Il sogno di Giacobbe adesso si rinnuova agli occhi del popolo romano. Un angiolo ascende su per una scala al paradiso. Ai più lontani apparisce il suo capo velato, poi le spalle, poi i fianchi; adesso è sorta tutta in piedi sul palco.
—Tu hai promesso toccarmi soltanto col ferro, parla al carnefice; tu almeno mantieni la fede, e m'insegna quello che io mi debba fare.
Ed egli glielo disse.
Bernardino teneva sempre il volto turato col tabarro rosso: ella gli si accostò cauta e leggiera, e depose sopra i suoi capelli un bacio a fior di labbra. Un tremito corse per le ossa al garzoncello, che, remosso alquanto il tabarro, guardò, e vide la bellissima faccia della cara innocente.
E svenne per la terza volta.
Beatrice agile cavalca la panca, e si distende prona sopra la tavola. Il molle di cotesto atto, che Amore illeggiadrì con le grazie pudiche, percosse anche la mente del carnefice, il quale pensando alia figlia, esita a disfare quell'amabile forma; ond'essa, accortasi di alcuna dimora, comandò:
—Ferisci.
E il braccio scese. Tutti chiusero gli occhi; e l'aere battuto eccheggiò di un solo, lacerante, e lunghissimo grido.
Il capo spiccato non agitò fibra: vi rimase fisso il sorriso col quale moriva, lusingata dalle visioni di una vita migliore; all'opposto il corpo si ritirò meglio di quattro dita, e si dibattè tremendamente convulso; poi tacque.
Il carnefice stende la mano mal ferma a quel capo, per darlo in mostra al popolo; ma Padre Angelico ed i Confortatori lo trattennero: uno di loro vi pose sopra una corona di rose, e dopo averlo avviluppato dentro il velo bianco, gridò alla gente:
—Questo è il capo di Beatrice Cènci vergine romana!
Guido poichè ebbe adoperati tutti gli argomenti per vincere lo spaventato cavallo, ricorse all'estremo partito. Abbandona le redini, e, prosteso giù lungo il collo, con ambe le mani gli tura le narici fumanti. Il polledro, impedito nella respirazione, si ferma; egli lo stazzona alquanto, poi di un subito datogli un tratto con la briglia a sinistra, ed una spronata a destra, lo avvolge, lo avvibra per la strada percorsa, e tempestando ritorna sopra la piazza del castello.
Egli vi giunge allorchè il confortatore, sollevato il capo di Beatrice, gridava: «Questo è il capo di Beatrice Cènci vergine romana!»
———
I fratelli della Misericordia quando ebbero composto anco quel corpo dentro il cataletto, lo portarono a San Gelso. Quivi toltale la corona dal capo, gliela cinsero intorno al collo. Il taglio, che separava il capo dal busto, era nascosto da quel serto di rose fresche e odorose colte sul mattino: qualcheduna appariva più rossa che per ordinario le rose non paiono;—era intinta di sangue.
I fratelli, rifiniti di ambascia, presero un poco di riposo.
Il palco è forbito; gli ordigni di nuovo apparecchiati. La bocca del sepolcro non dice mai: basta. Il patibolo aspetta la terza vittima.
Dovrà la mia storia funestare le sue ultime pagine col racconto di un supplizio, che vince in orrore ogni più truce immaginazione? Lo racconterò; però che scempii siffatti durino tuttavia in parecchie parti di Europa, che pur si vantano civili; e non corrono molti anni che gli udimmo praticati. Certo chi gli subì colpevole era; ma la morte del reo dovrebbe bastare alla vendetta della legge, o allo esempio degli uomini. Che Dio vi danni, anche i supplizii hanno a pompeggiare di lusso? La immanità, che passa il fine della pena, giova a suscitare in benefizio dello scellerato la misericordia che dovrebbe riserbarsi unicamente pel misero.
