciplina fruttare onore e sicurezza.«5. Tenga ilare eperpetuamente occupatoil soldato. Qui sta il gran segreto della disciplina. Il Capitano che può affaticare di più i soldati gli avrà meglio disciplinati; perchè il lavoro afforza le membra, persuade la condotta regolare, e stanca la persona. Vorrei si esercitassero ai lavori di zappa, vanga ec.«6. Con la solita sua prudenza può mostrare il Generale che la difesa del Paese, e della integrità del territorio, è cosa che tutti i Partiti desiderano, e di cuitutti i Governidomanderanno conto ai soldati, qualora vilmente si ricusino.Ritornando anche Leopoldo, terrà in dispregio un'armata che non seppe conservare alla Toscana la Lunigiana, Massa e Carrara.»«7. Difenderà la Frontiera ad ogni costo; e cercherà con ogni diligenza conoscere gli avvenimenti oltre la Frontiera, così per la parte dei Piemontesi, come per quella degli Estensi, e nedarà ragguaglio fino a Lucca con staffetta; da Lucca a Firenze per telegrafo.«8. Adoprerà tutti i mezzi per accordarsi col Governo Piemontese e co' Liguri, per far causa comune contro il nemico tenendosi sopra la difensiva; però non gli si toglie la facoltà d'imprendere l'offensiva quante volte giovi alla difensiva.«9. Lo stesso anche più ampiamente dicasi per la parte degli Stati Romani, che considererà sempre come destinati a formare una stessa famiglia con noi, se i casi non vogliono altrimenti.«10. Finalmente vigilerà a impedire qualunque complicanza col suscitare inopportune quistioni politiche con gli Stati confinanti.«11. Non gli si raccomanda che in ogni evento salvi l'onore del Paese, perchè in questo il General D'Apice non ha mestieri di raccomandazione.«12. Le migliori truppe saranno postate nei passi più deboli della linea di difesa. — Organizzare una riserva in seconda linea in modo da soccorrere con celerità i posti attaccati.«Firenze a dì 1º aprile 1849.«G. Manganaro.»L'Accusa legge con l'occhio cieco del Bano di Croazia l'ordine di lasciare da parte la quistione su la forma del Governo, e l'altro d'indagare destramente se la Repubblica piaccia o no; il quale non era senza arguto consiglio, però che, i partigiani della Repubblica ponendo nel Generale grandissima fede, io disegnava adoperarlo a persuaderli efficacemente, in virtù della convinzione che doveva nascere in lui dal coscienzioso esame dei fatti, a deporre la ubbia di volere instituita la Repubblica in Toscana:[650]nemmeno apprezza l'Accusa l'Articolo 6, il quale pure spiega a chiare note, che il Generale faccia sentire la possibilità del ritorno del Granduca, e quanto sarebbe per desiderareegli ancora, che il suo Stato intero si conservasse. Questo è il concetto che parimente dettai nel Manifesto alla Gioventù Fiorentina, ma qui più esplicito e là più coperto, siccome consigliava prudenza, chè adesso favellavo con un uomo solo, e discreto per indole, per instituto obbediente. Si sollevano le cateratte all'Accusa soltanto allo Articolo 9, dove raccomando di accordarsi con gli Stati Romaniper fare causa contro il comune nemico, perchè gli ha da considerare come destinati a formare una sola famiglia con noi,SE I CASI NON VOGLIONO ALTRIMENTI. Che cosa trova qui da riprendere l'Accusa? Forse trattasi qui diUnificazione con Roma repubblicana? Quanto queste Istruzioni negli altri Articoli esprimono, non esclude simile concetto? E meglio non lo escludono fino dalla radice il cumulo dei fatti concomitanti? — O dunque che cosa significa egli cotesto Articolo? — interrogherà l'Accusa. — Ed io rispondo avere in altra parte manifestato i miei pensieri in proposito. Il Ministero Capponi,[651]dettando la commissione al Legato Ridolfi per le Conferenze brussellesi, si palesò vago di vedere Toscana arrampicarsi su pei greppi degli Appennini, e mettere un piede in Lombardia; a me cotesti possessi lombardi non andavano a sangue, e mi pareva che meglio potesse allargarsi verso la Umbria, memore dell'antica Etruria, di cui furono confini la Magra e il Tevere; il quale concetto mi parve allora, e ritengo anche adesso, più classicamente politico, per ragioni che non importa discorrere. A me piaceva parte degli Stati Romani, non già nella guisa che disse David quando gli morì il figliuolo avuto da Betsabea: «Poichè non verrà più a me, io me ne vado a lui;»[652]ma sì nel modo contrario, voglio dire che, invece di andare a loro, essi venissero a me; onde se, senza pericolo di commettere tradimento, si può desiderare ampliato lo Stato da parte di Ponente, non si sa come appo l'Accusa si corra pericolo di fellonia, piegando questo desiderio a Levante. Io poi giudico, e quanti hanno pratica delle faccende politiche giudicheranno meco, che corra necessità assoluta di ampliare i piccoli Stati, conciossiachè, mettendo pure da parte il riflesso che le difficoltà degli Stati grandi diventino tribolazioni vere pei piccoli, i tempi (per dire tutto in una parola sola) impongono l'obbligo di tali spese a cui gli Stati piccoli non possonosopperire. Avviene per questi come nelle private proprietà, dove i troppo grandi possessi non recano danno minore dei troppo piccoli alla pubblica economia, chè in quelli nuoce la inerzia a usufruttare, in questi la impotenza. Ed a me talora, pensando lungamente su le condizioni economiche della Toscana, veniva fatto concludere: «Noi abbiamo gl'incomodi di un guscio di noce armato come un vascello a tre ponti.» Siffatto mio intendimento poi non avrebbe dovuto suonare nuovo all'Accusa, poichè mi scoppiò fuori quasi per forza nella Tornata del Consiglio Generale toscano del 22 gennaio, e venne con laconsueta caritàraccolto, ravviato, e messo in vetrina dallo amico nostro ilConciliatore.[653]— E forse nè anche a questo tacerà l'Accusa, e dirà che simili disegni deggionsi dai Ministri cacciare via come tentazioni del Demonio; ed io, poichè, tra le tante e strane vicende della mia vita, mi trovo ridotto anche a questa, di favellare di politica con l'Accusa, mi permetterò osservarle, che,se i casi volevano, avremmo potuto compensare la Chiesa in Lombardia, a modo di esempio, col ducato di Parma, che già fu suo, e com'ella sa, o piuttosto non sa, da Paolo III, nel 12 agosto 1545, dato in feudo ecclesiastico, reversibile dopo la estinzione della linea mascolina, a Pier Luigi Farnese; la quale investitura però non tolse, che nel 1718, in virtù del Trattato della quadruplice alleanza, Art. V, Cap. I, fosse dichiarato feudo imperiale, senza il consenso del Duca Francesco, come senza attendere alle proteste d'Innocenzo XIII;[654]e neppur tolse più tardi che nel 1731 le milizie austriache l'occupassero,per consegnarlo a Don Carlo infante di Spagna. Tutto questo poi ho voluto raccontare, perchè l'Accusa conosca che simili composizioni di Stati, e sieno ancora della Chiesa, si costumino fare senza pericolo di tradimento, per via di Congressi e col mezzo di Trattati politici. E mi sembra non presumere troppo di me, se affermo che il mio concetto d'ingrandire,se lo volevano i casi, la Chiesa in Lombardia e la Toscana nella Umbria, superò in bontà quello di ampliare Toscana in Lombardia, o si attenda alla Storia e alla antica parentela dei Popoli, o alle comodità geografiche, o finalmente alle altre tutte cagioni per le quali avviene che lo accomunarsi piace che succeda, e successo si mantenga. Che se poi ad ogni modo pretenderà l'Accusa, che i miei desiderii e presagii costituiscano peccato, senta una cosa l'Accusa: — prometto confessarmene; — e mi lasci stare.L'Accusa dirà, immagino: — della commissione del 1º aprile 1849ego te absolvo, e se a malincuore Dio solo lo sa; ma con altri ganci ti tengo; ora rispondi: come ti scuserai del Dispaccio del 18 marzo 1849 mandato al Generale D'Apice?[655]— Parmi la risposta breve: nè lo mandai, nè lo firmai. — Ma egli è composto collettivamente, però che accenni aconferenzeavute col Governo Provvisorio. — Che monta questo? Il Montanelli come Presidente del Governo Provvisorio si reputò rappresentare l'ente complesso, e credo dirittamente pensasse; e tanto è vero che fu così, che sebbene vi adoperi il numero plurale non pertanto si sottoscrive: G. Montanelli. — Ma dunque come va ch'è scritto di tuo carattere, tranne la firma? — Il signor Montanelli praticava un costume assai somiglievole,per quanto leggiamo scritto, a quello della Sibilla Cumana; notava le cose sue su fogli sparti, e gli lasciava ora qua, ora là; io uso diversamente, e pongo cura diligentissima a tenere in sesto non solo lo scrittoio mio, ma anche l'altrui; e talvolta alle tre ore antimeridiane mi sono trattenuto allo Ufficio per accomodare le carte arruffate dei Segretarii. Ora il signor Montanelli avendo conferito col Generale D'Apice, spontaneo o richiesto gli mandò la commissione in discorso, e lasciò sul mio tavolino la minuta del Dispaccio neppure sottoscritto; tornato la sera, vidi il foglio, lo lessi, e parendomi, come veramente era, di nessuna rilevanza, lo stracciai pel mezzo e lo gittai nella paniera. Ragionando nel dì successivo delle varie cose del giorno innanzi, il signore Montanelli mi venne interrogando se avessi veduto le Istruzioni partecipate al D'Apice; e negando io, egli soggiunse avermene lasciato sul tavolino la minuta; allora immaginando che accennasse alla carta gittata nella paniera, la ricercai, ne misi insieme i quattro pezzi, e domandai se a sorte intendesse di quella. Avendomi risposto per lo appunto essere, io per gentilezza non consentendo ch'ei la ricopiasse emendai il fallo involontario riscrivendola; e scritta che fu, lo avvertii: «E parti commissione questa sufficiente per noi? E pensi che possa contentarsene il Generale? Siffatta vaghezza mette a strano partito noi e lui; bisogna essere precisi nello indicare le cose che vogliamo sieno fatte; altrimenti tu me lo crei di punto in bianco Dittatore, e ti togli l'adito a mai trovarlo in peccato. Ancora, e scusami amico mio, — e questa commissione di promuovere gl'interessi repubblicani della Italia Centrale che cosa significa mai? Questa è buona per un negoziatore, non per un Generale; questa poteva darsi dal Direttorio a Buonaparte mandato alla conquista d'Italia; ma a D'Apice, che ha da starsene in Toscana, io non vedo a che giovi; la sua commissione è militare, non politica, e meglio importava indicargli i luoghi della frontiera, ove urge, e noi vogliamo che si afforzi. Inoltre, gl'interessi repubblicani della Italia Centrale che cosa sono eglino? Toscana non è confusa ancora con gli Stati Romani, e penso, che male ciò possa effettuarsi; forse mai, — ed a questa ora tu ne dovresti essere quanto me persuaso: di più, Toscana non assunse ancora forma repubblicana, e dubito forte se mai l'assumerà;[656]pertanto sai tu che cosa mi pare tu abbi ordinato al D'Apice? Che abbandonate le nostre frontiere, ei se ne vada diritto a prendere soldo dalla Repubblica Romana.» Sorrise Montanelli, e, come costumava, tutto soave mi rispose: «Ormai l'ho spedito;» e preso il foglio lo sottoscrisse.In vero, come avrei potuto dare al Generale cotesta commissione, e come contestargli essere conforme alle conferenze verbali, se i miei colloquii e le mie commissioni suonavano diversi? — Il Generale D'Apice udito in testimonianza depone: «Avendo avuto luogo di recarmi due o tre volte a Firenze, ho udito in coteste circostanze parole da lui che mi fecero credere non fosse lontano a ristabilire in Toscana il Granduca Leopoldo II, e dette maggiormente forza a tali mie supposizioni il discorso fattomi dal medesimo signor Guerrazzi l'ultima volta che parlammo insieme, il quale consistè nello avvertirmi che in ogni caso importava difendere la frontiera, perchè, se tornava il Granduca, avrebbe avuto piacere di trovare non menomato lo Stato neppure delle provincie che da cotesta parte gli si erano aggiunte; per la quale cosa tolto commiato da Firenze e giunto a Lucca riunii davanti a me i due Tenenti Colonnelli Facdouelle e Fortini, e Colonnello Baldini, e ripetei loro in sostanza il discorso del signor Guerrazzi,[657]nè mai alcuno di noi si è occupato di vedere se convenisse più l'una che l'altra forma di governo,quantunque fra le istruzioni suddette vi fosse pure questo incarico.»