CAPITOLO V.

— «Potrebbe essere necessario per difendere il Nazareno» — rispose Ben Hur, celando in parte la verità.

— «Ha egli nemici? e chi son dessi?» —

— «Ahimè! madre, essi non son tutti Romani.» —

— «Non è egli figlio di Israele e pertanto un uomo di pace?» —

— «Nessun altro amò mai la pace più di lui, ma agli occhi dei rabbini e dei dottori egli è colpevole d'un gran delitto.» —

— «Qual delitto?» —

— «Ai suoi occhi il Gentile non circonciso è meritevole della grazia divina non meno d'un Ebreo dei più rigidi costumi. Egli predica una nuova legge.» —

Tacque la madre, e la comitiva si raggruppò all'ombra dell'albero i cui rami sovrastavano alla roccia. Frenando l'impazienza d'accogliere nella casa paterna i suoi cari e di udirvi il racconto della loro vita, Ben Hur spiegò loro la necessità assoluta di conformarsi alle disposizioni di legge regolanti il loro caso, e concluse col chiamare l'arabo per ordinargli di precederlo coi cavalli fin presso la Porta di Bethesda: poi tutti assieme si avviarono al Monte dell'Offesa. Si comprende come in ben diverse condizioni si compisse il ritorno. Camminando rapidamente, con passo leggiero e la letizia in cuore, arrivarono in breve ad un sepolcro eretto in vicinanza a quello d'Assalonne e dominante la vallata di Cedron. Constatato ch'esso non era occupato da alcuno, le donne ne presero possesso, e Ben Hur le lasciò per prendere sollecitamente le disposizioni richieste dalla loro nuova condizione.

Ben Hur piantò due tende nella valle superiore di Cedron a pochi passi dalla tomba dei Re, le ammobigliò in fretta e furia e vi condusse la madre e la sorella perchè vi soggiornassero in attesa del certificato di libera circolazione che darebbe loro il sacerdote ispettore.

Nel cedere all'impulso del proprio cuore, e nel compiere il proprio dovere di figlio, il giovane si era messo nell'impossibilità di partecipare alle cerimonie della grande festa imminente, o anche solamente di por piede in una delle corti del Tempio, restrizione che gli tornò assai gradita poichè gli permise di dedicarsi intieramente all'adorata famiglia.

Racconti di vicende come le loro, di tristi esperienze attraverso il corso di diversi anni, di patimenti fisici e di più acuti dolori morali, sogliono necessariamente occupare molto tempo, anche perchè gli incidenti di rado si seguono in ben ordinata connessione. — Ben Hur ascoltò la narrazione delle due donne dissimulando sotto la calma apparente i sentimenti che essa gli suscitava nel petto, — sentimenti d'ira e di vendetta, che aumentavano d'intensità di mano in mano che s'accumulavano le raccapriccianti rivelazioni. Pazze idee gli attraversavano il cervello, ed ancorpiù pazzi proponimenti si svolgevano in lui, come per esempio quello di far insorgere la Galilea, e già la contemplazione d'un eccidio generale degli aborriti oppressori lo riempiva di gioia selvaggia; buon per lui che la ragione, frenando quegli impeti passionali, non tardò a riprendere il sopravvento ed a fargli presente l'inanità d'ogni tentativo che non fosse il risultato d'un'azione concorde di tutto Israele; dopo di che i suoi pensieri e le sue speranze fecero ritorno al punto di partenza cioè al Nazareno ed ai suoi propositi. — Vi fu un momento in cui la sua riscaldata fantasia lo spinse ad improvvisare la seguente invocazione in bocca dell'uomo misterioso: — «Ascoltami o Israele! io son colui, promesso dal Signore, nato Re dei Giudei, che viene a iniziare l'impero di cui parlavano i profeti. Sorgi ora, e conquista il mondo!» —

Ah, se il Nazareno pronunciasse quelle parole, che tumulto scoppierebbe! quante bocche le ripeterebbero esultando in ogni paese, facendo sorgere sterminati eserciti! Ma le avrebbe egli pronunciate?

Nelle sua impazienza d'incominciar l'opera, Ben Hur attinse la risposta a moventi mondani, perdendo di vista la duplice natura dell'uomo, e pertanto anche l'ipotesi che il divino in lui superasse l'umano. Nel miracolo di cui Tirzah e sua madre erano stato gli oggetti, egli scorgeva solo una facoltà ampiamente sufficiente a piantare la corona Ebraica sulle rovine d'Italia; più che sufficiente a ricostituire la società ed a riunire l'umanità in una grande famiglia purificata e felice: e quando quell'opera fosse compiuta, chi potrebbe asserire che la pace, solo allora possibile, non fosse degna missione d'un figliuolo di Dio? Chi potrebbe allora negare la redenzione dovuta a Cristo? E facendo pure astrazione d'ogni considerazione d'ordine politico, qual messe di gloria non raccoglierebbe egli come uomo? No, nessun mortale avrebbe la forza di rinunciare ad un simile avvenire.

Intanto giù nella valle di Cedron e verso Bezetha, particolarmente lungo la strada che conduceva alla Porta di Damasco, andavano sorgendo tende, capanne e baracche d'ogni genere per uso dei pellegrini accorsi a celebrare la Pasqua. Ben Hur s'intrattenne con molti di quegli stranieri, ed ogni qualvolta ritornava alle loro tende si meravigliava del loro numero straordinario, sempre crescente. Quando poi scoperse che ogni parte del mondo, dall'India al settentrione dell'Europa, era fra loro rappresentata, equando constatò che, sebbene tutta quella gente non conoscesse una sillaba d'Ebraico, era colà convenuta con lo stesso scopo, cioè per la celebrazione della festa, un'idea quasi superstiziosa lo penetrò. Non potrebbe egli dopotutto aver frainteso il Nazareno? Non potrebbe darsi che colui coll'attendere pazientemente avesse abilmente dissimulato una tacita preparazione al compimento della grand'opera? — Ed infatti com'era di gran lunga più propizia quest'occasione, che non quella in cui i Galilei presso Gennezaret avevano voluto a viva forza incoronarlo! Colà il suffragio si limitava a poche migliaja, qui al suo appello risponderebbero milioni di voci. Continuando in quest'ordine di idee e passando da induzione ad induzione, Ben Hur esultò, pensando alla gloriosa prospettiva che si schiudeva ai suoi occhi, nel tempo istesso che s'accrebbe in lui la ammirazione per quell'uomo saturnino, che, sotto il manto d'infinita dolcezza e di meravigliosa abnegazione nascondeva l'accortezza d'un uomo di stato ed il genio d'un capitano.

Di tempo in tempo, uomini dal volto abbronzato ed ombreggiato da folta barba, venivano in cerca di lui, e lo trattenevano in secreti colloquii; alle domande della madre, egli rispondeva semplicemente: — «Sono amici miei di Galilea.» — Per loro mezzo egli era tenuto a giorno delle mosse del Nazareno e delle insidie dei suoi nemici Rabbini e Romani. Sapeva che la vita di quell'uomo straordinario correva pericolo, ma si rifiutava di credere che ci fosse alcuno abbastanza temerario per assalirlo proprio nel momento della sua massima popolarità, e si confortava pensando alla sicurezza che presentava il numero enorme dei suoi ammiratori. In cuor suo Ben Hur faceva sopratutto assegnamento sul potere miracoloso di Cristo, mentre non gli passò neppure pel capo l'idea che chi esercitava un tal potere pel bene altrui non l'avrebbe forse voluto esercitare in propria difesa.

Giova tener presente che questi incidenti avevano luogo fra il ventesimo giorno di Marzo, secondo il nostro calendario, ed il giorno venticinquesimo. Alla sera di quest'ultimo giorno, Ben Hur, non potendo più oltre frenare la propria impazienza, montò a cavallo e partì per la città promettendo di ritornare la stessa notte.

Il cavallo galoppò di buona lena. Le strade, i ridenti vigneti che le fiancheggiavano erano silenziosi, le case deserte, e spenti i fuochi presso le tende; perchè alla vigilia di Pasqua tutti si recavano in città, affollando le corti delTempio, ove si sgozzavano gli agnelli. Il cavaliere entrò dalla porta settentrionale e penetrò in Gerusalemme, festosamente illuminata in onore del Signore.

Ben Hur scese alla porta del Khan, o albergo, dal quale, più di trent'anni prima, erano partiti i tre saggi per recarsi a Betlemme.

Lasciò il cavallo in consegna ai suoi servi arabi, ed in breve arrivò alla casa paterna, ove si diresse al gran salotto. Chiamò Malluch, ma questi era assente; mandò allora un saluto ai suoi amici, il negoziante e l'Egiziano, ma anche questi si erano fatti trasportar fuori per assistere alla celebrazione; l'Egiziano, gli fu detto, era in uno stato di grande debolezza e sembrava molto accasciato.