I fratelli della Misericordia, rinfrancata alquanto la lena, muovono per prendere don Giacomo. Lacero, grondante sangue, trafitto di piaghe e di spasimi, che noi non possiamo immaginare, non che descrivere, oh! questo sì che desiderava la morte, come il cervo assetato la fonte delle acque. Egli andò con passi veloci coperto della cappa e del cappello della Misericordia; salì presto la scala funesta; cappa e cappello gli tolsero, ed ei rimase nudo fino alla cintura, mostrando le turpissime piaghe. A cui lo vide non parve natural cosa ch'egli conservasse in quello stato la vita, ma i sensi altresì e la favella. Si approssima a Bernardino, il quale tornato in se forte batteva i denti, e gli occhi fissava, immemori di quello che vedevano. Certo il fanciullo somministrava materia di pianto infinito, ma le lacrime erano esauste nella fronte di Giacomo; le aveva ormai versate tutte: adesso non gli rimane a versare altro che sangue,—e di questo anche poco. Egli pose la mano sul capo al fratello, e, voltata la faccia verso Banchi, a voce alta esclamò:
—Io per l'ultima volta protesto, don Bernardino mio fratello essere incolpevole di tutto misfatto; e s'egli confessò altramente, ciò fece per forza delle torture. Pregate per me.
Il carnefice gli lega le gambe ad uno anello fitto nello intavolato; gli benda gli occhi, e presa la mazzuola a mani sciolte gliela vibra nella tempia sinistra. Egli stramazza di un tratto come bove al macello. Il boia raddoppia altri sei colpi pel petto, e pel tergo del caduto. Le ossa stritolandosi stridono: schizzano dintorno sangue, lacerti di carne, e frantumi di costole: poi il boia si curva, e gli pone sotto il collo la mazza, sopra la fronte un piede, sopra il seno un ginocchio, e gli sbarra la pancia, dove, tuffando il braccio fino al gomito, lo ritrae imbrattato di sangue, con le viscere fumanti del giustiziato in mano, le quali mostrò al popolo urlando:
—Questa è la corata di Giacomo Cènci.
E la gittò in un canto; poi a colpi di accetta lo squartò. Uno sprillo di quella onda di sangue, che allagava il palco, e gorgogliando grondava giù da più lati, zampillò su la faccia a Bernardino, cui quel tepido lavacro partecipò tanto di conoscenza quanto bastasse a comprendere il truce scempio fraterno.
E svenne per la quarta volta.
Ora poi il popolo credè morto anco lui. Condottolo subito in prigione, a grande stento lo riebbero; ma svagellando del continuo, e travagliato da grossissima febbre. Per molti giorni giacque della vita in forse, finchè, in virtù dell'assistenza dei meglio celebrati fisici di Roma, dopo molti mesi di malattia scampò.
La gente pendeva dubbia allora, oggi è chiarita—se a pena maggiore avesse condannato il Papa Bernardino, o i suoi parenti.—
Ilplacetdi Clemente dichiarava:—graziarsi don Bernardino Cènci della vita, commutandogli la pena di morte con l'altra della galera a perpetuità, e a condizione che stesse presente alla giustizia dei suoi congiunti.
Clemente papa nell'anima sua, se pure non è peccato grande contro Dio chiamare anima la sostanza infernale capace di questi pensieri, meditava così:
—O Bernardino alla vista della strage vien meno, ed ho nel punto stesso conseguito il benefizio della sua morte, e la fama di clemenza:—o le sue fibre resistono alla scossa, e allora la morte civile partorisce i medesimi effetti, in quanto alla confisca dei beni, che lo estremo supplizio.
In questo modo perdonavano i Preti in Roma allora…
Alle ore ventidue era compita la strage.