[658]Più oltre: «Nel richiedere al Ministro della Guerra più ampie istruzioni, ebbi in veduta specialmente la comparsa del Granduca Leopoldo o di altro in suo nome,avendo presente il discorso fattomi dal signor Guerrazzisul possibile ritorno del medesimo Granduca, per cui bisognava difendere la frontiera; come pure non avevo dimenticato le qualche parole confidatemi dal Guerrazzi, per cui mi era parso ch'ei non fosse alieno da trattare il ristabilimento del Granduca.» Non importa notare nemmeno che il Generale non accenna a un tempo soltanto, ma a tre diversi;e comecchè mi manchi modo di riscontrarlo, io do per sicuro che la prima volta e la seconda egli si portasse a Firenze prima del 27 marzo 1849; e ciò avverto onde l'Accusa si vergogni avere, in onta al vero, sostenuto che simili disposizioni in me nascessero, tardo pentimento, dopo la battaglia di Novara. Ora, se io avessi scritto al Generale come suona il Dispaccio del 18 marzo 1849, e gli avessi favellato come egli depone, avrebbe avuto motivo a dubitare della sanità del mio cervello. Anzi, dove bene s'intenda, parmi evidente la prova che cotesta commissione fosse del tutto fattura non mia, imperciocchè io mi ero lasciato andare fino a fargli sentire la possibilità del ritorno del Granduca, e quella lo incarica di sostenere la Repubblica; donde la necessità della doppia origine di siffatte manifestazioni. Per la quale cosa ammonisco i miei Giudici, che colui il quale tiene con varie persone discorso diverso può reputarsi talvolta, ed essere, uomo mascagno; credere poi che un Magistrato parli a un Generale bianco e gli scriva nero, per lo meno è da matto.A questo tempo si referisce la seguente lettera, che io scriveva al signor Consigliere Carlo Bosi, dalla quale si fa manifesto come io sentissi di coloro, che più si mostravano smaniosi per la Repubblica.[659]«Al Governo di Livorno.«Qui non può farsi nulla. La Patria versa in grandissimo pericolo. Io ne ho assunto la malleveria davanti agli uomini e a Dio: voglio riuscirvi, o morire: ormai della vita poco m'importa, anzi mi pesa. Ordino pertanto sia posto termine alle perturbazioni manifeste e segrete contro il Governo, e contro la quiete pubblica. Chi sono gl'infami che altro non sanno che dividere la Patria e spaventare la città, senza mai — mai prendere uno schioppo e arruolarsi nella milizia finchè dura il pericolo? Wimpfen ha minacciato in Casale con 10 mila Austriaci mettere capo a partito alla Italia Centrale; ma non sono 10 o 20 mila Austriaci quelli che temo, sibbene questi commettitori di scandali. Voi mi farete esatto rapporto di quanto avviene, indicandomene gli autori; e quando vi ordinerò arrestarli, voi non dovete porre tempo tramezzo, fosse mio fratello: altrimentirenunziate. Oh! è facile sostenere la Repubblica con la gola fioca di acquavite e di fumo; con la opera poi la cosa è diversa. Il Popolo non si disonori con atti brutali: s'invigili cautamente il contegno di tutti; se commettono fallo, si raccolgano prove e mi si rimettano. Per suscitare la forza bisogna sia forte la Legge. La Inghilterra, che non ci avversa, dichiara che dove continuino in Livorno gl'insulti alle persone, ai Consoli, alle Insegne ec., provvederà al Paese come già fece a Lisbona. Per Dio! mi viene il sangue al viso. Badate i retrogradi; vi sono, e vanno puniti: ma«1º Non si ha a scambiare retrogradi co' paurosi.«2º Quando si mette la mano addosso a qualcheduno, conviene avere ragione: se no, se poco amico, diventa avverso; se nemico, cresce nell'odio.«Dei perturbatori non so che farmi. Gli uomini liberi sono gravi, animosi e operosi. Tali furono gli Americani, e così vinsero.«Partecipi questi miei sensi al Popolo Livornese, e gli dica che me ne appello al giudizio loro, all'onore, alla carità patria, e alla fama che pel mondo si sono guadagnata grandissima. Viva la Libertà! Viva Livorno! E chiunque è valido alla frontiera.«Guerrazzi.»«P. S. Al Proclama aggiunga eccitamento a marciare; — vengano ad arruolarsi; — gli mandi a Firenze con armi; — mandi armi — armi — armi. — I gradi a chi sarà meglio reputato capace. — Come affidare il sangue nostro a cui non sa nulla?»E meglio la mia opinione intorno agl'improvvisi fattori della Repubblica può dedursi da quest'altra lettera che indirizzava ad un mio fidatissimo e congiunto, comecchè di lontana parentela.[660]«Caro Giorgio,«Viene costà Adami: a lui parla del negozio di cui mi scrivi. — Pei male intenzionati — lascia fare. Il tempo non è per loro. Quello che mi duole, senza punto sbigottirmi, si è che persone amiche — o che si dicono — o che si dissero amiche, inveceinstruirsi, emendarsi e attendere con discretezza, vogliono Repubblica, perchè:«Non hanno da noi«Danaro pel giuoco,«Danaro per le donne,«Danaro per l'osteria.«Ma la Repubblica esige più severa virtù del Principato. Addio.«Guerrazzi.»Nel giorno otto aprile furono spediti 27 Deputati in Provincia; quantunque non si ponesse studio a scerre i nomi, e questo per probità, nondimeno sostengo, che 18 almeno di quelli appartenevano al Partito Costituzionale; e con protesta di non pregiudicare agli altri, che trovo notati alla pag. 226 dei Documenti dell'Accusa, parmi che sieno: Guerri Francesco, Giorni Donato, Nespoli Emilio, Panattoni Lorenzo, Sestini Giuseppe, Socci Gaetano, Biondi Marco, Frangi Riccardo, Del Sarto Eduardo, Vivarelli Tommaso, Giusteschi Napoleone, Paoli Tommaso, Micciarelli Elpidio, Brizzolari Enrico, Barsotti Giuseppe, Becagli Luigi, Turchetti Eduardo, Palmi Gregorio. Le Commissioni scritte ch'ebbero dal Governo furono:«Cittadino Deputato,«I Rappresentanti del Popolo i quali, a forma delle già pubblicate istruzioni, si recheranno nelle Provincie ad eccitare i Giovani alla difesa della Patria in pericolo, ed a raccogliere le armi di coloro che non sono in grado di adoperarle, sono investiti dei supremi poteri per conseguire tutto ciò che può condurre ad ottenere questo intento. A tale effetto sono autorizzati a servirsi dell'opera dei Pretori e dei Gonfalonieri del Distretto nel quale si recheranno, con facoltà anche di sospenderli dalle loro funzioni, e proporne la destituzione al Potere Esecutivo, qualora non corrispondessero alle premure che sono in obbligo di darsi per coadiuvarli.«Però voi, Cittadino Deputato, recandovi nella vostra Provincia, siete autorizzato in forza della presente Ministeriale, a procedere alle sopraesposte misure, qualora non troviate nei pubblici funzionarii quell'attitudine e buon volere che dai tempi si esigono, informando immediatamente il Governo dei motivi che vi avessero indotto a prender queste misure, e con piena responsabilità del vostro operato.«Informate il Governo intorno a quei Ministri del Santuario,che, postergando al sacro dovere di una Religione di carità e di amore gl'interessi di Casta, tradiscono insieme al mandato di Cristo le speranze della nostra Patria, affogando le Libertà, prezzo di tanto sangue e di tanti sacrifizii.«Date opera a crear Comitati che si occupino di raccoglier denari, ed oggetti per coloro che si mobilizzano; a procurar soscrizioni di Cittadini che si obblighino a soccorrere le Famiglie di coloro che, mobilizzandosi, le lascerebbero nella indigenza. E di ciò è urgentissimo occuparsi, perchè, con questa sicurezza, avremo fra i combattenti anche coloro, che, trattenuti dalla indigenza della famiglia, non si muoverebbero.«Vigilate perchè questi Comitati non si istituiscano inutilmente, ma operino con ardore, al quale effetto usate molta avvedutezza nella scelta delle persone che dovranno comporli.«Non trascurate la parte più sensibile della umana famiglia, le Donne. Profittate della sensibilità del loro cuore, il quale, infiammato, è capace degli slanci più sublimi. Levatele all'altezza delle circostanze, affinchè esse pure ci aiutino, procacciando oggetti di vestiario, fasce e fila pei feriti, ed ispirando coraggio nei Giovani, i quali non sapranno allora ricusarsi dall'affrontare i pericoli.«Operate adunque, operate, ed il Paese, ne siam certi, saprà pienamente corrispondere.«Li 8 aprile 1849.«Devotissimo —Marmocchi.»Nel 9 aprile erano trasmessi ordini pel ritiro dei moschetti ai Circoli,[661]la quale operazione consumata, toglieva, in certo modo,l'ultimo dente alla Fazione. Tutti i provvedimenti onde la deliberazione del giorno 15 riuscisse libera, pacata e solenne, essendo stati presi, mi addormentai sicuro fra l'ultimo puntello e il naviglio su lo scalo. Anche la mano di un nano bastava ad abbatterlo, e il nano, maligno com'è natura dei nani, venne, e lo abbattè, procurando per gratitudine, che il legno precipitando mi passasse proprio sul corpo. Questo è il dramma; rappresentato a Firenze, spettatrice Toscana. I Toscani adoperino i diritti della Platea verso, o contro coloro, che bene o male sostennero la propria parte.Insieme alla commissione scritta caldissime preghiere ricevevano a voce, che convinti per nuovi e proprii sperimenti del desiderio della universa Toscana, di ritornarsi al suo Statuto, nel giorno designato (15 aprile) convenissero in Firenze a sostenere la proposta che avrebbe fatta il Capo del Potere Esecutivo; e fu nel 9 aprile 1849, che il signor Filippo conte de' Bardi, recatosi dal signor P. A. Adami, gli favellò in questa sentenza: «Parlare in nome suo e dei Deputati della maggiorità rimasti in Firenze; pregarlo a farmi, di quanto sarebbe per dirgli, speciale partecipazione: per impedire, avere io fatto abbastanza; ed egli, comecchè della persona pessimamente disposto, essersi condotto all'Assemblea a fine di sostenere il Governo nel suo contrasto alla Unificazione con Roma: ora correre urgentissimo il bisogno di tôrre il Paese dalla incertezza; non dubitassi; nella Tornata del 15 aprile, proponessi francamente il partito di restaurare il Principato Costituzionale, che mi avrebbero circondato tutti per sovvenirmi co' voti, e al bisogno con la persona; questo poi esporre a lui onde me lo referisse, perchè non gli era occorsomai di trovarmi libero così, da potere tenermi prudentemente siffatto linguaggio.» P. A. Adami conferì meco intorno alla proposta del conte de' Bardi, ed io l'accolsi con animo volonteroso, dicendo al medesimo che bisognava trovarci pertanto nel 15 aprile tutti al nostro posto, per la quale cosa io non avrei potuto concedergli per la prossima domenica il consueto permesso di recarsi a visitare la famiglia a Livorno; e questo fu il motivo che indusse Adami a partirsi a mezzo della settimana per casa sua, e gli giovò, salvandolo dal trovarsi nei giorni 11 e 12 aprile a Firenze.Ciò posto, senza ira come senza rancore, e favellando di me come di un morto, uomini del Municipio di Firenze e della Commissione Governativa, udite:Cosimo Ridolfi, dando facile orecchio a parole di astio, o di superbia, o di avventatezza sconsigliata, procedè meco nel giorno ottavo di gennaio 1848 in Livorno ingiusto e leggiero; io nel risentimento, eccessivo. S'egli avesse profferito una parola, una parola sola (che fra gli onesti è dovere, perocchè, dopo il primo onore di non far torto a nessuno, venga subito l'altro di confessarlo fatto), io che mi sento di assai placabile natura di leggieri avrei dato all'oblio il brutto caso, nel quale anche oggi va ficcando le mani l'Accusa, scompigliandone le ceneri per tentare se vi fosse rimasto nascosto qualche mal tizzo sotto: ma questa parola non disse il Marchese; e volle tramare di orgoglio la tela ordita dalla ingiustizia, ed io crebbi nella intemperante querimonia; però le mie parole non furono pese a lui, come le sue catene a me. Ad ogni modo avemmo torto da una parte e dall'altra. Alla più trista, poniamo la partita saldata, e non poteva essere questa pel Municipio di Firenze e la Commissione Governativa causa per nuocermi.Quando il Principe chiamò nei suoi Consigli il marchese Gino Capponi, io ne fui lieto, stringendomi a esso amicizia ventenne; e subito gli mostrai come io intendessi sostenere il suo Ministero, dacchè, sapendo in quei giorni stremo di pecunia lo erario, gli proposi, per conforto dei miei amici di Livorno, di sovvenirlo di 6 od 8 milioni di lire, e di ciò fa fede la lettera che leggiamo stampata a pag. 3 dei Documenti.[662]Non piacque il partito; ma pure essodimostra le voglie pronte di procedere parziale al Ministero Capponi: dunque per questo, Municipio fiorentino e Commissione Governativa, non potevate muovervi a farmi danno.Io scongiurai l'amico prima, poi il Ministro Capponi, a trattenersi dal mandare armati a Livorno, condottiero Leone Cipriani, per reprimere tumulti, a comporre i quali parve ad altri ed a me dovessero bastare i provvedimenti ordinarii; ma ei non mi volle ascoltare: quello che avvenne non importa dire; così si potesse dimenticare! Livorno era lasciata in balía di gente perversa: andai, la mantenni alla devozione del Principe, la preservai dall'anarchia; non mi fu grato, non dirò Gino Capponi, ma il Ministero Capponi; all'opposto mi si mostrò nemico, mi abbeverò di amarezze, mi saziò di umiliazioni: tacqui, soffersi, e quante volte parlai, o scrissi di Gino Capponi, lo feci con rispetto, e l'ho dimostrato: dunque per questa causa non sembra che voi, Municipio e Commissione, aveste motivo di offendermi.Il Ministero Capponi mi allontana da Livorno, come si legge che gl'Israeliti cacciassero i lebbrosi fuori del campo; ed io, senza lagnarmi, lascio libero il seggio al signor Montanelli, e mi riduco, senzapure aspettarlo, a Firenze, mostrando a prova la inanità dei brutti favellii, che me, calunniando, susurravano agitatore del Popolo livornese per libidine d'impero; ed anche qui, se non erro, non vedo che il Municipio fiorentino e la Commissione Governativa avessero materia per danneggiarmi.Il signor Montanelli bandisce a Livorno la Costituente Italiana di concerto col Ministero Capponi;[663]il Ministero depone lo ufficio;però, consultato, delibera quale successore abbia ad accettare, ed uno, proposto, fervorosamente n'esclude, che non era il nostro. Il Municipio livornese, condottiero Fabbri, bene si reca a Firenze per rappresentare al Principe il voto del Popolo di cotesta città, che me desidera assunto al Ministero, ma protesta solennemente farlo, come semplice espressione di desiderio, senza punto intendere menomargli la prerogativa regia di scegliersi liberissimo i suoi Consiglieri. Intanto una Deputazione di spettabilissimi cittadini di Firenze recavasi dal Granduca, e, venuta al suo cospetto, per mezzo del sig. Professore Ferdinando Zannetti gli favellava in questa sentenza:«Altezza!