XXVI.Leggi Statarie.

XXVI.Leggi Statarie.Il Decreto del 10 giugno 1850 espone, che la Legge Stataria del 22 febbraio 1849 ben fu firmata dai signori Mazzoni, Romanelli e Mordini, — e dal Guerrazzi, il 2 marzo, abrogata, — ma inconseguenza della protesta del Municipio fiorentino contro questoeccezionale e riprovatosistema di Procedura. Gli altri Documenti dell'Accusa quasi litteralmente concordano.Certo io non nego, anzi con grato animo ricordo avere io conferito sovente, intorno alle condizioni della Patria, col signore Ubaldino Peruzzi, il quale, cedendo alle mie istanze e a quelle di persone a lui amiche, accettò la carica di Gonfaloniere di Firenze che, me proponente, S. A. gli commise. Lo reputai allora uomo probo e di ottima mente, e non ho motivo per ricredermi adesso della concepita opinione. Veramente i suoi consigli, come meritavano, accettavo; i soccorsi suoi e del Municipio, che gli avevapromessi leali, mi davano animo a durare nella opera perigliosa di tenere ordinato il Paese;[496]ma della Protesta del Municipio non seppi niente, come quella che fu presentata nel 24 febbraio, quando stavo lontano da Firenze, dove tornai il giorno 26 del medesimo mese.[497]Dai Documenti dell'Accusa si ricavano due cose: che la Deliberazione Municipale intorno alla Legge Stataria non era pubblicata in virtù di altra Deliberazione Municipale; e che quantunque simile sospensione si decretasse per la promessa ottenuta dal Governo di revocarla il giorno dopo, pure nè il Governo credè conveniente revocare la Legge, nè il Municipio pubblicare la Protesta.[498]Dunquenon è vero, che indotto io dalle Municipali Proteste la Legge Stataria abolissi.È vero soltanto, come nel primo marzo, il Cavaliere Ubaldino favellando meco intorno alle ragioni della Legge del 22 febbraio, io venni di mano in mano esponendogli i motivi pei quali non l'aveva per anche abrogata: — siffatte Leggi, di leggieri io consentiva, avere a durare poco, e piuttosto per incutere terrore, che per mandarle ad effetto; ed oggimai per me la Legge del 22 ilsuo effetto avere partorito in Firenze. Allora egli mi diè contezza delle Deliberazioni Municipali, e sempre persistendo nella censura della Legge, e raccomandandone la revoca, si persuase dei pericoli imminenti dai quali doveva difendere il Governo Provvisorio lo Stato, sicchè promisefare opera che il Municipio aggiornasse la pubblicazione delle sue rimostranze.Però, nonostante che le promesse il Cavaliere Ubaldino adempisse (Ubaldino Peruzzi, Gonfaloniere di Firenze, sapeva allora, e non dubito che saprebbe anche adesso mantenere le sue promesse, perchè onorato) intorno allo aggiornamento,[499]— convocati i Colleghi dimostrava loro, che io di cotesta Legge non sapeva che farmi; e siccome taluno sembrava tentennare, io gli domandai: «Se avrebbe sostenuto, egli Toscano, che soldatesche palle rompessero il petto ad uomini toscani?» Alla quale interrogazione avendo con subita vivezza ed atto di orrore risposto di no, allora io soggiunsi: «Dunque in nome di Dio togliamola via.» E il 2 marzo l'abrogai, malgrado che nel giorno stesso mi pervenisse la lettera del signor Gonfaloniere Peruzzi, con la quale mi assicurava che il Municipio consentiva ad aggiornare la pubblicazione delle sue Deliberazioni. Quindi anche qui erra l'Accusa, governata dal destino nemico, che non le concede imberciarne pure una; ed è vero che io toglieva la Legge giusto in quel punto, che in certo modo il Municipio non si opponeva a farla durare.Si ritenga pertanto, che fino al 2 marzo non solo dissuasi, ma volli che la Legge Stataria durasse; e che nel 2 marzo, nonostante che paresse a taluno aversi a mantenere, io instai ed ottennidi farla cessare. Ora dirò le ragioni per le quali non l'abrogai al mio primo giungere a Firenze.Il Circolo di Firenze annunziava[500]avere spedito Commissarii nelle Provincie onde eccitare i Popoli ad accorrere alla Capitale, permandare ad effettola proclamazione della Repubblica,già decretata dal Popolo fino dal 18 febbraio, ed accettata dai Circoli e dai Municipii toscani; in altri termini, a compire una rivoluzione per rovesciare il Governo Provvisorio, e sostituirvene altro di loro fattura. Già fino dal 23 febbraio comparivano indizii di vicina tempesta, e ilNazionalegli aveva notati.[501]Nel 27 febbraio due Compagnie, una del Battaglione Italiano, l'altra di Volontarii Lucchesi, e molta mano di Popolo, si fanno ai quartieri della Cavalleria a Pisa, e menano i soldati a percorrere le vie della città, acclamando alla Repubblica.[502]Da Lucca muovevauna Deputazione a Firenze, per costringere il Governo a proclamare la Repubblica, e unirsi a Roma, a seconda di quanto venne annunziato col N. 465 dell'Alba.[503]Notabilissimo poi è il rapporto del Consigliere di Prefettura Ciofi, il quale dimostra quali e quante sottili astuzie adoperassero gli Arrabbiati, insinuando perfino essere desiderio del Governo di parere sforzatoad abbandonare la via della legalità, e procedere con la rivoluzione; sicchè anche Siena veniva da cima in fondo rimescolata, per violentare il Governo, e dichiararsi per la Repubblica.[504]Fra i Documenti dell'Accusaoccorre lettera del Circolo popolare di Vicchio al Circolo del Popolo di Firenze, colla quale si lamenta, che il ritardo di posta abbia impedito di mandare gente al convegno in Firenze, su la Piazza del Popolo, per proclamare la Repubblica, e la Unione con Roma.[505]A Pisa, invece di scemare, il furore cresce di giorno in giorno, e si vuole ad ogni costo piantare l'Albero, e costringere l'Arcivescovo a cantare ilTe Deum.[506]Per siffatti successi in parte accaduti, e in parte facili a presagirsi, il Partito Costituzionale con ardentissimi voti mi chiamava a Firenze; e i Faziosi, che prima avevano veduto la mia partenza con sospetto, mandatemi le spie dietro, e finalmente smaniando di paura, si erano ingegnati a farmi richiamare appena mosso; ora non volevano che io ritornassi; anzi, mentre il Partito Costituzionale mi proseguiva di lode,[507]eglino decretarono, e su pei canti appiccarono i cedoloni, che il Popolo non mi venisse incontro, o mi accogliesse freddamente. Di vero, non s'ingannavano; imperciocchè, appena giunto a Firenze, chiamato dal Popolo con altissime grida a mostrarmi, uscii sul poggiuolo del Palazzo, dove arringando dissi, — che il Popolo non porgesse ascolto ai falsi amici; sarebbe stata tirannide, non libertà, imporre a forza e a tumulto alla Patria una forma di reggimento per la quale tutto il Popolo toscano aveva diritto di pronunziare il suo voto; la Legge si rispettasse, il Decreto dell'Assemblea eletta col suffragio universale si attendesse. Nè i Giornali del Partito tacquero il male concepito dispetto, chè l'Albanel suo Nº del 27 febbraio 1849 biasimando stampava: — «ma il Popolo sa quando e perchè applaudire, e ciò ne dimostrano tanto gli evviva agli eccitamenti patriottici dello illustre Cittadino,quanto il silenzio profondo con cui venne accolta la dichiarazione di lui circa al ritardo nel proclamare la Repubblica, e nello unirsi con Roma.» — E nella guisa che riportai a pag. 192di questa Apologia, ammonii gravemente il Prefetto di Pisa e il Governatore di Livorno, con Dispaccio telegrafico del 27 febbraio delle ore 5 pom.E subito dopo, il Governo pubblicava in Firenze il Proclama, che nel Volume dei Documenti si legge stampato alle pagine 573 e 851:«Toscani!«Il Governo Provvisorio ha convocato l'Assemblea Toscana, e i Deputati alla Costituente Italiana, col voto di tutto il Popolo Toscano, affinchè decidano intorno alle sorti del nostro Paese: questo fatto, assunto di faccia a tutta la Nazione, deve essere e sarà mantenuto.«I principii dei componenti il Governo attuale sono bastantemente noti, per non rimanere dubbii sopra il partito che essi prenderanno nell'Assemblea Toscana, e nella Costituente Italiana.«Il Governo intende che sia interpellato il voto del Popolo, e si deliberi intorno cosa di tanto momento con maturità di consiglio e libertà di scelta.«Chiunque presumesse trascinare violentemente la Patria, e con manifesta tirannide, fino di ora è considerato traditore della Patria, per essere giudicato a norma della Legge del 22 febbraio 1849.«Al Governo fu commessa dal Popolo e dalla Assemblea Toscana la custodia della Libertà e la difesa dei diritti popolari; egli intende e vuole governare in benefizio della Libertà e del Popolo, e combattere la tirannide sotto qualsivoglia aspetto si presenti.«Firenze, 27 febbraio 1849.»G. Montanelli.F. D. Guerrazzi.G. Mazzoni.L'aura popolare, che mi tornava favorevole, soffocate per ora le calunnie di tradimento, mi dava animo ad avventurare siffatti linguaggio e partito, cogliendo ogni occasione perchè lo spirito pubblico, sicuro di non rimanere per prepotenza soverchiato, prendesse coraggio a manifestarsi liberamente.A Livorno i provvedimenti praticati partorirono buono effetto, nonostante che il Circolo non avesse tralasciato di spedirvi suoimandatarii, come si ricava dagli stessi Documenti dell'Accusa, e dai Giornali del tempo;[508]e così a Pisa,[509]e così a Lucca.[510]E badate, che per trattenere il nuovo turbine, erano mestieri gagliardi partiti davvero, imperciocchè più accese che mai venivano da Roma le ingiunzioni e le istanze, che la Repubblica di assalto si conquistasse; e il Farini, che talora (ma rado, una volta su mille a farla grassa) imbrocca nel segno, penso che a ragione dica, come Giuseppe Mazzini desse a Roma sollecita opera per costringere la Toscana a quella unificazione, a cui è vero che ella non si voleva piegare, ma a cui, parimente è vero, si sarebbe lasciata piegare per oscitanza, se altri non le infondeva sentimenti di dignità, per disporre almeno co' voti e liberamente dei proprii destini.[511]Se a inestimabile furore si accendessero le menti degli Arrabbiati, lascio pensare a chi legge: si assembrarono, urlarono, minacciarono, protestarono. Quanto fu stampato in proposito riuscirebbe a riportarsi fastidioso; basti saperne questo, che il Circolodi Firenze nel 27 febbraio, in solenne adunanza, decretò la seguente protesta, la quale dai Giornali del tempo venne riportata, e con quali chiose Dio ve lo dica per me:«PROTESTA.«Il Circolo del Popolo di Firenze«Abbenchè persuaso di esser forte, per la opinione generale del Paese che siè ormai pronunziata, colla adesione di tutti i Circoli e di gran parte dei Municipii, per la immediata Unione con Roma, e la proclamazione della Repubblica; sicuro perciò che starebbe pienissimamente in esso il mandare ad effetto con ogni successo la propria deliberazione; — tuttavolta mosso da maggiore carità di patria, senza cambiare le proprie convinzioni, epronto a far render conto al Governo, davanti alle Assemblee, del proprio operato,dichiara di astenersi dalla dimostrazione annunziata pel 1º marzo, e ciò perremuovere anco il più lontano probabile di farsi cagione di quella guerra civile, alla quale ne sfida il Governo col suo Manifesto di questo giorno: ma nello astenerseneprotestasolennemente contro il Manifesto istesso, inaudito nella istoria di ogni rivoluzione. Imperocchèse la Legge Stataria si è veduta applicata dai Governi assoluti contro i liberali, — giammai si vide un Governo libero e democratico applicare leggi eccezionali contro uomini dello stesso Partito, che vogliono la cosa istessa che il Governo dice volere.«Il Circolo decreta che la presente Protesta, stata approvata per acclamazione, sia fatta immediatamente di pubblica ragione.«Firenze, 27 febbraio 1849.»Ora io domando ai miei Accusatori e Giudici: doveva io lasciare che questi agitatori per violenza operassero quanto stava in cima dei loro desiderii? Sì, o no? Accusatori e Giudici comparsi fin qui, su via, parlate: — avvertite però, che, rispondendo affermativamente, voi vi trovate a concordare co' più arrabbiati Faziosi, però che anch'essi acerbamente mi mordessero, appunto come fate voi, per non averli lasciati operare. E che Dio vi perdoni, Accusatori e Giudici comparsi fin qui, quale altro spettacolo avete fino ad ora apprestato alle genti, oltre quello di farvi vedere scalmanati e ciechi, affaticarvi di su e di giù a raccogliere tutte le male erbe in due campi diversi, ma del pari faziosi, nemici a morte, ma ugualmente anarchici, sia che mentiscano larva diRepubblica, o principesca? Non è fra questi poli, che deve oscillare l'anima dei Giudici, nè in altri poli qualunque; bensì stare ferma alla vibrazione delle scosse politiche le quali spesso cambiano, sempre si acquietano.Ed ecco perchè, vedendo approssimarsi il turbine, per quattro giorni mantenni la Legge Stataria; nè vi voleva meno, imperciocchè in quei giorni la Toscana fosse minacciata da invasione estera, da guerra civile, e da reazioni interne;[512]e appena mi parve, almeno pel momento, allontanarsi, instai onde venisse revocata. Lo universale mi reputò della Legge annullatore, e questa opinione, nel modo che ho chiarito qui sopra, fu vera. Se vuolsi sapere quello che i miei stessi avversarii pensassero in cotesta occasione, può leggersi nellaNazione, Giornale piemontese al Governo toscano infestissimo: «Il Governo toscano, che aveva per ridicola inspirazione pubblicata la Legge Stataria, ora l'ha ritirata, ed io credoper volontà del Guerrazzi; il quale si sarebbe approfittato dell'assenza di M. per farlo» (e questo non era vero). « — Giacchè, dovete pur saperlo, Guerrazziè per singolarità il più assennato, e il più moderato dei nostri padroni.» — (Alba, 14 marzo 1849. — DallaNazione, Nº 56, 7 marzo.)Le mani erano di Esaù, la voce di Giacobbe; di Torino la stampa, lo scritto di Toscana; infatti apparteneva a certo Professorefior di sennodella Università di Pisa, che a me non importa rammentare, e a lui io credo molto meno. Io poi ho voluto coteste parole citare, unicamente in prova della opinione universale, e parmi non demeritata, della mia temperanza. In quanto alla singolarità, che accenna lo Scrittore, dimostra una cosa sola, ed è quanto sia temerario, per non dire disonesto, giudicare un uomo, non ultimo finalmente del vostro Paese, o senza conoscerlo, o con la itterizia delle vostre passioni addosso. Poveri infermi, il giallo non istà negli obbietti che guardate, egli vi sta proprio negli occhi, — forse nel cuore; e allora la vostra malattia sarebbe senza rimedio, — la quale cosa io non vi auguro.