O dignitosa coscïenza, e netta,Come t'è picciol fallo amaro morso!quel Senatore Capoquadri, che la sospetta lettera ebbe da me senza sospetto, e me ne profferse grazie? Forse doveva dubitare del Barone Bettino Ricasoli? Se mai avesse potuto rimanermi dubbio per qualcheduno, di lui doveva sospettare meno che degli altri, perchè emulo pubblico. Io così sento, e così con esso adoperai; ma pur troppo, e tardi, mi accorgo che di siffatta magnanimità, che pure si ammirava virtù tra uomini barbari e semibarbari, presso i civili è spento il seme. Temistocle, sè confidando prima ad Admeto re deiMolossi, poi a Serse barbaro, fu reputato sacro da loro; Santa Elena grida che cosa giovasse a Napoleone avere imitato Temistocle; e se ai grandi esempii è lecito mescolare l'umilissimo mio, il Castello di San Giorgio e l'infame Carcere delle Murate testimonieranno ai presenti ed agli avvenire a che meni commettersi in balía della fede degli uomini civili! — Mentre siamo per muovere, il signor Cavaliere Martelli Priore mi consegna conautorizzazioneedordinedella Commissione Governativa lire mille pelviaggio, che, dopo essermi fermato due o tre giorni in San Giorgio, tanto che la plebe quietasse, dovevoeffettuarefuori di Toscana. —Martelli: «Peraltro, sebbene la Commissione su la sorte del Guerrazzi non avesse deliberato, pure tra le altre idee vi fu quella, non mi ricordo da cui esternata, di farlo allontanare dalla Toscana, dandogli il danaro per ciò effettuare. Mille lire ebbi dalla Cassa Comunitativa,e le consegnava la mattina del dì 13 al momento che da Palazzo Vecchio muoveva per la Fortezza di Belvedere,sembrandomi il momento di adempire all'autorizzazione ed ordine che mi aveva dato la Commissione Governativa.» Ecco il Mandato in virtù del quale, nel giorno 13 aprile 1849, furono estratte dalla Cassa del Municipio lire mille.Testo del documentoQuesto Documento, già senza che vi sia mestiero avvertirlo, non s'incontra nel volume dell'Accusa, che pure stampò (Dio la perdoni) fino la nota della roba dei bauli. Però non è solo; altri ne occorrono parimenteineditiche confermano la verità del fatto. Il danaro dato prima fu ripreso, perchè quei Signori pensarono che pel viaggio da Palazzo Vecchio al Castello di San Giorgio dovesse essermene avanzato, e per questa volta saviamente pensarono; depositato presso il Segretario del Ministro di Giustizia e Grazia, Giuseppe Cavaliere Martelli scrive la seguente lettera al Cancelliere del Municipio Fiorentino:Autografo. Documento a c. 571 nero.«Sig. Cancelliere Preg.mo«Allorchè avvenne l'arrestodell'Avvocato F. D. Guerrazzi,ella sa che la Commissione Governativa si decise di aderire alla di lui richiesta, ad esso accordando la somma di Lire 1,000, perchè trattavasi in quel momento di farlo altrove transitare, mentre egli asseriva non aver presso di sè alcun danaro pel viaggio.«Ed avendomi l'annunciata Commissione affidato l'incarico di fare avere all'Avvocato Guerrazzi la detta somma di Lire 1,000,in seguito di diverse inutili premure da me fatte, per combinare in Palazzo Vecchio le persone che dovevano farmene il mandato, io mi rivolsi a pregare Lei, signor Cancelliere, per avere dal Cassiere della Comunità le Lire 1,000,onde subito io le potessi passare al signore Guerrazzi, come di fatto feci.«Questa somma fu poi ripresa nella perquisizione che ebbe luogo ai detenuti di Belvedere, ed ora si trova al Dipartimento di Grazia e Giustizia presso il signor Segretario Duchoqué, il quale lo aspetta oggi alle ore 12 al suo Uffizio, per riconsegnarla a lei o ad un suo delegato, dietro una circostanziata ricevuta.«Così Ella ed io resteremo esonerati da ogni responsabilità, in questo affare, per lo che io la prego a favorire di ritirarmi la ricevuta che ritiene il cassiere del Comune di Firenze. E pregandola a praticare in quest'affare la sua consueta esattezza, onde il signor Segretario Duchoqué non aspetti inutilmente, passo con ossequio e rispetto all'onore di dichiararmi,«Dall'Uffizio delle RR. Fabbriche, li 2 giugno 1849.