«Mossi noi qui presenti dal desiderio di vedere riconciliato Livorno col Governo, e di evitare civili discordie, noi sottoponghiamo al senno di V. A. la proposta di commettere al signor Professore Montanelli lo incarico di formare il nuovo Ministero. Questo poi facciamo, accertati che il Ministero attuale siasi dimesso, e con parola di onore assicurati dal signor Montanelli, che conserverà il Principato Costituzionale, ed eviterà,se gli sarà possibile, di tôrsi a collega il signor Guerrazzi.»[664]E la Corona rispondeva, ammonendo essere per lo Statuto fondamentale riposta in sua piena volontà la scelta del Ministero, alla quale avvertenza il signor Zannetti con modesto parlare soggiunse: «Altezza! Non cadde mai nel mio animo, nè in quello de' miei compagni, di venire a imporle un Ministero; ma il solo desiderio accennato testè, fu quello che ci mosse a umiliarle la nostra proposta,come mero e semplicissimo voto: onesti, come ci studiamo essere, noi ci saremmo guardati bene dal presentarci all'A. V. dove non avessimo riportata dal signor Montanelli la parola della intera conservazione del Principato Costituzionale.»[665]L'A. S. poi me non accettò se prima non ebbe consultato in proposito Lord Giorgio Hamilton e il marchese Gino Capponi, e questo so per confidenza onorevolissima che mi venne fatta dal Principe stesso, sicchè qui non vedo peccato che dovesse concitarmi l'odio del Municipio e della Commissione Governativa.E prima condizione del mio accettare la proposta del Montanelli fu, che si conducesse dal marchese Gino, e in suo e in mio nome lo pregasse a volere presiedere il Ministero nostro; egli ci rispose, come altrove ho narrato; ma certo per me non gli si poteva dare pegno maggiore di devozione e di stima: onde anche da questo mio contegno non vedo che il Municipio e la Commissione Governativa potessero ricavare argomento di rancore contro di me.Portai la Costituente come Simone il Cireneo; le tolsi il vano e il maligno, la ridussi nella condizione di potersi dividere, e in parte accogliere, in parte aggiornare, e, venuto il tempo, anche per la parte aggiornata adoperare a tutela dello Stato; discussa fu; voi l'accettaste a pieni voti nel Consiglio Generale, a pieni voti in Senato la confermaste: onde io credo che per questo, Municipio e Commissione Governativa, non potevate appuntarmi, molto meno farmi sopportare non degne pene.Alla sicurezza pubblica e privata, Ministro dello Interno, provvidi quanto e meglio di voi, e in termini dei vostri più deplorabili assai; imperciocchè, se anche voi confessaste trovare insufficienza negli ordini infermi, quale non la dovevo sperimentare io, quando, colpa o fortuna, voi mi consegnaste questi ordini del tutto disfatti? Quindi io penso che da ciò, o Municipio di Firenze e Commissione Governativa, non abbiate potuto desumere cagione di mal talento contro di me.Come avreste potuto, o uomini che componeste allora il Municipio Fiorentino, redarguirmi di essere rimasto al Ministero, se pel Gonfaloniere vostro premurosissime istanze mi faceste onde io non deponessi lo ufficio, e con magistrale deliberazione lo inviaste, insieme ad altri spettabili personaggi, a Siena per interporsi mediatorefra il Principe e il suo Ministero, affinchè la dimissione mai dal maestrato non avvenisse?La notte dell'8 febbraio 1849 non mi assistè al fianco, chiamato, l'onorevole vostro Gonfaloniere? Non udì le provvidenze, non approvò, non confortò, e, piena la mente di quanto aveva udito e approvato, non bandì la mattina che il Governo aveva provveduto alla salute pubblica: i Cittadini quietassero? Municipio fiorentino e Commissione Governativa, voi non mi potevate perseguitare per questo.Vi disprezzai Membro del Governo Provvisorio? No certo, poichè voi ilGoverno sorto dalla necessità approvaste, e gli promettesteleali soccorsi, e così in magistrale deliberazione dichiaraste. Vi ascoltai per l'abrogazione della Legge Stataria, vi ascoltai per le armi distribuite al Popolo; e se due volte, due sole volte rimproveraste, se non prendo errore, parmi poterne dedurre, che tutto l'altro vi giovò e piacque. Il Municipio sovvenne il Governo nella esecuzione delle Leggi su la Costituente Toscana, nel negozio delle armi, nella Commissione per riorganizzare la Guardia Nazionale, di cui fu chiamato a fare parte anche il signore conte Digny;[666]col Gonfaloniere soventi volte conferimmo intorno alla Unificazione con Roma; e cadendo d'accordo intorno alla impossibilità di promuoverla con profitto fra noi, stabilimmo avrei adoperato ogni sforzo per impedire che la Fazione Repubblicana la spuntasse a furia di Popolo, e per fare in modo che tutto il Paese con solenne e pacato voto intorno alle sue sorti decidesse. Qui dunque non ho peccato, onde voi, o Municipio fiorentino e Commissione Governativa, aveste dovuto rompermi come una canna fracida.Da voi pure venne il consiglio di sciogliere il Parlamento e interpellare il Paese col suffragio universale, e non una volta, ma due; anzi da voi la minaccia che, dove il Governo di ciò fare si fosse astenuto, i Deputati avrebbero rifuggito di adunarsi più oltre; onde anche per questa parte, o Municipio di Firenze e Commissione Governativa, io confidava andare immune dal rigore delle ire vostre.E certo poi non meritai ira siffatta allora quando sofferto fu da ciascuno, che la Fazione Repubblicana gavazzasse imponendole sue leggi al Paese, ed io solo, presente il Gonfaloniere del Municipio di Firenze, felicemente mi opponeva a quella.Nè immagino già avervi dato, o Municipio Fiorentino e Commissione Governativa, causa di straziarmi allorchè curai che l'elezioni per la Costituente Toscana accadessero liberissime; e se copia maggiore di Costituzionali elettori non concorse a votare, certo non fu mio errore, e voi lo confessaste, comecchè il numero non si potesse chiamare scarso.Ditemi, egli è perchè io usciva a risico della mia persona per tutelare i cittadini, o perchè toglieva le armi alla gente dei Circoli, o perchè ostava che la Repubblica per acclamazione si votasse, o perchè solennemente dichiarai, e feci dal Ministro dello Interno dichiarare, che la Toscana si mostrava aliena dalle forme repubblicane, o piuttosto perchè mi accinsi dietro ivostri conforti a salvare quel più che si potesse di onore e d'indipendenza nazionale, e mandai Deputati in Provincia a consultare lo spirito pubblico al doppio scopo che la restaurazione del Principato Costituzionale avvenisse per consenso, senza discrepanza, di tutti, e che lo Stato si difendesse, o almeno di difenderlo come ce ne correva l'obbligo si tentasse; — egli è per tutto questo, o Municipio, io domando, e Commissione Governativa, che voi mi avete tradito? Forse vi ravvisaste, e pensaste avere potuto provvedere meglio da voi stessi; ed io vi ho detto, e vi ridico adesso, che non vi biasimo, anzi, di questo vi lodo, e meco tutto il Paese vi loda e ve ne rende grazie; voi dell'opera vostra andate alteri, e ne avete ben donde: ma v'era bisogno che voi mi tradiste per completare la vostra gloria? — Ma no: per avventura, in quei momenti estremi, io da me mi mostrai diverso? inasprito, smentii in un giorno tutta la mia vita, e commisi sevizie, o provocai le turbe livornesi a irrompere sopra questa bella madre Patria a guisa di Barbari? — Nessun sospetto arrestai, nessuno bandii; anzi, amorevole gli ammoniva affinchè si guardassero. M'inganno; ad uno solo ordinai partisse, e tosto; e chi fu egli mai? Niccolini, quel mio preteso cagnotto e lancia spezzata per commuovere i Popoli ad acclamare Repubblica.[667]Vediamo se l'altro addebitomi si conviene. — E avvertite che io raccolgo Documenti cascati dalle mani dell'Accusa aperte come i lucchetti dello avaro, sicchè quando saranno posti a disposizione mia gli Archivii,come già furono alla Direzione degli Atti, potrò, spero, essere più completo. Antonio Fossi, Segretario del Governo di Livorno, nel 9 aprile 1849 a ore 5 e 30 min. pom., per via telegrafica mi avvisa: «Il Popolo ha occupate le carrozze per seguire i Volontarii. Le misure prese a nulla hanno valso. Il Governatore e il Gonfaloniere accorrono alla Stazione per riparare. Mi ordinano prevenirla pel possibile di un ritardo nello arrivo.»[668]Lo egregio amico Giorgio Manganaro, nel giorno 10 aprile 1849 a ore 1 e 15 min. pom., per telegrafo annunzia: «Oggi il Popolo di Livorno è tornato alle solite improntitudini. Comunque avessi fatto presidiare la Stazione da numero 60 Guardie Nazionali, questa è stata invasa da più di 600 persone, le quali si sono impossessate delle carrozze e dei vagoni, e con estrema violenza hanno voluto viaggiare gratuitamente. Mi sono trasferito col Gonfaloniere sul posto, ma la opera nostra è andata perduta, e la mia voce è stata impotente per farli rientrare nel dovere.»[669]Ora sentano un po' come io coteste ribalderie provocassi e confortassi: «Al Governatore di Livorno. — 10 aprile ore 3 antim. — Se il Governatore ha senno, faccia indagare subito quali fossero le persone, ne ordini l'arresto di notte, e le mandi a Volterra: facciasi tutto prima del giorno.»[670]Alle ore 11 e 40 min. pom, del medesimo giorno: «I Livornesi, perimprontitudine di alcuni, suscitano perigliose discordie quaggiù; pure vengano e saranno accetti.»[671]Nel giorno 11 aprile, ore 1, min. 55 pom.: «La Strada ferrata Leopolda non continua le sue corse per cagione dellainsolenza livornese.Vedete quanto danno questo produrrà al commercio.Bisogna tutelare la Stazione con ogni mezzo.»[672]Nel medesimo giorno, a ore 3 e m. 21 pom.: «Insisto pei disordini della Strada ferrata. La Società sospende le corse. È cosa intollerabile. Si dichiari alla città che ella è unica in queste prepotenze. È un furto. Si faccia conoscere. Appena giunti a Firenze ne prenderemo 10 per cento, e gli manderemo a Volterra. Questi sconsigliati rovinano il commercio, e fanno perdere la reputazione al Paese. Provvedete.Firenze si muove più tardi, ma più dignitosa.»[673]E detti ordini perchè buona mano di costoro si arrestasse, e mandai cavalli a posta; ma fra lo spandersi ch'essi fecero per i campi, e gl'impedimenti opposti dalle barriere della strada ferrata da una parte, e dall'altra la ritrosia della nostra milizia a operare cosa che valesse, ebbero modo a fuggire. Ancora nel medesimo giorno, alle ore 4, m. 35 pom., domando al Governatore di Livorno: «È vero, che il Governatore di Livorno abbia risposto, credersi impossibilitato a impedire, che le turbe invadano i vagoni a Livorno? È vero, che abbia affermato, non potere impedire questo successo oggi e domani? L'Amministrazione ha sospeso le gite da Pisa a Livorno per questo motivo.»[674]Più tardi alle ore 5 e m. 20 pom.: «Il Capo del Potere Esecutivo chiede se altra gente sia partita o partirà da Livorno. Vengono Livornesi senza pagare? Sì, o no?»[675]Questi Documenti parlano per me, e non sono soli; scelti dalla mano dell'Accusa, certo non è da credersi, che cogliesse rose in fiocco perchè io me ne tessa ghirlanda; e tuttavolta bastano.Avete considerato voi con quanto, non dirò studio, ma accesissimo zelo io proteggessi le strade ferrate, e qui e a Lucca e da per tutto, non solo allora, sibbene in ogni tempo? E pure mi affermano per sicuro, che uomini a me noti per antico commercio, e nelle loro richieste soddisfatti sempre, nel giorno 12 aprile 1849 di subito, senza causa come senza consiglio, mi si mostrarono avversi, e togliendo seco gli operaj, e le guardie dellaStrada, ne componessero una schiera, e costituitisi capitani di gente eletta muovessero a gridarmi: «Morte! Morte!» Se questa cosa fosse vera, bisognerebbe dire, che coloro i quali hanno che fare con la Strada di ferro, talvolta terminano col parteciparne la durezza; e di più non dico. Esamineremo in breve se pei fatti dei giorni 11 e 12 Aprile meritassi essere tradito.
