VI.

Qualche tempo dopo il ritorno del Santasillia avevano preparato a Verona, nelle sale del palazzo dellaGran Guardia Vecchia, una splendida fiera di beneficenza, presieduta e diretta da un comitato di signore. Andrea aveva mandato in dono oggetti artistici e di grandissimo valore; poi, appena le sale furono aperte alla pubblica vendita, egli, senza sapere proprio di che si trattava e pensando solamente che ci sarebbe stata l'occasione di far del bene, ci volle andar subito, avendo cura di prendere con sè una forte somma di danaro. Quando si trovò sotto la loggia e nel salire la grande scala del vecchio palazzo, adornata di fiori e di bandiere, capì che stava per essere preso come un uccelletto al paretaio: guardò se poteva ancora svignarsela e tornare indietro; ma oramai non era più in tempo. Una fanciullina gli era corsa incontro offrendogli una rosa, e un signore, dai modi assai cortesi, e tutto vestito di nero, gli fe' prendere una dozzina di biglietti d'ingresso e lo accompagnò fino alle sale.

Andrea non sapeva che fare. Non aveva dato nulla per la rosa; avea pagato cento lire per i biglietti e sorrideva ringraziando, ma rimproverandosi in cor suo, per il cattivo pensiero che gli era venuto di andare alla fiera. E appena fu dentro, nella prima sala, rimase come sbalordito in mezzo ad un brusìo di gente, che andava e veniva chiacchierando, cinguettando, ridendo, ma pure osservandolo e ammiccandoselo l'un l'altro. Andrea non si sentiva il coraggio d'inoltrarsi; e si guardava attorno in quella baraonda come intontito; quando, ad accrescere la sua confusione, molte signore uscirono dalle bottegucce che, sotto forma di artistiche pagode o di ricchi padiglioncini erano disposte all'ingiro della vastissima sala, e lo circondarono premurosamente, complimentandolo, offrendogli i loro ninnoli, e disputandoselo, per attirarlo ognuna al proprio banco. Erano giubilanti, perchè da quella visita si ripromettevano la soddisfazione di un lauto incasso, ma più ancora perchè tenevano finalmente in loro balìa quel personaggio misterioso. E alle signore si univano i giovanotti, isegretaridella fiera, e anch'essi facevano il chiasso e offrivano roba al Santasillia, il quale, col cappello in mano, non faceva altro che salutare e ringraziare a destra e a sinistra e si sentiva sempre più impacciato.

La Castelguelfo era in un salottino a parte, addetta colle sue amiche alla vendita dei fiori, ma appena fu avvertita dalla marchesa d'Arcole dell'arrivo del cugino gli mosse subito incontro, salutandolo con amabile famigliarità, come se già da un pezzo fossero stati amici e offrendosi per accompagnarlo a fare il giro dei banchi. Andrea ringraziò, meglio che a parole, coll'effusione del cuore, e la vezzosa cuginetta gli sembrò inviata dalla Provvidenza.

La Baby lo guardò sorridendo, passò la sua manina bianca sotto il braccio di lui, e lo portò via da quella gente che lo importunava. Lo condusse prima a comperare una statuina di bronzo ch'era stata donata dal re, e fu lei che ne fissò il prezzo; poi a comperare un ricco tappeto, poi un quadro, un orologio, unalbume via via, senza più lasciarlo, finchè non ebbe fatto la visita di tutte le sale, seguiti da Marco Baldi che notava, sopra un taccuino, le compere fatte e il prezzo convenuto.

La Contessina si teneva sempre appoggiata al braccio di Andrea, stringendosi a lui più forte quando erano urtati dalla folla; a volte trascinandolo un poco per cercar di passare in mezzo alla gente, e a volte fermandolo all'improvviso, per fargli ammirare una mostra. E Andrea sentiva le scosse e i sussulti, e sorrideva ai vivaci atteggiamenti della vaga donnina, che aveva una parola per tutti, per tutti uno scherzo, sempre a proposito e sempre ammodo. Ma per altro, con que' suoi occhi grandi e miti da bambina buona, con quella grazietta affettuosa, e mentre pareva tutta compresa da una festività composta e temperata, la Baby si godeva pure le sue piccole cattiverie. La marchesa, la generalessa e madama Kraupen capitavano ogni momento, con una scusa o coll'altra, a cercarla, a chiamarla, a parlarle, aspettando sempre che la Baby presentasse loro il Santasillia; ma la Contessina, invece, le lasciava dire, rispondeva tranquillamente ciò che avea da rispondere, sorrideva e continuava il suo giro, fingendo di non accorgersi di quegli artigli: poi, quando se ne andavano indispettite, lanciava un'occhiatina a Marco Baldi, che avea capito il giuoco e ne rideva.

E un altro divertimento volle prenderselo alle spalle di Titta Damonte e di Scipio Spinola. Titta Damonte cominciava a essere geloso di quel gran girare al braccio di Santasillia, e quando la Contessina condusse il cugino presso il banco dove il giovanotto era segretario, questi non la salutò nemmeno, fingendo di non vederla, occupatissimo a discorrere con un'altra signora. E la Baby a ridere, a scherzare con Andrea e con Marco Baldi e ad ordinare, proprio al Damonte, di farle vedere un gran piatto di porcellana, esposto in modo che, per toglierlo dalla mostra, bisognava buttare tutto all'aria. Il Damonte schiattava di rabbia, ma dovette cedere, e quando infine riuscì a levare il piatto e lo presentò, sempre con un palmo di muso, ad Andrea, la Baby non volle più che il Conte lo comperasse, perchè il disegno le sembrava troppo volgare.

—Stasera pillole di catrame!—mormorò Marco Baldi all'orecchio dellaContessina.

Invece Scipio Spinola voleva fare lo spiritoso; ma diventava rosso rosso, sembrava nervoso e non diceva altro che sciocchezze. Insomma tutti e due erano turbati assai per la presenza del Santasillia, e non vedevano l'ora e il minuto che se ne andasse pe' fatti suoi.

Il Damonte a mano a mano si rendeva sempre più intrattabile, brontolava su tutto, e faceva musacce persino alle signore; Scipio Spinola continuava a bere cognac e ripeteva le sentenze che aveva letto nei romanzi, contro le donne. Ma non ostante ciò, appena intesero che Andrea avea abbandonato la fiera, non seppero resistere, e corsero insieme dalla Baby per farle vedere che tenevano il broncio, e cercare un po' di mettere in ridicolo ilMonsignore.

—Ed ora, conte Andrea, tornerà a nascondersi?… a rintanarsi?… Non la rivedremo proprio più?—aveva detto la Castelguelfo al Santasillia, mentre questi prendeva commiato.

—Oh no, Contessa… anzi verrò presto… a ringraziarla.

—Ricorderà che siamo cugini?

—Non l'ho mai dimenticato, Contessa.

—Uhm… sarà… Ma finora si direbbe che ci ha pensato soltanto per renderci orgogliosi di lei… il che non è molto, altro che per il nostro amor proprio!

—Contessa…—e Andrea non trovò più le parole. A questo punto egli cominciava a sentirsi timido anche colla Baby.

—Ma sa che cosa faremo?—continuò la Contessina, sempre graziosamente;—s'ella non verrà presto a trovarci, manderò Marco Baldi a ricordarle la sua promessa.

Andrea ringraziò, assicurando che non ce ne sarebbe stato bisogno; ma appena uscito dal palazzo dellaGran Guardia Vecchiasi volle persuadere di essersi molto annoiato, e giurò a sè stesso che non avrebbe più messo il piede in una fiera di beneficenza.

«Seccar la gente in quel modo? Essere in quel modo importuni e sfacciati, colla scusa dei poveri e della carità!… Fortuna che si era incontrato colla Castelguelfo, altrimenti si sarebbe trovato davvero in un grande impiccio».

E anche fuori, all'aperto, sentiva sempre l'odore dei capelli della piccola cugina…—Che odore, che profumo strano!…—A lui la Castelguelfo aveva fatto l'effetto di una bimba!… Rideva, scherzava, proprio come una bimba!… Pure, in quel suo visetto capriccioso c'era della ingenuità e della bontà!… Buona, sì… Buona assai doveva essere!… Era bionda… bionda come l'Adele… E, guarda combinazione! aveva pure un abito bianco e un nastro azzurro fra i capelli!…

Aveva attraversata laPiazza Bràe affrettò il passo. Era già trascorsa l'ora solita della sua visita all'Adele.—Vuol dire, pensò, che anderò a pranzo più tardi… In ogni modo non fo aspettare nessuno!…—E sospirava, sospirava… Si sentiva così solo al mondo!

Intanto aveva attraversato anche ilPonte delle Navie scendeva giù nel lung'Adige per avviarsi al cimitero.

Com'era bello l'Adige, e maestoso!… E dire che non lo aveva mai osservato!

Allora, prima di entrare nel Camposanto, volle fare qualche passo lungo il fiume, e senza quasi avvedersene, andò innanzi fino all'altro ponte lontano, quello grande della ferrovia.

Cominciava il tramonto ed era di aprile. L'Adige rigonfio, bigio, passava mugghiando: le rive apparivano scialbe, fra una luce pallida, malinconica come quell'ora trista del giorno; ma in alto verdeggiavano superbe le colline, e il forte diSan Pietrosplendeva rosseggiante sotto l'azzurro del cielo, irradiato fantasticamente dall'ultimo sprazzo di sole.

