I. Una quadriglia di Lisippo di Corinto — due grigi, un bajo, un morello. Iscritti l'anno precedente in Alessandria e Corinto, entrambe le volte vincitori. Auriga, Lisippo. Colore, giallo.II. Una quadriglia di Messala di Roma — due bianchi, due morelli; vincitori del Premio Circense nel Circo Massimo. Auriga, Messala. Colore, scarlatto ed oro.III. Una quadriglia di Cleante Ateniese — tre grigi, un bajo; vincitori nei giuochi Istmici l'anno precedente. Cleante, auriga. Colore, verde.IV. Una quadriglia di Diceo Bizantino, due morelli, un grigio, un bianco; vincitori l'anno scorso a Bisanzio. Auriga, Diceo. Colore, nero.V. Una quadriglia di Admeto da Sidone — tutti grigi. Tre volte vincitori nello stadio di Cesarea. Admeto, auriga. Colore, azzurro.VI. Una quadriglia di Ilderim, sceicco del deserto — Tutti baj; prima corsa. Ben Hur, Ebreo, auriga. Colore, bianco.
I. Una quadriglia di Lisippo di Corinto — due grigi, un bajo, un morello. Iscritti l'anno precedente in Alessandria e Corinto, entrambe le volte vincitori. Auriga, Lisippo. Colore, giallo.
II. Una quadriglia di Messala di Roma — due bianchi, due morelli; vincitori del Premio Circense nel Circo Massimo. Auriga, Messala. Colore, scarlatto ed oro.
III. Una quadriglia di Cleante Ateniese — tre grigi, un bajo; vincitori nei giuochi Istmici l'anno precedente. Cleante, auriga. Colore, verde.
IV. Una quadriglia di Diceo Bizantino, due morelli, un grigio, un bianco; vincitori l'anno scorso a Bisanzio. Auriga, Diceo. Colore, nero.
V. Una quadriglia di Admeto da Sidone — tutti grigi. Tre volte vincitori nello stadio di Cesarea. Admeto, auriga. Colore, azzurro.
VI. Una quadriglia di Ilderim, sceicco del deserto — Tutti baj; prima corsa. Ben Hur, Ebreo, auriga. Colore, bianco.
Ben Hur, Ebreo, auriga!
Perchè quel nome invece di Arrio? Ben Hur alzò gli occhi a quelli di Ilderim. Era stata questa la causa dell'esclamazione dell'Arabo. La medesima idea balenò al cervello di entrambi.
Quella era la mano di Messala!
Non era quasi caduta la sera, che già l'Omfalo, il centro della città, rigurgitava di una folla clamorosa e festante, che si versava in due correnti, al Ninfeo, ad Oriente, e lungo i colonnati di Erode verso Occidente. Nessuna cornice più grandiosa e più adatta a questo gaio e spensierato spettacolo poteva immaginarsi, di queste meravigliose strade fiancheggiate da porticati marmorei, doni di Principi e Re, alla città regina d'Oriente. L'oscurità era bandita come la malinconia. Fiaccole e bracieri illuminavano la massa ondeggiante del popolo, che, cantando, ridendo, e gridando si abbandonava ai piaceri di Apollo e di Bacco.
Le molte nazionalità rappresentate, se avrebbero stupito un forestiero, non erano cosa nuova per Antiochia. Una delle missioni del grande Impero sembra esser stata la fusione degli uomini e il ravvicinamento dei popoli lontani. E dove era un centro d'autorità Romana, come a Roma affluivano i rappresentanti dei diversi paesi, con le loro divinità e con le loro costumanze.
Un particolare però non avrebbe potuto sfuggire all'osservatore quella sera in Antiochia. Quasi ogni persona portava i colori di una delle quadrighe annunciate nelle corse di domani. Ora era un nastro, ora un distintivo, uno scialle, una piuma, significanti la preferenza e spesso la nazionalità del portatore: così il verde indicava gli amici di Cleante, l'Ateniese, il nero quelli del Bizantino. Costume questo antichissimo, che datava probabilmente fin dalle prime gare ai tempi di Oreste, e proficuo tema di studio a chi voglia indagare fino a qual punto di follìa gli uomini possono lasciarsi trascinare. Un esame superficiale avrebbe dimostrato che i colori predominanti erano tre — verde, bianco, e misto porpora ed oro.
