538.Lettera XLII, p. 75.539.VediSerassi,La Vita di Domenico Veniero, preposta alla edizione delleRime, Bergamo, 1751, p. XIII.540.Vedi il capitolo XVIII, e le lettere XL, p. 73; XIX, p. 84.541.Lettere brevissime diMutio Manfredi,il Fermo Academico Olimpico, ecc.,scritte tutte in un anno, ecc., Venezia, 1606, p. 249. Il sonetto della Veronica si legge nella edizione che dellaSemiramidefa fatta in Bergamo per Comin Ventura nel 1593.542.Rime di diversi eccellentissimi auttori nella morte dell’Illustre Sign. Estor Martinengo Conte di Malpaga. Raccolte, et mandate all’illustre, et valoroso Colonnello il S. Francesco Martinengo suo fratello, Conte di Malpaga. Dalla SignoraVeronica Franco. Senza nessuna nota tipografica.543.De antiquitate et viris illustribus Veronae, Padova, 1647, l. I, c. 20.544.È il XXV, cioè l’ultimo, e conta non meno di 565 versi.545.Molti altri amici nobili e illustri ebbe certamente la Veronica. Nel secondo testamento ella designa quale uno de’ suoi esecutori testamentarii il magnifico messer Lorenzo Morosini, e raccomanda i figliuoli al chiarissimo messer Giambattista Bernardo.546.Capitolo XXII. Anche nel capitolo III deplora la Veronica d’essersi allontanata da Venezia:E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossaDa la mia patria.547.Capitolo XII.548.Parlando, nel capitolo XV, del colonnello, fratello di Estor Martinengo, diceva:E come donna in questa patria nata,Vorrei, ch’ov’ha di lui bisogno andasse,E ch’opra a lei prestasse utile e grata.549.Lettera V, pag. 6. Gerolamo Fenaruolo, volendo dissuadere Adriano Willaert dal partirsi di Venezia, scriveva in un suo capitolo:Questa Venezia è una città d’assai,È un novo mondo, un novo Paradiso,E sarà così fatta sempre mai.Se voi guardate gli uomini nel viso,Qui vedrete più vecchi che non sonoE stelle in cielo e gamberi a Treviso.E questo nasce perchè l’aere è buono,Perchè sempre si vive in allegrezza,Perchè quel che si mangia ci sa buono.L’infinita abbondanza e la ricchezza,I comodi, i diletti, ed i piaceriFan veder vita eterna a la vecchiezza.E senza tante pinole e cristeriTiran dal corpo al fondo del crivelloLa soma d’ogni sorte di pensieri.Sansovino,Sette libri di satire, f. 193 r.550.Di trattenimenti musioali è pur cenno nella lettera XLVI, pag. 79.551.Parlando di certa canzone della Ghirometta, dice Scipione Ammirato in un luogo de’ suoiOpuscoli: «Era uscita allor per Venezia questa canzone in campagna, e cantavasi da piccoli, e da grandi di giorno, e di notte per le piazze, e per le vie sì fattamente, che ciascuno avea del continuo gli orecchi intronati dal tuono di questa canzone». Cito da un opuscoletto per nozze, intitolatoNovellediScipione Ammirato, Bologna, 1856, p. 10.552.V. le lettere del Calmo ad Angiola Sara e alla signora Frondosa, ediz. cit. l. III, lett. 39, l. IV, lett. 42, pp. 245, 346-7.553.Lettera XIII, p. 21.554.Nell’opera diGiacomo Franco,Habiti d’huomini et donne venetianeecc., sono due stampe che qui vogliono essere ricordate. La prima rappresenta molte gondole con persone che vanno a diporto. In una è una tavola imbandita con uomini e donne che mangiano; in altra una donna che suona il clavicembalo, con altre donne e nomini che suonano varii strumenti. Sotto vi è scritto:In questa maniera la state ne’ grandi caldi si va ai freschi per li canali della Città la sera fino a mezza notte, con musiche di voci e diversi istromenti con grandissimo diletto, con le signore Cortigiane, e spesso anco si cena in barca con mirabil piacere.La seconda stampa mostra come si andasse l’inverno a uccellare in barca sulla laguna.555.Lettera XLIV, pp. 76-8.556.Vedi per tali notizieTassini,Op. cit., p. 40.557.Nel testamento del 1570 è cenno di beni mobili e stabili, diun filo di perle nº 51 ballotte, di piatti d’argento e di altra argenteria con lo stemma della Veronica.558.Capitolo XXIII.559.Capitolo XVI.560.Lettera VIII, pp. 14-6.561.VediCicogna,Op. cit., t. VI, pp. 884-5 eTassini,Op. cit., pp. 89-97. Il vero testamento del Ramberti è del 19 aprile 1570;Cicogna,ibid., p. 957;Tassini,ibid., pp. 89-97.562.Lettera XLVIII, pp. 82-4.563.Lettera XXX, pp. 58-9. Il detrattore cui questa lettera è scritta aveva commesso in casa della Veronica, a quanto costei afferma, unvilissimo mancamento, non sappiam quale.564.VediTassini,Op. cit.pp. 23-5.565.Sandonnini,Alessandro Tassoni ed il Sant’Uffizio, inGiornale storico della letteratura italiana, vol. IX, pp. 345 sgg.566.Una delle più semplici consisteva in tracciar certi cuori nella cenere calda, e in recitarvi su questi versi:Prima che ’l fuoco spenghiFa che a mia porta venghi.Tal ti punga il mio amoreQuale io fo questo cuore.Vedi pp. 425-6. Cfr.Ragionamenti, parte II, giornata III, pp. 406-10. Delle malie che usavano le meretrici per trattenere gli amanti è cenno in una poesia diVincenzo Belando, intitolataScudo d’amanti dove si scuopre gli assassinamenti, inganni, astutie, forfanterie e truffarie che usano le puttane per ingannare i simplici giovani, ecc., stampata insieme con leLettere facete e chiribizzose, ecc. dello stesso autore, Parigi, 1588. Uno stuolo di maliarde faceva comparire ilVenieronel trionfo di Elena Ballerina in Roma,La Puttana errante, canto IV. Cfr.La vieille courtisanedelDu BellayeLuciano,Dialoghi delle cortigiane, I, IV.567.Lettere XI, pp. 18-20; XXXI, pp. 60-2.568.Lettera XXXIX, p. 71.569.Lettera XXXVIII, p. 70.570.Ibid.571.Lettera XXII, pp. 41-6.572.Novelle letterarieper l’anno 1757, pag. 320;Cicogna,Op. cit., vol. VI, pag. 884;Tassini,Op. cit., p. 65.573.Entrambi questi sonetti furono pubblicati dalCicogna,Op. cit., t. V, pag. 424.574.Tassini,Op. cit., p. 39.575.Lo pubblicò ilCicogna,Op. cit., t. V, pp. 414-5.576.Tassini,Op. cit., p. 43.577.Cicogna,Op. cit., t. V, p. 412.578.Anche questo documento fu pubblicato dalCicogna,Op. cit., t. V, pp. 416-7.579.Lettera XXXIX, p. 71. Della madre la Veronica non fa parola se non nel suo secondo testamento, dove è detto: «It. lasso a suor Marina, monaca nel mon. di S. Bernardin in Padova, duc. diese per una volta tantum, i quali duc. diese ghe lasso per discargo dell’anima di mia madre, perchè suo padre ghe li aveva lassati, quali gli siino dati subito venduta la mia robba». Fu la madre forse quella che la spinse al vizio, o che, semplicemente, la trasse al suo esempio? L’ho già detto: potrebbe darsi. Nel suo Memoriale la Veronica dice che molte madri meretrici, «ridutte in bisogno, vendono secretamente la verginità de le proprie innocenti figliole, incaminandole per la medesima via del peccato che esse hanno tenuto». Una di tali vendute fu probabilmente la Veronica.580.Lettera XV, p. 23.581.Veggasi, per esempio, la lettera XVIII, p. 31.582.Vedi intorno a Tullia d’AragonaGuido Biagi,Un’etèra romana, inNuova Antologia, serie 3ª, vol. IV (1836) pp. 654-711.583.Lettera XXXVIII, p. 70.584.L’edizione più antica di questi due curiosi poemetti credo sia la seguente:El vanto della cortigiana ferrarese qual narra la bellezza sua. Con il lamento per esser redutta in la carretta per el mal franzese et l’amonitorio che fa alle altre donne. Seguita l’epigramma con el purgatorio delle cortigiane, perGiov. Bapt. Verini, Venezia, 1532. Molte altre edizioni se ne fecero, per le quali vedi laBibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, etc., vol. V, p. 241, vol. VI, p. 