CAPITOLO XXIII.

—Ed io rincaro osservando, che non si trattava di casoatroce.

—Giustissima considerazione, soggiunse il vecchio Luciani, sentendo quasi rimorso per non averla aggiunta al suo discorso.

Il Luciani, secondo la giustizia di cotesti tempi, aveva ragione da vendere. Pur troppo la giustizia di oggi pare ingiustizia domani; anzi da un luogo all'altro essa muta, e tale si condanna a Firenze, che si assolve a Parigi. Di questo non vogliono rendersi capaci gli uomini che giudicano: e sì che se vi pensassero sopra ventiquattro ore del giorno non sarebbe abbastanza. Il Moscati non trovò da opporre cosa, che valesse; onde, abbassati gli occhi, ordinò:

—Conducasi la prigioniera Beatrice Cènci.

E venne condotta. Circondata da molta mano di sbirri, e fatta subito voltare con la faccia al banco dei giudici, ella non vide gli arnesi lugubri di cui era ingombra la sala. Gli astanti appuntarono cupidissimamente gli occhi in lei; e, percossi dalla sembianza divina, pensarono tutti come mai tanta perversità di mente potesse accompagnarsi con bellezza sì portentosa di forma. Tutti così pensarono, tranne due soli, i quali ebbero il coraggio di sospettarla innocente: e questi due furono il giudice Moscati, e il giustiziere Alessandro.

Il notaro Ribaldella prese tosto ad interrogarla intorno alle sue qualità, ed ella rispose nè timida, nè proterva, come conviene a persona che senta la dignità della propria innocenza.

—Deferite il giuramento: ordinò il Moscati.

E il Ribaldella, impugnato il Cristo con tale un garbo, che parve piuttosto volerglielo dare sul capo, che presentarglielo per compire un rito solenne, disse:

—Giurate.

Beatrice distesavi sopra la destra candidissima, così favellò:

—Giuro sopra la immagine del divino Redentore, che fu per me crocifisso, di esporre la verità perchè so, e posso dirla; se non potessi o volessi, mi sarei astenuta da giurare.

—E così aspetta la giustizia da voi. Beatrice Cènci, incominciò a interrogare il Moscati, voi siete accusata, e le prove in processo lo dimostrano sufficientemente, di avere premeditato la strage del vostro genitore conte Francesco dei Cènci, con la complicità della matrigna e dei fratelli vostri. Che cosa avete da rispondere?

—Non è vero.

E con tale ingenuo candore pronunziò queste parole, che, non che altri, San Tommaso si sarebbe chiamato vinto; ma il giudice Luciani brontolava fra i denti:

—Non è vero, eh?

—Accusata; v'imputano, e le carte del processo lo provano sufficientemente, voi avere, in compagnia dei predetti parenti vostri, conferito il mandato a uccidere il conte Francesco Cènci ai nominati Olimpio e Marzio banditi, con la promessa del prezzo in ottomila ducati di oro; di cui la metà subito, e l'altra metà dopo consumato il delitto.

—Non è vero.

—Adesso adesso vedremo se non è vero;—mormorava il Luciani, come se le tenesse il bordone.

—Siete accusata, e dalla procedura resulta provato sufficientemente, avere voi fatto dono, o dato per giunta di prezzo, al nominato Marzio un tabarro scarlatto trinato di oro, che fu già del defunto conte Francesco Cènci.

—Non è così. Il padre mio donò quel tabarro a Marzio suo cameriere, prima che da Roma si partisse per la Rocca Petrella.

—Siete accusata, e dalla procedura resulta abbastanza provato, avere voi fatto commettere la strage paterna alla Rocca Petrella il giorno nove di settembre dell'anno millecinquecentonovantotto, e ciò per comando espresso di Lucrezia Petroni vostra matrigna, la quale impedì che si commettesse il giorno otto per essere la ricorrenza della festa della Santissima Vergine. Olimpio e Marzio entrarono nella stanza dove giaceva il conte Francesco Cènci, al quale era stato precedentemente propinato vino coll'oppio; e voi, in compagnia di Lucrezia Petroni, Giacomo e Bernardino Cènci, attendevate nell'anticamera la consumazione del delitto. I sicarii essendo tornati indietro sbigottiti, voi gl'interrogaste, che cosa ci fosse di nuovo: alla quale domanda avendo essi risposto non sentirsi cuore a bastanza per ammazzare un uomo che dormiva, voi li rimproveraste con queste parole: «Come? se preparati non siete capaci di uccidere mio padre dormente, immaginate se ardireste di pur guardarlo in faccia se fosse desto! E per venire a questa conclusione voi avete già riscosso quattromila ducati? Orsù, poichè la codardìa vostra vuole così, io stessa con le mie mani ammazzerò mio padre, e voi non camperete molto». Per le quali rampogne e minacce i sicarii rientrarono nella stanza dove giaceva il conte Francesco Cènci, ed uno di loro postagli sopra l'occhio una granferla, l'altro gliela conficcò prima nella testa, e poi nel collo, donde accadde la morte del prefato conte. I banditi riscosso il saldo del prezzo si partirono, e voi, in compagnia dei fratelli e della matrigna, strascinaste il cadavere del trafitto genitore sopra una vecchia loggia, dalla quale lo dirupaste su di un albero di sambuco. Che rispondete?

—Signori miei, rispondo che domande di tante, e tanto orribili perversità vorrebbero volgersi più acconciamente ad un branco di lupi, che a me. Io le respingo con tutta la forza dell'anima mia.

—Siete accusata, e lo chiarisce il processo, avere voi consegnato alla donna Laurenza Cortese, cognominata la Mancina, un lenzuolo intriso di sangue perchè lo lavasse, ponendo mente di avvertire la curandaia provenire questo sangue da perdite copiose; e siete accusata altresì aver fatto uccidere Olimpio dal bandito Marzio, per paura che costui rivelasse il delitto alla giustizia. Rispondete.

—Posso io favellare?

—Anzi vi s'impone: favellate apertamente tutto quanto valga a chiarire la giustizia, e difendere voi dall'accusa.

—Signori! Che io non venissi educata a siffatti orrori, non importa che dica; vi parlerò ingenua come il cuore mi detta, e voi scuserete la insufficienza mia. Di poco oltrepasso i sedici anni; me educarono la santissima madre mia donna Virginia Santacroce, e donna Lucrezia Petroni femmina preclara per pietà; nè gli anni miei, nè gl'insegnamenti altrui persuadono a sospettare in me gli atroci delitti i quali appena s'incontrano nelle Locuste, ed in altre famose colpevoli, che pure mano a mano s'indurirono a misfare. Posto eziandio che la natura avesse voluto creare in me un prodigio di perversità, considerate, di grazia, come la indole atroce tanto non possa celarsi, che in parte almeno non trapeli, per così dire, novizia, prima che stampi profonde le orme nel sentiero della maledizione. Ora quale io mi sia stata, e come io abbia vissuto, vi sarà facile conoscere interrogando gli amici, i parenti, e i servi di casa. La mia vita è libro che si compone di poche pagine; svolgetelo, consideratelo attentamente, e tutto. Poi, se non prendo errore, mi sembra che per giudicare con discretezza le azioni umane faccia di mestieri avvertire le cause, che possono averle per avventura persuase. Qual fine pertanto immaginereste voi, che mi muovesse a così enorme delitto? Cupidità di averi? Ma la più gran parte dei beni di casa Cènci vincolati a fidecommisso credono al maggiorasco. Dei benefizii, delle prebende, e di uffici altri siffatti non si avvantaggiano le femmine. A me era ignoto, che il mio defunto genitore avesse per testamento disposto dei beni liberi a favore di luoghi pii: morendo di morte violenta ed improvvisa, doveva supporlo intestato; e da questi beni del pari, come femmina, mi avrebbero escluso le leggi. La mia sostanza mi viene dalla madre, che il padre non poteva tormi; e, tra doti e stradotali, ho sentito dire che sommi a quarantamila scudi: sicchè vedete, che avarizia non ci può entrare. Io non nego, anzi confesso, che mio padre mi facesse passare giorni pieni di amarezza, e… ma religione vieta ai figli volgersi addietro a riguardare la tomba paterna per maledirla, onde io mi astengo da mettere troppe, e non degne parole su questo: bastivi tanto, che volendo sottrarmi alle diuturne sevizie, e procurarmi meno tristo vivere, fra i cattivi partiti pessimo aveva da comparirmi quello del parricidio; imperciocchè oltre alla eterna dannazione dell'anima nell'altra vita, fosse pieno di rimorsi, di pericoli e di paura in questa. Non mi mancavano poi esempi domestici di pratiche riuscite prosperamente, le quali mi ammaestrassero il modo di tutelarmi dalle paterne persecuzioni. Olimpia mia maggiore sorella ricorse alla benignità del Santo Padre, e mercè umile memoriale ottenne le onorate nozze col Conte Gabbrielli di Agobbio: e di vero com'ella m'insegnò io feci, scrivendo una supplica, e la consegnai a Marzio affinchè mi usasse la carità di presentarla allo Ufficio dei memoriali…

—Sapete voi, che veramente la vostra supplica fosse presentata?

—Signor mio, io la raccomandai a Marzio onde fosse messa in corso.

—E perchè affidaste a Marzio commissione tanto importante?

—Ah! mio padre mi teneva chiusa; sicchè, tranne Marzio, in cui mio padre unicamente confidava, non mi era dato abboccarmi con altra persona in quel tempo.

—Proseguite.