«Dalla Residenza del Governo Provvisorio Toscano, li 17 marzo 1849.»
Nonostante che il Governo Provvisorio questi casi sentisse amaramente, e lo significasse al Ministero Sardo, dissimulava il torto; e così, riportando il Proclama del Generale La Marmora, coloriva la cosa nelMonitoredel 22 marzo 1849:
«Il Generale La Marmora alla testa di un numero considerevole di Piemontesi è entrato in Lunigiana;e in forza di alcune disposizioni che il Governo Sardo aveva preventivamente concordato col Governo Toscano, per causa della guerra, è da sperarsi che nulla conturberà il momentaneo ricovero richiesto e ottenuto dalle truppe piemontesi nel suo passaggio.»
Il Generale La Marmora pubblicava entrando il seguente Proclama:
«Abitanti della Lunigiana!
«Il Piemonte ha tenute le sue promesse. Spese l'intervallo della tregua a rinforzare e migliorare l'armata, senza perdonare a sacrifizio di sorta; accresciutene le file di ben 40,000 uomini, ecco che dichiara la guerra, ed il Re si pone alla testa della magnanima impresa. Per cooperarvi ho ordine di passare fra voi; ma la mia momentanea occupazione di coteste valli non è che militare, ed affatto estranea alla vostra interna politica. Qualche incomodo vi recherà forse il nostro passaggio. Ogni cosa sarà però pagata esattamente, nè d'alcuna molestia v'avrete a lagnare. Noi non vi chiediamo che un momentaneo ricovero; e ben lo speriamo nella nostra qualità di fratelli vostri, e per la missione nostra di liberare altri comuni infelici fratelli. — E siccome la santa causa che siamo chiamati a sostenere vi desta nell'animo quelli stessi generosi sentimenti che noi nutriamo, il comune entusiasmo si confonda col solo grido di
«Viva la Indipendenza Italiana.
«Il Generale—Alfonso la Marmora.»
Io non accuso, mi discolpo, e neanche spontaneo, ma costretto; e non sono andato già io a ricercare queste carte importune, bensì l'Accusa, e le ha stampate, ed ora vendonsi; sicchè trovandosi oggimai di pubblica ragione, chiedo in grazia di non essere ripreso di poco cuore, come quello che alla dignità della Patria non abbia saputo donare il proprio silenzio. Però supplico fervorosamente Dio a volere che queste carte, invece (come altri iniquamente spera) di somministrare materia a nuove ire, persuadano la tolleranza scambievole che nasce dal sentirci tutti quanti siamonon immuni da errore; insegnino ad assumere la severa gravità ch'è indizio di Popolo che si rigenera, e consiglino gl'improvvidi scrittori, avvegnachè il Sammaritano non infondesse nelle piaghe del trafitto asfalto, ma vino e olio; ed è così soltanto che possono dirsi pace anche i Giudei ed i Sammaritani.
Esaminiamo adesso se la protervia mia nello attraversare il disegno della Restaurazione, e nello instituire ad ogni costo la Repubblica, mi facessero meritevole di cosa, che per demerito altrui non si giustifica mai, voglio dire il tradimento.
Le mie tergiversazioni, per gittarmi poi al Partito trionfatore, indignarono forse gli animi dei Costituzionali ortodossi, come hanno commosso i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, sicchè vollero venire a mezzo ferro e farne un fine? Questo supposto può scriversi dai Giudici, ma non può sostenersi da cui goda del bene dello intelletto, perchè le mie informazioni sì antiche che recenti m'istruivano che i toscani Popoli avversavano le forme repubblicane. Riporto a testimonianza di fede, davanti gli uomini di tutti i partiti, i Documenti che seguono. — Per somministrare schiette e leali notizie ai miei avversarii, che parteggiavano per la Repubblica impossibile, domando al Governo di Livorno: «Ditemi se gioverebbe più ad animare o la idea della difesa della nostra terra, o la idea della Repubblica.Intendo che si presenta lo spirito di tutto il Popolo, non già di una classe o di una fazione.»[643]Rispondeva il sagace uomo Avvocato Massei:
«Al Cittadino Guerrazzi, Rappresentante il Governo Toscano.
«Crederei più opportuno toccare in genere della difesa della Patria contro lo straniero, piuttosto che della forma di Governo col Popolo. Così faccio io nelle mie brevi parole al balcone, e non senza qualche effetto.»
Avuta questa risposta, insistevo col Dispaccio telegrafico del medesimo giorno:
«Continui sempre a consultare lo spirito pubblico. Animi per la difesa del territorio. Purchè vogliamo davvero, difenderemo il Paese dall'invasione straniera. Chiunque vuol tutelare la Patria, parta subito e faccia massa a Firenze. Qui si istruiscono, e poi s'inviano al campo. Essendo uomo di Governo,non le raccomando di ridurre i Livornesi a temperanza e modestia, e al vero amore della libertà.
«D'Apice è in viaggio. Ricevetelo come merita. Gioventù, alle armi. La Patria non muore mai.»
Interrogato con diligenza il Prefetto di Pisa, informava sollecito: «La Unificazione con Roma ha contro di sè l'opinione generale. La difesa del Paese sarebbe la formula che concilierebbe senza confronto il maggiore consenso. Ciò ritenuto, il pronunziarsi per questa gioverebbe in quanto a rassicurare da ogni inquietudine sulla Unificazione. Ma anche la formula della difesa non va esente dalle difficoltà per lo spirito delle popolazioni di campagna poco disposte ad adattarsi ai mezzi di esecuzione. È verità, e bisogna dirlo.»
Il Prefetto di Lucca anch'esso: «La Unificazione con Roma aumenterebbe i mezzi materiali, ma diminuirebbe i morali religiosamente e politicamente; nel primo senso sarebbe preferita; nel secondo temuta e schivata.»[644]
Uguali rapporti venivano dalle altre provincie toscane, i quali non mi è dato riferire, però che nel Volume dei Documenti dell'Accusa io non li trovi impressi, e gli Archivii non mi sieno stati conceduti fin qui. Nonostante questo, è sicuro che tutti suonassero nella stessa guisa, avvegnadio nella conferenza segreta del 3 aprile io dichiarai espresso la Toscana procedere, per la massima parte, avversa alla Repubblica ed alla Unificazione con Roma, e il Ministro dello Interno, più tardi, nella pubblica Assemblea, adempiendo al suo dovere, senza rispetto significò: «Vi sono Rapporti dei nostri pubblici funzionarj, e dei pubblici funzionarj di un ordine più elevato (per esempio i Prefetti) intorno alla idea della Unificazione della Toscana con Roma. Se debbo qui fedelmente esporre quello che a me da questi funzionarj vien riferito, dirò, che la massima parte della popolazione toscana recalcitra alla immediata Unificazione con Roma: alcuni perfino ne fanno argomento di timore per non poter conservare l'ordine pubblico, quando questa Unificazione fosse legalmente e definitivamente proclamata da questa Assemblea, mentre all'opposto la opinione contro qualunque ingiustissima invasione straniera potrebbe crescere fino al furore.»
Nel 2 aprile 1849 indirizzo al signor Presidente dell'Assemblea Costituente Toscana la lettera seguente:
«Signor Presidente dell'Assemblea Costituente Toscana.
«In coscienza, e sopra l'anima mia, considerate attentamente le volontà e le cose, io credo che non possa salvarsi, o almeno tentare di salvare il Paese, laddove non siano dall'Assemblea consentite queste cose:
«1º I pieni poteri non sieno illusione nè facoltà che scappano ogni momento di mano, ma libero esercizio di pensare e attuare subito quanto si reputa necessario per la salute della Patria.
«2º Proroga dell'Assemblea a tempo determinato o indeterminato, con obbligo nel Potere Esecutivo di non risolvere intorno alle sorti del Paese senza consultarla, — pena la dichiarazione di traditore.
«3º Sospensione di ogni quistione intorno alla forma del Governo.
«4º I Deputati rimangano a Firenze per condursi a richiesta del Potere Esecutivo, in qualità di Commissarii per la Guerra, nelle Provincie, e sovvenirlo in altra maniera.
«Per me non vi vedo altra via. L'Assemblea deliberi. Scelga chi vuole per Capo, Dittatore, o che altro; le parole sono nulla, le cose tutto. Io sarò lieto di mostrare come deva obbedire chi ama la Patria davvero. Addio.
«A dì 2 aprile 1849.
«Amico —Guerrazzi.»