[513]E non per iattanza vana, ma per difesa di me troppo a torto oltraggiato, io rammenterò come a quei tempi gli uomini che le opinioni loro facevano pubbliche colConciliatore, i gravi mali deplorando, non sapevano, non dirò quale apportare, ma neppure quale avvertire rimedio; e verso di me si volgevano confortandomi ad operare, secondo che esperienza di storie veniva suggerendomi; se non che in cotesti casi abbaruffati il senno cade vinto e il coraggio, i consigli generali non valgono; ed anche fossero comparsi speciali, a cui consiglia non duole il corpo; ed altro è dire: fa; ed altro è fare; e la favola del sonaglio,che i topi deliberarono in collegio di appiccare al gatto, ce lo insegnaab antiquo. Intanto la stupenda audacia della Fazione repubblicana persuadeva gli uomini delConciliatore, essere qualunque partito per attraversarla intempestivo od esiziale; oggimai a reverire in pace l'altare della Libertà rassegnavansi; unicamente a mani giunte supplicavano ad inalzare a canto a quello l'altare della virtù; le quali parole, ridotte in casereccia favella, significavano, che, per quanto amore portavo a Dio, dalle passioni fanatiche prima, poi dalle violenti, e alla fine dalle cupide le persone loro, e i poderi, e le case tutelassi. Ed io di cuore mi consacrava alla impresa, e certo per volontà non mancai al debito mio; ho fatto quanto la mia natura dentro me mi concedeva, e quanto fuori la veemenza degli accidenti mi consentiva. Se voi credevate fare meglio, dovevate dirmelo allora, e venire a provare a quei tempi; ma voi invece me pregaste, in me confidaste, chè di fare voi lo esperimento mi parevate vaghi come i cani delle mazze. — Perchè dunque mi avete tradito, e poi sempre e sempre calunniato; anzi, a quanti vennero a dirmiracatraverso i fori del mio sepolcro con aperte palme applaudito? Parvi esemplare questo? Parvi virtuoso? La coscienza è il Pubblico Ministero di Dio; e le sue accuse, non contaminate da infelici passioni, suonano sempre giuste; — voi interrogatela, intanto che io riporto le vostre parole:«..... Le passioni non hanno più freno; l'interesse è l'unico motore della più parte delle azioni, e l'uomo sale imperturbato i gradini dell'ignominia, come una volta avrebbe salito quelli della virtù.... Questi mali dei tempi nostri notiamo liberamente aiutando il ragionamento col paragone dei tempi antichi, non a sfogo d'ire private, ma sibbene a pubblico insegnamento.Quali rimedii fossero buoni a ripararvi, male sapremmo indicare, sebbene di rimedii sia urgenza, se vuolsi trarre un qualche utile frutto dai mutamenti dello Stato. Chi tiene oggi il Governo della Toscana conosce al pari di noi questi mali; e scrivendo sulle virtù degli Avi, non risparmiò il flagello di Nemesi alla codardia dei nipoti degeneri.Operi dunque come lo consigliano conoscenza di tempi ed esperienza di Storia. Noi non facciamo altro voto, se non quello divedere inalzato l'altare della virtù accanto a quello della libertà, onde abbiano culto ambedue, quale si conviene a vergini Dee, che amano pellegrinare sorelle fra le sventure e le follie degli uomini.» — (Conciliatore, 28 febbraio 1849.)«Il Circolo Popolare di Firenze aveva intimato il Popolo a proclamare la Repubblica oggi 1º marzo. Il Governo Provvisorio fece allora intendere al Circolo, come unicamente all'Assemblea, che tra pochi giorni sarà convocata, sia riserbato il votare liberamente una forma di stabile Governo: la Repubblica proclamata senza consiglio deliberato, non potere avere nè autorità per sè, nè reputazione all'estero.«Il Circolo, peraltro, non si appagava di queste ragioni, e persisteva nel primo proponimento. Allora il Governo pubblicò un Proclama, nel qualeapplicava contro chiunque avesse turbato con violenze la quiete pubblica il rigore delle Leggi Statarie. Il Circolo protestò contro il Governo; ma in pari tempo promise astenersi da ogni manifestazione.«Così terminò questo incidente, che poteva avere gravi e dolorose conseguenze, e la giornata di oggi sembra riuscire tranquilla.»In questo modo ilConciliatoredel 1º marzo 1849, Giornale di quella tenerezza per me che tutti conoscono, racconta il motivo pel quale di quattro giorni protrassi la durata della Legge Stataria.Avvertite cosa, che la impronta Accusa non bada: io voglio dire come la Legge Stataria fosse spada a due tagli, e guardasse a tenere in rispetto ogni maniera di gente, qualunque partito professasse, o piuttosto fingesse, la quale con sedizioso attentato la vita e la proprietà dei cittadini, o in altro modo l'ordine pubblico sovvertisse; nè questo è già un mio ingegnoso trovato, conciossiachè ricevesse manifesto commento dal fatto, dell'averla io quattro interi giorni protratta per contenere la rivoluzione minacciata nel 1º marzo 1849.E quando il Ministro dello Interno propose, e il Presidente del Governo accettò di richiamarla in vigore, io volli, che meno comparisse il concetto politico, e più fosse messo in rilievo ilsociale; e di vero, neiConsiderandi, unicamente si appella atranquillità pubblica turbata da fatti, che formano brutto contrasto con l'ordine pubblico generalmente mantenuto in Toscana; e meglio si definisce nello Articolo IV, per moto reazionario che cosa s'intenda. Ai caratteri che deve presentare, io penso che nessun cittadino mai potrebbe astenersi da contribuire con tutte le forze a comprimerlo: «Moto reazionario,» si dice, «è quello il quale per le cause onde procede, e pel fine cui è diretto, e pel suo materiale carattere,possa ritenersi attentato contro il Governo, o contro l'ordine stabilito, o contro la pubblica tranquillità.» Nè qui rimasi, chè quantunque a me non ispettasse in cotesti giorni la Presidenza del Governo, che veniva esercitata da Giuseppe Montanelli, pure volli conoscere i nomi degli uomini deputati a comporre la Commissione preposta alla esecuzione della Legge, e non resi il foglio finchè non seppi che erano tutti probi e miti; tali insomma da corrispondere alle intenzioni del Governo.Ai Giudici del Decreto del 10 luglio 1850 basta l'animo di affermare: «Che tutto ciò fu fatto per comprimere lareazione, la qualein sostanza altro non era, che un desiderio di restaurazione.»Ho avuto luogo di notarlo altra volta: io pendo incerto se ingiurino più profondamente le offese o le difese dei Magistrati, i quali dettero opera fin qui a questa scandalosa procedura; fatto sta, che esorbitanti suonano coteste parole, ed io, e quanti facciano studio del Principato Costituzionale, dobbiamo considerarle non meno alla dignità della Corona, che al Paese, vituperevoli. E poichè mi accorgo che qui tra noi pochi fanno la parte loro, a me piace e giova fare la mia, protestando altamente dal profondo del carcere per la dignità della mia Patria e del Principato Costituzionale, contro tanto disonesta sentenza.Da simili proposizioni due conseguenze sono da trarsi, ed è la prima, che male giudicherà di me chiunque ritenga l'enormezze dell'Agro Aretino atti devoti alla causa del Principato Costituzionale; la seconda, che nefando desiderio, e degno della universa riprovazione è quello, che perduti uomini, ossa di trucidati e ceneri di case arse ammucchiando, vi piantassero sopra la bandiera dello assolutismo. — Lo so, per ventura pochi, e nondimeno per onta della civiltà nostra anche troppi, vivono uomini fra noi a cui basterebbe il cuore di mostrare l'ossuario dello Agro Aretino, come la Svizzera addita adesso con orgoglio l'ossuario di Morat, e non solo lo pensano, ma in isvergognate pagine lo scrivono.... Ah! stracci la coscienza pubblica coteste pagine, testimonianza di giorni di lutto per la nostra Patria.... le arda, e le disperda, perchè davvero mai ceneri più esecrabili furono gittate in balía dei venti.Perchè non avete raccontato i fatti che condussero il Governo a decretare la Legge Stataria per le Campagne Aretine? Eranvi ignoti forse? No, voi gli sapete. Forse ne andavano smarrite le traccie? No, si trovano negli Archivii ministeriali, e voi aduna ad una avete sfogliate le carte (che adesso presumete contendere a me), assistente uno ufficiale del Ministero. Bene io leggeva cotesti miserandi Rapporti, per cui tutto sconfortato,al tocco dopo la mezzanottedei 24 marzo 1849, mandava per Dispaccio telegrafico al Governo di Livorno:«La campagna di Arezzo è in preda al brigantaggio e allo assassinio. I Pulicianesi hanno dato l'assalto a Castiglion Fiorentino. Vedete s'è tempo adesso di dimostrazioni.[514]»Quello che non avete fatto voi (e ve ne correva santissimo il dovere) farò io, o piuttosto lascerò che faccia Adriano Mari, non avvocato ma storico diligente, e rimesso così, che alla sua narrazione potremmo piuttosto aggiungere alcuni tratti più dolorosi (dalla quale parte io volentieri mi assolvo), che emendarla come esagerata:«Riandate colla mente i fatti che precederono la emanazione di quelle Leggi. L'assalto di Prato e la morte degli aggressori sotto le mura di quella città, l'incendio delle Stazioni della strada ferrata, le aggressioni e le offese ai tranquilli cittadini sulle pubbliche vie, gl'insulti alle Guardie Nazionali, la violazione del domicilio e gli oltraggi ad onorevoli magistrati ed a pubblici officiali, erano fatti criminosi, che non uscivano dalla categoria dei veri e propriidelitti comuni. E quando nella repressione di tali eccessi avete lacausa proporzionata, lo scopocertoeimmediato, comeandare sospettandouno scopo supposto e remoto? Come è lecito argomentare per via di congetture un'altra intenzione, e ciò pertrovare reidi alto tradimento? Gl'incendii delle Stazioni, gli oltraggi alla Guardia Nazionale, le violenze, le rapine, erano forse espansioni d'affetto al Principe, e di attaccamento al Governo Costituzionale? I moti di Puliciano e Laterina non erano diretti a impedire la decretatamobilizzazione della Guardia Civica? Gli abitanti di Castiglion-Fiorentino, qualunque fosse la loro opinione politica, non presero tutti le armi a respingere l'assalto dato dagl'insorgenti? Non temevano tutti che si rinnuovassero i tristi avvenimenti del 1799, e le esorbitanze commesse al grido di —Viva Maria, — per cui nell'Agro Aretino quella sacra invocazione divenne quasi sinonimo di violenza e rapina?«Nel vero, io domando agli onesti di qualunque Partito: — Se una turba forsennata vi avesse aggrediti nel vostro domicilio, vilipesi e malmenati, siccome accadde ad alcuni gonfalonieri non d'altro rei che di aver presso loro i ruoli della Guardia Nazionale; se vi avesse minacciato di morte non per altra cagione, che per avere in qualità di pubblici funzionarii eseguite incumbenze inerenti al vostro ufficio, siccome occorse al cancelliere Bandini, e al medico fiscale dottor Sebastiano Fabroni; se fosse rimasto ucciso o ferito un parente, un amico vostro, costretto suo malgrado a partecipare a un tumulto e a dare l'assalto a una Terra, come fecerocon sacca e scuri[515]sotto le mura di Castiglion-Fiorentino; se dentro quella Terra, ingiustamente aggredita, abitato avessero le vostre famiglie; se là fossero state le cose vostre più care: avreste o no desiderato di essere soccorsi e protetti dalGoverno di fattocon mezzi validi e proporzionati? E, se a tempi e cose eccezionali occorrevano eccezionali provvedimenti, avreste voi desiderato che la forza inviata al ristabilimento dell'ordine fosse abbandonata a sè stessa, o piuttosto guidata da una suprema autorità che ne vigilasse la disciplina, ne frenasse e riparasse immediatamente le intemperanze e gli arbitrii? Avreste voi desiderato, che questa autorità spettasse, anzichè ad uomo fazioso, a cittadino onesto e specchiato?... Chi è veramente imparziale, torni col pensiero a quei tempi, a quei luoghi; interroghi il suo cuore, e pronunzi.«Laonde non può cader dubbio sullanecessitàdi quelle misureeccezionali. Nè i meno discreti vorranno rimproverare il Romanelli di avere opinato come ilConciliatore, che sosteneva i principii di onesta e moderata libertà; e che tuttavia col nome diStatutocontinua a difendere a palmo a palmo il terreno delle istituzioni liberali.» — «[516]Qualunque possano essere (diceva in quei tempi ilConciliatore) le divergenze nelle idee e negli affetti, che sempre, ed ora più che mai, in questa disgraziata Italia sono stati occasione di discordie e di debolezze, vi sono due punti nei quali è d'uopo intenderci e convenire, cioè:«Il bisogno di salvare la dignità del Paese da qualunque specie di prepotenza straniera;«Il bisogno di salvare l'ordine interno dai danni dell'anarchia, qualunque sia la bandiera a cui nome si volesse provocarla.