«Dev. serv. Giuseppe Martelli.«All'Eccellentissimo Sig.reil Sig.rM. Gotti «Cancelliere della Comunità di Firenze.»Il Cancelliere, che sa tutte le cose che il Cavaliere leale gli contesta, scrivendo al Segretario ne dichiara eziandio bene altre ancora: egli sa,a modo di esempio, che la Commissione, composta diTUTTIi Priori residenti nel Magistrato rappresentante il Municipio Fiorentino,ORDINÒa lui Cancelliere, si dessero le lire mille per la causa espressa nella lettera del Cavalier Martelli.Documento a c. 570 nero.«Illus.mosignor P.neCol.mo«Dall'unita ufficiale del signor Cavalier Giuseppe Martelli,uno dei Componenti la già Commissione Governativa Toscana, di questo stesso giorno, rileverà la causa che motivòla stessa Commissione, che si componeva di tutti i signori priori residenti nel magistrato rappresentante il Municipio di firenze, ad ordinarmi di spedire, conforme feci, nella mattina del 13 aprile decorso, un mandato di lire 1,000, marcato di nº 424, a favore del prelodato signor Cavalier Martelli, per passarsi all'Avvocato F.-D. Guerrazzi, per il titolo espresso in detta officiale. E siccome la somma predetta esiste presso V. S. Illustrissima, per quanto resulterebbe dalla mentovata lettera del signor Martelli, mentre questa Comunità non ha ottenuto rimborso dal Regio Erario, così prego la somma di lei bontà a volere liberamente passare allo stesso Camarlingo, e per esso al suo Sostituto Legale, latore della presente, l'ammontare di detto Mandato; ritirando dal medesimo o distinta ricevuta, o meglio (almeno per quanto a me sembra) in calce di detto Mandato. E colla più alta considerazione e profondo ossequio, passo al pregio di protestarmi,«Di VS. Illustrissima,«Dalla Cancelleria Comunitativa di Firenze, li 2 giugno 1849.«Umiliss. Servo«Firmato — G. Gotti.Al signor Segretario del Ministero di Grazia e Giustizia.»Andando con la nepote e la governante, chiesi (dacchè trattavasi di pochi giorni) mi seguitassero Roberto Ulacco segretario, e i due servitori; e lo concessero; Ulacco subito, i servitori più tardi. Durante il cammino.... Ma giova sempre, quando si può, che da per loro i testimoni raccontino. — GeneraleZannetti: «Siccome, strada facendo, il signor Guerrazzi mi domandò più volte s'egli era prigioniero, oppure se così si agiva per tutelarlosemplicemente dal Popolo,non mancai riassicurarlo, dicendogli che la Commissione non poteva mancare a sè medesima. ma poichè ebbi ad accorgermi che la commissione governativanon manteneva altrimenti la sua promessa, e più che mancava di fede e di riguardo alla Guardia Nazionale, ed allo stesso Capitano consegnatario, unendo i Carabinieri alla Guardia Nazionale, per tutelare il signor Guerrazzi; e di più vedendo che la Commissione Governativa non teneva la promessa della intera ripristinazione del Governo Costituzionale; io che aveva firmato con lei, a nome della intera Guardia Nazionale, il primo Decreto da essa fatto della Restaurazione del Governo Costituzionale, non trovai altra via lecita e conveniente a calmare la mia coscienza, che quella di ritirarmi dal posto di Generale.»[748]Però mi veniva confermando, che la Commissione di mandarmi a Livorno non aveva voluto intendere nulla, e mi tornava a interrogare se io fossi contento davvero di starmi per qualche tempo lontano dal paese; ed io gli rispondeva: — che lo avrei reputato (tanto mi sentiva sbigottito dalle sventure della Patria) sommo beneficio; però conoscere egli le mie fortune, e a vivere fuori con la mia famiglia lungamente non mi bastare; ed egli cortese si esibiva tornare la sera a conferire meco in proposito; la quale cosa non consentii, dicendo tenermi per soddisfatto se avesse voluto favorirmi il giorno veniente. — Così alternando varii discorsi arriviamoal quartiere del Comandante le Guardie di Onore, dove ci tratteniamo alquanto; quindi prendendo passo passo su per l'erta