Chiamo i signori Prefetto Massei e Consigliere Paoli a Firenze per assistere alla Tornata dell'Assemblea del 3 aprile, perchè essi somministrassero schiarimenti sul modo col quale avevano saggiato lo spirito pubblico allorquando, a Livorno e a Pisa, lo avevano detto contrario alla Repubblica, e la opinione loro sostenessero apertamente.[645]In quel giorno mi viene offerto da Livorno un Battaglione di Volontarii, ed importa apprendere il come: «Feci conoscere (scrive Massei) al Ministro dello Interno la necessità di decidersi per l'accettazione o il rifiuto della offerta di un Battaglione di Volontariifatto da alcuni patriotti livornesi, sotto nome diBattaglione repubblicano, pronti a renunziare al nome.»[646]Ed io rispondo come si legge a pag. 625. Poche ore dopo, riparando all'oblio del nome, con Dispaccio telegrafico, aggiungo: «il Battaglione può chiamarsiDel Fante, livornese, morto a Krasnoie. Ritenuto quanto ho detto su le armi e su gli Ufficiali, si metta in via.»[647]
Nel giorno 3 aprile accadde la Seduta memorabile dell'Assemblea, nella quale per certo io non lusingai parte repubblicana, nè essa lusingò me, e fu detto di sopra: in quel giorno stesso certo ufficiale della Posta mi portava un plico aperto diretto a lui, dove stavano incluse lettere per gli spettabili signori Ottavio Lenzoni, Cesare Capoquadri, Orazio Ricasoli, Gino Capponi, conte Serristori, ed altri parecchi, di cui non rammento il nome, raccomandandogli che facesse recapitarle al domicilio dei segnati. Sospetto era lo invio; ritenni si trattasse di trame, e il tenore della lettera breve mandata all'ufficiale confermava grandemente il dubbio: pure rimisi ai mentovati Signori le lettere col sigillo intatto, e solo gl'invitai a non volere partecipare ad intrighi, rendendomi più grave il fascio già troppo per le mie braccia. Ora ho da dire che commisi al Segretario scrivesse conoscerne io il contenuto, ma il fatto sta che, non avendole aperte, io non lo conosceva. Siccome al mondo tutta cortesia non è anche spenta, così qualcheduno, a cui duole del mio non degno strazio, mi fa tenere per mezzo del mio Difensore una copia della lettera da lui ricevuta onde me ne valga, la quale dichiara così:
«Al vero Cittadino.
«Non vi è tempo da perdere. Movetevi una volta con coraggio, senza timore. La Toscana tutta reclama anche da voi la sua salvezza, ed è dovere di farlo. Correte, ma subito, dai soggetti in calce notati; stringetevi con i medesimi, ed'accordo col Municipio andate da Guerrazzi per concertare il modo, prima per tutelare l'ordine, e quindi per salvare la Patria da una invasione austriaca. Il Principe confida anche in voi, e i Toscani non dimenticheranno il vostro nome, che sarà scolpito in un monumento inalzato a eterna memoria dei benemeriti della Patria.»
N. B. La lettera non ha data, ma ha il bollo di Posta del 30marzo 1849, ed è scritta, o sottoscritta così: «Il Comitato dei Veri Cittadini.»
Dunque, nel 3 aprile, nella comune estimativa io non era reputato avverso alla restaurazione del Principato Costituzionale? All'opposto, me giudicavano attissimo a restituirlo in Toscana. Dunque allora non pensava la gente che i miei fatti e i miei detti mi palesassero uomo capace di tenere due corde al suo arco. Dunque nessuno si avvisava che io fossi di cuoredoppio, ma sì all'opposto me tenevano per tale, da sicuramente confidarmi il disegno del richiamo del Principe, e del medesimo prendermi a parte.
Quantunque non sia mio instituto esaminare le risposte date dai testimoni, che l'Accusa stessa ricercò, tuttavolta, occorrendomi leggere i deposti relativi ai giorni 11 e 12 aprile, poichè mi cade il taglio mi giova riportare quello che intorno alla mia propensione di restaurare il Principato Costituzionale dichiarino alcuni spettabili Cittadini. Il signor Dottore Venturucci, animoso e dabbene, interrogato se per me si manifestassero tendenze alla Restaurazione, risponde: «A onore del vero, dirò, che interpellando io il Guerrazzi come Capo del Potere Esecutivo, mentre si parlava di dover fare una guerra insurrezionale, su le disposizioni del Popolo Toscano, su quelle delle Milizie, intorno ai termini della Toscana con gli Stati Italiani ed Esteri, il signor Guerrazzi si mostrò molto pago di queste interpellazioni, e si diè a rispondere: —La disposizione del Popolo Toscano è manifestamente per Leopoldo II: la soldatesca si compone di gente non buona, in ispecie Volontarii; — e rivoltosia Montanelli ch'era tornato di recente, soggiunse: — dillo tu. — E Montanelli assentiva con lacrimevole storia. — Inoltre, egli aggiungeva, tranne che con Venezia e con Roma, non siamo in buoni termini con altri Governi;anzi, nè anche con Roma ci troviamo in perfetto accordo, e nella intimitàche uomo potrebbe credere, però che il Mazzini quando stette a Firenze fu poco contento di noi, non avendo io voluto che si alzassero gli Alberi, nè si proclamasse la Unione con Roma, e dovei penare molto perchè ciò non si facesse. Noi non siamo in termini officiali con nessuna Potenza; nessuna ci ha voluto riconoscere; solo il Ministro inglese mantiene con noi termini officiosi.»
I Giudici del 7 gennaio 1851, questo chiamanoparlare coperto.«Onde, — il signor Venturucci continua, — da tutte queste cose, edanche da altre rispostedel Guerrazzi, sembrerebbe potesse ragionevolmente arguirsi essere in lui stata la tendenza a operare la Restaurazione Costituzionale,e che per questo soltanto cercasse ottenere un voto di fiducia, e avere in mano il potere assoluto.»
Vuolsi notare come il Montanelli tornasse di Lunigiana il 10 marzo 1849,[648]e però cotesti discorsi accadevano nel 12 o 13 dello stesso mese, che secondo il calendario della onesta Accusa succederebbero il 27 marzo, che fu giorno doloroso per la notizia della battaglia di Novara.
Il Professore Taddei, schietto e leale, testimoniando del vero, dice: «Posso rispondere, che dalle sue espressioni sì di quel giorno (12 aprile 1849), che deigiorni precedenti, si rilevava benissimo ch'egli non solo non avversava la ripristinazione della Monarchia, ma che anzi vi si mostrava proclive. La quale proclività dava a me fondamento per lusingarmi, che egli volesse e sapesse trovare modo di fare questo passaggio in conformità del desiderio universale nei modi più attiper risparmiare il sangue, e per conciliare nel tempo stesso la dignità del Paese.» Nè alla età del signor Taddei si mentisce, perchè potrebbero fare all'illustre vecchio mali gravi, non lunghi, e l'uomo compreso nei casti pensieri del sepolcro aborrisce macchiare d'infamia la veneranda canizie. Di Ferdinando Zannetti ho favellato altrove. Potrei citare i signori Emilio Nespoli e Avvocato Giuseppe Panattoni, ma per non allungare di soverchio le citazioni, ed essendo eglino meno espliciti degli allegati, credo bene porre fine a questo negozio, che più propriamente è materia dell'Avvocato difensore.
Nè questa opinione furono soli a concepirla i Fiorentini, chè nelMessaggere del Galignani, in data del 7 aprile 1849, occorre questa notizia: «Leggiamo in una lettera da Firenze del 1º. Corre fama che Guerrazzi,il quale non è stato mai partigiano della Repubblica, siasi fatto Dittatore unicamente allo scopo di avere più agio a restaurare l'autorità del Granduca.»[649]
Ed appartiene eziandio a questo periodo il Documento che segue:
Istruzioni che il Ministro della Guerra dà al Generale D'Apice, state precedentemente concertate col Capo del Governo.
«1. Provocherà in Lucca, Pietrasanta, Massa ec., lo spirito pubblico per la difesa del Paese, mostrando tutti i pericoli della invasione, e rammentando di frequente gli orrori di cosiffatta sventura. Saggerà bene il genio del Popolo; e se gioverà, per allacciare più consensi, lasciar da parte la questione sulla forma di Governo, sì il faccia. — Però la mobilizzazione deve essere immediata; si metta d'accordo con le Autorità, e avvenga per amore o per forza, in specie per le campagne.
«2. Destramente conosca, e mi referisca se proclamare la Repubblica e la Unione con Roma sarebbe adesso argomento di forza, o piuttosto di dissoluzione.
«3. Avvenendo qualche moto di ribellione o attentato alle vite ed alle sostanze, secondi le Autorità locali per reprimerlo e punirlo acerbissimamente.
«4. Non concedendo il tempo ristabilire la disciplina con modi graduali e blandi, bisogna tentare, se si può, con modi severi. Quindi sia inesorabile: non raccomando giusto, sapendo quanta sia la giustizia sua. Perconverso, largheggi ai meritevoli di ricompense. Faccia sentire al soldato, la guerra essere un mestiere che giova, il merito cosa da trarne immediato vantaggio, la disciplina fruttare onore e sicurezza.
«5. Tenga ilare eperpetuamente occupatoil soldato. Qui sta il gran segreto della disciplina. Il Capitano che può affaticare di più i soldati gli avrà meglio disciplinati; perchè il lavoro afforza le membra, persuade la condotta regolare, e stanca la persona. Vorrei si esercitassero ai lavori di zappa, vanga ec.
«6. Con la solita sua prudenza può mostrare il Generale che la difesa del Paese, e della integrità del territorio, è cosa che tutti i Partiti desiderano, e di cuitutti i Governidomanderanno conto ai soldati, qualora vilmente si ricusino.Ritornando anche Leopoldo, terrà in dispregio un'armata che non seppe conservare alla Toscana la Lunigiana, Massa e Carrara.»
«7. Difenderà la Frontiera ad ogni costo; e cercherà con ogni diligenza conoscere gli avvenimenti oltre la Frontiera, così per la parte dei Piemontesi, come per quella degli Estensi, e nedarà ragguaglio fino a Lucca con staffetta; da Lucca a Firenze per telegrafo.
«8. Adoprerà tutti i mezzi per accordarsi col Governo Piemontese e co' Liguri, per far causa comune contro il nemico tenendosi sopra la difensiva; però non gli si toglie la facoltà d'imprendere l'offensiva quante volte giovi alla difensiva.
«9. Lo stesso anche più ampiamente dicasi per la parte degli Stati Romani, che considererà sempre come destinati a formare una stessa famiglia con noi, se i casi non vogliono altrimenti.
«10. Finalmente vigilerà a impedire qualunque complicanza col suscitare inopportune quistioni politiche con gli Stati confinanti.
«11. Non gli si raccomanda che in ogni evento salvi l'onore del Paese, perchè in questo il General D'Apice non ha mestieri di raccomandazione.
«12. Le migliori truppe saranno postate nei passi più deboli della linea di difesa. — Organizzare una riserva in seconda linea in modo da soccorrere con celerità i posti attaccati.
«Firenze a dì 1º aprile 1849.
«G. Manganaro.»