384, eRossi,Le lettere del Calmo, Appendice I, pp. 386-8. IlPurgatorioè di maestro Andrea dipintore; che ilVantoe ilLamentosieno di Giambattista Verini, fiorentino, è probabile, ma non è provato. Ad ogni modo la scena dei due poemetti è in Roma. Io riproduco qui l’uno e l’altro secondo una stampa veneziana del 1538, ritoccando solo la grafia e qualche verso che nel testo non torna, acconciando alcuno errore. La medesima stampa contiene pureIl lamento e la morte de la cortigiana, in undici terzine; ma è cosa che non merita d’essere trascritta.585.Questi nomi li abbiemo già trovati, e provano che il poemetto dovette essere composto verso il 1530.586.Forsetrinaledatrina?ma i vocabolarii non l’hanno.587.Vedi qui addietro pp. 234-5.588.Traggo questa poesia, che non ha altro titolo, dal raro volume già citato,Delle rime piacevoli di diversi autori. Nuovamente accolte daM. Modesto Pino,et intitolato La Carovana, parte prima, ff. 25 r. a 27 v.589.Vedi qui addietro p. 287.590.Vedi la lettera del Paolucci inLettere diLodovico Ariostoraccolte daA. Cappelli, 3ª edizione, Milano, 1887, pp.CLXXIsgg. Primo a pubblicarla fu ilCamporinelle sueNotizie di Raffaello, Atti e mem. delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm., t. I, 1863.591.Lettere, ediz. di Parigi, 1606, vol. I, f. 26 r.592.Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private, edizione di Venezia, 1599, pp. 202-4. Lo stesso racconto si ha pure nelDemocritus ridens, Colonia, 1649, pp. 378-80. Il Serapica, o Sarapica, è ricordato più volte anche dall’Aretino, e da altri.593.Domenichi,Op. cit., p. 201.594.L’hospidale de’ pazzi incurabili, Venezia, 1617, p. 49.595.Vita Leonis X, l. IV, ediz. di Firenze, 1551, p. 98. A dir vero il Giovio nomina solamente il Poggio, il Moro, fra Mariano e Brandino. Fra Martino è ricordato daSigismondo Tizionella voluminosa e manoscritta sua Cronaca di Siena (ap.Fabroni,Leonis X Pontificis Vita, Pisa, 1797, pag. 295, n. 82), e lo stesso Tizio narra pure con indignate parole come il cardinale Raffaele Petrucci mandasse il bastardo Andrea al pontefice (V. l’intero passo, che merita d’esser letto, riferito dalMazzi,La Congrega dei Rozzi di Siena nel secolo XVI, Firenze 1882, vol. I, p. 73). Ma ce n’erano anche degli altri. NellaCortegianadell’Aretino(atto I, sc. 12) un pescatore dice al Rosso, vendendogli certe lamprede: «L’altre l’ha tolte or ora lo spenditore di fra Mariano per dar cena al Moro, a Brandino, al Proto, a Troja, ed a tutti i ghiotti di palazzo». Troja era nientemeno che il vescovo di Troja; del Proto vedremo or ora. Quanto al Rosso introdotto dall’Aretino nella sua commedia, egli è probabilmente tutt’uno con un Rosso buffone, ricordato dallo stessoAretinonel capitoloAl principe di Salerno, nella giornata II della parte I deiRagionamentie nelRagionamento delle corti, e poi anche dalMauronel capitolo ad Ottaviano Salvi e dalTansillonel capitolo a Cola Maria Rocco e in quello al duca di Sessa. Dice di luiOrtensio Lando: «Il Rosso buffone, mentre servì Ippolito cardinale de’ Medici acquistò e facultà e fama grande, e ne viverà immortalmente» (Sette libri de cathaloghi a varie cose appartenenti, Venezia, 1552, l. VI, p. 501). Non è fuor del probabile che anche il Rosso abbia frequentata la corte di Leone X.596.Vedi, per i secoli che precedono il XVI, un articolo diAdolfo Bartoli,Buffoni di corte, nelFanfulla della Domenicadel 1882, nº 11.597.Orlando Furioso, c. XXXV, 20.598.La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 1587, disc. CXIX, p. 816. Cfr.Giulio Landi,Attioni morali, Venezia, 1564, p. 402, sgg.599.Il Cortegiano, ediz. di Firenze, 1854, l. II, XLVI.600.Opuscula moralia et politica, Parigi, 1645,De re aulica, l. 1, c. 6.601.Non so donde ilFlögelabbia tratta la notizia che Paolo II nutrì matti e buffoni (Geschichte der Hofnarren, Liegnitz e Lipsia, 1789, p. 434). Il Platina tanto avverso, e per buone ragioni, a quel pontefice, non fa parola di ciò nella Vita che ne compose.602.Burchard,Diarium sive rerum urbanarum commentarii, edizione di Parigi, 1883-5, vol. III, pp. 126-7.603.Novelle, parte I, nov. 30; parte IV, nov. 27.604.Marcantonio Sidonio, Francesco del Lago di Garda e il Cimarosto sono ricordati daOrtensio Lando,Op. e l. cit.Il Cimarosto era di Brescia e se ne andò, come tanti altri suoi pari, a Roma per cercarvi fortuna. E in Roma ebbe occasione, se s’ha a credere alloStraparola, di far ridere sgangheratamente con certa sua burla Leone X (VediLe piacevoli notti, notte VII, fav. 3. Veramente, per un errore stranissimo ed inesplicabile, lo Straparola parla di unsommo pontefice Leone di nazione alemanno; ma non è dubbio ch’egli intende di Leone X. Alemanno fu Leone IX [1048-54]. Nelle edizioni espurgate dellePiacevoli nottiCimarosto rimane, ma Roma si muta in Firenze e il papa in un senatore). Del Bargiacca narra certa novellaTommaso Costo,Il Fuggilozio, Venezia, 1601, giornata V, p. 361.Marc’Antonio Majoraggioaccenna, nella suaOratio de laudibus auri, all’uso che avevano i cardinali di nutrire buffoni. Aveva torto perciò ilMaurodi dire, parlando appunto dei buffoni, nel già citato capitolo a Ottaviano Salvi:Non han però virtute in Cardinali,I quai non ridon così volentieriCome fan questi illustri temporali;ma probabilmente diceva a quel modo per celia. Molti altri buffoni famosi ebbe il Cinquecento. Ricorderò ancora lo Strascino da Siena, che al mestier di poeta accoppiava quello di buffone, e fece ridere Leone X con le commedie e coi lazzi suoi; il Bruschetto di Antibo, che dice ilLando(Op. e l. cit.) si guadagnò con le buffonerie diecimila scudi, e fu fatto maestro delle poste; il Moretto da Lucca, vincitore in molte gare di buffoneria; un Berto, ricordato dalCastiglione(Op. cit., l. II,L); un Lionello, ricordato dalGarzoni, (Piazza, disc. L, p. 479). Di alcuni buffoni assai noti in Venezia fa menzioneAndrea Calmo,Le lettereriprodotte da V. Rossi, Torino, 1888, l. II, lett. 34, p. 139.605.Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite ed inedite diAngelo Ambrogini Poliziano, raccolte e illustrate daIsidoro del Lungo, Firenze, 1867, p. 283.606.Opere, Venezia, 1729, t. III, p. 385.607.Ediz. cit., l. II, LXXXVII.608.Ghiribizzi di Mess. Bernabò Visconti signore di Milano, scritti daGirolamo Rofiada S. Miniato, Modena, 1868, pp. 18-20.609.