del monte giungiamo sotto le mura della Fortezza di San Giorgio. Qui mi occorre un'altra infamia; le mura apparivano gremite di Veliti, i quali presero a profferire minaccie e improperii contro di me. Io strinsi il braccio al Generale Zannetti, e guardatolo in volto lo interrogai con voce tranquilla: — Dove mi porti? — Come restasse quel virtuoso uomo, male può con parole referirsi; chiamò tutto commosso il Comandante del Forte signor Cavalier Galeotti, il quale o non poteva reprimere cotesta ignominia, o la sopportava, e acerbamente lo rimproverava dicendogli: «Così non mantenersi patti; Carabinieri non dovere essere in Fortezza; ricondurmi indietro finchè non isgombrassero.» Il Comandante Galeotti lo chiamò in disparte, sussurrandogli non so quali parole nell'orecchio, a cui il signor Zannetti non parve acquietarsi. Retrocedemmo al Palazzo Pitti; passata qualche ora, torna il Generale affermando che adesso potevamo andare sicuri, perchè i Veliti a tenere dei patti erano stati remossi, e che le parole date si avevano ad osservare. Certo, quando pervenimmo la seconda volta sotto la Fortezza, Veliti non vedemmo: i Veliti erano stati appiattati nel quartiere; partito appena il Generale Zannetti uscirono fuori! — Così, postergato ogni pudore, prendevano bruttissimo giuoco della fede di uomini onesti! — In quanto al Comandante del Forte, mi proverò a sforzarmi di credere che egli non fosse partecipe di cotesta infamia. E infamia fu, però che, come ho annunziato altrove, questi, soldati no, ma della onorata milizia onta perpetua, sotto le finestre venissero a inasprirmi con disoneste parole l'amarezza del carcere, e traverso le imposte della porta taluno di loro minacciasse volere darmi della baionetta traverso il corpo. O non vi bastava il trofeo del canto al Mondragone?[749]Mentre a diligenza del Municipale signor Cavaliere Martelli apparecchiano il quartiere molto alla lesta, come quello che doveva bastare per giorni, e si può dire per ore, io e i miei ci riduciamonelle stanze del Prevosto. Qui mi si mostrava assiduo al fianco il Capitano Galeotti, e volendolo io dispensare dall'ufficio, risponde secco: «avere ordine di guardarmi a vista.» Finalmente prendiamo stanza nello alloggio preparato. Il Capitano Galeotti domanda se avessi armi addosso per risparmiarmi la visita su la persona! «Ma che sono io arrestato?» gli domandai. «Tali non sono i patti.» Il Capitano risponde secco: «avere i suoi ordini.» La mattina appresso volendo accostarmi alla finestra per bere un sorso di aria pura, m'impongono ritirarmi; nè stette molto, che alle quattro finestre ebbero messo le ferrate, poi le tramoggie, poi le graticole, poi le ribalte guarnite di festoni di tela, le quali calavano alle ore 24; sicchè mi parve essere diventato proprio Giona in corpo alla balena. Se l'ardore del Sole schiantava le tavole tanto cheun pelo di lucepassasse, ecco di subito calafati e falegnami, che penzoloni imbracati con corde inchiodavano, sverzavano, ristoppavano la fessura: poi visita alle finestre due volte il giorno, nè la rimanente casa restava imperquisita: nè basta ancora: guardie di sotto, guardie di sopra e all'uscio, e per le scale; nessuno usciva; fu dopo qualche giorno, non senza difficoltà, e non so se previa visita personale, concesso dal Cavaliere Galeotti castellano alcanedi prendere aria pel Forte, ma legato. — Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei chea gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero. Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni:non risposero. In cotesta dimora, che di bellissima erano riusciti a rendere infernale, durammo giorni 44, tranne un servo (anch'egli, poveretto! côlto al laccio), che, caduto infermo di febbre, era trasportato per refrigerio al Carcere delle Murate.Fu tramutato di Arno in Bacchiglione!Così sepolto vivo, ignaro affatto di quello che pel mondo accadeva, mando il nepote al suo zio in Roma credendo sottrarlo al pericolo, quando ad un tratto con profondo rammarico conosco averlo esposto a pericolo maggiore. E se vi talentasse sapere quali pericoli il mio nipote, qui nella sua Patria, corresse, ve lo dirò. Giovane di 15 anni, un bel giorno mi significò volere ridursi incampo per fare il suo ufficio nell'arme dell'artiglieria. Io per distornelo gli dissi, che se voleva andare si scrivesse soldato. La età novella, il duro mestiere, la qualità del semplice gregario, gli affetti domestici e i comodi della casa, non valsero a trattenerlo; nè io, premendo il dolore, lo trattenni. Il giovanotto dopo il 12 aprile dai proprii camerati fu preso in abbominio; — uno gli sparò dietro lo archibugio! — Non vi pare questa una turpissima azione, o Signori? — Ed ora egli naviga l'Oceano fuggendo una terra così poco amica al suo sangue. Forse i miei occhi non lo rivedranno più; ma la mia benedizione lo accompagnerà da per tutto; — e la nepote, che uscita di convento per visitare lo Zio si trovò ad accompagnarlo in prigione, anch'essa come grano di spelda vive balestrata fuori della Patria sua... Oh! il primo passo che mosse per la vita fu doloroso per lei, — e queste sono le sventure che dissi: mano di uomo non può riparare, quella di Dio consolare soltanto.Dopo 44 giorni, certa notte di maggio con misterioso terrore mi strappano allo improvviso dalle braccia della mia nepote, e mi trasportano al Carcere delle Murate; quinci la notte appresso pure mi rimuovono, e mandano a Volterra: di là finalmente, nel novembre del 1849, mi tolgono e ricacciano dentro alle Murate, dove fino da quel tempo giaccio sepolto.Qui perammenda, dopo lunga procedura, un giorno, armati fino ai denti di tutte armi, e a me nudo affatto, e legato, quasi per ischerno, di repente dicono:Difenditi!Perammenda, l'Accusa, esordita da uno Zagri barattiere e prevenuto adesso di falsità, sopra le traccie somministrate da lui di continuare non rifuggono. Perammenda, i Documenti della mia Amministrazione all'Accusa concedonsi, che ad uno ad uno gli esamina e gli sceglie; a me poi l'Accusa, e i Giudici fino ad ora li contendono.[750]Perammenda, si trovano Giudici, chescrivono avermi colto infragranti! quando mi trovavo in Belvedere, dove dimoravo sotto fede che alla mia libertà non si attentasse. Perammenda, i miei Giudici naturali e necessarii, trattandosi d'imputazione relativa alla malleveria ministeriale, dove intervenne perfino Decreto firmato dalla Corona, non mi consentono. Perammenda, immaginano non so quale delittocontinuoecomplesso, per cui mi troverei esposto a rispondere perfino dei fatti, che io stesso mi credei in dovere reprimere. Perammendanovella, congiungono il mio con non so quale altro, processo di Pistoia, dove, per quanto intendo, si tratta di espilazione e di altre simili turpitudini. Perammenda(incredibile a dirsi se non fosse vero!),L'ACCUSA il testimone Zannetti rifiuta, il testimone Digny chiama a deporre, — e questo parmì che tocchi la cima di quello che può osare un'Accusa... — Certo io sono vivo... la morte violenta di Oliverotto da Fermo, nè del Carmagnola, hosofferto. Il secolo e il paese civili queste immanità non consentono... dal sangue aborriscono... i troppo delicati nervi se ne irritano. Lo imputato si lascia per anni e anni nella trista compagnia dei suoi pensieri angosciosi; gli si dà spazio infinito a contemplare la sua famiglia distratta, la dissoluzione del suo corpo, la etisia della sua intelligenza; gli si nega un sorso di aria pura. — Era barbarie, ma barbarie grande, quella di levare dal mondo un uomo per morte violenta: oggi la carità persuade restituirglielo, decorso spazio che reputasi conveniente di tempo. — Andate, affrettatevi al carcere, amici e parenti; l'ora venne per riscattare dalle mani di questa carità il prigioniero; ricevetelo, amici e parenti; ella vi consegna — che cosa mai? — unmattoo unmoribondo.
O dignitosa coscïenza, e netta,Come t'è picciol fallo amaro morso!