L'Accusa legge con l'occhio cieco del Bano di Croazia l'ordine di lasciare da parte la quistione su la forma del Governo, e l'altro d'indagare destramente se la Repubblica piaccia o no; il quale non era senza arguto consiglio, però che, i partigiani della Repubblica ponendo nel Generale grandissima fede, io disegnava adoperarlo a persuaderli efficacemente, in virtù della convinzione che doveva nascere in lui dal coscienzioso esame dei fatti, a deporre la ubbia di volere instituita la Repubblica in Toscana:[650]nemmeno apprezza l'Accusa l'Articolo 6, il quale pure spiega a chiare note, che il Generale faccia sentire la possibilità del ritorno del Granduca, e quanto sarebbe per desiderareegli ancora, che il suo Stato intero si conservasse. Questo è il concetto che parimente dettai nel Manifesto alla Gioventù Fiorentina, ma qui più esplicito e là più coperto, siccome consigliava prudenza, chè adesso favellavo con un uomo solo, e discreto per indole, per instituto obbediente. Si sollevano le cateratte all'Accusa soltanto allo Articolo 9, dove raccomando di accordarsi con gli Stati Romaniper fare causa contro il comune nemico, perchè gli ha da considerare come destinati a formare una sola famiglia con noi,SE I CASI NON VOGLIONO ALTRIMENTI. Che cosa trova qui da riprendere l'Accusa? Forse trattasi qui diUnificazione con Roma repubblicana? Quanto queste Istruzioni negli altri Articoli esprimono, non esclude simile concetto? E meglio non lo escludono fino dalla radice il cumulo dei fatti concomitanti? — O dunque che cosa significa egli cotesto Articolo? — interrogherà l'Accusa. — Ed io rispondo avere in altra parte manifestato i miei pensieri in proposito. Il Ministero Capponi,[651]dettando la commissione al Legato Ridolfi per le Conferenze brussellesi, si palesò vago di vedere Toscana arrampicarsi su pei greppi degli Appennini, e mettere un piede in Lombardia; a me cotesti possessi lombardi non andavano a sangue, e mi pareva che meglio potesse allargarsi verso la Umbria, memore dell'antica Etruria, di cui furono confini la Magra e il Tevere; il quale concetto mi parve allora, e ritengo anche adesso, più classicamente politico, per ragioni che non importa discorrere. A me piaceva parte degli Stati Romani, non già nella guisa che disse David quando gli morì il figliuolo avuto da Betsabea: «Poichè non verrà più a me, io me ne vado a lui;»[652]ma sì nel modo contrario, voglio dire che, invece di andare a loro, essi venissero a me; onde se, senza pericolo di commettere tradimento, si può desiderare ampliato lo Stato da parte di Ponente, non si sa come appo l'Accusa si corra pericolo di fellonia, piegando questo desiderio a Levante. Io poi giudico, e quanti hanno pratica delle faccende politiche giudicheranno meco, che corra necessità assoluta di ampliare i piccoli Stati, conciossiachè, mettendo pure da parte il riflesso che le difficoltà degli Stati grandi diventino tribolazioni vere pei piccoli, i tempi (per dire tutto in una parola sola) impongono l'obbligo di tali spese a cui gli Stati piccoli non possonosopperire. Avviene per questi come nelle private proprietà, dove i troppo grandi possessi non recano danno minore dei troppo piccoli alla pubblica economia, chè in quelli nuoce la inerzia a usufruttare, in questi la impotenza. Ed a me talora, pensando lungamente su le condizioni economiche della Toscana, veniva fatto concludere: «Noi abbiamo gl'incomodi di un guscio di noce armato come un vascello a tre ponti.» Siffatto mio intendimento poi non avrebbe dovuto suonare nuovo all'Accusa, poichè mi scoppiò fuori quasi per forza nella Tornata del Consiglio Generale toscano del 22 gennaio, e venne con laconsueta caritàraccolto, ravviato, e messo in vetrina dallo amico nostro ilConciliatore.[653]— E forse nè anche a questo tacerà l'Accusa, e dirà che simili disegni deggionsi dai Ministri cacciare via come tentazioni del Demonio; ed io, poichè, tra le tante e strane vicende della mia vita, mi trovo ridotto anche a questa, di favellare di politica con l'Accusa, mi permetterò osservarle, che,se i casi volevano, avremmo potuto compensare la Chiesa in Lombardia, a modo di esempio, col ducato di Parma, che già fu suo, e com'ella sa, o piuttosto non sa, da Paolo III, nel 12 agosto 1545, dato in feudo ecclesiastico, reversibile dopo la estinzione della linea mascolina, a Pier Luigi Farnese; la quale investitura però non tolse, che nel 1718, in virtù del Trattato della quadruplice alleanza, Art. V, Cap. I, fosse dichiarato feudo imperiale, senza il consenso del Duca Francesco, come senza attendere alle proteste d'Innocenzo XIII;[654]e neppur tolse più tardi che nel 1731 le milizie austriache l'occupassero,per consegnarlo a Don Carlo infante di Spagna. Tutto questo poi ho voluto raccontare, perchè l'Accusa conosca che simili composizioni di Stati, e sieno ancora della Chiesa, si costumino fare senza pericolo di tradimento, per via di Congressi e col mezzo di Trattati politici. E mi sembra non presumere troppo di me, se affermo che il mio concetto d'ingrandire,se lo volevano i casi, la Chiesa in Lombardia e la Toscana nella Umbria, superò in bontà quello di ampliare Toscana in Lombardia, o si attenda alla Storia e alla antica parentela dei Popoli, o alle comodità geografiche, o finalmente alle altre tutte cagioni per le quali avviene che lo accomunarsi piace che succeda, e successo si mantenga. Che se poi ad ogni modo pretenderà l'Accusa, che i miei desiderii e presagii costituiscano peccato, senta una cosa l'Accusa: — prometto confessarmene; — e mi lasci stare.
L'Accusa dirà, immagino: — della commissione del 1º aprile 1849ego te absolvo, e se a malincuore Dio solo lo sa; ma con altri ganci ti tengo; ora rispondi: come ti scuserai del Dispaccio del 18 marzo 1849 mandato al Generale D'Apice?[655]— Parmi la risposta breve: nè lo mandai, nè lo firmai. — Ma egli è composto collettivamente, però che accenni aconferenzeavute col Governo Provvisorio. — Che monta questo? Il Montanelli come Presidente del Governo Provvisorio si reputò rappresentare l'ente complesso, e credo dirittamente pensasse; e tanto è vero che fu così, che sebbene vi adoperi il numero plurale non pertanto si sottoscrive: G. Montanelli. — Ma dunque come va ch'è scritto di tuo carattere, tranne la firma? — Il signor Montanelli praticava un costume assai somiglievole,per quanto leggiamo scritto, a quello della Sibilla Cumana; notava le cose sue su fogli sparti, e gli lasciava ora qua, ora là; io uso diversamente, e pongo cura diligentissima a tenere in sesto non solo lo scrittoio mio, ma anche l'altrui; e talvolta alle tre ore antimeridiane mi sono trattenuto allo Ufficio per accomodare le carte arruffate dei Segretarii. Ora il signor Montanelli avendo conferito col Generale D'Apice, spontaneo o richiesto gli mandò la commissione in discorso, e lasciò sul mio tavolino la minuta del Dispaccio neppure sottoscritto; tornato la sera, vidi il foglio, lo lessi, e parendomi, come veramente era, di nessuna rilevanza, lo stracciai pel mezzo e lo gittai nella paniera. Ragionando nel dì successivo delle varie cose del giorno innanzi, il signore Montanelli mi venne interrogando se avessi veduto le Istruzioni partecipate al D'Apice; e negando io, egli soggiunse avermene lasciato sul tavolino la minuta; allora immaginando che accennasse alla carta gittata nella paniera, la ricercai, ne misi insieme i quattro pezzi, e domandai se a sorte intendesse di quella. Avendomi risposto per lo appunto essere, io per gentilezza non consentendo ch'ei la ricopiasse emendai il fallo involontario riscrivendola; e scritta che fu, lo avvertii: «E parti commissione questa sufficiente per noi? E pensi che possa contentarsene il Generale? Siffatta vaghezza mette a strano partito noi e lui; bisogna essere precisi nello indicare le cose che vogliamo sieno fatte; altrimenti tu me lo crei di punto in bianco Dittatore, e ti togli l'adito a mai trovarlo in peccato. Ancora, e scusami amico mio, — e questa commissione di promuovere gl'interessi repubblicani della Italia Centrale che cosa significa mai? Questa è buona per un negoziatore, non per un Generale; questa poteva darsi dal Direttorio a Buonaparte mandato alla conquista d'Italia; ma a D'Apice, che ha da starsene in Toscana, io non vedo a che giovi; la sua commissione è militare, non politica, e meglio importava indicargli i luoghi della frontiera, ove urge, e noi vogliamo che si afforzi. Inoltre, gl'interessi repubblicani della Italia Centrale che cosa sono eglino? Toscana non è confusa ancora con gli Stati Romani, e penso, che male ciò possa effettuarsi; forse mai, — ed a questa ora tu ne dovresti essere quanto me persuaso: di più, Toscana non assunse ancora forma repubblicana, e dubito forte se mai l'assumerà;[656]pertanto sai tu che cosa mi pare tu abbi ordinato al D'Apice? Che abbandonate le nostre frontiere, ei se ne vada diritto a prendere soldo dalla Repubblica Romana.» Sorrise Montanelli, e, come costumava, tutto soave mi rispose: «Ormai l'ho spedito;» e preso il foglio lo sottoscrisse.
In vero, come avrei potuto dare al Generale cotesta commissione, e come contestargli essere conforme alle conferenze verbali, se i miei colloquii e le mie commissioni suonavano diversi? — Il Generale D'Apice udito in testimonianza depone: «Avendo avuto luogo di recarmi due o tre volte a Firenze, ho udito in coteste circostanze parole da lui che mi fecero credere non fosse lontano a ristabilire in Toscana il Granduca Leopoldo II, e dette maggiormente forza a tali mie supposizioni il discorso fattomi dal medesimo signor Guerrazzi l'ultima volta che parlammo insieme, il quale consistè nello avvertirmi che in ogni caso importava difendere la frontiera, perchè, se tornava il Granduca, avrebbe avuto piacere di trovare non menomato lo Stato neppure delle provincie che da cotesta parte gli si erano aggiunte; per la quale cosa tolto commiato da Firenze e giunto a Lucca riunii davanti a me i due Tenenti Colonnelli Facdouelle e Fortini, e Colonnello Baldini, e ripetei loro in sostanza il discorso del signor Guerrazzi,[657]nè mai alcuno di noi si è occupato di vedere se convenisse più l'una che l'altra forma di governo,quantunque fra le istruzioni suddette vi fosse pure questo incarico.»[658]Più oltre: «Nel richiedere al Ministro della Guerra più ampie istruzioni, ebbi in veduta specialmente la comparsa del Granduca Leopoldo o di altro in suo nome,avendo presente il discorso fattomi dal signor Guerrazzisul possibile ritorno del medesimo Granduca, per cui bisognava difendere la frontiera; come pure non avevo dimenticato le qualche parole confidatemi dal Guerrazzi, per cui mi era parso ch'ei non fosse alieno da trattare il ristabilimento del Granduca.» Non importa notare nemmeno che il Generale non accenna a un tempo soltanto, ma a tre diversi;e comecchè mi manchi modo di riscontrarlo, io do per sicuro che la prima volta e la seconda egli si portasse a Firenze prima del 27 marzo 1849; e ciò avverto onde l'Accusa si vergogni avere, in onta al vero, sostenuto che simili disposizioni in me nascessero, tardo pentimento, dopo la battaglia di Novara. Ora, se io avessi scritto al Generale come suona il Dispaccio del 18 marzo 1849, e gli avessi favellato come egli depone, avrebbe avuto motivo a dubitare della sanità del mio cervello. Anzi, dove bene s'intenda, parmi evidente la prova che cotesta commissione fosse del tutto fattura non mia, imperciocchè io mi ero lasciato andare fino a fargli sentire la possibilità del ritorno del Granduca, e quella lo incarica di sostenere la Repubblica; donde la necessità della doppia origine di siffatte manifestazioni. Per la quale cosa ammonisco i miei Giudici, che colui il quale tiene con varie persone discorso diverso può reputarsi talvolta, ed essere, uomo mascagno; credere poi che un Magistrato parli a un Generale bianco e gli scriva nero, per lo meno è da matto.
A questo tempo si referisce la seguente lettera, che io scriveva al signor Consigliere Carlo Bosi, dalla quale si fa manifesto come io sentissi di coloro, che più si mostravano smaniosi per la Repubblica.[659]
«Al Governo di Livorno.
«Qui non può farsi nulla. La Patria versa in grandissimo pericolo. Io ne ho assunto la malleveria davanti agli uomini e a Dio: voglio riuscirvi, o morire: ormai della vita poco m'importa, anzi mi pesa. Ordino pertanto sia posto termine alle perturbazioni manifeste e segrete contro il Governo, e contro la quiete pubblica. Chi sono gl'infami che altro non sanno che dividere la Patria e spaventare la città, senza mai — mai prendere uno schioppo e arruolarsi nella milizia finchè dura il pericolo? Wimpfen ha minacciato in Casale con 10 mila Austriaci mettere capo a partito alla Italia Centrale; ma non sono 10 o 20 mila Austriaci quelli che temo, sibbene questi commettitori di scandali. Voi mi farete esatto rapporto di quanto avviene, indicandomene gli autori; e quando vi ordinerò arrestarli, voi non dovete porre tempo tramezzo, fosse mio fratello: altrimentirenunziate. Oh! è facile sostenere la Repubblica con la gola fioca di acquavite e di fumo; con la opera poi la cosa è diversa. Il Popolo non si disonori con atti brutali: s'invigili cautamente il contegno di tutti; se commettono fallo, si raccolgano prove e mi si rimettano. Per suscitare la forza bisogna sia forte la Legge. La Inghilterra, che non ci avversa, dichiara che dove continuino in Livorno gl'insulti alle persone, ai Consoli, alle Insegne ec., provvederà al Paese come già fece a Lisbona. Per Dio! mi viene il sangue al viso. Badate i retrogradi; vi sono, e vanno puniti: ma
«1º Non si ha a scambiare retrogradi co' paurosi.
