34. La manna del Monte di Trapani.L'arciprete che hà governato le anime della città detta Monte di S. Giuliano, con altro nome monte di Trapani, che fu l'anticha Erice. Questo, più semplice che scaltro, si era invogliato a fare scendere la manna del Cielo, come scese un tempo nel deserto, a sostegno e delizia degl'Isdraeliti; diede l'impulso maggiore ai suoi desiderij la vicinanza delle feste di Pentecoste. Onde cominciò a predicare al suo populo che si preparasse con orazioni e mortificazioni nella novena dello Spirito Santo, per ricevere da esso sì segnalato dono; altro non inculcava in quei nove giorni [a] quella gente, che allora era d'altra pasta più semplice che non è la presente; appunto di giorno in giorno aspettavano il celeste favore. Era corsa già tutta la novena, senza ricever la grazia bramata. «Non dubitate, la inanimava l'Arciprete, che i doni quanto sono più grandi, tanto tardono a venire; forse dommattina gioverà a noi ciò che anelanti spettiamo». Non era ancora nella Domenica spuntato il sole, che il sagrestano si porta alla chiesa per apparecchiare gli altari; mà che! sù l'altare maggiore ritrova come una ciambella di materia liquida e bruna, e stimandola un gran misterio corredal'Arciprete a dargliene la bona nova. Subito la credette ciò che non era; si portò in chiesa per osservarla, e decise esser di già piovuta in quella notte la manna desiderata; convocò il popolo con il sono festivo delle campane; il quale ragunato insieme col suo maggistrato, montò sull'altare il Pastore di quel gregge per pascerlo prima colla divina parola, poi colla manna piovutali. Mostrò in primo luogo il favore distinto dal Cielo in mandar loro quel benefizio così grande. In secondo luogo la preparazione che ricercavasi in quelli che dovean riceverlo, e chi mai si sentisse lesa la coscenza di qualche colpa la detestasse con dolore e con fermezza di mai più commetterla, altrimente quel prezioso cibo invece di fargli gustare quel sapore che si desiderava, sarebbe divenuto insipido e disgustoso; «venghino dunque ad assaggiarla i sig.ridel magistrato!» e quelli con una straordinaria umiliazione si appressarono all'altare, ove l'Arciprete con un cocchiarino di argento in mano ne prendea una piccola porzione dal altare, e mentre il riponea nella bocca del Capitano gli diceva che sciegliesse coll'interno del suo cuore quel sapore che più gli aggradisse. Tanto fece il Capitano, mà in entrar quella manna nella sua bocca, al sapore, all'odore parevagli escremento di gatto, mà nulla disse, stimando ciò pervenire dalla sua rea coscienza; tanto avvenne ai giurati, altrettanto alle primarie persone, alcune delle quali si vomitarono; fecero migliore indagine, e ritrovarono che il gatto che si allevava nella chiesa per guardarla dai sorci, costumeche pur tutta via si mantiene, avea piovuto alli Montesi la sua manna preziosa.
L'arciprete che hà governato le anime della città detta Monte di S. Giuliano, con altro nome monte di Trapani, che fu l'anticha Erice. Questo, più semplice che scaltro, si era invogliato a fare scendere la manna del Cielo, come scese un tempo nel deserto, a sostegno e delizia degl'Isdraeliti; diede l'impulso maggiore ai suoi desiderij la vicinanza delle feste di Pentecoste. Onde cominciò a predicare al suo populo che si preparasse con orazioni e mortificazioni nella novena dello Spirito Santo, per ricevere da esso sì segnalato dono; altro non inculcava in quei nove giorni [a] quella gente, che allora era d'altra pasta più semplice che non è la presente; appunto di giorno in giorno aspettavano il celeste favore. Era corsa già tutta la novena, senza ricever la grazia bramata. «Non dubitate, la inanimava l'Arciprete, che i doni quanto sono più grandi, tanto tardono a venire; forse dommattina gioverà a noi ciò che anelanti spettiamo». Non era ancora nella Domenica spuntato il sole, che il sagrestano si porta alla chiesa per apparecchiare gli altari; mà che! sù l'altare maggiore ritrova come una ciambella di materia liquida e bruna, e stimandola un gran misterio corredal'Arciprete a dargliene la bona nova. Subito la credette ciò che non era; si portò in chiesa per osservarla, e decise esser di già piovuta in quella notte la manna desiderata; convocò il popolo con il sono festivo delle campane; il quale ragunato insieme col suo maggistrato, montò sull'altare il Pastore di quel gregge per pascerlo prima colla divina parola, poi colla manna piovutali. Mostrò in primo luogo il favore distinto dal Cielo in mandar loro quel benefizio così grande. In secondo luogo la preparazione che ricercavasi in quelli che dovean riceverlo, e chi mai si sentisse lesa la coscenza di qualche colpa la detestasse con dolore e con fermezza di mai più commetterla, altrimente quel prezioso cibo invece di fargli gustare quel sapore che si desiderava, sarebbe divenuto insipido e disgustoso; «venghino dunque ad assaggiarla i sig.ridel magistrato!» e quelli con una straordinaria umiliazione si appressarono all'altare, ove l'Arciprete con un cocchiarino di argento in mano ne prendea una piccola porzione dal altare, e mentre il riponea nella bocca del Capitano gli diceva che sciegliesse coll'interno del suo cuore quel sapore che più gli aggradisse. Tanto fece il Capitano, mà in entrar quella manna nella sua bocca, al sapore, all'odore parevagli escremento di gatto, mà nulla disse, stimando ciò pervenire dalla sua rea coscienza; tanto avvenne ai giurati, altrettanto alle primarie persone, alcune delle quali si vomitarono; fecero migliore indagine, e ritrovarono che il gatto che si allevava nella chiesa per guardarla dai sorci, costumeche pur tutta via si mantiene, avea piovuto alli Montesi la sua manna preziosa.