«Predichiamo la concordia, perchè vi sono tali cose in questione, nelle quali nessuno potrebbe transigere, e per le quali è debito sacro a tutti accorrere alla difesa. Avremo sempre una parola di biasimo per chiunque si mostri indifferente ai mali della Patria;protesteremo contro ogni specie di violenza da qualunque parte e per qualunque cagione essa muova.» —«Tuttavia supponete, che le insurrezioni di Puliciano e di Laterina tendessero a ristabilire il governo granducale. Ciò non è vero; ma supponete che dal processo apparisse. Potreste mai da questo argomentare, che fosse precisamente e univocamente contrario al ristabilimento di quel governo ciò che fu fatto per impedire e comprimere le insurrezioni tendenti a quello scopo?Il finenon giustifica tutti i mezzi; a buon fine può essere inteso unmezzo non buono; e chi si oppone almezzo iniquonon è per questo che sia avverso alfine buono. Così l'opporsi alle parziali insurrezioni, e con esse alle violenze, alle rapine, e alla guerra civile, è referibile a ciò che il mezzo ha di cattivo in sè stesso; ed è abusiva interpretazione il supporre, che il Ministro facesse per avversione alfineciò che era diretto a frenare unmezzo cattivo.»[517]Eh! male accorti e sciagurati che siete, i villani con lascuree colsacco, a cui medita su le ragioni dei tempi, sono indizio pessimo di male profondo. — Quando le sole passioni di fanatismo religioso o di fanatismo politico ardono i petti mortali, copia di sangue allaga laterra; e se gl'imperversati mettono le mani nel bene degli altri, e' lo fanno meno per avvantaggiare sè, che per danneggiare altrui. Ora, difetto di provvidenze economiche, o motivo altro qualunque, che a me non giova in questo momento indagare, ha generato per le nostre campagne un nugolo di gente conosciuta col nome di pigionali, contadini senza podere, incerti del domani, assediati dalla dura necessità, corrotti dai vizii, come tutte le cose cattive fecondi, trascorridori del comunismo, a cui, più che altri non pensa e urgentissimamente, importa provvedere. Se io dica il vero, ecco, queste carceri infami, dove voi potete patire che io rimanga chiuso, ve ne fanno testimonianza; vedetele: esse traboccano di accusati, la più parte villani, e la più parte ladri. Dal 1848 già di due terzi crebbero i delitti. Il bilancio del Ministero di Giustizia e Grazia minaccia diventare il più grave di tutti, attesa la spesa delle carceri. Piena la prigione di Volterra, piena l'altra di San Gimignano; la nuova prigione aggiunta a questa mia si è empita con foga pari a quella con la quale la inclita gioventù nostra empirebbe la platea dei Teatri, quando si mostrasse in iscena o la Cerrito o la Taglioni, o quale altra femmina attaccata a paio di gambe più famose. Vedete voi: possedete abbondanza di ladri da empire le vostre carceri, senza avere bisogno di farvi morire con lenta tise i dabbene uomini; ma fate voi... poichè così vi giova... solo guardatevi da dire quello che non pensate, e soprattutto poi da stamparlo, onde la torma dei famelici non impari, che acclamando il nome di un Principe o di un Santo possa, non pure senza biasimo, ma con lode amplissima, professare religione e politica con l'accetta e col sacco!Altri esponga le ragioni del diritto: io assentendo ad una voce che si confonde co' palpiti del mio cuore, vi dico che patria carità imponeva alla trista illuvie si ponesse o almeno si tentasse porre sollecito riparo. Nobilissime suonano in proposito le parole di Lionardo Romanelli; ed io le cito a causa di onore: «Non ha cuore di uomo il cittadino che rimane indifferente ai mali minacciati al proprio paese, e che, potendoli prevenire o mitigare, si astiene per basse paure, per umani rispetti, e per vileegoismo.»[518]Ora poi è prezzo della opera udire le immanità del truculento Commissario. Quinci innanzi non si rammenteranno più gli annegamenti di Nantes, nè le lionesi stragi; la fama di Carrier, diFouchè, di Lebon e di altri maladetti da Dio, si oscura: nacque in Toscana chi tutti questi leverà di nido. — Lionardo Romanelli con le istruzioni del Governo partiva; e quando gli fossero mancate, andava seco la sua anima veramente cristiana. Arrivato a Montevarchi, prima di tutto prescrive che non si facciano arresti irregolari senza gli ordini dei Pretori di San Giovanni e di Montevarchi; e poichè nonostante il suo comando, durante la notte, si sostengono alcuni, egli accorre e gli libera. Procedendo, ammonisce i soldati, che le opinioni rispettinsi, soltanto i tumulti e le violenze reprimansi; ordina sia ritenuto uno, colpevole di violenze commesse a Pergine e alla Pieve Presciana. Nel punto d'investire Puliciano, gli abitanti gli mandano deputati per pace, ed ei gli accoglie; alla erezione dell'Albero della Libertà in Puliciano contrasta; procura si catturino quattro, perchè designati come fautori della baruffa di Laterina da un ferito ch'ebbe a subire l'amputazione di un braccio.La Commissione straordinaria ecco instituisce le sue procedure. — Per questa volta cadonmi le braccia; ilbarbaroedeccezionaleprocesso già già le sue vittime divora; voltatevi proprio ad Arezzo, per rabbrividire alla vista di strazii obliati in Toscana.1aProcedura. — Per tumulto suscitato a Cortona, sotto pretesto di mancanza di pane, e di rincaro del sale;uno degl'imputati fu condannato a un anno di casa di forza; e un altro a sei mesi.2aProcedura. — Per ispionaggio, e ragguagli menzogneri a carico della Colonna mobile, allo scopo di commuovere a offesa di lei gli uomini del contado;rimandato per incompetenza.3aProcedura..... — interrotta per la mutazione del Governo.[519]E qui finisce tutto. — Come tutto? E i multati dove sono? — Non vi sono. — E gli Aretini passati dalle soldatesche palle, dove giacciono essi? — In nessun luogo; sono tutti vivi. — Ma se i Giudici del Decreto del 10 giugno 1850 hanno scritto, e stampato, che la Legge Stataria del 23 marzo 1849non rimase lettera morta![520]— Che volete che io vi dica? andatelo a domandare a cotesti Giudici benedetti, che cosa abbiano inteso significare: in quanto a me, me ne lavo le mani.«Con decreto de' 7 aprile successivo, emanato dal Guerrazzi nella qualità di Capo del Potere Esecutivo, questa Legge fu estesa a tutte le Terre, Borghi e Villaggi del Granducato.» — Così prosegue l'Accusa.E questo èfalso. Io non estesi la Legge del 23 marzo a tutte le campagne del Granducatoassolutamente, ma sìcondizionalmentea quelle terre, borgate o campagne, dovesotto mentiti pretesti si commettono attentati contro la tranquillità pubblica, e la sicurezza delle persone. Costretto, per pubblica salute, a firmare Legge da me perpetuamente aborrita, posi diligentissima cura a ben dichiarare come io piegassi a farlo, unicamente in vista di delitti comuni:«Il Capo del Potere Esecutivo provvisorio toscano:«Quando il Governo ritirò la Legge del 22 febbraio p. p., sperò che la benignità sua non sarebbe scambiata con la debolezza, e fosse tornata proficua al Paese la virtù del perdono. Ora poichè, sotto mentiti pretesti, in alcune campagne e borgate si commettono attentati contro la tranquillità pubblica, e la sicurezza delle persone, il Rappresentante del Potere Esecutivo toscano, per conseguire lo intento dichiarato nella sua Notificazione del 1º aprile corrente,«Decreta quanto appresso:«Art. 1º La Legge Stataria del 23 marzo 1849, attivata per il Compartimento di Arezzo, e la Commissione Militare con essa istituita,sarannoapplicate in tutte le Terre, Borghi e Villaggi dello Stato,in cui si verificassero gli attentati disordini definiti allo Art. IV di detta Legge.«Art. 2º. Tosto che per Rapporti o per altre notizie, pervenute al Ministero dello Interno, si abbia cognizione di qualche fatto della indole surriferita, la Terra, il Borgo, Comunello o Villaggio in cui sia accaduto, verrà subito militarmente occupato dalla Colonna mobile.«Art. 3º Le spese della occupazione, una volta che sia stata ordinata, saranno sempre e in qualunque caso sopportate dalla Comunità, Borgo, Comunello o Villaggio, che vi avranno dato causa, salvo ad essi il diritto di rivalsa contro gli autori dei disordini, coerentemente alle disposizioni espresse nell'Art. 3º della Legge anzidetta.«Art. 4º Il Ministro Segretario di Stato ec.«Guerrazzi.»Vediamo quale fosse questa mia Notificazione del primo aprile:«Toscani! — Finchè l'Assemblea Costituente toscana non abbia deliberato le sorti politiche del Paese, ilRappresentantedel Potere Esecutivo, volendo non essere minore della fiducia in lui riposta dal Popolo, dichiara ch'egli procederà severissimo controogni attentato o d'individui o di partiti, diretto contro la quiete e sicurezza pubbliche, e la indipendenza che deve restare inviolata al voto dell'Assemblea.» — VediMonitoredel 2 aprile.Io vorrei sapere un po' che cosa provoca la rampogna dell'Accusa in questo mio Decreto. Il provvedimento in sè stesso? o il modo col quale venne adoperato? o il fine politico? o le conseguenze che ha partorito? Se non si distingue, male s'incolpa, e peggio possiamo difenderci. Chi ama pescare nel torbo, contamina le acque; io vo' che si chiariscano. Supposto che all'Accusa fastidisca il provvedimento in sè stesso, dirò, che quando la salute della Società venga minacciata da pericolo estremo, furono i partiti straordinarii adoperati sempre, ed anche lodati; a patto però che il pericolo sia vero, non mentito per arte, o sognato per paura, e le misure eccezionali durino poco, si applichino con discrezione, e soprattutto si ponga mente a questo, che invece di rimediare ai mali umori, non gl'intristiscano e rendano per ira concentrata, e per profondo odio, insanabili. Di provvisioni straordinarie, pensai che nello aprile del 1849 potesse correre da un punto all'altro necessità per cause comuni, e per cause politiche. Per cause comuni, — perchè sbigottito io considerava il corpo sociale propendere a disciogliersi con inestimabile celerità; e se mi opponessero che altri pure pervenne a tenerlo fermo senza siffatti rimedii, io prima di tutto risponderei, dubitare assai che questo siasi ottenuto in modo sicuro, perchè il proverbio insegna, che le case salde non si puntellano, e di puntelli io qui ne vedo molti, anzi troppi; e poi a reggerlo vi furono adoperate forze, le quali erano state per altro uso disposte; ancora, che fu fatto uso di forze da ogni previsione nostra lontane; e finalmente non somministrare a confortarci motivo i delitti comuni dal 1848 in poi cresciuti di due terzi, con giusto timore che qui il mal progresso non sia per fermarsi. Rispetto a cause politiche, — perchè la esperienza dimostra che da un lato i Partiti vinti, prima di morire, ordinariamente prorompono in atti disperati e feroci; i vittoriosi, per consueto, in atti superbi e bestiali.In quanto al modo col quale la Legge Stataria venne applicata, ho già chiarito come non abbia fatto piangere nessuno; onde quando ogni altra lode mi venga a mancare, io non avrò perduto la gloria, che avventurandomi nelle vicende politiche desiderai conservarmi illesa, e che a Pericle moribondo parve doversi anteporre ad ogni altra, intendo dire, di non avere messo per colpa mia in gramaglia nessuno.[521]Se poi si volesse biasimarne il fine, a meno che non si pretenda che io dovessi rimanermi come Nerone a cantare su la torre, mentre andava a fuoco e a fiamma il Paese, io non so con quanto o senno o coscienza mi vogliano riprendere; e per quello che concerne il fine politico, è di evidenza intuitiva che la Legge del 7 aprile fosse arme apparecchiata contro l'estreme violenze dei Faziosi. Invero, se l'Assemblea io sapeva che stesse per deliberare la Repubblica, quali timori erano questi miei? Non cadevano paure, imperciocchè i Faziosi ne avrebbero acceso i falò, e levate al cielo le grida. I sospetti non versavano, nè potevano versare, che su questo: o che i Deputati a dare il voto per la restaurazione si peritassero, o che per improntitudine di Partito la deliberazione dell'Assemblea si volesse a forza, come minacciavano, cancellare.Intorno alle conseguenze rammento, che la Corte Regia di Lucca col Decreto del 4 giugno non solo si astenne da improbarle come delittuose, ma come prudenti le commendò. Nè per me volendosi, o potendosi addurre ragioni che valessero oltre quelle contenute nel Decreto allegato, torno, come ogni buon cittadino deve fare, a piangere amaramente su lo spettacolo, che nello stesso paese, — sotto le leggi medesime, — a breve distanza, — nella causa medesima, — giudicando lo adempimento della stessa misura, — ciò che per alcuni Giudici fu argomento di lode, per altri possa esserlo, non dico di biasimo, ma (ed empie di orrore!) di capitalissima accusa.Però di queste tre Leggi, la prima non mi riguarda, e non fu mandata mai ad esecuzione; e mantenuta da me per impedire che per prepotenza di Faziosi, la forma Repubblicana, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma s'imponessero, dispersa appena cotesta bufera fu da me abrogata; la seconda, comunque da me non firmata, intesi che alla repressione di delitti comuni dipessima indole principalmente mirasse, non avvertita la maschera sotto la quale presumevano andare impuniti; la terza accenna a delitti comuni, e si propone per iscopo di assicurare la libera votazione dell'Assemblea nel vitale partito,se e come Toscana avesse ad unirsi con Roma.

