Già seguii ’l senso, or la ragion mi mena,
Già seguii ’l senso, or la ragion mi mena,
Già seguii ’l senso, or la ragion mi mena,
getta un po’ d’incertezza sulla natura dell’amore della Veronica, e poco s’accorda coi versi appassionati di cui abbonda il capitolo terzo; ma l’amante, che esso doveva consolare e rassicurare, era, come si può intendere, una buona pasta d’uomo. Rispondendo a sua volta, egli lodava l’amica dell’onesto e saggio proposito, si confessava spoglio di quelle virtù che veramente avrebbero potuto meritargli l’amor di lei, ma affermava indirettamente d’essere uomoche ’l falso aborre, segue il vero. Se non avesse avuto altro, bisognerebbe ammirare, più che la sua, la virtù della buona Veronica.
Questo amore non avrà acceso nel cuor di lei grandi vampe; ma avremmo torto noi se, per ciò solo che molte volte l’amor suo fu mentito, la credessimo incapace di amore, e dicessimo ch’ella non amò mai. Se badassimo anzi alle sue parole dovremmo credere ch’ell’era sempre innamorata, e qualche volta a suo dispetto. Non è vero che ella viva, come altri pretende,
d’amor libera e francaNon colta al laccio, o punta a i dardi suoi:
d’amor libera e francaNon colta al laccio, o punta a i dardi suoi:
d’amor libera e franca
Non colta al laccio, o punta a i dardi suoi:
solo, dice, vorrei
Che innamorar convenendomi pureFosse ’l farlo secondo i pensier miei.Chè, se libere in ciò fosser mie cureTal odierei ch’adoro; e tal ch’io sdegno.Con voglie seguirei salde e mature[511].
Che innamorar convenendomi pureFosse ’l farlo secondo i pensier miei.Chè, se libere in ciò fosser mie cureTal odierei ch’adoro; e tal ch’io sdegno.Con voglie seguirei salde e mature[511].
Che innamorar convenendomi pure
Fosse ’l farlo secondo i pensier miei.
Chè, se libere in ciò fosser mie cure
Tal odierei ch’adoro; e tal ch’io sdegno.
Con voglie seguirei salde e mature[511].
Afferma d’innamorarsi facilmente, e con ciò viene a confessare di non essere troppo costante. Tra gli amori di cui ella ragiona, sia nei capitoli, sia nelle lettere, alcuno ve n’ha degno di particolare ricordo. Tale è quello che ella diceva di portaread uom gentile a maraviglia, amore chele confondeva la vita e le toglieva il core. L’amante se n’era andato fuor di Venezia a passar le feste di Pasqua, e sebbene le scrivesse spesso e affettuosamente, ella viveva in tanto cruccio, e con tanto martello, che non poteva aver bene di sè. La descrizione di queste pene amorose è fatta con molta vivezza, e, salvo le esagerazioni di rigore, non senza accento di verità[512]. Tale è l’altro, di cui fu presa per uomo di gentil sangue e di chiara fama, un qualche patrizio veneto forse. Ella è ancora ne’ suoiverdi anni; l’amor che la soggioga appassionato, prepotente. Di giorno e di notte, sotto la pioggia e il sereno, ella si va aggirando intorno alla casa di lui, molto discosta dalla casa di lei, volge gli occhi ai balconi,i preghi a l’ostinate porte, bacia la fredda soglia, e ode dirsi dal portinajo, cui i cani hanno svegliato, che il signore non dorme in casa, ma passa con altra donna le notti. Scongiura il crudele di muoversi a pietà di lei, che si strugge in pianto, ormai più morta che viva; lo scongiura, non tanto per alcun merito che sia in lei, quanto per l’amore sviscerato ch’ella gli porta, e più ancora per la gentilezza che è in lui, e perchè altri non lo accusi di averla col suo disprezzo uccisa ingiustamente. L’alta virtù che è invoi, ella dice,
L’animo di piegarvi abbia possanza.Sì che in tanto penar mi concediateAlcun sostegno di gentil speranza.
L’animo di piegarvi abbia possanza.Sì che in tanto penar mi concediateAlcun sostegno di gentil speranza.
L’animo di piegarvi abbia possanza.
Sì che in tanto penar mi concediate
Alcun sostegno di gentil speranza.
Un po’ d’amore, chè molto non chiede, offuschi agli occhi suoi e celi quelle parti che ella ha in sè meno degne di lui;
Nè anch’io d’orsa, che ’n cieco antro si chiudaNacqui, nè l’erbe stesa mi nudriro,Come vil bestia in su la terra ignuda;Ma tai del mio buon seme effetti usciroCh’alcun non ha da recarsi ad oltraggio,Se del suo amor io lagrimo e sospiro.
Nè anch’io d’orsa, che ’n cieco antro si chiudaNacqui, nè l’erbe stesa mi nudriro,Come vil bestia in su la terra ignuda;Ma tai del mio buon seme effetti usciroCh’alcun non ha da recarsi ad oltraggio,Se del suo amor io lagrimo e sospiro.
Nè anch’io d’orsa, che ’n cieco antro si chiuda
Nacqui, nè l’erbe stesa mi nudriro,
Come vil bestia in su la terra ignuda;
Ma tai del mio buon seme effetti usciro
Ch’alcun non ha da recarsi ad oltraggio,
Se del suo amor io lagrimo e sospiro.
La strazia la gelosia; il pensiero che un’altra donna fruisca di ciò che ella disperatamente brama, e si rida di lei, la uccide[513]. Sperando di vincere la furiosa passione, o di trovare almeno alcun refrigerio a’ suoi mali, ella si allontana da Venezia, e si ritrae in luogo campestre, dove con le valliapriche, d’aura e d’odor piene, alternano colline ridenti, e selve ombrose, rallegrate le une e le altre da fonti fresche e cristalline, da dilettoso canto di uccelli, da quanto seppero comporre insieme la natura e l’arte. Ma quei luoghi amenissimi sono a lei, lontana dalla sua Venezia e da colui che adora,deserti alpestri e strani. L’amor suo focoso non si ammorza in quella solitudine, anzi divampa più violento. Come già l’errabondo Petrarca vedeva Laura nei sassi e nei tronchi, così ella ora il suo amante. Tutto in quella vita dei campi la fa risovvenire dell’amor suo. Se vede due uccelletti posarsi cantando sul medesimo ramo,
Con quel desio ch’amor dolce al cor preme;
Con quel desio ch’amor dolce al cor preme;
Con quel desio ch’amor dolce al cor preme;
se vede uscir da un antro, accompagnate insieme, duedamme snelle, sente più acuto nelle carni e nell’animo lo strazio del desiderio non soddisfatto, dell’amore non corrisposto. Oh, umana stoltezza, ella esclama, che ai desiderii d’amor fai
Così continua, abominosa guerra,
Così continua, abominosa guerra,
Così continua, abominosa guerra,
mentre l’amore è liberamente largito dalla Natura agli esseri tutti! Stolti ritegni, e dolorosi contrasti, più che agli uomini, dannosi alle donne, la cui tenera indole può meno resistere ai furibondi assalti d’amore!
