— «Non sono arabo.» —
— «Neppure dei fichi?» —
— «Questo sarebbe come prendermi per un Ebreo. No, solo dell'uva desidero. Per i Greci nulla vi è di migliore del vino.» —
Questo cantore azzimato, in mezzo alla confusione del mercato è una figura che difficilmente si dimentica, ma, come per sfidarci al paragone, un'altra persona lo segue destando tutta la nostra meraviglia.
Egli s'avanza piano piano, colla testa bassa; si ferma ad intervalli, rivolgendo gli occhi al cielo, come per pregare. Un simile tipo non può trovarsi che in Gerusalemme. Appesa ad un nastro che gli tiene fermo il mantello sporge sulla fronte una busta di pelle, di forma quadrata; un'altra uguale è legata da una fettuccia al braccio sinistro, gli orli del suo abito sono ornati di una frangia alta: e da questi indizi, dal suo costume e dall'odore di santità intensa che si diffonde intorno a lui, lo riconosciamo per un Fariseo di una società religiosa, una setta politica, il cui bigottismo e il cui potere porteranno in breve tempo molti dispiaceri al mondo. La folla è assai densa al di là delle porte sulla strada di Joppa. Lasciando il Fariseo siamo attratti da alcuni gruppi di persone, le quali, ad agevolare il nostro studio, se ne stanno opportunamente in disparte. Vediamo, primo fra essi, un uomo di nobile aspetto, dalla carnagione chiara e fine, dagli occhi neri e lucenti, dalla barba lunga ed abbondante, ricco d'unguenti, vestito riccamente in modo adatto alla stagione. Teneva in mano un bastone e portava sospeso al collo, per mezzo di un cordone un grande sigillo d'oro. Era scortato da parecchi servi; alcuni di essi portavano delle piccole spade alle cinture, e, quando gli rivolgevano la parola, lo facevano col massimo rispetto.
Il resto della carovana consisteva in due Arabi genuini, magri come un filo, col viso abbronzato, colle guancie infossate, e cogli occhi d'una lucidezza quasi malvagia; sopra alla loro testa portavano dei rossitarbooshes; sopra i loroabas, avviluppanti la spalla sinistra ed il braccio destro, delle coperte di lana. C'era un gran contrattare perchè gli Arabi stavano vendendo i cavalli offrendoli con tutto il loro ardore e con voci squillanti. Il personaggio elegante lasciava parlare i suoi servi, di quando in quando rispondeva con gran dignità; ad un tratto, scorgendo il Cipriotto, si fermò e comprò dei fichi.
Se dopo che l'intera compagnia ha passata la porta vicino al Fariseo noi ci portiamo dal venditore di frutta, egli ci racconterà con grandi reverenze come lo straniero fosse un Ebreo, uno dei principi della città che ha viaggiato ed imparato a distinguere la differenza che passa tra l'uva comune di Siria e quella di Cipro.
E così, fin verso mezzodì, e qualche volta più tardi, vi è costante corrente d'affari alla porta di Joppa, affari d'ogni sorta, che fanno intervenire al mercato rappresentanti di ogni tribù di Israele, di tutte quelle sette fra cui l'antica fede è stata suddivisa e frazionata, di tutte le religioni e le divisioni sociali, di tutta la plebe avventurosa, che, gaudente e tumultuante, gozzoviglia alle spalle d'Erode e dei Cesari suoi successori.
In altre parole, Gerusalemme, ricca nella storia sacra, più ricca nelle sacre profezie, — la Gerusalemme di Salomone, nella quale l'argento era abbondante come le pietre, e i cedri numerosi come i siccomori della valle — non era che una copia di Roma, un centro di pratiche profane, una sede di potere pagano. Un re Ebreo indossò un giorno vestiti sacerdotali ed andò nel Tempio a offrire incenso. Ne venne fuori un lebbroso; ma, nell'epoca della quale parliamo, Pompeo entrò nel tempio di Erode ed anche nell'ehal, e sortì senza timore, non trovando che una stanza vuota, e di Dio non una vestigia.
Torniamo alla corte descritta come parte del mercato della porta di Joppa. Erano le tre di giorno e parecchia gente era andata via; nondimeno la folla continuava ad accorrere senz'alcun'apparente diminuzione. Dei nuovi venuti, v'era un gruppo laggiù vicino alla parete, composto di un uomo, una donna e un asino, gruppo che meritava di essere notato. L'uomo era vicino alla testa dell'animale e teneva in mano una redine di cuoio appoggiandosi sopra un bastone che sembrava fosse stato scelto per il doppio uso di pungolo e di sostegno; il suo abito era come quello degli Ebrei che gli erano attorno, eccetto che aveva l'apparenza d'essere nuovo. Il mantello lo ravvolgeva fino alla testa, e la veste, che copriva la sua persona dal collo alle calcagna, era, probabilmente, quella ch'ei soleva indossare alla Sinagoga nei giorni festivi. Il viso però era scoperto e dimostrava una cinquantina d'anni, ciò che confermava il grigio screziante la sua barba nera. Guardava intorno a sè, per metà curioso e per metà smarrito, come un forestiere od un provinciale.
L'asino mangiava tranquillamente una bracciata d'erba della quale vi era abbondanza al mercato. Il suo naturale restìo non ammetteva che lo si disturbasse e non si rammentava già più della donna seduta sul suo dorso e accoccolata sulla sella imbottita. Una veste di stoffa di lana scura copriva completamente la persona di lei, mentre un bianco velo le adornava il capo ed il collo. Ogni tanto, spinta dalla curiosità di vedere e di sentire qualche cosa, ella si tirava da parte il velo, ma così poco che il volto non restava del tutto visibile.
Finalmente vi fu chi si accostò all'uomo e gli chiese:
— «Non siete voi Giuseppe da Nazareth?» —
Chi lo interrogava gli stava proprio vicino.
— «Così mi chiamo — rispose Giuseppe voltandosi con gravità. — E voi? Ah! pace sia con voi, amico mio, Rabbi Samuele!» —
— «Lo stesso v'auguro anch'io». —
Il Rabbi si fermò guardando la donna, poi aggiunse:
— «Pace a voi, alla vostra casa, e ai vostri servi». —
Ciò detto egli si mise una mano sul petto, e abbassòil capo in segno di saluto verso la donna, che, vedendolo, aveva già sollevato il velo abbastanza per lasciar scorgere un viso d'adolescente. Giuseppe e il Rabbi si porsero le destre come per avvicinarle vicendevolmente alle labbra; però, all'ultimo momento, le mani si lasciarono e ognuno baciò la propria, portando poi le palme alla fronte.
— «V'è così poca polvere sopra i vostri abiti — disse il Rabbi, famigliarmente, che arguisco voi abbiate passata la notte in questa città dei nostri padri.
— «No, — rispose Giuseppe, — poichè non potendo arrivare che a Betania prima che sopraggiungesse la notte rimanemmo laggiù nel Khan e ripigliammo il cammino allo spuntar del giorno». —
— «Il viaggio che dovrete fare sarà lungo allora; non sarà terminato a Joppa spero». —
— «No, terminerà a Betlemme». —
Il contegno del Rabbi, prima aperto ed amichevole, divenne chiuso e minaccioso, ed egli emise una specie di grugnito anzichè tossire come di consueto.
— Sì, sì, capisco — diss'egli. Voi siete nato a Betlemme e vi ci recate con vostra figlia per esser computati fra i pagatori di tasse come ordinò Cesare. I figli di Giacobbe sono come erano le tribù in Egitto: solo essi non hanno nè un Mosè nè un Giosuè. Come son decaduti i possenti!» —
Giuseppe rispose senza scomporsi:
— «La donna non è mia figlia». —
Ma il Rabbi s'era infatuato in politica e proseguì senza notare la spiegazione:
— «Cosa stanno facendo i fanatici laggiù nella Galilea?» —
— «Io sono un falegname, e Nazareth è un villaggio — disse Giuseppe prudentemente. — La strada sulla quale si trova il mio banco di operaio non è una via che conduce ad alcuna città. Spaccando e segando assi non trovo tempo per prender parte alle discussioni dei partiti».
— «Ma voi siete un Ebreo» — disse con serietà il Rabbi — e siete un'Ebreo discendente di Davide. Possibile che voi possiate trovar piacere nel pagar qualsiasi tassa all'infuori del siclo dato per antico costume a Jeova?» —
Giuseppe si mantenne calmo.