O dignitosa coscïenza, e netta,
Come t'è picciol fallo amaro morso!
quel Senatore Capoquadri, che la sospetta lettera ebbe da me senza sospetto, e me ne profferse grazie? Forse doveva dubitare del Barone Bettino Ricasoli? Se mai avesse potuto rimanermi dubbio per qualcheduno, di lui doveva sospettare meno che degli altri, perchè emulo pubblico. Io così sento, e così con esso adoperai; ma pur troppo, e tardi, mi accorgo che di siffatta magnanimità, che pure si ammirava virtù tra uomini barbari e semibarbari, presso i civili è spento il seme. Temistocle, sè confidando prima ad Admeto re deiMolossi, poi a Serse barbaro, fu reputato sacro da loro; Santa Elena grida che cosa giovasse a Napoleone avere imitato Temistocle; e se ai grandi esempii è lecito mescolare l'umilissimo mio, il Castello di San Giorgio e l'infame Carcere delle Murate testimonieranno ai presenti ed agli avvenire a che meni commettersi in balía della fede degli uomini civili! — Mentre siamo per muovere, il signor Cavaliere Martelli Priore mi consegna conautorizzazioneedordinedella Commissione Governativa lire mille pelviaggio, che, dopo essermi fermato due o tre giorni in San Giorgio, tanto che la plebe quietasse, dovevoeffettuarefuori di Toscana. —Martelli: «Peraltro, sebbene la Commissione su la sorte del Guerrazzi non avesse deliberato, pure tra le altre idee vi fu quella, non mi ricordo da cui esternata, di farlo allontanare dalla Toscana, dandogli il danaro per ciò effettuare. Mille lire ebbi dalla Cassa Comunitativa,e le consegnava la mattina del dì 13 al momento che da Palazzo Vecchio muoveva per la Fortezza di Belvedere,sembrandomi il momento di adempire all'autorizzazione ed ordine che mi aveva dato la Commissione Governativa.» Ecco il Mandato in virtù del quale, nel giorno 13 aprile 1849, furono estratte dalla Cassa del Municipio lire mille.
Testo del documento
Testo del documento
Questo Documento, già senza che vi sia mestiero avvertirlo, non s'incontra nel volume dell'Accusa, che pure stampò (Dio la perdoni) fino la nota della roba dei bauli. Però non è solo; altri ne occorrono parimenteineditiche confermano la verità del fatto. Il danaro dato prima fu ripreso, perchè quei Signori pensarono che pel viaggio da Palazzo Vecchio al Castello di San Giorgio dovesse essermene avanzato, e per questa volta saviamente pensarono; depositato presso il Segretario del Ministro di Giustizia e Grazia, Giuseppe Cavaliere Martelli scrive la seguente lettera al Cancelliere del Municipio Fiorentino:
Autografo. Documento a c. 571 nero.
«Sig. Cancelliere Preg.mo
«Allorchè avvenne l'arrestodell'Avvocato F. D. Guerrazzi,ella sa che la Commissione Governativa si decise di aderire alla di lui richiesta, ad esso accordando la somma di Lire 1,000, perchè trattavasi in quel momento di farlo altrove transitare, mentre egli asseriva non aver presso di sè alcun danaro pel viaggio.
«Ed avendomi l'annunciata Commissione affidato l'incarico di fare avere all'Avvocato Guerrazzi la detta somma di Lire 1,000,in seguito di diverse inutili premure da me fatte, per combinare in Palazzo Vecchio le persone che dovevano farmene il mandato, io mi rivolsi a pregare Lei, signor Cancelliere, per avere dal Cassiere della Comunità le Lire 1,000,onde subito io le potessi passare al signore Guerrazzi, come di fatto feci.
«Questa somma fu poi ripresa nella perquisizione che ebbe luogo ai detenuti di Belvedere, ed ora si trova al Dipartimento di Grazia e Giustizia presso il signor Segretario Duchoqué, il quale lo aspetta oggi alle ore 12 al suo Uffizio, per riconsegnarla a lei o ad un suo delegato, dietro una circostanziata ricevuta.