Andrea rimase sul ponte a guardare, fermo, immobile per qualche minuto. Poi chinò il capo e discese.

—Ma perchè la chiamano Baby?—pensava:—Eleonora è così un bel nome!

Quando ripassò dalPonte delle Naviper tornarsene a casa, s'incontrò in una carrozza a due cavalli che saliva al trotto. C'era dentro una signora, dell'altra gente, e tutti avevano in mano mazzi e canestri di fiori. Certo ritornavano dalla fiera. Ma la signora riconobbe il Santasillia e lo salutò chinandosi e voltandosi in atto molto amichevole. Era la Baby con Marco Baldi, Damonte e Scipio Spinola.

Andrea, colto all'improvviso, rispose in fretta al saluto, e subito arrossì, provando un senso di dispetto.

—Come mai quel balordo di mio cugino la lascia sempre sola?—E scosse il capo con aria di malumore.

—Certo, certo… io non ci metterò i piedi in casa Castelguelfo! Con tanta gente che ha sempre d'attorno?… Cheh! Nemmeno per idea!

Ma in quel punto la carrozza colla Baby gli passò dinanzi agli occhi come l'avea raffigurata fra la luce pallida, crepuscolare, e sentì ancora ripercuotere il trotto serrato dei cavalli.

La mattina dopo Andrea prese due biglietti di visita e li mandò alla contessa di Castelguelfo.

—In tal modo me ne sono liberato—mormorò a bassa voce—e non avrò altre seccature!

Continuò la vita di prima, tranquilla e studiosa. Solamente adesso egli sentiva maggiore il desiderio e il bisogno di frequenti e lunghe passeggiate all'aperto, dalle quali ritornava a casa stanco, spossato, colla testa intronata dal sole primaverile. Di sua cugina non ne volea più sapere; ma ci pensava sempre, se non altro per ripetere a sè stesso che non sarebbe mai andato a farle visita.—Oibò, oibò; non ho tempo da perdere!

Pure, dopo alcuni giorni, si maravigliò che Marco Baldi non venisse a trovarlo, e ogni volta che Andrea passava dinanzi allo stanzino del portiere, gittava un'occhiata sul tavolo per vedere se ci fosse un biglietto di visita.

—Cheh!… ha ben altro per il capo la matterella! Del rimanente, anche se il Baldi si incomodasse a venire, io cercherei sempre una scusa per non riceverlo. Non voglio cominciare adesso a buttarmi nel mondo: io vivo delle mie memorie e per il mio lavoro… E poi ci va troppa gente in quella casa, e tutte persone antipatiche!

Ma il Baldi non si facea vivo; e ogni giorno cresceva il dispetto del Santasillia contro quella stordita che rideva sempre, e che dovea essere leggiera e superficiale.

—Sicuro: se fosse stata seria, se fosse stata proprio una donnina d'ingegno, non si sarebbe tenuta in giro tutti quei cretini!

E Marco Baldi continuava a non lasciarsi vedere.

—Infine—concluse Andrea—a me fa proprio un favore a non mandarmi il suo messaggero ritinto; tuttavia posso dire che questa dimenticanza non è certo cortese… Ma già… le donne che ridono sempre, devono valer poco!

E con tali pensieri passò un'altra settimana, poi un bel giorno, mentre era nello studio a scrivere, gli fu annunciata la visita di Marco Baldi.

Andrea si alzò vivamente, interrompendo il lavoro, e diè ordine al cameriere di condurre il Baldi nel salotto.

—Ditegli di accomodarsi: vengo subito.

Andrea fu molto cortese coll'inviato della Castelguelfo; gli mostrò il piccolo museo di rarità africane, ch'egli stesso aveva raccolte, e poi, finita la visita, uscirono insieme.

Per voler essere giusto, adesso il Santasillia dovea modificare il primo giudizio: la contessa di Castelguelfo si era diportata in un modo assai gentile. Era lui invece, proprio lui, che avea commesso una sconvenienza molto grave, non lasciandosi più vedere dopo quel giorno della fiera! Ma ormai non c'era verso; una visita gliela doveva. In fine, era sempre sua cugina; e perchè egli non andava più dalla Giustiniani, non era una buona ragione per trascurare e mettersi in urto con tutta la parentela.

Ma, anche questa volta, Andrea si era ingannato nel giudicare la Castelguelfo: in sulle prime essa non ci pensava punto di mandare il Baldi a cercarlo, come gli aveva promesso. Dopo il loro incontro alla fiera di beneficenza, il ritroso cugino non istimolava più tanto la sua maraviglia.

La Baby, avea subito capito che, s'ella avesse voluto, anche Andrea, sebbene chiudesse un dramma nel cuore, avrebbe finito, presto o tardi coll'innamorarsi di lei, come facevano tutti gli altri, e ciò bastava al suo amor proprio. E, forse, sentiva pure che quell'uomo dal viso pallido e dallo spirito ascetico, sarebbe stato a lungo andare, ancora piùpesantedi Titta Damonte, e però, quasi quasi, per non averci impicci, preferiva meglio tenerselo lontano. D'altra parte la marchesa d'Arcole, la generalessa Brocca di Broglio e madama Kraupen, sempre infervorate col Santasillia, insistevano troppo perchè se lo facesse venire in casa, e la Baby, anche per questa ragione, non aveva punto fretta…—C'era sempre tempo, quando avesse voluto!…—Il Damonte e Scipio Spinola erano gelosi ugualmente di Andrea, e bastava che ella lo ricordasse qualche volta perchè Titta mettesse il broncio e l'altro diventasse rosso rosso e dicesse subito una scioccheria. Insomma non c'era punto bisogno, per divertirsi, che lo mandasse a chiamare. Essa poi lo aveva invitato una volta per tutte. Bella pretesa che aveva quel grande uomo,quell'uomo fatale, di essere anche supplicato!

Ma poi venne il giorno, in cui tutto quel suo piccolo mondo s'era messo il cuore in pace.—Il Santasillia—dicevano—non avrebbe mai dimenticata la Parabiano… Nemmeno la contessina Baby non gli aveva fatto impressione!—E tutti, e più di tutti le «dame della consulta» ripetevano spesso questa affermazione dinanzi alla Castelguelfo, e coll'aria, certe volte, di volerla quasi compiangere, come un fiasco patito; e ciò mentre il Damonte non aveva più tosse; e Scipio Spinola cessava di arrossire.

La Baby lasciò correre quelle dicerie per un pezzo; ma un giorno ne fu seccata; sfavillò negli occhi all'improvviso, poi sorrise tranquillamente e mandò Marco Baldi a portare i suoi saluti al Santasillia.

Andrea fece la prima visita di giorno, come era naturale, ma la sera stessa il Damonte e Scipio Spinola, in segno di protesta, non si lasciarono vedere dalla contessina Baby. Andarono invece in conversazione dall'avvocatessa Zanibon, una bella donnacciona, che ogni sera «teneva società» ma unasocietà mista, come dicevano le signore dell'aristocrazia, le quali la colpivano spesso con frizzi a satire atroci, un po' irritate, perchè, non ostante le loro scomuniche, gli uomini ci andavano e si divertivano assai. Ma per altro il Damonte e Scipio Spinola quella sera non si divertirono appunto. Aveano sperato di poter sfogare il loro malumore e di far dispetto alla Castelguelfo, e invece ebbero motivo di arrabbiarsi ancora di più.

Appena entrarono dalla Zanibon tutti cominciarono a prendersi gioco di loro e metterli in burletta a proposito di quella diserzione. E nemmeno le celie erano di natura tale da lusingare il loro amor proprio.

—A che si dovea attribuire—domandavano gli altri—quella comparsa inaspettata? La Contessina era andata a letto? Faceva breccia il cugino? Era ritornato il marito e avea congedatala guardia del corpo?

E la Zanibon che rendeva felice, fra gli altri, anche un capitano d'artiglieria, e ne aveva appreso il frasario, domandò «se eran stati dispensati dal servizio per insubordinazione».

Il Damonte e Scipio Spinola, che da tutto ciò si capisce come avevano ragione di annoiarsi parecchio in quella casa, se ne andarono prima degli altri, e ancora sulle scale, fermandosi per accendere il sigaro, brontolarono a bassa voce che «lasocietàera proprio impossibile!»

—La Zanibon, non è punto fina—osservò il Damonte tristo tristo.

—Credo bene,—rispose Scipio Spinola, stizzito e senza ridere:—è un pezzo d'artiglieria!

Quella sera i due amici non si mostrarono alclub. Temevano che anche là ricominciassero le osservazioni e i motteggi. Invece, per far tardi, continuarono a girare un po' a caso, finchè, senza mai dire una parola, andarono a rincantucciarsi alCaffè Dante. Il Damonte era raffreddato per davvero e sorbì un appio caldo; Scipio Spinola, rosso come un gambero, prese un bicchierino di cognac, brontolando ch'era cattivissimo. Poi tutti e due ritornarono muti, pensosi; Titta Damonte tossendo e sospirando, mentre l'altro assonnacchiato si divertiva a fare il tamburino con le dita, sull'orlo delcabaret. Speravano entrambi che passasse dalCaffèqualcuno dei frequentatori soliti di casa Castelguelfo, per sapere almeno che cosa aveva detto la contessina Baby a proposito della loro assenza. Ma quella sera non capitò nessuno, e fu meglio assai; avrebbero avuta una ragione di più, per andare a letto in cattiva luna.