—E supponete, che la natura m'avesse dato la ferocia, il padre il motivo, il diavolo la occasione per commettere il delitto, ditemi, potreste voi immaginare modo più assurdo per consumarlo di quello che finge l'accusa? Perchè adoperarvi il ferro? Con ottomila ducati possono facilmente procurarsi veleni che uccidono come il mal di gocciola, o disfanno come le febbri etiche, senza lasciare vestigio alle indagini della giustizia; ma che dico io, che possono procurarsi veleni? L'accusa suppone averli io procurati; nè solo procurati, ma propinati: dunque se versai al padre mio vino alloppiato per farlo dormire una notte, bastava aumentargli la dose perchè non si svegliasse mai più in questo mondo. A qual pro tante operazioni pericolose? A qual pro banditi? Perchè tanti complici, sovente traditori, sempre funesti? E soprattutto, qual bisogno, qual consiglio fu quello di chiamare a parte della congiura Bernardino, fanciullo di dodici anni? In che cosa poteva giovarmi costui, o piuttosto, in che cosa non doveva aspettarmi ch'egli non fosse per nuocermi? Se in casa Cènci viveva un lattante, anch'egli avrebbe tenuto per complice l'accusa; come se, tolto in fastidio il materno latte, con gridi e con minacce avesse chiesto nudrimento del sangue del padre? Assurdi paionmi questi, e sono. Don Giacomo quando avvenne il caso funesto trattenevasi in Roma, e di questo potrà somministrarvi buone testimonianze. Del tabarro vi dissi. Del lenzuolo può darsi; altre volte udii raccontarlo, ed aggiunsero la curandaia avere confessato che glielo consegnò una donna di trent'anni: ora nè io ho trent'anni, nè parmi dimostrarli; almeno non li dimostrava allorchè non era passata per tante tribolazioni; e il luogo dove si asserisce che la curandaia lo trovasse macchiato, esclude il sospetto che sgorgasse dal capo del giacente. O Signori! voi siete valentuomini, e pratichi di queste materie; onde io non dubito che sarete per ricusare fede a tante gagliofferie. A che il chiodo e il mazzuolo? I banditi vanno sempre armati oltre il bisogno di pistole e di pistolesi; pensate un po' se gli avessero lasciati quando venivano appunto per commettere omicidio! Bene trovo, che il chiodo venne adoperato per ammazzare Sisara; ma Giaele non faceva professione di sicario, nè ella aspettava il nemico nella sua tenda.—Perchè avrei strascinato io il cadavere, mentre uomini poderosi ne circondavano? Forse così persuadeva il bisogno? No certamente. Forse m'inviperiva ferocia d'istinto? Oh! Le cose fuori dell'ordine naturale non si suppongono; e moglie, e figlia che strascinansi dietro il corpo del marito e del padre come due volpi un coniglio, avrebbero mosso in un punto a riso e a ribrezzo gli stessi banditi. Se qui avete cuore,—e con una mano si toccò il petto;—se qui senno,—e coll'altra si toccò la fronte,—non pure cesserete angustiarmi l'anima sconsolata con simile accusa, ma vi guarderete di confondermi la mente col miscuglio di tante mostruosità.

E tutto questo pronunziava Beatrice speditamente, con tuono di voce, e garbo bellissimi; per la qual cosa gli astanti, con le braccia tese sopra i banchi, inclinato il corpo e sporgente la faccia, stavano in ammirazione: fino il notaro Ribaldella, con la manca ferma su i fogli e la destra sospesa in alto, era rimasto senza scrivere: fino l'auditore Luciani maravigliando aveva esclamato:

—Come s'impara presto alla scuola del diavolo!

—Io vi ammonisco, riprese il presidente Moscati, a mantenere la promessa di confessare la verità, e ad osservare la religione del giuramento; imperciocchè i vostri complici abbiano ormai palesato la colpa, e ratificato la confessione con la prova della tortura…

—Come! Dunque pel dolore dei tormenti non hanno abborrito di aggravarsi l'anima, ed infamarsi perpetuamente? Ah! La tortura non fa prova di verità…

—Non fa prova di verità la tortura?—proruppe furibondo il Luciani, incapace di contenersi più oltre; e levatosi mezzo da sedere, appoggiava le mani sopra i bracciuoli della sedia sostenendo il corpo tremante. Se avessero calunniato l'onore della consorte e delle figliuole sue non sarebbe salito a tanto furore.—Non fa prova di verità la tortura, che i giureconsulti tutti,nemine nemine discrepante, predicano la regina delle prove? Te ne avvedrai fra poco se la tortura abbia virtù di far confessare il vero…

Beatrice scosse il capo, come un mal vento glielo avesse bruttato di polvere, e continuò:

—Donna Lucrezia, già attempata, pingue, nudrita nelle delicature di poco animo, non prevedendo il male futuro, in grazia di sottrarsi al male presente si è condotta di leggieri a confessare il falso. Con Bernardino fanciullo non faceva mestieri tormento; per indurlo a confessare quanto da lui si voleva bastava un po' di treggèa. Giacomo poi da lungo tempo sente fastidio della vita; ed altre volte ha tentato gettarla, come peso troppo grave per lui. Tali sono quelli che provaste con la tortura, e presumete avere scoperto il vero?

—Non tutti questi furono i vostri compiici, soggiunse il Moscati.Altri pure confessò.

—Chi dunque?

—Marzio.

—Ebbene; mi venga Marzio davanti, e vediamo un po' se ardisce sostenermelo in faccia. Quantunque io debba credere l'uomo capace delle più orribili cose, se da me non lo sento ricuso prestar fede a tanta iniquità.

—Ebbene; chiaritelo da per voi stessa…

—Ahimè!

E parve questo uno di quei sospiri, che rompono il cuore che lo esalò. Beatrice allora volse gli occhi, e vide quello che non aveva scorto prima, lo apparecchio degli arnesi infernali, e rabbrividì dal capo alle piante. A piè d'una forca stava Marzio, o piuttosto l'ombra di Marzio: la pelle gli s'informava dalle ossa, e, se togli gli occhi vitrei, ogni altra parte del corpo pareva morta in lui; avresti detto che lo avessero tratto colà per ispirarvi l'anima: egli tentò muoversi per gittarsi ai piedi di Beatrice, ma non potè mutar passo, e cadde su la faccia stramazzone per terra. Beatrice stette a considerarlo un istante bieca negli occhi; il piede irrequieto fece atto di calpestarlo; ma di subito l'ira le si converse in pietà, e chinò le braccia per sovvenirlo a rilevarsi.

—Dunque, con un filo di voce favellò Marzio, mia dolce signora, sono io sempre degno della vostra pietà? O signora Beatrice, abbiatemi compassione per lo amore di Dio; chè io sono misero… misero… ma misero assai.

—Marzio, perchè mai mi avete accusata? Che cosa vi ho io fatto, onde anche voi vi siate congiurato con gli altri per tormi la fama?

—Ah! conosco tardi la mano divina che mi percuote; tardi, che la innocenza sola può darci contentezza: io tenni altra strada, ed ecco mi trovo ad avere fabbricato, con la mia, l'altrui rovina: e di me pazienza; ma di tanti altri innocenti… oh!… Io ammazzai Olimpio temendo che la sfacciata scelleraggine di costui non vi offendesse, e mi è riuscito il contrario. Ma io giuro per quel Gesù che dovrà giudicarmi fra poco, che mai ebbi intenzione di nuocervi. Sazio di vita, logoro dalla infermità, lacerato dal rimorso dei commessi delitti, sbalordito dai tormenti, io nulla intesi di quanto mi lessero, e mi fecero affermare; confessai tutto quello che vollero, a patto che mi mettessero a morte, e subito: essi non mi tennero fede, e le mie parole hanno convertito in stiletti per piantarli nel cuore di creature innocenti…

—Signor Presidente, interruppe l'auditore Luciani, non penso io già che voi ci abbiate radunati per udire recitare egloghe fra Amarilli e Melibeo.

—Approvo l'assennatissima osservazione del meritissimo auditoreLuciani,—rincalzava per parte sua il giudice Valentino Turchi.

—Abbiate pazienza, Signori, gli ammoniva placido il Moscati, e rammentatevi che noi non siamo convenuti qui per sollazzarci: poichè sta in noi la terribile facoltà di troncar le parole con la mannaia, lasciamo ai miseri lo infelice sfogo del pianto.

—Per piangere non mancherà loro il tempo quando saranno tornati in prigione: se voi, signor Presidente, vi foste preso cura di voltare l'orologio a polvere, vi sareste accorto come sieno già passate due ore senza costrutto di nulla. Lo Stato per certo non ci paga onde in siffatta guisa noi scioperiamo… e continuando di questo passo, chiederei licenza di andarmene ad accudire a faccende di maggiore rilievo.

—Dio vi accompagni…

Ma il tristo non si giovò del commiato del Presidente; anzi parve accomodarsi con agio maggiore sopra la seggiola. Intanto il Moscati voltosi a Marzio gli disse:

—Accusato, rispondete breve: ratificate, o no, il vostro esame in confronto dell'accusata?