Il messo ch'egli aveva incaricato di chiedere notizie di Balthasar, s'era rivolto alla figlia, la quale veniva così informata dell'arrivo del padrone, ciò che probabilmente Ben Hur aveva voluto. Essa non tardò a comparire, leggiera come una silfide nei bianchi veli che le svolazzavano attorno avvolgendo nelle loro pieghe la sua bella persona di Dea. Se dobbiamo dire la verità, durante l'agitazione suscitata dai recenti avvenimenti, Ben Hur non aveva pensato che di sfuggita all'Egiziana, ma ora, al suo apparire, in tutto lo splendore della sua bellezza, irresistibilmente affascinato, fece per precipitarsi verso di lei colle braccia amorosamente tese; senonchè, fatto appena un passo, s'arrestò come se uno spettro gli si fosse rizzato sul cammino e guardò attonito la ragazza.

Fino a quel giorno, costei aveva messo in opera tutte le arti della più raffinata civetteria per ammaliarlo: — ogni suo sguardo era stato una confessione d'amore, confermato da ogni suo atto. Le sue parole blandivano dolcemente le orecchie del giovane, e gli risuonavano continuamente nel cuore durante le lunghe ore d'assenza. Per lui la seducente creatura pudicamente abbassava gli occhi come per celarne le fiamme, per lui erano i versi d'amore ch'essa aveva imparato dai menestrelli d'Alessandria e che sapeva recitare con irresistibile grazia; per lui le esclamazioni affettuose, i sorrisi, le suggestive strette di mano, i baci, lecanzoni del Nilo, e gli studiati lenocinii dell'abbigliamento. L'idea, antica come i più antichi popoli, che la bellezza è il guiderdone degli eroi, non vestì mai forme così regali come quelle che si erano a lui rivelate.

Tale era stata l'Egiziana per Ben Hur dopo la notte della gita in battello sul lago presso l'Orto delle Palme. Ed ora?

Abbiamo già in altra parte di questo volume accennato alla duplice natura umana in rapporto ad un argomento sacro; qui è il caso di parlarne ancora, ma in senso ben diverso. Vi sono poche persone la cui indole non presenti due faccie, una natura genuina, spontanea, l'altra artificiale e finta, il risultato dell'educazione e delle circostanze, un intonaco di orpello che spesso finisce col diventare parte integrale dell'individuo, non meno della prima.

Lasciando ai pensatori la cura d'approfondire questo tema, diremo che in questo momento la vera natura dell'Egiziana si manifestò nel modo più schietto e più completo.

Le sarebbe stato impossibile di ricevere una persona estranea con più marcata ripugnanza. Eccezione fatta d'una leggiera inclinazione della sua testolina, di una insolita tensione delle nari e d'una maggiore incurvatura del sensuale labbro superiore, essa presentava l'impassibilità di una statua. Dopo una breve pausa incominciò freddamente: — «La tua venuta è opportuna, figlio di Hur. Desidero ringraziarti della tua ospitalità, poichè dopo la giornata di domani non avrò forse più occasione di approfittarne.» —

Ben Hur si chinò leggermente, senza rimuovere lo sguardo da lei.

Essa continuò;

— «Mi sovviene d'un costume in voga presso i giuocatori di dadi; quando il giuoco è finito, essi consultano le loro tavolette e tirano le somme; poi libano in onore degli Dei, e pongono una corona sul capo del fortunato vincitore. Anche noi abbiamo giuocata la nostra partita che ha durato diversi giorni e diverse notti: ora ch'essa è finita dobbiamo vedere a chi spetta la corona?» —

Sempre cogli occhi fissi su di lei, Ben Hur rispose in tono d'indifferenza — «Un uomo non può combattere contro una donna risoluta a fare la propria volontà.» —

— «Dimmi,» — proseguì essa inclinando maggiormente il capo e sogghignando, — «dimmi o principe di Gerusalemme, ov'è quel figlio d'un falegname di Nazareth e nonmeno figliuolo di Dio, del quale tante grandi cose erano attese in questi ultimi tempi?» —

Egli fece un gesto impaziente, e rispose: — «Sono forse il suo custode?» —

La bella testa si chinò ancor più.

— «Ha egli distrutto Roma?» —

Ben Hur stizzito ripetè lo stesso gesto della mano.

— «Ove ha egli stabilita la sede della sua capitale?» — continuò la donna, — «È permesso vedere il suo trono e i suoi leoni di bronzo? ov'è il suo palazzo? Diamine! chi può far sorgere i morti deve poter costruire palazzi dorati!» —

Non era più ammissibile ch'essa volesse scherzare; le sue domande erano irritanti ed il suo contegno aggressivo. Ben Hur fu posto subito sull'avviso e disse con apparente bonarietà:

— «Oh, Egitto, aspettiamo un giorno ancora, anche una settimana, e vedremo lui, i leoni ed il palazzo!» —

Essa proseguì senza badare al significato di quelle parole:

— «E perchè presentasi vestito così? Non son quelle le vesti dei governatori o dei vicerè delle Indie o d'altri paesi. Mi ricordo d'aver veduto una volta il satrapo di Teheran, con un turbante di seta, un mantello di tessuto d'oro, con una spada dall'impugnatura e dalla guaina talmente tempestate di pietre preziose, che n'ebbi un capogiro. Credetti proprio che Osiride gli avesse prestato un raggio del suo sole. — Stupisco assai che tu non sia ancora entrato in possesso del tuo regno, di quel regno ch'io doveva dividere teco.» —

— «La figlia del saggio mio ospite è, senza volerlo, ben gentile con me, poichè m'insegna ch'Iside può baciare un cuore senza renderlo migliore.» — Ben Hur pronunciò queste parole con fredda cortesia. Iras, trastullandosi con un brillante che le pendeva dalla collana, tacque un'istante, poi riprese. — «Per un Ebreo, il figlio di Hur non manca di spirito. Ho assistito all'entrata in Gerusalemme del tuo Cesare sognatore, di colui che, a tuo dire, doveva proclamarsi Re dei Giudei sopra i gradini del Tempio. Vidi la processione che l'accompagnava e ne udii i canti; che bell'effetto facevano quelle palme agitate! Vi cercai invano una figura dall'aspetto regale, un cavaliere porporato, un cocchio d'abbagliante metallo, un maestoso guerriero dietro allo scintillante scudo, gareggiante in altezza colla propria lancia. Sarebbe stato pur bello vedervi un principedi Gerusalemme con una coorte delle legioni di Galilea!» —

Accompagnò le parole con un provocante sguardo di disprezzo, poi diede in uno scroscio di risa come se l'immagine da lei evocata fosse ancor più ridicola che spregevole.

— «Anzichè un Sesostri ritornante in trionfo o un Cesare incoronato, e con la spada al fianco, ah, ah, ah, vidi un'uomo dal volto muliebre e lagrimoso, montato su di un somaro! Il Re! il Figlio di Dio! il Redentore del mondo! ah, ah, ah!» —

Suo malgrado Ben Hur sussultò.

— «Non lasciai il mio posto, no, oh principe di Gerusalemme,» — proseguì essa, senza dargli il tempo d'interromperla, — «no, non risi, ma dissi a me stessa: Aspettiamo: nel Tempio egli si abbiglierà come s'addice ad un eroe sul punto di prendere possesso del Mondo. Lo vidi oltrepassare la Porta di Shushan e la Corte delle Donne. Lo vidi arrestarsi davanti la Porta Magnifica. Il popolo assiepava il porticato e i cortili; si affollava nei chiostri e sui gradini dei tre lati del Tempio, e tutti trattenevano il respiro in attesa della proclamazione. Qual silenzio solenne! ah, ah, ah, nella mia fantasia mi pareva già di udire lo scricchiolìo del crollante edificio Romano; ah, ah, ah! O principe, il tuo Re del mondo si avvolse nella sua veste e se n'andò per la porta più lontana, senza neppure profferire una parola e... l'impero Romano è ancora in piedi!» —

In pietoso omaggio ad una speranza, che in quel momento si spense del tutto e di cui egli aveva ansiosamente seguito col cuore i fuggenti barlumi, Ben Hur abbassò lo sguardo.

Nè gli argomenti di Balthasar, nè i miracoli compiuti in sua presenza avevano mai sortito l'effetto di porre così spiccatamente in rilievo la contestata natura del Nazareno. Dopo tutto, il miglior modo per arrivare alla percezione di ciò che è divino, è lo studio di ciò che è umano. Nelle cose che trascendono l'intelligenza umana possiamo sempre riprometterci di trovar Dio. Così, nella descrizione fatta dall'Egiziana della scena in cui il Nazareno volse le spalle alla Porta Magnifica, l'azione principale rimaneva affatto inesplicabile se la si considerava da un punto di vista puramente umano. Come parabola rivolta ad un popolo amante di parabole, quell'atto insegnava ciò che Cristoaveva così spesso affermato, e cioè che la sua missione non era politica. Questi pensieri attraversarono con la rapidità di un baleno la mente di Ben Hur, ma allo stesso tempo si radicarono fermamente nel suo cuore. Gli sembrò di vedere l'uomo dal volto dai capelli femminei farsi vicino a lui, piangendo, — abbastanza vicino per lasciare una traccia del suo spirito dietro di sè.