La Baby avea passata la sera piacevolmente, mettendo in ridicolo i due innamorati. Marco Baldi le aveva riferito legrimazfatte da Titta Damonte e da Scipio Spinola, quando ebbero le prime notizie della visita del Santasillia, e le disse pure che quella sera, per vendicarsi, contavano appunto di andare a veglia dalla Zanibon. Figurarsi allora la Baby! Non ci voleva di meglio per dar la stura al suo buon umore!.. Cominciò a rifare l'avvocatessa coll'aria languida, e il Damonte vicino, che le tossiva d'amore; poi Scipio Spinola che dirigeva le quadriglie col capitano d'artiglieria e combinava le sciarade in azione col marito e i figliuoli grandi e piccini della Zanibon; e tutto ciò con uno spirito e un brio così schietto e vivace, da far andare in visibilio i suoi fedeli che ridevano come matti.

E anche il giorno dopo la Baby non sentì altro a discorrere che della visita fattale dal Santasillia. La Generalessa, la Marchesa e madama Kraupen capitarono una dopo l'altra, ma tutte scalmanate, a casa Castelguelfo, per sapere come mai e perchè il Santasillia c'era stato: e che cosa aveva detto, e se avea promesso di ritornare.

—Certamente!—rispose svelta la Contessina, pensando fra sè, che la divertiva troppo quel gran rumore per non voler obbligare il cugino, con qualche pretesto, a farle un'altra visita. E allora ognuna delle tre signore, appena ebbe agio di essere sola colla Baby, la pregò assai perchè trovasse modo, qualora il Santasillia ritornasse davvero di mandarla subito ad avvertire; ma badasse bene: «senza farsi scorgere!» E la Baby a promettere, sorridendo, tutto ciò che volevano.

Ma il Santasillia, fatta la visita d'obbligo, non ricompariva più. Il Damonte ricominciava a respirare, Scipio Spinola a dire spiritosità di buona lega e «le dame della consulta,» che domandavano ogni giorno alla Baby se avea rivisto il cugino, ricominciavano da capo ad affermare che l'andare «nel mondo» dovea essere per lui una noia, un sacrifizio, e che se c'era stato una volta per convenienza, scommettevano che non ci sarebbe ritornato.

La Baby le lasciava dire, e le ascoltava colla solita dolcezza; ma poi, quando vide che Andrea si faceva aspettare, combinò con Marco Baldi di andar insieme a fare una visitina al museo africano.

Il Santasillia non fu nemmeno avvertito del grande onore che lo attendeva; la Castelguelfo e Marco Baldi capitarono nel suo studio, all'improvviso, forzando un po' la consegna del cameriere, per non essere annunziati.

Andrea, alla bella prima, si trovò impacciato, ma poi fu preso dalla graziosa amabilità della Baby, che girava attonita per lo studio, guardando tutto, toccando tutto leggermente, colle manine garbate, facendo su tutto un'infinità di domande, colla curiosità ingenua e ardita insieme di una bimba. E l'ambiente severo e cupo della stanza, un po' da filosofo, un po' anche da benedettino, pareva rallegrarsi alla gaiezza dei colori, e alla festevole semplicità di quella personcina elegante, a quella voce che vi risonava armoniosa e al sorriso fresco e buono.

Ma la Baby divenne seria, appena incominciarono a visitare il museo. Allora il suo visetto incantevole non esprimeva più altro che una grande attenzione. Il Santasillia faceva la storia degli oggetti più rari e curiosi, e la Baby tutta assorta, teneva fissi in lui gli occhi intelligenti, appassionandosi a quelle maraviglie, e a mano a mano che egli si accalorava nel discorso, il piacere ch'essa ne risentiva sembrava farsi più vivo, mentre il seno, chiuso nell'abito attillato, le si movea ansante. Ci fu un momento in cui essa impallidì e i suoi occhi ebbero anche un barbaglio di lacrime. Andrea mostrando unazagagliaraccontava il pericolo in cui era caduto, quando inoltrandosi troppo imprudentemente nel paese dei Bogos, arrischiò di rimanere in mano dei selvaggi. Ma per altro, la grande commozione della Contessina non le impedì poi di celiare e ridere, tornando a casa con Marco Baldi, a proposito del Santasillia, che dovea chiudere gli occhi, per non rimanere scandalizzato dinanzi aldécolleté«delle signore Assabesi!»

Intanto pareva ad Andrea che la creatura gentile gli avesse rischiarata col suo passaggio la casa tetra e deserta, popolandola di memorie e di immagini ridenti. Con una parola, con un sorriso, con un gesto solo di maraviglia, essa avea lasciato dovunque tracce di sè, che sarebbero rimaste indelebili. Persino i vecchi mobili dello studiolo avevano un'espressione insolita di cordialità, e il giovinotto avrebbe ricordato sempre, fra tutti gli altri, il seggiolone su cui la Baby, scherzando, si era messa a sedere. Rifece presto e solo il giro del museo, e alcuni oggetti sentì che gli erano diventati più preziosi, e subito pensò di far accomodare e lustrare gli scaffali. Ma ancora il Santasillia subiva la seduzione, l'incanto senza avvedersene… Era come il profumo di alcuni fiori, che penetra inavvertitamente, lentamente nel cervello, e addormenta prima di uccidere.

Andrea, dopo la visita che avea avuta, non si fece aspettar molto dalla cugina; ma la marchesa d'Arcole, la Generalessa e madama Kraupen non ricevettero nessun messaggio in proposito. Quando lo seppero, e lo seppero subito, se ne lagnarono altamente, dicendo alla Baby, non senza malizia, che cominciava a essere gelosa delle sue conquiste e a far misteri. La Baby ascoltò i rimproveri coll'usata docilità, ma invece di rimediare al mal fatto, fece peggio; invitò a pranzo il Santasillia solo, con Marco Baldi.

Ne seguì uno scompiglio; una piccola rivoluzione: musonerie, lamentele, consigli, e anche rimproveri. Ma la Castelguelfo rispose chiaro e netto che non aveva potuto invitare nessuno, perchè il Santasillia non volea conoscer nessuno; e andava apposta da lei nelle ore in cui sapeva di non incontrare altro che il Baldi, con cui era in amicizia.

Che fare?… La Baby aveva parlato esplicitamente, dunque bisognava rassegnarsi ed accettare i fatti compiuti. Ma allora, tutti insieme, amiche e innamorati, le une per un po' d'invidiuzza, gli altri per amor proprio, cominciarono, quasi si fossero data l'intesa, a proclamare con quanto fiato avevano in corpo, l'innocenza di quelle visite.

—Il Santasillia vedeva la Contessina per distrarsi un poco, e non altro, perchè le sembrava proprio unbaby—assicuravano le signorine.—Infatti, la Castelguelfo è carina, carina, assai carina; ma solamente carina. È una cosuccia graziosa e profumata; un ninnolo, una maraviglia daétagère… Ma per inspirare una passione?… Oibò!… Manca la donna!—E in più ci sono i nervi—soggiungevano gl'innamorati.

—In quanto al Santasillia, egli era un uomo… diverso dagli altri… Era ancora troppo vivo in lui il ricordo della Parabiano; poi aveva fatto i voti proprio come un prete e pativa di scrupoli.

E allora il voto di Andrea e i nervi della Contessina diventarono gli articoli di fede della chiesuola elegante, e uno solo, il più piccolo dubbio in proposito non sarebbe statodi buon genere. Fra gli altri, Titta Damonte e Scipio Spinola si mostravano i più convinti e intolleranti; essi non permettevano nemmeno lo scherzo.

Ma ci fu un guaio: commisero l'imprudenza di mettere a parte anche la Baby di quella buona opinione; ed essa, invece di gloriarsene, si senti pungere e proprio sul vivo.

Il solo Andrea, sempre chiuso in sè stesso, non ne sapeva nulla di tutti quei discorsi e di tutti que' commenti che lo toccavano tanto da vicino. Egli cominciava ad andare con certa frequenza in casa Castelguelfo, dove avea ritrovata un'amica buona e intelligente, che ascoltava volentieri il racconto de' suoi viaggi e gli intendimenti de' suoi studi e i progressi del suo lavoro. Ma non vi andava altro che di giorno e quando sapeva che la Contessina sarebbe stata sola. E in quell'intimità affettuosa, egli ritrovò un nuovo conforto: quello di aprire il cuore alla giovane cugina e confidarle l'angoscia, lo spasimo dei suoi rimorsi, l'alta e forte idealità del suo amore; tutto ciò che aveva sofferto, tutto ciò ch'egli aveva sperato. E le raccontava quando e come si era incontrato la prima volta, aiSanti Apostoli, coll'Adele «che indossava un abito di percallina bianca, sparso di fiorellini azzurri.» E le ripeteva le ansie delle notti terribili, quando egli spiava la vita della sua cara fanciulla, mirando una finestra lontana, illuminata, che risplendeva sola fra le tenebre; e le disse ancora, piangendo, com'egli avea veduto contraffatto dalla morte quel viso tanto adorato.