—Signori Giudici! oggimai il male, che voi volete farmi, sarà grave ma corto. Io conosco trovarmi presso a comparire davanti al tribunale di Dio, a cui non fanno di mestieri confessioni nè testimoni.—Tanto, voi potete scorciare il filo di questa mia vita; allungarlo no. Orsù; udite la verità come la conosce Quello che ha da giudicare me, ed anche voi. So bene queste essere le mie ultime ore, e chi sa come orribilmente dolorose!… non importa… benedette elle sieno, poichè per esse mi è dato porgere testimonianza della innocenza di questa divina fanciulla. Chi fosse Francesco Cènci molti di voi l'avrebbero a sapere, che si saranno trovati ad esaminarlo, e a giudicarlo per gl'immanissimi suoi misfatti.—I santi del suo calendario furono delitti uno più atroce dell'altro; suo passatempo pestare le leggi divine ed umane; a lui parve aver posto la natura i confini, dinanzi ai quali i più solenni scellerati si arretrano, solo per provare la sua empietà a saltarli. Tale fu il Cènci: e chi di voi lo ignora? Un giorno cotesto demonio mi fiatò accanto, e mi seccò il cuore.—Avete a sapere. Signori, che io aveva contratto le nozze con una fanciulla di Vittana… Annetta… dopo la Madonna Santissima, da me, povero orfano, adorata; ed ei me la rapì bella, fresca, e piena di vita… e me la rese… sì, me la rese; ma cadavere trasformato, con uno stile nel petto che la passava da parte a parte. Lo assaltai nella rocca, che, per le infamie commesse dentro le sue mura, ha titolo di Ribalda; e non ve lo trovando, detti il guasto alle case: quanto mi capitò sotto le mani arsi: su quelle pietre rimangono i vestigi delle mie fiamme. Lasciai il paese, sacramentando trarne vendetta di sangue sopra la sua famiglia e su lui. Mi ridussi a Roma, m'industriai a entrargli in casa, e vi riuscii: mi venne fatto altresì di guadagnare la sua grazia; con quali argomenti non importa dire… a rammentarli mi mettono ribrezzo; e neanche vi narrerò quello che egli mi confidasse… bastivi, che furono cose da sgomentarne lo stesso demonio. Colà, mentre studio portare a compimento la vendetta, conobbi lo inenarrabile affanno della sua famiglia. I figli odiava come nemici: Dio supplicava ed i Santi affinchè gli concedessero, prima di morire, la grazia di vederli tutti ammazzati. Andate nella chiesa di San Tommaso, e troverete i sepolcri ch'egli aveva fatto apparecchiare pei figli che bramava seppellirvi;—andate, e vedrete accanto ad un suo figliuolo sepolto… chi? un cane.—Una sola creatura amava… ho io detto amava? Ho detto male, e pure non saprei esprimermi diversamente: temo aver detto poco, e più non saprei dire senza cuoprirmi il volto per la vergogna… ma io non posso alzarmi le mani alla faccia… perchè voi mi avete fatto troncare i bracci dai tormenti.—Amava dunque Beatrice. Carceri, fame, battiture, e le peggiori assai corruttele, lusinghe, e immagini abbominevoli, tutto adoperò lo infame vecchio per contaminare questo angiolo di purità. Allora la compassione mi vinse per la infelice famiglia che io aveva giurato sterminare, ed in un giorno solo io impedii più delitti, che voi forse non avete giudicato in un anno. Quando giunsero al Conte Cènci di Spagna nuove della morte dei suoi figliuoli Rocco e Cristofano, gli bastò l'animo imbandire convito ai parenti e agli amici, dov'egli disse, e fece cose, che parve miracolo se Roma non sobbissasse: ricercatene i commensali; erano tra questi Cardinali di Santa Madre Chiesa, e Baroni cospicui. Quando la gente, cacciata via dal terrore, lasciò la sala deserta, egli, ebbro più di empietà che di vino, osò levare le scellerate mani sopra Beatrice. Cotesto sarebbe stato il suo ultimo giorno, però che io dietro le spalle di lui alzassi un vaso di argento per ispezzargli il cranio, se questa innocente, urlando, e riparandolo con le braccia, non lo avesse salvato. Mosso da lei con ardentissime preghiere di non attentare alla vita del padre, io non volli deporre la mia vendetta; ma determinai uscire di casa, e coglierlo altrove. Però il maligno vecchio mi aveva tolto in sospetto; e, fingendomi amore, m'inviava alla Rocca Petrella por apprestargli le stanze. Le stanze!—Già aveva innanzi spedito alla posta sicarii perchè mi ammazzassero, e intanto mi donava cortese il tabarro scarlatto trinato di oro; e comecchè io mi difendessi da accettarlo, non mi parendo dicevole al mio stato, egli volle che ad ogni patto io lo prendessi per preservarmi dalla influenza della malaria viaggiando per la campagna romana: così egli diceva; ma invero perchè il tabarro rosso servisse di contrassegno ai sicarii. Mi salvai dalle sue insidie, e le tesi a lui: raccolsi una mano di compagni; e quando mi credeva morto, lo feci prigione nel suo ultimo viaggio alla Ribalda, e lo trassi alle caverne di Tagliacozzo. Colà doveva morire; ormai pareva che ingegno, o potenza di uomo non valessero a salvarlo; e pure ei fu salvo. Bevemmo certo vino alloppiato, che il Conte si portava seco da Roma; e mentre eravamo immersi nel vino ci fu tolto di mezzo, comecchè io tenessi la chiave del suo carcere in tasca. E il suo liberatore chi fu? Eccolo; questa divina figliuola. Non per questo deposi il fiero animo, anzi sempre più mi arrovellai nella vendetta; ed una notte, avendo prima speculato cautamente il luogo, tolti meco due compagni, per una finestra del piano terreno, rotta la inferrata, penetrai nella ròcca: qui ci spartiamo a perlustrare la casa; uno dei miei compagni vede traversare un'ombra; si nasconde nel buio, e poi le tiene dietro alla lontana: l'ombra ascende le scale della torre, apre una stanza, ed entra: il mio compagno si affretta a seguitarla; tocca la porta, gli cede; sia che non volesse, od obliasse riservarla colui, che andava avanti stimandosi sicuro. In cotesta carcere il Conte Cènci teneva chiusa la figlia Beatrice in guiderdone della vita salvata… Dovrò io dire che cosa traeva costà l'empio vecchio?—No… ve lo dica il ribrezzo, che a voi, tutti padri, fa tremare le carni e le ossa… e il mio compagno gli si avventò sopra, e di coltello lo uccise, meno in grazia della mia vendetta, che per vendicare la natura; e fece bene: e chiunque fra voi sostenesse che non avrebbe operato altrettanto, io lo dichiaro qui, alla presenza di Cristo, più traditore di quello che gli diè la guanciata. Noi strascinammo il cadavere maledetto, noi lo precipitammo giù dalla loggia su l'albero di sambuco. La signora Beatrice fu desta al rumore del tracollo che fece il trafitto sul pavimento. Il lenzuolo rimase intriso nel sangue del Conte; ma nè ella il vide, nè ella lo diede alla lavandara, perchè cadde tramortita nella prigione; e quinci tratta semiviva, giacque più giorni in letto travagliata da fierissima convulsione. Olimpio ammazzai io, e come, e il perchè vi dissi… A Napoli confessai quello che vollero, per forza di tormenti… questa è verità… ogni altro menzogna… Ora di me fate quello che vi piace.—Intanto, concludendo, ringrazio di vero cuore Dio, il quale mi ha dato tanta lena da finire… perchè tornare da capo io non potrei… E ciò detto cadeva giù in terra un'altra volta, se mastro Alessandro, prontamente non lo soccorreva.

—Ditemi, signor Presidente, non ci sarebbe pericolo ch'ella lo avesse stregato?—sussurrò il Luciani, in aria di mistero, nell'orecchio al Moscati; e siccome questi fece spallucce senza rispondere motto, il Luciani continuò a brontolare:—Già… già… voi non credete a questo… vi pare novella… badate a non lasciarvi allucinare dai lumi tenebrosi del secolo, perchè io vi so dire ch'essi rischiarano un cammino solo, e questo è quello che mena dritto all'inferno.

Al Moscati acerbamente dolse la petulanza del Luciani: tuttavolta, sentendo mettere in dubbio la sua fede, imperciocchè in quei tempi credere nelle streghe fosse articolo di fede, come colui che piissimo uomo era si scosse, e domandò risoluto al Luciani:

—Signor Auditore, e per qual causa dubitate voi che io non creda alle fattucchierie? Io ci credo benissimo; ma qui non parmi che cada il caso.—Dunque persistete a ritrattarvi, accusato?

Marzio assentiva col capo.

—Tortura definitiva… non ci è rimedio, sempre pronto osservava ilLuciani; e Valentino Turchi ripeteva latrando:

—Non ci è rimedio; tortura definitiva.

Il Moscati, trattosi il fazzoletto di tasca, si asciugò il sudore dalla fronte; poi si volse al notaro, e gli disse:

—Notaro, ammonite lo accusato a non insistere nella sua ritrattazione… ammonitelo, che diversamente la legge vuole che venga esposto alla tortura definitiva… ammonitelo, tortura definitiva… che sia… e in caso di persistenza stendete il decreto.

—Il dabbene uomo queste proposizioni favellava singhiozzando, e il notaro per filo e per segno le ripeteva a Marzio; cerziorandolo inoltre, che tortura definitiva significava applicarlo ai tormentiusque ad necem; le quali parole latine, in lingua volgare suonavanofino alla morte. Marzio anche a questo assentì col capo, perchè ormai la lingua ingrossata gl'impediva la favella. Disteso, letto, e sottoscritto il decreto, il notaro Ribaldella, volto prima al Luciani, che alacre gli ammiccava con gli occhi, disse al carnefice:

—Tocca a voi.

Mastro Alessandro prese le braccia di Marzio; gliele tirò dietro la schiena; le soprammise una all'altra; le legò con un nodo in croce; tentennò il canapo per assicurarsi se scorresse spedito dentro alla carrucola, e poi, cavandosi il berretto, domandò:

—Illustrissimi, con lo squasso, o senza squasso?

—Diavolo! con lo squasso, s'intende, e co' fiocchi…—rispose ilLuciani, che non si poteva contenere in verun modo.

Gli altri affermarono assentendo col capo.

—Mastro Alessandro, sovvenuto da uno dei suoi valletti, trasse su piano piano Marzio. Beatrice inclinò la faccia sul petto per non vedere; ma poi fu spinta da uno interno moto ad alzarla.—Orribile! orribile!—Urlando si coperse gli occhi con ambe le mani… quel nudo ossame, stirato in truce atteggiamento metteva a un punto terrore e pietà. Il giustiziere, poichè ebbe fatto toccare a Marzio con le braccia tese in angolo sopra la testa la traversa della forca alta sei braccia da terra, si recò in mano il capo della fune, e lasciò andare. Marzio rovinò giù a piombo fino a quattro dita distante dal pavimento: tremendo fu lo squasso, e si sentirono scricchiolare le ossa, e stracciarsi i muscoli. Marzio spalancò gli occhi stralunati come se volessero schizzargli fuori dei cigli; aperse la bocca spaventevolmente mostrando tutti i denti, e un singulto secco gli chiuse la gola: subito dopo si sentì come un leggiero gorgoglìo, e dalla bocca aperta apparve una bolla d'aria, che scoppiando lasciò gocciare giù dagli angoli dei labbri bava sanguigna. In fede di Dio egli era stato uno dei più famosi squassi, che avesse saputo dare mastro Alessandro in vita sua: s'egli se ne compiacesse, o se ne dolesse, non poteva indovinarsi; stava duro, e taciturno a considerare l'opera sua.

