AVVERTENZA

DecorazioneAVVERTENZAIIl manoscritto di questiAvvenimenti facetiè nella Biblioteca Nazionale di Palermo (segnato XI. A. 20), e mi fu dato a vedere da quel gentile Bibliotecario Capo che è il comm. Filippo Evola, tanto benemerito degli studi bibliografici in Sicilia.È in-16opiccolo, rilegato in pelle di montone, di cinquantasette carte (escluse tre bianche), pagine centotredici; e porta per titolo:Avvenimenti | Faceti | Per mantenere in ame-|nitàinnocente le one- | ste recreazioni, | Raccolte | In diverse città e | Terre di questo | Regno. La scrittura ne è nitida e chiara senza un pentimento: il che induce a ritenerla copia di un originale smarrito o distrutto.Chi ne sia l'autore, non so; ma dalla natura dei fatti che egli ama di raccontare, tutti o quasi tutti di argomento ecclesiastico, con personaggi di chiesa e con particolari della vita di sacerdoti secolari e regolari, può ritenersi un prete o un frate predicatore della provincia di Messina, e probabilmente della Terra di S. Marco. Non altri che un ecclesiastico poteva occuparsi esclusivamente di persone di chiesa, discorrerne con piena conoscenza di abitudini, di occupazioni ordinarie, di offici divini e di altre cose siffatte; non altri che un predicatore, forse uno de' così detti quaresimalisti, poteva, nel passato secolo, recarsi da unvalloall'altro[1], girar mezza Sicilia, e trovarsi in grado di udire, dalla bocca di amici edi conoscenti, piacevolezze e storielle di Longi (prov. di Messina) e di Bagheria (prov. di Palermo), di Regalbuto (prov. di Catania) e di Marsala (prov. di Trapani), per non dire di Naso, Patti, Montalbano, Novara, Mongiuffi, Nicosia, Aggira, Bronte, Randazzo, Termini. Come appare da vari luoghi egli viaggiava e scriveva nella prima metà, e propriamente nel quarto decennio del sec. XVIII[2]; anzi nel n. 40 è ricordato, senz'altro, «quest'anno 1738[3]»; e chi non ignora le condizioni civili e morali della Sicilia in quel tempo, e le difficoltà di recarsi da un punto all'altro di essa, giudicherà se, guardato al genere dei racconti, altri, che non un frate o un prete, potesse fare quel che fece il nostro.Che poi egli fosse, come oggi si direbbe, della provincia di Messina, non c'è ombra di dubbio, non tanto per il numero di fatti che egliracconta di quella provincia, e particolarmente di S. Marco, dove egli potè fermarsi di più[4], quanto per il dialetto in che egli scrisse, e che è del gruppo messinese. Laonde, senza dire delvermu di la sita(pervermi di la sita, baco da seta) che il Caglià ebbe cura di notare[5], delminella fraseundi mi m'arricogghiue di altre voci simili, giova rilevare la forma caratteristica di quel gruppo, cioè ladindocile di assimilazione quando preceda lan, forma unica e sola in tutti i dialetti dell'isola, ne' quali non esistono nè si sono mai sentite voci messinesi come le seguenti, che io raccolgo da tutto il libro:essendu, dicendu, mittendu, vardandu, undi, manda, andari, vindiri, mi ndi vaju, banda, vattindi, quandued altre.La materia del libro è per più d'un terzo tradizionale, non pure in Sicilia, ma anche nel continente italiano, in Francia, Spagna, Germania, Inghilterra ed in altre contrade: aneddoti, cioè, novellette, facezie, burle, motti di spirito più o meno festevoli, più o meno vivaci,che ognuno di noi, tra una brigata di amici, ha molte volte udito a raccontare ed ha raccontato egli stesso come seguiti nel tale o tal altro luogo, in persona del tal de' tali.In vero, questi fatti poterono bene avvenire