Picciol aura conturba la tranquillaFeminil mente, e di tepido focoL’alma semplice nostra arde e sfavilla.E quanto avem di libertà più poco,Tanto ’l cieco desir che ne desvia,Di penetrarne al cor ritrova loco;Sì che ne muor la donna, o fuor di viaEsce de la comun nostra strettezza,E per picciolo error forte travia[514].
Picciol aura conturba la tranquillaFeminil mente, e di tepido focoL’alma semplice nostra arde e sfavilla.E quanto avem di libertà più poco,Tanto ’l cieco desir che ne desvia,Di penetrarne al cor ritrova loco;Sì che ne muor la donna, o fuor di viaEsce de la comun nostra strettezza,E per picciolo error forte travia[514].
Picciol aura conturba la tranquilla
Feminil mente, e di tepido foco
L’alma semplice nostra arde e sfavilla.
E quanto avem di libertà più poco,
Tanto ’l cieco desir che ne desvia,
Di penetrarne al cor ritrova loco;
Sì che ne muor la donna, o fuor di via
Esce de la comun nostra strettezza,
E per picciolo error forte travia[514].
Ma di un altro amore è ricordo in quei versi, più notabile, più strano di questo. La Veronica, non sappiamo quando, s’innamorò di un uomo di molta prestanza e di chiara virtù, il quale, per quanto se ne può intendere, doveva essere ecclesiastico e predicatore di grido.
Di molta gente nel comun concorsoQuante volte vi vidi, e v’ascoltai,E dal bel vostro sguardo ebbi soccorso!E se ben il mio amor non vi mostrai,O che ’l faceste a caso, o per qual siaAltra ragion, benigno vi trovai.Per ch’ora in una, ed ora in altra viaDi devoto parlar con atto umanoVolgeste a me la fronte umile e pia;E nel contar il ben del ciel sovranoV’affisaste a guardarmi, e mi stendesteOr larghe, or giunte, l’una e l’altra mano.
Di molta gente nel comun concorsoQuante volte vi vidi, e v’ascoltai,E dal bel vostro sguardo ebbi soccorso!E se ben il mio amor non vi mostrai,O che ’l faceste a caso, o per qual siaAltra ragion, benigno vi trovai.Per ch’ora in una, ed ora in altra viaDi devoto parlar con atto umanoVolgeste a me la fronte umile e pia;E nel contar il ben del ciel sovranoV’affisaste a guardarmi, e mi stendesteOr larghe, or giunte, l’una e l’altra mano.
Di molta gente nel comun concorso
Quante volte vi vidi, e v’ascoltai,
E dal bel vostro sguardo ebbi soccorso!
E se ben il mio amor non vi mostrai,
O che ’l faceste a caso, o per qual sia
Altra ragion, benigno vi trovai.
Per ch’ora in una, ed ora in altra via
Di devoto parlar con atto umano
Volgeste a me la fronte umile e pia;
E nel contar il ben del ciel sovrano
V’affisaste a guardarmi, e mi stendeste
Or larghe, or giunte, l’una e l’altra mano.
Ma il bell’incognito lasciò Venezia, e se n’andò, forse missionario, forse vescovo, in remoto paese, fra genti straniere, e il tempo e la lontananza guarirono lei. Passati molt’anni, egli torna, ed ella lo rivede, ma assai mutato da quel di prima. Non trova più in lui ildivino angelico sembiante, che innamorava i cuori più duri; egli è incanutito equasi vecchio, sebbene ancorain viril robusta etate. L’amor della donna, che mai non fu appagato, si muta in dolce e forte amicizia. Egli sta per assentarsi di bel nuovo da Venezia: non isdegni la sincera e affettuosa devozione di lei, non la dimentichi; le scriva talvolta, le mandi alcuna opera sua: ella gli scriverà molto spesso:
Il vostro ajuto di lontan sospiroCon occhi lagrimosi e fronte bassa.
Il vostro ajuto di lontan sospiroCon occhi lagrimosi e fronte bassa.
Il vostro ajuto di lontan sospiro
Con occhi lagrimosi e fronte bassa.
Egli, che è salito tant’alto, le porga la mano, ajuti a salire anche lei[515]. Respira e sospira in tutto il capitolo un’anima bisognosa di guida e di conforto: la Veronica non doveva essere più ormai troppo giovine, e s’accostava passo passo al ravvedimento.
Negli altri capitoli, e nelle lettere, sono altri amori, quando narrati, quando accennati soltanto, gli uni felici, gli altri infelici, per gli spasimanti, o per lei. Un gentiluomo s’innamora perdutamente, vedutala appena. Saputo ciò, ella si dichiara disposta a dargliin ogni maniera a lei possibile ciascun segno di benevola corrispondenza, e gli manda intanto copia di una sua raccolta di sonetti[516]. Ella ha lette a sua volta lerareedeccellentiopere di un altro adoratore[517]. Con un gentiluomo, che la sollecitava mediante unafedele e diligentissima messaggiera, si scusa di non poter appagare i suoi voti, non essendopadronadel proprioarbitrio[518], e respinge un amator tracotante, che vuolviolentareil cuore di lei. Per sottrarsi alla importunità di un altro, o, com’ella dice, per non mostrarsi ingrata all’amore che le si portava, lascia Venezia a mezzo il verno e se ne va a Verona[519]. Offesa da un amante, si pente del proprio amore e lo sbandisce dall’animo[520]. Fa morir più d’uno di gelosia, ma anch’ella sente il morso della velenosa passione: rimprovera a un infedele dilimar versiin lode di altra donna[521], e contro questa, o contro altra rivale, compone unaelegia, che, per rispetto di un protettor di colei, non vuol far pubblica[522]. Accusata da un amante, lo accusa a sua volta, e lo sfida a qual gara gli piaccia meglio, o di armi, o d’amore[523].