—Su, mastro Alessandro, da bravo… agguantamelo con un altro squasso dei buoni,—appoggiate ambe le mani ai bracciuoli del seggiolone, e mezzo ritto con la persona, insisteva l'auditore Luciani.

—Non monta, Illustrissimo; l'ultimo squasso glielo ha dato la morte.

—Come? come? È morto?—imbestialito urlò il Luciani.—Perchè lo avete fatto morire voi? Perchè ha ardito morire costui prima di annullare la sua ritrattazione?

E siccome mastro Alessandro stringendosi nelle spalle non fece motto, il giudice instava:

—Vediamo,—proviamo se fosse sempre vivo; dategli una stretta co' tassilli—un po' di fuoco sotto le piante, per tentare se gli tornassero gli spiriti.

E si levava, quasi per aiutare mastro Alessandro; sennonchè ilMoscati, sdegnoso, lo tenne pel braccio esclamando di forza:

—Per dio! vi sovvenga della dignità del vostro ministero! Siete voi giudice, o giustiziere?

Ma il Luciani svincolò il braccio; e, padroneggiato dal bestiale suo istinto, si fece in fretta presso il carnefice, che teneva stesa la mano sul cuore di Marzio, e ansiosamente lo interrogò:

—Ebbene?…

—Illustrissimo ve l'ho già detto, egli è morto.

Allora il Luciani, pieno d'izza, voltando il discorso al cadavere lo rampognava:

—Ah mi sei scappato, furfante! Sei morto per giuntare la giustizia della confessione, e mastro Alessandro di cinquanta scudi di salario per impiccarti.—E quindi tornando al banco, con voce e gesti infelloniti di faccia al Moscati gridava:

—Su via, signor Presidente, battiamo il ferro quando è caldo: mettiamo a profitto lo sgomento che deve avere incusso il terrore nello spirito dell'accusata;—sentiamo un po' in qual nota canti costei a suono di corda;—e dardeggiava gli occhi contro Beatrice come lingua di vipera.

—Basta, ordinò severamente il Moscati; io regolo il processo: la seduta è chiusa;—e mosse per uscire.

Il notaro Grifo, vinto dal costume, si trattenne alquanto per nettare le penne; e ripostele frettoloso in bell'ordine, corse dietro ai giudici dicendo:

—Adesso terminerò raccontarvi, com'io acquistassi la tabacchiera del signor Duca di Guisa…

Beatrice, bianca come un lenzuolo da morto, tentennò per cadere; le labbra le diventarono pagonazze, e gli occhi suoi tremolarono smarriti; indi a breve scosse il capo, e lo rialzò a guisa di albero piegato dal remolino che passa; poi animosa andò incontro al cadavere di Marzio, gli stette davanti, lo guardò fisso, e favellò:

—Sciagurato! Tu non hai potuto salvarmi; ma ti perdono, e supplico Dio che ti perdoni. Tu hai peccato molto; ma hai amato, e patito anche molto. Tu non vivesti alla virtù, ma sei perito per la verità. Io t'invidio… chè la mia vita è tale, da portare invidia ai morti[10]. Adesso non posso dimostrarti l'amor mio (e sì dicendo stese lo indice e il pollice, li soprappose ai cigli del morto e gli chiuse gli occhi, ch'egli teneva sempre aperti in molto terribile maniera; poi trasse un pannolino e gli asciugò le labbra dalla bava sanguigna) in altro modo, che rendendoti questo ultimo ufficio, e te lo rendo di cuore.—Ciò detto si volse ai custodi, e con fermo sembiante riprese: ora torniamo al carcere.

Ma il fitto ribrezzo delle carni palesava la tremenda commozione dell'anima sua: le gambe le tremavano sotto, e ad ogni passo incespava per cadere. Mastro Alessandro trattosi il berretto di capo, e tenendosi lontano con doverosa distanza, così le favellò:

—Signora, io so che non mi potete toccare; così a Dio piaccia, che io non tocchi mai voi: voi avete bisogno di qualcheduno che vi sostenga; se me lo concedete io chiamerò tale, su cui vi appoggerete senza paura: di mala pianta nacque, e in carcere; e non pertanto è fiore, che può presentarsi alla Madonna… è mia figliuola.

E con un fischio prolungato chiamò: indi a breve fu vista comparire una fanciulla bella sì, ma bianca, bianca come voto di cera. Poveretta! ella sapeva essere nata alla sventura.

—Virginia, le disse il padre, da' braccio a questa Signora… è disgraziata quanto te.[11]

Beatrice fissata la fanciulla in volto, si sentì bene disposta verso di quella: quando poi intese che si chiamava come la madre sua. le sorrise mesta, e le si appoggiò sul braccio incamminandosi al carcere.

Mastro Alessandro avvisatamente dava cotesta terribile strappata di corda a Marzio, tentando farlo restare sul colpo; e come aveva immaginato gli riuscì, stante il miserabile stato in cui lo infelice si trovava ridotto: non mica per odio; all'opposto, per pietà. Onde costui morisse presto, e con meno patimenti, il boia mandava male una trentina di scudi; e per boia non era poco, anzi moltissimo: troppo più, che le pietose viscere, di un Soprastante di carceri umanitarii non gli potrebbero permettere; il quale per trenta scudi e un po' di seta tinta nel sangue di Santo Stefano venderebbe trenta Cristi, con la Beata Vergine per giunta; e se colmo la misura di un grano solo, il diavolo mi porti mentro che scrivo.

[1] Le gentildonne, nei tempi che descrivo, non andavano mai sole per le pubbliche vie; bensì con marito, o parente; e, in difetto di questo, accompagnate da un servo di fiducia, il quale dal colore dei suoi abiti distinguevasi col nome diuomo nero.

[2] Le porte delle prigioni, almeno le principali, costumarono fabbricare basse; e tal'era anche la porta delle carceri di Firenze, oggi demolite, chiamateStinche. Il BERNI giocondamente la descrive nel suo Capitolo in lode delDebito. Anche adesso non sono andate in disuso, e nelle prigioni umanitarie io le ho notate. Quale ne sia la causa, io non saprei: non certo quella di prevenire la fuga: forse, e senza forse, per un lusso di martirio. Devo ancora avvertire, che queste carceri non si espongono all'adorazione delle vezzose e tenere visitatrici: se ne avessero vaghezza, andando alleMurate, prigioni di Firenze, domandino le tenere visitatrici all'amabile Conduttore, e ne rimarranno edificate.

[3] Pomponio Leto, di casa Sanseverina, fu perseguitato da Papa Paolo II insieme col Platina, ed altri felicissimi Ingegni. Questo pontefice soppresse il Colleggio degli Abbreviatori, e si mostrò acerbamente avverso ad ogni maniera di lettere umane. VALERIANO,Della felicità dei letterati, PLATINA, nellaVita di Paolo II.

[4] Questa avventura degli sproni accadde in Francia nella strage di San Bartolommeo, e fu trovato di una dama cattolica per salvare il suo amante ugonotto. La riporta BRANTOME.

[5] Il signor Rougier de la Burgerie calcola, che in Francia sieno 10 milioni di passeri; che ognuno di loro consumi libbre 20 di grano, e così in tutti mette a perdita 200 milioni di libbre di quel frumento; ma perchè ogni passero per quattro settimane nutrisce la sua nidiata esclusivamente di insetti, ritiene che ogni coppia di passeri ne divori 26880, e così in tutti 136 bilioni, e 400 milioni: e siccome, anche passato tutto questo tempo, i passeri durano a pascere insetti, così non gli par forte portare a 300 bilioni questi enti nemici alla prosperità della Francia distrutti dai passeri. Però le passere si devono stimare come unaseconda provvidenzadi cotesto paese felicissimo: in quanto alla prima è posto preso.

[6] Dolcezze di carceri umanitario. Se taluno s'infastidisse leggerle, lo prego a pensare ch'io le soffersi, e di parecchie tacqui per non parere esagerato.

[7] Anco questo è anacronismo, però che Giordano Bruno fosse condannato al fuoco nel 17 febbraio 1600. Dicono che tanta infamia si commettesse in odio agli Spagnuoli, ed è scusa trista quanto la colpa. ARTAUD DE MOUTOR, gesuita laico che ha scritto la Vita dei Papi, nega risolutamente il fatto; senonchè, poche pagine dopo, accusa i Veneziani perchè lo consegnarono al Papa, e non ne proseguirono il processo a Venezia, sopportando così che la sentenza di cotesto filosofo venisse dettata dagli Spagnuoli. Bara coerenza di storico! Il medesimo scrittore si fa a confutare la opinione di coloro che affermano, il supplizio del fuoco inventato dai Cristiani contro gli Eretici; e dichiara com'esso ordinariamente si praticasse dai principi secolari in pena dei ladri e dei felloni alla patria ed al re, allegando gli esempii del Dante nostro, e di San Fruttuoso vescovo di Tarragona. Questi esempii non fanno punto al caso, dacchè altro sia inventare, ed altro imitare; e poteva darsi benissimo che cotesto supplizio, trovato dai sacerdoti cristiani, dai principi secolari venisse adottato: però se l'Artaud non ha ragione, mercè gli esempii suoi egli si appone al vero, e degli esempii avrebbe giovato meglio, a sostenere il suo assunto, quello che si legge nel libro VII dellaGuerra Giudaicadi GIUSEPPE FLAVIO. Catullo, governatore della Libia Pentapolitana, trae partito da una sedizione di ebrei fuggita da Gerusalemme, per accusare gli ebrei più ricchi di Cirene. Gionata, capo dei ribelli, lo seconda nella calunnia; Catullo ne ammazza tremila. Chiamati poi a Roma, e chiarito il vero, Vespasiano condanna Gionata alle verge, e alfuoco. Catullo è rimandato assoluto; sennonchè colto da morbo insanabile, agitato dagli spettri, gli escono fuori le interiora, e muore.

[8] Il DESCURET nellaMedicina delle Passionireferisce parecchi esempii piacevoli della mania delle collezioni. Uno raccolse tutti i bottoni della soldatesca dal 1789 al 1843; un altro in trent'anni raccolse i più celebri tappi di sughero; un ufficiale tutte le specie dei fagiuoli. Io ho conosciuto certo maggiore Chelardi, comandante di piazza a Livorno, il quale aveva completata la collezione del notaro Grifo, possedendo 365 tabacchiere di varia forma, e di vario pregio; e ciò, in difetto di ogni altro merito, gli procurava una tal quale celebrità.

[9] GREGORIO LETI,Vita di Sisto V, parte II, lib. I.

[10] «Signor, non mi abborrire S'io porto invidia ai morti»;

sono versi di un madrigale diM. Buonarroti.

[11] La donna, che servì Beatrice Cènci durante la sua prigionia, non si chiamava Virginia, bensì Bastiana; e questo si ricava dallo anticoEstratto del Giorn. della Confraternita del S. Giovanni decollato a Roma, Liv. XVI, carte 66.—Fra le altre preghiere di Beatrice sul punto di morire leggiamo: «Vuole anco, che sia pagata Maria Bastiana quale l'à servita in questa sua prigionia, e nella carcere con molta carità, che oltre al suo salario ordinario le sieno dati scudi 40 di moneta, oltre anche quello, che lassa per testamento, e che tutto le lassa per amore di Dio».

Di nuova pena mi convien far versi.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Chè dove l'argomento della menteS'aggiunge al mal volere ed alla possa,Nessun riparo vi può far la gente.DANTE,Inferno.

Ha la sventura un vento che la precorre, e chiamasi augurio: le anime pacate per mille indizii lo presentono, come gli uccelli lo approssimarsi del turbine: le altre poi, dalla vicenda dei quotidiani eventi perpetuamente commosse, non se ne accorgono, e la sventura le coglie subitanea e improvvisa.

Invano il giudice Ulisse Moscati chiudeva le orecchia alla voce interna, la quale insistente gli diceva: «tu getti via i passi». La voce tornava a sconfortarlo, e per la sua mente si avvolgevano pensieri simili a spettri, che in parte celino, e in parte palesino il minaccioso sembiante; nè egli osava interrogarli, e che si scuoprissero più palesemente aveva paura: tuttavolta, sciolto un grandissimo sospiro, e supplicato il cielo di uno sguardo, si avviò al palazzo Vaticano. Fattosi annunziare aspettò con pazienza per bene due ore, finchè il camerario del Papa gli partecipò che poteva entrare, e scortato da lui si trovò al cospetto del Sommo Pontefice.

Fosse per amore della vista, o quale altra causa più vera lo persuadesse, il candelabro appariva circondato da un cerchio di seta verde per modo, che dal busto in su la faccia di Clemente VIII non si distingueva, nè punto vedevansi Cinzio Passero e Pietro Aldobrandino cardinali nipoti, che stavano fermi in piedi dietro la spalliera della seggiola. Allora i Papi si assomigliavano tutti come le dita della stessa mano, stesa per molti secoli sul capo di parte non piccola del genere umano… e se per benedirlo, Dio onnipotente un giorno giudicherà. Adesso qualche maggiore differenza corre tra loro; non tanta però, che paiano nati di diversa famiglia: e tacendo degli altri per dire degli ultimi, Pio IX si mostrò tenerissimo delle libertà dei popoli; e della patia sua, la veneranda madre Italia, figlio amorosissimo: delle cose di religione poi studioso sì, ma non rigidamente zelatore, almeno sul principio del suo pontificato: all'opposto Gregorio XVI non versò in altro che in divinità, di cui fu maestro solenne; della libertà, e felicità dei figli suoi dilettissimi prendendo cura alquanto minore. Questi, per istringere il vincolo soave tra figli amati e il padre amante, chiamò uno straniero solo; quegli, per istringerlo più forte talchè in processo di tempo non avesse ad allentarsi più mai, ne chiamò quattro, e due ne conserva per aiutarlo a far portare al popolo romano quel dolce giogo, ch'è il suo amore: e se io dica il vero, laCiviltà Cattolica(dotto, pio, e soprattutto sagace diario dei Reverendi Padri Gesuiti) informi.

Clemente vestiva la mezzetta di velluto sanguigno ornata di ermellino, e il roccetto di trina finissima; il cappuccio pur di velluto rosso; la toga, le calze e le scarpe di seta bianca, e sopra queste ricamata la croce di oro. La luce dei doppieri spandendosi su la parte inferiore del capo del Pontefice metteva in rilievo un piede del servo dei servi, che, posato superbamente sul pulvinare di velluto vermiglio ornato di gallone e di nappe di oro, sembrava che comandasse a chiunque si accostava: baciami. Il giudice Moscati era troppo buon cattolico per non sentire cotesta voce; e comecchè per gli anni male egli si tenesse fermo su la persona, la vanità non consentì che l'altro si rammentasse caduco essere e mortale come lui, e gl'impedisse l'atto ignominioso: il Moscati cadde giù gravemente, e col capo venerando di canizie urtò nella gamba del Papa, il quale, malconcio da abituale podagra, forte se ne sentì trafitto; ma mordendosi il labbro compresse il lamento, finchè con voce acerba potè dire:

—Sorgete.

Il vecchio, appuntellata la tremula mano sul pavimento, non senza tornare a piegar le ginocchia più volte, giunse a raddrizzarsi sopra le gambe. Sorto, e ripreso lena, con ingenua franchezza egli aperse al Pontefice l'animo suo intorno al processo; della famiglia Cènci; lo chiarì della incertezza degl'indizii, espose la inverosomiglianza dei deposti, la età novella di alcuni fra gli accusati, i fatti non pure discordi, ma contrarii; e quantunque parecchie ne aggiungesse di suo, ripetè le considerazioni discorse da Beatrice; si avventurò eziandio a toccare (suprema audacia in cotesti tempo) delle prove dubbiose, che, a parer suo, nascevano dai tormenti; imperciocchè se Marzio aveva confessato in grazia della tortura, aveva ancora soppresso la sua confessione, ed era morto fra i tormenti in testimonianza di aver detto per ultimo la verità. I Cènci poi, tranne la donzella, un po' avevano confessato, un po' negato, dichiarando essersi accusati unicamente perchè costretti dalla forza del dolore: maravigliosa, egli aggiunse, essere la ingenuità di Beatrice, stupenda la efficacia dello eloquio, il modo di persuadere irresistibile, sicchè in quanto a lui giudicarla innocente. Queste cose avere voluto per debito di coscienza significare a Sua Santità, onde nel suo infallibile giudizio avvisasse quello che fosse da farsi pel meglio. Bernardino, fanciullo di dodici anni, avere sperimentato con la corda, e sentirsene al cuore un rimorso e uno affanno indicibili. Beatrice no, parendogli proprio commettere peccato mortale.

Mentre favellava il Moscati, i due Cardinali per quella mezza oscurità avvicendavansi sguardi simili a baleni precursori della tempesta, e il Papa anch'egli aggrottò i sopraccigli più volte; ma, per antico costume, a dissimulare e a simulare espertissimo, si contenne, e in suono di voce più pacato assai che di ordinario non soleva, commendò il Moscati della ottima mente sua, promise far capitale delle cose rapportategli, e, confortatolo con amorevoli parole a tornare il giorno veniente alla medesima ora, lo accomiatò impartendogli l'apostolica benedizione.

E il Moscati, pratico della temperie di corte, nonostante le singolari dimostrazioni di benevolenza, se ne andava col cuore più chiuso di quando ci era venuto: la voce interna, più incresciosa che mai, lo ammoniva aver gittato la opera e i passi: educato alla scuola della esperienza, ben egli sapeva come con gli uomini in generale, ma segnatamente co' Prelati, quanto il promettere si allunga si accorcia lo attendere, e le speranze nate in corte o su la pianta appassiscono, o, a modo del fiore di papavero, al primo soffio si spelano;—spiagge insidiose si provano le corti, dove mai tanto non fosti prossimo a naufragare come quando il cielo si mostra sereno, e il mare tranquillo.

Nonostante il presagio, l'uomo dabbene alla ora destinata andò, supplicando il Signore che almeno gli tenesse conto del buon volere. Accolto dai camerarii con insolito ossequio, lo resero avvertito attenderlo nelle sue stanze lo eminentissimo Cardinale San Giorgio, nipote di Sua Santità. I tristi auspicii sempre più si colorivano; ma l'uomo, che cosa può mai contro il fato? Certo quando ogni industria nostra per procurare alcun bene riesce invano, piccolo conforto è pensare che noi operammo quanto stava in nostra potestà; e nondimeno, da questa in fuori, altra consolazione non ci avanza. Il Cardinale Cinzio, versato per tempissimo nelle faccende di governo (chè tuttavia giovanetto accompagnò come segretario lo zio Ippolito, allora Cardinale di San Pancrazio, nella sua legazione di Polonia) andava famoso per la perizia delle arti cortigianesche, onde non fa mestieri raccontare se accogliesse il Moscati con esquisita urbanità: lo fece sedere accosto a se, non senza essersi adoperato in prima con preghiere, che sopra la sua medesima sedia si assidesse. Poichè si furono entrambi adagiati, il Cardinale con piacevole favella incominciò:

«Sono lieto, clarissimo signor Presidente, poterla assicurare, Sua Santità avere avuto accettissime le savie avvertenze di lei intorno al processo dei Cènci; e questo essere stato segno manifesto non pure del suo ottimo cuore, quanto del suo eccellente giudizio; onde se prima lo reputava assai, adesso averle a mille doppii accresciuto l'affezione e la stima:—però essere mente di Sua Santità considerare questo negozioseduto, e con quella gravità di cui gli sembrava meritevole: rifuggire il Beatissimo Padre dalle asprezze, comecchè salutari, della gloriosa memoria di Papa Sisto, ma detestare nel medesimo tempo la soverchia benignità Gregoriana: con inestimabile amarezza egli vedere come le male piante, a cagione della poca diligenza usata durante la guerra di Ferrara, ripullulassero più spesse e maligne che mai in grembo ai suoi stati: questo la sua religione non potere comportare, e il debito che gli correva davanti a Dio. Tuttavolta non potersi mettere in dubbio, senza offesa della somma pietà del Beatissimo Padre, che i partiti a cui avesse reputato nella sua suprema saviezza doversi appigliare, non fossero consentanei alla giustizia». E qui di punto in bianco data una giravolta, vie più benigno aggiungeva: «Le paterne viscere del Sommo Pontefice sono state commosse nel considerare il deperimento notabile di salute d'un servitore zelante, e benemerito quale ella è, chiarissimo signor Presidente; egli ha saputo con profonda amarezza avere la sventura visitato casa sua, e desidera, per quanto a mano mortale è concesso, alleviare il dolore di vostra signoria illustrissima. Questo per bocca mia le significa: il Santo Padre rimane dello zelo di lei, chiarissimo signor Presidente, edificato; ma carità, ma giustizia non consentono accettare il più che umano sagrifizio suo.

—Ah! vi sono affanni qua dentro (rispose il Moscati, a cui le parole soavemente spietate del Cardinale fecero lo effetto di una mano che prenda a fasciare la piaga per vederla, non già per medicarla) che gli uomini non possono consolare; inasprire si. Iddio solo lo potrà, e forse col rimedio unico a tutti i mali—la morte.

—Ed io lo credo; però tanto più mi maraviglio come, travagliato da tanto domestico lutto, le basti la mente per dare opera alle incumbenze del suo officio, le quali, faticose e per propria natura malinconiche, invece di sollevarla devono mantenere nello animo suo lugubri considerazioni.

—È vero; ma io vi persevero perchè ho sempre creduto, e credo, che tra soldato e magistrato non corra divario; e debba questi per sommo onore morire al suo banco, come quegli sul campo di battaglia: anzi gl'Imperatori romani, considerati i travagli e la costanza dei primi, la Eminenza sua conosce meglio di me come non dubitassero di preporli con amplissime lodi ai secondi.

—Questa, che vuolsi estimare e commendare bontà egregia di suddito, sarebbe ripresa come durezza nel Principe; il quale non può patire che il magistrato fedele si logori nella fatica finchè diventi pianta infracidita, buona solo a farne fuoco: anche i Romani, che furono sì operosi, com'ella dottissimo non ignora, quando giungevano a quella parte di vita, da loro distinta col nome disenio, senza infamia potevano ritirarsi dai pubblici negozi; verso sera ogni animale, che vive in terra, cessa dalle opere.

—Ed anche a me, Eminentissimo, piacerebbe seguitare lo usato tenore di tutte le creature; non già per riposarmi, chè a riposare tempo ne avanza anche troppo nel sepolcro; bensì per apparecchiarmi con la meditazione delle cose divine a quel termine, per tutti noi quanti siamo comune, e da me sopra gli altri mortali desiderato; ma nonostante gli esempii pagani, ne temo biasimo. Bene altramente c'insegnò la virtù del sagrifizio Gesù Redentore; onde io, che per questa parte mi sento incolpevole, vorrei senza rimprovero portare i miei capelli bianchi alla fossa.

—In primo luogo io la conforto, carissimo fratello in Cristo, a porgere volonterose le orecchie alla chiamata che le viene dall'alto; inoltre io l'assicuro, che invece di biasimo dai buoni non può venirlene altro che lode, e dal Beatissimo Padre amplissima approvazione; a nome del quale io le profferisco tutti quei favori, che possa desiderare più acconci per condurre a termine l'ottimo suo proponimento.

—Poichè, Eminentissimo, con tanta benignità le piace consolare questo mio cuore trafitto, io le paleserò sentirmi vocazione di rendermi a Dio in qualche Regola di religiosi insigne per santità non meno, che per opere utili ai miei fratelli di tribolazioni.

—E di queste regole siffatte, mio caro, abbonda sì la santa Chiesa Cattolica, che non vi ha altro imbarazzo se non quello di scegliere. Ella ha i monaci di San Giovanni di Dio, consacrati alla cura dei poveri infermi; ha gli Agostiniani del Riscatto; l'Ordine dei Predicatori, veri atleti di Cristo; i Francescani, che, coi Domenicani, Papa Onorio (per rivelazione, divina) conobbe sostenere la Chiesa periclitante; ma tutte queste religioni, come quelle che appartengono alla Chiesa militante, quantunque convenevoli allo zelo di vostra signoria illustrissima, male si confanno agli studi suoi ed alla età. I reverendi Padri Benedettini di Montecassino, consacrati alla vita contemplativa, andarono per esercizio di cristiane virtù e per dottrina famosi fra i più distinti ordini della Cristianità; ed io le proporrei riparare fra loro, se per mia convinzione non trovassi a preferire i Padri della Compagnia di Gesù…

—I Gesuiti?

—Per lo appunto. Chi meglio di loro meritò della Chiesa? Francesco e Domenico sostennero la Chiesa pericolante, i Gesuiti la rilevarono pericolata. Chi sarebbe stato a pari di loro gagliardo a durare le lotte della fede co' Luterani, Calvinisti, Zuingliani, e l'altra peste maledetta di eretici, che Cristo confonda? Al Papato e al Principato i Gesuiti sono più necessari che i denti in bocca all'uomo; senza essi non si mastica: ed io so quello che mi dico. Il Principato attese a deprimere la Chiesa; e la Chiesa, legittimamente difendendosi, crollò il Principato: dannose le mutue offese, e quelle dei Principi, per di più, empie. Ora poi che assursero i Popoli ad avvantaggiarsi delle diuturne discordie, e, rotto il freno, minacciano il trono e l'altare, i Principi hanno fatto senno; e, uniti in bel vincolo di amore, attendono a sanare le scambievoli ferite: di entrambi adesso ne stringe pari la cura, però che entrambi derivino da Dio, quantunque immediatamente la Chiesa, mediatamente il Principato. I Gesuiti ottimamente compresero la doppia missione, e la esercitano con la sapienza del serpente, e la semplicità della colomba: non dubbii in loro, non esitanza, non disonesto spirito di discussione. Obbedienza e fede trionferanno del mondo, perchè deve capire, chiarissimo signor Presidente, come colui, che si avvisa a sottoporre ad esame i dogmi della Chiesa e i motuproprii dei Principi, se non è diventato eretico e ribelle, già cammina per la strada di esserlo.

—Eh! sì… i Gesuiti… non dico; in verità meritano moltissimo: ma dei Girolamini, Eminenza, che ne parrebbe a lei?

—Santa Vergine! Vorrebbe, signor Presidente, scegliersi per avventura ritiro imperiale? Questa non mi parrebbe umiltà:extra jocum, anche i Girolamini meritarono ottimamente della Chiesa. Già come sono frati ella può andare a occhi chiusi; se quelli paionle buoni, e questi proverà meglio; è tutta messe del seme di Dio. S'ella si sente vocazione per la regola di San Girolamo, dia retta alla chiamata di Dio.

—Il Signore la rimuneri di avermi illuminato: in breve, se la Eminenza sua si degnerà concedermelo, depositerò nelle mani riveritissime di lei il memoriale onde Sua Santità mi dispensi dallo ufficio; e nel presentarglielo, che farà la Eminenza sua, io la supplico di renderla capace, con quelle parole che le parranno più acconce, delle ragioni che mi muovono a questo passo, affinchè mi sia continuata la grazia del Padre dei Fedeli.

—Non rimettere a domani quello che puoi far oggi, ci ammonisce una sentenza antichissima. Davanti a lei, carissimo, ella ha quanto bisogna per iscrivere; tregua agl'indugi: dei buoni ufficii miei stia sicuro, della ottima mente del Santo Padre verso di lei non dubiti punto.

Ulisse, stretto dall'ardente pressa, scrisse la supplica, e scritta che l'ebbe la consegnò al Cardinale di San Giorgio; il quale l'accolse con sottilissimo riso, che appena gli fece tremolare i peli estremi dei baffi: forse era di compiacenza, forse di scherno, e può darsi di ambedue. Ridottosi a casa, meditando sopra lo accaduto, e riandando con mente quieta le parole e i fatti, Ulisse si accorse come, prevalendosi del turbamento dello animo suo, lo astuto prete lo avesse condotto se non a sbagliare, almeno a mutare strada, e cavatogli di sotto quanto ei desiderava. Però quegli che n'ebbe profitto questa volta fu il vinto; avvegnadio il Moscati senza viltà si ritraesse da un passo, donde indietreggiare senza pericolo, e oltrepassare senza infamia non poteva. Di grazie, favori, pensioni od altri simili vantaggi non fu fatto parola nel memoriale, nè nel breve; e il Moscati non si curò ricordarli al Cardinal Cinzio: egli schivo e superbo, avarissimi gli altri; sicchè avevano detto, consigliandosi fra loro: nulla ha chiesto, nulla pertanto egli vuole; e poi, un povero frate di che cosa abbisogna? E poi, copia di beni possiede anche troppa, e fa anni più di quaranta che tira paga dallo stato; e poi aggiungete, che questa impresa di Ferrara ha propriamente disastrato lo erario, e bisogna rinsanguarlo; inoltre assegnandoli pensione parrebbe un guastare la umiltà e spontaneità dell'atto; e chi sa ancora, ch'egli non siasi taciuto su questo tasto per superbia? Chi più ne ha più ne metta, chè tanto non arriverà a indovinare tutti ipoi, pei quali l'avarizia crede potersi sdebitare dall'obbligo senza metter mano alle tasche.—D'altronde è cosa nota che papi, principi, e cardinali eziandio, non meno che l'altra gente di alto affare, ed illustri, che Dio manda per sollievo della umanità, sono dibuona memoria(quando ce lo incidono) sopra le lapide soltanto; in ispecie poi Papa Clemente, il quale pativa di chiragra e di podagra; e se ne teneva, a quanto pare, avendo donato due gambe di argento massicce alla Casa di Loreto, allorquando la visitò incamminandosi a prendere possesso del Ducato di Ferrara, quasi perchè i posteri non dimenticassero cotesta sua qualità[1].

Ulisse Moscati si ritrasse, come aveva divisato, nel chiostro; però non prese mai gli ordini sacri, e godè per alcuni anni quella pace stanca, che aspetta gli uomini, non già tutti, bensì i meglio fortunati, dopo le contese e le percosse di questa battaglia, che si chiama vita.

Il Cardinale di San Giorgio nella sera stessa presentò la supplica al Papa, il quale postala sopra la tavola la compresse col pugno chiuso; e poi, assentendo col capo e con uno stirare delle labbra verso gli orecchi, che per lui voleva dire riso, favellò breve al nipote della sua predilezione:

—Or, Cinzio, abbiate avvertenza all'altro.

Se nelle pianure dell'Affrica o dell'Asia, ed anche nei campi di Sardegna, avvenga mai che muoia cavallo o montone, e sotto la sferza ardente del sole incomincino appena a svilupparsi da cotesto cadavere i primi effluvii della corruzione, ecco tu levi la testa, e dal punto culminante dello emisfero passeggiando il tuo sguardo fino all'estremo orizzonte ti comparisce tutto dintorno limpido e puro: torni ad alzarla di nuovo, e tu vedi, colà dove il cielo pare che tocchi la terra o le acque, avanzarsi un nuvolo di punti neri, il quale ad un tratto dilatandosi ti è sopra, e all'occhio attonito ti manifesta una torma di avvoltoi, i quali, in virtù dello stupendo odorato, vengono tratti all'oscuro convito. In questa guisa stessa i perversi, senza paura d'ingannarsi, fiutano alla lontana i perversi; si ravvisano subito, si stringono, e prestansi aiuto. Soventi volte, e con inestimabile dolore, io ho notato la immensa e forte fratellanza dei maligni. Non è mica giuramento di setta che sospinge gli uni verso gli altri, nè disciplina di collegio, nè istituto di consorteria, no; bensì un arcano magnetismo animale, un soffio alitato sopra il capo di costoro dalla bocca del demonio. Quando ti muovono guerra renditi per vinto, dacchè tu non li potrai neanche combattere; dispersi in polvere sottilissima ti si avventano agli occhi, penetrano nei pori, s'insinuano nel sangue; invisibili, e nondimeno potenti; impalpabili, eppure invincibili: essi ti stritolano nelle mani un disegno come vetro; ti fermano lo strale sopra la noce; si cacciano sotto la rota del carro trionfale, e lo arrestano a mezzo cammino; accosti le labbra alla tazza, ed essi si mescolano nel vino che prende sapore di fiele; accosti le labbra a quelle della moglie, dei figli e del padre, ed eglino si posano sopra coteste labbra sicchè ti sanno di terra; insomma, anima e corpo ti seppelliscono sotto un cumulo di arena. Per altra parte, e con altrettanto rammarico, ho avvertito la indifferenza dei buoni fra loro; non già perchè patiscano difetto di cuore, o rifuggano dal sovvenirsi cortese con mutui offici; all'opposto, completi di virtù e di senno, pensando bastare a se stessi, non credono doversi collegare a difesa, molto meno ad offesa. Ercole potè raccogliere nella pelle del lione tutta la gentedei pigmeiperocchè essi fossero almeno alti un cubito; ma oggi, ridotti in polvere, sfuggirebbero al tatto di lui, che ne avrebbe irrimediabilmente pieni gli occhi e la bocca. O sapienti, fate senno una volta; e conoscete a prova, che se il diritto è l'elsa, la forza è la lama della spada. Sì legge scritto come, nelle Indie orientali, le turbe dei formicoloni assaltino lo elefante, ed in breve ora lo riducano a tale, che di lui non si trovano altro che le ossa politissime, e bianche: quello che nella India costumano le formiche, in Europa fanno i nulli, i mediocri e i perversi, a detrimento dei buoni e dei grandi. Certo il lione va solo; ma nel deserto, dove non trova gesuiti, nè commissioni governative, nè formicoloni dell'India, nè corti regie, nè procuratori generali.

In questo modo il cardinale Cinzio Passero avendo a sbrancare dalla trista mandra della magistratura una bestia malefica, alzò le narici, e gli venne dalla lontana fiutato il giudice Luciani. Chiamatolo a se gli usava le consuete carezze feline, e poi gli diceva come il Santo Padre, suo gloriosissimo zio, non rifinisse mai di favellarne con rispetto grande per la sua molta dottrina, e più per la prontezza e salutare severità con le quali egli spediva i negozii; egli sapere per conto suo, che la santa memoria di Papa Sisto lo teneva in ottimo concetto, e che lo aveva, prima di morire, raccomandato al Pontefice suo zio come soggetto commendevole per ogni punto, e da potersi adoperare a chiusi occhi in emergenze difficili: essere stata intenzione del Pontefice suo zio promuoverlo, e riconoscerlo dei molti meriti suoi, ma fino allora avergliene impedito il modo le faccende dello stato, e le cure della guerra, e di questo sentirne amarezza infinita. Intanto, per rimettere il tempo perduto, come segno della sua fiducia volergli confidare la procedura dei Cènci scandolosamente protratta, mentre, per quanto correva universale la voce, tante, e patentissime abbondavano le prove della reità degli accusati. Andasse, rompesse gl'indugi, facesse cosa gradita al popolo romano, e al Santo Padre accettissima: il nome di restauratore della giustizia si meritasse…

Anche le civette impaniano, dice il proverbio; e il Cardinale, infiammato dal desiderio di venire a capo del suo disegno, ci aveva messo troppo più mazza che non ci bisognava. Le pupille del Luciani oscillarono corruscando, come quelle delle belve prima di spiccare il salto; e la parola prorompendo impetuosa gli si rompeva fra i denti.

—Certo, balbutiva costui, certo, Eminentissimo, col signor Moscati non ci era verso di trarre un ragnatelo dal buco: gli avevano fitto in testa certi scrupoli… lo assalivano tali uggie… tanti rispetti, che nemmeno io mi sapeva dove mi trovassi. La s'immagini, Eminentissimo, io lo sperimentai renitente perfino ad applicare Beatrice Cènci alla tortura preparatoriamonentibus indiciis, mentre (Dio mi guardi da formare giudizii temerari) a me sembra che la prova abbondi per farla impiccare (domando perdono dellapsus linguae, essendo ella nobile)—per farla decapitare dieci volte.

—Guardate un po' voi!—esclamava maravigliando il Cardinale, ed alzava ambe le mani.

—E quando dubitai che la potesse essere ammaliata, considerando la perspicacia dello ingegno e la pronta favella, niente affatto naturali in giovanetta ingenua, mi fece spallucce come se avessi pronunziato qualche eresia. La Eminenza vostra sa troppo bene, come il diavolo quasi sempre dia il dono delle lingue a coloro cui entra in corpo.

Sua Eminenza all'opposto sapeva, pel secondo capítolo degli Atti degli Apostoli, che il dono delle lingue si diparte dallo spirito; e che quando, dopo la Pentecoste, gli Apostoli scesero per la via favellanti in più lingue, le turbe non li giudicarono già invasi dal demonio, bensì ebbri di vino dolce[2]: tuttavolta, non trovando il suo conto a contradire il giudice, approvò stringendo le labbra, ed abbassando la testa.

—Riposino pure sopra di me, continuava il Luciani, come su due guanciali; io sono avvezzo a far presto, e bene. Quando Papa Sisto mi mandò a Bologna pel negozio del conte Peppoli, io ebbi l'onore di darglielo spacciato nelle mani in meno d'una settimana…

—Ah! il povero conte, che fu decapitato nell'ottantasei…

—Domando perdono, Eminentissimo è' fu nel millecinquecentottantacinque, il venerdì dopo la pasqua del Corpo di Cristo, nel primo anno del suo pontificato. Quel benedetto conte ne aveva fatte delle bige e delle nere; sicchè anche i suoi nodi un giorno vennero al pettine. Caduto in potestà della giustizia, siccom'egli era di ricchezze copioso, potente di parentadi, e abbondante di partiti, non si trovava persona la quale si avvicinasse deporgli contra; per le quali cose si correva pericolo di doverlo metter fuori per mancanza di prove. La Santità di Papa Sisto apprendendo queste novelle mi spedì incontanente per le poste fino a Bologna, affinchè significassi alla recisa a quegl'illustrissimi signori giudici, che se non condannavano alla forca, e subito, il conte Giovanni, Sua Santità avrebbe impiccato loro. Messi così nello strettoio, o d'impiccare o d'essere impiccati, impiccarono; e fecero bene: non però senza qualche scapito della reputazione della magistratura, per i passati indugi; avvegnachè, che cosa sia la legge nei governi bene ordinati? Niente altro che regola di condotta pei sudditi. Ora, chi fa la legge? Il Principe; dunque la sua volontà è legge; scriverla, e pubblicarla spetta alla forma, non alla sostanza; e Papa Sisto, che sapeva governare, volle che legge fosse la sua volontà non pure scritta, ma eziandio manifestata con la voce e col cenno[3].