È cosa nota, del resto, che Leone X ebbe speciale avversione agli ordini mendicanti. Cfr. su questo tema del disprezzo onde sono colpiti i frati nel Cinquecento,Burckhardt,Die Cultur der Renaissance in Italien, 3ª ediz. Lipsia, 1877-8, vol. II, pp. 230 sgg.610.Il Cortegiano, l. II, LXXXIX. Questo Serafino è pure tra gl’interlocutori delCortegiano, l. I, IX. Anche il Garzoni ricorda fra Mariano e fra Serafino qualiburlieri eccellenti, Piazza, disc. L, p. 490.611.Alessandro Luzio,Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II, estratto dall’Archivio della R. Società Romana di storia patria, vol. IX, 1887, p. 36. Stazio Gadio, un altro dei famigliari del principe scriveva ad Isabella, informandola del medesimo fatto: «Stette tutto il dì in gran piacer di soni e canti e giochi, poi cenò, e frate Mariano de compagnia, qual fece qualche piacevoleza per far ridere, benchè mal possa scherzare, perchè è mal sano».Ibid.612.Id., ibid., p. 46.613.Id., ibid., pp. 47-9.614.Id., ibid., pp. 69-71.615.Lettera seconda citata, p. 70.616.Il cardinaleHergenroetherha intrapresa, come è noto, la pubblicazione deiRegestadi Leone X. Non posso dire se nella parte di essi pubblicata sin ora, e che si stende per i due anni 1513 e 1514, compaja il nome di fra Mariano, perchè mancando ancora un indice dei nomi, la ricerca vi è troppo malagevole.617.Accresce tale probabilità il fatto che il nome di fra Mariano non s’incontra nel Diario, o almeno nel manoscritto che se ne conserva nella Chigiana, secondo m’assicura il ch. professore Giuseppe Cugnoni, che gentilmente volle torsi la briga di percorrerlo. La stampa procurata dalDelicatie dall’Armellini(Il Diario di Leone X: dai volumi manoscritti degli Archivii Vaticani, Roma, 1884), contiene solo frammenti.618.Relazioni venete, serie II, vol. III, p. 70-1. Veramente la stampa ha:fra Mariano Ebrandino, e l’editore nota che forse in luogo diEbrandinoè da leggeree Martino; ma un Brandino è ricordato, oltre che dal Giovio, anche dall’Aretino, come vedremo.619.Comento delGrappasopra la canzone in lode della salsiccia, Scelta di cur. lett., disp. 184, Bologna, 1881, pp. 77-8. Parlando di certi tordi avuti dal conte Manfredo di Collalto, e mangiati in compagnia del Tiziano, l’Aretino dice che gli erano molto piaciuti, «come piacquero a fra Mariano, al Moro dei Nobili, al Proto da Lucca, ed al Vescovo di Troja gli ortolani, i beccafichi, i fagiani, i pavoni e le lamprede, di che si empierono il ventre con il consenso delle lor anime cuoche delle stelle pazze e ladre, che le infusero in quei corpacci, erarii della superfluità della crapula, anzi paradisi delle vivande solenni...».Lettere, vol. I, f. 26 r. Del resto non erano questi i soli gran ghiottoni. In altra delle sue lettere dice lo stesso Aretino: «Io li vidi al tempo di Leone X quei cari Cardinali del buon Dio! oh come le loro anime cuciniere riempivano voluttuosamente i proprii corpacci!».620.Giovio,Op. cit., p. 98.621.Ap.Fabroni,Op. e l. cit.622.Op. cit., p. 305.623.Op. cit., l. III, pp. 188-9. Il Lando ricorda ancora qualimoderni strenui mangiatori, un Catellaccio Fiorentino, un D. Antonio da Lecce, e un Cola Caforzio,che si mangiava una pezza di lardo. Alla voracità di fra Mariano allude senza dubbio ancheErcole Bentivoglionella satiraA. M. Flaminio, là dove dice:... io non son Mariano nè il Rizzuolo,Che come son levati, immantinenteSen vanno a far la zuppa nel siruolo.In quel passo del Tizio anche fra Martino è ricordato quale mangione famoso: ma di lui non si hanno, che io sappia, più particolari notizie.624.CapitoloIn lode della sete.625.L. II, XLIV.626.L. I, VIII.627.Lettere facete et piacevoli di diversi huomini grandi, et chiari, et begli ingegni, raccolte daDionigi Atanagi, Venezia, 1601, l. I, p. 310.628.Ediz. di Cosmopoli, 1606, p. 220.629.P. 413.630.Lettere facetegià citate, l. I, p. 167.631.Luzio,Op. cit., p. 70.632.Id.,ibid., p. 46-7.633.Le lettere diA. Calmo, ediz. cit., pp. 64-5.634.Pazeria?635.Così racconta fra Callisto Piacentino, canonico Lateranense, in una sua omelia. IlRoscoegiudica apocrifo tale racconto (The life and pontificate of Leo the tenth, cap. XXIII); ma esso è confermato da una lettera da Roma, scritta il 21 dicembre del 1521, venti giorni dopo la morte del pontefice, e riportata dal Sanudo. VediGregorovius,Geschicte der Stadt Rom im Mittelalter, Stoccarda, 1859-73, vol. VIII, p. 262.636.Il sonetto del Berni cui questi versi appartengono non fu composto contro Adriano VI, come già si credette, ma contro Clemente VII.637.Lettere scritte a Pietro Aretino, emendate per cura diT. Landoni, Bologna, 1873-5, vol. I, p.teI, p. 14-15. Fra Sebastiano diede notizia della cosa anche a Michelangelo Buonarroti. Del succedere di fra Sebastiano a fra Mariano nell’officio di piombatore fa cenno anche ilVasarinella Vita di quello,Opere, ediz. del Sansoni, Firenze, 1877 sgg., vol. V, p. 576.638.Ibid., pp. 102-3.
538.Lettera XLII, p. 75.
538.Lettera XLII, p. 75.
539.VediSerassi,La Vita di Domenico Veniero, preposta alla edizione delleRime, Bergamo, 1751, p. XIII.
539.VediSerassi,La Vita di Domenico Veniero, preposta alla edizione delleRime, Bergamo, 1751, p. XIII.
540.Vedi il capitolo XVIII, e le lettere XL, p. 73; XIX, p. 84.
540.Vedi il capitolo XVIII, e le lettere XL, p. 73; XIX, p. 84.
541.Lettere brevissime diMutio Manfredi,il Fermo Academico Olimpico, ecc.,scritte tutte in un anno, ecc., Venezia, 1606, p. 249. Il sonetto della Veronica si legge nella edizione che dellaSemiramidefa fatta in Bergamo per Comin Ventura nel 1593.
541.Lettere brevissime diMutio Manfredi,il Fermo Academico Olimpico, ecc.,scritte tutte in un anno, ecc., Venezia, 1606, p. 249. Il sonetto della Veronica si legge nella edizione che dellaSemiramidefa fatta in Bergamo per Comin Ventura nel 1593.
542.Rime di diversi eccellentissimi auttori nella morte dell’Illustre Sign. Estor Martinengo Conte di Malpaga. Raccolte, et mandate all’illustre, et valoroso Colonnello il S. Francesco Martinengo suo fratello, Conte di Malpaga. Dalla SignoraVeronica Franco. Senza nessuna nota tipografica.
542.Rime di diversi eccellentissimi auttori nella morte dell’Illustre Sign. Estor Martinengo Conte di Malpaga. Raccolte, et mandate all’illustre, et valoroso Colonnello il S. Francesco Martinengo suo fratello, Conte di Malpaga. Dalla SignoraVeronica Franco. Senza nessuna nota tipografica.
543.De antiquitate et viris illustribus Veronae, Padova, 1647, l. I, c. 20.
543.De antiquitate et viris illustribus Veronae, Padova, 1647, l. I, c. 20.
544.È il XXV, cioè l’ultimo, e conta non meno di 565 versi.
544.È il XXV, cioè l’ultimo, e conta non meno di 565 versi.
545.Molti altri amici nobili e illustri ebbe certamente la Veronica. Nel secondo testamento ella designa quale uno de’ suoi esecutori testamentarii il magnifico messer Lorenzo Morosini, e raccomanda i figliuoli al chiarissimo messer Giambattista Bernardo.
545.Molti altri amici nobili e illustri ebbe certamente la Veronica. Nel secondo testamento ella designa quale uno de’ suoi esecutori testamentarii il magnifico messer Lorenzo Morosini, e raccomanda i figliuoli al chiarissimo messer Giambattista Bernardo.
546.Capitolo XXII. Anche nel capitolo III deplora la Veronica d’essersi allontanata da Venezia:E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossaDa la mia patria.
546.Capitolo XXII. Anche nel capitolo III deplora la Veronica d’essersi allontanata da Venezia:
E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossaDa la mia patria.
E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossaDa la mia patria.
E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossa
Da la mia patria.
547.Capitolo XII.
547.Capitolo XII.
548.Parlando, nel capitolo XV, del colonnello, fratello di Estor Martinengo, diceva:E come donna in questa patria nata,Vorrei, ch’ov’ha di lui bisogno andasse,E ch’opra a lei prestasse utile e grata.
548.Parlando, nel capitolo XV, del colonnello, fratello di Estor Martinengo, diceva:
E come donna in questa patria nata,Vorrei, ch’ov’ha di lui bisogno andasse,E ch’opra a lei prestasse utile e grata.
E come donna in questa patria nata,Vorrei, ch’ov’ha di lui bisogno andasse,E ch’opra a lei prestasse utile e grata.
E come donna in questa patria nata,
Vorrei, ch’ov’ha di lui bisogno andasse,
E ch’opra a lei prestasse utile e grata.