Certo, gli è impossibile sceverare in tutto ciò il vero dal falso e la finzione interessata dalla finzione meramente poetica. In quel secolo uomini e donne dovevano, per legge comune di cortigianesca eleganza, spasimare, o fingere di spasimare d’amore. Ma i numerosi amori in cui la Veronica si dice invescata, o in cui mostra invescati gli altri, sono, nella varietà dell’indole loro e del grado, tutti verosimili, e parecchi sono più che probabili. E se i più non si lasciarono dietro se non rime querule e sospirose, alcuni lasciarono ben altro. La Veronicastessa ebbe a confessare nel 1580, davanti al Tribunale del Sant’Uffizio (vedremo or ora in quale occasione) d’aver partorito sei volte, e nel 1580 ella non aveva più di trentaquattro anni. Sin dal 1564, come s’è visto, un messer Jacopo de’ Baballi l’aveva resa madre, a quanto ella credeva, senza però potersene tenere in tutto sicura[524]. Un altro figliuolo ebbe con Andrea Tron, gentiluomo[525], e un terzo con Guido Antonio Pizzamano, uomo ammogliato, che teneva l’officio di Ragionato degli Avvogadori Fiscali, e che fu processato nel 1572 dal Sant’Uffizio, perchè, d’accordo con la moglie, teneva in casa per concubina una monaca, Camilla Rota, fuggita dal monastero dello Spirito Santo. Degli altri tre figliuoli, e dei possibili padri loro, non sappiamo nulla, e forse,per quanto spetta ai padri, non ne sapeva nulla nemmeno la Veronica[526]. Dice pure di lei uno dei soliti ammiratori che
dovunque saettando colseCol doppio sol di quei celesti lumi,A sè gran copia d’amadori accolse[527].
dovunque saettando colseCol doppio sol di quei celesti lumi,A sè gran copia d’amadori accolse[527].
dovunque saettando colse
Col doppio sol di quei celesti lumi,
A sè gran copia d’amadori accolse[527].
Alcun altro di questi innumerevoli ci capiterà quanto prima dinanzi.
La Veronica aveva, in Venezia e fuori di Venezia, molti amici, e sapeva tenerseli cari. Scriveva loro frequenti lettere, e di quelle che riceveva da loro mostrava grande allegrezza, lagnandosi, s’erano troppo rade, o troppo brevi. Lodava chi le pareva meritevole di lode[528], rimproverava chi le pareva avesse meritato rimprovero[529];confortava con buone parole gli ammalati e gli afflitti[530]; chiedeva ajuto e favore nei bisogni proprii o di altri[531], ma si offeriva pure assai volentieri per quanto era da lei; anzi si doleva di chi non si prendeva con lei quella sicurtà che l’amicizia consente[532]. In una di quelle sue lettere ringrazia un amico d’aver beneficato, dietro raccomandazion sua, un pover uomo che aveva moglie etre creaturine[533]. Mandava agli amici i suoi componimenti, e riceveva i loro[534]. Assicurava molti dell’amor suo; diceva di ricordarsi sempre di loro, e così li pregava di volersi ricordare di lei: se lontani, diceva di nulla desiderare così vivamente come di rivederli.
Tra gli amici sembra contasse anche qualche amica, e non certo della sua condizione. La lettera terza è a unasignora illustre, la quale, potendocomandarealla Veronica, l’aveva pregata di non sappiamo qual servigio o favore. La XVI è scritta a una gentildonna, i cuigrandi avoliavevano acquistato fama conatti egregi. La Veronica si congratula con lei che felicemente ha partorito un bel maschio, e alla madre, al padre, al bambino fa gli augurii più lieti.
Gli amici, generalmente parlando, le si addimostravano affezionati e premurosi: la consolavano nelle sue afflizioni, l’ajutavano nei bisogni, la invitavano ad andarli a trovare in villa[535], e le scrivevano lettere cortesi ed amorevoli, di cui ella ringraziava con effusione[536]. BartolomeoZacco, padovano, chiedeva in un sonetto alla Veronica,Donna cortese, di onorare col suo dire una figliuola ch’egli aveva perduta, e la Veronica gli rispondeva con un sonetto per le rime. Ma non tutti erano così garbati con lei, e la lettera dodicesima lo prova. Saputo che le frequenti e lunghe sue lettere eranodi molestia più tosto che di ricreazionea un amico, ella, confusa ed afflitta, scrive: «di niun altro contrario, e nojoso accidente non avrei di lungo spazio sentito il dolor, ch’io provo nel vedermi così improvvisamente abbandonata dalla vostra grazia: pur m’acqueterò, per non dispiacervi, al voler vostro, e cercherò d’emendar il non prima conosciuto errore dell’aver scritto spesso e lungo, con l’esser breve e rara in questo officio, sì come nell’opra della riverenza, e della grata memoria sarò profonda ed infinita». E in questa cosa della grata memoria forse diceva vero, perchè anche di altri amici ebbe a ricordarsi a lungo e con affetto.
Tra i molti ch’ella aveva ce n’erano alcuni di gran nome e di gran recapito, i quali meglio che amici si direbbero protettori: tali erano il Duca di Mantova, Guglielmo, e il cardinal d’Este, Luigi, figlio d’Ercole II e di Renata di Francia, fratello di Alfonso II, di Lucrezia e d’Eleonora. La Veronica dedicò, siccome abbiam veduto, le sueTerze Rimeal serenissimo signor Duca. Non sappiamo qual fosse, o qual fosse stata in passato, la relazione tra lui e lei: qualche plausibile congettura in proposito si potrebbe fare, ma senza gran pro. Nella dedicatoria la Veronica è assai riservata: dice di non essersi potuta astenere dal mandargli i suoi versi, per dare aldiscreto giudiziodi esso signor Ducaalcun leggier gusto della bassa musadi lei, e, insieme, un picciol pegno dellasviscerata osservanzae dellaumilissima servitùond’ella è a lui legatadi perpetuo indissolubil nodo. La sua pochezza le sia scusa se ella non ardiscepor bocca nel cielo dell’inestimabil valoredel serenissimo signor Duca. Il libro gli manda per mezzo di un suoancor fanciullo figliuolo, il quale nel volto, e negli atti, e in ogni guisa d’inchinevole riverenza, esprimerà ilmedesimo coredi lei nellaserenissima presenzadi lui. Certamente il Duca ebbe ad accogliere assai graziosamente il dono e chi gliel recava[537].
Al cardinale d’Este son dedicate le lettere. La Veronica fa dell’eminentissimo cardinale sperticatissime lodi, magnifica illumedi quellagloriosa virtù, esalta laincredibile cortesiae lasopra umana gentilezza, s’inginocchia davanti alladivinità del cospettoe alladivina umanitàdi sìcelebratoministro del cielo. Ella,nel concorso di molti uomini famosi di dottrina, che del continuo indrizzano a lui opere maravigliose di scienzia e di elegantissimi studii, non dubita, sebbenedonna inesperta delle discipline, e povera d’invenzione e di lingua, di dedicargli un volume dilettere giovenili, serbandoa tempo di maggior occasione, e di più prospera fortuna, e di più essercitato stile, di dargli altrarecognizioned’osservanza e d’animo devoto. Mi duole di non sapere che cosa rispondesse l’eminentissimo cardinale a lettera così ossequiosa ed amabile.