La Baby lo ascoltava muta, raccolta, e spesso i suoi occhi si facevano umidi, lucenti per le lacrime. Una volta sola essa aveva interrotto Andrea: quando egli le avea detto che l'Adele era bionda.

—Bionda?… Come me?!—chiese subito la Contessina.

—Sì… proprio come lei!—rispose il Santasillia, e rimase lungamente silenzioso a guardarla.

E l'amica buona, e le visite frequenti, e le lunghe confidenze dissipavano a poco a poco la monotonia della sua vita. Egli adesso non si sentiva più solo, no; nemmeno nel voler bene allapoveraAdele… Anche la cugina diceva di amarla, anche la cugina credeva nellapoveraAdele, come in una santa; ed era così contenta di somigliarle un poco, almeno nei capelli… almeno negli occhi!…

—Sì, che le somigliava, anche negli occhi!—pensava Andrea, ricordandosi quando la Baby era attenta e sembrava commossa nell'ascoltarlo.

E nemmeno non si sentiva più solo mentre era chiuso nel suo studiolo a lavorare. Voleva imporsi, voleva vincere col suo ingegno, e ci sarebbe riuscito. Ma guai se gli fosse mancata l'amica sua… Gli sarebbe venuta a mancare la collaboratrice necessaria del suo lavoro… Del resto, era naturale che le volesse bene. Così giovane giovane, e sola, poveretta; sola anche lei!… E poi, egli non aveva altri parenti! Ci sarebbe stata, per dir la verità… quella vecchia arpia deibezzetti, ma gli era troppo antipatica… Pure, andando spesso in casa Castelguelfo, bisognava proprio che, almeno una volta tanto, facesse il sacrifizio di lasciarsi vedere anche dalla Giustiniani… Il non farlo sarebbe stata una sgarberia troppo forte… una sconvenienza che lo avrebbe messo dalla parte del torto…

Così pensando, e a ragione, una domenica (era la domenica il giorno in cui la Giustiniani riceveva) si fe' coraggio e andò a farle visita.

Il fuoco era spento, la gaiezza della luce primaverile era frenata dagli spessi cortinaggi; ma pure la vecchia signora era sempre seduta accanto al caminetto e pareva ancora più sprofondata nella poltrona bassa, tanto gli anni l'avevano assecchita. Invece del levriere essa teneva accucciata sulle ginocchia una caninapunchche si rizzò, ringhiando col muso sudicio, appena Andrea si avvicinò per stringere la mano alla padrona.

—E così,fiol mio,—cominciò la Giustiniani dopo finiti i saluti, parlando con voce più debole e tremante, ma pure conservando la cadenza spiccata e lenta delle parole, che parevano altrettante punture;—e così, fiol mio, i me dise che femo dei gelosiin casa Castelguelfo.

Andrea guardò serio la vecchia senza rispondere.

—Sicuro… sicuro…i me dise che quel pôro Damonte el sbossega a tuto andar… Pôro putelo…bisogna compatirlo!… El pareva tanto avanti nellebone graziedella Baby!

Quando Andrea uscì dalla Giustiniani era pallido, sconvolto.

—Il Damonte?—ripeteva fra sè nell'avviarsi verso casa.—Il Damonte tanto innanzi nelle sue buone grazie?!… Vecchia strega!—Ma sentiva che non poteva odiare soltanto la Giustiniani; odiava anche il Damonte, e quell'odio, quella collera sua, in quel primo impeto di sdegno pareva arrivasse fino alla Baby.

—In fine poi, che cosa me ne deve importare?… Nulla. Non vado più in casa Castelguelfo per non arrischiare di essere incomodo, e tutto è finito… A me proprio non preme punto; e che quel cretino sia innanzi nelle suebuone graziequanto vuole!…

Ma Andrea era troppo onesto e schietto e non poteva mentire nemmeno con sè stesso. Interrogò il suo cuore, e il cuore gli rispose fra i rimorsi e la disperazione ch'egli era geloso e che ne soffriva come un dannato.

Geloso!… Dunque… Dunque era l'amore?!

Sì, sì, era l'amore, e bisognava fuggire, nascondersi e non rivederla mai più!…

Ma poi, Andrea di Santasillia, come succede quasi sempre in simili casi, invece di fuggire rimase a Verona e continuò a vedere la Contessina.

Non c'è coscienza quanto quella degli innamorati che sia facile alle transazioni e feconda di scuse.

Infine, pensava Andrea, acquietandosi, la povera Adele sarebbe sempre stata il suo unico e santo ideale. Nessun altro sentimento avrebbe potuto distoglierlo dalla sacra promessa. Egli doveva essere e sarebbe rimasto per tutta la vita lo sposo, il fidanzato fedele della vergine cara indimenticabile. Sì, egli sentiva, e adesso non dovea più arrossire confessandolo come fosse una colpa, sentiva di volere un poco di bene anche a sua cugina; ma questo affetto era di tutt'altra natura. Era la dolce confidenza di una amicizia quasi fraterna; era una simpatia intellettuale; era il conforto, ma non era l'oblìo dei suoi dolori. Dunque perchè fuggire?… Perchè non dovea più vedere la Castelguelfo, dal momento che quegli scrupoli erano esagerati? E, adesso, pensandoci meglio, si persuadeva anche di non essere geloso della Contessina. Gli seccavano tutti i corteggiatori che le stavano appresso, perchè non erano punto divertenti; perchè erano vuoti e banali. Se invece fossero state persone di spirito, li avrebbe veduti volentieri e si sarebbe goduto in loro compagnia!… In quanto al Damonte poi, l'esserne geloso, era addirittura una ridicolaggine… La Castelguelfo non faceva altro che metterlo in burletta!…—È vero; si era offeso e irritato udendo i pettegolezzi della Giustiniani: ma soltanto perchè gli premeva il buon nome di sua cugina, e non per altro. Tuttavia egli rimaneva convinto che quella vecchiaccia aveva una lingua maledica, e che il Damonte era un bamboccione, e non poteva proprio capire come mai facesse sua cugina a sopportarlo!…

Ma, intanto, a poco a poco, per amore o per forza, cominciava col sopportarlo anche lui. Andrea aveva finito coll'andare tutti i giorni in casa Castelguelfo e vi faceva visite che duravano per ore intere; e siccome la Baby non voleva punto cambiare le proprie abitudini, così anche Andrea doveva trovarsi coll'altra gente. Egli, però, non sapeva nascondere il malumore; non parlava mai con nessuno; rimaneva imbronciato e faceva musacce tanto che anche la Contessina principiava a esserne seccata.

Il Santasillia, adesso che tutti lo conoscevano da vicino, avea perdute le maggiori attrattive, ed era ritornato ilMonsignore. Ma un monsignore pesante, pretensioso, il quale pativa di scrupoli, e si era innamorato amodo suodella Baby.

E come se tutto ciò non bastasse per infastidire la Contessina, gli amici i quali, sebbene non ne dessero l'aria, pure non avevano ancora perdonato al Santasillia il trionfo de' primi giorni, congiuravano insieme per la sua completa disfatta.

La Castelguelfo cominciava ad essere annoiata del nuovo adoratore. Ed essi appunto, ormai sicuri del loro giuoco, glielo facevano godere a tutto spiano.

Il Damonte affettava di mostrarsi assiduo presso la Zanibon, la quale appunto se n'era innamorata per quell'unico merito che aveva il giovinotto di essere uno dei corteggiatori dell'elegante contessina. Scipio Spinola pareva preso d'una passione furiosa per ilcotecio, e passava tutta la serata alclub, a giocare. Gli uomini posati facevano capire alla Baby che ci andavano meno perchè temevano di riuscire importuni «a certe persone.» Insomma essa era disperata; non le rimaneva più fedele altro che qualche vecchio reumatizzato, il quale l'angustiava maggiormente domandandole ogni momento:—Come mai Scipio Spinola non si lascia vedere?… Perchè il Damonte corre sempre dalla Zanibon?

Il fiore più bello di cui poteva far mostra la Contessina era Marco Baldi: ma per essere sicura di non perderlo, doveva invitarlo a pranzo quasi ogni giorno, e ascoltare pazientemente il solito racconto degli antichi amori, e non solo tollerare, ma fingere di divertirsi assai alle scipitaggini del vecchio libertino.

Marco Baldi, sempre ossequioso quando si trovava in presenza del Santasillia, dietro le spalle ne diceva di cotte e di crude: specialmente a proposito del voto faceva pompa di tutto il suo spirito.

—Cheh, cheh! Il culto dell'anima era un pretesto, era unablague!…—E raccontava, in proposito, una sua storiella, secondo la quale il Santasillia, fatto prigioniero durante un'esplorazione, era stato trattato dai selvaggi in modo così barbaro da essere poi costretto a fare quel certo voto.

E la Baby, invece di offendersi per quelle volgarità, ne rideva più degli altri, temendo potessero credere che la corte del Santasillia fosse ben accetta, cosa che l'avrebbe resa ridicola in faccia a tutti.

In proposito, la Generalessa, la marchesa d'Arcole e madama Kraupen parlavano chiaro. Il Santasillia non aveva saputo cattivarsi gli animi di queste rispettabili signore. Egli le trattava tutte tre allo stesso modo, senza usare nessuna preferenza, senza mai darsi la pena di far loro una visita; e non le aveva neppure invitate a vedere il museo!