— «Figlia di Balthasar,» — egli disse con dignità. — «Se questo è il giuoco di cui tu parlavi, prendi pure la corona, — essa è tua. Ma bastino le vane ciancie, e veniamo ad una conclusione. Che tu hai uno scopo, sono certo: esponilo, ed a questo io darò risposta; poi lasciamoci, e ciascuno vada per la sua strada. Parla: io ti ascolto.» —

Essa lo fissò con occhio intento, forse misurando la forza della sua volontà, poi disse, freddamente:

— «Tu hai il mio permesso — va.» —

— «La pace sia con te» — egli rispose.

Quando stava per passare sotto alla portiera, essa lo richiamò.

— «Una parola!» —

Egli si arrestò dov'era e la guardò.

— «Hai riflettuto a ciò ch'io so sul conto tuo?» —

— «O bellissima Egiziana» — egli disse, ritornando indietro, — «che cosa sai mai degli affari miei?» —

Essa lo guardò distrattamente.

— «Tu sei più Romano, o figlio di Hur, che tutti i tuoi connazionali.» —

— «Sono così diverso dagli altri Ebrei?» — egli chiese con indifferenza.

— «I semi de'i sono tutti Romani ora» — essa riprese.

— «Mi dirai dunque che altro hai appreso sul conto mio?» —

— «Questa tua somiglianza non è senza effetto sopra di me, e potrebbe indurmi a salvarti.» —

— «Salvarmi?» —

Le rosee dita giuocherellavano distrattamente coi ciondoli scintillanti della sua collana, e la sua voce era molto dolce e carezzevole; solo il leggero battere del suo sandalo sopra il pavimento, lo ammoniva di stare in guardia.

— «C'era una volta un Ebreo, un forzato sfuggito alle galere, che uccise un gladiatore nel Palazzo di Idernee,» — essa cominciò lentamente.

Ben Hur trasalì.

— «Questo medesimo Ebreo uccise un soldato Romano sulla piazza del Mercato, qui in Gerusalemme; questo stesso Ebreo possiede tre legioni di Galilei pronte ad arrestare il Governatore Romano questa notte: questo stesso Ebreo ha stretto alleanza con varî principi per una sollevazione generale contro Roma; uno dei suoi alleati è lo sceicco Ilderim.» —

Avvicinandosi a lui, essa gli sibilò nell'orecchio;

— «Tu hai vissuto in Roma. Supponiamo che queste cose vengano ripetute ad alcune persone di nostra conoscenza... Ah — tu cambi colore?» —

Egli si ritrasse da lei, con l'espressione che possiamo immaginare sul volto di un uomo, che credendo di scherzare con un gattino, si trova improvvisamente d'aver fra le mani una tigre. Essa continuò:

— «Tu sei stato nell'anticamera imperiale, e conosci il ministro Seiano. Supponiamo che, con le prove alla mano — o anche senza le prove — gli si dica che questo Ebreo è l'uomo più ricco d'Oriente — anzi di tutto l'impero. I pesci del Tevere mangerebbero di grasso quel giorno, non è vero? E mentr'essi banchettano, o figlio di Hur, — ah, quale splendore regnerebbe negli spettacoli del Circo! Divertire il popolo Romano è un'arte difficile, procurarsi il denaro per divertirlo è un'arte ancora più raffinata; e quale artista ha mai eguagliato Seiano?» —

La commozione di Ben Hur al cospetto della profonda abbiezione che queste parole rivelavano, non era tale da oscurargli la memoria. La scena della sorgente, sulla strada verso il Giordano, gli riapparve davanti agli occhi; ed egli si rammentò il sospetto che gli era venuto intorno alla fedeltà di Ester. Con la medesima convinzione, e forzandosi di parer calmo rispose:

— «Per farti piacere, o figlia d'Egitto, io riconosco la tua abilità, e devo confessare che io sono interamente nelle tue mani. Potrei ucciderti, è vero, ma sei una donna. Ma non dimenticarti che il deserto è pronto ad accogliermi; e quantunque Roma sia assai destra nella caccia all'uomo, dovrebbe seguirmi a lungo prima di prendermi, perchè in quelle steppe vi sono selve di lancie e boschi di rovi, e la sabbia è clemente al Parto invitto. Nelle maglie della tua rete, zimbello e gonzo delle tue arti, un diritto mi rimane tutt'ora: Chi ti riferì tutto ciò che sai di me? Nella fuga e nella cattività, nell'ora della morte persino, mi sarà di consolazione pensare che ho lasciato al traditore lamaledizione di un uomo che ha vissuto una vita di tossico e di fiele. Chi mi ha tradito?» —

Fu arte, fu espressione sincera, il volto dell'Egiziana si atteggiò a commiserazione.

— «Vi sono al mio paese, o figlio di Hur,» — essa disse — «operai che fanno dei quadri raccogliendo le conchiglie variopinte sparse qua e là sulla spiaggia dopo una tempesta, sminuzzandole, e ordinando le schegge sopra tavolette di marmo. Vedi tu quale insegnamento contiene quest'arte per coloro che vanno in cerca di segreti? Ti basti sapere ch'io raccolsi un cumulo di piccole circostanze ora da una persona ora da un'altra, e che, con un pochino di perseveranza riuscii a connetterle ed a coordinarle, esultando della riuscita come solo può esultare una donna che viene ad avere nelle proprie mani la fortuna e la vita di un uomo...» — qui s'arrestò e si volse dall'altra parte, come per celargli un subitaneo accesso d'emozione, poscia affettando uno sforzo di penosa risoluzione, completò la sua frase — «un uomo di cui essa non sa che cosa vuol fare.» —

— «No, questo non basta,» — replicò Ben Hur, insensibile a quella manovra, — «non basta. Devi decidere subito ciò che vuoi fare di me. Potrei morire domani.» —

— «Verissimo,» — fece ella vivamente e con enfasi, — «dunque ti dirò che qualche cosa appresi dallo sceicco Ilderim una notte ch'egli giaceva presso mio padre nel deserto. Era una notte tranquilla e io poteva udire attraverso la tenda ogni parola mentre ascoltavo i garriti degli uccelli, il ronzio degli scarafaggi e il sussurro del vento.» — Sorrise, come compiacendosi della poetica improvvisazione, poi continuò — «Altre piccole cose, semplici particolari da incastrare nel quadro, mi vennero da...» —

— «Da chi?» —

— «Dallo stesso figlio di Hur.» —

— «E da nessun'altra fonte?» —

— «No.» —

Hur trasse un sospiro di sollievo; lasciò cadere in tono d'indifferenza un — «grazie,» — poi disse tranquillamente:

— «Non è bene far attendere Sejano. Il deserto è più pietoso. Di nuovo dico: O Egitto, pace!» —

Fino a quel momento egli era rimasto a capo scoperto, ma ora prese il fazzoletto che gli pendeva dal braccio, ed avvolgendosi il capo, fece per partire. Essa io trattennecon un gesto rapido, e nella sua impazienza tese una mano verso di lui.

— «Fermati,» — gridò.

Egli si volse, senza toccarle la bella mano scintillante di gioielli, e non gli fu difficile comprendere che il colpo di scena tenuto finora in riserva stava per iscoppiare.

— «Fermati, e non diffidare di me, oh figlio di Hur quando ti dichiaro di sapere la tua relazione col nobile Arrio. E per tutti gli Dei dell'Egitto, giuro ch'io fremo pensando a te, così avvenente e generoso, in potere di un ministro spietato. Tu hai passato parte della tua gioventù negli atrii della gran capitale; pensa qual contrasto sarà per te la vita del deserto. Oh, ti compiango, sì, di tutto cuore ti compiango! Fa soltanto quanto ti chiedo e, lo giuro per Iside sacra! io ti salverò!» —

Parole insinuanti, pronunciate in tono supplichevole, cui la bellezza prestava irresistibile fascino!

— «Quasi, sì, — quasi ti crederei» — mormorò con voce incerta Ben Hur, nel cui seno un dubbio lottava ancora, coll'impulso che lo spingeva a cedere.

— «La vita ideale della donna è una vita d'amore; la più gran felicità per l'uomo sta nel vincere se stesso, ed è questo, oh principe ch'io ti domando.» —

Essa parlava rapidamente, e con insolito calore; mai essa gli era apparsa più seducente.