qua e là, e ripetersi con circostanze simili o analoghe, o non avvennero mai, e furono spiritose invenzioni di begliumori quando per mettere in burla gli abitanti d'un paese in voce di sciocchi e grossi di cervello, quando per deridere una classe di gente, quando per depreziare il prodotto d'un suolo. Veri o inventati, unici o no, propri o d'altrui, questi fatti piacquero, si raccontarono, e passando di bocca in bocca, di paese in paese, per la innata tendenza del popolo a personificare, a localizzar tutto, si individualizzarono sempre più, acquistando colori e circostanze locali. Così leggendo per avventura le storielle che hanno richiami nella rubrica delleVarianti e Riscontri[6], si vede chiaro che molti di questiAvvenimenti, tradizionali assai prima che il raccoglitore li scrivesse, erano stati raccolti escritti da altri in Italia; e che qualcuno ci venne, nientemeno, dall'Oriente, culla d'una gran parte de' racconti che corrono presso i volghi di Europa.Senza esagerare il valore, per altro abbastanza limitato, del presente libretto, vo' rilevare i nn. 1-3, 5 e 22, riferentisi a sacre rappresentazioni in Naso, Bronte, Aggira, Randazzo e, più che altrove, in Nicosia, celebre per la suaCasazza, rimasta insuperata finora tra noi[7]; ed il numero 15, che è un nuovo documento da aggiungere alla storia delle prefiche in Sicilia[8]. Parecchi racconti ricordanodeplorevoli gare municipali[9], tutt'altro che cessate a' dì nostri[10]; e più d'uno, pei colori locali e per i caratteri personali che offre, conferma l'ignoranza e gli abusi di certi ecclesiastici dell'isola, contro i quali per parecchi secoli gridarono i sinodi e le costituzioni diocesane di Messina, di Patti, di Siracusa, di Catania[11], oltrechè di Cefalù, Girgenti, Mazzara, Monreale e Palermo.L'edizione è fedelmente condotta sull'originale, e ne conserva la grafia tutta fino alle strane abbreviature ed agli accenti. Forse trattandosidi un ms. d'un secolo non lontano avrei potuto essere meno scrupoloso; ma confesso che non ho saputo farlo[12], considerando che gli scritti altrui vanno pubblicati come sono, e che la forma materiale d'una scrittura rivela, non meno che la sostanza di essa, la mente dell'autore. Nel caso nostro l'autore è uno de' tanti mediocrissimi scrittori siciliani del secolo scorso, il quale nel suo dettato conserva più o meno fedelmente le forme del dialetto, senza preoccuparsi di stile e di lingua; ma, in compenso, ha un po' di quella schiettezza ed ingenuità che spesso manca agli scrittori d'arte.Avrei anche potuto lasciar da parte le pagine contenenti ilMagnificat, laSequenza dei morti, leLitaniee gli altri inni e preci latine solite recitarsi in chiesa; ma il latino in bocca al popolo è documento di demopsicologia, ed è un notevole contributo allo studio delle etimologie popolari, che oramai si avvantaggiano degli importanti lavori di GustavoAndresen per la Germania, di Nyrop per la Danimarca, di Karlowicz per la Russia, di Palmer per l'Inghilterra.Di note illustrative ho voluto esser parco; e la rubrica delleVarianti e Riscontriho limitata, com'è mio costume, a sole cose italiane edite. Ma siccome ora l'una ed ora l'altra di queste capestrerie si raccontano alla giornata, così qualcuna di esse, come variante inedita, mi è piaciuto di riportare a documento della loro popolarità, ed a svago onesto di chi legge. Nell'indice ho creduto di apporre di mio i titoli ai racconti che nell'originale non ne hanno.Palermo, 1 Gennaio 1885.G. Pitrè.Decorazione