549.Lettera V, pag. 6. Gerolamo Fenaruolo, volendo dissuadere Adriano Willaert dal partirsi di Venezia, scriveva in un suo capitolo:Questa Venezia è una città d’assai,È un novo mondo, un novo Paradiso,E sarà così fatta sempre mai.Se voi guardate gli uomini nel viso,Qui vedrete più vecchi che non sonoE stelle in cielo e gamberi a Treviso.E questo nasce perchè l’aere è buono,Perchè sempre si vive in allegrezza,Perchè quel che si mangia ci sa buono.L’infinita abbondanza e la ricchezza,I comodi, i diletti, ed i piaceriFan veder vita eterna a la vecchiezza.E senza tante pinole e cristeriTiran dal corpo al fondo del crivelloLa soma d’ogni sorte di pensieri.Sansovino,Sette libri di satire, f. 193 r.
549.Lettera V, pag. 6. Gerolamo Fenaruolo, volendo dissuadere Adriano Willaert dal partirsi di Venezia, scriveva in un suo capitolo:
Questa Venezia è una città d’assai,È un novo mondo, un novo Paradiso,E sarà così fatta sempre mai.Se voi guardate gli uomini nel viso,Qui vedrete più vecchi che non sonoE stelle in cielo e gamberi a Treviso.E questo nasce perchè l’aere è buono,Perchè sempre si vive in allegrezza,Perchè quel che si mangia ci sa buono.L’infinita abbondanza e la ricchezza,I comodi, i diletti, ed i piaceriFan veder vita eterna a la vecchiezza.E senza tante pinole e cristeriTiran dal corpo al fondo del crivelloLa soma d’ogni sorte di pensieri.
Questa Venezia è una città d’assai,È un novo mondo, un novo Paradiso,E sarà così fatta sempre mai.Se voi guardate gli uomini nel viso,Qui vedrete più vecchi che non sonoE stelle in cielo e gamberi a Treviso.E questo nasce perchè l’aere è buono,Perchè sempre si vive in allegrezza,Perchè quel che si mangia ci sa buono.L’infinita abbondanza e la ricchezza,I comodi, i diletti, ed i piaceriFan veder vita eterna a la vecchiezza.E senza tante pinole e cristeriTiran dal corpo al fondo del crivelloLa soma d’ogni sorte di pensieri.
Questa Venezia è una città d’assai,
È un novo mondo, un novo Paradiso,
E sarà così fatta sempre mai.
Se voi guardate gli uomini nel viso,
Qui vedrete più vecchi che non sono
E stelle in cielo e gamberi a Treviso.
E questo nasce perchè l’aere è buono,
Perchè sempre si vive in allegrezza,
Perchè quel che si mangia ci sa buono.
L’infinita abbondanza e la ricchezza,
I comodi, i diletti, ed i piaceri
Fan veder vita eterna a la vecchiezza.
E senza tante pinole e cristeri
Tiran dal corpo al fondo del crivello
La soma d’ogni sorte di pensieri.
Sansovino,Sette libri di satire, f. 193 r.
550.Di trattenimenti musioali è pur cenno nella lettera XLVI, pag. 79.
550.Di trattenimenti musioali è pur cenno nella lettera XLVI, pag. 79.
551.Parlando di certa canzone della Ghirometta, dice Scipione Ammirato in un luogo de’ suoiOpuscoli: «Era uscita allor per Venezia questa canzone in campagna, e cantavasi da piccoli, e da grandi di giorno, e di notte per le piazze, e per le vie sì fattamente, che ciascuno avea del continuo gli orecchi intronati dal tuono di questa canzone». Cito da un opuscoletto per nozze, intitolatoNovellediScipione Ammirato, Bologna, 1856, p. 10.
551.Parlando di certa canzone della Ghirometta, dice Scipione Ammirato in un luogo de’ suoiOpuscoli: «Era uscita allor per Venezia questa canzone in campagna, e cantavasi da piccoli, e da grandi di giorno, e di notte per le piazze, e per le vie sì fattamente, che ciascuno avea del continuo gli orecchi intronati dal tuono di questa canzone». Cito da un opuscoletto per nozze, intitolatoNovellediScipione Ammirato, Bologna, 1856, p. 10.
552.V. le lettere del Calmo ad Angiola Sara e alla signora Frondosa, ediz. cit. l. III, lett. 39, l. IV, lett. 42, pp. 245, 346-7.
552.V. le lettere del Calmo ad Angiola Sara e alla signora Frondosa, ediz. cit. l. III, lett. 39, l. IV, lett. 42, pp. 245, 346-7.
553.Lettera XIII, p. 21.
553.Lettera XIII, p. 21.
554.Nell’opera diGiacomo Franco,Habiti d’huomini et donne venetianeecc., sono due stampe che qui vogliono essere ricordate. La prima rappresenta molte gondole con persone che vanno a diporto. In una è una tavola imbandita con uomini e donne che mangiano; in altra una donna che suona il clavicembalo, con altre donne e nomini che suonano varii strumenti. Sotto vi è scritto:In questa maniera la state ne’ grandi caldi si va ai freschi per li canali della Città la sera fino a mezza notte, con musiche di voci e diversi istromenti con grandissimo diletto, con le signore Cortigiane, e spesso anco si cena in barca con mirabil piacere.La seconda stampa mostra come si andasse l’inverno a uccellare in barca sulla laguna.
554.Nell’opera diGiacomo Franco,Habiti d’huomini et donne venetianeecc., sono due stampe che qui vogliono essere ricordate. La prima rappresenta molte gondole con persone che vanno a diporto. In una è una tavola imbandita con uomini e donne che mangiano; in altra una donna che suona il clavicembalo, con altre donne e nomini che suonano varii strumenti. Sotto vi è scritto:In questa maniera la state ne’ grandi caldi si va ai freschi per li canali della Città la sera fino a mezza notte, con musiche di voci e diversi istromenti con grandissimo diletto, con le signore Cortigiane, e spesso anco si cena in barca con mirabil piacere.La seconda stampa mostra come si andasse l’inverno a uccellare in barca sulla laguna.
555.Lettera XLIV, pp. 76-8.
555.Lettera XLIV, pp. 76-8.
556.Vedi per tali notizieTassini,Op. cit., p. 40.
556.Vedi per tali notizieTassini,Op. cit., p. 40.
557.Nel testamento del 1570 è cenno di beni mobili e stabili, diun filo di perle nº 51 ballotte, di piatti d’argento e di altra argenteria con lo stemma della Veronica.
557.Nel testamento del 1570 è cenno di beni mobili e stabili, diun filo di perle nº 51 ballotte, di piatti d’argento e di altra argenteria con lo stemma della Veronica.
558.Capitolo XXIII.
558.Capitolo XXIII.
559.Capitolo XVI.
559.Capitolo XVI.
560.Lettera VIII, pp. 14-6.
560.Lettera VIII, pp. 14-6.
561.VediCicogna,Op. cit., t. VI, pp. 884-5 eTassini,Op. cit., pp. 89-97. Il vero testamento del Ramberti è del 19 aprile 1570;Cicogna,ibid., p. 957;Tassini,ibid., pp. 89-97.
561.VediCicogna,Op. cit., t. VI, pp. 884-5 eTassini,Op. cit., pp. 89-97. Il vero testamento del Ramberti è del 19 aprile 1570;Cicogna,ibid., p. 957;Tassini,ibid., pp. 89-97.
562.Lettera XLVIII, pp. 82-4.
562.Lettera XLVIII, pp. 82-4.
563.Lettera XXX, pp. 58-9. Il detrattore cui questa lettera è scritta aveva commesso in casa della Veronica, a quanto costei afferma, unvilissimo mancamento, non sappiam quale.
563.Lettera XXX, pp. 58-9. Il detrattore cui questa lettera è scritta aveva commesso in casa della Veronica, a quanto costei afferma, unvilissimo mancamento, non sappiam quale.
564.VediTassini,Op. cit.pp. 23-5.
564.VediTassini,Op. cit.pp. 23-5.
565.Sandonnini,Alessandro Tassoni ed il Sant’Uffizio, inGiornale storico della letteratura italiana, vol. IX, pp. 345 sgg.
565.Sandonnini,Alessandro Tassoni ed il Sant’Uffizio, inGiornale storico della letteratura italiana, vol. IX, pp. 345 sgg.