—Eh! Papa Sisto la intendeva pel suo verso.

—Le suppliche mandate al buon pontefice in pro del Conte sommarono a cinquecento, e tante; egli ne graziò una sola, e fu proprio del Conte stesso, il quale allegando i privilegi del nobile lignaggio, domandava reverentemente essere decollato piuttostochè impiccato. Sisto, con la consueta sua benignità, oltre la grazia supplicata, aggiunse di suo, che per maggiore onore gli concedeva di andare al patibolo con la spada al fianco; come di fatto successe. Però, continuava esitando il Luciani, io non capisco come la gloriosa memoria di Papa Sisto si degnasse raccomandarmi in morte; conciossiachè io gli venissi in uggia per modo, ch'io ci ebbi a rimettere il collo; e la veda, Eminentissimo, proprio in me non era colpa al mondo, e Dio sa se io lo servissi di cuore. Basta, un papa veramente grande egli fu; ma quando cotesta sua accesa natura montava su le furie, non ci era modo di poterlo attutire.

Lo Eminentissimo, che aveva detto una bugia, non era uomo da sgomentarsi per così poco; ond'è, che senza punto turbarsi così rispose:

—Certamente: siccome Papa Sisto passato il primo bollore di leggieri si ravvedeva, è da credersi che, riconosciuto lo error suo, non avendolo potuto riparare in vita, si adoperasse di farlo in morte.—E subito dopo, studioso di divertire l'attenzione del Luciani, interrogò: «E come vi avvenne, illustrissimo signor Presidente, di cadere in disgrazia ad un tanto pontefice?

—Avete a sapere, Eminentissimo, come una idea fissa si fosse impadronita della mente di Papa Sisto, infastidito di volgari supplizii; ed era una smania sterminata di far morire sul palco qualche principe. Tanto lo dominava questa fantasia, che talora, facendosi leggere per diletto la relazione della prigionia e morte della regina Maria Stuarda, sospirava dicendo: «O Signore! e quando verrà quel giorno in cui capiterà una tale occasione anche a me?» Ed altra volta, affacciatosi alla finestra, si voltò alla plaga di ponente, dove si dice che giaccia Inghilterra; e, sollevata la mano, quasi volesse parlare con la regina Elisabetta, ad alta voce favellò: «O te beata, regina, che sortisti dai cieli l'onore di poter far cadere una testa coronata! Va, che tu sei un gran cervello di donna». Ora mentre stava sopra questo appetito, la fortuna gli parò dinanzi la occasione per poterlo satisfare. Il signor Ranuccio Farnese, figliuolo del serenissimo duca di Parma Alessandro Farnese, contravvenendo al divieto del papa, si attentò portare armi per Roma; e non solo le portò per Roma, ma con esse venne in Vaticano, e si presentò al sommo pontefice. Papa Sisto, come colui che con le spie non soleva fare a spilluzzico, avvisato minutamente del fatto mise il bargello e gli sbirri in anticamera, dove il temerario giovane venne preso, e poi portato dritto come un cero in Castello Santo Angiolo. Chiara la legge, il delitto manifesto, e per di più qualificato dallo spreto dell'autorità e del luogo venerabile. Appena successo il caso si levò rumore grande per Roma, ed all'universale sembrava agevolissimo ottenere grazia al signor Ranuccio, considerando il credito che godeva infinito presso la Corte il cardinale Farnese, la fama del duca Alessandro tanto benemerito della fede cattolica, che Papa Sisto per via di legato speciale gli mandò sino in Fiandra il cappello, e lo stocco benedetti; l'autorità della casa inclita a paro delle più illustri, il parentado co' meglio potenti Principi della Cristianità, e finalmente la leggerezza degli anni giovanili del signor Ranuccio; ma quelli che conoscevano il papa da vicino tentennavano il capo, e dicevano: «e' ci è l'osso!» E questi la indovinavano. Di vero Sisto si mostrò, piuttostochè duro, incocciato a farlo morire; ed a quelli che gli esponevano i meriti del duca Alessandro Farnese, rispose: «nessuno meglio di lui averli tenuti, e tenerli in pregio; ma le virtù del padre non dovere, nè poter compensare gli errori del figliuolo»: agli altri, ed erano i giureconsulti, che gli obiettavano i principi ed i forensi non andare suggetti alle leggi statutali, a differenza delle altre che nascono dallo jus comune, opponeva cotesta ragione non correre, avvegnachè il principe Ranuccio, come vassallo della Chiesa, non potesse allegare ignoranza di statuto: per ultimo a coloro che adducevano la novella età del contumace, rivoltava contro lo argomento osservando, la poca età doversi apprendere come circostanza aggravante; e chi sentiva altramente parergli scemo di senno: dacchè se così tenero tanto egli ardiva, qual termine estremo, quale ultimo confino non avrebbe passato adulto? Insomma, egli era un gusto a sentirlo schermire; pareva un toro quando caccia per aria i cani nello steccato. Il cardinale Farnese, personaggio di quella gravità che la Eminenza vostra conosce, prese come prudente il suo partito; e fatti i suoi apparecchi con sagacia pari alla segretezza, calato il sole si fece a visitare Sua Santità. Giunto al cospetto del papa prese con ogni maniera di pietose supplicazioni a raumiliarlo, esortandolo di tratto in tratto a non empire di tanto lutto la casa Farnese, e contristare così l'anima del campione invittissimo della fede, il duca Alessandro. Per la qual cosa Papa Sisto, volendo torsi cotesto fastidio dattorno, presa una carta vi scrisse sopra l'ordine al castellano di Santo Angiolo di consegnare alle ore due precise di notte il prigione al cardinale Farnese, e al tempo stesso scrisse un altro ordine al medesimo castellano, che senza porre veruno indugio tra mezzo, nè anche di un minuto secondo, mettesse a morte il signor Ranuccio. Pare impossibile quale, e quanta fosse l'accuratezza dello eminentissimo cardinale Farnese, il quale, nel presagio che la cosa andasse come veramente successe, corruppe con danari l'orologiaro del castello, e gli fece avanzare l'ora; ond'egli presentatosi con tutta diligenza al castellano ne ottenne facilmente il Principe, che tosto mise in carrozza, e con tanto precipizio spinse fuori di Roma, che correndo, senza mai fermarsi, le poste, si ridusse in salvo ai suoi stati di Lombardia in meno di trenta ore. A me poi, senta qual trama tese cotesto benedetto cardinale. Papa Sisto mi aveva confidato l'ordine secondo, affinchè lo portassi, aprendomi l'animo suo; e, volendomi esercitare ad usar diligenza, mi diè una spinta, quasi intendesse balestrarmi di punto in bianco in castello. Ora mentre io mi affretto, allo scendere del ponte, o per corda tesa traverso o per altro argomento che vi adoperassero, i cavalli stramazzano di sfascio; la carrozza si rovesciò su di un lato, ed io, comecchè a fatica, pure senza offesa potei uscire dagli sportelli. Rimanendomi poca più via, mi disponeva farla a piedi; quando mi vennero attorno parecchi gentiluomini, i quali commiserando il mio stato si mostravano timorosi che qualche guaio mi avesse colto: io badava a ringraziarli, e a renderli capaci, che per grazia di Dio era rimasto illeso; ma essi, niente; non vollero rimanere convinti, e quasi a forza mi fecero salire nella carrozza loro, profferendosi pronti di condurmi al luogo ch'io mi fossi compiaciuto indicare. A questo patto, per non mostrarmi di soverchio scortese, accettai, manifestando subito il desiderio di esser condotto in Castello Santo Angiolo. «Subito; la rimanga servita, disse uno di quei gentiluomini; e affacciatosi allo sportello ordinò al cocchiere: «a Castello Santo Angiolo». Appena egli ebbe profferite queste parole ecco i cavalli s'inalberano, prendono a imbizzarrire, e quinci in breve a scappare via rovinosamente: andammo di su e di giù, percorremmo in tutti i lati la. città: a me pareva trovarmi nella botte in cui i Cartaginesi misero Regolo; sudava acqua e sangue pensando all'ira del papa. Finalmente i cavalli si acquietarono, e i gentiluomini, forte rammaricandosi dello accaduto, non senza molte cerimonie mi deposero alla porta del castello: io gli ringraziai con la bocca, mentre li malediceva largamente col cuore. Nello affrettarmi con celeri passi cavai l'orologio di tasca, e vidi che mancava qualche minuto alla un'ora e mezza di notte. Riprendo animo, e, rinforzato il correre, mi trovo davanti al castellano, a cui metto senza potere far motto la carta nelle mani: egli la prende, la legge, la volta sotto sopra, e poi mi sbarra in viso due occhi stralunati come avesse dato volta alle girelle. Gli domandai che cosa aveva, ed ei rispose, che ore pensava che fossero: ma, ripresi io, l'un'ora e mezza di notte circa.—Domani torneranno; per oggi contentatevi che sieno le tre.—Le tre?—Le tre, e staranno lì lì per suonare.—Io mi trassi l'orologio di tasca, che in quel punto segnava le due meno cinque minuti, e glielo posi sotto gli occhi. Nel medesimo istante all'orologio del castello batterono le tre.—Le trame dello astuto cardinale apparivano manifeste; ci aveva gabbato tutti, e me peggio degli altri. Quando al Santo Padre venne riferito il successo, non s'incollerì punto, com'io aveva immaginato, col cardinale Farnese; all'opposto, quando lo vide, gli andò incontro congratulandosi dell'arguzia e diligenza sue; me poi, allorchè mi condussi ai santi piedi per iscolparmi, non volle ascoltare; ma squadratomi bieco, con labbra tremanti di rabbia mi disse: «Toglimiti dinanzi in tua malora, e ringrazia Cristo s'io non ti mando adesso adesso in galera». Io non me lo feci ripetere due volte; ma lascio considerare a vostra Eminenza s'io mi meritassi siffatto rabbuffo[4].


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