— «Io non mi lamento» — continuò l'altro — dell'aumento della tassa. Un denario è una bagatella. È l'imposizione che io ritengo un'offesa. Che cos'è il pagarla se non una sottoscrizione alla tirannia? Ditemi: è vero cheGiuda pretende esser il Messia? Voi vivete fra i suoi seguaci.» —
— «Io intesi dire dai suoi seguaci ch'egli era il Messia.» —
Il velo della donna si alzò con rapidità e per un secondo tutto il suo volto fu visibile. Gli occhi del Rabbi si volsero verso di lei e fecero in tempo a vedere un sembiante di rara bellezza, reso più attraente da uno sguardo di intenso interesse; ma un lieve rossore si sparse per le sue gote e sulla sua fronte ed il velo tornò a coprirla agli occhi dei curiosi.
Colui che discorreva di politica dimenticò il suo tema favorito.
— «Vostra figlia è avvenente» — disse parlando quasi fra sè.
— «Non è mia figlia» — replicò Giuseppe.
La curiosità del Rabbi era aumentata; accortosene il Nazareno si affrettò a soggiungere.
— «Essa è figlia di Ioachim e d'Anna di Betlemme dei quali avrete almeno udito parlare, poichè erano gente di gran fama.» —
«Sì, — rimarcò il Rabbi rispettoso — ne ho udito parlare. Erano discendenti in linea retta da Davide e li conobbi, assai bene.» —
— «Ebbene ora sono morti» — procedette il Nazareno. «Morirono a Nazareth. Ioachim non era ricco, pure lasciò una casa e un giardino da dividersi tra le sue figlie, Marianna e Maria. Queste è una delle due figlie, e per salvare la sua parte di proprietà, la legge l'obbligò a sposare un prossimo parente. Adesso essa è mia moglie.» —
— «E voi eravate suo parente?» —
— «Ero suo zio.» —
— «Comprendo. E siccome siete nati a Betlemme così Cesare vi obbliga a condurre colà vostra moglie per computarla tra le persone tassabili.» —
Il Rabbi giunse le mani e guardò sdegnosamente il cielo esclamando:
— «Il Dio d'Israele vive ancora! La vendetta è sua!» —
Detto ciò si voltò e bruscamente partì. Un forestiero lì vicino, osservando lo sbigottimento di Giuseppe, disse tranquillamente:
— «Il Rabbi Samuele è un fanatico. Giuda stesso non è più feroce.» —
Giuseppe non volendo parlare con quell'uomo, finse di non sentire e si affacendò a raccogliere il fascio d'erbache l'asino aveva sparpagliato; poi s'appoggiò al suo bastone, aspettando.
Dopo un'oretta la comitiva oltrepassò il cancello, e, voltandosi a sinistra, prese la via che conduce a Betlemme. La discesa della valle di Hinnom era abbastanza scoscesa, ed era adorna qua e là, di olivi selvatici. Con molta sollecitudine e tenerezza il Nazareno camminava a fianco della donna tenendo nelle mani la cinghia di cuoio del somarello. Alla loro sinistra, a sud est, attorno al Monte Sion, sorgevano le mura della città, e alla loro destra si vedevano delle ripide colline che formavano i confini della valle.
Lentamente passarono il basso stagno del Gihon nel quale il sole rifletteva l'ombre rimpicciolite dei colli, e procedettero adagio adagio tenendosi paralleli all'acqua dallo stagno di Salomone sino al luogo ove era un casino rustico, luogo detto oggi Colle del Cattivo Consiglio. Giunti colà principiarono a discendere verso il piano di Refraim. Il sole riverbava i suoi raggi fortissimi sulla facciata della famosa località e al bacio dei suoi raggi Maria lasciò cader addietro il velo e scoprì il capo.
Giuseppe le raccontò la storia dei Filistei qui sorpresi nel campo da Davide. Ma nel suo racconto era minuzioso e parlava dandosi un'aria solenne e modi che parevano quelli di uno sciocco. Ella non lo ascoltava sempre. Tanto per mare che per terra gli Ebrei, ove s'incontrino, sono riconoscibili. Il tipo fisico della razza è stato sempre il medesimo; però, fra individuo e individuo, vi sono delle dissomiglianze. Il figlio di Jesse ci fu descritto rubicondo e bellissimo di aspetto. Gli uomini, d'allora in poi, si regolarono su quel tipo per giudicare gli Ebrei e dalla fisonomia dell'antenato, pretesero di conoscere quella dei discendenti. Così tutti i nostri Salomoni hanno bei visi e capelli e barba castagna, quando sono all'ombra, e color d'oro quando sono al sole. Così ci fanno credere che fossero le ciocche di Assalonne, il prediletto di Davide. E, non essendovi una storia autentica, la tradizione ci ha detto non meno bene di lei della quale discorriamo ora e che seguiremo nella città del biondo re che fu così bello.
Ella non aveva più di quindici anni. Le sue fattezze, la sua voce e i suoi modi eran quelli tra la fanciullezza e l'età dello sviluppo. Il suo viso era di un'ovale perfetto; la sua carnagione più chiara che bella; il naso regolare; le labbra, leggermente dischiuse, erano rosse come fragole mature, dando alla bocca ardore e tenerezza; gli occhi eranocelesti e grandi, dalle lunghe palpebre, e dalle lunghe ciglia, ed in armonia con tutto ciò un volume immenso di capelli d'oro, tenuti nel modo concesso alle giovani spose Ebree, spioventi cioè per la vita sino a toccar la sella sulla quale essa sedeva. La gola ed il collo erano morbide, lanuginose, come talvolta si può osservare in alcune donne, e che mettono in un'artista il dubbio se si tratti di un effetto di linee o di colori. Aveva anche altre indefinibili bellezze, ad esempio un'aria di purezza che solo un'anima angelica può dimostrare, e un certo che di etereo che sembrava non poter essere toccato da mani mortali. Spesso, aveva le labbra tremule, e sollevava i begli occhi al cielo, divenuto anch'esso più chiaro; o incrociava, le mani sul petto come in atto di adorazione o di preghiera o alzava il capo come chi ascolta attento una voce che chiami dall'alto. Ogni tanto, interrompendo le sue noiose narrazioni, Giuseppe si voltava a guardarla, e, ammirando l'espressione del suo viso irraggiato di luce, dimenticava i suoi ragionamenti, e, chinando il capo, fantasticando, continuava a camminare.
Così essi terminarono di percorrere la gran pianura e infine raggiunsero il colle Mar Elias, dal quale, attraverso la valle, ammirarono Betlemme. Là si fermarono e riposarono, mentre Giuseppe indicava a Maria i luoghi sacri. Poi scesero nella valle e andarono ad un pozzo che recava istoriato uno dei meravigliosi fatti d'armi di Davide. Lo spazio angusto era pieno di gente e di animali. Giuseppe ebbe il dubbio, se la città fosse così affollata, che la gentile sua compagna, avesse potuto trovarvi ricovero. Senza por tempo in mezzo egli corse avanti, passò la colonna marmorea che indicava la tomba di Rachele, e, pel versante fiorito, non salutando alcuna delle persone che incontrò per via, continuò a correre finchè si fermò davanti alla porta del Khan che allora era fuori dalle mura del villaggio vicino a un crocicchio di strade.
Per capire a fondo ciò che accade al Nazareno il lettore deve ricordarsi che le taverne dell'Oriente eran ben diverse da quelle dell'occidente. Esse erano dai Persiani chiamate Khan e fatte nel modo più semplice; erano recinti chiusi,senza casa o tetto, spesso privi di un cancello o d'una porta. Le loro abitazioni erano scelte a seconda dell'ombra, della sicurezza, o della possibilità di attinger acqua. Tali erano le taverne che ripararono Giacobbe allorchè andò in Paden Aran per cercarvi moglie. Simili a quella possono oggi vedersene delle altre nelle oasi del deserto. Però alcune di esse, in ispecie quelle sulla strada che divideva due grandi città, come Gerusalemme ed Alessandria, erano edifici principeschi che constatavan la pietà dei Re che li avevano fabbricati. Solitamente però non erano che la casa od il podere di uno sceicco nei quali, come in quartieri generali, egli conduceva la sua tribù. L'ospitare i viaggiatori era l'ultimo dei loro usi; erano mercati, fattorie, e fortezze; luoghi d'assemblea, ed abitazioni per i mercanti ed artigiani, come luoghi di ricovero per i viandanti vagabondi e sorpresi dalla notte. La conduzione di questi alberghi colpiva singolarmente i forestieri. Non v'era nè oste nè ostessa, nè cameriere, nè cuoco, nè cucina; nè guardiano alla porta. Gli ospiti che arrivavano, vi dimoravano quanto volevano. Ma bisognava che si portassero con sè i cibi e gli utensili da cucina oppure che li comperassero dai venditori del Khan. La stessa regola valeva pel letto e per il foraggio per le bestie. Acqua, ricovero, riposo e protezione eran tutto ciò che si poteva richiedere dal proprietario, ed era gratuito. La pace della Sinagoga era talvolta disturbata da disputanti schiamazzatori, ma quella dei Khan mai. Le case e tutte le loro attinenze erano sacre: un pozzo non lo era di più.