Il Decreto del 10 giugno 1850 espone, che la Legge Stataria del 22 febbraio 1849 ben fu firmata dai signori Mazzoni, Romanelli e Mordini, — e dal Guerrazzi, il 2 marzo, abrogata, — ma inconseguenza della protesta del Municipio fiorentino contro questoeccezionale e riprovatosistema di Procedura. Gli altri Documenti dell'Accusa quasi litteralmente concordano.

Certo io non nego, anzi con grato animo ricordo avere io conferito sovente, intorno alle condizioni della Patria, col signore Ubaldino Peruzzi, il quale, cedendo alle mie istanze e a quelle di persone a lui amiche, accettò la carica di Gonfaloniere di Firenze che, me proponente, S. A. gli commise. Lo reputai allora uomo probo e di ottima mente, e non ho motivo per ricredermi adesso della concepita opinione. Veramente i suoi consigli, come meritavano, accettavo; i soccorsi suoi e del Municipio, che gli avevapromessi leali, mi davano animo a durare nella opera perigliosa di tenere ordinato il Paese;[496]ma della Protesta del Municipio non seppi niente, come quella che fu presentata nel 24 febbraio, quando stavo lontano da Firenze, dove tornai il giorno 26 del medesimo mese.[497]Dai Documenti dell'Accusa si ricavano due cose: che la Deliberazione Municipale intorno alla Legge Stataria non era pubblicata in virtù di altra Deliberazione Municipale; e che quantunque simile sospensione si decretasse per la promessa ottenuta dal Governo di revocarla il giorno dopo, pure nè il Governo credè conveniente revocare la Legge, nè il Municipio pubblicare la Protesta.[498]Dunquenon è vero, che indotto io dalle Municipali Proteste la Legge Stataria abolissi.

