UN BUFFONE DI LEONE X
In una lettera più volte stampata, e ormai famosa, Alfonso Paolucci, legato del duca di Ferrara in Roma, descrivendo e narrando, l’8 di marzo del 1519 al suo signore, una rappresentazione deiSuppositidell’Ariosto, fatta la domenica precedente in Castel Sant’Angelo, alla presenza di Leone X e di assai numerosa assemblea, dice, fra molte altre cose degnissime di nota, che sulla tela, la quale nascondeva, prima che cominciasse la recitazione, la scena dipinta di man di Raffaello, vedevasi «pinto fra Mariano con alcuni diavoli, che giugavano con esso da ogni lato de la tella (sic) e poi in mezo de la tella v’era un breve che diceva:Questi sono li capreci de fra Mariano»[590].
Ma chi era fra Mariano? e quali erano icapreci, o vogliam dire capricci suoi? e qual merito faceva essi e lui degni di così fatta pittura, opera anch’essa forse, come la scena, del pennello dell’Urbinate? Il legato del duca Alfonso nol dice, e non aveva, sembra, bisogno di dirlo. Al par di Leone, e come gli altri duemila spettatori della facetissima commedia, il duca doveva averepiena contezza di fra Mariano e de’ suoi fatti, quella contezza che manca a noi, e che ci studieremo di acquistare almeno in parte. E non si dica troppo frivolo l’oggetto delle nostre indagini; la storia dell’oscuro frate sarà per alcun lato la storia del glorioso pontefice. A farlo subito intendere basterà dire che fra Mariano fu un buffone di Leone X, uno dei tanti.
Quel trincato di Pietro Aretino, cogliendo con le parole, come molte volte sa fare, il vero e il vivo delle cose, dice del più gioviale dei papi in una lettera al conte Manfredo di Collalto: «Certamente Leone ebbe una natura da stremo a stremo, nè saria opra da ognuno il giudicare chi più gli dilettasse, o le virtù de’ dotti, o le ciance de’ buffoni; e di ciò fa fede il suo aver dato a l’una ed a l’altra specie, esaltando tanto questi quanto quegli»[591]. Senza voler risolvere in tutto la difficil questione, se gli piacessero meglio le virtù dei dotti o le ciance dei buffoni, si può con sicurezza affermare (e basta al bisogno nostro) che i buffoni e le lor ciance gli piacquero assai, più forse che l’ufficio di governare la Chiesa di Dio non chiedesse. Lodovico Domenichi dice espressamente che il Serapica,domestico camerieredi Leone, «avea autorità d’introdurre d’ogni ora in camera pazzi, buffoni e simil sorte di piacevoli», e racconta che volendo il celebre Marco Musuro chiedere al papa il beneficio d’una badia, e temendo di non esser introdotto a tempo, si annunziò come un secondo Baraballo, vago di quei medesimi onori che aveva avuto il primo, e così fu dal cameriere incontanente introdotto[592].Questa ed altrettali novelle non sono forse tutte vere, ma parranno certo verosimili a chiunque conosca quel gaudioso pontefice, il quale, non solo gradiva e premiava i pazzi che lo facevano ridere, ma s’ingegnava anche di far diventar pazzo chi non era[593]; e più che verosimili parvero agli uomini di quel secolo. Perciò non è da negare in tutto fede a certa storiella raccolta e ripetuta dal Garzoni, ove si narra che Nicoletto da Orvieto, con un solo bisticcio, s’acquistòper tutti i tempiil favore della giovialissima Santità[594].
Non di tutti coloro che, volendolo essi, o nol volendo, fecero ridere Leone X ci è pervenuta notizia sufficiente, e di parecchi s’è perduta, senza dubbio, ogni traccia. Si ricordano più spesso que’ poveri poeti da burle e da legnate, Baraballo da Gaeta, Camillo Querno, Giovanni Gazoldo, Girolamo Brittonio: poi si ricordano alcuni altri, de’ quali poco più che il nome ci è noto: un Poggio, figliuolo degenere del famoso Poggio Fiorentino, un Moro de’ Nobili, lurcone e pappatore meraviglioso, tutto guasto dalla gotta, un cavalier Brandino, un Andrea bastardo e matto, levato dall’ospizio di Siena, un frate Martino e il nostro fra Mariano. Di tutti costoro dice il Giovio[595]che in certi tempi dell’anno, quando si dàpiù libero sfogo all’umor solazzevole, erano ammessi alla parte inferiore ed estrema della mensa papale, a patto che sopportassero pazientemente i motti, le beffe e le burle dei sopraintendenti al banchetto. Ma il Giovio, se pur dice il vero, non dice tutto. La parte di questi compagnacci alle mense del pontefice non sempre doveva essere così rimessa e passiva come al Giovio piacque narrarla; e di alcuni di loro almeno si può dir con certezza che se pativan le burle, spesso anche le facevano, e schernivano forse più che non erano scherniti.
Ma per non parer troppo duri con Leone X bisogna dire che l’usanza di tenersi i buffoni d’attorno era usanza comune dei principi, e osservata anche da qualch’altro pontefice, e che la buffoneria era nel secolo XVI, ed era stata anche prima, in grande credito[596]. Non è solo l’Ariosto a dolersi che i buffoni, i cinedi, gli accusatori sieno nelle corti
Più grati assai che ’l virtuoso e ’l buono[597].
Più grati assai che ’l virtuoso e ’l buono[597].
Più grati assai che ’l virtuoso e ’l buono[597].
Odasi che cosa dice in proposito Tommaso Garzoni: «Or ne’ moderni tempi la buffoneria è salita sì in pregio, che le tavole signorili son più ingombrate di buffoni che di alcuna specie di virtuosi, e quella corte par diminuta e scema dove non s’oda, o non si veda, un Carafulla, un Gonnella, un Boccafresca in catedra, che dia trattenimento con favole, con motti, con piacevolezze, con bagatelle, con mocche, all’onorata audienza che gli siede intorno. Quivi il buffone recita i testamenti villaneschi di barba Mangone e di Pedrazzo; adorna l’instrumento che fa ser Cecco di parole più grosse che quelle del Cocai; narra le fuse torte che fece la moglie del medico la notte di carnevale; racconta il dialogo di mastro Agreste con la Togna di S. Germano; discorre di legge come un Grazian da Bologna; parla di medicina come un mastro Grillo; favella da pedante come un Fidenzio Glottocrisio; fa del Bergamasco a spada tratta, come se fosse il primo della vallata; è Magnifico nel sporgere, Spagnolo nel vestire, è Todesco nel caminare, è Fiorentino nel gorgheggiare, è Napolitano nel fiorire, è Modenese in fare il gonzo, è Piemontese nel languire, è la simia di tutto il mondo nel parlare e nel vestire. Ora si vede il buffone con le ciglia de gli occhi dentro ascose e gli occhi sbardellati, che par guerzo; ora con le labbra torte, che pare un mascherone contrafatto, ora con un palmo di lingua fuori, che par un cagnazzo morto dal caldo e dalla sete; ora col collo teso, che pare un’impiccato; ora con le fauci ingrossate, che fa mostra d’aver mille diavoli adosso; ora con le spalle ingobbate, che pare il Babuino da Milano; ora con le braccia rivoltate, che pare un Guido propriamente; ora con le mani e con le dita fa gesti tali, che pare il bagatella dei trionfi. Col moversi finge il poltrone eccellentemente; col passeggiare fa del fachino raramente; col volgersi indietro contrafà un bravo stupendamente.Col suono della voce imita l’asino per spasso, con le parole i balbi e i cocoglieri per trastullo, col gesto le bertuccie per diletto, col riso fa crepar di riso ogn’uno che lo vede. Queste son l’eccellenze e le grandezze de’ buffoni, che vivono allegramente alle spalle de’ gentiluomini e Signori, e trionfano a’ pasti de’ Prencipi, mentre il dotto poeta, il facondo oratore e l’arguto filosofo fa la sua residenza nel vilissimo tinello»[598].
Ho voluto trascrivere per intero questo lungo passo anche per dare un’idea adeguata delle piacevolezze onde i buffoni rallegravano l’aule e le mense dei signori; tra’ quali ce ne saranno stati forse di quelli che per gusto lor proprio non troppo le gradivano, ma tuttavia le sopportavano per conformarsi al costume e per seguitare l’andazzo. Baldassar Castiglione non si mostra troppo tenero dei buffoni; ma pur dice che nelle cortipar che si richieggano[599]. Agostino Nifo, ricordati i buffoni di Ferdinando il Cattolico, di Carlo V, di Francesco I e di altri principi e signori, dice che la mala usanza era talmente cresciuta e fatta generale, che i principi nutrivan buffoni, non solo per diletto che ne avevano, ma ancora per ambizione, e che in poco pregio era tenuta quella corte dove non ne fossero alcuni[600].
Parecchi papi, prima di Leone X, accolsero e favorirono buffoni. Eugenio IV fece un cardinale di quell’Angelotto romano di cui parla ripetutamente il Poggio nelle sueFacezie[601]. Alessandro VI ebbe caro un Gabrieletto,che accompagnandolo nel ritorno dalla pubblica benedizione, solita darsi la domenica di Pasqua, fingeva di predicare in latino ed in ispagnuolo[602]. Il terribile Giulio II permetteva al Proto da Lucca di distrarlo talvolta dalle cure di quel suo bellicoso pontificato; e di quali facezie usasse il Proto a tal fine si può vedere in una novella del Bandello, il quale nella dedicatoria di un’altra avverte che molti erano al tempo suo i buffoni famosi in Italia,e massimamente in Roma[603]. I cardinali non mancavano d’imitare l’esempio dei papi, e non poca celebrità ebbero Marc’Antonio Sidonio, buffone di Ercole Gonzaga, cardinale di Mantova, Francesco del Lago di Garda, buffone del cardinale Madruccio, il Cimarosto, buffone del cardinal di Trento, il Bargiacca, stato col Rosso buffone del cardinale Ippolito de’ Medici, il Carafulla ed altri parecchi[604].
Non parrà dunque troppo strano che Leone X avesse i suoi buffoni ancor egli, e come grandissimo pontefice ch’egli era, ne avesse più dei principi secolari e più di altri pontefici stati prima di lui; bensì potrà parere alquanto strano che tra’ suoi buffoni egli accogliesse dei frati, e potrà parere strano, non già perchè avrebbe dovuto, egli capo della Chiesa, avere qualche maggior rispetto alle tonache e alle cocolle, ma per una ragione in tutto diversa, anzi contraria a dirittura. A bene intendere ciò è necessario un po’ di commento.
I bei tempi della frataglia erano passati per sempre; il Rinascimento non era più stagione per essa. Quello che si chiama spirito del Rinascimento è in contraddizione piena con lo spirito fratesco, e dove l’uno si leva e vigoreggia è forza che l’altro cada e disvenga. Nel Cinquecento i frati sono odiati e vilipesi, perchè tutto quanto appartiene alla vita e ai costumi loro nega ed offende le inclinazioni, le usanze, gl’ideali buoni o cattivi di quella età. Se divoti sinceramente, spiace la seccagginosadevozione loro al secolo mezzo incredulo, che non ha più il capo a quelle melanconie; se ipocriti, spiace la stomacosa loro simulazione al secolo svergognato e sfrontato, il quale liberamente ostenta i suoi vizii, e non vuole freni, non vuole impacci al godere; spiace poi sempre ed in sommo grado, in mezzo a quella tanta coltura e raffinatezza d’uomini e di cose, la zoticaggine ed ignoranza loro. Quest’odio contro ai frati si vede già negli umanisti del Quattrocento; al qual proposito basterà ricordare le diatribe virulente e le rabbiose invettive di Leonardo Bruni, di Francesco Filelfo e del Poggio. Angelo Poliziano in un suo prologo preposto ai Menaechmi di Plauto, e recitato in Firenze ai 12 di maggio del 1488, si scagliava furibondo contro i
Cucullati, lignipedes, cincti funibus,Superciliosum, incurvicervicum pecus[605];
Cucullati, lignipedes, cincti funibus,Superciliosum, incurvicervicum pecus[605];
Cucullati, lignipedes, cincti funibus,
Superciliosum, incurvicervicum pecus[605];
e non era lontano il grande Erasmo, che doveva fare dei frati la pittura che tutti conoscono. Non parlo dei novellieri di quel secolo, e delle molte commedie, e dei moltissimi capitoli, e dell’altre scritture senza numero in cui i frati sono scherniti, ingiuriati, vituperati. Nella stessa corte di Roma quelpecussi odiava. Il Bembo, uno dei segretarii, come ognuno sa, di Leone X, scrisse di sè che si travagliavamolto mal volentieri in cose di frati, per trovarvi sotto molte volte tutte le umane scelleratezze coperte di diabolica ipocrisia[606]. Bernardo Dovizi da Bibbiena, ilfactotumdello stesso pontefice, e l’autore dellaCalandria, aveva ancor egli una grandissima avversione pei frati, e nessuno spasso stimava così piacevole come il prendersi giuoco di loro. Lo dice egli stessonelCortegianodi Baldassar Castiglione, dove narra certa burla ch’egli s’era pensato di fare a un supposto frate, e che riuscì invece in suo danno[607]. Cinzio de’ Fabrizii dedicò a Clemente VII il suo libro dellaOrigine dei volgari proverbii, riboccante di satira e d’invettive contro i frati; ma un libro contro ai frati aveva già dedicato a Niccolò V Timoteo Maffeo.
Del rispetto poi che portava alle tonache lo stesso Leone un bel documento ci porge Alfonso Paolucci nella lettera sua testè citata, documento che ci parrà meno strano se pensiamo che il glorioso papa era figliuolo di quel Lorenzo de’ Medici che diceva da tre cose doversi gli uomini guardare: dalla parte dinanzi de’ buoi, da quella di dietro dei muli, e dall’una e dall’altra dei frati. Detto della rappresentazione deiSuppositi, il buon Paolucci ricorda una commedia di certo frate, recitata, come quella dell’Ariosto, alla presenza del papa, e seguita con queste precise parole: «e per non essere successa a molta satisfacione, il papa in cambio de moresca fece balciar questo bom frate sopra una coltra, e dete una gran panciata sopra el tabulato de la sena. Dipoi li fece tagliar tute le strenghe intorno e tirare le calcie a li calcagni, ed il bom frate ne morsicò de quelli palafrenieri tre o quattro de mala sorte, e fu necessitato tandem a montar cavalo, e cum le mane li forno date tante sculacciate che, siccome mi è referto, li sono bisognate molte ventose e su la schena e su le chiape, e stassi in letto e non bene.Dicesi che ’l Papa lo fece fare in esempio de altri frati a ciò se levino de pensier de non farli veder sue fraterie». E se questo era il desiderio del papa, bisogna dire ch’e’ non poteva tenere, per vederne il fine, un modo più spicciativo e più efficace. Avrebbe anche potuto farli ferrare, come fece BernabòVisconti[608]; ma era azion villana e da tiranno, che troppo ripugnava alla giocondità e umanità sua. A fra Mariano e a fra Martino bisognava dunque, se volevano la grazia del vicario di Cristo, e salve dalle spalmate le natiche, far dimenticare con le buone loro qualità di buffone la pessima qualità di frate[609].
E buffone fra Mariano fu, sembra, in grado eccellente. Il Bibbiena fa di lui onorata memoria e lo loda per gran maestro di burle, insieme con un frate Serafino, che esercitava in Urbino la professione sua[610]. Di dove fosse nativo non trovo, nè so quando propriamente vestisse l’abito di laico domenicano, sotto il quale esercitò onoratamente le sue buffonerie. Fetti era il nome della sua casata, e l’arte sua prima fu, sembra, quella del barbiere, giacchè Pietro Aretino, il quale gli si mostra (ma non sempre), assai benevolo, dice ch’egli era stato barbiere di Lorenzo il Magnifico. E qui viene spontanea in mente una congettura; che il barbiere, cioè, già caro per la sua piacevolezza a Lorenzo e alla famiglia di lui, andasse a Roma in compagnia del giovane cardinale Giovanni, e facesse fin da allora col cardinale l’officio che seguitò a far dopo col papa. Comunque andasse la cosa, gli è un fatto che noi troviamo in Roma il nostro Mariano, già frate, e già in fama d’uomo assai sollazzevole, sino dai tempi di Giulio II. Eccone senz’altro le prove.
Il 2 di luglio del 1512, il giovinetto Federico Gonzaga, che si trovava in Roma, ostaggio alla corte di Giulio II, desinò e cenò in una bellissima villa dell’Arcivescovo di Napoli, a Monte Cavallo, e il Grossino, uno dei famigliari del principe, scriveva alla madre di lui, la famosa Isabella, che il figliuolo era stato tutto quel giornoin grandissimo suo apiacer con una bella compagnia, e che frate Mariano,con li soi caprizi, aveva fatto ridere assai[611]. Il 10 gennajo del 1513, a proposito di altra cena, il Grossino scriveva alla marchesa: «Frate Mariano, capo di mati, si portò per eccelenzia con li soi capricci, e m. Bernardo da Bibiena li ajutava gagliardamente»; e al marchese, marito d’Isabella, scriveva: «Frate Mariano, capo di tavola, fece de le pacíe a suo modo in quantità; a mezo la zena a l’improviso saltò in pede in su la tavola, corendo in fino di capo, menando di man a Cardinali, a Vescovi; non sparamiava niuno»[612].
Questi documenti, e alcun altro che vedremo or ora, provano che la reputazione di fra Mariano era già fatta negli ultimi due anni del pontificato di Giulio II, ed è ragionevole il pensare ch’egli avesse cominciato a farsela qualche anno innanzi, come è ragionevole credere che non avesse mancato di far ridere alcuna volta il battagliero pontefice. E far ridere un papa che bestemmiava come un turco, che con le proprie mani caricavaaltrui di legnate, e che, ammalato, chiamava a gran voce il diavolo, non doveva essere la più facile cosa del mondo. Ma fra Mariano era certo uomo da riuscirci. In una lettera scritta il 29 di gennajo del 1513 al Marchese di Mantova, egli si chiama da sè stesso maestro di Bernardo da Bibbiena, di quel famoso Bibbiena che fu (son parole del Giovio) maestro mirabile nell’arte di spingere all’insania uomini gravi per età e professione; e dice come sia andato a Firenze, sebbene già vecchio, chiamatovi dal suo padrone il cardinale Giovanni, per ordinarvi durante quel carnevale, in compagnia del Bibbiena appunto, trionfi, commedie e moresche, e ricordatutti li capricci fattiin quellamagna città[613]. Questa lettera non è sola a provare che il lepido frate era entrato in grazia anche del Marchese; un’altra ve n’ha scritta da quello a questo ai 10 di gennajo del 1519, la qual prova il medesimo, e che dovrò citar novamente[614].
Fra Mariano fu frate piombatore, uno di quei frati, cioè, i quali attendevano, per proprio officio, a munire della bolla di piombo i diplomi che si spedivano dalla Cancelleria apostolica. Il mestiere non era gran che gravoso e rendeva assai. Lo stesso fra Mariano confessava al Gonzaga che del piombo faceva oro, e da quella suabottega(così la chiamava), diceva di trarre 800 ducati d’oro l’anno[615]. Di questabottegacredo che egli andasse debitore a Leone X, perchè nella prima lettera al Gonzaga, il frate non ne fa cenno, e dice che, passato carnevale, se ne tornerà in Roma, nel suo convento di Monte Cavallo; mentre nell’altra dice espressamente che egli ha residenza in palazzo,nelle stanze di Innocenzio, che si chiamano lo ofizio del Piombo, d’onde qualchevolta si reca a visitare i suoi frati[616]. In quell’officio egli succedette a Bramante, e lasciò poi a sua volta il luogo a Sebastiano del Piombo. Paride de Grassi, cerimoniere di Leone X, ricorda nel suo diario un frate Bernardo Piombatore, dandogli titolo di mezzo buffone (semiscurra); ma gli è assai probabile che Bernardo ci stia erroneamente per Mariano[617].
Che il buon frate non si lasciasse vedere alla mensa del papa solo in certi tempi dell’anno, come vuole il Giovio, si ricava da un passo di certa Relazione di Luigi Gradenigo, ambasciatore della Repubblica di Venezia, passo in cui si legge: «il mercore e il sabbato mangiava (Leone X) cose quadragesimali, stando tuttavia presenti alla mensa fra Mariano e Brandino, ben conosciuto in questa terra»[618]. Tutti, del resto, quegli strani commensali di un pontefice che, a detta del Giovio, fu temperatissimo nel mangiare, ma che faceva andare per la spesa della sola cucina la metà delle entrate che davano Spoleto, la Romagna e le Marche, pare sieno statigolosi e mangioni di prim’ordine, o per parlare più acconcio, fuori d’ogni ordine. Lo stesso Giovio assicura che furono essi gl’inventori delle salsicce fatte con carne di pavone; ma questa cosa rimane in dubbio, perchè non può essere altri che Leone X ilsaggio ponteficedi cui è ricordo in certo Commento del Grappa, e che faceva fare la salsicciadi polpette di fagiani, di pernici, di pavoni e di capponi, mescolandovi l’animelle di un giovinetto vitello[619]. Checchè sia di ciò, certo si è che la peggior burla che Leone X potesse fare a quei suoi commensali si era d’imbandir loro scimmie e corvi, come sembra abbia fatto talvolta[620].
Ma come per la piacevolezza, così ancora per la voracità doveva fra Mariano vincere gli emuli suoi, e lo prova quella specie di leggenda che si formò appunto intorno alla voracità sua, e non si formò intorno a quella degli altri. Sigismondo Tizio, nella già citata sua Cronaca, dice che fra Mariano inghiottiva in un boccone un piccioncino, vuoi arrosto, vuoi lesso, divorava venti capponi, succiava quattrocento uova[621]. Questo è nonpiù fra Mariano, ma Gargantua, anzi l’Orco, e gli si potrebbe dire col Dorat:
Digérez-vous? voilà l’affaire:L’homme n’est rien s’il ne digère.
Digérez-vous? voilà l’affaire:L’homme n’est rien s’il ne digère.
Digérez-vous? voilà l’affaire:
L’homme n’est rien s’il ne digère.
Nè ciò è ancora tutto. Lodovico Domenichi racconta di un signore che fece mangiare a fra Marianoun pezzo di canapo in cambio di un rocchino di anguilla arrostita[622], e Ortensio Lando assicura che il nostro frate, una volta,si mangiò una veste di ciambellotto per esser unta e piena di sucidume[623]. Beveva fra Mariano come mangiava? Non saprei: gli storici non dicon nulla in proposito. Bevitore famoso fu il Querno, e, sembra, anche il Moro de’ Nobili, il quale, dice il Firenzuola, aveva gran rispetto ai baccelli,
Che dan sete la notte insin nel letto[624].
Che dan sete la notte insin nel letto[624].
Che dan sete la notte insin nel letto[624].
Ma concediamo pure che il nostro fra Mariano mangiasse per quattro, anzi per dieci; non è men vero che egli sapeva fare anche altro. Icapriccidi lui sembra sieno stati notissimi per tutta Italia, tanto noti che un cenno bastava per ricordarli altrui, senza bisogno di narrarli altrimenti. Bernardo da Bibbiena dice in un luogodelCortegiano: «io fui già converso in un fonte, non d’alcuno degli antichi Dei, ma dal nostro fra Mariano, e da indi in qua mai non m’è mancata l’acqua». E il Castiglione soggiunge: «Allor ognun cominciò a ridere, perchè questa piacevolezza, di che messer Bernardo intendeva, essendo intervenuta in Roma alla presenza di Galeotto cardinale di san Pietro in Vincula, a tutti era notissima»[625]. Nello stesso libro Cesare Gonzaga accenna alla dottrina di fra Mariano, secondo la quale fare impazzire alcuno gli era guadagnar un’anima[626]. In una lettera che Bernardino Boccarino, segretario del vescovo di Firenze, scriveva all’Atanagi il 10 di marzo del 1536, passati più che cinque anni dalla morte del frate, si tocca di non so chefrittata calda caldadi fra Mariano[627].
Ma di tali capricci chi ci dà più larga notizia è Pietro Aretino, il quale parla del frate più che non faccia nessuno dei contemporanei. Nella giornata I della parte II deiRagionamenti[628]si ha solo un accenno vago e fuggevole a un qualche motto, o altra piacevolezza di fra Mariano; ma nella giornata III di quella parte medesima[629], la comare, lodando l’orto della Nanna, dice che esso disgradava «il giardino del Ghisi in Trastevere e quello di fra Mariano a Monte Cavallo». Ora sembra che il giardino di fra Mariano non fosse manco noto e manco famoso del palazzo e degli orti meravigliosi che aveva in Trastevere Agostino Chigi, soprannominato il Magnifico. In una lettera dei 15 di novembre del 1524, Giambattista Sanga, segretario allora di monsignor Giberti,esortando Giambattista Montebuona in Roma a porre in buono assetto i giardini del padrone, diceva: «Ricordatevi delle spelonche d’edera di fra Mariano a Monte Cavallo»[630]. Che razza di giardino fosse propriamente non so; ma lo stesso facetissimo frate ne dà qualche contezza, dicendo nella seconda lettera al Marchese di Mantova: «Non desidererei altra grazia in questo mondo se non potervi convitare un dì all’orto qui di monte Cavalli nel laberinto, dove vedresti boschetti ed ornamenti silvestri nel domestico cento, 100 varietà e 1000 capricci; una chiesina poi di avorio lavorata di straforo, ed atorno profumata ed abellita con molte cose divote; una sagrestia con paramenti profumati papali di broccato d’oro in oro, dove in fra tanti paramenti è uno dorsale con una pianeta di velluto rosso, le quali dicono furono già un palio»[631].
Di altri capricci parla più diffusamente l’Aretino nella parte I delRagionamento delle Corti. Interlocutori in questo ragionamento sono il Dolce, il Piccardo e il Coccio. Il Piccardo, raccontata la storia di certo monsignore avarissimo, che volendo frodare i suoi servidori, fu in bel modo bastonato dal mastro di stalla, soggiunge: «Fra Mariano, discreta ricordazione, fu per transire udendola».
Dolce.Buffone e piombatore.Coccio.Non merita tale ingiuria di parole.Piccardo.No certo, perchè egli fu così dolce, così affabile, così onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai in Corte, e i virtuosi trassero gran piacere e gran bene dal suo favore.Dolce.Perchè si dice i capricci di fra Mariano?Piccardo.Dirovvelo. Il suo animo, subietto de le piacevolezze, non finiva mai di trovar facezie astratte da le altre, per ispasso de’ cortigiani, i fastidi de’ quali si consolano ne li intertenimenti di cotali.Coccio.Contatene qualcuna.Piccardo.Egli, che fu barbiere di Lorenzo, padre di papa Leone, e tra i divini suoi costumi allevato, aveain minoribusdue voglie spasimatissime: una era di far frittata rognosa di sè stesso in quelle ceste d’uova portate da Perugia e da Todi da’ pollajuoli di Campo di Fiore, nè se la potè mai cavare per non avere il modo di pagare il danno.
Dolce.Buffone e piombatore.
Coccio.Non merita tale ingiuria di parole.
Piccardo.No certo, perchè egli fu così dolce, così affabile, così onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai in Corte, e i virtuosi trassero gran piacere e gran bene dal suo favore.
Dolce.Perchè si dice i capricci di fra Mariano?
Piccardo.Dirovvelo. Il suo animo, subietto de le piacevolezze, non finiva mai di trovar facezie astratte da le altre, per ispasso de’ cortigiani, i fastidi de’ quali si consolano ne li intertenimenti di cotali.
Coccio.Contatene qualcuna.
Piccardo.Egli, che fu barbiere di Lorenzo, padre di papa Leone, e tra i divini suoi costumi allevato, aveain minoribusdue voglie spasimatissime: una era di far frittata rognosa di sè stesso in quelle ceste d’uova portate da Perugia e da Todi da’ pollajuoli di Campo di Fiore, nè se la potè mai cavare per non avere il modo di pagare il danno.
Qui il Piccardo entra a fare un grande elogio del cardinale di Ragona, cioè d’Aragona,prete ne l’abito, re ne l’animo, creatura superna, splendore de la magnificenza; poi seguita il racconto.
Piccardo.Ora, per dirvi, Ragona, inteso che fra Mariano era per farla segnata non adempiendo l’altra sua sbudellata volontà, gli dice: «Andatevene in Navona, e non ve ne partite fin che non udite altro». Egli va, e piantasi a sedere in cima della piazza che sbocca in Parione, patria di Maestro Pasquino, che, se non mi fugge dal capo, ne parlaremo; e stando attento ad ogni voce, passava l’ora de lo starvi più, quando, dal di sotto e dal di sopra, un tara tara e un tantara tantara scoppia fuori di due trombe, e moltiplicando il clangore con lo abbreviare de lo strepito(?), appariscono due uomini d’armi sopra due cavalli bardati, con le lance in su la coscia, e con gli elmi chiusi in foggia di battaglia; e correndo l’uno al contrario de l’altro, entrarono tra i piattelli, tra le pentole, tra le vettine, tra le conche, tra i boccali, tra le scudelle, tra gli scudellini, tra le pozzatoje, e tra ogni altro instrumento di terra cotta, con tanto fracasso, con tanto tuono, e con tanto spavento, che si credette che quel punto fosse fratel bastardo del dì del giudizio; talchè gli ebrei, i rigattieri, i cambiatori, col resto de la plebe, truccando per la calcosa, con le loro bagaglie addosso, simigliavano i fuggenti lo sbombardare del diluvio su l’Arca di Noè; ed il popolo,udendo le strida de’ padroni de le vasa, cridando serra serra, si credette che profondasse la Corte.Dolce.Questa è de le belle ciance che io udissi mai.Coccio.Così dico io.Piccardo.Fra Mariano non fece il fine di Margutte perchè fu sfibbiato a ora. Sì che voi intendete di che sorta erano i suoi capricci. Dieci volte, sendo la tavola papale coperta d’argenti con le cose dentro, ha tomato sopra esse, giostrando con le facole accese a le barbe de’ Mori de’ Nobili, de’ Brandini e del frate che mangiava le berrette. Io sono stato per perdere tra le parole il più bel fatto che ci sia. Due uomini del Cardinale, tosto che la furia venne meno, soddisfecero i padroni de le robe volate al cielo, atto conveniente a simile prelato, e non a gli spilorci d’oggidì, salvo la pace di chi gli simiglia.
Piccardo.Ora, per dirvi, Ragona, inteso che fra Mariano era per farla segnata non adempiendo l’altra sua sbudellata volontà, gli dice: «Andatevene in Navona, e non ve ne partite fin che non udite altro». Egli va, e piantasi a sedere in cima della piazza che sbocca in Parione, patria di Maestro Pasquino, che, se non mi fugge dal capo, ne parlaremo; e stando attento ad ogni voce, passava l’ora de lo starvi più, quando, dal di sotto e dal di sopra, un tara tara e un tantara tantara scoppia fuori di due trombe, e moltiplicando il clangore con lo abbreviare de lo strepito(?), appariscono due uomini d’armi sopra due cavalli bardati, con le lance in su la coscia, e con gli elmi chiusi in foggia di battaglia; e correndo l’uno al contrario de l’altro, entrarono tra i piattelli, tra le pentole, tra le vettine, tra le conche, tra i boccali, tra le scudelle, tra gli scudellini, tra le pozzatoje, e tra ogni altro instrumento di terra cotta, con tanto fracasso, con tanto tuono, e con tanto spavento, che si credette che quel punto fosse fratel bastardo del dì del giudizio; talchè gli ebrei, i rigattieri, i cambiatori, col resto de la plebe, truccando per la calcosa, con le loro bagaglie addosso, simigliavano i fuggenti lo sbombardare del diluvio su l’Arca di Noè; ed il popolo,udendo le strida de’ padroni de le vasa, cridando serra serra, si credette che profondasse la Corte.
Dolce.Questa è de le belle ciance che io udissi mai.
Coccio.Così dico io.
Piccardo.Fra Mariano non fece il fine di Margutte perchè fu sfibbiato a ora. Sì che voi intendete di che sorta erano i suoi capricci. Dieci volte, sendo la tavola papale coperta d’argenti con le cose dentro, ha tomato sopra esse, giostrando con le facole accese a le barbe de’ Mori de’ Nobili, de’ Brandini e del frate che mangiava le berrette. Io sono stato per perdere tra le parole il più bel fatto che ci sia. Due uomini del Cardinale, tosto che la furia venne meno, soddisfecero i padroni de le robe volate al cielo, atto conveniente a simile prelato, e non a gli spilorci d’oggidì, salvo la pace di chi gli simiglia.
Qui sbuca fuori un nuovo buffone, di cui non trovo altra memoria: il frate che mangiava le berrette. Non so chi possa essere, se pur non è il fra Martino ricordato dal Tizio; ma certo era un degno emulo di fra Mariano. Il quale, come si vede, non faceva propriamente alla mensa del pontefice la parte che il Giovio assegna a lui e agli altri. Nè si creda che l’Aretino esageri. Dei capricci, dirò così, conviviali di fra Mariano s’è già veduto quanto scriveva il Grossino al Marchese e alla Marchesa di Mantova: l’11 di gennajo del 1513 Stazio Gadio, descrivendo al Marchese una cena fattasi la domenica innanzi in casa del Cardinale di Mantova, cena a cui erano invitati, oltre il marchesino Federico, anche i cardinali d’Aragona, Sauli, Cornaro, l’arcivescovo di Salerno, l’arcivescovo di Spalatro, il vescovo di Tricarico, Bernardo da Bibbiena, fra Mariano, la signora Albina, cortigiana romana, e più altre persone, dice: «Nanti cena si fecero de le pacíe, che altramente ove è frate Mariano non si po’ fare, dio ve lo dichi per me. Setati a tavola, essendo in capo Albina e frate Mariano..... alla secunda vivanda, li polastri volavano per la tavola caciati dal frate, poi da li preti; con lisapori e minestre si dipingevano li volti e panni». Stazio Gadio avrebbe avuto assai altre cose da dire; ma si contenta di soggiungere (e ce ne rincresce) a mo’ di conclusione: «Doppo cena lasso judicar a V. Ex. che si fece»[632]. E l’Eccellenza sua avrà certamente giudicato con indulgenza, dolendosi forse di non essercisi trovato.
I capricci di fra Mariano, quelli almeno che conosciamo un po’ meglio, non sempre sarebbero ora di gusto nostro, come indubitamente erano di Leone e de’ suoi famigliari. Il papa e il frate se la dovevano intendere tra di loro benissimo, giacchè professavano entrambi la stessa filosofia della vita. Dice Andrea Calmo nel prologo dellaRodiana: «Certo la melodia del vivere è un bel che; ella è sì fatta, che aggiunge quasi al piacere, che si gusta inceli celorum, e però esclama fra Mariano dinanzi a Leone: Viviamo, babbo santo, che ogni altra cosa è burla». Perciò non credo che il papa abbia voluto pagar d’ingratitudine il frate, componendogli il seguente epitafio, che un codice Marciano reca con la intitolazione:Di Leone Xmoper frate Mariano. Anche i versi non pajono degni di sì fatto autore; ma se pure il papa lo compose, ebbe a comporlo per celia. Eccolo ad ogni modo[633].
Un frate sotto bianco e sopra nero,In gola e in zazeria[634]molto eccellente,Di fuori porco e dentro puzzolenteMentre visse; ora ammorba un cimitero.Non acqua benedetta, non salteroPigliarai, viator, ma solamente,Se vuoi far cosa grata a la sua mente,Buon vin ci spargi e ragiona del zero.L’altro perso saria, ch’ei credde poco,Ben che già simulò religione;Ma lo fe’ per fuggir più tristo gioco.Perchè tra frati più presto buffoneFu che compagno, ed aderì al cocoPiù che al sacrista, e scherzò col guttone.E per conclusioneL’alma al fuoco, la fama addusse al basso:Se non vuoi cader morto studia il passo.
Un frate sotto bianco e sopra nero,In gola e in zazeria[634]molto eccellente,Di fuori porco e dentro puzzolenteMentre visse; ora ammorba un cimitero.Non acqua benedetta, non salteroPigliarai, viator, ma solamente,Se vuoi far cosa grata a la sua mente,Buon vin ci spargi e ragiona del zero.L’altro perso saria, ch’ei credde poco,Ben che già simulò religione;Ma lo fe’ per fuggir più tristo gioco.Perchè tra frati più presto buffoneFu che compagno, ed aderì al cocoPiù che al sacrista, e scherzò col guttone.E per conclusioneL’alma al fuoco, la fama addusse al basso:Se non vuoi cader morto studia il passo.
Un frate sotto bianco e sopra nero,
In gola e in zazeria[634]molto eccellente,
Di fuori porco e dentro puzzolente
Mentre visse; ora ammorba un cimitero.
Non acqua benedetta, non saltero
Pigliarai, viator, ma solamente,
Se vuoi far cosa grata a la sua mente,
Buon vin ci spargi e ragiona del zero.
L’altro perso saria, ch’ei credde poco,
Ben che già simulò religione;
Ma lo fe’ per fuggir più tristo gioco.
Perchè tra frati più presto buffone
Fu che compagno, ed aderì al coco
Più che al sacrista, e scherzò col guttone.
E per conclusione
L’alma al fuoco, la fama addusse al basso:
Se non vuoi cader morto studia il passo.
L’epitafio, del resto, l’avrebbe potuto fare il frate al papa, perchè non solo gli sopravvisse, ma, secondo una delle tante voci che corsero allora, fu il solo che si trovò presente all’agonia di lui, e che, vedendolo morire senza sacramenti, gli gridò:Raccordatevi di Dio, Santo Padre![635]come se il Padre Santo non se ne fosse mai ricordato in vita sua. E non sembra mal fatto che il buffone, il quale tante volte aveva esortato il papa a ben vivere, lo esortasse una volta almeno a ben morire; e forse fu quella la prima e l’ultima volta che, trovandosi insieme, il papa e il frate stettero serii.
Che fu del buon fra Mariano dopo la morte del magnanimo Leone? Che cosa fece egli de’ suoi capricci e della ghiottoneria sua durante il breve ma terribile pontificato di quell’Adriano VI, che spendeva per la sua tavola un ducato il giorno e fece rincarare in Roma il merluzzo, tanto l’aveva in pregio? di quell’Adriano per cui il Berni gridava, esterrefatto come gli altri:
Io per me fui vicino a spiritareQuando sentii gridar quella Tortosa?
Io per me fui vicino a spiritareQuando sentii gridar quella Tortosa?
Io per me fui vicino a spiritare
Quando sentii gridar quella Tortosa?
Fec’egli come il ciarlatano, che, a fiera finita pone in un sacco le sue carabattole, e aspetta nuovo tempo da ritrarle fuori? E fu nuovo tempo per lui quel papato di Clemente VII,
composto di rispetti,Di considerazioni e di discorsi;Dipiù, dipoi, dima, disì, diforsi,Dipur, di assai parole senza effetti?[636].
composto di rispetti,Di considerazioni e di discorsi;Dipiù, dipoi, dima, disì, diforsi,Dipur, di assai parole senza effetti?[636].
composto di rispetti,
Di considerazioni e di discorsi;
Dipiù, dipoi, dima, disì, diforsi,
Dipur, di assai parole senza effetti?[636].
Da certe parole che si leggeranno qui sotto parrebbe di no. Ciò che v’ha di certo si è che egli campò altri dieci anni, che seguitò a tenere tutto quel tempo l’officio suo di piombatore, e che quando fu morto, tutti coloro ch’egli aveva fatto ridere con le sue piacevolezze lo piansero amaramente. Addì 4 dicembre del 1531, Sebastiano Luciani, diventato fra Sebastiano del Piombo, scrive all’Aretino, informandolo d’essere succeduto nell’officio a fra Mariano[637]; ma già il 2 dello stesso mese Girolamo Schio, vescovo di Vaison, e maestro di casa di Clemente VII, aveva scritto a messer Pietro quanto segue: «Fu tanto a tempo la novella vostra de la canella, che quella bonanima de fra Mariano la intese, e ne fece tanta festa del mondo; e disse molte accomodate ed onorevole parole di voi; ed ebbe per più la menzione che feste de lui, che se una trinca de Re gli avesse scritto. Io son rimasto essecutore del suo testamento, che fecemolto prudentemente; e son rimasto col secreto de li capricci suoi. Non sciò già se verrà mai tempo che se possa slegare el sacco ed usarli. Lui morse da bono e santo omo, con bona lingua e sentimento fino a l’ultimo fiato; e iij ore avanti, ch’io lo lassai, mi chiese la benedizzione e licenzia, dicendo che non si vedremo più se non di là. La sua morte ne seria molto più doluta, se non ce interveniva el temperamento di aver posto in suo loco el nostro Sebastiano da bene, che ha tante bone parte, che satisfa alla tanta jattura che ci troviamo aver fatta di quello uomo; e così andaremo vivendo sin che a Dio piacerà; ma più alegramente che si potrà»[638].
Chi non direbbe questa lettera scritta in ricordo e deplorazione della morte di un dottore della Chiesa, pronto ad essere canonizzato? Non sappiamo in che consistesse propriamente quel secreto di capricci a cui con tanta discrezione allude il buon vescovo; ma forse non immaginerebbe il falso chi pensasse a rime giocose, a novelle piacevoli, in una parola a capricci scritti, che il frate dabbene avrebbe fatto alternare con quegli altri suoi capricci operati, di cui abbiam veduto alcun saggio. Quelle due lettere sue che abbiam ricordate mostrano come fossero in lui ingegno ed umore atti anche a ciò. E se così fu veramente, noi dobbiamo dolerci che la storia del papato e la storia della letteratura italiana sieno state defraudate ad un tempo di così notabili documenti.
Monsignor vescovo di Vaison afferma che fra Marianomorse da bono e santo omo, e noi gli crediamo volentieri; ma visse fra Mariano così comemorse? Ebbe egli altre virtù, oltre a quella di far ridere Leone X e tanti cardinali e tanti principi e cortigiani? Pare di sì. Ebbe egli tra’ suoi caprici qualch’altro vizio, oltre a quellodella voracità formidabile? È questo un gran dubbio. Di sè il frate non dice se non bene, ed è giusto. In quella seconda lettera al Marchese di Mantova così si dipinge: «Io mi trovo umano, mansueto, affabile, basso ad uso di tartufo, overo pisciacane che nasce terra terra, in modo che ognuno mi può calpestare e por piè». E séguita dicendo che degli 800 ducati d’oro che gli rendeva l’officio faceva tre parti: «una a Cristo, da cui viene ogni bene; l’altra alli parenti, che ho tanta canaglia che non empirebbe loro la gola tutta l’acqua d’intorno a Mantova; la terza parte per me e mia famiglia, magnare e bere, e bestie e basti, in modo che ogni anno fo debito trecento ducati». Come desse quei denari a Cristo non so; e chi può dire in che termini stesse con Cristo il buon frate? e chi può dire in che termini ci stesse papa Leone? Son misteri troppo profondi. Ma ciò che è detto dei parenti sarà verissimo, perchè chiunque avesse officio e grado e rendite in Roma a quel tempo vedeva pullulare i parenti fuor di terra a mo’ di funghi, a cominciar dal papa; e verissimo ancora ciò che è detto della famiglia, la quale non era forse composta di soli servitori. Fra Sebastiano diventò padre per da vero tra l’un piombo e l’altro. Ad ogni modo il nostro frate doveva essere un buon pastricciano, se persin l’Aretino giunse, come s’è veduto, a dir di lui che «egli fu così dolce, così affabile, così onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai in Corte».
Ma c’è quel maledetto sonetto, dove non solo si dice che fra Mariano credette poco e simulò religione, ma si tocca in modo anche troppo chiaro di un zero che non è quello dell’aritmetica. Sarà vero? sarà falso? Ecco dove ci vorrebbero i documenti, e dove i documenti mancano. Lodovico Dolce dice in una sua satira a Ercole Bentivoglio:
Dal pergamo gridar grave e sdegnosoS’ode fra Mariano e i vizii danna;Ma in cella quando è moglie e quando è sposo;
Dal pergamo gridar grave e sdegnosoS’ode fra Mariano e i vizii danna;Ma in cella quando è moglie e quando è sposo;
Dal pergamo gridar grave e sdegnoso
S’ode fra Mariano e i vizii danna;
Ma in cella quando è moglie e quando è sposo;
e dice forse il vero: ma è del nostro fra Mariano o di un altro ch’egli parla? Impossibile dirlo, impossibile di affermare o di negar nulla: il dubbio
Animum nunc huc, nunc dividit illuc.
Animum nunc huc, nunc dividit illuc.
Animum nunc huc, nunc dividit illuc.
In partesque rapit varias, perque omnia vertit.
Non so se fra Martin Lutero avesse, quando fu in Roma, occasione di conoscere fra Mariano Fetti, o di udir parlare dei suoi capricci; ma parmi che l’un frate spieghi, sino ad un certo segno, l’altro. Sono tutt’e due come il diritto e il rovescio della stessa medaglia. E questa medaglia fu Leone X a coniarla.
INDICEPetrarchismo ed Antipetrarchismo:Parte primaPag. 3Parte seconda45Un processo a Pietro Aretino89I Pedanti171Una cortigiana fra mille: Veronica Franco:Parte prima217Parte seconda293Appendici351Un buffone di Leone X365