Mastro Alessandro, circondato da gente a cavallo e dai birri per salvarsi dalla furia del popolo, il quale, giusta il suo costume di prendersela col sasso, e non con la mano che lo scaglia, lo avrebbe in quel momento sbranato, s'incamminò alla sua stanza di Corte Savella. Mentr'egli stava per farsi aprire la porta bassa donde entrava a mo' di lupo nella tana, la imposta si spalanca improvvisa, e ne viene sospinta una bara da mani invisibili. E' bisognò a mastro Alessandro spiccare un salto per non rimanerne offeso nelle gambe. Non era cosa fuori del consueto, all'opposto ordinarissima, che quinci fossero tratti in quella guisa i miseri consunti dal duolo, o laceri dai tormenti; e non pertanto gli sguardi del boia rimasero per uno istante abbarbagliati da un turbine di fuoco. Dopo la bara, curvi sul dorso sbucarono fuori quelli che l'avevano sospinta, e fra questi uno, il quale, come se non pregiasse, o avesse in uggia la facoltà data all'uomo di stare dritto su i piedi con la faccia volta al firmamento, a mo' di bestia camminava carpone. Egli eraOtre, lo stupido ubbriaco. Uscito fuori torse la faccia, e con occhio sanguigno fissando il boia, aperse la immensa sua bocca, e disse:
—Prendi! Dio non aspetta il sabato; ti paga subito.
E levato il tappeto mortuario, scoperse il corpo inanimato della povera Virginia.—Poi alzatosi su dritto, e mostratigli i denti nella guisa che le scimmie, dispettando, costumano fare, soggiunse:
—La giunta vale la carne… to'… to'…
E barcollando si allontanava.
Il giovane Ubaldino Ubaldini fu trasportato con molto riguardo in casa la bella Renza sua sorella, che fu moglie del signor Renzi; e quivi, con quanta maggiore secretezza fu potuto, attesero a curarlo; sennonchè lo affetto paterno e lo zelo dei medici gli tornarono invano per la furiosa febbre accompagnata da delirio, che di subito lo assalì. I medici ristrettisi con la signora Renza, con le lacrime agli occhi le dettero il povero giovane come spacciato; ammonendola per di più, che se passava la nottata non sarebbe giunto a terza del giorno veniente. In vero su lo spuntare dell'alba il male si aggravò, e così com'era delirante chiese carta, e matita. Per acquetarlo glieli dettero, ed egli con la benda agli occhi, e vagellante schizzò il ritratto della Beatrice, maraviglioso a vedersi per purità di contorno, e per somiglianza; e fu questo il disegno che, pervenuto nelle mani a Maffeo Barberini, servì di scorta a Guido Reni per condurvi sopra lo egregio ritratto, del quale abbiamo già tenuto proposito.
Se taluno dubitasse della verità del fatto com'io l'ho narrato, io vo' che sappia, cotesto essere stato miracolo di amore nè nuovo nè unico. Trentun anno dopo la morte di Beatrice, Giovanni Gonnelli di Gambassi in Toscana, scultore rimasto cieco di venti anni, condusse in creta il ritratto della donna che lo innamorò, prima di perdere la luce degli occhi; il quale riuscì in ogni sua parte perfetto, in ispecie poi per la somiglianza: onde maravigliando ognuno. Giovanbattista Pallotta cardinale di San Silvestro, che ricordava il fatto dell'Ubaldino, volendoli rendere capaci come questo potesse avvenire naturalmente per virtù di amore, recitò i due versi che seguono:
Giovàn, ch'è cieco, e Lisabetta amò, La scolpì nella idea, che Amor formò[1].
La musa per questi versi non esulta, ma il cuore gli approva.
Monsignor Taverna avendo intanto scoperto lo asilo dov'erasi ricoverato lo Ubaldino, mandò gente ad arrestarlo. Invano lo avvertirono trovarsi il povero giovanein extremis; gli sbirri vollero entrare in camera: l'Ubaldino gli udì venire, e gli riconobbe in grazia del lucido momento, il quale per consueto precede la estinzione della creatura. Per la qual cosa volgendosi loro, con voce spenta favellò:
—Dite al Governatore Taverna che avete trovato un morto, il quale non muterebbe la propria sorte con quella di lui.
E abbandonatosi sul guanciale rese l'anima al Creatore.
In quei tempi correva in Roma l'andazzo, che l'associazione dei morti al sepolcro si facesse in tre tempi diversi, secondo la qualità e condizione loro. I cittadini trasportavansi sul calare del sole; i nobili, i chierici e i curiali alla una ora di notte; i cardinali, i principi e i baroni romani alle due e mezzo di notte.