566.Una delle più semplici consisteva in tracciar certi cuori nella cenere calda, e in recitarvi su questi versi:Prima che ’l fuoco spenghiFa che a mia porta venghi.Tal ti punga il mio amoreQuale io fo questo cuore.Vedi pp. 425-6. Cfr.Ragionamenti, parte II, giornata III, pp. 406-10. Delle malie che usavano le meretrici per trattenere gli amanti è cenno in una poesia diVincenzo Belando, intitolataScudo d’amanti dove si scuopre gli assassinamenti, inganni, astutie, forfanterie e truffarie che usano le puttane per ingannare i simplici giovani, ecc., stampata insieme con leLettere facete e chiribizzose, ecc. dello stesso autore, Parigi, 1588. Uno stuolo di maliarde faceva comparire ilVenieronel trionfo di Elena Ballerina in Roma,La Puttana errante, canto IV. Cfr.La vieille courtisanedelDu BellayeLuciano,Dialoghi delle cortigiane, I, IV.
566.Una delle più semplici consisteva in tracciar certi cuori nella cenere calda, e in recitarvi su questi versi:
Prima che ’l fuoco spenghiFa che a mia porta venghi.Tal ti punga il mio amoreQuale io fo questo cuore.
Prima che ’l fuoco spenghiFa che a mia porta venghi.Tal ti punga il mio amoreQuale io fo questo cuore.
Prima che ’l fuoco spenghi
Fa che a mia porta venghi.
Tal ti punga il mio amore
Quale io fo questo cuore.
Vedi pp. 425-6. Cfr.Ragionamenti, parte II, giornata III, pp. 406-10. Delle malie che usavano le meretrici per trattenere gli amanti è cenno in una poesia diVincenzo Belando, intitolataScudo d’amanti dove si scuopre gli assassinamenti, inganni, astutie, forfanterie e truffarie che usano le puttane per ingannare i simplici giovani, ecc., stampata insieme con leLettere facete e chiribizzose, ecc. dello stesso autore, Parigi, 1588. Uno stuolo di maliarde faceva comparire ilVenieronel trionfo di Elena Ballerina in Roma,La Puttana errante, canto IV. Cfr.La vieille courtisanedelDu BellayeLuciano,Dialoghi delle cortigiane, I, IV.
567.Lettere XI, pp. 18-20; XXXI, pp. 60-2.
567.Lettere XI, pp. 18-20; XXXI, pp. 60-2.
568.Lettera XXXIX, p. 71.
568.Lettera XXXIX, p. 71.
569.Lettera XXXVIII, p. 70.
569.Lettera XXXVIII, p. 70.
570.Ibid.
570.Ibid.
571.Lettera XXII, pp. 41-6.
571.Lettera XXII, pp. 41-6.
572.Novelle letterarieper l’anno 1757, pag. 320;Cicogna,Op. cit., vol. VI, pag. 884;Tassini,Op. cit., p. 65.
572.Novelle letterarieper l’anno 1757, pag. 320;Cicogna,Op. cit., vol. VI, pag. 884;Tassini,Op. cit., p. 65.
573.Entrambi questi sonetti furono pubblicati dalCicogna,Op. cit., t. V, pag. 424.
573.Entrambi questi sonetti furono pubblicati dalCicogna,Op. cit., t. V, pag. 424.
574.Tassini,Op. cit., p. 39.
574.Tassini,Op. cit., p. 39.
575.Lo pubblicò ilCicogna,Op. cit., t. V, pp. 414-5.
575.Lo pubblicò ilCicogna,Op. cit., t. V, pp. 414-5.
576.Tassini,Op. cit., p. 43.
576.Tassini,Op. cit., p. 43.
577.Cicogna,Op. cit., t. V, p. 412.
577.Cicogna,Op. cit., t. V, p. 412.
578.Anche questo documento fu pubblicato dalCicogna,Op. cit., t. V, pp. 416-7.
578.Anche questo documento fu pubblicato dalCicogna,Op. cit., t. V, pp. 416-7.
579.Lettera XXXIX, p. 71. Della madre la Veronica non fa parola se non nel suo secondo testamento, dove è detto: «It. lasso a suor Marina, monaca nel mon. di S. Bernardin in Padova, duc. diese per una volta tantum, i quali duc. diese ghe lasso per discargo dell’anima di mia madre, perchè suo padre ghe li aveva lassati, quali gli siino dati subito venduta la mia robba». Fu la madre forse quella che la spinse al vizio, o che, semplicemente, la trasse al suo esempio? L’ho già detto: potrebbe darsi. Nel suo Memoriale la Veronica dice che molte madri meretrici, «ridutte in bisogno, vendono secretamente la verginità de le proprie innocenti figliole, incaminandole per la medesima via del peccato che esse hanno tenuto». Una di tali vendute fu probabilmente la Veronica.
579.Lettera XXXIX, p. 71. Della madre la Veronica non fa parola se non nel suo secondo testamento, dove è detto: «It. lasso a suor Marina, monaca nel mon. di S. Bernardin in Padova, duc. diese per una volta tantum, i quali duc. diese ghe lasso per discargo dell’anima di mia madre, perchè suo padre ghe li aveva lassati, quali gli siino dati subito venduta la mia robba». Fu la madre forse quella che la spinse al vizio, o che, semplicemente, la trasse al suo esempio? L’ho già detto: potrebbe darsi. Nel suo Memoriale la Veronica dice che molte madri meretrici, «ridutte in bisogno, vendono secretamente la verginità de le proprie innocenti figliole, incaminandole per la medesima via del peccato che esse hanno tenuto». Una di tali vendute fu probabilmente la Veronica.
580.Lettera XV, p. 23.
580.Lettera XV, p. 23.
581.Veggasi, per esempio, la lettera XVIII, p. 31.
581.Veggasi, per esempio, la lettera XVIII, p. 31.
582.Vedi intorno a Tullia d’AragonaGuido Biagi,Un’etèra romana, inNuova Antologia, serie 3ª, vol. IV (1836) pp. 654-711.
582.Vedi intorno a Tullia d’AragonaGuido Biagi,Un’etèra romana, inNuova Antologia, serie 3ª, vol. IV (1836) pp. 654-711.
583.Lettera XXXVIII, p. 70.
583.Lettera XXXVIII, p. 70.
584.L’edizione più antica di questi due curiosi poemetti credo sia la seguente:El vanto della cortigiana ferrarese qual narra la bellezza sua. Con il lamento per esser redutta in la carretta per el mal franzese et l’amonitorio che fa alle altre donne. Seguita l’epigramma con el purgatorio delle cortigiane, perGiov. Bapt. Verini, Venezia, 1532. Molte altre edizioni se ne fecero, per le quali vedi laBibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, etc., vol. V, p. 241, vol. VI, p. 384, eRossi,Le lettere del Calmo, Appendice I, pp. 386-8. IlPurgatorioè di maestro Andrea dipintore; che ilVantoe ilLamentosieno di Giambattista Verini, fiorentino, è probabile, ma non è provato. Ad ogni modo la scena dei due poemetti è in Roma. Io riproduco qui l’uno e l’altro secondo una stampa veneziana del 1538, ritoccando solo la grafia e qualche verso che nel testo non torna, acconciando alcuno errore. La medesima stampa contiene pureIl lamento e la morte de la cortigiana, in undici terzine; ma è cosa che non merita d’essere trascritta.
584.L’edizione più antica di questi due curiosi poemetti credo sia la seguente:El vanto della cortigiana ferrarese qual narra la bellezza sua. Con il lamento per esser redutta in la carretta per el mal franzese et l’amonitorio che fa alle altre donne. Seguita l’epigramma con el purgatorio delle cortigiane, perGiov. Bapt. Verini, Venezia, 1532. Molte altre edizioni se ne fecero, per le quali vedi laBibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, etc., vol. V, p. 241, vol. VI, p. 384, eRossi,Le lettere del Calmo, Appendice I, pp. 386-8. IlPurgatorioè di maestro Andrea dipintore; che ilVantoe ilLamentosieno di Giambattista Verini, fiorentino, è probabile, ma non è provato. Ad ogni modo la scena dei due poemetti è in Roma. Io riproduco qui l’uno e l’altro secondo una stampa veneziana del 1538, ritoccando solo la grafia e qualche verso che nel testo non torna, acconciando alcuno errore. La medesima stampa contiene pureIl lamento e la morte de la cortigiana, in undici terzine; ma è cosa che non merita d’essere trascritta.
585.Questi nomi li abbiemo già trovati, e provano che il poemetto dovette essere composto verso il 1530.
585.Questi nomi li abbiemo già trovati, e provano che il poemetto dovette essere composto verso il 1530.
586.Forsetrinaledatrina?ma i vocabolarii non l’hanno.
586.Forsetrinaledatrina?ma i vocabolarii non l’hanno.