La Veronica bramava assai e si rallegrava di poter godere delcolloquio soavissimode’ suoi amici migliori[538], i quali erano letterati la più parte, e volentieri bazzicavano con le muse. Uno dei maggiori era Domenico Veniero, i cui versi a noi ora non pajono più gran cosa, ma che a’ suoi tempi fu tenuto universalmente un miracolo d’ingegno, un oracolo di sapere, un modello insuperabile di eleganza. Colpito, in età ancor giovine, da una crudeleinfermità che gli tolse per sempre l’uso delle gambe, l’unica sua consolazione trovava nei libri, nel comporre, e nella conversazione degli uomini dotti. Il suo palazzo diventò albergo di genialissimi ritrovi, ai quali accorrevano, non solo quanti erano letterati e uomini cospiqui in Venezia, ma quanti ancora, di qualche riputazione, ne venivan di fuori. Tra gli infiniti che li frequentarono si ricordano Federigo Badoaro, Girolamo Molino, Jacopo Zane, Giorgio Gradenigo, Celio Magno, Bernardo Tasso, Dionigi Atanagi, Sperone Speroni, Girolamo Ruscelli, Girolamo Muzio, Anton Giacomo Corso, Giovan Battista Amalteo, e Paolo Manuzio, e Girolamo Parabosco, e altri e altri[539]. Ora, a questi ritrovi, nei quali si ragionava di poesia, di filosofia e di ogni cosa che potesse dar grato pascolo a nobili intelletti, e ai quali crescevano diletto frequenti accademie musicali e sollazzi di più maniere, ebbe ad esser presente assai volte la Veronica. Due capitoli, il XV e il XVIII, e parecchie lettere di lei, sono indubitabilmente indirizzati a Domenico Veniero, come si ricava da alcuni significantissimi accenni, e sebbene non rechino nome alcuno. Nella lettera XLV, ella, che con unago da treccias’era ferita malamente un ginocchio, gli chiedeuna di quelle sue sedie da stroppiato. Nella XLIX lo diceil più bello, ed il più risplendente lume, che tra molte scienzie oggi dì si vegga nella professione delle lettere gentili. Nel capitolo XV accenna a unridutto, a unascola, a un
celebre concorsoD’uomini dotti, e di giudicio eletto,
celebre concorsoD’uomini dotti, e di giudicio eletto,
celebre concorso
D’uomini dotti, e di giudicio eletto,
e si scusa d’aver lasciato passar molti giorni senza andare a far riverenza a colui che,infermo in letto, avevaintorno a sè quel celebre concorso. Perdutamente innamorata, divisa da colui che ama, scoraggita e mesta, ella non aveva ardito mostrarsi; ma promette di lasciare alla prima occasione ogni altra cura per riparare al suo mancamento.
La Veronica approfittava della benevolenza del Veniero per farsi rivedere da lui, e all’occorrenza correggere, le prose e i versi[540]. Nella lettera XL dice: «subito ch’io sia spedita dalle composizioni ch’io faccio, verrò alla censura, ed al giudizio di lei, e continuerò, senza interrompimento di cosa che succeda, a servirla presenzialmente». Un po’ più oltre parla delladeliziosa compagniae dellabeata contemplazioneond’ella gode: molte volte, senza dubbio, il patrizio avrà corrette le prose e le rime della cortigiana sotto gli occhi stessi di lei, e discutendo con lei le ragioni e le regole dell’arte.
Nè della correzione la Veronica aveva da vergognarsi. Era usanza dei letterati in quel secolo sottoporre le proprie scritture, prima di farle pubbliche, al giudizio di uomini famosi per dottrina e buon gusto, ricercare di costoro i consigli, non isdegnare le correzioni. Il desiderio di toccare la perfezione, ch’era vivissimo in molti, e lo spirito di adulazione, ch’era vivissimo in più, persuadevano tale usanza. Per non ricordare altri esempii, chè innumerevoli se ne potrebbero ricordare, allo stesso Domenico Veniero sottoposero i loro versi Girolamo Fenaruolo, Jacopo Zane, Bernardino Rota, Luigi Grato, Giuliano Goselini ed altri assai. Persino Torquato Tasso ebbe a giovarsi de’ suoi consigli e de’ suoi suggerimenti. Domenico Veniero non era, del resto, il solo consigliere letterario della Veronica: tale officio avevano anche altri, e fra questi altri troviamo un ecclesiastico. A lui è scritta la lettera sesta. La Veronica gli manda stampata una diquelleoperine di che, ella dice,V. S. mi fece il favore ch’ella sa, e promette di dargli altre cose sue da leggere. Questa lettera è curiosa anche per altre cose che vi son dette. La Veronica si loda molto d’aver conosciuto un uomo di tanta dottrina e virtù, e parla dellainterna edificazioneonde l’ha riempiuta il suo esempio. Le duole che il suo vivere,intricato negli errori, e macchiato nel fango mondano, gli sia cagion di molestia e di rincrescimento; ma nota che i peccati di lei possono essere occasione all’esercizio delle virtù di lui. Lo prega d’intercedere per lei, e di ottenere perdono dal cielo ai suoitanti e così indegni falli.