Ma abbandoniamo la via e rechiamoci nel palazzo sopra l'isola.
I cinque grandi candelabri della gran sala sono accesi di fresco. La compagnia è quella identica a cui abbiamo già presentato il lettore. Il divano geme sotto il solito peso dei dormienti e di vestaglie gettatevi alla rinfusa, e dai tavoli sorge il medesimo rumore di dadi.
Ma questa volta la maggioranza non è occupata al giuoco. I giovani passeggiano in su e in giù, a due, a tre, o si fermano in crocchi a discorrere. Molti sbadigliano; gli argomenti sono futili: Che tempo farà domani? I preparativi pei giuochi sono terminati? Le leggi del Circo di Antiochia sono come quelle di Roma? A dire il vero, i giovani patrizi soffrono di una noia terribile. Il gravoso lavoro della giornata è finito; vale a dire, se potessimo dare un'occhiata alle loro tavolette, le vedremmo coperte di annotazioni e di scommesse, — scommesse su tutti i capi del programma, sulle corse pedestri, la lotta, il pugilato, — tutto, tranne sulla corsa dei cocchi.
E perchè non su quella?
Buon lettore, essi non possono trovare un'anima che voglia arrischiare un denario contro Messala.
Nella sala non vi sono altri colori dei suoi.
Nessuno pensa alla sua sconfitta.
La sua abilità e destrezza non sono esse conosciute? Non fu egli educato da unlanistaImperiale? I suoi cavalli non vinsero il Gran Premio nel Circo Massimo? E poi — ah sì! non è egli Romano?
In un angolo, adagiato comodamente sopra il divano, sta Messala medesimo.
Intorno a lui, in piedi o seduti, i suoi cortigiani lo tempestano di domande.
Naturalmente l'argomento è uno solo.
Entrano Cecilo e Druso.
— «Ah!» — esclama il giovine principe, lasciandosi cadere sul divano ai piedi di Messala: — «Ah, per Bacco, sono stanco!» —
— «Dove sei stato?» — chiede Messala.
— «Nelle vie, fino all'Omfalo, e più in là. Fiumi di gente, ti dico. La città non è mai stata così affollata. Dicono che tutto il mondo sarà domani nel Circo.» —
Messala rise con disprezzo.
— «Idioti! Non hanno mai veduto i giuochi Circensi, sotto la direzione di Cesare medesimo. Ma dimmi, mio Druso, che cosa hai trovato?» —
— «Nulla.» —
— «Cioè — Non ti ricordi?» — disse Cecilo.
— «Che cosa?» — fece Druso.
— «La processione di bianchi.» —
— «Meraviglioso!» — esclamò Druso. — «Abbiamo incontrato un gruppo di bianchi, con uno stendardo. Ma — ah, ah, ah!» —
Ricadde indietro ridendo.
— «Crudele Druso, perchè non continuare?» — disse Messala.
— «Feccia del deserto, erano, o Messala, e spazzini del Tempio di Gerusalemme. Che cosa avevano da vedere con me?» —
— «No,» — disse Cecilio — «Druso ha paura che ridiate alle sue spese. Ma io non temo, o Messala.» —
— «Parla tu, allora.» —
— «Dunque, abbiamo fermato la processione, e....» —
— «Abbiamo loro offerto una scommessa» — disse Druso, interrompendo, e togliendo le parole di bocca al suo parassita. — «Un piccolo individuo tutto rugoso uscì dalla fila ed accettò. Io estrassi le mie tavolette. — «Chi è il tuo campione?» — gli chiesi. — «Ben Hur, l'Ebreo,» — egli rispose. Io gli faccio: — «La posta? Quanto?» — Egli rispose. — «Un.... un....» — Scusami Messala, ma pel fulmine di Giove, non posso continuare dal gran ridere! Ah, ah, ah!» —
Gli ascoltatori si volsero verso Cecilio. Messala lo guardò.