Il Khan, a Betlemme, davanti al quale Giuseppe e sua moglie si fermarono, era un buon esemplare della sua specie, non essendo nè molto primitivo nè molto principesco. L'edifizio era puramente orientale; cioè era un blocco quadrangolare di pietre greggie ad un solo piano, col tetto piatto, esternamente non interrotto da alcuna finestra, con una sola entrata principale, un portone fatto a volta, dal lato est o facciata. La strada era così vicina alla porta che la polvere copriva per metà l'architrave. Un riparo fatto di roccie cominciava all'angolo sud-est del fabbricato, si estendeva per molti metri giù pel pendìo, ad un punto del quale si divideva all'ovest verso un promontorio di pietra calcarea, formando ciò ch'è più essenziale ad un Khan ragguardevole, cioè una sicura staccionata per gli animali. In un villaggio come Betlemme, siccome non v'era che uno sceicco, non ci poteva essere più di un Khan; esebbene nato in quel luogo, il Nazareno, dopo aver a lungo vissuto altrove, non aveva alcun diritto ad ospitalità nella città. Inoltre, l'enumerazione per la quale egli veniva poteva essere lavoro di settimane o di mesi. I legati Romani, nelle provincie, erano conosciuti per pigri, e, mettere sè stesso e la moglie per un periodo così incerto a carico di conoscenti o di parenti, non era possibile. Così, prima di avvicinarsi alla gran casa, mentre saliva il versante, cercando nei posti più scoscesi di sollecitare l'asino, il timore di non poter trovare da accomodarsi nel Khan divenne una dolorosa ansietà, perchè egli trovò la via affollata di uomini e di ragazzi, che, con gran chiasso, spingevano il loro bestiame, cavalli e cammelli, su e giù per la valle, alcuni per abbeverarli, altri alle vicine caverne. Ed allorchè si avvicinò, il timore non si mitigò scoprendo una folla che stipava la porta dello stabile, mentre l'attiguo recinto, largo com'era, sembrava già pieno.
— «Noi non possiamo arrivare alla porta. — disse Giuseppe col suo parlare lento — fermiamoci qui e cerchiamo di sapere, se possiamo, ciò che è accaduto.» —
La moglie, senza rispondere, tranquillamente si tirò indietro il velo.
L'aspetto affaticato che prima mostrava il suo viso mutò, assumendo un che di interessante.
Ella si trovò vicino ad un gruppo di persone che non potean esser altro che un oggetto di curiosità per lei, benchè fosse abbastanza frequente il ritrovarne nei Khan comuni agli stradoni che le gran carovane solevano attraversare. V'erano uomini a piedi che correvano di qua e di là parlando con voce stridula e in tutte le lingue di Siria; uomini a cavallo che urlavano; uomini sui cammelli; uomini che si affaticavano dietro ai buoi infuriati e alle pecore impaurite; uomini che vendevano pane e vino; e, fra la moltitudine, una turba di ragazzi apparentemente a caccia di una muta di cani. Tutti e tutto sembravano muoversi nel medesimo tempo. Forse la bella spettatrice era troppo stanca per esser a lungo attratta da quella scena; dopo un po' ella sospirò e si accomodò sul suo cuscino, e, come se fosse un ora di pace e di riposo, o in aspettativa di qualcuno, guardò lontano al sud e alle alte rupi del monte del Paradiso, che eran leggermente arrossate dal sole che tramontava.
Mentre ella stava guardando un uomo si spinse fuori della folla e fermandosi vicino all'asino osservò, incuriosita, ilgruppo. Il Nazareno gli chiese:
— «Poichè io sono ciò che credo voi siate, buon amico, — un figlio di Giuda — posso domandarvi la causa di questo assembramento?» —
Lo straniero si voltò bruscamente, ma, visto l'aspetto solenne di Giuseppe, fu così compreso della sua profonda, lenta voce e dal suo discorso che alzò la mano in cenno di saluto e rispose:
— «Pace sia con voi, o Rabbi! Io sono un figlio di Giuda e vi risponderò. Abito in Beth-Dagon che, voi sapete, è ciò che una volta era la terra della tribù di Dan.» —
— «Sulla via fra Joppa e Modin — interruppe Giuseppe.» —
— «Oh voi siete stato in Beth-Dagon — disse l'uomo raddolcendo sempre più il suo viso. — Che persone girovaghe siamo sempre noi, figli di Giuda! Son parecchi anni che manco dal luogo — il vecchio Ephrath come lo chiamava nostro padre Iacob. Ci ritorno ora che si è diffuso l'editto che richiede agli Ebrei d'esser computati per le tasse nella città della loro nascita. Questo è ciò che vengo a far qui, Rabbi.» —
Il viso di Giuseppe rimase impassibile mentre osservò:
— «Io pure venni per questo con mia moglie.» —
Lo straniero lanciò uno sguardo a Maria e tacque. Ella guardava in alto, verso la nuda cima del Gedor. Il sole accarezzò il suo viso rivolto all'insù e le illuminò gli occhi; sulle sue labbra dischiuse corse un fremito. In quel momento tutta l'umanità della sua bellezza sembrava purificata: ell'era come sono immaginati da noi coloro che siedono vicino alle porte del Cielo. I Beth-Dagon videro l'originale di ciò che secoli dopo divenne una visione pel genio di Sanzio il divino e lo rese immortale.» —
— «Di che cosa stavo parlando? Ah! ora mi ricordo. Stavo per dire che allorquando udii dell'ordine di venir qui andai in collera. Ma pensai poi alla vecchia collina, alla città e alla valle sovrastante alla profondità del Kedron; ai vigneti e agli orti e ai campi di grano, fruttiferi fin dai giorni di Booz e di Ruth; alle montagne conosciute — Gedor qua — Gibeah un po' più lontano e Mar Elias là — che, quando ero ragazzo, erano per me i confini del mondo; perdonai i tiranni e venni — io con Rachele, mia moglie — e Deborah e Micol le nostre rose di Sharon.» —
L'uomo si fermò di nuovo guardando bruscamente Maria, che ora lo guardava e lo ascoltava.
Poi disse: — «Rabbi, non vorrebbe vostra moglie andar dalla mia?
La potete veder laggiù coi bambini, sotto all'olivo, allo svolto della strada.
Vi accerto — egli si voltò verso Giuseppe e parlò in tono sicuro — che il Khan è pieno. È inutile chiederlo alla porta.» —
La volontà di Giuseppe era malferma e la sua mente vagolava nel vuoto; egli esitò ma rispose:
«L'offerta è gentile. Che vi sia o no posto per noi nella casa verremo a trovar la vostra famiglia. Lasciatemi discorrere col portinaio. Torno subito.» —
E mettendo le redini nelle mani dello straniero si spinse fra la folla rumorosa. Il portinaio sedeva sopra un ceppo di cedro fuor della porta. Al muro, dietro di lui, stava appesa una freccia. Un cane gli era accovacciato vicino, sul ceppo.
— «La pace di Jeova sia con voi» — disse Giuseppe, finalmente, affrontando il portinaio.
— «Ciò che dite vi sia ricambiato e qualora lo sia si moltiplichi molte volte per voi e per i vostri figli — replicò il guardiano gravemente, però senza muoversi.
— «Io son di Betlemme — disse Giuseppe nel modo più calmo — non vi sarebbe posto per me?» —
— «Non ce n'è più.» —
— «Voi avrete udito parlare di me, Giuseppe di Nazareth. Questa è la casa dei miei padri. Io son discendente di Davide.» —
Queste parole davano speranza al Nazareno. Se gli fallivano, sforzi ulteriori sarebbero stati vani, anche quelli dell'offerta di molti sicli. L'essere un figlio di Giuda era una cosa grande nell'opinione della stessa tribù ma l'esser della casa di Davide era anche cosa maggiore; su lingua di Ebreo non vi poteva esser vanto più fiero. Mille anni e più erano trascorsi da che il pastore fanciullo era divenuto successore di Saul e aveva fondato una famiglia. — Guerre, calamità, altri re ed innumerevoli fatti, causa della mutevole fortuna, ritornarono i suoi dipendenti al medesimo livello degli Ebrei comuni; il pane ch'essi mangiarono venne dal lavoro penoso se non dal più umile; non di meno essi ebbero sempre il prestigio della gloriosa tradizione, prestigio mantenuto religiosamente, e vantarono la genealogia; non avrebbero potuto rimaner oscuri perchè dovunque si recavano pel regno d'Israele godevano di un riverente rispetto. Così avveniva a Gerusalemme e altrove; certo uno della sacra discendenza poteva con ragione fare assegnamento su ciò per entrare alla porta del Khan di Betlemme.