La Veronica era, in Venezia, almeno, in buon concetto di letterata, e trattava i letterati da pari a pari. Volentieri si faceva conoscere a quelli che venivan di fuori, e volentieri, a richiesta altrui, prestava l’opera sua letteraria. Al Montaigne, capitato in Venezia nel 1580, ella mandò a regalare una copia delle sue lettere, ed egli diede al latore due scudi di mancia. Venuta fuori laSemiramide, tragedia di Muzio Manfredi, ella assai la lodò in un sonetto, che fece recapitare all’autore. Il Manfredi era allora in Francia, ai servigi di una duchessa di Brunswick, e rispose con la seguente lettera, scritta da Nancy il 30 di ottobre del 1591, quando la povera Veronica era già morta da più di tre mesi: «Il bellissimo sonetto, che V. S. mi ha mandato in laude della miaSemiramistragedia, mostra con la sua rarità, la divinità dell’ingegno vostro, e la forza dell’amore che sempre ho conosciuto in voi verso me, poi che in esso tanto mi onorate, e con tale spirito di sapere, e d’arte, che io ne sono rimaso, non pure pieno di maraviglia, ma di stupore. Poi l’avere V. S. trovato modo di mandarlomi fin qua, mi ha chiarito ch’ella in essere cortese ha pochi pari. La ringrazio ora con questa mia quanto più posso; ma fra poco le darò in altro stile, tal segno digratitudine, che in tutto non rimarrò vinto di cortesia, e le priego sanità ed ozio da dar l’ultima mano al suo poema epico»[541]. Come ho già detto innanzi, Bartolomeo Zacco pregava la Veronica di voleronorarecon alcuno scritto suo la figliuola ch’egli aveva perduta. Morto nel 1575 e nel fior degli anni Estor Martinengo, conte di Malpaga, il quale nel 1572 era stato capitano di fanti al servigio della Repubblica, il colonnello Francesco, fratello di lui, richiese la Veronica di volere onorare la memoria dell’estinto con una raccolta di versi suoi e di altri, come allora si usava. La Veronica si accinse all’opera, e sollecitò i letterati amici suoi, pregandoli di sollecitare a lor volta i letterati amici loro. Con la lettera XXXIX eccitava un amico aimpiegar l’opra de’ suoi delicatissimi studiiin alcuni sonetti. Diceva d’essere richiesta, da persona che le poteva comandare, di comporre sopra quella materia, e far comporre tutti gliamici e signorisuoi. Con la lettera XXII ne pregava un altro di volere scrivere e di fare scrivere a quei suoi Academici. La lettera XL tratta dello stesso argomento. Finalmente la raccolta venne fuori, composta di ventisei sonetti, preceduti da una lettera della Veronica al colonnello Francesco[542]. Gli autori dei sonetti sono, oltre alla Veronica, che ce ne mise nove, un chiarissimo signor D. V. (Domenico Veniero, senza dubbio), MarcoVeniero, Orsato Giustiniani, Bartolomeo Zacco, Celio Magno, Andrea Menichini, Marco Stecchini, Orazio Toscanella, Giovanni Scrittore, Antonio Cavassico. La Veronica dava anche versi a raccolte fatte da altri: un suo sonetto si legge fra varie composizioni poetiche pubblicate in Padova, nel 1575, da Giovanni Fratta, gentiluomo veronese ed Accademico Anonimo, per celebrare il felice dottorato dell’illustre ed eccelentissimosignor Giuseppe Spinelli.
Abbiam veduto che gli amici assenti da Venezia invitavano la Veronica ad andarli a trovare in villa: ella talvolta si scusava di non potervi andare; tal altra vi andava, e passava alcuni giorni in loro compagnia. Così fu che, non sappiamo in qual anno, si recò a Fumane, presso Verona, nella principesca villa del conte Marc’Antonio della Torre, e vi fece breve soggiorno. Il conte Marc’Antonio, della illustre famiglia che aveva un tempo signoreggiata Verona, era, sino dal 1563, preposto della cattedrale di quella città, e aveva inoltre l’officio di Referendario dell’una e dell’altra segnatura. Più volte, e in più luoghi, il papa l’aveva mandato suo commissario, e la Veronica afferma ch’egli era
Degno di mille mitre e mille imperi,
Degno di mille mitre e mille imperi,
Degno di mille mitre e mille imperi,
seguita, o preceduta in così fatto giudizio da Adriano Valermi, oscuro poeta veronese, il quale, traendo da quel nome di Della Torre argomento (come a lui sembrava) d’ingegnoso e felice bisticcio, diceva all’illustrissimo signor preposto ch’egli era tanto amico e caro a Dio quanto già era stata nemica e odiosa la torre di Babele. La villa di Fumane, di cui qualche avanzo sussiste ancora, era, a dir del Panvinio[543], la più magnifica di quante se ne vedessero nell’agro veronese, e certouna delle più famose d’Italia, degna senza dubbio d’essere commendata e ammirata da un Leon Battista Alberti, da un Sebastiano Serlio, e da quanti scrittori ed artisti del Rinascimento diedero ammaestramenti e norme circa il costruire e ordinar ville. La Veronica v’andò, tratta, così ella dice, dal desiderio di vedere quelSignor cortese e saggio,
Che regge ’l mio voler con le sue ciglia,
Che regge ’l mio voler con le sue ciglia,
Che regge ’l mio voler con le sue ciglia,
e tanto contenta rimase delle accoglienze avute e della incomparabile bellezza del luogo, che ne tolse argomento a un capitolo fervido di entusiasmo, e di quanti ne compose il più lungo[544]. V’andò senza mai interrompere il viaggio, sebbene la via fosse pessima, ed ella avesse, partendo da Venezia, l’anima conturbata da non sappiamo quali molestie.
Al fin pur giunsi a la bramata stanza,Nè potrei giamai dir sì come io fossiRaccolta con gratissima sembianza.A sì dolce spettacolo rimossiTutti i miei gravi e torbidi pensieri,Che venner meco allor che d’Adria mossi.E tra mille dolcissimi piaceriRistoro presi, e mi riconfortai,Qual fa chi il suo ben gode e ’l meglio speri.
Al fin pur giunsi a la bramata stanza,Nè potrei giamai dir sì come io fossiRaccolta con gratissima sembianza.A sì dolce spettacolo rimossiTutti i miei gravi e torbidi pensieri,Che venner meco allor che d’Adria mossi.E tra mille dolcissimi piaceriRistoro presi, e mi riconfortai,Qual fa chi il suo ben gode e ’l meglio speri.
Al fin pur giunsi a la bramata stanza,
Nè potrei giamai dir sì come io fossi
Raccolta con gratissima sembianza.
A sì dolce spettacolo rimossi
Tutti i miei gravi e torbidi pensieri,
Che venner meco allor che d’Adria mossi.
E tra mille dolcissimi piaceri
Ristoro presi, e mi riconfortai,
Qual fa chi il suo ben gode e ’l meglio speri.
E la Veronica ci descrive in versi pieni di ammirazione, e spesso felici, il luogo incantevole, di cui ebbe tanto a lodarsi: in prima le ubertose colline che fan corona alla valle rotonda; un bosco di cipressi e di pini,
Pien d’ombre amiche al dì lungo e fervente;
Pien d’ombre amiche al dì lungo e fervente;
Pien d’ombre amiche al dì lungo e fervente;
le acque cristalline che zampillano e corrono per ogni banda; il giardino meraviglioso, dove l’arte gareggiacon la natura; poi il palazzo principesco, il quale sorgealquanto rilevato, e adorno di tanta bellezza e tanta magnificenza, che non ha l’eguale, se non quello del Sole, celebrato dai poeti; il palazzo signorile del Rinascimento, a cui tutte le arti hanno dato l’opera loro e i loro splendori, pieno d’ogni ricchezza e d’ogni eleganza.