Decorazione

IIl manoscritto di questiAvvenimenti facetiè nella Biblioteca Nazionale di Palermo (segnato XI. A. 20), e mi fu dato a vedere da quel gentile Bibliotecario Capo che è il comm. Filippo Evola, tanto benemerito degli studi bibliografici in Sicilia.

È in-16opiccolo, rilegato in pelle di montone, di cinquantasette carte (escluse tre bianche), pagine centotredici; e porta per titolo:Avvenimenti | Faceti | Per mantenere in ame-|nitàinnocente le one- | ste recreazioni, | Raccolte | In diverse città e | Terre di questo | Regno. La scrittura ne è nitida e chiara senza un pentimento: il che induce a ritenerla copia di un originale smarrito o distrutto.

Chi ne sia l'autore, non so; ma dalla natura dei fatti che egli ama di raccontare, tutti o quasi tutti di argomento ecclesiastico, con personaggi di chiesa e con particolari della vita di sacerdoti secolari e regolari, può ritenersi un prete o un frate predicatore della provincia di Messina, e probabilmente della Terra di S. Marco. Non altri che un ecclesiastico poteva occuparsi esclusivamente di persone di chiesa, discorrerne con piena conoscenza di abitudini, di occupazioni ordinarie, di offici divini e di altre cose siffatte; non altri che un predicatore, forse uno de' così detti quaresimalisti, poteva, nel passato secolo, recarsi da unvalloall'altro[1], girar mezza Sicilia, e trovarsi in grado di udire, dalla bocca di amici edi conoscenti, piacevolezze e storielle di Longi (prov. di Messina) e di Bagheria (prov. di Palermo), di Regalbuto (prov. di Catania) e di Marsala (prov. di Trapani), per non dire di Naso, Patti, Montalbano, Novara, Mongiuffi, Nicosia, Aggira, Bronte, Randazzo, Termini. Come appare da vari luoghi egli viaggiava e scriveva nella prima metà, e propriamente nel quarto decennio del sec. XVIII[2]; anzi nel n. 40 è ricordato, senz'altro, «quest'anno 1738[3]»; e chi non ignora le condizioni civili e morali della Sicilia in quel tempo, e le difficoltà di recarsi da un punto all'altro di essa, giudicherà se, guardato al genere dei racconti, altri, che non un frate o un prete, potesse fare quel che fece il nostro.

Che poi egli fosse, come oggi si direbbe, della provincia di Messina, non c'è ombra di dubbio, non tanto per il numero di fatti che egliracconta di quella provincia, e particolarmente di S. Marco, dove egli potè fermarsi di più[4], quanto per il dialetto in che egli scrisse, e che è del gruppo messinese. Laonde, senza dire delvermu di la sita(pervermi di la sita, baco da seta) che il Caglià ebbe cura di notare[5], delminella fraseundi mi m'arricogghiue di altre voci simili, giova rilevare la forma caratteristica di quel gruppo, cioè ladindocile di assimilazione quando preceda lan, forma unica e sola in tutti i dialetti dell'isola, ne' quali non esistono nè si sono mai sentite voci messinesi come le seguenti, che io raccolgo da tutto il libro:essendu, dicendu, mittendu, vardandu, undi, manda, andari, vindiri, mi ndi vaju, banda, vattindi, quandued altre.

La materia del libro è per più d'un terzo tradizionale, non pure in Sicilia, ma anche nel continente italiano, in Francia, Spagna, Germania, Inghilterra ed in altre contrade: aneddoti, cioè, novellette, facezie, burle, motti di spirito più o meno festevoli, più o meno vivaci,che ognuno di noi, tra una brigata di amici, ha molte volte udito a raccontare ed ha raccontato egli stesso come seguiti nel tale o tal altro luogo, in persona del tal de' tali.