— «Tu avevi una volta un amico,» — essa continuò — «un amico di gioventù. Scoppiò fra voi un dissidio e diveniste nemici. Egli ti offese, e dopo molti anni lo incontrasti nel Circo d'Antiochia,» —

— «Messala?» —

— «Sì, Messala. Tu sei il suo creditore. Perdona il passato. Ridiventagli amico, e restituiscigli la fortuna perduta nella grande scommessa. Salvalo! — I sei talenti sono una bagatella per te, mentre lui... Ah, egli è un uomo rovinato. O Ben Hur, principe magnanimo, per un Romano della sua schiatta la povertà è peggio della morte: Salvalo dalla miseria!» —

Se la rapidità delle sue parole erano un semplice artificio allo scopo di non lasciargli il tempo di pensare, fa duopo ritenere ch'ella ignorasse o avesse dimenticato, esservi certe commozioni affatto indipendenti dal pensiero, che penetrano senza preavviso alcuno e sono irremovibili. Mentr'essa parlava, parve a Ben Hur di vedere il volto di Messala dietro le spalle dell'Egiziana e l'espressione delRomano non era certamente quella di un mendicante o d'un amico; le labbra del patrizio erano sempre atteggiate al solito sorriso sardonico, e lo sguardo nulla aveva perduto della sua irritante alterigia.

— «L'appello è già stato deciso allora, e per una volta almeno Messala è stato sconfitto. — Andrò a scrivere nel mio diario il grande avvenimento, che un Romano ha pronunciato giudizio contro un Romano! Ma dimmi, fu Messala a mandarti a me con questo messaggio, o Egitto?» —

— «La sua è una nobile indole, e alla stregua di essa giudicò la tua.» —

Ben Hur prese la mano poggiata leggermente sopra il suo braccio.

— «Dal momento che tu sembri avere rapporti di così intima amicizia con lui, bella Egiziana, dimmi, credi che egli farebbe per me ciò che egli mi chiede, in caso che le sorti fossero invertite? Rispondimi, per Iside! Rispondimi, se ami la verità!» —

La mano e lo sguardo insistevano del pari che la voce.

— «Oh! — essa cominciò — egli è...» —

— «Un Romano, stavi per dire; significando con ciò, che io, un Ebreo, non posso paragonarmi a lui; che, essendo Ebreo, io devo restituirgli i miei guadagni, perchè egli è Romano. Se tu hai altro da dire, o figlia di Balthasar, spicciati, spicciati; perchè, per il Signore Dio d'Israele, questo mio sangue comincia a bollire, e potrò forse dimenticare che tu sei una donna, e bella! Io non vedo che la spia di un padrone doppiamente odioso perchè mio nemico e perchè Romano. Spicciati, ti dico.» —

Essa si liberò della sua mano, facendo un passo indietro nel cerchio di luce, e con tutta la malignità della sua natura raccolta negli occhi e nella voce, disse:

— «Vile bevitor di feccie, cane Israelita! Nella tua smisurata presunzione tu hai creduto che io potessi amarti dopo aver veduto Messala? I pari tuoi sono nati per strisciare a suoi piedi. Ed ora ascolta: Egli sarebbe stato contento che tu restituissi i sei talenti; ma io ti dico che ai sei devi aggiungerne venti — venti, mi intendi tu? Uno per ogni bacio che tu gli hai rubato, quantunque col mio permesso. Io t'ho seguita con protestazioni d'affetto ho simulato un'amore che non sentivo, ho sopportato la tua compagnia così a lungo, per servire Messala. Il negoziante è l'amministratore della tua fortuna. Se per domani, a mezzodì, egli non ha la tua cambiale in favoredel mio Messala per ventisei talenti — nota la somma! — avrai da fare con Sejano. Sii saggio. Addio.» —

Mentre essa si avviava all'uscio, egli le si piantò innanzi, sbarrandole il cammino.

— «Il vecchio Egitto vive in te!» — egli disse. — «Sia che tu veda Messala domani o dopodomani, qui o in Roma, fagli questa ambasciata:

Digli che ho ricuperato tutto il denaro, compresi i sei talenti, di cui egli mi spogliò, confiscando i miei beni paterni; digli che, superstite alle galere a cui mi condannò, nel pieno vigore delle mie forze, io rido della sua miseria e del suo disonore; digli che io credo che quella infermità di corpo che lo astringe, eterno invalido, alla sua poltrona, e che il mio braccio cagionò, è la maledizione del nostro Signore Iddio d'Israele, giusta ricompensa pei suoi delitti contro i deboli e gl'infelici; digli che mia madre e mia sorella, ch'egli fece rinchiudere in una cella nella Torre d'Antonia affinchè vi morissero della lebbra, sono vive e guarite, grazie alla potenza del Nazareno che tu disprezzi; digli che per colmare la coppa della mia felicità, esse sono state restituite alle mie braccia, e che nel loro affetto io troverò largo compenso alle impure passioni che tu rechi a Messala; digli — e questo anche per tuo conforto — o tigre in forma d'angelo, digli, che quando Sejano verrà a spogliarmi, egli non troverà nulla, perchè l'eredità ch'io ebbi dal duumviro, compreso la villa di Miseno, è stata venduta, e il ricavo della vendita è fuori della sua portata, in giro pei mercati del mondo, sotto forma di tratte; e che questa casa, e i beni, e le merci, e le navi, e le carovane, che ogni giorno portano a Simonide così principeschi guadagni, sono protetti da una salvaguardia imperiale, perchè una testa più saggia della tua ha trovato il prezzo dei favori di Sejano, e il ministro preferisce un guadagno onestamente procurato, a tesori macchiati di sangue; digli, che se anche non fosse così, se il denaro ed i beni fossero tutti miei, egli non ne avrebbe la benchè minima parte, perchè, quando, trovasse le nostre tratte Ebraiche, e obbligasse i detentori a consegnare le somme equivalenti, un altro mezzo mi rimane — un atto di donazione a Cesare; — questo almeno appresi negli atti della grande metropoli; digli infine che, insieme alla mia sfida, io non gli mando la mia maledizione a parole, ma quale migliore espressione del mio odio eterno, io gli invio qualche cosa che sarà per lui la somma di tutte le maledizioni; e quand'egliti vedrà ripetere questo messaggio, figlia di Balthasar, la sua astuzia Romana gli indicherà ciò ch'io intendo di dire. Ora va, come io vado.» —

Egli la condusse verso l'uscio, e sollevando la cortina con cerimoniosa cortesia, la lasciò passare per la prima.

— «La pace sia con te» — egli disse, mentre essa spariva.

Quando Ben Hur abbandonò la stanza degli ospiti, il suo passo era meno fermo di quando vi era entrato, e la testa gli era caduta sul petto. Aveva fatto la scoperta che un uomo, inchiodato sul letto, con la schiena rotta, poteva dalle nere profondità della sua anima, trarre forze sufficienti per nuocere ai suoi nemici, e stava riflettendo su questa scoperta.

È facile, dopo che una calamità ci ha colpiti, rivolgere lo sguardo indietro, e scorgere tutte le fila della trama prima nascoste. Il pensiero che egli non aveva neppure sospettato la complicità dell'Egiziana nei disegni di Messala, e che per anni egli aveva ciecamente fidato in lei, mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli amici, ferì profondamente il suo orgoglio. — «Ora mi ricordo» — egli diceva fra sè — «che essa non ebbe una parola di sdegno quando il perfido Romano minacciò la sua vita alla fonte di Castalia! Io ricordo come essa lo esaltava quella notte di luna nell'Orto delle Palme! Ed, ah...» — egli si fermò battendosi violentemente il pugno sulla fronte — «ah! il mistero dell'appuntamento al palazzo di Idernee, non è più un mistero per me!» —

La ferita, dobbiamo osservare, toccava il suo orgoglio e la sua vanità, e per fortuna gli uomini non muoiono spesso di simili mali, e neppure ne soffrono molto a lungo. Nel caso di Ben Hur, poi, v'era compenso nella riflessione a cui egli diede voce improvvisamente esclamando, — «Lodato sia il Cielo che quella donna non s'è impadronita maggiormente del mio cuore! Ora m'accorgo che non l'ho mai veramente amata!» —

E come se si fosse liberato da un grave peso, arrivato con passo leggero all'estremità del terrazzo, dove terminavala scala che metteva sul tetto, la prese, e cominciò a salire rapidamente. Ma all'ultimo gradino s'arrestò di nuovo: Poteva Balthasar esser complice di questa fitta rete di frodi e menzogne da lei tessute? No, no. L'ipocrisia accompagna raramente l'età venerabile come la sua. Balthasar era un uomo onesto.