È vero soltanto, come nel primo marzo, il Cavaliere Ubaldino favellando meco intorno alle ragioni della Legge del 22 febbraio, io venni di mano in mano esponendogli i motivi pei quali non l'aveva per anche abrogata: — siffatte Leggi, di leggieri io consentiva, avere a durare poco, e piuttosto per incutere terrore, che per mandarle ad effetto; ed oggimai per me la Legge del 22 ilsuo effetto avere partorito in Firenze. Allora egli mi diè contezza delle Deliberazioni Municipali, e sempre persistendo nella censura della Legge, e raccomandandone la revoca, si persuase dei pericoli imminenti dai quali doveva difendere il Governo Provvisorio lo Stato, sicchè promisefare opera che il Municipio aggiornasse la pubblicazione delle sue rimostranze.

Però, nonostante che le promesse il Cavaliere Ubaldino adempisse (Ubaldino Peruzzi, Gonfaloniere di Firenze, sapeva allora, e non dubito che saprebbe anche adesso mantenere le sue promesse, perchè onorato) intorno allo aggiornamento,[499]— convocati i Colleghi dimostrava loro, che io di cotesta Legge non sapeva che farmi; e siccome taluno sembrava tentennare, io gli domandai: «Se avrebbe sostenuto, egli Toscano, che soldatesche palle rompessero il petto ad uomini toscani?» Alla quale interrogazione avendo con subita vivezza ed atto di orrore risposto di no, allora io soggiunsi: «Dunque in nome di Dio togliamola via.» E il 2 marzo l'abrogai, malgrado che nel giorno stesso mi pervenisse la lettera del signor Gonfaloniere Peruzzi, con la quale mi assicurava che il Municipio consentiva ad aggiornare la pubblicazione delle sue Deliberazioni. Quindi anche qui erra l'Accusa, governata dal destino nemico, che non le concede imberciarne pure una; ed è vero che io toglieva la Legge giusto in quel punto, che in certo modo il Municipio non si opponeva a farla durare.

Si ritenga pertanto, che fino al 2 marzo non solo dissuasi, ma volli che la Legge Stataria durasse; e che nel 2 marzo, nonostante che paresse a taluno aversi a mantenere, io instai ed ottennidi farla cessare. Ora dirò le ragioni per le quali non l'abrogai al mio primo giungere a Firenze.

Il Circolo di Firenze annunziava[500]avere spedito Commissarii nelle Provincie onde eccitare i Popoli ad accorrere alla Capitale, permandare ad effettola proclamazione della Repubblica,già decretata dal Popolo fino dal 18 febbraio, ed accettata dai Circoli e dai Municipii toscani; in altri termini, a compire una rivoluzione per rovesciare il Governo Provvisorio, e sostituirvene altro di loro fattura. Già fino dal 23 febbraio comparivano indizii di vicina tempesta, e ilNazionalegli aveva notati.[501]

Nel 27 febbraio due Compagnie, una del Battaglione Italiano, l'altra di Volontarii Lucchesi, e molta mano di Popolo, si fanno ai quartieri della Cavalleria a Pisa, e menano i soldati a percorrere le vie della città, acclamando alla Repubblica.[502]Da Lucca muovevauna Deputazione a Firenze, per costringere il Governo a proclamare la Repubblica, e unirsi a Roma, a seconda di quanto venne annunziato col N. 465 dell'Alba.[503]Notabilissimo poi è il rapporto del Consigliere di Prefettura Ciofi, il quale dimostra quali e quante sottili astuzie adoperassero gli Arrabbiati, insinuando perfino essere desiderio del Governo di parere sforzatoad abbandonare la via della legalità, e procedere con la rivoluzione; sicchè anche Siena veniva da cima in fondo rimescolata, per violentare il Governo, e dichiararsi per la Repubblica.[504]Fra i Documenti dell'Accusa

occorre lettera del Circolo popolare di Vicchio al Circolo del Popolo di Firenze, colla quale si lamenta, che il ritardo di posta abbia impedito di mandare gente al convegno in Firenze, su la Piazza del Popolo, per proclamare la Repubblica, e la Unione con Roma.[505]A Pisa, invece di scemare, il furore cresce di giorno in giorno, e si vuole ad ogni costo piantare l'Albero, e costringere l'Arcivescovo a cantare ilTe Deum.[506]

Per siffatti successi in parte accaduti, e in parte facili a presagirsi, il Partito Costituzionale con ardentissimi voti mi chiamava a Firenze; e i Faziosi, che prima avevano veduto la mia partenza con sospetto, mandatemi le spie dietro, e finalmente smaniando di paura, si erano ingegnati a farmi richiamare appena mosso; ora non volevano che io ritornassi; anzi, mentre il Partito Costituzionale mi proseguiva di lode,[507]eglino decretarono, e su pei canti appiccarono i cedoloni, che il Popolo non mi venisse incontro, o mi accogliesse freddamente. Di vero, non s'ingannavano; imperciocchè, appena giunto a Firenze, chiamato dal Popolo con altissime grida a mostrarmi, uscii sul poggiuolo del Palazzo, dove arringando dissi, — che il Popolo non porgesse ascolto ai falsi amici; sarebbe stata tirannide, non libertà, imporre a forza e a tumulto alla Patria una forma di reggimento per la quale tutto il Popolo toscano aveva diritto di pronunziare il suo voto; la Legge si rispettasse, il Decreto dell'Assemblea eletta col suffragio universale si attendesse. Nè i Giornali del Partito tacquero il male concepito dispetto, chè l'Albanel suo Nº del 27 febbraio 1849 biasimando stampava: — «ma il Popolo sa quando e perchè applaudire, e ciò ne dimostrano tanto gli evviva agli eccitamenti patriottici dello illustre Cittadino,quanto il silenzio profondo con cui venne accolta la dichiarazione di lui circa al ritardo nel proclamare la Repubblica, e nello unirsi con Roma.» — E nella guisa che riportai a pag. 192di questa Apologia, ammonii gravemente il Prefetto di Pisa e il Governatore di Livorno, con Dispaccio telegrafico del 27 febbraio delle ore 5 pom.

E subito dopo, il Governo pubblicava in Firenze il Proclama, che nel Volume dei Documenti si legge stampato alle pagine 573 e 851:

«Toscani!

«Il Governo Provvisorio ha convocato l'Assemblea Toscana, e i Deputati alla Costituente Italiana, col voto di tutto il Popolo Toscano, affinchè decidano intorno alle sorti del nostro Paese: questo fatto, assunto di faccia a tutta la Nazione, deve essere e sarà mantenuto.

«I principii dei componenti il Governo attuale sono bastantemente noti, per non rimanere dubbii sopra il partito che essi prenderanno nell'Assemblea Toscana, e nella Costituente Italiana.

«Il Governo intende che sia interpellato il voto del Popolo, e si deliberi intorno cosa di tanto momento con maturità di consiglio e libertà di scelta.

«Chiunque presumesse trascinare violentemente la Patria, e con manifesta tirannide, fino di ora è considerato traditore della Patria, per essere giudicato a norma della Legge del 22 febbraio 1849.

«Al Governo fu commessa dal Popolo e dalla Assemblea Toscana la custodia della Libertà e la difesa dei diritti popolari; egli intende e vuole governare in benefizio della Libertà e del Popolo, e combattere la tirannide sotto qualsivoglia aspetto si presenti.

«Firenze, 27 febbraio 1849.»

G. Montanelli.F. D. Guerrazzi.G. Mazzoni.

L'aura popolare, che mi tornava favorevole, soffocate per ora le calunnie di tradimento, mi dava animo ad avventurare siffatti linguaggio e partito, cogliendo ogni occasione perchè lo spirito pubblico, sicuro di non rimanere per prepotenza soverchiato, prendesse coraggio a manifestarsi liberamente.

A Livorno i provvedimenti praticati partorirono buono effetto, nonostante che il Circolo non avesse tralasciato di spedirvi suoimandatarii, come si ricava dagli stessi Documenti dell'Accusa, e dai Giornali del tempo;[508]e così a Pisa,[509]e così a Lucca.[510]

E badate, che per trattenere il nuovo turbine, erano mestieri gagliardi partiti davvero, imperciocchè più accese che mai venivano da Roma le ingiunzioni e le istanze, che la Repubblica di assalto si conquistasse; e il Farini, che talora (ma rado, una volta su mille a farla grassa) imbrocca nel segno, penso che a ragione dica, come Giuseppe Mazzini desse a Roma sollecita opera per costringere la Toscana a quella unificazione, a cui è vero che ella non si voleva piegare, ma a cui, parimente è vero, si sarebbe lasciata piegare per oscitanza, se altri non le infondeva sentimenti di dignità, per disporre almeno co' voti e liberamente dei proprii destini.[511]

Se a inestimabile furore si accendessero le menti degli Arrabbiati, lascio pensare a chi legge: si assembrarono, urlarono, minacciarono, protestarono. Quanto fu stampato in proposito riuscirebbe a riportarsi fastidioso; basti saperne questo, che il Circolodi Firenze nel 27 febbraio, in solenne adunanza, decretò la seguente protesta, la quale dai Giornali del tempo venne riportata, e con quali chiose Dio ve lo dica per me:

«PROTESTA.