587.Vedi qui addietro pp. 234-5.
587.Vedi qui addietro pp. 234-5.
588.Traggo questa poesia, che non ha altro titolo, dal raro volume già citato,Delle rime piacevoli di diversi autori. Nuovamente accolte daM. Modesto Pino,et intitolato La Carovana, parte prima, ff. 25 r. a 27 v.
588.Traggo questa poesia, che non ha altro titolo, dal raro volume già citato,Delle rime piacevoli di diversi autori. Nuovamente accolte daM. Modesto Pino,et intitolato La Carovana, parte prima, ff. 25 r. a 27 v.
589.Vedi qui addietro p. 287.
589.Vedi qui addietro p. 287.
590.Vedi la lettera del Paolucci inLettere diLodovico Ariostoraccolte daA. Cappelli, 3ª edizione, Milano, 1887, pp.CLXXIsgg. Primo a pubblicarla fu ilCamporinelle sueNotizie di Raffaello, Atti e mem. delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm., t. I, 1863.
590.Vedi la lettera del Paolucci inLettere diLodovico Ariostoraccolte daA. Cappelli, 3ª edizione, Milano, 1887, pp.CLXXIsgg. Primo a pubblicarla fu ilCamporinelle sueNotizie di Raffaello, Atti e mem. delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm., t. I, 1863.
591.Lettere, ediz. di Parigi, 1606, vol. I, f. 26 r.
591.Lettere, ediz. di Parigi, 1606, vol. I, f. 26 r.
592.Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private, edizione di Venezia, 1599, pp. 202-4. Lo stesso racconto si ha pure nelDemocritus ridens, Colonia, 1649, pp. 378-80. Il Serapica, o Sarapica, è ricordato più volte anche dall’Aretino, e da altri.
592.Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private, edizione di Venezia, 1599, pp. 202-4. Lo stesso racconto si ha pure nelDemocritus ridens, Colonia, 1649, pp. 378-80. Il Serapica, o Sarapica, è ricordato più volte anche dall’Aretino, e da altri.
593.Domenichi,Op. cit., p. 201.
593.Domenichi,Op. cit., p. 201.
594.L’hospidale de’ pazzi incurabili, Venezia, 1617, p. 49.
594.L’hospidale de’ pazzi incurabili, Venezia, 1617, p. 49.
595.Vita Leonis X, l. IV, ediz. di Firenze, 1551, p. 98. A dir vero il Giovio nomina solamente il Poggio, il Moro, fra Mariano e Brandino. Fra Martino è ricordato daSigismondo Tizionella voluminosa e manoscritta sua Cronaca di Siena (ap.Fabroni,Leonis X Pontificis Vita, Pisa, 1797, pag. 295, n. 82), e lo stesso Tizio narra pure con indignate parole come il cardinale Raffaele Petrucci mandasse il bastardo Andrea al pontefice (V. l’intero passo, che merita d’esser letto, riferito dalMazzi,La Congrega dei Rozzi di Siena nel secolo XVI, Firenze 1882, vol. I, p. 73). Ma ce n’erano anche degli altri. NellaCortegianadell’Aretino(atto I, sc. 12) un pescatore dice al Rosso, vendendogli certe lamprede: «L’altre l’ha tolte or ora lo spenditore di fra Mariano per dar cena al Moro, a Brandino, al Proto, a Troja, ed a tutti i ghiotti di palazzo». Troja era nientemeno che il vescovo di Troja; del Proto vedremo or ora. Quanto al Rosso introdotto dall’Aretino nella sua commedia, egli è probabilmente tutt’uno con un Rosso buffone, ricordato dallo stessoAretinonel capitoloAl principe di Salerno, nella giornata II della parte I deiRagionamentie nelRagionamento delle corti, e poi anche dalMauronel capitolo ad Ottaviano Salvi e dalTansillonel capitolo a Cola Maria Rocco e in quello al duca di Sessa. Dice di luiOrtensio Lando: «Il Rosso buffone, mentre servì Ippolito cardinale de’ Medici acquistò e facultà e fama grande, e ne viverà immortalmente» (Sette libri de cathaloghi a varie cose appartenenti, Venezia, 1552, l. VI, p. 501). Non è fuor del probabile che anche il Rosso abbia frequentata la corte di Leone X.
595.Vita Leonis X, l. IV, ediz. di Firenze, 1551, p. 98. A dir vero il Giovio nomina solamente il Poggio, il Moro, fra Mariano e Brandino. Fra Martino è ricordato daSigismondo Tizionella voluminosa e manoscritta sua Cronaca di Siena (ap.Fabroni,Leonis X Pontificis Vita, Pisa, 1797, pag. 295, n. 82), e lo stesso Tizio narra pure con indignate parole come il cardinale Raffaele Petrucci mandasse il bastardo Andrea al pontefice (V. l’intero passo, che merita d’esser letto, riferito dalMazzi,La Congrega dei Rozzi di Siena nel secolo XVI, Firenze 1882, vol. I, p. 73). Ma ce n’erano anche degli altri. NellaCortegianadell’Aretino(atto I, sc. 12) un pescatore dice al Rosso, vendendogli certe lamprede: «L’altre l’ha tolte or ora lo spenditore di fra Mariano per dar cena al Moro, a Brandino, al Proto, a Troja, ed a tutti i ghiotti di palazzo». Troja era nientemeno che il vescovo di Troja; del Proto vedremo or ora. Quanto al Rosso introdotto dall’Aretino nella sua commedia, egli è probabilmente tutt’uno con un Rosso buffone, ricordato dallo stessoAretinonel capitoloAl principe di Salerno, nella giornata II della parte I deiRagionamentie nelRagionamento delle corti, e poi anche dalMauronel capitolo ad Ottaviano Salvi e dalTansillonel capitolo a Cola Maria Rocco e in quello al duca di Sessa. Dice di luiOrtensio Lando: «Il Rosso buffone, mentre servì Ippolito cardinale de’ Medici acquistò e facultà e fama grande, e ne viverà immortalmente» (Sette libri de cathaloghi a varie cose appartenenti, Venezia, 1552, l. VI, p. 501). Non è fuor del probabile che anche il Rosso abbia frequentata la corte di Leone X.
596.Vedi, per i secoli che precedono il XVI, un articolo diAdolfo Bartoli,Buffoni di corte, nelFanfulla della Domenicadel 1882, nº 11.
596.Vedi, per i secoli che precedono il XVI, un articolo diAdolfo Bartoli,Buffoni di corte, nelFanfulla della Domenicadel 1882, nº 11.
597.Orlando Furioso, c. XXXV, 20.
597.Orlando Furioso, c. XXXV, 20.
598.La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 1587, disc. CXIX, p. 816. Cfr.Giulio Landi,Attioni morali, Venezia, 1564, p. 402, sgg.
598.La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 1587, disc. CXIX, p. 816. Cfr.Giulio Landi,Attioni morali, Venezia, 1564, p. 402, sgg.
599.Il Cortegiano, ediz. di Firenze, 1854, l. II, XLVI.
599.Il Cortegiano, ediz. di Firenze, 1854, l. II, XLVI.
600.Opuscula moralia et politica, Parigi, 1645,De re aulica, l. 1, c. 6.
600.Opuscula moralia et politica, Parigi, 1645,De re aulica, l. 1, c. 6.
601.Non so donde ilFlögelabbia tratta la notizia che Paolo II nutrì matti e buffoni (Geschichte der Hofnarren, Liegnitz e Lipsia, 1789, p. 434). Il Platina tanto avverso, e per buone ragioni, a quel pontefice, non fa parola di ciò nella Vita che ne compose.
601.Non so donde ilFlögelabbia tratta la notizia che Paolo II nutrì matti e buffoni (Geschichte der Hofnarren, Liegnitz e Lipsia, 1789, p. 434). Il Platina tanto avverso, e per buone ragioni, a quel pontefice, non fa parola di ciò nella Vita che ne compose.
602.Burchard,Diarium sive rerum urbanarum commentarii, edizione di Parigi, 1883-5, vol. III, pp. 126-7.
602.Burchard,Diarium sive rerum urbanarum commentarii, edizione di Parigi, 1883-5, vol. III, pp. 126-7.
603.Novelle, parte I, nov. 30; parte IV, nov. 27.
603.Novelle, parte I, nov. 30; parte IV, nov. 27.