Con questa ferma convinzione raggiunse il tetto. V'era luna piena, ma la volta del cielo era luminosa pei riflessi delle migliaia di fuochi ardenti nelle strade e nei piazzali della città, intorno ai quali salivano i cantici e i cori dei vecchi salmi d'Israele. Quelle meste armonie che molcevano il suo orecchio, prendevano parole e significato nell'animo suo, e gli sembravano dire: — «Così, o figlio di Giuda, noi facciamo omaggio al Signore Iddio, e dimostriamo la nostra lealtà alla patria ch'egli ci ha dato. Venga Gedeone, o Davide, o un Macabeo, e ci troverà pronti.» —

E subito, come in un sogno, quasi a scherno, gli apparve l'uomo di Nazareth.

La dolorosa, quasi femminile immagine di Cristo, lo accompagnò, mentre attraversò la terrazza fin sopra alla via a settentrione della casa. In quel volto non appariva segno di guerra; ma piuttosto la calma e la rassegnazione di un tranquillo cielo lunare, provocando di nuovo la vecchia angosciosa domanda: — «Che sorta di uomo è egli mai?» —

Ben Hur diede uno sguardo sopra il parapetto, e poi si volse meccanicamente verso il Padiglione.

— «Facciano il loro peggio;» — egli disse, camminando a passi lenti — «io non perdonerò al Romano. Io non dividerò la sua sorte, e neppure fuggirò da questa città de' miei padri. Farò appello alla Galilea e di là comincierò la battaglia. Con la fama di gesta eroiche chiamerò tutte le tribù dalla mia parte. Quegli che diede Davide e Mosè, ci troverà un condottiero, e se non sarà il Nazareno, sarà un altro dei molti che anelano di morire per la libertà.» —

L'interno del padiglione, verso il quale moveva Ben Hur era scarsamente illuminato, e le colonne del lato occidentale gettavano lunghe ombre sul pavimento. La poltrona solitamente occupata da Simonide era vicino alla finestra dalla quale si godeva la più ampia vista della città in direzione del Mercato.

La poltrona era occupata. — «Il buon uomo è ritornato» — pensò, — «Gli parlerò, se non dorme.» —

Entrò, e con passo leggiero si avvicinò alla poltrona. Chinandosi sopra la spalliera, vide Ester, addormentata e ravvolta nello scialle del padre. I capelli sciolti e disordinati piovevano sopra il suo volto. Il suo respiro era irregolare e affannoso: Un lungo sospiro terminante in un singhiozzo rompeva tratto tratto dal suo petto. Qualchecosa — la solitudine forse, o quei sospiri — diedero a Ben Hur l'idea che quel sonno fosse piuttosto il riposo del dolore più che il ristoro dopo la fatica. La natura manda questo sollievo ai fanciulli, ed egli era solito considerare Ester come quasi una bambina. Appoggiò le braccia alla spalliera e pensò:

— «Io non voglio svegliarla. Non ho nulla da dirle — nulla — se non ch'io la amo. Essa è figlia di Giuda, bella, e come diversa dall'Egiziana! Quella è tutta vanità, ambizione, egoismo; questa è tutta verità, dovere, abnegazione. No, il problema non è se io l'ami — ma se essa ama me. Sul principio mi era amica. Quella notte sul terrazzo ad Antiochia, con quale infantile ardore mi pregò di non inimicarmi Roma, e di parlarle della villa di Miseno, e della mia vita tranquilla colà! Io la baciai allora. Può essa aver scordato quel bacio? Io non l'ho dimenticato. Io l'amo. — Nessuno sa in città che ho ritrovato la mia famiglia. Non l'ho detto all'Egiziana; ma questa piccina si rallegrerà della mia gioia e darà loro il benvenuto con la mano e col cuore. Essa sarà un'altra figlia per mia madre, e una sorella per Tirzah. Io vorrei svegliarla e dirle tutte queste cose, ma — o maledetta maga d'Egitto! — come potrei avere il coraggio di parlare a lei? Io andrò via, aspetterò un'occasione migliore. Dormi in pace Ester, figlia amorosa, fiore di Giuda!» —

E, in silenzio, camminando in punta di piedi, si ritirò.

Le vie e i ritrovi pubblici della città rigurgitavano di gente, che andava e veniva, attorniava cantando e felice i grandi fuochi, e mirava i pezzi di carne che giravano allo spiedo.

L'aria era impregnata dell'odor di carne abbruciata e del fumo del legno di cedro. Era questa l'occasione in cui ogni figlio d'Israele era fratello ad ogni figlio d'Israele, el'ospitalità non conosceva limiti; da ogni parte sorgevano grida verso Ben Hur. — «Fermati e godi con noi. Siamo tutti fratelli nell'affetto del Signore!» — Ringraziando con la voce e col gesto, egli continuava frettolosamente la sua strada verso il Khan, con l'intenzione di montar subito a cavallo e raggiungere le tende del Cedron.

Il suo cammino lo condusse ad attraversare la via che doveva diventare così mestamente celebre nel mondo cristiano. Anche qui fervevano le liete cerimonie. Guardando su per la strada, vide le fiamme di alcune torcie in movimento, svolazzanti al vento come pennoni; ed osservò che dove passavano le torcie, i canti e le risa tacevano. La sua meraviglia raggiunse il colmo però, quando, attraverso il fumo e le scintille turbinanti, scorse il luccichio di lancie e di corazze, rivelanti la presenza di soldati Romani. Che cosa facevano essi, i beffardi legionari, in mezzo ad una processione Ebrea?

Era una cosa inaudita, ed egli si arrestò, fremendo.

La luna brillava; ma, come se la sua luce e quella delle torcie, e il bagliore dei fuochi nella strada non bastassero, alcuni della processione recavano lanterne. Pensando che in questo fatto avrebbe potuto trovare una spiegazione dell'enigma, Ben Hur si avanzò nella via in modo da poter osservare da vicino i componenti la processione. Le torcie e le lanterne erano portate da schiavi ciascuno armato con mazze ferrate e giavellotti. Il compito di questi mazzieri sembrava esser quello di rischiarare la strada e di indicare gli ostacoli ad alcuni dignitari che li seguivano — sacerdoti e dottori, rabbini dalle lunghe barbe, fitte sopraciglie e nasi a becco, personaggi influenti nei consigli di Hannas e Caifa. Dove potevano andare? Non al Tempio certamente, perchè la via da Sion, donde questi sembravano venire, alla sacra casa, conduceva lungo lo Xisto. E il loro scopo? Non pacifico — altrimenti, perchè la presenza dei soldati?

Mentre la processione passava, l'attenzione di Ben Hur era specialmente attratta da tre uomini, camminanti l'uno vicino all'altro, alla testa del corteo, immediatamente preceduti dai lampadofori, i quali sembravano usar loro speciale deferenza. Nel personaggio a sinistra del gruppo egli riconobbe il capo dei custodi del Tempio: quello a destra era un sacerdote; l'uomo nel mezzo non era così facilmente classificabile, poichè camminava pesantemente, appoggiandosi alle spalle degli altri due, con la testa piegata innanzi sul petto. La sua apparenza era quella di un prigionieronon ancora rinvenuto dallo spavento dell'arresto, o che veniva condotto a qualche cosa di terribile — la tortura, o la morte. I due dignitari a destra e a sinistra lo aiutavano premurosamente, rivelando che, s'egli non era il personaggio principale della processione, aveva certamente rapporti importanti con essa — forse era un testimonio o una guida — forse un delatore.

Con perfetta disinvoltura Ben Hur si insinuò nel corteo, camminando a fianco del sacerdote. Se soltanto l'uomo avesse sollevato la testa? E dopo qualche passo il suo desiderio fu esaudito. La testa si alzò, rivelando, alla luce delle lanterne, un volto pallido, magro, contratto dal terrore; la barba arruffata; gli occhi velati, infossati, portanti l'espressione della disperazione. Seguendo davvicino il Nazareno, Ben Hur aveva imparato a conoscere i discepoli, come il Maestro; ed ora, vedendo quel triste volto, esclamò:

— «L'Iscariota!» —

Lentamente l'uomo girò il capo verso di lui, fissandolo con i grandi occhi sbarrati, e le labbra si mossero, come per pronunciare qualche parola; ma il sacerdote si interpose.

— «Chi sei tu? Va per i fatti tuoi!» — disse a Ben Hur, sospingendolo con violenza.

Il giovine prese lo spintone di buon umore, e aspettando l'occasione, si frammischiò nuovamente al corteo. In questo modo percorse tutta la lunghezza della via, l'affollata pianura fra la collina di Bezetha e il Castello di Antonia, fino alla Porta delle Pecore. Dappertutto s'incontravano gruppi di persone, intente a celebrare riti religiosi.