In vero, questi fatti poterono bene avvenire qua e là, e ripetersi con circostanze simili o analoghe, o non avvennero mai, e furono spiritose invenzioni di begliumori quando per mettere in burla gli abitanti d'un paese in voce di sciocchi e grossi di cervello, quando per deridere una classe di gente, quando per depreziare il prodotto d'un suolo. Veri o inventati, unici o no, propri o d'altrui, questi fatti piacquero, si raccontarono, e passando di bocca in bocca, di paese in paese, per la innata tendenza del popolo a personificare, a localizzar tutto, si individualizzarono sempre più, acquistando colori e circostanze locali. Così leggendo per avventura le storielle che hanno richiami nella rubrica delleVarianti e Riscontri[6], si vede chiaro che molti di questiAvvenimenti, tradizionali assai prima che il raccoglitore li scrivesse, erano stati raccolti escritti da altri in Italia; e che qualcuno ci venne, nientemeno, dall'Oriente, culla d'una gran parte de' racconti che corrono presso i volghi di Europa.

Senza esagerare il valore, per altro abbastanza limitato, del presente libretto, vo' rilevare i nn. 1-3, 5 e 22, riferentisi a sacre rappresentazioni in Naso, Bronte, Aggira, Randazzo e, più che altrove, in Nicosia, celebre per la suaCasazza, rimasta insuperata finora tra noi[7]; ed il numero 15, che è un nuovo documento da aggiungere alla storia delle prefiche in Sicilia[8]. Parecchi racconti ricordanodeplorevoli gare municipali[9], tutt'altro che cessate a' dì nostri[10]; e più d'uno, pei colori locali e per i caratteri personali che offre, conferma l'ignoranza e gli abusi di certi ecclesiastici dell'isola, contro i quali per parecchi secoli gridarono i sinodi e le costituzioni diocesane di Messina, di Patti, di Siracusa, di Catania[11], oltrechè di Cefalù, Girgenti, Mazzara, Monreale e Palermo.

L'edizione è fedelmente condotta sull'originale, e ne conserva la grafia tutta fino alle strane abbreviature ed agli accenti. Forse trattandosidi un ms. d'un secolo non lontano avrei potuto essere meno scrupoloso; ma confesso che non ho saputo farlo[12], considerando che gli scritti altrui vanno pubblicati come sono, e che la forma materiale d'una scrittura rivela, non meno che la sostanza di essa, la mente dell'autore. Nel caso nostro l'autore è uno de' tanti mediocrissimi scrittori siciliani del secolo scorso, il quale nel suo dettato conserva più o meno fedelmente le forme del dialetto, senza preoccuparsi di stile e di lingua; ma, in compenso, ha un po' di quella schiettezza ed ingenuità che spesso manca agli scrittori d'arte.

Avrei anche potuto lasciar da parte le pagine contenenti ilMagnificat, laSequenza dei morti, leLitaniee gli altri inni e preci latine solite recitarsi in chiesa; ma il latino in bocca al popolo è documento di demopsicologia, ed è un notevole contributo allo studio delle etimologie popolari, che oramai si avvantaggiano degli importanti lavori di GustavoAndresen per la Germania, di Nyrop per la Danimarca, di Karlowicz per la Russia, di Palmer per l'Inghilterra.

Di note illustrative ho voluto esser parco; e la rubrica delleVarianti e Riscontriho limitata, com'è mio costume, a sole cose italiane edite. Ma siccome ora l'una ed ora l'altra di queste capestrerie si raccontano alla giornata, così qualcuna di esse, come variante inedita, mi è piaciuto di riportare a documento della loro popolarità, ed a svago onesto di chi legge. Nell'indice ho creduto di apporre di mio i titoli ai racconti che nell'originale non ne hanno.

Palermo, 1 Gennaio 1885.

G. Pitrè.

Decorazione

AvvenimentiFacetiPer mantenere in ame-nità innocente le one-ste recreazioniRaccolteIn diverse Città, eTerre di questoRegno.

AvvenimentiFacetiPer mantenere in ame-nità innocente le one-ste recreazioni

RaccolteIn diverse Città, eTerre di questoRegno.


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