Dicendo come disse Giuseppe: — «Questa era la casa dei miei padri» — era dir la verità, semplice e pura, poichè quella era la stessa casa ove aveva signoreggiato Ruth come moglie di Booz; la stessa nella quale eran nati Jesse ed i suoi dieci figli, Davide il minore; la stessa casa in cui Samuele era venuto a cercare il re e lo aveva trovato; la stessa che Davide aveva dato al figlio di Barzillai; la stessa casa dove Geremia, con la preghiera, aveva salvato i fuggiaschi della sua razza che rinculavano innanzi ai Babilonesi.
Il tentativo non rimase senz'effetto. Il portinaio scese dal ceppo e appoggiandosi la mano sulla barba disse con rispetto:
— «Rabbi, io non vi posso dire quando si sia aperta questa porta per dar il benvenuto al viaggiatore, ma fu più di mill'anni fa, e in tutto questo tempo non vi è alcun uomo che l'abbia trovata chiusa, salvo quando non vi era posto per dargli da riposare.
Perciò una giusta ragione deve avere il guardiano che dica di no ad uno della discendenza di Davide. Se vorrete venire con me vi farò vedere che non v'è un posto per dormire libero in tutta la casa; nè nelle camere, nè nelle stalle, nè nella corte e neppure sul tetto. Posso chiedervi quando siete arrivato?» —
— «Proprio ora.» —
Il guardiano sorrise.
— «Lo straniero che abita con te sarà come uno nato insieme a te e tu l'amerai come te stesso. Non è questa la legge?» —
Giuseppe era silenzioso.
— «Se questa è la legge posso io dire ad uno arrivato da tempo: va per la tua via perchè v'è qui un altro a prendere il tuo posto?» —
Giuseppe si mantenne sempre calmo.
— E se così dicessi, a chi pretendesse il posto? guardate quanti stanno aspettando; alcuni attendono da mezzogiorno.» —
— «Chi è tutta questa gente? — domandò Giuseppe additando la folla. — E perchè è qui a quest'ora?» —
— «Verrà per quello che indubbiamente avrà condotto qui voi, Rabbi; pel decreto di Cesare — e il guardiano gettò uno sguardo interrogativo al Nazareno poi continuò: — tale motivo portò la maggior parte di coloro che alloggiano qui. E ieri arrivò la carovana diretta da Damascoall'Arabia e al Basso Egitto. Questi che voi vedete appartengono a quella carovana, uomini e cammelli.» —
Giuseppe persisteva.
— «La corte è grande» — disse.
— «Sì, ma è ingombra di merci e di balle di seta, di caffè, di aromi e di ogni qualità d'oggetti.» —
Allora, per un momento, il viso del richiedente perdette la sua passività; gli occhi immobili e alteri s'abbassarono. Con calore egli disse: «Non importa per me, ma io ho mia moglie con me e la notte è fredda, più fredda su quest'altura che non la notte di Nazareth. Mia moglie non può già rimanersene all'aria aperta. Che vi sia posto in città?» —
— «Questa gente — il guardiano fece un cenno colla mano additando la folla davanti alla porta — ha investigato la città in tutti i sensi e trovò ogni casa piena.» —
Giuseppe guardò ancora una volta a terra dicendo mezzo fra sè:
— «Ella è così giovane! se le facessi un letto sulla collina il gelo l'ucciderebbe!»
Poi parlò di nuovo al guardiano:
— «Può essere che abbiate conosciuti i di lei genitori, Joachim e Anna, una volta stabiliti a Betlemme, e, come me, discendenti da Davide.» —
— «Sì, li conobbi. Erano buona gente. Li conobbi quand'ero giovane.» —
Questa volta gli occhi del guardiano si chinarono a terra come per riflettere. Ad un tratto alzò il capo:
— «Se non posso trovarvi un posto non posso mandarvi via. Rabbi, farò tutto ciò che potrò per voi. Di quanti è composta la vostra carovana?» —
Giuseppe esitò un po' e poi rispose:
— «Mia moglie ed un amico con la sua famiglia proveniente da Beth-Dagon, una piccola città vicino a Joppa; in tutto siamo in sei.» —
— «Va bene, non rimarrete fuori; conducete qui gli altri, ma fate presto perchè quando il sole scende, dalla montagna vien subito la notte e la notte dev'esser vicina: il sole è quasi sceso.» —
— «Vi do la benedizione del forestiere, quella dell'ospite seguirà.» —
Così dicendo il Nazareno ritornò felice a Maria e all'uomo di Beth Dagon. Quest'ultimo condusse con sè la sua famiglia; le donne cavalcavano degli asini.
La moglie aveva l'aspetto di una matrona; le figlieeran imagine di ciò che essa doveva esser stata in gioventù.
Mentre si avvicinavano alla porta il guardiano li giudicò a prima vista per gente di condizione mediocre.
— «Questa è colei della quale vi parlai — disse il Nazareno — e questi sono i nostri amici.» —
Il velo di Maria, si rialzò.
— «Occhi celesti e capelli d'oro» — mormorò il guardiano tra sè non osservando che lei. «Così era il giovine Re allorchè andò a cantare davanti a Saulle.» —
Poi prese le redini di cuoio dalle mani di Giuseppe e disse a Maria:
— «Pace a voi, o figli di Davide, — poi rivolgendosi agli altri: — Pace a voi tutti! — poi a Giuseppe: — Rabbi, seguitemi.» —
La carovana fu condotta in un andito lastricato di pietra dal quale entrarono nella corte del Khan. Per un forestiero la scena sarebbe stata curiosa ma gli ospiti non osservavano che i porticati che si offrivano ai loro sguardi da tutti i lati affollati come la corte. Da un vicolo riservato a deposito di mercanzie, e poi da un passaggio simile a quello dell'ingresso, essi entrarono nel recinto vicino alla casa e passarono vicino ai cammelli, agli asini ed ai cavalli legati a gruppi e assonnati; in mezzo ad essi v'erano guardiani e uomini di paesi diversi; ed essi pure dormivano o sorvegliavano silenziosamente. Gli ospiti andavano adagio adagio giù pel declivio del cortile affollato, perchè gli asini, pigri, avevano dei ghiribizzi affatto originali. Finalmente voltarono per una via che conduceva al grigio promontorio calcareo dominante il Khan all'ovest.
— «Andiamo nella grotta» — disse Giuseppe laconicamente.
La guida indugiò finchè Maria gli giunse al fianco.
— «La grotta alla quale noi andiamo — egli le disse — deve essere stata un tempo appartenente al vostro antenato. Dal campo sotto di noi e dal pozzo giù nella valle egli soleva condurvi il suo greggie per sicurezza, e poi, quando fu Re, ritornò qui, nella vecchia casa, per riposo e per salute portandosi dietro molti animali. Le mangiatoie sono ancor tali e quali erano allora. È meglio un letto per terra dove dormì lui che uno nel cortile o fuori sulla via. Ah! ecco la casa dinanzi alla grotta!» —
Questo discorso non deve esser giudicato come giustificazioneall'alloggio offerto. Non v'era bisogno di giustificazioni. Il sito era il migliore che ci fosse a loro disposizione. Gli ospiti eran gente semplice che si accostumava facilmente alle evenienze della vita. Eran Ebrei di Betlemme, abituati a quelle caverne, perchè le loro località abbondavano di grotte grandi e piccole, alcune delle quali servivano di abitazione fin dal tempo degli Emim e degli Horites. Non v'era alcuna offesa per loro nel fatto che la caverna dove erano stati messi era stata ed era una scuderia. Essi appartenevano ai discendenti di una razza di pastori, le greggie dei quali abitualmente dividevano coi padroni le abitazioni ed i viaggi.
Seguendo l'uso derivato da Abramo, i padiglioni dei Beduini ricevevano tuttora egualmente cavalli e persone. Giuseppe e gli altri obbedirono volentieri il guardiano, ed ammirarono la casa provando una gran curiosità. Tutto ciò che si associava alla storia di Davide li interessava.
L'edificio era basso e stretto, senza finestre, e di poco sporgente dalla roccia alla quale era unito per di dietro. Nella bianca facciata v'era una porta fissata su enormi cardini e imbrattata di creta ocracea.