I fini marmi e i porfidi lucenti,Cornici, archi, colonne, intagli e fregi.Figure, prospettive, ori ed argenti,Quivi son di tal sorte e di tai pregi,Ch’a tal grado non giungono i palagiChe fer gli antichi imperadori e regi.Ma le comodità di dentro e gli agiSon così molli che gli altrui dilettiAl par di questi sembrano disagi.Per li celati d’or vaghi ricetti,Sul pavimento che qual gemma splende,Stan sopra aurati piè candidi letti.Di sopra da ciascun d’intorno pendeDi varia seta e d’or porpora intesta,Che ’l contegno de’ letti abbraccia e prende.Di coltre ricamata, o d’altra vesta,Di ricca tela ognun s’adorna e copre,Sì ch’a fornirla ben nulla gli resta.
I fini marmi e i porfidi lucenti,Cornici, archi, colonne, intagli e fregi.Figure, prospettive, ori ed argenti,Quivi son di tal sorte e di tai pregi,Ch’a tal grado non giungono i palagiChe fer gli antichi imperadori e regi.Ma le comodità di dentro e gli agiSon così molli che gli altrui dilettiAl par di questi sembrano disagi.Per li celati d’or vaghi ricetti,Sul pavimento che qual gemma splende,Stan sopra aurati piè candidi letti.Di sopra da ciascun d’intorno pendeDi varia seta e d’or porpora intesta,Che ’l contegno de’ letti abbraccia e prende.Di coltre ricamata, o d’altra vesta,Di ricca tela ognun s’adorna e copre,Sì ch’a fornirla ben nulla gli resta.
I fini marmi e i porfidi lucenti,
Cornici, archi, colonne, intagli e fregi.
Figure, prospettive, ori ed argenti,
Quivi son di tal sorte e di tai pregi,
Ch’a tal grado non giungono i palagi
Che fer gli antichi imperadori e regi.
Ma le comodità di dentro e gli agi
Son così molli che gli altrui diletti
Al par di questi sembrano disagi.
Per li celati d’or vaghi ricetti,
Sul pavimento che qual gemma splende,
Stan sopra aurati piè candidi letti.
Di sopra da ciascun d’intorno pende
Di varia seta e d’or porpora intesta,
Che ’l contegno de’ letti abbraccia e prende.
Di coltre ricamata, o d’altra vesta,
Di ricca tela ognun s’adorna e copre,
Sì ch’a fornirla ben nulla gli resta.
Poidiversi disegni e diverse opresu cortine, su tappeti, su arazzi,in tutti i lati. Un’arte miracolosa ha chiamato a nuova vita su quelle pareti, su quelle vôlte, le antiche divinità innamorate, ha rievocato le più leggiadre tra le fantasie elleniche: Giove che in pioggia d’oro scende nel grembo a Danae, Io trasformata in giovenca, l’aquila che rapisce Ganimede. Altre pitture, da altro pensiero inspirate, mostrano i ritratti di tutti i pontefici, e d’infiniti cardinali e prelati che
in noi pensieriDestano de le cose più eccellenti.
in noi pensieriDestano de le cose più eccellenti.
in noi pensieri
Destano de le cose più eccellenti.
Nel beato soggiorno è ogni diletto, e liberamente attende ogni persona a quello spasso che più gli va a genio: chi va a caccia, chi bada a pescare, chi si sta senza far nulla, sedendo al rezzo.
Nel capitolo XI è cenno di una andata della nostra poetessa a Verona, a mezzo il verno, e di unricettoche ella bea di sua presenza,per destin felice d’un altro amante: non è improbabile che quest’altro amante fosse lo stesso Marc’Antonio della Torre[545].
Ma per quanto liete ed affettuose fossero le accoglienze degli amici, per quanto amene e sontuose le ville loro, la Veronica preferiva ad ogni altro soggiorno quello della sua Venezia. Quando,
Per fortuna nojosa e violenta,
Per fortuna nojosa e violenta,
Per fortuna nojosa e violenta,
ella n’era da alcun tempo lontana, non aveva pace e contava l’ore che mancavano ancora al ritorno. Rivedeva, nell’accesa fantasia, i palazzi marmorei, ricchi di fregi più simili a lavoro d’ago che di scalpello, specchiarsi nei mille canali con cui la laguna sembra che allacci a sè
l’alma cittadeDel mar reina, in mezzo ’l mar assisa;
l’alma cittadeDel mar reina, in mezzo ’l mar assisa;
l’alma cittade
Del mar reina, in mezzo ’l mar assisa;
la città ricca di quanta ricchezza e di quanti beni il mondo produce,
Sì ch’eterna abondanzia la circonda,E di tutti i paesi fruttuosiPiù ricca è d’Adria l’arenosa sponda.
Sì ch’eterna abondanzia la circonda,E di tutti i paesi fruttuosiPiù ricca è d’Adria l’arenosa sponda.
Sì ch’eterna abondanzia la circonda,
E di tutti i paesi fruttuosi
Più ricca è d’Adria l’arenosa sponda.
Ed in qual parte del mondo s’ama come s’ama in Venezia?
Il mar e ’l lito quivi arde e sfavillaD’amor, che tra nereidi e semidei,Quell’acque salse di dolcezza instilla.Venere in cerchio ancor de gli altri deiScende dal ciel su questa bella riva,Con l’alme grazie in compagnia di lei.
Il mar e ’l lito quivi arde e sfavillaD’amor, che tra nereidi e semidei,Quell’acque salse di dolcezza instilla.Venere in cerchio ancor de gli altri deiScende dal ciel su questa bella riva,Con l’alme grazie in compagnia di lei.
Il mar e ’l lito quivi arde e sfavilla
D’amor, che tra nereidi e semidei,
Quell’acque salse di dolcezza instilla.
Venere in cerchio ancor de gli altri dei
Scende dal ciel su questa bella riva,
Con l’alme grazie in compagnia di lei.
Il ricordo di Venezia, della patria suacelebre e magna, le faceva odiare i campi[546]. Non contenta d’innalzar ella Venezia sopra le città tutte, voleva che anche gli amanti suoi la lodassero[547]; era lieta che altri desse l’opera sua alla città regina[548], e consolando un tale di non so che avversità, gli ricordava avere egli avuta la grandissima ventura di nascere in Venezia[549].