«2º Quando si mette la mano addosso a qualcheduno, conviene avere ragione: se no, se poco amico, diventa avverso; se nemico, cresce nell'odio.
«Dei perturbatori non so che farmi. Gli uomini liberi sono gravi, animosi e operosi. Tali furono gli Americani, e così vinsero.
«Partecipi questi miei sensi al Popolo Livornese, e gli dica che me ne appello al giudizio loro, all'onore, alla carità patria, e alla fama che pel mondo si sono guadagnata grandissima. Viva la Libertà! Viva Livorno! E chiunque è valido alla frontiera.
«Guerrazzi.»
«P. S. Al Proclama aggiunga eccitamento a marciare; — vengano ad arruolarsi; — gli mandi a Firenze con armi; — mandi armi — armi — armi. — I gradi a chi sarà meglio reputato capace. — Come affidare il sangue nostro a cui non sa nulla?»
E meglio la mia opinione intorno agl'improvvisi fattori della Repubblica può dedursi da quest'altra lettera che indirizzava ad un mio fidatissimo e congiunto, comecchè di lontana parentela.[660]
«Caro Giorgio,
«Viene costà Adami: a lui parla del negozio di cui mi scrivi. — Pei male intenzionati — lascia fare. Il tempo non è per loro. Quello che mi duole, senza punto sbigottirmi, si è che persone amiche — o che si dicono — o che si dissero amiche, inveceinstruirsi, emendarsi e attendere con discretezza, vogliono Repubblica, perchè:
«Non hanno da noi«Danaro pel giuoco,«Danaro per le donne,«Danaro per l'osteria.
«Non hanno da noi
«Danaro pel giuoco,
«Danaro per le donne,
«Danaro per l'osteria.
«Ma la Repubblica esige più severa virtù del Principato. Addio.
«Guerrazzi.»
Nel giorno otto aprile furono spediti 27 Deputati in Provincia; quantunque non si ponesse studio a scerre i nomi, e questo per probità, nondimeno sostengo, che 18 almeno di quelli appartenevano al Partito Costituzionale; e con protesta di non pregiudicare agli altri, che trovo notati alla pag. 226 dei Documenti dell'Accusa, parmi che sieno: Guerri Francesco, Giorni Donato, Nespoli Emilio, Panattoni Lorenzo, Sestini Giuseppe, Socci Gaetano, Biondi Marco, Frangi Riccardo, Del Sarto Eduardo, Vivarelli Tommaso, Giusteschi Napoleone, Paoli Tommaso, Micciarelli Elpidio, Brizzolari Enrico, Barsotti Giuseppe, Becagli Luigi, Turchetti Eduardo, Palmi Gregorio. Le Commissioni scritte ch'ebbero dal Governo furono:
«Cittadino Deputato,
«I Rappresentanti del Popolo i quali, a forma delle già pubblicate istruzioni, si recheranno nelle Provincie ad eccitare i Giovani alla difesa della Patria in pericolo, ed a raccogliere le armi di coloro che non sono in grado di adoperarle, sono investiti dei supremi poteri per conseguire tutto ciò che può condurre ad ottenere questo intento. A tale effetto sono autorizzati a servirsi dell'opera dei Pretori e dei Gonfalonieri del Distretto nel quale si recheranno, con facoltà anche di sospenderli dalle loro funzioni, e proporne la destituzione al Potere Esecutivo, qualora non corrispondessero alle premure che sono in obbligo di darsi per coadiuvarli.
«Però voi, Cittadino Deputato, recandovi nella vostra Provincia, siete autorizzato in forza della presente Ministeriale, a procedere alle sopraesposte misure, qualora non troviate nei pubblici funzionarii quell'attitudine e buon volere che dai tempi si esigono, informando immediatamente il Governo dei motivi che vi avessero indotto a prender queste misure, e con piena responsabilità del vostro operato.
«Informate il Governo intorno a quei Ministri del Santuario,che, postergando al sacro dovere di una Religione di carità e di amore gl'interessi di Casta, tradiscono insieme al mandato di Cristo le speranze della nostra Patria, affogando le Libertà, prezzo di tanto sangue e di tanti sacrifizii.
«Date opera a crear Comitati che si occupino di raccoglier denari, ed oggetti per coloro che si mobilizzano; a procurar soscrizioni di Cittadini che si obblighino a soccorrere le Famiglie di coloro che, mobilizzandosi, le lascerebbero nella indigenza. E di ciò è urgentissimo occuparsi, perchè, con questa sicurezza, avremo fra i combattenti anche coloro, che, trattenuti dalla indigenza della famiglia, non si muoverebbero.
«Vigilate perchè questi Comitati non si istituiscano inutilmente, ma operino con ardore, al quale effetto usate molta avvedutezza nella scelta delle persone che dovranno comporli.
«Non trascurate la parte più sensibile della umana famiglia, le Donne. Profittate della sensibilità del loro cuore, il quale, infiammato, è capace degli slanci più sublimi. Levatele all'altezza delle circostanze, affinchè esse pure ci aiutino, procacciando oggetti di vestiario, fasce e fila pei feriti, ed ispirando coraggio nei Giovani, i quali non sapranno allora ricusarsi dall'affrontare i pericoli.
«Operate adunque, operate, ed il Paese, ne siam certi, saprà pienamente corrispondere.
«Li 8 aprile 1849.
«Devotissimo —Marmocchi.»
Nel 9 aprile erano trasmessi ordini pel ritiro dei moschetti ai Circoli,[661]la quale operazione consumata, toglieva, in certo modo,l'ultimo dente alla Fazione. Tutti i provvedimenti onde la deliberazione del giorno 15 riuscisse libera, pacata e solenne, essendo stati presi, mi addormentai sicuro fra l'ultimo puntello e il naviglio su lo scalo. Anche la mano di un nano bastava ad abbatterlo, e il nano, maligno com'è natura dei nani, venne, e lo abbattè, procurando per gratitudine, che il legno precipitando mi passasse proprio sul corpo. Questo è il dramma; rappresentato a Firenze, spettatrice Toscana. I Toscani adoperino i diritti della Platea verso, o contro coloro, che bene o male sostennero la propria parte.
Insieme alla commissione scritta caldissime preghiere ricevevano a voce, che convinti per nuovi e proprii sperimenti del desiderio della universa Toscana, di ritornarsi al suo Statuto, nel giorno designato (15 aprile) convenissero in Firenze a sostenere la proposta che avrebbe fatta il Capo del Potere Esecutivo; e fu nel 9 aprile 1849, che il signor Filippo conte de' Bardi, recatosi dal signor P. A. Adami, gli favellò in questa sentenza: «Parlare in nome suo e dei Deputati della maggiorità rimasti in Firenze; pregarlo a farmi, di quanto sarebbe per dirgli, speciale partecipazione: per impedire, avere io fatto abbastanza; ed egli, comecchè della persona pessimamente disposto, essersi condotto all'Assemblea a fine di sostenere il Governo nel suo contrasto alla Unificazione con Roma: ora correre urgentissimo il bisogno di tôrre il Paese dalla incertezza; non dubitassi; nella Tornata del 15 aprile, proponessi francamente il partito di restaurare il Principato Costituzionale, che mi avrebbero circondato tutti per sovvenirmi co' voti, e al bisogno con la persona; questo poi esporre a lui onde me lo referisse, perchè non gli era occorsomai di trovarmi libero così, da potere tenermi prudentemente siffatto linguaggio.» P. A. Adami conferì meco intorno alla proposta del conte de' Bardi, ed io l'accolsi con animo volonteroso, dicendo al medesimo che bisognava trovarci pertanto nel 15 aprile tutti al nostro posto, per la quale cosa io non avrei potuto concedergli per la prossima domenica il consueto permesso di recarsi a visitare la famiglia a Livorno; e questo fu il motivo che indusse Adami a partirsi a mezzo della settimana per casa sua, e gli giovò, salvandolo dal trovarsi nei giorni 11 e 12 aprile a Firenze.
Ciò posto, senza ira come senza rancore, e favellando di me come di un morto, uomini del Municipio di Firenze e della Commissione Governativa, udite:
Cosimo Ridolfi, dando facile orecchio a parole di astio, o di superbia, o di avventatezza sconsigliata, procedè meco nel giorno ottavo di gennaio 1848 in Livorno ingiusto e leggiero; io nel risentimento, eccessivo. S'egli avesse profferito una parola, una parola sola (che fra gli onesti è dovere, perocchè, dopo il primo onore di non far torto a nessuno, venga subito l'altro di confessarlo fatto), io che mi sento di assai placabile natura di leggieri avrei dato all'oblio il brutto caso, nel quale anche oggi va ficcando le mani l'Accusa, scompigliandone le ceneri per tentare se vi fosse rimasto nascosto qualche mal tizzo sotto: ma questa parola non disse il Marchese; e volle tramare di orgoglio la tela ordita dalla ingiustizia, ed io crebbi nella intemperante querimonia; però le mie parole non furono pese a lui, come le sue catene a me. Ad ogni modo avemmo torto da una parte e dall'altra. Alla più trista, poniamo la partita saldata, e non poteva essere questa pel Municipio di Firenze e la Commissione Governativa causa per nuocermi.
Quando il Principe chiamò nei suoi Consigli il marchese Gino Capponi, io ne fui lieto, stringendomi a esso amicizia ventenne; e subito gli mostrai come io intendessi sostenere il suo Ministero, dacchè, sapendo in quei giorni stremo di pecunia lo erario, gli proposi, per conforto dei miei amici di Livorno, di sovvenirlo di 6 od 8 milioni di lire, e di ciò fa fede la lettera che leggiamo stampata a pag. 3 dei Documenti.[662]Non piacque il partito; ma pure essodimostra le voglie pronte di procedere parziale al Ministero Capponi: dunque per questo, Municipio fiorentino e Commissione Governativa, non potevate muovervi a farmi danno.
Io scongiurai l'amico prima, poi il Ministro Capponi, a trattenersi dal mandare armati a Livorno, condottiero Leone Cipriani, per reprimere tumulti, a comporre i quali parve ad altri ed a me dovessero bastare i provvedimenti ordinarii; ma ei non mi volle ascoltare: quello che avvenne non importa dire; così si potesse dimenticare! Livorno era lasciata in balía di gente perversa: andai, la mantenni alla devozione del Principe, la preservai dall'anarchia; non mi fu grato, non dirò Gino Capponi, ma il Ministero Capponi; all'opposto mi si mostrò nemico, mi abbeverò di amarezze, mi saziò di umiliazioni: tacqui, soffersi, e quante volte parlai, o scrissi di Gino Capponi, lo feci con rispetto, e l'ho dimostrato: dunque per questa causa non sembra che voi, Municipio e Commissione, aveste motivo di offendermi.
Il Ministero Capponi mi allontana da Livorno, come si legge che gl'Israeliti cacciassero i lebbrosi fuori del campo; ed io, senza lagnarmi, lascio libero il seggio al signor Montanelli, e mi riduco, senzapure aspettarlo, a Firenze, mostrando a prova la inanità dei brutti favellii, che me, calunniando, susurravano agitatore del Popolo livornese per libidine d'impero; ed anche qui, se non erro, non vedo che il Municipio fiorentino e la Commissione Governativa avessero materia per danneggiarmi.
Il signor Montanelli bandisce a Livorno la Costituente Italiana di concerto col Ministero Capponi;[663]il Ministero depone lo ufficio;però, consultato, delibera quale successore abbia ad accettare, ed uno, proposto, fervorosamente n'esclude, che non era il nostro. Il Municipio livornese, condottiero Fabbri, bene si reca a Firenze per rappresentare al Principe il voto del Popolo di cotesta città, che me desidera assunto al Ministero, ma protesta solennemente farlo, come semplice espressione di desiderio, senza punto intendere menomargli la prerogativa regia di scegliersi liberissimo i suoi Consiglieri. Intanto una Deputazione di spettabilissimi cittadini di Firenze recavasi dal Granduca, e, venuta al suo cospetto, per mezzo del sig. Professore Ferdinando Zannetti gli favellava in questa sentenza:
«Altezza!