Essendo la notte di Pasqua, i battenti della Porta erano spalancati. I custodi se n'erano andati e la processione passò liberamente. Davanti ad essa si stendeva il profondo burrone del Cedron, ombreggiato dal Monte Oliveto, coi suoi boschi di cedro e di ulivi, neri, e spiccanti sinistramente contro il cielo illuminato dalla luna. Due strade s'incrociavano davanti alla Porta, una a nord ovest, e l'altra verso Bethania. Prima che Ben Hur avesse tempo di capire se la processione si fermerebbe, o, proseguendo, quale delle due strade avrebbe preso, fu spinto da essa giù verso la vallata. Nessun indizio rivelava lo scopo della marcia misteriosa.

Giù nel burrone e sopra il ponte, passò la comitiva, con le torce fiammeggianti e le mazze ferrate calpestando rumorosamente il terreno; poi piegò a sinistra,nella direzione di un orto d'ulivi, chiuso da un muro bianco. Ben Hur sapeva che quel luogo era deserto, tranne per alcuni tronchi nodosi e un grande triangolo di pietra, usato dai contadini per schiacciare l'olio dalle bacche. Mentre stava pensando, pieno di meraviglia, che cosa potesse cercare la comitiva in un tal luogo, tutti si fermarono. Si udirono voci concitate partire dalla testa della processione; un fremito corse di uomo in uomo; vi fu una confusione e un rinculare generale; solo i soldati rimasero fermi al loro posto.

In un attimo Ben Hur si liberò dalla folla, e corse innanzi. Si trovò davanti a una porta di cui il cancello era stato abbattuto, e con uno sguardo dominò tutta la scena.

In mezzo all'orto stava un uomo, in bianche vesti, il capo scoperto, le mani incrociate sul petto — una figura esile e curva, coi lunghi capelli e il volto scarno — in atto di rassegnazione e di attesa.

Era il Nazareno!

Dietro di lui, in gruppo, stavano i discepoli. Essi sembravano in preda ad una grande agitazione. Egli invece appariva assai calmo. La luce delle torcie illuminava il suo volto e dava ai suoi capelli una tinta più rossa del naturale; ma l'espressione del volto, era come sempre, piena di bontà e di compassione.

Davanti a questa mite apparizione stava la plebaglia, muta, umiliata, atterrita — pronta al primo segno d'ira a voltare le spalle e fuggire. Da quella a lui, da lui a Giuda Iscariota, Ben Hur guardò con rapido sguardo. E comprese.

Là era il traditore, qua il tradito; e questi schiavi, con torcie e mazze, e questi legionarî, dovevano eseguire l'arresto.

Un uomo non può sempre dire in precedenza ciò che farà in una data circostanza. Questa era l'occasione che Ben Hur aveva atteso, per cui s'era da tanti anni preparato. L'uomo, la cui causa egli aveva sposata, e sulla cui vita aveva costruito un tanto edificio, era in pericolo: pure egli stette dubbioso. Tali contraddizioni esistono nella natura umana! Inoltre quella stessa calma con la quale l'essere misterioso fronteggiava la turba e la teneva in soggezione, persuadeva Ben Hur della presenza di una forza superiore e secreta, sulla quale il tradito poteva fare affidamento. Pace ed amore e abnegazione avevano formato il substrato delle dottrine del Nazareno; avrebbe messo in pratica isuoi insegnamenti? Egli era padrone della vita, poteva toglierla e ridarla a piacimento: quale uso avrebbe fatto di questa forza? Difendersi? E come? Una parola, un respiro, un pensiero bastavano. Nella sicura fiducia che egli stava per assistere ad una manifestazione stupefacente di questa forza, Ben Hur attese immobile. E in tutto questo, egli non pensava al Maestro che come a un uomo, e lo misurava alla stregua dei propri sentimenti.

Chiara e distinta si levò la voce di Cristo.

— «Chi cercate?» —

— «Cristo di Nazareth» — rispose il sacerdote.

— «Io sono quegli.» —

A queste semplici parole, pronunciate senza passione o paura, la turba si ritrasse di parecchi passi, e i più timidi fra essa si gettarono a terra tremando. Forse lo avrebbero lasciato stare e sarebbero partiti, se Giuda non si fosse avvicinato a lui.

— «Salve, Maestro!» —

E con questo saluto amichevole, lo baciò.

— «Giuda!» — disse il Nazareno con mitezza, — «tradisci tu il Figlio dell'uomo con un bacio? Perchè sei tu, venuto?» —

Non ricevendo risposta, il Maestro si volse nuovamente verso la folla:

— «Chi cercate?» —

— «Cristo di Nazareth.» —

— «Vi ho detto ch'io sono colui. Se mi cercate, lasciate dunque che questi partano in pace.» —

A quelle parole i Rabbini si avanzarono, e indovinando il loro scopo, alcuni dei discepoli, pei quali Egli aveva supplicato, balzarono innanzi a lui: uno di essi troncò l'orecchio ad un assalitore, senza per questo salvare il Maestro. E Ben Hur non si mosse! No. Neppure quando gli ufficiali apprestarono le corde per legare il Nazareno, e questi compì l'atto sublime di carità, ahimè! uno degli ultimi della sua vita.

— «Non soffrire più oltre» — egli disse all'uomo ferito, e lo guarì col contatto della sua mano.

Amici e nemici si guardarono stupefatti — gli uni che egli potesse fare un tale atto, gli altri ch'egli lo facesse in tali circostanze.

— «Certamente egli non si lascierà legare!» —

Così pensò Ben Hur.

— «Deponi la tua spada; la coppa che mio Padre mi tende, non dovrò io vuotarla?» —Dal suo seguace il Nazareno si volse agli assalitori. — «Perchè siete venuti incontro a me come contro un ladro, con spade e bastoni? Io fui con voi tutti i giorni nel Tempio, e non m'avete arrestato; ma questa forse è l'ora vostra e della potenza delle tenebre.» —

La pattuglia riprese coraggio e lo circondò; e quando Ben Hur girò gli occhi in cerca dei fedeli — essi erano spariti, — non uno rimaneva.

Intorno all'uomo abbandonato si agitava la folla, rumorosa, affaccendata. Di tanto, in tanto fra le torcie, e il fumo, e il mare di teste ondeggianti, egli intravvedeva il prigioniero, e una grande pietà gli stringeva il cuore per quell'uomo senza amici e derelitto. Ma pure egli pensava — quell'uomo avrebbe potuto difendersi, avrebbe potuto uccidere con uno sguardo i suoi avversari, e non aveva voluto. Qual'era questa coppa che suo padre gli aveva dato da vuotare? E qual'era il padre al quale si doveva una tale obbedienza? Mistero sopra mistero.

Appena la plebaglia si volse per tornare in città, i soldati si misero alla testa della comitiva. Ben Hur era irrequieto, malcontento di sè stesso. Egli sapeva che dove le torcie erano più fitte, là si trovava il Nazareno. Lo avrebbe ricercato, gli avrebbe fatto una domanda.

Spogliandosi della lunga sopraveste e del fazzoletto da capo, che gettò sopra il muro dell'orto, egli rincorse la processione e si mescolò con essa. Facendosi strada faticosamente fra la calca, pervenne alla fine presso all'uomo che teneva i capi della corda con cui il prigioniero era legato.

Il Nazareno camminava lentamente, con la testa piegata, le mani annodate dietro la schiena; i capelli piovevano con disordine sopra il suo viso, e la curva delle spalle era più accentuata del solito. Apparentemente era inconscio di quanto avveniva intorno a lui. Lo precedevano, di pochi passi, sacerdoti e patriarchi, che discorrevano animatamente fra loro e di tanto in tanto si voltavano indietro. Quando arrivarono sul ponte sopra la gora, Ben Hur prese la corda di mano allo schiavo, e si avvicinò al Nazareno.

— «Maestro, maestro!» — egli sussurrò frettolosamente. — «M'odi, Maestro? Una parola — una parola. — Parla!» —

L'uomo della corda la pretendeva violentemente.

— «Dimmi,» — continuò Ben Hur — «vai tu con questi uomini di tua libera volontà?» —

Il popolo lo attorniava iracondo e gli urlava nelle orecchie:

— «Chi sei tu? Che cosa vuoi?» —

— «O Maestro» — proseguì Ben Hur, con voce piena di angoscia. — «Io sono un tuo amico e seguace. Dimmi, ti supplico: se io ti porto aiuto, lo accetterai?» —

Il Nazareno non alzò il capo, nè diede alcun segno di avere inteso. Ma una voce sussurrava a Ben Hur giustificando questo silenzio: — «Lascialo stare» — essa sembrava dirgli. — «I suoi amici lo hanno abbandonato; il mondo lo ha rinnegato; nell'amarezza del suo cuore egli ha detto addio agli uomini; egli va verso un destino ignoto, e non gli importa di conoscerlo. Lascialo stare.» —

Ben Hur dovette desistere. Una ventina di pugni erano tesi contro di lui da ogni parte. La plebaglia urlava: — «Egli è uno dei suoi amici! Ammazzatelo! — a morte, a morte!» —

L'ira accrebbe forza a Ben Hur, il quale liberandosi con violenza dalle mani che lo afferravano, giuocò vigorosamente di mulinello col pugno e riuscì a farsi strada attraverso la turba che lo stringeva da ogni banda. Con la tunica a brandelli, quasi nudo, e grondante di sudore dalla fatica riuscì finalmente a fuggire nel burrone, che nascondendolo con le sue ombre amiche gli offrì temporaneo asilo e salvezza.