604.Marcantonio Sidonio, Francesco del Lago di Garda e il Cimarosto sono ricordati daOrtensio Lando,Op. e l. cit.Il Cimarosto era di Brescia e se ne andò, come tanti altri suoi pari, a Roma per cercarvi fortuna. E in Roma ebbe occasione, se s’ha a credere alloStraparola, di far ridere sgangheratamente con certa sua burla Leone X (VediLe piacevoli notti, notte VII, fav. 3. Veramente, per un errore stranissimo ed inesplicabile, lo Straparola parla di unsommo pontefice Leone di nazione alemanno; ma non è dubbio ch’egli intende di Leone X. Alemanno fu Leone IX [1048-54]. Nelle edizioni espurgate dellePiacevoli nottiCimarosto rimane, ma Roma si muta in Firenze e il papa in un senatore). Del Bargiacca narra certa novellaTommaso Costo,Il Fuggilozio, Venezia, 1601, giornata V, p. 361.Marc’Antonio Majoraggioaccenna, nella suaOratio de laudibus auri, all’uso che avevano i cardinali di nutrire buffoni. Aveva torto perciò ilMaurodi dire, parlando appunto dei buffoni, nel già citato capitolo a Ottaviano Salvi:Non han però virtute in Cardinali,I quai non ridon così volentieriCome fan questi illustri temporali;ma probabilmente diceva a quel modo per celia. Molti altri buffoni famosi ebbe il Cinquecento. Ricorderò ancora lo Strascino da Siena, che al mestier di poeta accoppiava quello di buffone, e fece ridere Leone X con le commedie e coi lazzi suoi; il Bruschetto di Antibo, che dice ilLando(Op. e l. cit.) si guadagnò con le buffonerie diecimila scudi, e fu fatto maestro delle poste; il Moretto da Lucca, vincitore in molte gare di buffoneria; un Berto, ricordato dalCastiglione(Op. cit., l. II,L); un Lionello, ricordato dalGarzoni, (Piazza, disc. L, p. 479). Di alcuni buffoni assai noti in Venezia fa menzioneAndrea Calmo,Le lettereriprodotte da V. Rossi, Torino, 1888, l. II, lett. 34, p. 139.
604.Marcantonio Sidonio, Francesco del Lago di Garda e il Cimarosto sono ricordati daOrtensio Lando,Op. e l. cit.Il Cimarosto era di Brescia e se ne andò, come tanti altri suoi pari, a Roma per cercarvi fortuna. E in Roma ebbe occasione, se s’ha a credere alloStraparola, di far ridere sgangheratamente con certa sua burla Leone X (VediLe piacevoli notti, notte VII, fav. 3. Veramente, per un errore stranissimo ed inesplicabile, lo Straparola parla di unsommo pontefice Leone di nazione alemanno; ma non è dubbio ch’egli intende di Leone X. Alemanno fu Leone IX [1048-54]. Nelle edizioni espurgate dellePiacevoli nottiCimarosto rimane, ma Roma si muta in Firenze e il papa in un senatore). Del Bargiacca narra certa novellaTommaso Costo,Il Fuggilozio, Venezia, 1601, giornata V, p. 361.Marc’Antonio Majoraggioaccenna, nella suaOratio de laudibus auri, all’uso che avevano i cardinali di nutrire buffoni. Aveva torto perciò ilMaurodi dire, parlando appunto dei buffoni, nel già citato capitolo a Ottaviano Salvi:
Non han però virtute in Cardinali,I quai non ridon così volentieriCome fan questi illustri temporali;
Non han però virtute in Cardinali,I quai non ridon così volentieriCome fan questi illustri temporali;
Non han però virtute in Cardinali,
I quai non ridon così volentieri
Come fan questi illustri temporali;
ma probabilmente diceva a quel modo per celia. Molti altri buffoni famosi ebbe il Cinquecento. Ricorderò ancora lo Strascino da Siena, che al mestier di poeta accoppiava quello di buffone, e fece ridere Leone X con le commedie e coi lazzi suoi; il Bruschetto di Antibo, che dice ilLando(Op. e l. cit.) si guadagnò con le buffonerie diecimila scudi, e fu fatto maestro delle poste; il Moretto da Lucca, vincitore in molte gare di buffoneria; un Berto, ricordato dalCastiglione(Op. cit., l. II,L); un Lionello, ricordato dalGarzoni, (Piazza, disc. L, p. 479). Di alcuni buffoni assai noti in Venezia fa menzioneAndrea Calmo,Le lettereriprodotte da V. Rossi, Torino, 1888, l. II, lett. 34, p. 139.
605.Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite ed inedite diAngelo Ambrogini Poliziano, raccolte e illustrate daIsidoro del Lungo, Firenze, 1867, p. 283.
605.Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite ed inedite diAngelo Ambrogini Poliziano, raccolte e illustrate daIsidoro del Lungo, Firenze, 1867, p. 283.
606.Opere, Venezia, 1729, t. III, p. 385.
606.Opere, Venezia, 1729, t. III, p. 385.
607.Ediz. cit., l. II, LXXXVII.
607.Ediz. cit., l. II, LXXXVII.
608.Ghiribizzi di Mess. Bernabò Visconti signore di Milano, scritti daGirolamo Rofiada S. Miniato, Modena, 1868, pp. 18-20.
608.Ghiribizzi di Mess. Bernabò Visconti signore di Milano, scritti daGirolamo Rofiada S. Miniato, Modena, 1868, pp. 18-20.
609.È cosa nota, del resto, che Leone X ebbe speciale avversione agli ordini mendicanti. Cfr. su questo tema del disprezzo onde sono colpiti i frati nel Cinquecento,Burckhardt,Die Cultur der Renaissance in Italien, 3ª ediz. Lipsia, 1877-8, vol. II, pp. 230 sgg.
609.È cosa nota, del resto, che Leone X ebbe speciale avversione agli ordini mendicanti. Cfr. su questo tema del disprezzo onde sono colpiti i frati nel Cinquecento,Burckhardt,Die Cultur der Renaissance in Italien, 3ª ediz. Lipsia, 1877-8, vol. II, pp. 230 sgg.
610.Il Cortegiano, l. II, LXXXIX. Questo Serafino è pure tra gl’interlocutori delCortegiano, l. I, IX. Anche il Garzoni ricorda fra Mariano e fra Serafino qualiburlieri eccellenti, Piazza, disc. L, p. 490.
610.Il Cortegiano, l. II, LXXXIX. Questo Serafino è pure tra gl’interlocutori delCortegiano, l. I, IX. Anche il Garzoni ricorda fra Mariano e fra Serafino qualiburlieri eccellenti, Piazza, disc. L, p. 490.
611.Alessandro Luzio,Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II, estratto dall’Archivio della R. Società Romana di storia patria, vol. IX, 1887, p. 36. Stazio Gadio, un altro dei famigliari del principe scriveva ad Isabella, informandola del medesimo fatto: «Stette tutto il dì in gran piacer di soni e canti e giochi, poi cenò, e frate Mariano de compagnia, qual fece qualche piacevoleza per far ridere, benchè mal possa scherzare, perchè è mal sano».Ibid.
611.Alessandro Luzio,Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II, estratto dall’Archivio della R. Società Romana di storia patria, vol. IX, 1887, p. 36. Stazio Gadio, un altro dei famigliari del principe scriveva ad Isabella, informandola del medesimo fatto: «Stette tutto il dì in gran piacer di soni e canti e giochi, poi cenò, e frate Mariano de compagnia, qual fece qualche piacevoleza per far ridere, benchè mal possa scherzare, perchè è mal sano».Ibid.
612.Id., ibid., p. 46.
612.Id., ibid., p. 46.
613.Id., ibid., pp. 47-9.
613.Id., ibid., pp. 47-9.
614.Id., ibid., pp. 69-71.
614.Id., ibid., pp. 69-71.
615.Lettera seconda citata, p. 70.
615.Lettera seconda citata, p. 70.
616.Il cardinaleHergenroetherha intrapresa, come è noto, la pubblicazione deiRegestadi Leone X. Non posso dire se nella parte di essi pubblicata sin ora, e che si stende per i due anni 1513 e 1514, compaja il nome di fra Mariano, perchè mancando ancora un indice dei nomi, la ricerca vi è troppo malagevole.
616.Il cardinaleHergenroetherha intrapresa, come è noto, la pubblicazione deiRegestadi Leone X. Non posso dire se nella parte di essi pubblicata sin ora, e che si stende per i due anni 1513 e 1514, compaja il nome di fra Mariano, perchè mancando ancora un indice dei nomi, la ricerca vi è troppo malagevole.
617.Accresce tale probabilità il fatto che il nome di fra Mariano non s’incontra nel Diario, o almeno nel manoscritto che se ne conserva nella Chigiana, secondo m’assicura il ch. professore Giuseppe Cugnoni, che gentilmente volle torsi la briga di percorrerlo. La stampa procurata dalDelicatie dall’Armellini(Il Diario di Leone X: dai volumi manoscritti degli Archivii Vaticani, Roma, 1884), contiene solo frammenti.