Mentre si toglieva la stanga di legno dalla serratura, le donne si eran appoggiate ai loro cuscini. All'aprirsi della porta il guardiano gridò;
— «Entrate!» —
Gli ospiti entrarono e si guardarono attorno. Capirono subito che la casa non era che una fabbrica posta a dissimulare l'ingresso di una caverna probabilmente di quaranta piedi di lunghezza, nove o dieci di altezza e dodici o quindici di larghezza.
La luce raggiava attraverso alla porta sopra un pavimento ineguale, piovendo sopra a dei mucchi di grano, di foraggio, di terraglie e di masserizie che occupavano il centro della caverna.
Ai lati si trovavano delle mangiatoie abbastanza basse per le pecore, e fatte di pietra, murate con della calcina resistente. Non vi erano fiancate o stalli di alcun genere. Polvere e piccole paglie ingiallivano il pavimento e riempivano tutti i crepacci ed i vani ingombri di ragnatele che scendevano dal soffitto come pezzi di tela sucida. Il luogo era abbastanza pulito ed in apparenza comodo quanto può essere una qualunque delle stalle di un Khan vero e proprio. Difatti il primo progetto dei costruttori era stato di fare una caverna, non una stalla.
— «Entrate — disse la guida. — Questi mucchi di paglia che son per terra servono per far riposare dei viaggiatori quand'essi capitano qui come siete capitati voi. Prendete tutto ciò che avete bisogno.» —
Poi si rivolse a Maria.
— «Credete di poter riposare qui?» —
— «Il sito è santificato» — ella rispose.» —
— «Allora io vi lascio. Pace sia con voi tutti!» —
Quando se ne fu andato essi si affaccendarono per rendere la caverna abitabile.
Ad una certa ora, durante la sera, le grida e lo strepito della gente cessarono. Ogni Israelita, se non era già in piedi, si alzò assumendo un'aria solenne, e, guardando verso Gerusalemme, incrociò le mani sul petto pregando: era la nona ora sacra allorchè i sacrifici venivano offerti nel tempo sul Moriah e si supponeva che Dio fosse là. Quando le mani degli adoratori s'abbassarono la commozione seguì di bel nuovo e tutti si affrettarono a mangiare e a preparare il loro misero letto. Poco più tardi i lumi vennero spenti, e tutti tacquero addormentandosi.
Verso la mezzanotte qualcuno sul tetto gridò:
— «Che luce è quella del Cielo? Svegliatevi fratelli, svegliatevi e guardate!» —
La gente, mezzo addormentata, s'alzò e guardò; poi si svegliò del tutto, quasi sbalordita. E lo strepito si sparse per la corte a basso, e nelle stalle; in breve tutti gli abitanti della casa, della corte e del recinto, erano fuori fissando il cielo.
Un raggio di luce al di sopra delle più vicine stelle, declinava obliquamente verso la terra; e diffondeva intorno un rosso di uno splendore elettrico. L'apparizione parve riposarsi sulla vicina montagna a sud-est della città formando una pallida corona lungo la cima del colle. Il Khan fu toccato luminosamente di modo che quelli che erano sul tetto si videro reciprocamente i visi tutti pieni di meraviglia. Per parecchi minuti la luce rimase ferma, poi si affievolì e allora la meraviglia si cangiò in terrore e timore; i timidi tremarono; i più forti si parlarono a bassa voce.
— «Vedeste voi mai nulla di eguale?» — chiese uno.
— «Sembrava proprio che la luce fosse su quelle montagne. Non posso dire che cosa sia, nè vidi mai alcun che di simile» — fu la risposta.
— «Che possa essere una stella scoppiata e caduta?» — chiese un altro.
— «Quando una stella cade la sua luce si spegne.» —
— «Ho capito! — gridò uno. — I pastori han visto un leone e hanno acceso un fuoco per tenerlo lontano dal loro gregge.» —
Gli uomini che stavan dietro a chi aveva parlato così, diedero in un lungo sospiro di sollievo e dissero:
— «Si, dev'essere così. Le greggie pascolavano giù nella valle oggi». —
Un astante tornò a rannuvolare gli animi.
— «No, no; anche se tutte le legne che si trovan nella valle di Giuda fossero riunite in un enorme fascio e venisse loro appiccato il fuoco, la fiamma non darebbe una luce così intensa e così alta.» —
Dopo si fece un silenzio sul tetto della casa, interrotto solo una volta, mentre il mistero continuava a rimaner impenetrato.
— «Fratelli! — esclamò un Ebreo di aspetto venerando: ciò che noi vedemmo era la scala che nostro padre Giacobbe vide in sogno. Benedetto sia il Signore dei nostri Padri!» —
Ad un miglio e mezzo, forse a due miglia al sud-est di Betlemme, v'è una pianura separata dalla città da una lieve salita. Essendo ben riparata dai venti del nord, la valle era ricoperta di siccomori, di quercie nane e di pini, mentre, nelle vallette e nei burroni attigui, v'erano boschi d'olivi e di gelsi; tutto ciò insomma che in tale stagione è prezioso per il sostentamento delle pecore, e delle capre. Dalla parte più lontana della città, vicinissimo ad un promontorio, v'era un altura dettamàràho capanna per le pecore, vecchia di parecchi secoli. In qualche incursione, da lungo dimenticata, l'edificio era stato scoperto e quasi demolito. L'umile recinto rimase tuttavia intatto il che era la cosa piùimportante pei pastori che pascolavan i loro armenti più in là della casa stessa. Il muro di pietra, attorno al recinto era dell'altezza di un uomo, però non così alto da impedire talvolta ad una pantera o ad un leone, affamati dalla solitudine, di saltar dentro arditamente. Nella parte interna del muro, come sicurezza maggiore al pericolo continuo, era stata piantata una siepe, idea assai fortunata perchè ora una rondine non poteva penetrare nei cespugli più alti, muniti com'erano di enormi spine puntute al pari dei chiodi. Il giorno degli avvenimenti, che si compirono nei precedenti capitoli, un certo numero di pastori in cerca di strade nuove pel loro gregge, si dirigevano a questa pianura e sin dal mattino di buon'ora i boschetti avevan echeggiato di chiamate, di colpi di scure e di belati di pecore e di capre, dei tintinnii di campanelli, del mugghiar del bestiame e dell'abbaiar dei cani.
Quando il sole tramontò, essi si diressero verso ilmàràhe verso il cader della notte avevan tutto in salvo nei campi; poi accesero il fuoco più vicino alla porta, fecero una modesta cena e si sedettero a chiacchierare lasciando uno di essi a far la guardia. Ve n'erano sei di codesti uomini, escludendo il guardiano, e, poco dopo, si riunirono in gruppo vicino al fuoco, alcuni sedendosi, altri giacendo bocconi. Siccome, abitualmente, essi andavano a capo scoperto, i loro capelli pendevano a fitte ciocche, ruvidi, bruciati dal sole, sui loro colli. La barba copriva loro le gole e scendeva fluente sul petto; mantelli dalla pelle di capretto e di agnello, con sopra il vello, li coprivano dalla nuca fino alle ginocchia lasciando le braccia scoperte; larghe cinture attillavano il vestito alla vita; i sandali eran della qualità più ordinaria; dalle loro spalle destre pendevano dei sacchetti contenenti viveri e pietre, scelte per servire alle fionde, delle quali eran armati; per terra, vicino a ciascuno, giaceva il proprio arco, come arma di difesa.
Tali erano i pastori della Giudea!
In apparenza ruvidi e selvaggi come i cani magri che sedevano vicino a loro, attorno al fuoco; venendoli però a conoscere erano schietti e di cuore tenero: conseguenza questa dovuta in parte alla vita primitiva che conducevano, ma principalmente al loro pensiero costante delle cose belle e gentili.
Essi si posero a parlare fra loro; ed i loro discorsi non s'aggiravan che sul loro greggie, tema alquanto arido pel mondo, pure un tema che rappresentava tutto il mondo per essi.
I grandi eventi che maturarono le nazioni e cambiarono i padroni del mondo, sarebbero state bagatelle per loro, se per caso essi fossero venuti a conoscerli. Di quello che stava facendo Erode in questa o quella città, costruendo palazzi e ginnasi e seguendo pratiche proibite, giungeva loro notizia di tanto in tanto. Come era uso di quei tempi, Roma non attendeva che le persone si informassero di lei: essa faceva sì che tutti sapessero della sua potenza. Sopra le colline lungo le quali egli conduceva il suo greggie, o nelle corti ov'egli lo ricoverava, non di rado il pastore era sorpreso dal suono di trombe e facendo capolino dalla capanna scorgeva una coorte, qualche volta una legione in marcia; e quando i brillanti pennacchi scomparivano e le truppe eran passate, egli pensava al significato delle aquile, agli elmi dorati dei soldati, e alla bellezza di una vita così diversa dalla sua.