—Cara Baby, bada che cosa fai,—dicevano le signore.—Noi vogliamo consigliarti pel tuo meglio: quel santone del Santasillia ti compromette proprio senza sugo. Secca te, indispettisce i tuoi amici, e tutti t'abbandonano. Titta non viene quasi più; Scipio nemmeno, e gli altri non si lasciano vedere. Marco Baldi, il solo che ti rimane, confessa di annoiarsi assai; dunque pensaci, carina, finchè c'è tempo. Mettilo a posto quel superbioso, che vuol darsi l'aria di padrone di casa, o finirai col diventare ridicola, e coll'essere messa al bando dellasocietà.

E la Baby a tali parole, che vedeva colla prova dei fatti quanto fossero vere, si sentiva sgomenta:—ma come fare a levarselo d'attorno quel benedetto uomo? A dirlo era cosa spiccia…—ma come fare?… Era stata lei a invitarlo in casa, a lusingarlo, e adesso senza un motivo non poteva, in certo modo, metterlo alla porta. Poi, già, gl'incuteva sempre un pochetto di soggezione e fors'anche sentiva compassione di lui: pareva tanto innamorato, povero Andrea!

Allora, tutto sommato, continuò ad essere amabile col cugino, ma sfidò i suoi musi e i suoi brontolamenti, mettendosi di nuovo a dar pranzi e feste e a combinare ogni giorno partite di caccia, gite, cavalcate, per richiamare le pecorelle smarrite. Faceva un pochino la gelosa con Titta Damonte; nell'uscire da teatro, dava il braccio a Scipio Spinola, e tutti furono di nuovo a' suoi piedi.

Andrea di Santasillia soffriva crudelmente, ma non avea il coraggio di allontanarsi; anzi, adesso, stimolato dalla gelosia, si era fatto ancora più assiduo presso la Castelguelfo; e lo si vedeva di giorno e di sera nel suo salottino, sempre muto, accigliato. Certe volte, quando la Baby si avvicinava sorridente al Damonte o a Scipio Spinola e diceva loro qualche paroletta gentile, oppure, quando i suoi adoratori le prendevano la mano per accarezzarla e baciarla con devota galanteria, gli occhi di Andrea sembrava gettassero fiamme.

Una mattina essa dovea uscire col Baldi, col Damonte e col Santasillia: andavano tutti insieme inPiazza d'Armiper veder correre certi cavalli, che la Castelguelfo voleva comperare. Gli amici attendevano nel salotto, e non volendo farli aspettare più del necessario, ella si presentò non del tutto abbigliata, allacciandosi ancora i nastri del cappellino; poi diede i suoi guanti al Damonte, perchè glieli mettesse…—Era questa una grazia speciale che la Baby concedeva per turno.

Il giovinotto le si inginocchiò dinanzi, come era di rito, le prese la manina, la baciò, e principiò a infilarle adagio il primo guanto.

—Guarda come stringe, quel mortale fortunato!—esclamò Marco Baldi.

Ma quasi subito la Castelguelfo strappò l'altro guanto che il Damonte aveva in mano e gli sfiorò con esso la guancia graziosamente, avviandosi sollecita per uscire.

—È troppo lento lei—esclamò—e si fa tardi: andiamo! chi mi ama, mi segua!

Mentre il Damonte le calzava il guanto, Andrea fattosi pallido, aveva guardato la Baby in modo tale da mettere paura.

Tuttavia, s'ella non sapeva ribellarsi interamente al predominio di Andrea, se ne vendicava poi, come Marco Baldi, mettendolo in ridicolo e burlandosi di lui. La Baby con quel musetto piacevole imitava la faccia trista e i sospiri di Andrea quando «la opprimeva» col solito racconto delle sue tragiche vicende. Tutti ne facevano le più matte risate, e persino il malinconico Damonte, se adesso tossiva, non tossiva altro che per il troppo ridere. La Baby, colla voce grossa, si metteva a descrivere le tenebre alte, il silenzio pauroso della notte, il lumicino piccolo che si vedeva in lontananza e il Santasillia inginocchiato «sotto le verdi piante» che recitava preghiere e si torturava col cilicio.

—È un espediente assai ingenuo,—esclamava il Baldi, toccandosi la punta dei baffi con fare altezzoso,—quello di voler rendersi interessanti coi piagnistei! Occorre ben altro per poter averechanzcolle signore!

Andrea non sospettava certo di servir da zimbello ad una leggerezza così perfida e crudele, ma pure sentiva di non essere più inteso, di non aver più il compianto, l'effusione sincera della cugina, e ciò gli dava al cuore uno strazio indicibile. Il suo viso pallido dimagrava, egli aveva la febbre; era misero, disperato; straziato insieme dai rimorsi e dalla gelosia. Dove trovare un conforto? La stessa sua fede lo impauriva con terribili minaccie… Il pensiero dell'Adele?… Egli l'aveva tradita…—Non era stato fedele a' suoi giuramenti d'amore: non aveva saputo compiere i suoi propositi di espiazione…—Sì, egli era perduto; egli era dannato… Ma forse poteva essere ancora meritevole di perdono, perchè non era più padrone di sè stesso!… Diventava matto: ed era lei, sua cugina, che lo voleva proprio matto ad ogni costo!… Perchè, adesso, ritornava ad essere amabile e a lusingare tutti quei cretini? Pareva come presa da una mania!… Era sempre in moto; sempre in mezzo ai divertimenti e al frastuono!…

—Ma come mai il Castelguelfo la lascia sempre sola?—domandò al Baldi in uno dei suoi impeti d'ira, che non riusciva più a poter frenare.

—Per incompatibilità di umori. Erano ancora ragazzi, quando li hanno sposati.

—Dunque suo marito non le voleva bene?

—Au contraire!Le voleva troppo bene!

E Marco Baldi, con un ghigno da satiro sdentato, riferì, dilettandosi nei particolari, i motivi che avevano consigliato quella momentanea separazione.

Per Andrea cominciò un nuovo e più atroce martirio. Egli aveva pensato al Castelguelfo come in un possibile alleato che dovea mettere un po' d'ordine e di quiete nella vita rumorosa della Baby e allontanare da lei gli sciocchi sdolcinati e sfacciati. La continua lontananza di questo marito, il non averlo mai veduto, avea indotto Andrea a considerarlo quasi come un personaggio mistico, incorporeo. Ma invece le rivelazioni del Baldi venivano a strapparlo brutalmente a quelle illusioni, mettendogli a un tratto dinanzi agli occhi la realtà più spietata. Allora immagini nuove e strane popolarono la sua fantasia e gli straziarono il cuore. Il sangue fervente della sua maturità intatta, non gli concedeva alcuna tregua. Non poteva più lavorare; non gli riusciva di scrivere nemmeno una riga. Molte volte, vergognando di sè stesso, egli si chiudeva nello studio col fermo proposito di vincere quell'inerzia che lo accasciava, compiere il lavoro che avea incominciato, e ritrovare nell'intelligenza uno svago, un conforto a' suoi dolori. E per un momento pareva inebriarsi, stordirsi, ritornava pieno di ardore verso quelle aspirazioni prime della sua giovinezza, ma poi, dopo alcune righe che aveva scritte, rallentava la corsa della sua mano, si lasciava andare disteso sulla poltrona, e il pensiero suo abbandonava le vergini foreste e i popoli barbari per correre più vicino dove era la Baby, e di lì non poteva più muoversi.

Era geloso del passato e sgomento dell'avvenire.—Se il Castelguelfo fosse tornato?

….Se fosse ritornato?!…—e poteva tornare da un momento all'altro.

Egli l'odiava quell'uomo, eppure aveva rimorso del suo odio; avrebbe voluto dimenticare, addolcire lo spasimo della propria gelosia, abbandonandosi a qualche nuova illusione. Ma nel medesimo tempo era trascinato, come dal delirio di una febbre maligna, a ricercare tutti gli argomenti, tutti i pensieri che lo torturavano; parlava sempre alla Baby di suo marito, e voleva tutto sapere di lui, per cercar di capire se quel marito assente poteva farsi strada nel suo cuore. E lungamente stava fisso cogli occhi in un ritratto del Castelguelfo che era appeso nel salotto, e lo scrutava, lo divorava; pareva gli volesse investigare anche l'anima.

La Baby rideva, indovinando i pensieri del Santasillia, e si godeva mostrarsi tenera, affettuosa verso suo marito; e quando il cugino guardava il ritratto così fissamente, ella esclamava con una grazietta piena di moine che «il suo Giuliano era molto più bello!»

—Che diritto aveva quel lunatico,—pensava la Baby stizzita,—d'essere geloso di suo marito? Era proprio una pretesa fuori di posto e ridicola assai! E avrebbe voluto «che il suo Giuliano» ritornasse per fargli dispetto. In tal modo la gelosia di Andrea riavvicinava la Castelguelfo a suo marito.

—Povero Giuliano! Egli almeno era sempre di buon umore e non l'avea mai seccata!

In quei giorni la Baby, com'era sua abitudine di ogni anno, aveva abbandonato Verona per recarsi alla villa di Castelguelfo: un vecchio palazzotto, innalzato sopra un dirupo enorme, che sporgeva nel lago di Garda. E la tiepidezza dolce del settembre penetrava misteriosa nel cuore della giovane donna, mentre la serenità placida del lago, azzurro e nitido, come una meraviglia orientale distesa ai piedi delle Alpi, infondeva nel suo spirito un raccoglimento affettuoso.