«Così Ella ed io resteremo esonerati da ogni responsabilità, in questo affare, per lo che io la prego a favorire di ritirarmi la ricevuta che ritiene il cassiere del Comune di Firenze. E pregandola a praticare in quest'affare la sua consueta esattezza, onde il signor Segretario Duchoqué non aspetti inutilmente, passo con ossequio e rispetto all'onore di dichiararmi,
«Dall'Uffizio delle RR. Fabbriche, li 2 giugno 1849.
«Dev. serv. Giuseppe Martelli.
«All'Eccellentissimo Sig.reil Sig.rM. Gotti «Cancelliere della Comunità di Firenze.»
Il Cancelliere, che sa tutte le cose che il Cavaliere leale gli contesta, scrivendo al Segretario ne dichiara eziandio bene altre ancora: egli sa,a modo di esempio, che la Commissione, composta diTUTTIi Priori residenti nel Magistrato rappresentante il Municipio Fiorentino,ORDINÒa lui Cancelliere, si dessero le lire mille per la causa espressa nella lettera del Cavalier Martelli.
Documento a c. 570 nero.
«Illus.mosignor P.neCol.mo
«Dall'unita ufficiale del signor Cavalier Giuseppe Martelli,uno dei Componenti la già Commissione Governativa Toscana, di questo stesso giorno, rileverà la causa che motivòla stessa Commissione, che si componeva di tutti i signori priori residenti nel magistrato rappresentante il Municipio di firenze, ad ordinarmi di spedire, conforme feci, nella mattina del 13 aprile decorso, un mandato di lire 1,000, marcato di nº 424, a favore del prelodato signor Cavalier Martelli, per passarsi all'Avvocato F.-D. Guerrazzi, per il titolo espresso in detta officiale. E siccome la somma predetta esiste presso V. S. Illustrissima, per quanto resulterebbe dalla mentovata lettera del signor Martelli, mentre questa Comunità non ha ottenuto rimborso dal Regio Erario, così prego la somma di lei bontà a volere liberamente passare allo stesso Camarlingo, e per esso al suo Sostituto Legale, latore della presente, l'ammontare di detto Mandato; ritirando dal medesimo o distinta ricevuta, o meglio (almeno per quanto a me sembra) in calce di detto Mandato. E colla più alta considerazione e profondo ossequio, passo al pregio di protestarmi,
«Di VS. Illustrissima,
«Dalla Cancelleria Comunitativa di Firenze, li 2 giugno 1849.
«Umiliss. Servo«Firmato — G. Gotti.
Al signor Segretario del Ministero di Grazia e Giustizia.»
Andando con la nepote e la governante, chiesi (dacchè trattavasi di pochi giorni) mi seguitassero Roberto Ulacco segretario, e i due servitori; e lo concessero; Ulacco subito, i servitori più tardi. Durante il cammino.... Ma giova sempre, quando si può, che da per loro i testimoni raccontino. — GeneraleZannetti: «Siccome, strada facendo, il signor Guerrazzi mi domandò più volte s'egli era prigioniero, oppure se così si agiva per tutelarlosemplicemente dal Popolo,non mancai riassicurarlo, dicendogli che la Commissione non poteva mancare a sè medesima. ma poichè ebbi ad accorgermi che la commissione governativanon manteneva altrimenti la sua promessa, e più che mancava di fede e di riguardo alla Guardia Nazionale, ed allo stesso Capitano consegnatario, unendo i Carabinieri alla Guardia Nazionale, per tutelare il signor Guerrazzi; e di più vedendo che la Commissione Governativa non teneva la promessa della intera ripristinazione del Governo Costituzionale; io che aveva firmato con lei, a nome della intera Guardia Nazionale, il primo Decreto da essa fatto della Restaurazione del Governo Costituzionale, non trovai altra via lecita e conveniente a calmare la mia coscienza, che quella di ritirarmi dal posto di Generale.»