«Mossi noi qui presenti dal desiderio di vedere riconciliato Livorno col Governo, e di evitare civili discordie, noi sottoponghiamo al senno di V. A. la proposta di commettere al signor Professore Montanelli lo incarico di formare il nuovo Ministero. Questo poi facciamo, accertati che il Ministero attuale siasi dimesso, e con parola di onore assicurati dal signor Montanelli, che conserverà il Principato Costituzionale, ed eviterà,se gli sarà possibile, di tôrsi a collega il signor Guerrazzi.»[664]E la Corona rispondeva, ammonendo essere per lo Statuto fondamentale riposta in sua piena volontà la scelta del Ministero, alla quale avvertenza il signor Zannetti con modesto parlare soggiunse: «Altezza! Non cadde mai nel mio animo, nè in quello de' miei compagni, di venire a imporle un Ministero; ma il solo desiderio accennato testè, fu quello che ci mosse a umiliarle la nostra proposta,come mero e semplicissimo voto: onesti, come ci studiamo essere, noi ci saremmo guardati bene dal presentarci all'A. V. dove non avessimo riportata dal signor Montanelli la parola della intera conservazione del Principato Costituzionale.»[665]L'A. S. poi me non accettò se prima non ebbe consultato in proposito Lord Giorgio Hamilton e il marchese Gino Capponi, e questo so per confidenza onorevolissima che mi venne fatta dal Principe stesso, sicchè qui non vedo peccato che dovesse concitarmi l'odio del Municipio e della Commissione Governativa.
E prima condizione del mio accettare la proposta del Montanelli fu, che si conducesse dal marchese Gino, e in suo e in mio nome lo pregasse a volere presiedere il Ministero nostro; egli ci rispose, come altrove ho narrato; ma certo per me non gli si poteva dare pegno maggiore di devozione e di stima: onde anche da questo mio contegno non vedo che il Municipio e la Commissione Governativa potessero ricavare argomento di rancore contro di me.
Portai la Costituente come Simone il Cireneo; le tolsi il vano e il maligno, la ridussi nella condizione di potersi dividere, e in parte accogliere, in parte aggiornare, e, venuto il tempo, anche per la parte aggiornata adoperare a tutela dello Stato; discussa fu; voi l'accettaste a pieni voti nel Consiglio Generale, a pieni voti in Senato la confermaste: onde io credo che per questo, Municipio e Commissione Governativa, non potevate appuntarmi, molto meno farmi sopportare non degne pene.
Alla sicurezza pubblica e privata, Ministro dello Interno, provvidi quanto e meglio di voi, e in termini dei vostri più deplorabili assai; imperciocchè, se anche voi confessaste trovare insufficienza negli ordini infermi, quale non la dovevo sperimentare io, quando, colpa o fortuna, voi mi consegnaste questi ordini del tutto disfatti? Quindi io penso che da ciò, o Municipio di Firenze e Commissione Governativa, non abbiate potuto desumere cagione di mal talento contro di me.
Come avreste potuto, o uomini che componeste allora il Municipio Fiorentino, redarguirmi di essere rimasto al Ministero, se pel Gonfaloniere vostro premurosissime istanze mi faceste onde io non deponessi lo ufficio, e con magistrale deliberazione lo inviaste, insieme ad altri spettabili personaggi, a Siena per interporsi mediatorefra il Principe e il suo Ministero, affinchè la dimissione mai dal maestrato non avvenisse?
La notte dell'8 febbraio 1849 non mi assistè al fianco, chiamato, l'onorevole vostro Gonfaloniere? Non udì le provvidenze, non approvò, non confortò, e, piena la mente di quanto aveva udito e approvato, non bandì la mattina che il Governo aveva provveduto alla salute pubblica: i Cittadini quietassero? Municipio fiorentino e Commissione Governativa, voi non mi potevate perseguitare per questo.
Vi disprezzai Membro del Governo Provvisorio? No certo, poichè voi ilGoverno sorto dalla necessità approvaste, e gli promettesteleali soccorsi, e così in magistrale deliberazione dichiaraste. Vi ascoltai per l'abrogazione della Legge Stataria, vi ascoltai per le armi distribuite al Popolo; e se due volte, due sole volte rimproveraste, se non prendo errore, parmi poterne dedurre, che tutto l'altro vi giovò e piacque. Il Municipio sovvenne il Governo nella esecuzione delle Leggi su la Costituente Toscana, nel negozio delle armi, nella Commissione per riorganizzare la Guardia Nazionale, di cui fu chiamato a fare parte anche il signore conte Digny;[666]col Gonfaloniere soventi volte conferimmo intorno alla Unificazione con Roma; e cadendo d'accordo intorno alla impossibilità di promuoverla con profitto fra noi, stabilimmo avrei adoperato ogni sforzo per impedire che la Fazione Repubblicana la spuntasse a furia di Popolo, e per fare in modo che tutto il Paese con solenne e pacato voto intorno alle sue sorti decidesse. Qui dunque non ho peccato, onde voi, o Municipio fiorentino e Commissione Governativa, aveste dovuto rompermi come una canna fracida.
Da voi pure venne il consiglio di sciogliere il Parlamento e interpellare il Paese col suffragio universale, e non una volta, ma due; anzi da voi la minaccia che, dove il Governo di ciò fare si fosse astenuto, i Deputati avrebbero rifuggito di adunarsi più oltre; onde anche per questa parte, o Municipio di Firenze e Commissione Governativa, io confidava andare immune dal rigore delle ire vostre.
E certo poi non meritai ira siffatta allora quando sofferto fu da ciascuno, che la Fazione Repubblicana gavazzasse imponendole sue leggi al Paese, ed io solo, presente il Gonfaloniere del Municipio di Firenze, felicemente mi opponeva a quella.
Nè immagino già avervi dato, o Municipio Fiorentino e Commissione Governativa, causa di straziarmi allorchè curai che l'elezioni per la Costituente Toscana accadessero liberissime; e se copia maggiore di Costituzionali elettori non concorse a votare, certo non fu mio errore, e voi lo confessaste, comecchè il numero non si potesse chiamare scarso.
Ditemi, egli è perchè io usciva a risico della mia persona per tutelare i cittadini, o perchè toglieva le armi alla gente dei Circoli, o perchè ostava che la Repubblica per acclamazione si votasse, o perchè solennemente dichiarai, e feci dal Ministro dello Interno dichiarare, che la Toscana si mostrava aliena dalle forme repubblicane, o piuttosto perchè mi accinsi dietro ivostri conforti a salvare quel più che si potesse di onore e d'indipendenza nazionale, e mandai Deputati in Provincia a consultare lo spirito pubblico al doppio scopo che la restaurazione del Principato Costituzionale avvenisse per consenso, senza discrepanza, di tutti, e che lo Stato si difendesse, o almeno di difenderlo come ce ne correva l'obbligo si tentasse; — egli è per tutto questo, o Municipio, io domando, e Commissione Governativa, che voi mi avete tradito? Forse vi ravvisaste, e pensaste avere potuto provvedere meglio da voi stessi; ed io vi ho detto, e vi ridico adesso, che non vi biasimo, anzi, di questo vi lodo, e meco tutto il Paese vi loda e ve ne rende grazie; voi dell'opera vostra andate alteri, e ne avete ben donde: ma v'era bisogno che voi mi tradiste per completare la vostra gloria? — Ma no: per avventura, in quei momenti estremi, io da me mi mostrai diverso? inasprito, smentii in un giorno tutta la mia vita, e commisi sevizie, o provocai le turbe livornesi a irrompere sopra questa bella madre Patria a guisa di Barbari? — Nessun sospetto arrestai, nessuno bandii; anzi, amorevole gli ammoniva affinchè si guardassero. M'inganno; ad uno solo ordinai partisse, e tosto; e chi fu egli mai? Niccolini, quel mio preteso cagnotto e lancia spezzata per commuovere i Popoli ad acclamare Repubblica.[667]Vediamo se l'altro addebitomi si conviene. — E avvertite che io raccolgo Documenti cascati dalle mani dell'Accusa aperte come i lucchetti dello avaro, sicchè quando saranno posti a disposizione mia gli Archivii,come già furono alla Direzione degli Atti, potrò, spero, essere più completo. Antonio Fossi, Segretario del Governo di Livorno, nel 9 aprile 1849 a ore 5 e 30 min. pom., per via telegrafica mi avvisa: «Il Popolo ha occupate le carrozze per seguire i Volontarii. Le misure prese a nulla hanno valso. Il Governatore e il Gonfaloniere accorrono alla Stazione per riparare. Mi ordinano prevenirla pel possibile di un ritardo nello arrivo.»[668]Lo egregio amico Giorgio Manganaro, nel giorno 10 aprile 1849 a ore 1 e 15 min. pom., per telegrafo annunzia: «Oggi il Popolo di Livorno è tornato alle solite improntitudini. Comunque avessi fatto presidiare la Stazione da numero 60 Guardie Nazionali, questa è stata invasa da più di 600 persone, le quali si sono impossessate delle carrozze e dei vagoni, e con estrema violenza hanno voluto viaggiare gratuitamente. Mi sono trasferito col Gonfaloniere sul posto, ma la opera nostra è andata perduta, e la mia voce è stata impotente per farli rientrare nel dovere.»[669]
Ora sentano un po' come io coteste ribalderie provocassi e confortassi: «Al Governatore di Livorno. — 10 aprile ore 3 antim. — Se il Governatore ha senno, faccia indagare subito quali fossero le persone, ne ordini l'arresto di notte, e le mandi a Volterra: facciasi tutto prima del giorno.»[670]
Alle ore 11 e 40 min. pom, del medesimo giorno: «I Livornesi, perimprontitudine di alcuni, suscitano perigliose discordie quaggiù; pure vengano e saranno accetti.»[671]
Nel giorno 11 aprile, ore 1, min. 55 pom.: «La Strada ferrata Leopolda non continua le sue corse per cagione dellainsolenza livornese.Vedete quanto danno questo produrrà al commercio.Bisogna tutelare la Stazione con ogni mezzo.»[672]
Nel medesimo giorno, a ore 3 e m. 21 pom.: «Insisto pei disordini della Strada ferrata. La Società sospende le corse. È cosa intollerabile. Si dichiari alla città che ella è unica in queste prepotenze. È un furto. Si faccia conoscere. Appena giunti a Firenze ne prenderemo 10 per cento, e gli manderemo a Volterra. Questi sconsigliati rovinano il commercio, e fanno perdere la reputazione al Paese. Provvedete.Firenze si muove più tardi, ma più dignitosa.»[673]
E detti ordini perchè buona mano di costoro si arrestasse, e mandai cavalli a posta; ma fra lo spandersi ch'essi fecero per i campi, e gl'impedimenti opposti dalle barriere della strada ferrata da una parte, e dall'altra la ritrosia della nostra milizia a operare cosa che valesse, ebbero modo a fuggire. Ancora nel medesimo giorno, alle ore 4, m. 35 pom., domando al Governatore di Livorno: «È vero, che il Governatore di Livorno abbia risposto, credersi impossibilitato a impedire, che le turbe invadano i vagoni a Livorno? È vero, che abbia affermato, non potere impedire questo successo oggi e domani? L'Amministrazione ha sospeso le gite da Pisa a Livorno per questo motivo.»[674]Più tardi alle ore 5 e m. 20 pom.: «Il Capo del Potere Esecutivo chiede se altra gente sia partita o partirà da Livorno. Vengono Livornesi senza pagare? Sì, o no?»[675]
Questi Documenti parlano per me, e non sono soli; scelti dalla mano dell'Accusa, certo non è da credersi, che cogliesse rose in fiocco perchè io me ne tessa ghirlanda; e tuttavolta bastano.
Avete considerato voi con quanto, non dirò studio, ma accesissimo zelo io proteggessi le strade ferrate, e qui e a Lucca e da per tutto, non solo allora, sibbene in ogni tempo? E pure mi affermano per sicuro, che uomini a me noti per antico commercio, e nelle loro richieste soddisfatti sempre, nel giorno 12 aprile 1849 di subito, senza causa come senza consiglio, mi si mostrarono avversi, e togliendo seco gli operaj, e le guardie dellaStrada, ne componessero una schiera, e costituitisi capitani di gente eletta muovessero a gridarmi: «Morte! Morte!» Se questa cosa fosse vera, bisognerebbe dire, che coloro i quali hanno che fare con la Strada di ferro, talvolta terminano col parteciparne la durezza; e di più non dico. Esamineremo in breve se pei fatti dei giorni 11 e 12 Aprile meritassi essere tradito.