Ma pure, la solitudine della campagna non le piaceva punto e spesso era anche annoiata.

—Infine,—pensava qualche volta,—Giuliano deve trovarsi bene a Vienna perchè non parla più di ritornare!—E come avea fatto presto a consolarsi della sua lontananza!… Ciò faceva proprio credere che Giuliano forse le avea voluto bene, ma che non era mai stato innamorato…—Di tanta gente ch'ella avea conosciuta, suo marito era il solo che non avea perduta la testa per lei!…—Avrebbe però voluto scoprire a chi faceva la corte a Vienna, e conoscere la sua rivale… e fors'anchele suerivali, perchè Giuliano era un certo tomo!…—Non tossiva come il Damonte e non sospirava come il Santasillia!… E poi, in complesso, Giuliano era bellino assai, un po' piccolo, ma elegante. Non gli stavano bene le fedine che si era fatto crescere a Vienna, per darsi l'aria diplomatica, ma gliele avrebbe fatte tagliare. Gli occhietti erano furbi e vivi… e poi montava benissimo a cavallo!

E la Baby, che di solito scriveva ogni quindici giorni a suo marito, in quella prima settimana che si trovò in villa sola, gli scrisse tre volte, e l'ultima lettera era più lunga delle altre. Essa gli narrava la sua vita di ogni giorno; le passeggiate, le visite ricevute e ricambiate, e si doleva di veder poca gente a Castelguelfo perchè troppo lontano dalle sue amiche, e di non poter avere per correttivo alla noia del Santasillia, altro che le facezie di Marco Baldi.

«…Ti scrivo dalpicco della quercia… te ne ricordi?… Mi piace tanto questa roccia! Sembra un luogo incantato,la rupe della strega…loscoglio della fata nera… quello che vuoi! Sotto la quercia ho fatto distendere una grossa tenda, che di giorno ripara dal sole e la sera dalla brezzolina umida, perchè io sono moltofrileuse(anzifrileuz, come direbbe Marco Baldi), e poi sono gracile e delicata assai. Non ho la salute florida delle tue tedesche, le quali del resto, come tipo, non mi piacciono punto… Tutto il giorno sto qui a leggere o a scrivere e ad aspettare chi non viene… Non lusingarti, sai, perchè proprio non aspetto te…—La sera fumo la sigaretta e si fa chiacchiere con Marco Baldi. Ben inteso che c'è sempre con noi anche quel noioso del Santasillia; ma non parla mai… Guarda il cielo e sospira; guarda tua moglie (che sono io, ricordati!) e geme profondamente, poi, certe volte, si avvicina al margine della roccia, proprio come se avesse l'intenzione di fare un capitombolo nel lago… Povero Andrea!… Ieri l'ho fatto tanto arrabbiare! L'ho avvertito che il lago sotto la roccia è profondissimo, e che se non era un forte nuotatore, non dovea risolvere di fare il salto.—Sarò cattiva col nostro reverendo cugino, ma mi secca assai!… Pensa, tanto per avere una scusa d'essere tutti i giorni a Castelguelfo, che s'è messo a restaurare la sua villa d'Oriano. Così l'ho qui a due passi e mi tiene sott'occhio… Carino carino!…—Scipio Spinola, adesso, lo chiama il miotutore.

«… Includo per te, in questo foglietto, una bella viola, e trova modo di averla cara… Se sapesse iltutoreche te la mando, guai!… Me ne offre sempre un mazzolino, che io porto tutto il giorno per renderlo felice. Ha riempito le sue serre di fiori splendidi. Tutti per me, ben inteso, e te lo dico perchè, tanto, tu non sei geloso.

«Ti mando la mia mano da baciare. Dicono i nostri amici che è bellina assai; ma tu, già, non te ne sarai accorto. E poi a te devono piacere le mani rosee epoteléesdelle tue tedesche. Scusami, sai, se ti addoloro, ma le tedesche mi sono proprio antipatiche. Preferisco le inglesi. Credilo; quando sono belle, sono più carine assai. Per altro lo devi credere senza farti trasferire a Londra. Cattivo!… Saresti ancora più lontano!»

Ma non ostante l'umore bizzarro della cugina, Andrea si sentiva assai più tranquillo vedendola a Castelguelfo. Non c'erano visite, nè viaggiatori, e anche il Damonte e Scipio Spinola non capitavano altro che la domenica a pranzo, per ripartire la sera stessa. La fabbrica, i ristauri d'Oriano e i disegni relativi erano occupazioni che si confacevano allo stato suo; ed egli vedendo che trovava modo di attendere a quegli impegni, s'illudeva promettendo ogni giorno a sè stesso, che all'indomani avrebbe ricominciato i suoi studi con nuova lena; ed era tanto sicuro di spicciarsene in breve, che avea già scritto a Milano per procurarsi un editore.

Egli, intanto, sopportava ogni capriccio della Baby; era sola in villa, e ciò lo confortava di tutto.

E infine quelle durezze non attestavano la piena innocenza della sua amicizia?… Come dovevano essere diverse le soavi espansioni e gli incanti dell'amore! Si era ingannato quando aveva creduto che gli occhi della cugina somigliassero a quelli della povera Adele…—Avevano tutt'altra espressione!—No, no; egli non veniva meno alla sua fede, nè alle sue promesse recandosi sovente a Castelguelfo. La Baby (avevano ragione di chiamarla in tal modo: alle volte, era proprio unbaby) non gli addolciva punto la vita; ed egli continuava a rimanerle amico, perchè quella testolina sventata gli faceva paura. Essa, circondata com'era da mille pericoli, aveva bisogno di consiglio, di guida, e si sentiva in dovere di non abbandonarla.

Ingannandosi in tal modo nel giudicare i propri sentimenti, Andrea rimaneva assiduo presso la bimba crudele, vivendo della vita sua, e respirando del respiro suo; divorandola cogli occhi, adorandola coll'abbandono più appassionato dell'anima e soffrendo spasimi ineffabili, che soltanto una parola buona o un atto cortese di lei riuscivano a mutare in altrettanta felicità. A poco a poco egli aveva talmente rinchiusa la propria esistenza in quella della Castelguelfo, da perdere persino il giusto criterio delle cose. Un oggetto che apparteneva alla Contessina gli era sacro, e Andrea provava un senso di dispetto e di gelosia quando il Baldi prendeva nelle sue mani o il cestino da lavoro, o l'astuccio delle spagnolette, o lo sciallettino che ella si faceva portare sotto la tenda. Quegli oggetti erano cari al suo occhio e al suo cuore. Voleva essere lui solo quello che li presentava a Baby; ed essa, che aveva indovinata la strana gelosia del cugino, affidava volentieri lo sciallettino a Marco Baldi, e da lui si faceva offrire e accendere la spagnoletta. E come il cuore di Andrea avea raggiunto tanta finezza, così anche la sensibilità di lui si era fatta maravigliosa.

Iltic tacdei piccoli passi della Castelguelfo, il fruscìo leggiero della sua veste lo facevano impallidire, e la sera, aspettava con ansia il momento in cui, abbandonando ilpicco della querciae ritornando verso la villa, essa usava appoggiarsi al braccio di uno dei suoi amici. Quando la vedeva alzarsi, egli era inquieto, agitato…—Avrebbe preso il suo braccio o quello di Marco Baldi?… E le si metteva vicino vicino, ma non osava mai offrirsi per il primo, impacciato e intimidito da uno strano turbamento.

Ma pure quelle belle sere di settembre erano tutte un incanto. Il lago tranquillo sotto le stelle scintillanti; il profilo cupo delle colline e dei monti lontani, che chiudevano l'orizzonte con immagini strane e diverse: l'armonia quieta e uniforme della notte, solo interrotta dallo schiocco echeggiante della frusta e dal cigolìo de' carri che salivano la strada erta della riviera, tutto ciò rendeva più deliziosa al Santasillia, in quella pace serena, la muta contemplazione del fumo della spagnoletta, che usciva lento come il respiro, fra le labbra socchiuse della Baby.

Certe volte, quando il rapimento di Andrea sembrava più intenso, la Contessina lo interrompeva a un tratto, mormorando con un piccolo sbadiglio:—Dio, Dio! com'è seccante la campagna! Ha proprio ragione il mio Giuliano di rimanersene a Vienna!—Andrea, allora, la guardava addolorato; ma mentre il Baldi protestava galantemente «che se fosse stato lui nel suo Giuliano, sarebbe rimasto sempre a Castelguelfo», lo sbadiglio della Baby pareva mutarsi in un sospiro di tenerezza, in un saluto, in un invito misterioso del cuore a un'immagine cara e lontana.

Dalpicco della querciasi dominava bene tutto il palazzotto, e ogni sera, quando erano vicine le dieci, si vedeva rischiararsi una camera del primo piano.

—Ecco la Gege—era il nome della cameriera—che accende laveilleuse!—aveva esclamato una volta Marco Baldi.—Ah, Contessina, come io la manderei al diavolo la… la diplomazia!

—Andremo a dormire… a sognare!—mormorò la Baby stringendosi con un fremito nello scialletto e facendo un po' la ninna nanna colla poltrona di vimini.