Quando il pericolo fu sparito, Ben Hur riprese la veste che aveva lasciata sul muro dell'orto e rientrò in città, al suo Khan, donde, fattosi sellare il cavallo, partì alla volta delle tende presso la tomba dei Re.

Cavalcando, egli si promise di rivedere il Nazareno all'indomani. Lo promise, non sapendo che il povero derelitto era stato condotto immediatamente in casa di Hannas, per essere giudicato quella stessa notte.

Il cuore del giovane era pesante, e quando egli si distese sopra il suo giaciglio, non potè per lungo tempo prender sonno; perchè ora veramente questo rinnovellato regno Giudeo si risolveva nella sua vera essenza, ed appariva un sogno. È terribile vedere gli edifici che la nostra speranza innalza, precipitare l'uno dopo l'altro, senza dar tempo all'anima di riaversi, all'orecchio di dimenticare il frastuono della prima ruina; ma quando tutti quanti precipitano insieme — come navi che affondano, — come case che crollano in un terremoto — lo spirito che sa sopportare il disastro con calma, è dotato di una tempra superiore allacomune — e Ben Hur non era di quelli. Fissando gli sguardi nell'avvenire egli cominciò a intravvedere i brani di una vita serenamente bella, con un tranquillo focolare invece di un palazzo reale, e con Ester sua sposa. Più volte nel lento volgere delle ore notturne, egli pensò alla villa di Miseno, immaginando la figura della sua bella compagna aggirantesi in quei superbi atri Romani, per quei sentieri fioriti, per la spiaggia di quel mare così azzurro, sotto alla volta del bel cielo Napoletano.

In altre parole una nuova crisi sconvolgeva Ben Hur, crisi che solo l'incontro col Nazareno all'indomani, poteva risolvere.

La mattina appresso, circa all'ora seconda, due uomini giunsero di galoppo alla tenda di Ben Hur, e, smontando, chiesero di parlargli. Egli non era ancora alzato, ma ordinò che fossero subito ammessi.

— «Pace a voi, fratelli» — egli disse, poichè erano dei suoi Galilei, ufficiali fidati. — «Sedete.» —

— «No» — disse il più anziano bruscamente, — «sedersi e fare il proprio comodo significa lasciar morire il Nazareno. Alzati, figlio di Giuda, e vieni con noi. Il giudizio è stato pronunciato. L'albero della croce è già pronto sul Golgota.» —

Ben Hur sbarrò gli occhi.

— «La croce!» — era tutto quanto potè dire al momento.

— «Lo presero ieri notte e lo processarono» — continuò l'uomo. — «All'alba lo condussero davanti a Pilato. Due volte il Romano negò la sua colpa; due volte si rifiutò di condannarlo. Finalmente se ne lavò le mani, e disse: — «La responsabilità sia vostra.» — Ed essi risposero...»

— «Chi rispose?» —

— «Essi — i sacerdoti ed il popolo — «Il suo sangue cada su di noi e sopra i nostri figli.» —

— «Santo padre Abramo!» — esclamò Ben Hur. — «Un Romano più benigno con un Israelita che i suoi compaesani? E se — ah, se egli fosse veramente il figlio di Dio, chi laverà mai da quel sangue i loro figliuoli? Non deve essere — è tempo di combattere!» —

Il suo volto assunse un'espressione di risolutezza, ed egli battè le mani.

— «I cavalli — presto!» — gridò all'Arabo che si presentò a quel segnale. — «E di' ad Amrah di mandarmi abiti nuovi, e di portarmi la mia spada! È tempo di morire per Israele, amici. Aspettatemi di fuori.» —

Mangiò un tozzo di pane, trangugiò una ciotola di latte, ed uscì.

— «Dove vuoi andare?» — chiese il Galileo.

— «A raccogliere le legioni!» —

— «Ahimè!» — rispose l'uomo, giungendo le mani.

— «Che cosa è successo?» —

— «Maestro» — l'uomo disse vergognosamente — «io ed il mio amico siamo i soli rimasti fedeli. Gli altri hanno seguito i sacerdoti.» —

— «Perchè?» — chiese Ben Hur, arrestando il cavallo.

— «Per ucciderlo.» —

— «Il Nazareno?» —

— «Hai detto.» —

Ben Hur guardò lentamente dall'uno all'altro. Gli sembrava di udire le parole della notte scorsa: — «La coppa che mio Padre mi ha dato, non dovrò io vuotarla?» —

Ed egli ripeteva di nuovo nell'orecchio al Nazareno: — «Dimmi, se io ti porto aiuto, lo accetterai?» — Allora vide chiaro dinanzi agli occhi.

La sua morte era decisa. Quell'uomo l'aveva preveduta e le era andato incontro con piena coscienza, dal primo giorno della sua missione.

Essa gli era imposta da Dio, ed egli l'aveva spontaneamente accettata: che cosa potevano fare gli uomini per impedirla?

Con infinita amarezza pensò alla rovina del suo disegno, al tradimento dei Galilei. Strano che dovesse capitare proprio quella mattina!

Un senso di paura lo colse.

Era possibile che tutto il suo lavoro, i tesori profusi, le sofferenze patite, non fossero stati che un empio contendere con la volontà divina?

Quando raccolse le redini, e disse — «Andiamo avanti, fratelli» — egli non scorgeva innanzi a sè che dubbio ed incertezza. Le sue facoltà s'erano ottuse, e non sapeva prendere una risoluzione.

— «Andiamo fratelli; andiamo sul Golgota.» —

Passarono attraverso gruppi di persone eccitate che traevano come essi verso sud. In tutta la parte occidentale della città regnavano insolito subbuglio e agitazione.

Avendo udito che la processione con il condannato sarebbe passata in prossimità alle grandi torri bianche costruite da Erode, i tre amici volsero i cavalli in quella direzione, passando a sud ovest di Akra. Nella valle sotto lo stagno di Ezechia, la moltitudine era così densa, che essi, non potendo farsi strada, dovettero smontare e rifugiarsi dietro all'angolo di una casa.

Sembrava loro di trovarsi sulle sponde d'un fiume, ad osservare la corrente che passava; tale era il flusso continuo del popolo.

Vi sono alcuni capitoli nel Primo Libro di questo racconto, che furono scritti con l'intenzione di dare al lettore un'idea degli elementi che componevano la nazione Ebraica ai tempi di Cristo.

Furono anche scritti in previsione di questa scena, e chi li ha letti attentamente, può immaginarsi lo spettacolo che si offriva a Ben Hur — lo spettacolo di tutto un popolo che accompagnava un uomo alla morte.

Per mezz'ora, la corrente passò davanti a Ben Hur ed ai suoi compagni, incessante, varia, agitata. Alla fine di quel tempo egli avrebbe potuto dire: — «Io ho veduto tutte le caste di Gerusalemme, tutte le sette della Giudea, tutte le tribù d'Israele, tutte le nazionalità della terra! Ebrei della Libia, Ebrei d'Egitto, Ebrei d'Antiochia e del Reno, di tutti i paesi dell'Oriente e dell'Occidente, sfilavano, senza posa; a piedi, a cavallo, sopra cammelli, in lettighe, su cocchi, con tutta la infinita varietà di costumi, e, allo stesso tempo, con quella meravigliosa rassomiglianza di fisionomia che ancor oggi è caratteristica ai figli d'Israele, sparsi come sono in tutte le regioni del mondo, sotto climi, e in ambienti diversi; sfilavano, parlando ogni lingua conosciuta, in fretta, ansiosi, pigiandosi — e tutti per veder morire il povero Nazareno, crocefisso come un malfattore.

Ma non tutti erano Ebrei. Ad ingrossare la folla venivano migliaia di Greci, Romani, Arabi, Siri, Africani, Egiziani, Persiani. Cosicchè, studiando quella massa, sembrava che tutto il mondo vi fosse rappresentato, e volesse assistere alla crocifissione.

La turba era stranamente tranquilla. Il calpestìo di qualche cavallo, il rumore delle ruote e qualche grido, erano i soli suoni che si distinguevano sopra il sordo fruscio di quella immensa massa in moto.

I volti di tutti portavano l'impressione di uomini che si affrettavano a vedere un terribile spettacolo, qualche improvvisa rovina, una ignota calamità. E da questi segni Ben Hur giudicò che si trattasse di forestieri venuti per Pasqua in città, estranei alla condanna del Nazareno, possibilmente suoi amici.