[748]Però mi veniva confermando, che la Commissione di mandarmi a Livorno non aveva voluto intendere nulla, e mi tornava a interrogare se io fossi contento davvero di starmi per qualche tempo lontano dal paese; ed io gli rispondeva: — che lo avrei reputato (tanto mi sentiva sbigottito dalle sventure della Patria) sommo beneficio; però conoscere egli le mie fortune, e a vivere fuori con la mia famiglia lungamente non mi bastare; ed egli cortese si esibiva tornare la sera a conferire meco in proposito; la quale cosa non consentii, dicendo tenermi per soddisfatto se avesse voluto favorirmi il giorno veniente. — Così alternando varii discorsi arriviamoal quartiere del Comandante le Guardie di Onore, dove ci tratteniamo alquanto; quindi prendendo passo passo su per l'erta del monte giungiamo sotto le mura della Fortezza di San Giorgio. Qui mi occorre un'altra infamia; le mura apparivano gremite di Veliti, i quali presero a profferire minaccie e improperii contro di me. Io strinsi il braccio al Generale Zannetti, e guardatolo in volto lo interrogai con voce tranquilla: — Dove mi porti? — Come restasse quel virtuoso uomo, male può con parole referirsi; chiamò tutto commosso il Comandante del Forte signor Cavalier Galeotti, il quale o non poteva reprimere cotesta ignominia, o la sopportava, e acerbamente lo rimproverava dicendogli: «Così non mantenersi patti; Carabinieri non dovere essere in Fortezza; ricondurmi indietro finchè non isgombrassero.» Il Comandante Galeotti lo chiamò in disparte, sussurrandogli non so quali parole nell'orecchio, a cui il signor Zannetti non parve acquietarsi. Retrocedemmo al Palazzo Pitti; passata qualche ora, torna il Generale affermando che adesso potevamo andare sicuri, perchè i Veliti a tenere dei patti erano stati remossi, e che le parole date si avevano ad osservare. Certo, quando pervenimmo la seconda volta sotto la Fortezza, Veliti non vedemmo: i Veliti erano stati appiattati nel quartiere; partito appena il Generale Zannetti uscirono fuori! — Così, postergato ogni pudore, prendevano bruttissimo giuoco della fede di uomini onesti! — In quanto al Comandante del Forte, mi proverò a sforzarmi di credere che egli non fosse partecipe di cotesta infamia. E infamia fu, però che, come ho annunziato altrove, questi, soldati no, ma della onorata milizia onta perpetua, sotto le finestre venissero a inasprirmi con disoneste parole l'amarezza del carcere, e traverso le imposte della porta taluno di loro minacciasse volere darmi della baionetta traverso il corpo. O non vi bastava il trofeo del canto al Mondragone?[749]
Mentre a diligenza del Municipale signor Cavaliere Martelli apparecchiano il quartiere molto alla lesta, come quello che doveva bastare per giorni, e si può dire per ore, io e i miei ci riduciamonelle stanze del Prevosto. Qui mi si mostrava assiduo al fianco il Capitano Galeotti, e volendolo io dispensare dall'ufficio, risponde secco: «avere ordine di guardarmi a vista.» Finalmente prendiamo stanza nello alloggio preparato. Il Capitano Galeotti domanda se avessi armi addosso per risparmiarmi la visita su la persona! «Ma che sono io arrestato?» gli domandai. «Tali non sono i patti.» Il Capitano risponde secco: «avere i suoi ordini.» La mattina appresso volendo accostarmi alla finestra per bere un sorso di aria pura, m'impongono ritirarmi; nè stette molto, che alle quattro finestre ebbero messo le ferrate, poi le tramoggie, poi le graticole, poi le ribalte guarnite di festoni di tela, le quali calavano alle ore 24; sicchè mi parve essere diventato proprio Giona in corpo alla balena. Se l'ardore del Sole schiantava le tavole tanto cheun pelo di lucepassasse, ecco di subito calafati e falegnami, che penzoloni imbracati con corde inchiodavano, sverzavano, ristoppavano la fessura: poi visita alle finestre due volte il giorno, nè la rimanente casa restava imperquisita: nè basta ancora: guardie di sotto, guardie di sopra e all'uscio, e per le scale; nessuno usciva; fu dopo qualche giorno, non senza difficoltà, e non so se previa visita personale, concesso dal Cavaliere Galeotti castellano alcanedi prendere aria pel Forte, ma legato. — Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei chea gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero. Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni:non risposero. In cotesta dimora, che di bellissima erano riusciti a rendere infernale, durammo giorni 44, tranne un servo (anch'egli, poveretto! côlto al laccio), che, caduto infermo di febbre, era trasportato per refrigerio al Carcere delle Murate.
Fu tramutato di Arno in Bacchiglione!
Fu tramutato di Arno in Bacchiglione!