«Il Circolo del Popolo di Firenze

«Abbenchè persuaso di esser forte, per la opinione generale del Paese che siè ormai pronunziata, colla adesione di tutti i Circoli e di gran parte dei Municipii, per la immediata Unione con Roma, e la proclamazione della Repubblica; sicuro perciò che starebbe pienissimamente in esso il mandare ad effetto con ogni successo la propria deliberazione; — tuttavolta mosso da maggiore carità di patria, senza cambiare le proprie convinzioni, epronto a far render conto al Governo, davanti alle Assemblee, del proprio operato,dichiara di astenersi dalla dimostrazione annunziata pel 1º marzo, e ciò perremuovere anco il più lontano probabile di farsi cagione di quella guerra civile, alla quale ne sfida il Governo col suo Manifesto di questo giorno: ma nello astenerseneprotestasolennemente contro il Manifesto istesso, inaudito nella istoria di ogni rivoluzione. Imperocchèse la Legge Stataria si è veduta applicata dai Governi assoluti contro i liberali, — giammai si vide un Governo libero e democratico applicare leggi eccezionali contro uomini dello stesso Partito, che vogliono la cosa istessa che il Governo dice volere.

«Il Circolo decreta che la presente Protesta, stata approvata per acclamazione, sia fatta immediatamente di pubblica ragione.

«Firenze, 27 febbraio 1849.»

Ora io domando ai miei Accusatori e Giudici: doveva io lasciare che questi agitatori per violenza operassero quanto stava in cima dei loro desiderii? Sì, o no? Accusatori e Giudici comparsi fin qui, su via, parlate: — avvertite però, che, rispondendo affermativamente, voi vi trovate a concordare co' più arrabbiati Faziosi, però che anch'essi acerbamente mi mordessero, appunto come fate voi, per non averli lasciati operare. E che Dio vi perdoni, Accusatori e Giudici comparsi fin qui, quale altro spettacolo avete fino ad ora apprestato alle genti, oltre quello di farvi vedere scalmanati e ciechi, affaticarvi di su e di giù a raccogliere tutte le male erbe in due campi diversi, ma del pari faziosi, nemici a morte, ma ugualmente anarchici, sia che mentiscano larva diRepubblica, o principesca? Non è fra questi poli, che deve oscillare l'anima dei Giudici, nè in altri poli qualunque; bensì stare ferma alla vibrazione delle scosse politiche le quali spesso cambiano, sempre si acquietano.

Ed ecco perchè, vedendo approssimarsi il turbine, per quattro giorni mantenni la Legge Stataria; nè vi voleva meno, imperciocchè in quei giorni la Toscana fosse minacciata da invasione estera, da guerra civile, e da reazioni interne;[512]e appena mi parve, almeno pel momento, allontanarsi, instai onde venisse revocata. Lo universale mi reputò della Legge annullatore, e questa opinione, nel modo che ho chiarito qui sopra, fu vera. Se vuolsi sapere quello che i miei stessi avversarii pensassero in cotesta occasione, può leggersi nellaNazione, Giornale piemontese al Governo toscano infestissimo: «Il Governo toscano, che aveva per ridicola inspirazione pubblicata la Legge Stataria, ora l'ha ritirata, ed io credoper volontà del Guerrazzi; il quale si sarebbe approfittato dell'assenza di M. per farlo» (e questo non era vero). « — Giacchè, dovete pur saperlo, Guerrazziè per singolarità il più assennato, e il più moderato dei nostri padroni.» — (Alba, 14 marzo 1849. — DallaNazione, Nº 56, 7 marzo.)

Le mani erano di Esaù, la voce di Giacobbe; di Torino la stampa, lo scritto di Toscana; infatti apparteneva a certo Professorefior di sennodella Università di Pisa, che a me non importa rammentare, e a lui io credo molto meno. Io poi ho voluto coteste parole citare, unicamente in prova della opinione universale, e parmi non demeritata, della mia temperanza. In quanto alla singolarità, che accenna lo Scrittore, dimostra una cosa sola, ed è quanto sia temerario, per non dire disonesto, giudicare un uomo, non ultimo finalmente del vostro Paese, o senza conoscerlo, o con la itterizia delle vostre passioni addosso. Poveri infermi, il giallo non istà negli obbietti che guardate, egli vi sta proprio negli occhi, — forse nel cuore; e allora la vostra malattia sarebbe senza rimedio, — la quale cosa io non vi auguro.[513]

E non per iattanza vana, ma per difesa di me troppo a torto oltraggiato, io rammenterò come a quei tempi gli uomini che le opinioni loro facevano pubbliche colConciliatore, i gravi mali deplorando, non sapevano, non dirò quale apportare, ma neppure quale avvertire rimedio; e verso di me si volgevano confortandomi ad operare, secondo che esperienza di storie veniva suggerendomi; se non che in cotesti casi abbaruffati il senno cade vinto e il coraggio, i consigli generali non valgono; ed anche fossero comparsi speciali, a cui consiglia non duole il corpo; ed altro è dire: fa; ed altro è fare; e la favola del sonaglio,che i topi deliberarono in collegio di appiccare al gatto, ce lo insegnaab antiquo. Intanto la stupenda audacia della Fazione repubblicana persuadeva gli uomini delConciliatore, essere qualunque partito per attraversarla intempestivo od esiziale; oggimai a reverire in pace l'altare della Libertà rassegnavansi; unicamente a mani giunte supplicavano ad inalzare a canto a quello l'altare della virtù; le quali parole, ridotte in casereccia favella, significavano, che, per quanto amore portavo a Dio, dalle passioni fanatiche prima, poi dalle violenti, e alla fine dalle cupide le persone loro, e i poderi, e le case tutelassi. Ed io di cuore mi consacrava alla impresa, e certo per volontà non mancai al debito mio; ho fatto quanto la mia natura dentro me mi concedeva, e quanto fuori la veemenza degli accidenti mi consentiva. Se voi credevate fare meglio, dovevate dirmelo allora, e venire a provare a quei tempi; ma voi invece me pregaste, in me confidaste, chè di fare voi lo esperimento mi parevate vaghi come i cani delle mazze. — Perchè dunque mi avete tradito, e poi sempre e sempre calunniato; anzi, a quanti vennero a dirmiracatraverso i fori del mio sepolcro con aperte palme applaudito? Parvi esemplare questo? Parvi virtuoso? La coscienza è il Pubblico Ministero di Dio; e le sue accuse, non contaminate da infelici passioni, suonano sempre giuste; — voi interrogatela, intanto che io riporto le vostre parole:

«..... Le passioni non hanno più freno; l'interesse è l'unico motore della più parte delle azioni, e l'uomo sale imperturbato i gradini dell'ignominia, come una volta avrebbe salito quelli della virtù.... Questi mali dei tempi nostri notiamo liberamente aiutando il ragionamento col paragone dei tempi antichi, non a sfogo d'ire private, ma sibbene a pubblico insegnamento.Quali rimedii fossero buoni a ripararvi, male sapremmo indicare, sebbene di rimedii sia urgenza, se vuolsi trarre un qualche utile frutto dai mutamenti dello Stato. Chi tiene oggi il Governo della Toscana conosce al pari di noi questi mali; e scrivendo sulle virtù degli Avi, non risparmiò il flagello di Nemesi alla codardia dei nipoti degeneri.Operi dunque come lo consigliano conoscenza di tempi ed esperienza di Storia. Noi non facciamo altro voto, se non quello divedere inalzato l'altare della virtù accanto a quello della libertà, onde abbiano culto ambedue, quale si conviene a vergini Dee, che amano pellegrinare sorelle fra le sventure e le follie degli uomini.» — (Conciliatore, 28 febbraio 1849.)

«Il Circolo Popolare di Firenze aveva intimato il Popolo a proclamare la Repubblica oggi 1º marzo. Il Governo Provvisorio fece allora intendere al Circolo, come unicamente all'Assemblea, che tra pochi giorni sarà convocata, sia riserbato il votare liberamente una forma di stabile Governo: la Repubblica proclamata senza consiglio deliberato, non potere avere nè autorità per sè, nè reputazione all'estero.

«Il Circolo, peraltro, non si appagava di queste ragioni, e persisteva nel primo proponimento. Allora il Governo pubblicò un Proclama, nel qualeapplicava contro chiunque avesse turbato con violenze la quiete pubblica il rigore delle Leggi Statarie. Il Circolo protestò contro il Governo; ma in pari tempo promise astenersi da ogni manifestazione.

«Così terminò questo incidente, che poteva avere gravi e dolorose conseguenze, e la giornata di oggi sembra riuscire tranquilla.»

In questo modo ilConciliatoredel 1º marzo 1849, Giornale di quella tenerezza per me che tutti conoscono, racconta il motivo pel quale di quattro giorni protrassi la durata della Legge Stataria.

Avvertite cosa, che la impronta Accusa non bada: io voglio dire come la Legge Stataria fosse spada a due tagli, e guardasse a tenere in rispetto ogni maniera di gente, qualunque partito professasse, o piuttosto fingesse, la quale con sedizioso attentato la vita e la proprietà dei cittadini, o in altro modo l'ordine pubblico sovvertisse; nè questo è già un mio ingegnoso trovato, conciossiachè ricevesse manifesto commento dal fatto, dell'averla io quattro interi giorni protratta per contenere la rivoluzione minacciata nel 1º marzo 1849.

E quando il Ministro dello Interno propose, e il Presidente del Governo accettò di richiamarla in vigore, io volli, che meno comparisse il concetto politico, e più fosse messo in rilievo ilsociale; e di vero, neiConsiderandi, unicamente si appella atranquillità pubblica turbata da fatti, che formano brutto contrasto con l'ordine pubblico generalmente mantenuto in Toscana; e meglio si definisce nello Articolo IV, per moto reazionario che cosa s'intenda. Ai caratteri che deve presentare, io penso che nessun cittadino mai potrebbe astenersi da contribuire con tutte le forze a comprimerlo: «Moto reazionario,» si dice, «è quello il quale per le cause onde procede, e pel fine cui è diretto, e pel suo materiale carattere,possa ritenersi attentato contro il Governo, o contro l'ordine stabilito, o contro la pubblica tranquillità.» Nè qui rimasi, chè quantunque a me non ispettasse in cotesti giorni la Presidenza del Governo, che veniva esercitata da Giuseppe Montanelli, pure volli conoscere i nomi degli uomini deputati a comporre la Commissione preposta alla esecuzione della Legge, e non resi il foglio finchè non seppi che erano tutti probi e miti; tali insomma da corrispondere alle intenzioni del Governo.