Andrea s'era messo a guardare quella finestra lontana, rischiarata, senza più dire una parola.

—Perchè guarda così fissamente la finestra della mia camera?—gli domandò la Baby, dopo qualche momento di silenzio.—Gli fa ricordare, forse, il lumicino della Valpantena.

Andrea, offeso da tali parole, si alzò sdegnato. La Contessina, in quel punto, non gli era più cara; non era altro per lui che unbabycattivo. Le rivolse uno sguardo pieno di collera e se ne andò quasi subito da Castelguelfo, dopo averla salutata freddamente e aver giurato a sè stesso che non ci sarebbe più ritornato.

—Sì, sì; non era altro che unbabycattivo; un ragazzo senza cuore, che non avea nulla di sacro. Si faceva gioco di lui e non rispettava nemmeno quella poveretta che era morta di dolore!… Così non poteva durare; anche la sua dignità non lo potea più permettere. Sarebbe ritornato subito a Verona, vicino alla sua Adele; avrebbe ripreso la vita solitaria, che non avrebbe mai dovuto abbandonare, i suoi studi e…—E di sua cugina non voleva più sentirne parlare.

Ma poi, la mattina dopo, pensò che così sui due piedi, non gli era possibile di partire da Oriano. Come poteva sospendere i lavori da un momento all'altro? Licenziare tutti gli operai?… Sarebbe stata una ridicolaggine, una scenata, e la Castelguelfo ne avrebbe tratto argomento per metterlo in burletta!… D'altra parte sarebbe stato un voler dare alle parole di quelbabyuna importanza che proprio non avevano.

Cheh, cheh! Voleva continuare i restauri, la fabbrica, e figurarsi che Castelguelfo non esistesse nemmeno, o, invece di essere lì vicino, fosse in capo al mondo. Ma quando scese in giardino e gli fu mostrata una cesta di fiori bellissimi, appena colti, si sentì impacciato non potendo ordinare, come al solito, che fossero mandati alla Contessina. Che cosa ne avrebbe fatto di tutti quei fiori? E poi, nel restauro della villa s'era tanto uniformato ai gusti e ai consigli della Baby, che adesso molte di quelle opere gli parevano diventate inutili; e non andò nemmeno a vedere i lavori.

Tuttavia, per qualche giorno seppe resistere, e non si mosse da Orlano. Egli, per altro, sperava sempre in una visita del Baldi e in un invito della cugina. Infine, non vedendolo a Castelguelfo essa avrebbe potuto dubitare ch'egli fosse ammalato!—Perchè non mandava a vedere che cosa c'era di nuovo?—E tutti i giorni sperava, e tutti i giorni cresceva il desiderio e lo sconforto: ma non gli capitava nulla da Castelguelfo! Era proprio unbabysenza cuore! No; non sarebbe stato lui a cedere; non ci sarebbe ritornato mai più!… Ma invece, quando venne la domenica, pensando che in quel giorno ci sarebbero andati il Damonte e Scipio Spinola, all'amore gli si aggiunse la gelosia, non potè più resistere, ordinò che attaccassero per andare a Castelguelfo, e adesso che si era risolto, dopo tanto aspettare, aveva l'ansia, la febbre di far presto, e montato a cassetta spingeva i cavalli al trotto, e gli pareva come di rinascere e ritornava a sentirsi contento e consolato.

Andrea respirava con gioia quell'aria fine, che gli sfiorava la faccia. Il lago era più limpido, il cielo più sereno, e più ridenti gli parevano i vivi colori della collina, sparsa di ulivi e verdeggiante di vigneti.

I cavalli erano affaticati e spumanti, ma Andrea, impaziente, li stimolava di continuo; e quando gli apparve la villa, alta sulla roccia, e tutta bianca nel barbaglio vivido del sole; e quando, infine, rivide ilpicco della querciache sporgeva cupo, simile a un gigante imbronciato, fra l'allegra nitidezza delle onde crespe, il cuore gli battè forte forte, esultando, come s'egli ritornasse allora, in mezzo agli affetti suoi, dopo un viaggio lontano e increscioso.

In quel momento egli aveva obliato rimorsi e dolori. La figuretta mesta e soave della povera Adele era dileguata dal suo cuore; l'immagine minacciosa di Francesco Parabiano era scomparsa dalla sua mente. Egli aveva dimenticato anche tutto ciò che la Baby stessa gli aveva fatto soffrire; e nella mente, nel cuore, nel sangue non aveva più che un pensiero, una gioia, una febbre: rivederla!

Entrò nel cancello della villa e fece tutto il largo e ripido viale del giardino spingendo i cavalli sempre al trotto, ma quando fu presso alla casa tutta quella grande contentezza svanì quasi per incanto, e si sentì sopraffatto dal pentimento e dalla vergogna.

Perchè mai aveva ceduto all'impeto del cuore?… Perchè mai si era mosso da Oriano?…

Passando con la carrozza presso le finestre della sala terrena, aveva udito la voce della Baby che cantava al pianoforte; e sparsi nel prato aveva veduto imalletse le palle delcroquet; segno evidente che il Damonte e Scipio Spinola erano arrivati prestissimo: prima del solito.

Quando il Santasillia entrò nel salotto, la Contessina lo salutò con un cenno del capo e un sorrisetto esprimenti una certa maraviglia birichina; ma continuò a cantare, accompagnandosi al pianoforte. Il Damonte, in piedi vicino a lei, le voltava le pagine della musica e salutò Andrea, come Scipio Spinola, senza dir motto: mentre il Baldi, che stava leggendo sul canapè, si alzò, e in punta di piedi, gli andò incontro per istringergli la mano.

La Baby cantava con anima e con passione.

Aveva le guance rosee e il seno ansante, strappò gli ultimi accordi col tintinnio dei braccialetti, curvando, protesa sulla tastiera, la personcina flessuosa, scintillante dijais, poi, fra gli applausi de' suoi caldi ammiratori, si voltò verso Andrea, girando sullo sgabellino:

—E così?—esclamò ridendo;—il nostro benamato cugino, non ha potuto resistere, e ha smesso il broncio? Sa, ha fatto bene a venire. Sono forse gli ultimi giorni che rimango in questo eremo, ameno sì, ma noioso alquanto!… Lo zio Pancrazio sta male assai, e se succedesse una disgrazia, andrei probabilmente a finire l'autunno a Navaledo… Povero Santasillia,—continuò poi con un'aria leggermente canzonatoria,—rimarrà qui solo solo, ed io non potrò nemmeno ammirare le meraviglie di Oriano!… Ma vuol dire che, per compensarlo della mia mancanza, affitterò Castelguelfo a madama Kraupen che, appunto, è in cerca di una villa!

Andrea non badò allo scherzo che avea fatto ridere gli altri; ma avvicinandosi vivamente alla Baby, le domandò con voce rotta dalla commozione:

—Davvero?… Davvero, Contessa?… Non rimane più a Castelguelfo?

—Ma… chi può sapere?… Tutto dipenderà dalla salute dello zioPancrazio!

Era costui un vecchio decrepito, che giaceva infermo da parecchi anni nella sua tenuta di Navaledo, nel Friuli, ma che non moriva mai, come forse desideravano i creditori del conte di Castelguelfo.

Originale, di umore bizzarro e avarissimo, il conte Pancrazio, ricco a milioni, non aveva parenti all'infuori di Giuliano e di Baby, i quali spendevano senza scrupoli, fidandosi appunto in una tale eredità che, del resto, non poteva mancare. Ma il conte Pancrazio era stato altre volte in fin di vita, e poi era sempre ritornato indietro, per quanto i medici si fossero ostinati a dichiarare il caso suo disperato. E Andrea, sconvolto da quella inaspettata minaccia di perdere la Baby, e dimenticando che un momento prima aveva ancora fermamente promesso a sè stesso di non rivederla più, innalzò dal profondo del cuore una preghiera così fervida, che forse l'uguale non era mai stata fatta per la salute del conte Pancrazio.—Se la Baby fosse partita davvero, come avrebbe potuto vivere a Oriano? E dove sarebbe andato? Che cosa avrebbe fatto della vita sua?…

Tutto il mondo, senza la Baby, gli parea vuoto e triste.

Alcuni giorni dopo, ritornando Andrea a Castelguelfo, sentì che la Contessa era a letto, un po' raffreddata. Egli aveva già fatto voltare la carrozza per ritornarsene a Oriano, quando la Gege accorse dicendogli che la padrona stava meglio, e che avea dato ordine di lasciarlo passare.

Andrea non rispose verbo e seguì la cameriera; ma si era fatto ancora più pallido del solito; non riusciva con le mani che gli tremavano ad abbottonarsi i guanti, e incespicò nel tappeto dello scalone. Il pensiero ch'egli doveva entrare nella camera di Baby lo intimidiva, e provava una sensazione strana d'inquietudine, come s'egli fosse per abbandonarsi all'ignoto.

—Ma forse—pensò—avrò inteso male.—La troverò alzata, certamente!—E sperò davvero che così fosse.

Era la seconda volta soltanto, ch'egli vedeva e che entrava nella camera di una donna. Però la cameretta umile, piccina, dove sul casto lettino di ferro avea veduta distesa la morta, in quel punto non gli attraversò la mente: egli era troppo commosso e turbato.