Pure questi uomini, rozzi e semplici com'erano, avevano cognizioni e saggezza tutte proprie.
Al sabato solevano purificarsi, ed andare nelle Sinagoghe, a sedersi sulle panche più lontane dall'arca.
Quando ilhazanportava la Torah in giro, nessuno la baciava con maggior zelo; allorchè lo sheliach leggeva il testo, nessuno ascoltava l'interprete con fede più assoluta; e nessuno riteneva più di lui del discorso del predicatore, o se ne dava pensiero dopo. In un verso del Shema essi trovarono tutte le dottrine e tutta la legge della loro modesta vita; seppero che il loro Signore era un Dio, e che dovevano amarlo con tutta l'anima. Ed essi l'amavano, e tale era la loro saggezza, che sorpassava quelle dei Re.
Mentre chiaccheravano e avanti che la prima veglia fosse finita, uno dopo l'altro, i pastori si addormentarono, ciascuno sdraiato nel posto ove era seduto. La notte, come la maggior parte delle notti d'inverno nei paesi montuosi, era chiara, frizzante, e splendente di stelle. Non v'era vento. L'atmosfera non era mai stata così pura, e la calma regnava silenziosa; era un sacro raccoglimento, pareva che il cielo si chinasse per sussurrare qualche cosa di buono alla terra che ascoltava.
Presso la porta, rannicchiato nel suo mantello, il guardiano passeggiava; a volte si fermava, attratto da un rumore fra il gregge addormentato, o dallo strido di uno sciacallo vagante lontano sui monti. La mezzanotte non giungeva mai; ma finalmente suonò. Il suo compito era terminato; ora incominciava l'ora del sonno col qualeil lavoro benedice i suoi figli affaticati! Egli si mosse verso il fuoco, ma si fermò; attorno a lui splendeva una luce delicata e bianca come quella della luna. Aspettò ansioso. La luce si ingrandì; le cose dapprima invisibili, apparvero; egli vide tutto il campo, e tutto ciò che esso conteneva di messi. Un brivido più acuto di quello dell'aria frizzante — un brivido di timore — lo pervase. Egli guardò in alto; le stelle non c'erano più; la luce si affievoliva languidamente; mentre egli guardava, assunse un color argenteo vivo: allora, terrorizzato, gridò, — «Svegliatevi, svegliatevi!» —
I cani si alzarono ed abbaiando si misero a correre. Il gregge si riunì sbalordito.
Gli uomini balzarono in piedi, con le armi in mano.
— «Cos'è accaduto?» — domandarono ad una voce.
— «Guardate!» — gridò il guardiano, — «il cielo arde!» —
Tutto ad un tratto la luce divenne di uno splendore abbagliante, e essi si coprirono gli occhi, e s'inginocchiarono; poi, mentre le loro anime erano accasciate dal timore, coprendosi il volto, caddero accecati e tramortiti, e sarebbero certamente morti dallo spavento, se una voce non avesse esclamato:
— «Non temete!» —
Essi ascoltarono.
— «Non temete. Porto delle buone nuove che procureranno a tutti una gioia immensa.» —
La voce, d'una dolcezza e d'una serenità più che umana, bassa, e chiara, penetrò in tutto il loro essere, e li rassicurò. Si alzarono sulle ginocchia, e, guardando rispettosamente, videro, nel centro di un globo luminoso, l'apparizione di un uomo, coperto di una veste tutta bianca; sopra le spalle aveva le ali lucenti e spiegate; sulla fronte gli splendeva una stella, di uno splendore incessante, lucente come Espero le sue mani erano rivolte a loro in atto di benedizione; il suo viso era sereno e divinamente bello.
Essi avevano sovente udito parlare, ed avevano loro stessi, nella loro ignoranza, parlato di angeli; ed ora non dubitarono, ma si dissero internamente che la gloria di Dio era a loro vicina, e che questi era colui, che, in antico, era comparso innanzi al profeta, sulle rive dell'Ulai.
Subito l'angelo continuò:
— «Per voi è nato, in questo giorno, nella città di Davide, un Salvatore, ch'è Cristo, il nostro Dio!» —
Ancora vi fu una pausa, mentre le parole si infiggevano nelle loro menti.
— «E questo sia per voi un indizio», — disse poi il messo celeste. — «Voi troverete il bambino, avvolto in fascie, coricato in una greppia.» —
L'angelo non parlò più; le buone nuove erano state date; però rimase lì, per un po'. Ad un tratto la luce, della quale egli era il centro, divenne rosea ed incominciò ad oscillare; poi, più in alto, a una distanza visibile, gli uomini videro uno sfolgorìo di ali bianche, ed un andirivieni di forme radiose, e udirono voci come di una riunione di persone, che cantassero all'unisono.
— «Gloria a Dio nel cielo, e sulla terra pace e benevolenza verso gli uomini.» —
Non una volta ma molte volte ciò fu ripetuto, poi l'araldo, alzò gli occhi; le sue ali si aprirono maestosamente, mostrando la parte superiore bianca come la neve e l'inferiore variopinta come madreperla. Quando furon aperte del tutto egli si librò lentamente, e, senza sforzo, si allontanò cinto dalla luce come da un nembo sfolgorante. Per lungo tempo ancora, dopo ch'egli se n'era andato, dal cielo si udì il ritornello, diventato fioco per la distanza: — «Gloria a Dio in cielo, e in terra pace, e benevolenza verso gli uomini.» —
Allorchè i pastori ritornarono completamente in sè, si fissarono l'un l'altro stupiti, finchè uno di essi disse: — «Era Gabriele, il messo che Dio invia agli uomini.» —
Nessuno rispose.
— «Cristo il Signore, è nato; non disse egli così?» — insistè quegli.
Allora un altro: — «Questo è infatti ciò ch'egli disse.» —
— «E non disse anche che egli nacque nella città di Davide, ch'è la nostra Betlemme, laggiù? E che troveremmo un bambino in fascie?» —
— «E coricato in una greppia.» —
Colui che aveva parlato per primo, contemplò pensosamente il fuoco, poi finalmente disse, come uno cui fosse venuta un'improvvisa risoluzione: — «Non v'è che un sito in Betlemme ove siano greppie e, cioè la caverna vicino al vecchio Khan. Fratelli, andiamo dunque a vedere questo miracolo. I preti ed i dottori hanno, per lungo tempo, cercato Cristo. Adesso egli è nato, ed il Signore ci ha dato un'indizio pel quale noi lo conosceremo. Andiamo ad adorarlo.» —
— «Ma il gregge?» —
— «Il Signore lo proteggerà. Facciamo presto.» —
Allora tutti si alzarono e lasciarono ilmàràh.
················
Discesero il monte ed attraverso la città arrivarono alle porte del Khan, ov'era un uomo che vigilava.
— «Cosa volete?» — egli domandò.
— «Abbiamo visto ed udito delle grandi cose, stanotte,» — essi risposero.
— «Ebbene, noi pure abbiamo visto grandi cose, ma non abbiamo udito nulla. Che cosa avete udito?» —
— «Andiamo nella caverna ch'è nel recinto, onde potercene accertare; là vi diremo tutto.» —
— «Guardate per conto vostro. Perderete il vostro tempo.» —
— «No; Cristo è nato.» —
— «Cristo? Come lo sapete voi?» —
— «Andiamo, se volete, a vedere!» —
L'uomo rise ironicamente.
— «Proprio Cristo? Come farete a conoscerlo?» —
— «Egli nacque questa notte e giace in una greppia, così ci fu detto; e non v'è che un sito in Betlemme con greppie.» —
— «La caverna?» —
— «Sì. Venite con noi.» —
Essi attraversarono la corte senza che alcuno se n'accorgesse, benchè parecchi fossero alzati e parlassero della luce meravigliosa. La porta della caverna era aperta. Una lanterna la rischiarava all'interno, ed essi entrarono senza cerimonie.
— «Pace a voi,» — disse il guardiano a Giuseppe ed all'uomo di Beth-Dagon. — «Qui v'è della gente in cerca di un bambino, nato stanotte, e che dovrà riconoscere col trovarlo in fascie e giacente nella greppia.» —
Il viso del Nazareno ebbe una contrazione improvvisa, ma poi, voltandosi, egli disse:
— «Il bambino è qui.» —
Essi furono condotti davanti ad una delle greppie, dove era il bambino. Fu portata una lanterna, ed i pastori rimasero muti. Il piccolo non si mosse: era come tutti gli altri neonati.