Ai Giudici del Decreto del 10 luglio 1850 basta l'animo di affermare: «Che tutto ciò fu fatto per comprimere lareazione, la qualein sostanza altro non era, che un desiderio di restaurazione.»

Ho avuto luogo di notarlo altra volta: io pendo incerto se ingiurino più profondamente le offese o le difese dei Magistrati, i quali dettero opera fin qui a questa scandalosa procedura; fatto sta, che esorbitanti suonano coteste parole, ed io, e quanti facciano studio del Principato Costituzionale, dobbiamo considerarle non meno alla dignità della Corona, che al Paese, vituperevoli. E poichè mi accorgo che qui tra noi pochi fanno la parte loro, a me piace e giova fare la mia, protestando altamente dal profondo del carcere per la dignità della mia Patria e del Principato Costituzionale, contro tanto disonesta sentenza.

Da simili proposizioni due conseguenze sono da trarsi, ed è la prima, che male giudicherà di me chiunque ritenga l'enormezze dell'Agro Aretino atti devoti alla causa del Principato Costituzionale; la seconda, che nefando desiderio, e degno della universa riprovazione è quello, che perduti uomini, ossa di trucidati e ceneri di case arse ammucchiando, vi piantassero sopra la bandiera dello assolutismo. — Lo so, per ventura pochi, e nondimeno per onta della civiltà nostra anche troppi, vivono uomini fra noi a cui basterebbe il cuore di mostrare l'ossuario dello Agro Aretino, come la Svizzera addita adesso con orgoglio l'ossuario di Morat, e non solo lo pensano, ma in isvergognate pagine lo scrivono.... Ah! stracci la coscienza pubblica coteste pagine, testimonianza di giorni di lutto per la nostra Patria.... le arda, e le disperda, perchè davvero mai ceneri più esecrabili furono gittate in balía dei venti.

Perchè non avete raccontato i fatti che condussero il Governo a decretare la Legge Stataria per le Campagne Aretine? Eranvi ignoti forse? No, voi gli sapete. Forse ne andavano smarrite le traccie? No, si trovano negli Archivii ministeriali, e voi aduna ad una avete sfogliate le carte (che adesso presumete contendere a me), assistente uno ufficiale del Ministero. Bene io leggeva cotesti miserandi Rapporti, per cui tutto sconfortato,al tocco dopo la mezzanottedei 24 marzo 1849, mandava per Dispaccio telegrafico al Governo di Livorno:

«La campagna di Arezzo è in preda al brigantaggio e allo assassinio. I Pulicianesi hanno dato l'assalto a Castiglion Fiorentino. Vedete s'è tempo adesso di dimostrazioni.[514]»

Quello che non avete fatto voi (e ve ne correva santissimo il dovere) farò io, o piuttosto lascerò che faccia Adriano Mari, non avvocato ma storico diligente, e rimesso così, che alla sua narrazione potremmo piuttosto aggiungere alcuni tratti più dolorosi (dalla quale parte io volentieri mi assolvo), che emendarla come esagerata:

«Riandate colla mente i fatti che precederono la emanazione di quelle Leggi. L'assalto di Prato e la morte degli aggressori sotto le mura di quella città, l'incendio delle Stazioni della strada ferrata, le aggressioni e le offese ai tranquilli cittadini sulle pubbliche vie, gl'insulti alle Guardie Nazionali, la violazione del domicilio e gli oltraggi ad onorevoli magistrati ed a pubblici officiali, erano fatti criminosi, che non uscivano dalla categoria dei veri e propriidelitti comuni. E quando nella repressione di tali eccessi avete lacausa proporzionata, lo scopocertoeimmediato, comeandare sospettandouno scopo supposto e remoto? Come è lecito argomentare per via di congetture un'altra intenzione, e ciò pertrovare reidi alto tradimento? Gl'incendii delle Stazioni, gli oltraggi alla Guardia Nazionale, le violenze, le rapine, erano forse espansioni d'affetto al Principe, e di attaccamento al Governo Costituzionale? I moti di Puliciano e Laterina non erano diretti a impedire la decretatamobilizzazione della Guardia Civica? Gli abitanti di Castiglion-Fiorentino, qualunque fosse la loro opinione politica, non presero tutti le armi a respingere l'assalto dato dagl'insorgenti? Non temevano tutti che si rinnuovassero i tristi avvenimenti del 1799, e le esorbitanze commesse al grido di —Viva Maria, — per cui nell'Agro Aretino quella sacra invocazione divenne quasi sinonimo di violenza e rapina?

«Nel vero, io domando agli onesti di qualunque Partito: — Se una turba forsennata vi avesse aggrediti nel vostro domicilio, vilipesi e malmenati, siccome accadde ad alcuni gonfalonieri non d'altro rei che di aver presso loro i ruoli della Guardia Nazionale; se vi avesse minacciato di morte non per altra cagione, che per avere in qualità di pubblici funzionarii eseguite incumbenze inerenti al vostro ufficio, siccome occorse al cancelliere Bandini, e al medico fiscale dottor Sebastiano Fabroni; se fosse rimasto ucciso o ferito un parente, un amico vostro, costretto suo malgrado a partecipare a un tumulto e a dare l'assalto a una Terra, come fecerocon sacca e scuri[515]sotto le mura di Castiglion-Fiorentino; se dentro quella Terra, ingiustamente aggredita, abitato avessero le vostre famiglie; se là fossero state le cose vostre più care: avreste o no desiderato di essere soccorsi e protetti dalGoverno di fattocon mezzi validi e proporzionati? E, se a tempi e cose eccezionali occorrevano eccezionali provvedimenti, avreste voi desiderato che la forza inviata al ristabilimento dell'ordine fosse abbandonata a sè stessa, o piuttosto guidata da una suprema autorità che ne vigilasse la disciplina, ne frenasse e riparasse immediatamente le intemperanze e gli arbitrii? Avreste voi desiderato, che questa autorità spettasse, anzichè ad uomo fazioso, a cittadino onesto e specchiato?... Chi è veramente imparziale, torni col pensiero a quei tempi, a quei luoghi; interroghi il suo cuore, e pronunzi.

«Laonde non può cader dubbio sullanecessitàdi quelle misureeccezionali. Nè i meno discreti vorranno rimproverare il Romanelli di avere opinato come ilConciliatore, che sosteneva i principii di onesta e moderata libertà; e che tuttavia col nome diStatutocontinua a difendere a palmo a palmo il terreno delle istituzioni liberali.» — «[516]Qualunque possano essere (diceva in quei tempi ilConciliatore) le divergenze nelle idee e negli affetti, che sempre, ed ora più che mai, in questa disgraziata Italia sono stati occasione di discordie e di debolezze, vi sono due punti nei quali è d'uopo intenderci e convenire, cioè:

«Il bisogno di salvare la dignità del Paese da qualunque specie di prepotenza straniera;

«Il bisogno di salvare l'ordine interno dai danni dell'anarchia, qualunque sia la bandiera a cui nome si volesse provocarla.

«Predichiamo la concordia, perchè vi sono tali cose in questione, nelle quali nessuno potrebbe transigere, e per le quali è debito sacro a tutti accorrere alla difesa. Avremo sempre una parola di biasimo per chiunque si mostri indifferente ai mali della Patria;protesteremo contro ogni specie di violenza da qualunque parte e per qualunque cagione essa muova.» —

«Tuttavia supponete, che le insurrezioni di Puliciano e di Laterina tendessero a ristabilire il governo granducale. Ciò non è vero; ma supponete che dal processo apparisse. Potreste mai da questo argomentare, che fosse precisamente e univocamente contrario al ristabilimento di quel governo ciò che fu fatto per impedire e comprimere le insurrezioni tendenti a quello scopo?Il finenon giustifica tutti i mezzi; a buon fine può essere inteso unmezzo non buono; e chi si oppone almezzo iniquonon è per questo che sia avverso alfine buono. Così l'opporsi alle parziali insurrezioni, e con esse alle violenze, alle rapine, e alla guerra civile, è referibile a ciò che il mezzo ha di cattivo in sè stesso; ed è abusiva interpretazione il supporre, che il Ministro facesse per avversione alfineciò che era diretto a frenare unmezzo cattivo.»[517]

Eh! male accorti e sciagurati che siete, i villani con lascuree colsacco, a cui medita su le ragioni dei tempi, sono indizio pessimo di male profondo. — Quando le sole passioni di fanatismo religioso o di fanatismo politico ardono i petti mortali, copia di sangue allaga laterra; e se gl'imperversati mettono le mani nel bene degli altri, e' lo fanno meno per avvantaggiare sè, che per danneggiare altrui. Ora, difetto di provvidenze economiche, o motivo altro qualunque, che a me non giova in questo momento indagare, ha generato per le nostre campagne un nugolo di gente conosciuta col nome di pigionali, contadini senza podere, incerti del domani, assediati dalla dura necessità, corrotti dai vizii, come tutte le cose cattive fecondi, trascorridori del comunismo, a cui, più che altri non pensa e urgentissimamente, importa provvedere. Se io dica il vero, ecco, queste carceri infami, dove voi potete patire che io rimanga chiuso, ve ne fanno testimonianza; vedetele: esse traboccano di accusati, la più parte villani, e la più parte ladri. Dal 1848 già di due terzi crebbero i delitti. Il bilancio del Ministero di Giustizia e Grazia minaccia diventare il più grave di tutti, attesa la spesa delle carceri. Piena la prigione di Volterra, piena l'altra di San Gimignano; la nuova prigione aggiunta a questa mia si è empita con foga pari a quella con la quale la inclita gioventù nostra empirebbe la platea dei Teatri, quando si mostrasse in iscena o la Cerrito o la Taglioni, o quale altra femmina attaccata a paio di gambe più famose. Vedete voi: possedete abbondanza di ladri da empire le vostre carceri, senza avere bisogno di farvi morire con lenta tise i dabbene uomini; ma fate voi... poichè così vi giova... solo guardatevi da dire quello che non pensate, e soprattutto poi da stamparlo, onde la torma dei famelici non impari, che acclamando il nome di un Principe o di un Santo possa, non pure senza biasimo, ma con lode amplissima, professare religione e politica con l'accetta e col sacco!