E in Venezia aveva la Veronica tutti i suoi piaceri e tutti i suoi comodi. Non solo frequentava i ritrovi degli amici, ma ne teneva ella pure in sua casa, e quali spassi vi usassero e come ci si spendessero l’ore, in parte sappiamo da lei medesima, in parte possiamo immaginare. La musica vi teneva grande luogo. Con la lettera nona la Veronica chiede in prestito a un amico uno strumento a corda, e lui stesso prega di voler venire il giorno seguente in casa sua, alleventi ore, in occasione, dice,ch’io faccio musica[550]. Il repertorio musicale era allora assai copioso: i madrigali, le villanelle, le mattinate, le disperate, gli strambotti, le napolitane, le siciliane, intonate da maestri valenti, fioccavano, più che altrove, in Venezia, e le nuove e belle acquistavano gran voga e si ripetevano da tutti[551]. Molte di certo ne avrà conosciute la Veronica, e quando, lasciati in riposo gli strumenti musicali, si dava corso ai ragionamenti e al novellare, possiam credere che tanto ella, quanto gli amici suoi, recassero volentieri in mezzo certi indovinelli, certi passerotti un po’ liberi, come piacevano al secolo, certe poesie allegre, e certe storie e fanfaluche da far ridere, comeel lamento de Cosin,e laVita de l’omo pizinin, la fiaba dei Buraneli, quella di Comare Oca, quella dell’Uccel Bel Verde, e altre ricordate dal Calmo, alternandole con varii giuochi, ch’erano allora inuso[552], e con le danze più in voga. La Veronica conosceva inoltre, e giustamente apprezzava il piacere che si prova a stare a tavola, in compagnia di amici alla buona, senza soggezione, entro una camera ben chiusa e ben calda, quando fuori imperversa l’inverno. Invitando un amico, e pregandolo di condurne seco un altro, ella dice: Il tempo è piovoso, einvita ogni buona persona a provedersi di dolce trattenimento al coperto ed al fuoco, almeno fino a sera. Il desinare saràsine fuco et ceremoniis, more majorum; e se vorrete,dice,aggiungervi un fiaschino di quella vostra buona malvasia, di tanto mi contento, e di più non vi condanno[553]. Altri spassi non mancavano fuori di casa, secondo i tempi, come l’andare in gondola a diporto, pescare e uccellare in laguna, visitare i giardini, assistere alla rappresentazione delle commedie e ai giuochi varii che si facevano continuamente in città[554].
Della casa sua, e della masserizia che aveva, la Veronica non parla. Solo una volta la udiamo chiedere, a pigione senza dubbio, a un grazioso, gentile e molto onorato signore, una casa,per forma, e per sito, e peradornamenti comoda, e godevole, e piena de ricreazione[555]. Se la chiedeva, doveva anche avere di che arredarla convenientemente, e possiamo credere che in casa sua non mancasse quel lusso che, come abbiam veduto era solito nelle case delle cortigiane illustri. Se non ricca, la Veronica fu certamente agiata, almeno in un tempo di sua vita; giacchè, se quando, nel 1582, ella presentò ai Dieci Savii sopra le decime la nota de’ suoi beni, questi sembra si riducessero a poca cosa, sappiamo da altra banda da lei stessa che ella aveva perduto buona parte del suo nel contagio del 1575 e del 1576[556]; in qual modo, non dice. I suoi due testamenti del 1564 e del 1570 la mostrano in possesso di un patrimonio che non è valutato, ma che sembra abbastanza cospicuo[557], e nel 1580 essa doveva vivere lautamente, se poteva tenersi in casa un precettore pel figliuolo Achilletto, e servitori e fantesche.
Quella perdita mostra già che la vita della Veronica non sempre corse tranquilla e gioconda; ma non è essa il solo fatto spiacevole che gliel abbia turbata. Se gli amici le si mostrarono di solito affezionati e devoti, non mancarono nemici che a più riprese le diedero noja e s’ingegnarono di nuocerle. Uno di essi, lo dice ella stessa, tentò con calunnie di contaminare l’onordi lei, levando un grande scandalo[558]; un altro le scrisse contro unacanzone infamatoria, chiamandola meretrice[559], e non fu questa la sola poesia composta in suo biasimo. Fra cotesti denigratori pare ce ne fosse qualcuno che con la satira e con la maldicenza si vendicava di rifiuti sofferti[560]; e non è improbabile che alcuno di essi sia autore di certo testamento apocrifo di Lodovico Ramberti, il quale si legge in un codice miscellaneo del Museo Correr in Venezia. In questa scrittura, non molto arguta a dir vero, il Ramberti, che dice d’esserecon qualche pericolo del corpo, sì per l’età, sì per i moltidisordiniuso a fare con la sua dilettissima madonna Veronica e col soavissimo suo messer Zuane Bragadin, dispone in modo burlesco delle cose sue. Alla Veronica lascia il suo buon letto di piume,con patto che la nol possa nè vender, nè impegnar, nè dar a zudii, e le fa altri lasciti ridicoli. Vuole che sulla sua tomba s’incidano alcuni versi, fattura, è detto, della stessa Veronica[561]. Costei, o non curava tali assalti, o con garbo se ne schermiva, mostrando che spesso l’altrui biasimo si converte in lode, affermando che chi ingiuria non provocato ingiuria sè stesso,
E ’l voler oscurar il vero espressoCon le torbide macchie de gli inchiostriIn buona civiltà non è permesso;
E ’l voler oscurar il vero espressoCon le torbide macchie de gli inchiostriIn buona civiltà non è permesso;
E ’l voler oscurar il vero espresso
Con le torbide macchie de gli inchiostri
In buona civiltà non è permesso;
rispondendo talvolta alle satire con le satire[562], e avvertendo talaltra i calunniatori di tacere, se non volevano ch’ella cominciasse a parlare a sua volta[563].
Di questi nemici, i quali del resto nè nocquero molto, nè molto potevano nuocere, non ci son noti i nomi; ma ben ci son noti d’altri, che tentarono di mettere la Veronica in un assai brutto imbroglio, e per poco non ci riuscirono. Ciò avveniva nel 1580. Un Rodolfo Vanitelli, precettore di Achilletto, sostenuto dalle testimonianze di una donna Bortola e di un Giovanni Vendelino, tedesco, l’una e l’altro ai servigi della Veronica, denunziarono costei al tribunale del Sant’Uffizio. I misfatti di cui costoro, messi forse su, forse pagati da qualche nemico maggiore rimasto nell’ombra, l’accusavano, erano parecchi. Per ritrovare un pajo di forbici con la guaina d’argento, e un uffiziolo dorato che le erano stati rubati, la Veronica aveva fatto uso di sortilegi, e aveva invocato il diavolo, servendosi in quelle detestabili pratiche di un anello benedetto, di olivo benedetto, di acqua e di candele benedette, fatte prendere da Achilletto nella vicina chiesa di San Giovanni Nuovo. Inoltre teneva in casa giuochi proibiti, commettendo molte poltronerie, dando la mancia a coloro che avrebbero potuto denunziarla, perchè tacessero. Non udiva mai messa; mangiava di grasso nei giorni vietati, e s’era fatta ajutare dal diavolo a innamorare certi tedeschi. L’accusavano ancora di aver simulato un matrimonio, a solo fine di poter portare gli smanigli d’oro e l’altre gioje che la legge non consentiva alle meretrici. Chiedevano da ultimo che, senza riguardo ai molti protettori, si desse alla rea donna il castigo che meritava[564].