— «Dov'è la madre?» — domandò il guardiano.
Una delle donne prese il bambino, ed andò da Maria, coricata lì vicino, e lo mise nelle sue braccia. Allora gli astanti si riunirono vicino ai due.
— «È Cristo!» — disse un pastore, infine.
— «Cristo!» — tutti ripeterono, inginocchiandosi in attod'adorazione. Uno di essi ripetè, per parecchie volte:
— «È il Signore, e la sua gloria è al di sopra della terra e del cielo.» —
E gli uomini, fiduciosi, baciarono l'orlo della veste di Maria, e, coi visi radianti di gioia, partirono.
Nel Khan, a tutta la gente alzata, che si spingeva fra di loro, essi raccontarono questa storia; per la città, e per tutta la via di ritorno almàràh, essi cantarono il ritornello degli angeli: — «Gloria a Dio in cielo, e in terra pace e benevolenza verso gli uomini!» —
L'eco del fatto andò lontana, confermata dalla luce da tutti veduta; ed il giorno appresso, e per i giorni seguenti, la caverna fu visitata da folla curiosa, della quale alcune persone credettero, mentre, la maggior parte, risero e canzonarono.
L'undicesimo giorno dalla nascita del bambino nella caverna, press'a poco a metà giornata, i tre Re Magi si avvicinarono a Gerusalemme, per la via del Schekem. Dopo aver traversato Brook Cedron, essi incontrarono molte persone, delle quali nessuna mancò di fermarsi e di seguirli curiosamente con lo sguardo.
La Giudea era, per necessità, un passaggio internazionale; essa era un rialzo stretto di terra, formato probabilmente dalla pressione del deserto all'est e dal mare all'ovest; sopra l'altura, pertanto, la natura aveva tracciato la linea di traffico tra l'est ed il sud; in questo consistevano le sue ricchezze.
In altre parole, le ricchezze di Gerusalemme eran costituite dalle tasse che essa metteva sul commercio di transito. In nessun altro posto, per conseguenza, meno che in Roma, v'erano assemblee sì costanti di tante persone di diverse nazioni; in nessun'altra città il forestiero era più famigliare agli abitanti, che nelle sue mura e nei suoi dintorni. Eppure questi tre uomini eccitarono la meraviglia di tutti quelli che incontrarono sulla via che conduce alle porte.
Un bambino, che faceva parte di un gruppo di donne sedute sul margine della strada, di faccia alle Tombe dei Re, e vide arrivare la compagnia, immediatamente cominciò a battere le sue manine, e gridò: — «Guarda, guarda! Che bei campanelli! Che enormi cammelli!» —
I campanelli erano d'argento; i cammelli, come già abbiamo veduto, erano di una bianchezza e di una dimensione rara, e si movevano con dignità singolare; i finimenti rivelavano la traversata fatta del deserto, i lunghi viaggi, ed anche la ricchezza dei padroni, che sedevano sotto ai loro piccoli baldacchini, precisamente come quando si incontrarono al di là del Jebel. Pure non erano nè i campanelli nè i cammelli, nè i loro finimenti, nè il portamento dei cavalieri, che destarono tanto stupore; era la domanda che fece l'uomo che cavalcava pel primo.
L'accesso a Gerusalemme, dal nord, si compie attraverso una pianura che s'abbassa verso il sud, lasciando la porta che conduce a Damasco in una valle o conca. La via è stretta, ma assai frequentata, ed in certi punti alquanto difficile a cagione dei ciottoli sparpagliati qua e là dall'acqua piovana. — Tuttavia, sopra ogni lato, anticamente, si estendevano dei campi ricchi e dei magnifici boschetti d'olivi, che devono esser stati, per la rigogliosa vegetazione, molto ammirati, specialmente dai viaggiatori stanchi della desolazione del deserto.
In questa via i tre uomini si fermarono davanti alla compagnia ch'era di fronte alle Tombe.
— «Buona gente» — disse Balthasar, dando una lisciatina alla sua barba increspata, e piegandosi sulla sella: — «non è vicina Gerusalemme?» —
— «Sì,» — rispose la donna, nelle braccia della quale erasi rifugiato il bambino. — «Se gli alberi, su quell'altura, fossero un po' più bassi, potreste vedere le torri della piazza del mercato.» —
Balthasar lanciò un'occhiata al Greco ed all'Indiano, poi domandò:
— «Dov'è colui che è nato Re degli Ebrei?» — Le donne si guardarono senza rispondere.
— «Non avete udito parlare di lui?» —
— «No.» —
— «Ebbene; dite a tutti che noi abbiamo veduto la sua stella nell'est, e che siamo venuti per adorarlo.» —
Dopo ciò gli amici proseguirono per la loro via. Ad altri essi fecero la medesima domanda, con uguale risultato. Una gran compagnia che incontrarono e che si recava alla grotta di Geremia, fu così stupita dall'inchiesta e dall'aspetto dei viaggiatori, che tornò indietro, e li seguì in città.
I tre uomini eran tanto preoccupati dall'idea della loro missione, che non si accorsero del panorama che ora si offrivainnanzi a loro, in tutta la sua magnificenza: il villaggio che pel primo li ricevette sul Bezetha; Mizpah e Olivet, alla loro sinistra; le mura dietro il villaggio, con le sue quaranta alte e solide torri, costruite in parte come fortificazioni ed in parte per ornamento; le stesse mura elevate, piegantisi a destra, con parecchie svolte, e qua e là una porta che conduceva ai tre bianchi e grandi edifizi, Fasel, Marianna, e Ippico; Sion, la più alta delle colline, coronata di palazzi di marmo, e mai sì bella; i terrazzi rilucenti del tempio sul Moriah, riconosciuti come una delle meraviglie del mondo; le montagne regali che accerchiavano la città sacra, la quale sembrava costruita nel fondo di un'immenso bacino.
Essi arrivarono, alfine, ad una torre di grande altezza che dominava la porta, la quale, a quel tempo, corrispondeva alla presente Porta di Damasco, e segnava l'incontro delle tre vie da Sheckem, Serico, e Gibeon. Una guardia romana custodiva il passaggio.
Intanto, le persone che seguivano i cammelli, formavano una carovana, sufficiente per attirare gli oziosi sulla porta; cosicchè, quando Balthasar si fermò per parlare alla sentinella, i tre uomini divennero il centro di un circolo, ansioso di sapere tutto ciò che era accaduto.
— «A voi sia pace», — disse l'Egiziano, con voce chiara.
La sentinella non rispose.
— «Noi siamo venuti da lontano in cerca di uno ch'è nato Re degli Ebrei. Potete dirci dove egli sia?» —
Il soldato rialzò la visiera del suo elmo, e chiamò forte. Alla destra del passaggio, apparve un ufficiale.
— «Lasciate passare», — egli gridò, alla folla che ora si era accostata ancor più; e, siccome sembrava restia ad obbedire, si avanzò, facendo girare rapidamente la sua lancia, ora a destra, ora a sinistra, e così fece del largo.
— «Che cosa vorreste?» — domandò a Balthasar, parlando nella lingua della città.
E Balthasar rispose nella medesima lingua:
— «Dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» —
— «Erode?» — domandò l'ufficiale, confuso. — «Il regno di Erode è di Cesare; non di Erode. Non v'è altro Re degli Ebrei.» —
— «Ma noi abbiamo visto la sua stella, e siamo venuti per adorarlo.» —
Il Romano rimase perplesso.
— «Proseguite», — egli disse, finalmente. — «Proseguite il vostro cammino. Io non sono un Ebreo. Portate la questionedavanti ai dottori, nel tempio od a Hannas, il sacerdote, oppure, e ciò sarà meglio ancora, a Erode stesso. Se v'è un'altro Re degli Ebrei egli lo saprà trovare.» —
Ciò detto, fece largo agli stranieri, onde passassero oltre la porta.
Ma prima di entrare nella via angusta, Balthasar indugiò e trattenne gli amici dicendo: — «Ci siamo sufficientemente annunziati. A mezzanotte tutta la città avrà udito parlare di noi e della nostra missione. Adesso andiamo al Khan». —
Quella sera, prima del tramonto, alcune donne lavavano della biancheria, sull'ultimo gradino della scalinata che conduceva allo stagno di Siloam. Ognuna di esse era inginocchiata davanti ad un gran vaso di terra. Una ragazzina ai piedi della scala, forniva loro, dell'acqua, e riempiva l'anfore mentre cantava. La canzone era allegra, e, senza dubbio, allietava il loro lavoro. Di tanto in tanto esse si alzavano sulla punta dei piedi e guardavano su per l'altura di Ophel, ed attorno alla cima di quel che ora è il monte dell'Offesa, allora debolmente rischiarato dal sole morente. Mentre esse affaticavano le mani, strofinando e torcendo la biancheria nei bacini, due altre donne vennero a loro, ognuna con un'anfora vuota sulle spalle.