617.Accresce tale probabilità il fatto che il nome di fra Mariano non s’incontra nel Diario, o almeno nel manoscritto che se ne conserva nella Chigiana, secondo m’assicura il ch. professore Giuseppe Cugnoni, che gentilmente volle torsi la briga di percorrerlo. La stampa procurata dalDelicatie dall’Armellini(Il Diario di Leone X: dai volumi manoscritti degli Archivii Vaticani, Roma, 1884), contiene solo frammenti.
618.Relazioni venete, serie II, vol. III, p. 70-1. Veramente la stampa ha:fra Mariano Ebrandino, e l’editore nota che forse in luogo diEbrandinoè da leggeree Martino; ma un Brandino è ricordato, oltre che dal Giovio, anche dall’Aretino, come vedremo.
618.Relazioni venete, serie II, vol. III, p. 70-1. Veramente la stampa ha:fra Mariano Ebrandino, e l’editore nota che forse in luogo diEbrandinoè da leggeree Martino; ma un Brandino è ricordato, oltre che dal Giovio, anche dall’Aretino, come vedremo.
619.Comento delGrappasopra la canzone in lode della salsiccia, Scelta di cur. lett., disp. 184, Bologna, 1881, pp. 77-8. Parlando di certi tordi avuti dal conte Manfredo di Collalto, e mangiati in compagnia del Tiziano, l’Aretino dice che gli erano molto piaciuti, «come piacquero a fra Mariano, al Moro dei Nobili, al Proto da Lucca, ed al Vescovo di Troja gli ortolani, i beccafichi, i fagiani, i pavoni e le lamprede, di che si empierono il ventre con il consenso delle lor anime cuoche delle stelle pazze e ladre, che le infusero in quei corpacci, erarii della superfluità della crapula, anzi paradisi delle vivande solenni...».Lettere, vol. I, f. 26 r. Del resto non erano questi i soli gran ghiottoni. In altra delle sue lettere dice lo stesso Aretino: «Io li vidi al tempo di Leone X quei cari Cardinali del buon Dio! oh come le loro anime cuciniere riempivano voluttuosamente i proprii corpacci!».
619.Comento delGrappasopra la canzone in lode della salsiccia, Scelta di cur. lett., disp. 184, Bologna, 1881, pp. 77-8. Parlando di certi tordi avuti dal conte Manfredo di Collalto, e mangiati in compagnia del Tiziano, l’Aretino dice che gli erano molto piaciuti, «come piacquero a fra Mariano, al Moro dei Nobili, al Proto da Lucca, ed al Vescovo di Troja gli ortolani, i beccafichi, i fagiani, i pavoni e le lamprede, di che si empierono il ventre con il consenso delle lor anime cuoche delle stelle pazze e ladre, che le infusero in quei corpacci, erarii della superfluità della crapula, anzi paradisi delle vivande solenni...».Lettere, vol. I, f. 26 r. Del resto non erano questi i soli gran ghiottoni. In altra delle sue lettere dice lo stesso Aretino: «Io li vidi al tempo di Leone X quei cari Cardinali del buon Dio! oh come le loro anime cuciniere riempivano voluttuosamente i proprii corpacci!».
620.Giovio,Op. cit., p. 98.
620.Giovio,Op. cit., p. 98.
621.Ap.Fabroni,Op. e l. cit.
621.Ap.Fabroni,Op. e l. cit.
622.Op. cit., p. 305.
622.Op. cit., p. 305.
623.Op. cit., l. III, pp. 188-9. Il Lando ricorda ancora qualimoderni strenui mangiatori, un Catellaccio Fiorentino, un D. Antonio da Lecce, e un Cola Caforzio,che si mangiava una pezza di lardo. Alla voracità di fra Mariano allude senza dubbio ancheErcole Bentivoglionella satiraA. M. Flaminio, là dove dice:... io non son Mariano nè il Rizzuolo,Che come son levati, immantinenteSen vanno a far la zuppa nel siruolo.In quel passo del Tizio anche fra Martino è ricordato quale mangione famoso: ma di lui non si hanno, che io sappia, più particolari notizie.
623.Op. cit., l. III, pp. 188-9. Il Lando ricorda ancora qualimoderni strenui mangiatori, un Catellaccio Fiorentino, un D. Antonio da Lecce, e un Cola Caforzio,che si mangiava una pezza di lardo. Alla voracità di fra Mariano allude senza dubbio ancheErcole Bentivoglionella satiraA. M. Flaminio, là dove dice:
... io non son Mariano nè il Rizzuolo,Che come son levati, immantinenteSen vanno a far la zuppa nel siruolo.
... io non son Mariano nè il Rizzuolo,Che come son levati, immantinenteSen vanno a far la zuppa nel siruolo.
... io non son Mariano nè il Rizzuolo,
Che come son levati, immantinente
Sen vanno a far la zuppa nel siruolo.
In quel passo del Tizio anche fra Martino è ricordato quale mangione famoso: ma di lui non si hanno, che io sappia, più particolari notizie.
624.CapitoloIn lode della sete.
624.CapitoloIn lode della sete.
625.L. II, XLIV.
625.L. II, XLIV.
626.L. I, VIII.
626.L. I, VIII.
627.Lettere facete et piacevoli di diversi huomini grandi, et chiari, et begli ingegni, raccolte daDionigi Atanagi, Venezia, 1601, l. I, p. 310.
627.Lettere facete et piacevoli di diversi huomini grandi, et chiari, et begli ingegni, raccolte daDionigi Atanagi, Venezia, 1601, l. I, p. 310.
628.Ediz. di Cosmopoli, 1606, p. 220.
628.Ediz. di Cosmopoli, 1606, p. 220.
629.P. 413.
629.P. 413.
630.Lettere facetegià citate, l. I, p. 167.
630.Lettere facetegià citate, l. I, p. 167.
631.Luzio,Op. cit., p. 70.
631.Luzio,Op. cit., p. 70.
632.Id.,ibid., p. 46-7.
632.Id.,ibid., p. 46-7.
633.Le lettere diA. Calmo, ediz. cit., pp. 64-5.
633.Le lettere diA. Calmo, ediz. cit., pp. 64-5.
634.Pazeria?
634.Pazeria?
635.Così racconta fra Callisto Piacentino, canonico Lateranense, in una sua omelia. IlRoscoegiudica apocrifo tale racconto (The life and pontificate of Leo the tenth, cap. XXIII); ma esso è confermato da una lettera da Roma, scritta il 21 dicembre del 1521, venti giorni dopo la morte del pontefice, e riportata dal Sanudo. VediGregorovius,Geschicte der Stadt Rom im Mittelalter, Stoccarda, 1859-73, vol. VIII, p. 262.
635.Così racconta fra Callisto Piacentino, canonico Lateranense, in una sua omelia. IlRoscoegiudica apocrifo tale racconto (The life and pontificate of Leo the tenth, cap. XXIII); ma esso è confermato da una lettera da Roma, scritta il 21 dicembre del 1521, venti giorni dopo la morte del pontefice, e riportata dal Sanudo. VediGregorovius,Geschicte der Stadt Rom im Mittelalter, Stoccarda, 1859-73, vol. VIII, p. 262.
636.Il sonetto del Berni cui questi versi appartengono non fu composto contro Adriano VI, come già si credette, ma contro Clemente VII.
636.Il sonetto del Berni cui questi versi appartengono non fu composto contro Adriano VI, come già si credette, ma contro Clemente VII.
637.Lettere scritte a Pietro Aretino, emendate per cura diT. Landoni, Bologna, 1873-5, vol. I, p.teI, p. 14-15. Fra Sebastiano diede notizia della cosa anche a Michelangelo Buonarroti. Del succedere di fra Sebastiano a fra Mariano nell’officio di piombatore fa cenno anche ilVasarinella Vita di quello,Opere, ediz. del Sansoni, Firenze, 1877 sgg., vol. V, p. 576.
637.Lettere scritte a Pietro Aretino, emendate per cura diT. Landoni, Bologna, 1873-5, vol. I, p.teI, p. 14-15. Fra Sebastiano diede notizia della cosa anche a Michelangelo Buonarroti. Del succedere di fra Sebastiano a fra Mariano nell’officio di piombatore fa cenno anche ilVasarinella Vita di quello,Opere, ediz. del Sansoni, Firenze, 1877 sgg., vol. V, p. 576.
638.Ibid., pp. 102-3.
638.Ibid., pp. 102-3.