I cadaveri di Beatrice e di Lucrezia, e le miserande reliquie di don Giacomo rimasero esposti fino a ventuna ora a piè della statua colossale di San Paolo, inalzata a capo del ponte Santo Angiolo: quinci remossi, erano traslocati prima al Consolato dei Fiorentini, poi alla Misericordia. Alle ore tre di notte il corpo di donna Lucrezia veniva consegnato a don Lelio suo fratello, che, a seconda del desiderio della defunta, gli diè sepoltura nella chiesa di San Gregorio.
Gli amici di casa Cènci procurarono che le membra di don Giacomo fossero tumulate in uno dei sepolcri, che aveva apparecchiato ai suoi figliuoli la immanità di Francesco Cènci.
Le sette vergini non abbandonarono Beatrice poichè fu morta; ma vinto in esse il ribrezzo della carità, le resero gli ultimi uffici lavandola diligentemente, vestendola di splendidi abbigliamenti, aspergendola di acque nanfe, e tutta circondandola di freschi fiori: la ghirlanda di rose le riposero in capo, ed un'altra di rose bianche le cinsero intorno al collo, dividendosi fra loro le prime tinte nel sangue della cara fanciulla.
Da tutte parti furono veduti convenire nuovi drappelletti di fanciulle biancovestite, per rendere onore alla sventurata sorella; gli orfani, e tutti gli ordini della religione francescana. Cinquanta torcie circondavano la bara; e tanti furono i lumi accesi alle finestre nelle strade per le quali passava la processione funebre, così copioso il nembo dei fiori piovuto sopra la bara, che il popolo minuto paragonandola con quella delCorpus Domini, ebbe a dire averla superata di due cotanti.
Alternando meste salmodie la processione pervenne sul monte Gianicolo alla chiesa di San Pietro Montorio, dove stava apparecchiato un feretro, e quivi la deposero. Allora più dolenti rinnuovaronsi i canti; aspersero di acqua benedetta il corpo infelice, e con molti gemiti le mandarono l'ultimo addio. Però la folla non isgombrò di subito la chiesa: a coloro che uscivano altri succedevano, come i cattolici costumano il giovedì santo per la visita del Santo Sepolcro; e così la notte si produsse fino alla ora sesta.
A questa ora infrequenti i passi calpestano il pavimento della chiesa. L'ostiario annunzia che la chiesa sta per chiudersi, e, lasciato trascorrere altro breve spazio di tempo, parendogli che fossero usciti tutti, girò la grave porta sopra i cardini, e con vigorosa spinta la chiuse.
Cotesto fragore echeggiando di arcata in arcata, scosse per ogni angolo della casa di Dio le antiche sepolture;—poi di mano in mano sfumò, e fu fatto silenzio.
Delle torcie una sola rimase accesa, a rischiarare pochi passi del pavimento attorno al feretro. Le lampade, che ardono fioche a grandi intervalli davanti gli altari dei santi, fanno più solenne e paurosa la oscurità del luogo.
[1] Giovanni Gonnelli di Gambassi, piccolo castello in Toscana nel territorio di Volterra, scultore, divenne cieco in Mantova o sia per caso, o per i patimenti sofferti in occasione dell'assedio e del sacco che vi diedero i Tedeschi nel 1630, colà condotto al servizio di Carlo Gonzaga: fu allievo del Tacca; ebbe la vista fino alla età di 20 anni. Diventato cieco non si smarrì, e continuò a lavorare, specialmente in ritratti, ch'erano somigliantissimi sempre, adoperando che lo ufficio degli occhi facessero le mani, come scrive il BALDINUCCI. Ritrattò Urbano VIII. CICOGNARA,Storia della Scoltura tomo VI. cap. 4. pag. 194. Questo autore tenta spiegare il modo col quale il Gonnelli potesse, così cieco com'era, scolpire, dicendo ch'egli era giunto a ridurre in meccanismo manuale l'azione degli occhi. Inoltre soggiunge egli, giova riflettere alla straordinaria attenzione, e concentrazione dei ciechi, per cui non vengono da alcuna cosa distratti in ciò che fanno.
Ove riposa il tuo capo caduto,Che raccolto, e da man pia ricongiuntoAl virgineo tuo collo, ebbe ghirlanda,Simbolo dei dolenti anni recisiSul mattin della vita?
ANFOSSI,Beatrice Cènci
Si ode un'orma: si ripete. È passo di vivente, che muove verso il feretro. Al chiarore della torcia si svelano le sembianze di Padre Angelico, bianche come la cera della torcia che arde. A che viene il povero frate?
Si pone a sedere sul gradino del feretro presso al candeliere; si abbraccia le gambe, la fronte appoggia sopra le ginocchia, e così rimane immobile a piangere e a pregare.
Da un remoto angolo della chiesa ecco si stacca un'altra ombra. I suoi passi non s'intendono, tanto posano lievi sul marmo del pavimento; però sono lunghi, e vacillano. Le varie lampade pendenti giù dalla volta delle navate riflettono in più di un lato su le pareti e sul suolo diverse ombre lunghe; sicchè pare che colà sia convenuta una mano di gente, forse per compire qualche tenebroso disegno. Ma cotesta è vana apparenza; l'ombra muove da un solo… solo, se togli la compagnia della sua disperazione. Il petto di costui si alza e si abbassa ansando tremendamente; ma lo anelito egli comprime per modo, che appena si sente l'alito. I piedi ha ignudi, gli occhi fissi, e sbarrati in molto terribile guisa.
Egli è Guido Guerra. Qual pensiero colà lo sospinga si palesa dal pugnale, che stringe nella destra: quello stesso pugnale con cui egli squarciò la gola al padre di Beatrice, giustiziata per parricidio;—quel pugnale che, prima del ferro del carnefice, troncò il filo dei giovanili anni di lei.
Egli già tocca il lembo del tappeto, e già lo rovescia…
—Io ti aspettava.
Dritto allo improvviso su i piedi gli disse Padre Angelico, ponendogli ambo le mani sopra le spalle.
E lunghi durarono il silenzio e la immobilità loro accanto alla bara della decollata. Padre Angelico ruppe alfine cotesto silenzio favellando:
—Beatrice t'impone vivere. Il suo ultimo, ah! il suo ultimo pensiero non fu di Dio… e' fu di te! Ella moriva lieta nella speranza di rivederti in paradiso, e tanto m'impose dirti: e più mi ordinava rammentarti te aver commesso peccati gravi, che la giustizia divina, senza lungo pentimento, non ti può rimettere. Vorrai tu tradire la speranza della vergine innamorata? Vuoi tu chiuderti, sciagurato!, per sempre la via di riunirti a lei nello amplesso del Signore?—Da' qua quel ferro, ch'io lo deponga dentro al suo sepolcro, e tu vivi. Invece prendi questi… sono i suoi capelli, che la infelice ti manda perchè tu li porti sul cuore; e questa immagine della Madonna davanti alla quale ella pregò le preghiere estreme, onde tu pure davanti ad essa preghi, e sua mercede ottenga il perdono, che la tua sposa… Beatrice, a questa ora t'impetra al trono di Dio. Adesso va, figliuolo, ritirati:—non turbare la pace dei morti. Beatrice non è qui… alza gli occhi al cielo, e là la rivedrai.
La destra di Guido si aperse, e lasciò cadere il pugnale. Prese i capelli, e se li ripose in seno: prese anche la Immagine, e declinato il capo sul petto si disciolse in pianto.
Il frate allora, sempre e più sempre sospingendo il desolato amante per una spalla, lo tolse a quel feretro per sempre.
Guido mutava i passi tardi, e spensieratamente allontanandosi dalla bara si accostava alla porta della chiesa. Il frate la schiuse, e uscito all'aria aperta con Guido prese a raumiliarlo con blandi sermoni; ma quegli infuriando allo improvviso lo respinse, e muto si cacciò per la campagna là dove il raggio obliquo della luna declinante faceva più spaventevoli le ombre.
Narra la tradizione lontana, che col rinascere del sole si ravvivassero a mille doppii più atroci le smanie nel suo petto, e maledicesse l'ora in cui gli fu impedito recare a fine il suo proponimento; e poichè gli era stato tolto di versare il proprio sangue sopra la tomba dell'amata fanciulla, giurasse propiziare la sua ombra col sangue altrui: immane voto, ch'egli troppo bene mantenne. Fattosi capo di masnada non diventò terribile nella campagna romana soltanto, ma con sottile ingegno insidiò e spense parecchie vite nella stessa Roma, in mezzo a guardie, e perfino nella sicurezza delle domestiche pareti.
Venuto a morte nel 1605 papa Clemente VIII, e succedutogli, dopo il brevissimo pontificato di Lione XI, il cardinale Cammillo Borghese col nome di Paolo V, partecipe delle spoglie della casa Cènci, e da Guido Guerra supposto eziandio complice della strage, gli fece assapere che dettasse il testamento, perchè in un modo o nell'altro per le sue mani aveva a morire. E, come se questo non fosse abbastanza, per rovesciare immensa formidine nell'animo del pontefice si aggiunse il vaticinio di certo astrologo, il quale gli prognosticava vita di breve durata. Ond'egli, dimessi cuoco e scalco, stavasi intanato nel Vaticano, non osando comparire in pubblico; o se talvolta usciva, stallieri armati lo circondavano per dinanzi e di dietro. Se taluno gli porgeva carta o memoriale, ei, per sospetto che fossero avvelenati, lasciavali cadere in terra[1].
Un giorno Guido, contemplando i capelli di Beatrice, vergognò della vita abiettissima che conduceva; ed aspirando a maggiore vendetta, toltosi allo improvviso da Roma si condusse in Fiandra ove durava tuttavia feroce la guerra, che cotesti popoli sostenevano per la independenza e per la libertà, Ma arrivò tardi; e la guerra traendo al termine, dopo il suo arrivo non successe cosa di momento; sicchè in breve si trovò, con inestimabile rammarico, ad essere presente alla pace. Allora si volse a guardare la vita passata, e considerò come tutti i suoi passi lo avessero sempre più allontanato dal sentiero, che pria di morire le raccomandava la donna dell'anima sua. Nè poco valse a mutargli l'animo anche una lettera, che gli scrisse l'antica madre chiamata a miglior vita dalla Provvidenza, la quale, in mercede dell'amarezza di cui aveva contristato il suo cuore materno, lo scongiurava di rendersi a Dio, ed ottenere il perdono dei suoi peccati. Accogliendo coteste voci della coscienza, a lui parve bene non ridursi a poltrire in qualche chiostro annegando il pensiero nella pinguedine e nell'ozio; e pur volendo gratificarsi la Misericordia divina, si recò sull'alpe di San Bernardo, dove per la cura indefessa, e stupendo coraggio mostrati a porsi ad ogni più fiero cimento per la salute dei miseri sepolti dalle lavine, venne in fama di pio come d'imperterrito; e giova sperare che la giutizia placata gli abbia consentito di rivedere, colei, che tanto amava, nella dimora dei giusti.
Dove riposa adesso il corpo di Beatrice? Dalla chiesa di San Pietro in Montorio è scomparsa la Trasfigurazione di Raffaello e con essa la lapide della Vergine tradita. Però il quadro della Trasfigurazione, collocato in sede più degna, riceve tuttavia gli omaggi della posterità; mentre il pellegrino devoto ricerca invano la sepoltura della Beatrice. I frati, come il buon figlio di Noè, affannosi a velare le vergogne della Corte dei Papi, hanno voltato sotto sopra la pietra, e la iscrizione è scomparsa Poveri frati! Troppo gran manto ci vuole per cuoprire i peccati empii, e rei dell'avara Babilonia[2]; nè le memorie cancellansi come le vite, e i marmi. Il pellegrino, cui punge amore, vada a San Pietro in Montorio; si fermi davanti l'altare maggiore oltre la balaustrata. Costà, incornu epistolae, a piè dei gradini dell'altare guardi la lastra di marmo pentelico, che fa angolo con le lastre laterali: quivi sotto dormono in pace le ossa di Beatrice Cènci vergine sedicenne, condannata da Clemente VIII vicario di Cristo a morte ignominiosa, per parricidio da lei non commesso.
Tanto basterà pel pellegrino devoto, onde ravvisi il luogo ove giace la donzella; ma se non gli fosse sufficiente, aguzzi bene lo sguardo, e leggerà sopra la pietra questo epitaffio, che, sostituito dalla mano di Dio a quello che v'incisero gli uomini, non si cancellerà più mai fino alla consumazione dei secoli:
«L'avara crudeltà dei Sacerdoti ha bevuto il sangue e divorato gli averi della tradita, che giace qui sotto».
———
Il martedì seguente, che cadde il 14 settembre 1599, la Compagnia di San Martello, godendo il privilegio di liberare un prigione per la festa di Santa Croce, ottenne si rendesse alla libertà don Bernardino Cènci, a patto, che dentro lo spazio di un anno pagasse scudi venticinquemila alla Compagnia della Santissima Trinità di Ponte Sisto. Come Bernardino, spogliato d'ogni sua sostanza, potesse pagare questi venticinquemila scudi, davvero non si sapeva comprendere; ma la Curia, ingorda sempre, tese uno archetto per tentare di spremere danaro dalla pietà dei parenti, che casa Cènci in Roma ed altrove annoverava nobilissimi, e potentissimi. Fatto sta, che questi venticinquemila scudi non furono pagati; anzi crescendo ogni giorno l'abbominazione nel pubblico per vedere la massima parte dei beni di casa Cènci arraffata dalla famiglia Aldobrandina, il Papa con atto del 9 luglio 1600 ebbe a restituire i figli di don Giacomo nel possesso di parecchi beni confiscati, come quelli che andavano sottoposti a vincolo di fideicommisso, non senza però il compenso di buona somma di danaro, come si rileva dal mandato per transigere conferito a monsignore Ferdinando Taverna, nel quale occorrono le seguenti parole: «Pro aliqua condecentiori Camerae pecuniaria summa per eosdem Iacobi filios persolvenda transigas». Nel luglio poi del 1601, instando più urgente assai la medesima causa, e' fu mestieri aprir di nuovo la mascella al mastino e rendere tutti gli altri predii, tranne lo immenso feudo di Casale di Torre Nova, di cui il Papa era stato sollecito a investire Giovanfrancesco Aldobrandini pel prezzo simulato di scudi novantunmila. Morti Clemente VIII e Paolo V, Luisa Vellia, la valorosa vedova di don Giacomo, alacre a recuperare la mal tolta sostanza dei figli, dimostrata la iniquità di cotesta vendita richiamandosi dinotoria ingiustiziasofferta, domanda la restituzione, o la facoltà di dimostrare la frode, e la lesione enormissima dello istrumento contro Pupissa Aldobrandina, Paolo Borghese, ed altri mentovati nella supplica umiliata a Gregorio XV. Altre memorie di queste contestazioni non mi è riuscito trovare; ma le liti fra gli eredi Cènci, Aldobrandini, e Borghese durarono secoli; e non sono bene quaranta anni, che i tribunali di Roma udirono rinnuovarsi l'antica querela fra il Principe Borghese, e il Conte Bolognetti Cènci.
Laddove poi sembrasse a taluno avere io proceduto con leggerezza incolpando di tanta infamia la memoria di questo Pontefice, io vo' ch'egli ponga il pensiero principalmente a due cose, ed è: la prima, che nè nuove nè rare apparirono siffatte infamie nella Corte Romana; la seconda, che quando l'oro del condannato si versa nell'arca del giudice, a questi sta con prove limpidissime chiarire le genti, ch'egli non fece causa comune col boia.
[1] PAOLO SARPI.Storia del Concilio di Trento.
[2] Non paia ai reverendi Padri della Compagnia di Gesù ch'io abbia parlato avventatamente; dacchè eglino, dottissimi, sanno com'io altro non abbia fatto che copiare l'espressione del Sonetto di messere Francesco Petrarca.