Tali accuse, oggi, farebbero ridere; ma erano gravissime allora, e portavano pericolo grande anche se insensate, anzi appunto perchè insensate. Ventidue anni dopo, in Modena, fu fatto un processo ad Alessandro Tassoni, che allora era in Ispagna, per esserglisi trovata in casauna boccia di vetro con dentro uno di quei diavoli detti diavoli di Cartesio[565]. Col Santo Uffizio c’era poco da scherzare, e chi ci si lasciava cogliere il dito non era mai sicuro di non averci a passare con tutta la persona, cioè a dire di non finire nel fondo di una prigione perpetua, o sopra un rogo. Oltre a ciò le donne di mala vita erano in fama di ricorrere volentieri alle fattuccherie, e lo Zoppino fatto frate, nel già citato Ragionamento dell’Aretino, ne ricorda parecchie, strane, orribili e disgustose, di cui quelle usavano per trarsi in casa gli innamorati[566]. Le accuse mosse alla Veronica dovevano dunque, ai giudici del Sant’Uffizio, sembrar tutt’altro che inverosimili, e se costei riuscì a purgarsene, come fece, il merito è senza dubbio, assai più suo che loro.
Non col solo tribunale ecclesiastico ebbe briga la Veronica; l’ebbe anche coi tribunali civili. Le lettere di lei contengono accenni a due diverse liti[567], di cui ignoriamole ragioni. L’una, trattata durante un’assenza della Veronica da Venezia, e vinta da lei, l’aveva provocata un gentiluomo di mala fede, dalle cui promesse ella s’era,per bontà di natura, lasciata ingannare. L’altra non sappiamo che esito avesse; sappiamo solo che l’avvocato, a cui la Veronica aveva affidato il patrocinio del proprio diritto, trascurava il suo officio e non veniva a capo di nulla, tanto che costei gli chiese la restituzione delle carte a lui affidate. Entrambe le avranno, senza dubbio, procacciato noje parecchie, e a tali noje accenna ella forse, quando parla di occupazioni chea guisa d’idra, più ella le tronca, più le si vanno moltiplicando d’attorno[568]. Ma non furono queste, di certo, le sole sue noje. In più e più luoghi delle rime e delle lettere ella accenna a fastidii gravi, senza dir quali fossero: una volta giunge a parlare dell’empio stile della sua iniqua fortuna[569]. E la salute non l’ajutò sempre, anzi le si fece, sembra, assai cagionevole. In una delle sue lettere dice: «mi sento per continuo uso sì fattamente indisposta, che mal posso affaticar l’ingegno e la penna»[570]. E nel costituto presentato al Sant’Uffizio, quando fu accusata dal Vanitelli, dichiara: «In questo anno mi ho amalado assai volte, ed ha mo un anno sono stata 4 mesi amalada che mai mi ho movesto di letto». Notisi che la Veronica non aveva allora più di trentaquattro anni.
Può darsi, anzi è probabile, che il venirle meno della salute fosse per lei come un avvertimento e un ammonizione d’avere a cambiar vita; ma altre cagioni ancora debbono, in quel medesimo anno 1580, averla disposta e avviata alla conversione, con cui, al par della Tulliae di molte altre cortigiane famose chiuse la sua carriera. Il processo fattole dal Santo Uffizio, il pericolo corso, e le molestie sofferte, non avranno mancato di aggiungere sollecitazioni e stimoli al desiderio che già forse l’era sorto nell’animo, infervorando in lei, per una parte, il sentimento religioso, che, del resto, nelle lettere si appalesa sempre assai vivo, e aumentando, per l’altra, la sazietà e il disgusto della vita cortigianesca. Quella vita, di cui tanto rammarichio fece sul tardi la Tullia, anche alla Veronica non andò troppo a genio; se non negli anni suoi più verdi, il che mi parrebbe temerario affermare, almeno in quelli alquanto più maturi. Di ciò è documento una lettera con cui ella tentava dissuadere una madre dal far cortigiana la propria figliuola. La Veronica s’era profferta di far accettar la fanciulla nella così detta Casa delle zitelle, e di ajutarla del suo; ma la madre, sorda ai buoni consigli, e noncurante delle profferte, si ostinava nel tristo proposito. La Veronica allora le fa intendere il suo risentimento, e le dipinge con assai foschi colori laprofessiondelle cortigiane, «nella quale ha gran fatica di riuscir chi sia bella, e abbia maniera e giudizio e conoscenza di molte virtù». Non è vita più misera e più vile di quella delle cortigiane. «Troppo infelice cosa, e troppo contraria al senso umano, è l’obbligar il corpo e l’industria di una tal servitù, che spaventa solamente a pensarne; darsi in preda di tanti, con rischio d’esser dispogliata, d’esser rubata, d’esser uccisa; ch’un solo un dì ti toglia quanto con molti in molto tempo hai acquistato, con tant’altri pericoli d’ingiurie e d’infermità contagiose e spaventose». Credete a me, ella dice, tra tutte le sciagure mondane questa è l’estrema; e gran mercè se non fosse più oltre che mondana; ma le si aggiungecertezza di dannazione eterna[571].
Un’altra ragione non vorrei togliere, o almeno non vorrei togliere in tutto, alla conversione della Veronica; gli anni che la sopraggiungevano. Nel 1580 quegli anni non erano ancora molti, ma non erano nemmeno pochi per la professione di cortigiana, e d’una cortigiana che aveva una riputazione da serbare, un nome famoso da tener alto. Scorse ella alcun segno di scemato ardore negli amanti suoi? conobbe minore la frequenza degli ammiratori intorno al suo uscio? o vide ella stessa, nel suo volto, alcuna di quelle tracce lasciate dalla mano villana del tempo inesorabile, che consigliavano l’antica donna galante a dedicare a Venere lo specchio: