Ma se degli altri io vuo’ scoprir gli altari,Tu dirai che rubato e del PistojaE di Pietro Aretino abbia gli armari.
Ma se degli altri io vuo’ scoprir gli altari,Tu dirai che rubato e del PistojaE di Pietro Aretino abbia gli armari.
Ma se degli altri io vuo’ scoprir gli altari,
Tu dirai che rubato e del Pistoja
E di Pietro Aretino abbia gli armari.
Scipione Ammirato chiamamaravigliosal’eloquenza con cui l’Aretinospiegò tutta l’arte del puttanesmo. Le lettere furono le prime lettere volgari che si stampassero, e fecero che molti poi si mettessero a comporne e stamparne. Esse sono per noi un repertorio prezioso di notizie d’ogni maniera, e contengono fedelissime dipinture dei tempi, il che non poteva intendere il Menagio, quando disse di non averci mai trovato dentro cosa che potesse mettere ne’ suoi libri[253]. Certo l’Aretino aveva ragione di tenerle assai migliori di quelle di Bernardo Tasso[254].
Quanto alle opere sacre dirò ch’esse non dispiacquero punto ai contemporanei; che furono tradotte in francese; che Vittoria Colonna avrebbe voluto che l’Aretino si desse tutto intero a comporne, e che anche il Dolce ne compose di simili. Non le difendo, anzi dichiaro che sono nojosissime a leggere; ma a chi fa un grave carico all’Aretino per aver mescolato ai racconti degli Evangeli, o alle leggende dei santi, favole da lui immaginate, dico che così praticando l’Aretino non faceva peggio di coloro che ci cacciavan dentro tutta la mitologia. Letterariamente parlando, faceva assai meglio.
E ora concludiamo.
L’Aretino non è quel pessimo e mostruoso uomo che s’è voluto fare di lui, o almeno non merita solo l’infamia, se le male qualità che gliel’hanno procacciata appartengono, non meno che a lui, al suo secolo.
L’Aretino non può essere messo nel novero dei grandi scrittori, perchè non lasciò dopo sè nessun capolavoro; ma alcune delle cose sue sono molto pregevoli, e tuttefanno fede di uno spirito ardito e di certe tendenze novatrici delle quali non fu tenuto conto abbastanza, e che meritano invero molta considerazione. A mio giudizio, l’Aretino ha, come letterato, assai più importanza che non il Guidiccioni, il Casa, o alcun altro simile, il cui nome figura nientedimeno assai più onoratamente nelle molte storie della nostra letteratura.
La doppia infamia, morale e letteraria, che ingombrò il nome dell’Aretino, si deve in parte alla invidia degli emuli superati da lui, in parte, e credo principalmente, alla reazione cattolica. La Chiesa, in vena di riforme, guardò con dispetto e con esecrazione quel secolo che pur da un pontefice doveva prendere nome, e detestò quei costumi, ch’essa stessa, scientemente o non, aveva favoriti, ma che le procacciarono poi la più grande jattura che mai le sia toccata, lo scisma di Lutero. E poichè condannare intero quel passato non poteva senza condannare in pari tempo sè stessa, e poichè diveniva urgente di dare altrui un chiaro concetto di quella depravazione da cui bisognava appunto scostarsi, essa riversò tutta l’ira sua sopra alcuni che in quel secolo avevano primeggiato, e, come tipi, li propose alla abominazione delle genti. Così incontrò all’Aretino; così incontrò anche al Machiavelli; e l’uno e l’altro furono messi fuori dell’umano consorzio, furono cacciati nel deserto come capri emissarii, carichi delle colpe d’Israele.
O prima o poi si troverà chi rinarri, nel modo che dai tempi è richiesto, la vita di Pietro Aretino, e non sarà un accusatore, nè un panegirista, ma uno storico. Non so quali nuove e particolari notizie potrà recare l’opera sua; ma la leggenda, credo, ne sarà sparita, e ne terrà il luogo questo giudizio: Pietro Aretino non è, moralmente parlando, peggior del suo secolo, e come scrittore vale più di parecchi che godono assai miglior fama di lui.