— «La pace sia con voi» — disse una delle nuove venute.
Le lavandaie tralasciarono il lavoro e si alzarono, asciugandosi le mani, e scambiando il saluto.
— «È quasi notte. — È ora di tralasciare.» —
— «Non v'è fine al lavoro,» — fu la risposta.
— «Ma v'è un'ora per riposare, e....» —
— «Per sentire ciò che vi può esser di nuovo» — suggerì un'altra.
— «Che novità avete?» —
— «Come? non avete sentito nulla?» —
— «No.» —
— «Dicono che sia nato Cristo,» — disse l'altra principiando a raccontare.
Era curioso il vedere i visi delle lavandaie illuminarsi per l'interesse; le anfore, in un attimo, furono tramutate in sedili per le proprietarie che sedettero in giro e si fecero attente.
— «Cristo?» interruppero le ascoltatrici curiose.
— «Così dicono». —
— «Chi lo dice?» —
— «Tutti; è una voce comune». —
— «V'è almeno chi lo creda?» —
— «Ieri tre uomini attraversarono Cedron sulla via di Sheckem» — rispose l'oratrice cercando di dissipare l'incertezza. — «Ognuno di essi guidava un cammello d'un bianco candido e più grande di alcun altro mai visto in Gerusalemme». —
Gli occhi e le bocche delle donne si spalancarono.
Per provare com'erano grandi e ricchi gli uomini la narratrice continuò: — «Essi sedevano sotto a tende di seta, le fibbie delle loro selle erano d'oro, come la frangia delle loro briglie; i campanelli erano d'argento, e sembravano produrre col loro suono una vera armonia. Nessuno li conosceva. Uno di essi parlò e rivolse a tutti quelli che si trovavano sulla strada, anche alle donne ed ai fanciulli, questa domanda: — «dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» — Nessuno rispose, nessuno capì quello che volevano dire; così essi passarono oltre dicendo questa frase: — «Noi abbiamo visto la sua stella a levante, e siamo venuti ad adorarlo.» — Lasciarono la questione da decidere al Romano ch'era alla porta; e questi, certo sapiente non più dei semplici viandanti, la lasciò chiarire ad Erode.» —
— «Dove sono essi adesso?» —
— «Al Khan. Centinaia di persone sono già state a vederli e ve ne vanno ancora a centinaia.» —
— «Chi sono?» —
— «Nessuno lo sa. Si dice che siano Persiani, uomini sapienti i quali parlano colle stelle. — Profeti forse come Elia e Geremia.» —
— «Che cosa vogliono dire, dicendo Re degli Ebrei?» —
— «Intendono Cristo, e dicono ch'egli sia appena nato.» —
Una delle donne sorrise e riprese il suo lavoro dicendo:
— «Bene, dopo che l'avrò visto ci crederò.» —
Un'altra seguì il suo esempio: — «Bene, quando io lo vedrò far risuscitare un morto ci crederò,» —
Una terza disse calmamente: — «Egli è stato annunciato da molto tempo. Mi basterà vedergli risanare un lebbroso.» —
Esse si fermarono a discorrere finchè calò la notte, e, favorite dall'aria frizzante, si diressero verso casa.
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A sera avanzata, sul principio della prima veglia, ebbe luogo nel palazzo del monte Sion un'assemblea di forse cinquanta persone, le quali non si riunivano mai se non per ordine d'Erode, e solo quando egli chiedeva di conoscere qualcheduno dei misteri più profondi della legge e della storia ebraica. Era insomma un'assemblea composta dei maestri dei collegi sacri, dei principali sacerdoti e dei dottori più conosciuti per fama nella città, dei capi dei differenti partiti, dei commentatori delle differenti credenze, principi dei Sadduce, oratori farisei, calmi e posati filosofi del Socialismo degli Esseni.
La camera dove si teneva l'adunanza apparteneva ad una delle corti interne del palazzo. Essa era abbastanza vasta e di stile romano. Il terreno era pavimentato in marmo; le pareti, senza finestre, erano dipinte a quadri color giallo zafferano; un divano ricoperto di cuscini gialli, formato in guisa da formare la lettera U, coll'insenatura rivolta alla porta, occupava il centro della camera. Nell'arco del divano, o per meglio dire nella curva della lettera, si trovava un immenso tripode d'oro, curiosamente intarsiato d'oro e d'argento. Appeso a metà del soffitto, con sette braccia, ognuna delle quali portava una lampada accesa, v'era un gran lampadario trattenuto da una corda. Tanto il divano come la lampada erano di stile ebraico puro. La comitiva dai costumi uniformi, eccettuato nei colori, si accomodò sul divano secondo l'uso Orientale. Era composta in gran parte di uomini d'età avanzata; i loro visi erano coperti da folte barbe; avevano nasi larghi e grandi occhi neri, ombreggiati da folte ciglia; il loro portamento era grave, dignitoso, quasi patriarcale. In breve questa era l'adunanza del Sinedrio.
Quegli che sedeva davanti al tripode, nel posto che si può chiamare il centro del divano, avendo tanto a destra che a sinistra i suoi colleghi, evidentemente era il presidente dell'adunanza, e avrebbe subito attirata l'attenzione dello spettatore. Egli era di una complessione gigantesca, ma ridotto ad una magrezza spaventosa; dalla veste bianca, che gli scendeva dalle spalle formando profonde pieghe, non si scorgevano indizi di carne: non si vedeva null'altro che un orribile ed angoloso scheletro. Le sue mani, mezzo nascoste dalle maniche di seta rigata in bianco e rosso, erano appoggiate sulle ginocchia.
Mentre parlava alzava di quando in quando, tremando, il pollice della mano destra e sembrava incapace d'altri movimenti. La sua testa era calva e lucida; pochi capelli, d'un bianco argenteo, gli circondavano la nuca; le sue tempia erano profondamente incavate; profonde rughe gli solcavano la fronte sporgente; gli occhi avevano lo sguardo velato e smarrito; il naso era affilato; la parte inferiore del volto era coperta da una barba fluente e bianca come quella d'Aronne. Tale era Hillele il Babilone! Alla stirpe dei profeti, da lungo tempo estinti in Israele, succedettero molti dottori fra i quali egli primeggiava per saggezza, e assomigliava ad un profeta in tutto, meno che nella sua ispirazione divina. All'età di centosei anni, egli era ancora il Rabbino maggiore del Grande Collegio.
Sulla tavola davanti a lui era disteso un rotolo di pergamena, vergata in caratteri ebraici, e ritto, dietro a lui, stava un paggio riccamente vestito.
Una discussione aveva avuto luogo, ed ora ch'era finita, ciascuno stava in attitudine di riposo. Il venerando Hillele, senza muoversi, chiamò il paggio:
— «Vien qui.» —
Il giovane s'avanzò rispettosamente.
— «Va e di' al Re che siamo pronti a dargli una risposta.» —
Il ragazzo ubbidì.
Poco dopo entrarono due ufficiali, e si fermarono ritti uno a ciascun lato della porta. Li seguiva lentamente un personaggio strano: un vecchio avvolto in un abito di porpora, orlato di scarlatto, stretto alla vita da una fascia d'oro, sottile e pieghevole come pelle; le fibbie delle sue scarpe luccicavano di pietre preziose, una stretta corona di filigrana splendeva da unatarbooshedella più soffice felpa cremisi, che, avvolgendogli la testa, gli scendeva sulle spalle e sulla nuca, lasciando scoperti la gola ed il collo. Un pugnale pendeva al suo fianco. Camminava con passo titubante appoggiandosi con tutto il suo peso ad un bastone. Raggiunto il divano si fermò ed alzò gli occhi da terra: accorgendosi solo allora della compagnia, vivamente eccitato dalla presenza d'essa, si alzò volgendo lo sguardo altero, tetro, sospettoso e minaccioso, come di persona spaventata ed in cerca d'un nemico.
Tale era Erode il Grande, una persona avvilita dalle orribili malattie, una coscienza macchiata di delitti, una mente intelligentissima, un'anima gemella a quella di Cesare:aveva sessantatre anni, ma custodiva con gelosa vigilanza il suo trono, spadroneggiando con potenza assoluta e inesorabile crudeltà.
Vi fu un'agitazione generale nell'assemblea; i più vecchi si inchinavano riverenti, i più nobili si alzavano, o s'inginocchiavano colle braccia sul petto.