Finalmente, nella direzione delle grandi torri, Ben Hur udì, dapprima fievole per la distanza, poi più distinto, il clamore di molti uomini.

— «Attenti! Essi vengono!» — disse uno dei Galilei.

Il popolo nella via si fermò ad ascoltare, ma, quando quelle grida furono vicine, ognuno si guardò in volto atterrito, e tremando proseguì la sua strada.

Il vociare cresceva di minuto in minuto, e tutta l'aria ne risuonava, quando Ben Hur vide i servitori di Simonide avanzare col loro padrone in portantina, ed Ester che gli camminava al fianco.

Li seguiva una lettiga coperta.

— «Pace a te, o Simonide — e a te, Ester» — disse Ben Hur, andando loro incontro. — «Se siete diretti al Golgota, fermatevi finchè passa la processione, ed io vi accompagnerò. Qui all'ombra della casa potete riposare.» —

Il capo del negoziante era chino sul petto. — «Parla a Balthasar» — rispose, — «la sua volontà sarà la mia. Egli è nella lettiga.» —

Ben Hur si affrettò ad alzare le cortine. L'Egiziano vi giaceva dentro, col volto così sparuto e pallido come quello di un cadavere.

La proposta gli fu comunicata.

— «Possiamo vederlo?» — chiese con un fil di voce.

— «Il Nazareno? sì; egli deve passare a pochi passi da noi.» —

— «O Signore» — esclamò il vecchio con ardore. — «Mi sia dato di vederlo una sol volta, una sol volta ancora! Oh qual giorno terribile per il mondo!» —

Poco dopo, tutta la comitiva aspettava dietro all'angolo della casa.

Poche parole furono scambiate. Balthasar uscì a stento dalla lettiga, e rimase in piedi, sorretto da un servitore. Ester e Ben Hur si strinsero intorno a Simonide.

Intanto la sfilata continuava, se possibile, più fitta di prima. Le grida risuonavano vicine, alte, crudeli, beffarde. Finalmente giunse la processione.

— «Guarda!» — disse Ben Hur con amarezza. — «Questa gente che viene adesso rappresenta Gerusalemme!» —

Alla testa della processione veniva un esercito di ragazzi urlando e schiamazzando: — «Il Re degli Ebrei! Largo, largo per il Re degli Ebrei!» —

Simonide li osservò, e con voce grave, disse: — «Quando questi saranno uomini, figlio di Hur, che sventura per la città di Salomone!» —

Una schiera di legionari, in armature scintillanti, seguì in file serrate, stolidi e indifferenti.

Poi venne il NAZARENO!

Era quasi morto. Ad ogni passo barcollava come se volesse cadere. Una veste macchiata e a brandelli pendeva dalle sue spalle, sopra la semplice tunica grigia.

I piedi nudi lasciavano chiazze di sangue sul lastricato. Un'iscrizione sopra un asse era appesa al suo collo, e una corona di spine era stata calcata sulle sue tempie, producendo crudeli ferite, dalle quali il sangue era uscito a rigagnoli, ed ora coagulato e secco gli imbrattava il viso e il collo.

La pelle, dove appariva, aveva un pallore spettrale.

Le sue mani erano legate.

Un contadino portava la sbarra trasversale della croce, sotto il peso della quale egli era caduto poco prima. Quattro soldati lo accompagnavano quale guardia contro la plebaglia, che, ciò non ostante, di tanto in tanto si rompeva un passaggio fino a lui e lo percuoteva con bastoni e gli sputava addosso.

Non un suono sfuggiva dalle sue labbra, nè d'ira, nè di lamento.

Quando passò davanti a Ben Hur e la sua compagnia egli alzò gli occhi.

Ester si aggrappò al padre; ed egli stesso tremò. Balthasar cadde a terra senza una parola.

Anche Ben Hur gridò: — «O mio Dio, mio Dio!» — Allora, come se intuisse i loro sentimenti o avesse udito l'esclamazione, il Nazareno voltò la sua faccia sparuta verso di essi, e girò gli occhi lentamente dall'uno all'altro. Quello sguardo rimase scolpito nel loro cuore per tutta la vita. Essi vedevano ch'egli pensava a loro, non a sè, ed i suoi occhimoribondi esprimevano la benedizione che le sue labbra non potevano profferire.

Simonide si scosse: — «Dove sono le tue legioni, figlio di Hur?» —

— «Chiedilo ad Hannas; egli potrà risponderti meglio di me.» —

— «Chè? Infedeli?» —

— «Tutti, tranne questi due.» —

— «Allora tutto è perduto e il buon uomo deve morire!» —

Il volto del negoziante si contrasse nervosamente, e il capo gli ricadde sul petto. Egli aveva compiuto la sua parte nell'opera di Ben Hur, e, come quegli, provava tutta l'angoscia davanti alla ruina del comune edificio.

Due altri uomini seguivano il Nazareno, ciascuno con le sbarre della loro croce.

— «Chi sono questi?» — chiese Ben Hur ai Galilei.

— «Ladri, condannati a morire col Nazareno» — risposero essi.

Poi veniva un personaggio, nei ricchi abbigliamenti di Primo Sacerdote, con la mitra sul capo, circondato dai custodi del Tempio; e dopo di lui, in gruppi, venivano i membri del Sinedrio, e un lungo corteo di sacerdoti, in semplici vestaglie bianche, e mantelli variopinti.

— «Il genero di Hannas,» — mormorò Ben Hur.

— «Caifa? L'ho veduto» — rispose Simonide, aggiungendo, dopo una pausa, in cui aveva esaminato l'orgoglioso pontefice. — «Ed ora sono convinto. Con la sicurezza che scaturisce dalla coscienza illuminata, con assoluta certezza — ora so, che Colui che precede gli altri, è ciò che l'iscrizione intorno al suo collo lo proclama — RE DEGLI EBREI. — Un uomo volgare, un impostore, un malfattore non fu mai scortato alla morte da un tale corteo. Perchè guarda! Qui sono le nazioni — Gerusalemme, Israele. Qui è l'efodo, qui l'azzurro mantello con l'orlo d'oro, e gli ornamenti non mai visti in istrada dal giorno che Jaddua andò incontro al Macedone — tutte prove che il Nazareno è Re. O se potessi alzarmi e seguirlo!» —

Ben Hur lo ascoltò meravigliato; e subito Simonide continuò impazientito: — «Parla a Balthasar, ti prego, e andiamo. Ora viene la feccia di Gerusalemme.» —

Allora Ester parlò:

— «Io vedo alcune donne che si avanzano piangendo. Chi sono esse?» —

Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d'apparenza non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta:

— «Quell'uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono donne amiche, della Galilea.» —

Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la folla glielo nascose.

Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si può paragonare il clamore della folla.

La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent'anni più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più clamorosi erano i medesimi — schiavi, guidatori di cammelli, custodi, carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d'altro genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta, apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, — scribi, dottori, rabbini, Farisei austeri, Sadducei in ricchi vestiti, che pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia. — Se una gola si stancava d'un grido, essi ne inventavano uno nuovo; se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: — «Re degli Ebrei! — Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio! Alla Croce, alla Croce!» — Quest'ultimo era il grido più alto e più comune come quello che meglio esprimeva l'odio del popolo contro il Nazareno.

— «Vieni,» — disse Simonide, quando Balthasar fu pronto — «Vieni, continuiamo.» —

Ben Hur non udì l'appello. L'aspetto di quella parte di processione che allora passava, la sua brutalità, la sua sete di sangue, gli ricordavano il Nazareno — la sua mitezza, i molti atti di carità ch'egli aveva veduto compiere da lui per gli infelici e per i sofferenti. Di pensiero in pensiero, egli si ricordò il proprio debito di riconoscenza verso quell'uomo; la volta ch'egli medesimo, giovinetto, scortato da soldati Romani, era condotto ad un supplizio ch'egli supponeva non meno certo e terribile di questo della croce; il sorso d'acqua alla fonte di Nazareth, e la divina espressione del volto di colui che gliela offrì; più tardi, il miracolo della domenica delle Palme. Di fronte a questi ricordi, la propria impotenza di rendere aiuto al suo benefattore lo punse amaramente, ed egli si fece mille accuse. Egli non aveva fatto tutto quanto gli era stato possibile; avrebbe potuto vigilare i suoi Galilei, mantenerli fedeli e pronti; e questo — ah! questo era il momento di colpire! Una carica bene eseguita in questo momento, non avrebbe soltanto disperso la plebaglia e liberato il Nazareno: sarebbe stata la fanfara che chiamava a raccolta Israele, e avrebbe precipitato quella sognata guerra d'indipendenza, da troppo tempo differita. L'occasione stava svanendo; i minuti volavano, e una volta perduta.... — Dio d'Abramo! Non c'era nulla da fare — nulla?


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