«L'avara Babilonia ha colmo il sacco«D'ira di Dio, e di peccati empi, e rei» cc.
E messer Francesco, come quegli ch'era prete, e canonico di Pavia,doveva intendersene.
INTRODUZIONE pag. 3Cap . I. Francesco Cènci » 11» II. Il parricidio » 23» III. Il ratto » 33» IV. La tentazione » 49» V. Ancora di Francesco Cènci » 69» VI. Nerone » 77» VII. La chiesa di San Tommaso » 93» VIII. Disperazione » 121» IX. Il suocero » 140» X. Il convito » 159» XI. Lo incendio » 182» XII. Dello asino » 196» XIII. Il tradimento » 219» XIV. Monsignore Guido Guerra » 232» XV. L'ammazzata di Vittana » 243» XVI. Il memoriale » 263» XVII. Il Tevere » 278» XVIII. Roma » 303» XIX. Le fantasime » 328» XX. La notte scellerata » 353» XXI. Il mantello rosso » 369» XXII. La tortura » 402» XXIII. I giudici » 444» XXIV. Il sagrifizio » 480» XXV. Il giudizio » 519» XXVI. La confessione » 539» XXVII. Le vesti » 553» XXVIII. La figlia del carnefice » 560» XXIX. La grazia » 564» XXX. La moglie » 572» XXXI. L'ultima ora » 585» XXXII. Il sepolcro » 602
[NOTA DEL TRASCRITTORE: le presenti correzioni sono state riportate nel testo, e la presente Errata conforme all'originale è riportata per documentazione]
pag 5 verso 22 ifinito infinito » 34 » 17 spesso spesse » 43 » 36 lali ali » 56 » 7 —I1 Curato Il Curato » 70 » 24 fiera jena » 71 » 20 trucidata distrutta » ivi » 32 la lor » 74 » 17 della dalla » 81 » 8 fanciutlo, fanciullo » ivi » 9 parola parola, » 89 » 4 vipera! vipera? » ivi » 22 premono fremono » 93 » 4 Capite, Molae Capite Molae, » 93 » 5 Tredorzio Tredozio » 97 » 13 per o per » 106 » 25 calma catena » 109 » 27 , io dormo io dormo » 119 » 38 Damley Darnley » ivi » 40 Damley Darnley » 120 » 1 dei del » 143 » 19 ; quella come quella » 151 » 5 Don Francesco —Don Francesco » 154 » 32 convertiti convertirti » 161 » 25 virtuosi purchè virtuosi » 168 » 24 xeres keres » ivi » 27 romani renani » 178 » 33 sorso sorso (11). » 179 » 7 dal pel » 183 » 1 tranghiottita tranghiottita (1) » 187 » 3 fatale funesto » 194 » 17 una graticola due graticole » 200 » 37 sapere, che sapere, che il Curato » 206 » 5 mucchi i mucchii » 214 » 11 ci faccia ci facciano » 218 » 3 e cotesti e quei » 223 » 15 inpadronii impadronii » 230 » 26 senti sentì » 240 » 37 per pestarla per conculcarla » 242 » 18 i tesori i furori » 248 » 20 e mi e' mi » 234 » 29 soggiugendo soggiungendo » 268 » 30 finita finta » 269 » 5 o nasconderete e nasconderete » 274 » 23 e è » 273 » 19 bestiale bestiali » 288 » 22 tronco impedimento tronco, impedimento » ivi » 20 mal nol » 294 » 3 è maggiore e maggiore » 295 » 23 rubbro rubbio » 298 » 7 fatti salti » 308 » 10 armate eserciti » 310 » 34 sulfureo purpureo » 311 » 30 genuino gemino » 313 » 31 da oste da hoste » 378 » 32 sponde, sponde » 384 » 1 —Seduto Seduto » 386 » 8 gota gola » 391 » 16 risponendo rispondendo » ivi » 26 Inigo Ynigo » 3SS » 10 cospettto cospetto » 397 » 6 Inanto Intanto
End of Project Gutenberg's Beatrice Cenci, by Francesco Domenico Guerrazzi