Così sepolto vivo, ignaro affatto di quello che pel mondo accadeva, mando il nepote al suo zio in Roma credendo sottrarlo al pericolo, quando ad un tratto con profondo rammarico conosco averlo esposto a pericolo maggiore. E se vi talentasse sapere quali pericoli il mio nipote, qui nella sua Patria, corresse, ve lo dirò. Giovane di 15 anni, un bel giorno mi significò volere ridursi incampo per fare il suo ufficio nell'arme dell'artiglieria. Io per distornelo gli dissi, che se voleva andare si scrivesse soldato. La età novella, il duro mestiere, la qualità del semplice gregario, gli affetti domestici e i comodi della casa, non valsero a trattenerlo; nè io, premendo il dolore, lo trattenni. Il giovanotto dopo il 12 aprile dai proprii camerati fu preso in abbominio; — uno gli sparò dietro lo archibugio! — Non vi pare questa una turpissima azione, o Signori? — Ed ora egli naviga l'Oceano fuggendo una terra così poco amica al suo sangue. Forse i miei occhi non lo rivedranno più; ma la mia benedizione lo accompagnerà da per tutto; — e la nepote, che uscita di convento per visitare lo Zio si trovò ad accompagnarlo in prigione, anch'essa come grano di spelda vive balestrata fuori della Patria sua... Oh! il primo passo che mosse per la vita fu doloroso per lei, — e queste sono le sventure che dissi: mano di uomo non può riparare, quella di Dio consolare soltanto.
Dopo 44 giorni, certa notte di maggio con misterioso terrore mi strappano allo improvviso dalle braccia della mia nepote, e mi trasportano al Carcere delle Murate; quinci la notte appresso pure mi rimuovono, e mandano a Volterra: di là finalmente, nel novembre del 1849, mi tolgono e ricacciano dentro alle Murate, dove fino da quel tempo giaccio sepolto.
Qui perammenda, dopo lunga procedura, un giorno, armati fino ai denti di tutte armi, e a me nudo affatto, e legato, quasi per ischerno, di repente dicono:Difenditi!Perammenda, l'Accusa, esordita da uno Zagri barattiere e prevenuto adesso di falsità, sopra le traccie somministrate da lui di continuare non rifuggono. Perammenda, i Documenti della mia Amministrazione all'Accusa concedonsi, che ad uno ad uno gli esamina e gli sceglie; a me poi l'Accusa, e i Giudici fino ad ora li contendono.[750]Perammenda, si trovano Giudici, chescrivono avermi colto infragranti! quando mi trovavo in Belvedere, dove dimoravo sotto fede che alla mia libertà non si attentasse. Perammenda, i miei Giudici naturali e necessarii, trattandosi d'imputazione relativa alla malleveria ministeriale, dove intervenne perfino Decreto firmato dalla Corona, non mi consentono. Perammenda, immaginano non so quale delittocontinuoecomplesso, per cui mi troverei esposto a rispondere perfino dei fatti, che io stesso mi credei in dovere reprimere. Perammendanovella, congiungono il mio con non so quale altro, processo di Pistoia, dove, per quanto intendo, si tratta di espilazione e di altre simili turpitudini. Perammenda(incredibile a dirsi se non fosse vero!),L'ACCUSA il testimone Zannetti rifiuta, il testimone Digny chiama a deporre, — e questo parmì che tocchi la cima di quello che può osare un'Accusa... — Certo io sono vivo... la morte violenta di Oliverotto da Fermo, nè del Carmagnola, hosofferto. Il secolo e il paese civili queste immanità non consentono... dal sangue aborriscono... i troppo delicati nervi se ne irritano. Lo imputato si lascia per anni e anni nella trista compagnia dei suoi pensieri angosciosi; gli si dà spazio infinito a contemplare la sua famiglia distratta, la dissoluzione del suo corpo, la etisia della sua intelligenza; gli si nega un sorso di aria pura. — Era barbarie, ma barbarie grande, quella di levare dal mondo un uomo per morte violenta: oggi la carità persuade restituirglielo, decorso spazio che reputasi conveniente di tempo. — Andate, affrettatevi al carcere, amici e parenti; l'ora venne per riscattare dalle mani di questa carità il prigioniero; ricevetelo, amici e parenti; ella vi consegna — che cosa mai? — unmattoo unmoribondo.