La Gege aprì l'uscio e sollevò la portiera; ma Andrea rimaneva fermo sulla soglia. Non ardiva inoltrarsi in quell'oscurità misteriosa, fra quel tepore insinuante, in cui sentiva più acuto il profumo particolare, che la Baby spandeva dalle vesti, dai capelli, da tutte le cose sue.

—Avanti, Santasillia, coraggio!… Si direbbe che le fo paura!

Andrea si avvicinò dì alcuni passi. Il suo occhio, abituandosi, cominciava a vederci a poco a poco, le tenebre sembravano diradarsi, ed egli non osava guardare il letto grandissimo, a dorature. Balbettò alcune parole, ma non sapeva dove mettersi: la Baby non era proprio alzata!

—Prenda una poltroncina, e venga qui, accanto a me!

Egli volse lo sguardo dove la Baby gli faceva cenno di andare, e vide muoversi, e uscire dall'oscurità qualche cosa di lustro: era il cranio pelato di Marco Baldi, che si alzava per cedergli il posto.

Andrea, più che di gelosia, provò allora un senso di disgusto e di ribrezzo, scorgendo la faccia rossa, accesa del vecchio, vicino al letto, proprio accanto alla Baby, tutta bella, coi capelli biondi che coprivano mezzo il guanciale, e le ricadevano sul giubbettino di seta rosa, chiuso fino al collo.

Egli non la guardava; pure quella figuretta gentile, la sentiva, la vedeva muoversi nell'anima e nel sangue. Per quanti discorsi fossero incominciati, Andrea taceva sempre, e tutt'al più non sapeva rispondere che con pochi monosillabi, o parole inconcludenti. In quella camera soffocava; dinanzi a quel letto soffriva turbamenti nuovi e terribili. Rimaneva immobile, cogli occhi fissi nella faccia di Marco Baldi (l'unico punto dove li poteva tenere senza soggezione), ma intanto vedeva, osservava, studiava tutto d'intorno a lui.

Sul tavolino accanto al letto, c'era il ritratto di Giuliano, e lo avea fatto fremere, come lo faceva fremere la Baby quando si muoveva per accomodarsi colle mani il grosso volume dei capelli, quando cercava sul letto, dove l'aveva buttata, la scatolettina delle caramelle, e quando girava e batteva colla punta dei piedini irrequieti, sotto la coperta grossa di stoffa antica. E, come se tutto ciò non bastasse, c'erano anche le spiritosaggini e i commenti di Marco Baldi, che aumentavano le sue angoscie e lo tenevano in continua agitazione.

Il Baldi scherzava a proposito dell'altro cuscino, accanto a quello della Baby, che rimaneva sempre vuoto, e la Baby, dopo aver arrossito un poco, sorrideva, confessando di essere stata cattiva e ingiusta col suo Giuliano.

—Era tanto giovane quando l'avevano maritata!—Alloranon sapeva proprio che cosa volesse dire, nè che cosa fosse l'amore!… Povero Giuliano!…—e a questo punto gli occhi scintillanti della Contessina si empivano di lacrime; lacrime che non erano di dolore, ma di tenerezza.

—Per dire il vero—osservò Marco Baldi ghignando—adesso quel birbone di Giuliano non è poi tanto da compiangere. Anzi,au contraire, se fossero vere le informazioni avute intorno al testamento del conte Pancrazio, avrebbe da godere certiagréments…

—La finisca, Baldi! Non so come si possano dire certe cose!—esclamò la Contessina facendosi rossa di fuoco.

—Ne faremo giudice il conte Andrea!—seguitò il vecchio sboccato, che non voleva cedere a quelle intimazioni; e mentre la civettuola nascondeva le fiamme del visetto, con amabile modestia, contro il cuscino, riferì al Santasillia le dicerie che correvano in quei giorni a proposito del testamento che avea fatto o stava per fare il conte Pancrazio. Questi, non vedendo di buon occhio la separazione che esisteva di fatto tra Giuliano e la Baby, pensava di lasciare tutti i suoi milioni… al loro futuro primogenito.

Andrea guardava attonito il Baldi, ma non capiva bene:—Se iCastelguelfo non avevano figliuoli?

—Appunto per ciò!—esclamò il vecchio ridendo sguaiatamente.—Lo zioPancrazio vuole che si dia principio alla successione!

Andrea arrossì a sua volta vivamente, poi subito impallidì. Avrebbe voluto schiaffeggiare Marco Baldi, pigliarlo per il collo, cacciarlo fuori dalla camera… Ma si sentiva la gola strozzata e non poteva parlare; gli battevano le tempie; aveva la testa in fiamme e il cuore soffocato. Reso più ardito dallo sdegno, dall'angoscia, dalla gelosia, che gli bruciava il sangue, fissò la Baby; essa in quel punto volgeva gli occhi amorosamente verso il ritratto di suo marito. Andrea si alzò con impeto; era diventato livido. Se Giuliano fosse entrato in quel momento, egli si sarebbe avventato contro di lui. La Castelguelfo e il Baldi si scambiarono un'occhiata di intelligenza. Quella si sentì irritata contro i furori del Santasillia; Marco Baldi, prudentemente, cambiò il soggetto delle sue chiacchiere.

Ma Andrea non potè più riaversi, e anche dopo e nei giorni seguenti, sembrava proprio ammattito. Aveva sempre dinanzi agli occhi la Baby irrequieta, col giubbettino rosa; e fisse, fra lo spasimo della mente e del cuore, le parole del Baldi. Sentiva sempre più acuto e penetrante il profumo di quella camera, così piena di seduzioni forti e misteriose. Ma il ritratto di Giuliano, messo, con amorosa cura, accanto al letto; il cuscino vuoto, presso l'altro, dove vedeva sempre la testina bionda della Baby, lo facevano delirare di gelosia… Poi, per fargli perdere del tutto la ragione, capitò l'annunzio della morte del conte Pancrazio, colla piena conferma di tutte le notizie avute o già divulgate, a proposito del testamento.

Il conte Giuliano era partito da Vienna per Navaledo; aveva già mandato la propria rinuncia alMinistero degli esteri, e doveva capitare a Castelguelfo da un giorno all'altro, appena avesse sbrigati nel Friuli gli affari più urgenti.

Questi avvenimenti importantissimi avevano mutato interamente l'aspetto della villa, e quantunque la Baby fosse in lutto, pure la sua casa era piena di gente e sempre in festa. Le amiche e gli amici della Contessina si affrettavano a correre a Castelguelfo per congratularsi e compiacersi colla Baby. E tutti facevano continue domande e allusioni intorno al testamento, e tutti lo approvavano e ne erano lieti, compreso il Damonte e Scipio Spinola; e più di tutti la marchesa D'Arcole, madama Kraupen, e la generalessa Brocca di Broglio, che, entusiasmate, levavano al settimo cielo la sagace previdenza del fu conte Pancrazio; e tutte tre accarezzavano la Baby e la baciavano, ridendo e scherzando coll'affettuosità ciarliera delle mamme che hanno trovato il marito per le loro figliuole. E la Baby, docile e buona, accettava quelle amorevolezze, arrossendo con effusione, ed era sempre in moto, e aveva sempre un gran da fare per l'accoglienza che voleva preparare «al suo Giuliano.» Faceva cambiare tutto ciò che immaginava non gli dovesse piacere: volle vedere come gli avevano disposto il suo quartierino particolare, e se non mancava nulla nel gabinetto di toeletta; e si prendeva queste cure con tenerezza e con gioia, nominandolo spesso, scrivendogli ogni giorno, mostrandosi ansiosa del suo arrivo e crucciata perchè tardava troppo a venire.

Povero Giuliano! Era tanto tempo che non lo vedeva; ed era stata tanto cattiva con lui!… Eppoi chi sa, poveretto, come ci veniva di mala voglia a Castelguelfo!… Chi sa quante lacrime avrebbe fatto spargere quella sua partenza da Vienna!…—E intanto, ridendo e scherzando, cominciava a infiltrarsi anche un pocolino di gelosia nel suo amore giocondo e senza pensieri.

—Sarebbe proprio rimasto sempre con lei, o sarebbe tornato aVienna?…

E mentre nel suo cuore cresceva l'amore per il marito, il Santasillia, che diventava matto per lei, le faceva sempre più dispetto, e sentiva una forte ripugnanza per quella passione ch'essa aveva inspirata, ma che non divideva. Adesso ch'ella cominciava ad amare suo marito, il grande innamoramento di Andrea non la divertiva più, ma l'offendeva e l'irritava; e cominciava a trattare ilreverendocon molta freddezza, e non gli rivolgeva quasi mai la parola; e certe volte era persino scortese con lui, mentre con gli altri si mostrava amabile ed espansiva anche più del solito. Ma il dolore di Andrea sembrava tanto forte, da renderlo insensibile a tutto ciò. Egli era sempre lì, vicino alla Baby, colla disperazione impressa nel volto, e pareva supplicarla con gli occhi stravolti.

Egli non lottava più; non cercava più nemmeno di scusarsi, ma si era abbandonato, intero, alla sua passione. Aveva finito di credere, aveva finito di sperare; amava, amava soltanto, ma il suo amore non era il soave incanto dell'anima; no, egli lo sentiva rodere ostinato come l'odio, e divampare a un tratto come un impeto d'ira.


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