Altri esponga le ragioni del diritto: io assentendo ad una voce che si confonde co' palpiti del mio cuore, vi dico che patria carità imponeva alla trista illuvie si ponesse o almeno si tentasse porre sollecito riparo. Nobilissime suonano in proposito le parole di Lionardo Romanelli; ed io le cito a causa di onore: «Non ha cuore di uomo il cittadino che rimane indifferente ai mali minacciati al proprio paese, e che, potendoli prevenire o mitigare, si astiene per basse paure, per umani rispetti, e per vileegoismo.»[518]

Ora poi è prezzo della opera udire le immanità del truculento Commissario. Quinci innanzi non si rammenteranno più gli annegamenti di Nantes, nè le lionesi stragi; la fama di Carrier, diFouchè, di Lebon e di altri maladetti da Dio, si oscura: nacque in Toscana chi tutti questi leverà di nido. — Lionardo Romanelli con le istruzioni del Governo partiva; e quando gli fossero mancate, andava seco la sua anima veramente cristiana. Arrivato a Montevarchi, prima di tutto prescrive che non si facciano arresti irregolari senza gli ordini dei Pretori di San Giovanni e di Montevarchi; e poichè nonostante il suo comando, durante la notte, si sostengono alcuni, egli accorre e gli libera. Procedendo, ammonisce i soldati, che le opinioni rispettinsi, soltanto i tumulti e le violenze reprimansi; ordina sia ritenuto uno, colpevole di violenze commesse a Pergine e alla Pieve Presciana. Nel punto d'investire Puliciano, gli abitanti gli mandano deputati per pace, ed ei gli accoglie; alla erezione dell'Albero della Libertà in Puliciano contrasta; procura si catturino quattro, perchè designati come fautori della baruffa di Laterina da un ferito ch'ebbe a subire l'amputazione di un braccio.

La Commissione straordinaria ecco instituisce le sue procedure. — Per questa volta cadonmi le braccia; ilbarbaroedeccezionaleprocesso già già le sue vittime divora; voltatevi proprio ad Arezzo, per rabbrividire alla vista di strazii obliati in Toscana.

1aProcedura. — Per tumulto suscitato a Cortona, sotto pretesto di mancanza di pane, e di rincaro del sale;uno degl'imputati fu condannato a un anno di casa di forza; e un altro a sei mesi.

2aProcedura. — Per ispionaggio, e ragguagli menzogneri a carico della Colonna mobile, allo scopo di commuovere a offesa di lei gli uomini del contado;rimandato per incompetenza.

3aProcedura..... — interrotta per la mutazione del Governo.[519]

E qui finisce tutto. — Come tutto? E i multati dove sono? — Non vi sono. — E gli Aretini passati dalle soldatesche palle, dove giacciono essi? — In nessun luogo; sono tutti vivi. — Ma se i Giudici del Decreto del 10 giugno 1850 hanno scritto, e stampato, che la Legge Stataria del 23 marzo 1849non rimase lettera morta![520]— Che volete che io vi dica? andatelo a domandare a cotesti Giudici benedetti, che cosa abbiano inteso significare: in quanto a me, me ne lavo le mani.

«Con decreto de' 7 aprile successivo, emanato dal Guerrazzi nella qualità di Capo del Potere Esecutivo, questa Legge fu estesa a tutte le Terre, Borghi e Villaggi del Granducato.» — Così prosegue l'Accusa.

E questo èfalso. Io non estesi la Legge del 23 marzo a tutte le campagne del Granducatoassolutamente, ma sìcondizionalmentea quelle terre, borgate o campagne, dovesotto mentiti pretesti si commettono attentati contro la tranquillità pubblica, e la sicurezza delle persone. Costretto, per pubblica salute, a firmare Legge da me perpetuamente aborrita, posi diligentissima cura a ben dichiarare come io piegassi a farlo, unicamente in vista di delitti comuni:

«Il Capo del Potere Esecutivo provvisorio toscano:

«Quando il Governo ritirò la Legge del 22 febbraio p. p., sperò che la benignità sua non sarebbe scambiata con la debolezza, e fosse tornata proficua al Paese la virtù del perdono. Ora poichè, sotto mentiti pretesti, in alcune campagne e borgate si commettono attentati contro la tranquillità pubblica, e la sicurezza delle persone, il Rappresentante del Potere Esecutivo toscano, per conseguire lo intento dichiarato nella sua Notificazione del 1º aprile corrente,

«Decreta quanto appresso:

«Art. 1º La Legge Stataria del 23 marzo 1849, attivata per il Compartimento di Arezzo, e la Commissione Militare con essa istituita,sarannoapplicate in tutte le Terre, Borghi e Villaggi dello Stato,in cui si verificassero gli attentati disordini definiti allo Art. IV di detta Legge.

«Art. 2º. Tosto che per Rapporti o per altre notizie, pervenute al Ministero dello Interno, si abbia cognizione di qualche fatto della indole surriferita, la Terra, il Borgo, Comunello o Villaggio in cui sia accaduto, verrà subito militarmente occupato dalla Colonna mobile.

«Art. 3º Le spese della occupazione, una volta che sia stata ordinata, saranno sempre e in qualunque caso sopportate dalla Comunità, Borgo, Comunello o Villaggio, che vi avranno dato causa, salvo ad essi il diritto di rivalsa contro gli autori dei disordini, coerentemente alle disposizioni espresse nell'Art. 3º della Legge anzidetta.

«Art. 4º Il Ministro Segretario di Stato ec.

«Guerrazzi.»

Vediamo quale fosse questa mia Notificazione del primo aprile:

«Toscani! — Finchè l'Assemblea Costituente toscana non abbia deliberato le sorti politiche del Paese, ilRappresentantedel Potere Esecutivo, volendo non essere minore della fiducia in lui riposta dal Popolo, dichiara ch'egli procederà severissimo controogni attentato o d'individui o di partiti, diretto contro la quiete e sicurezza pubbliche, e la indipendenza che deve restare inviolata al voto dell'Assemblea.» — VediMonitoredel 2 aprile.

Io vorrei sapere un po' che cosa provoca la rampogna dell'Accusa in questo mio Decreto. Il provvedimento in sè stesso? o il modo col quale venne adoperato? o il fine politico? o le conseguenze che ha partorito? Se non si distingue, male s'incolpa, e peggio possiamo difenderci. Chi ama pescare nel torbo, contamina le acque; io vo' che si chiariscano. Supposto che all'Accusa fastidisca il provvedimento in sè stesso, dirò, che quando la salute della Società venga minacciata da pericolo estremo, furono i partiti straordinarii adoperati sempre, ed anche lodati; a patto però che il pericolo sia vero, non mentito per arte, o sognato per paura, e le misure eccezionali durino poco, si applichino con discrezione, e soprattutto si ponga mente a questo, che invece di rimediare ai mali umori, non gl'intristiscano e rendano per ira concentrata, e per profondo odio, insanabili. Di provvisioni straordinarie, pensai che nello aprile del 1849 potesse correre da un punto all'altro necessità per cause comuni, e per cause politiche. Per cause comuni, — perchè sbigottito io considerava il corpo sociale propendere a disciogliersi con inestimabile celerità; e se mi opponessero che altri pure pervenne a tenerlo fermo senza siffatti rimedii, io prima di tutto risponderei, dubitare assai che questo siasi ottenuto in modo sicuro, perchè il proverbio insegna, che le case salde non si puntellano, e di puntelli io qui ne vedo molti, anzi troppi; e poi a reggerlo vi furono adoperate forze, le quali erano state per altro uso disposte; ancora, che fu fatto uso di forze da ogni previsione nostra lontane; e finalmente non somministrare a confortarci motivo i delitti comuni dal 1848 in poi cresciuti di due terzi, con giusto timore che qui il mal progresso non sia per fermarsi. Rispetto a cause politiche, — perchè la esperienza dimostra che da un lato i Partiti vinti, prima di morire, ordinariamente prorompono in atti disperati e feroci; i vittoriosi, per consueto, in atti superbi e bestiali.In quanto al modo col quale la Legge Stataria venne applicata, ho già chiarito come non abbia fatto piangere nessuno; onde quando ogni altra lode mi venga a mancare, io non avrò perduto la gloria, che avventurandomi nelle vicende politiche desiderai conservarmi illesa, e che a Pericle moribondo parve doversi anteporre ad ogni altra, intendo dire, di non avere messo per colpa mia in gramaglia nessuno.[521]Se poi si volesse biasimarne il fine, a meno che non si pretenda che io dovessi rimanermi come Nerone a cantare su la torre, mentre andava a fuoco e a fiamma il Paese, io non so con quanto o senno o coscienza mi vogliano riprendere; e per quello che concerne il fine politico, è di evidenza intuitiva che la Legge del 7 aprile fosse arme apparecchiata contro l'estreme violenze dei Faziosi. Invero, se l'Assemblea io sapeva che stesse per deliberare la Repubblica, quali timori erano questi miei? Non cadevano paure, imperciocchè i Faziosi ne avrebbero acceso i falò, e levate al cielo le grida. I sospetti non versavano, nè potevano versare, che su questo: o che i Deputati a dare il voto per la restaurazione si peritassero, o che per improntitudine di Partito la deliberazione dell'Assemblea si volesse a forza, come minacciavano, cancellare.

Intorno alle conseguenze rammento, che la Corte Regia di Lucca col Decreto del 4 giugno non solo si astenne da improbarle come delittuose, ma come prudenti le commendò. Nè per me volendosi, o potendosi addurre ragioni che valessero oltre quelle contenute nel Decreto allegato, torno, come ogni buon cittadino deve fare, a piangere amaramente su lo spettacolo, che nello stesso paese, — sotto le leggi medesime, — a breve distanza, — nella causa medesima, — giudicando lo adempimento della stessa misura, — ciò che per alcuni Giudici fu argomento di lode, per altri possa esserlo, non dico di biasimo, ma (ed empie di orrore!) di capitalissima accusa.

Però di queste tre Leggi, la prima non mi riguarda, e non fu mandata mai ad esecuzione; e mantenuta da me per impedire che per prepotenza di Faziosi, la forma Repubblicana, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma s'imponessero, dispersa appena cotesta bufera fu da me abrogata; la seconda, comunque da me non firmata, intesi che alla repressione di delitti comuni dipessima indole principalmente mirasse, non avvertita la maschera sotto la quale presumevano andare impuniti; la terza accenna a delitti comuni, e si propone per iscopo di assicurare la libera votazione dell'Assemblea nel vitale partito,se e come Toscana avesse ad unirsi con Roma.


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