— «Un siclo!» — disse questi.
— «Un siclo! Un siclo!» —
Uno scoppio di risa tenne dietro alla risposta.
— «E che cosa fece Druso?» — chiese Messala.
In questo momento un grande rumore si levò presso la porta e i giovani si precipitarono in quella direzione. Crescendo il frastuono, anche Cecilio si strappò dal divano, solo volgendosi per dire: — «Il nobile Druso, o Messala, intascò le sue tavolette, e rinunciò al siclo.» —
— «Un bianco! Un bianco!» —
— «Per di qui, per di qui!» —
Queste ed altre esclamazioni echeggiarono nella sala coprendo ogni altra parola. I giuocatori abbandonarono i bossoli; gli addormentati si svegliarono, si stropicciarono gli occhi, tirarono fuori le loro tavolette, e si unirono al gruppo.
— «Io scommetto....» —
— «Ed io....» —
— «Anch'io.» —
La persona fatta segno a questa calorosa accoglienza era il rispettabile Ebreo di cui facemmo conoscenza insieme a Ben Hur, a bordo della nave che lo portava da Cipro ad Antiochia.
Il suo portamento era grave, cortese, vigile. La veste era bianchissima come pure il turbante che gli cingeva il capo. Inchinandosi e sorridendo, si avvicinò lentamente al tavolo centrale. Arrivatovi, raccolse con un gesto dignitoso le pieghe della toga, si sedette, e alzò la mano. Lo scintillare di un gioiello sull'anulare, contribuì non poco al silenzio che seguì.
— «Romani — illustri Romani — Vi saluto!» — egli disse.
— «Mi piace la sua disinvoltura, per Giove! Chi è?» — chiese Druso.
— «Un cane d'Israele — Samballat di nome — fornitore dell'esercito; domiciliato in Roma, immensamente ricco; diventato tale defraudando i Romani. Una testa fina, che ti sa tessere trame più sottili di quelle dei ragni. Andiamo, per la zona di Venere! Vediamo se possiamo spillargli denari.» —
Così dicendo, Messala si alzò e con Druso raggiunse la folla che accerchiava l'Ebreo.
— «Ho saputo in istrada» — egli diceva, tirando fuori le sue tavolette e collocandole aperte sopra il tavolo, — «che la disperazione regnava nel palazzo, perchè non si trovava chi accettasse scommesse contro Messala. Gli Dei, sapete, richiedono sacrifici, ed eccomi pronto. Vedete il mio colore. Passiamo agli affari. Prima le quotazioni, poi le somme. A cosa mi date Messala?» —
La sua audacia sembrava sbalordire i suoi ascoltatori.
— «Presto!» — egli disse. — «Ho un appuntamento col Console.» —
Lo stimolo sortì il suo effetto.
— «A due!» — gridò una mezza dozzina di voci.
— «Che?» — esclamò il fornitore, stupito. — «Soltanto a due, un Romano!» —
— «Tre, allora.»
— «Tre, soltanto tre? — e il mio favorito non è che un cane d'un Ebreo! Datemi quattro.» —
— «Quattro sia!» — esclamò un ragazzo, punto dallo scherno.
— «Cinque — datemi cinque» — disse subito il fornitore.
Un profondo silenzio cadde sopra l'assemblea.
— «Il Console, padrone mio e vostro, mi attende.» —
Il silenzio parve oltraggioso a molti.
— «Datemi cinque — per l'onore di Roma, cinque.» —
— «Cinque sia» — esclamò una voce.
Un clamoroso urrà accolse le parole. Vi fu un movimento nella folla che si spartì a destra e sinistra, e Messala apparve.
— «Cinque siano» — egli disse.
E Samballat, sorridendo, si preparò a scrivere.
— «Se Cesare morisse domani, Roma non sarebbe del tutto derelitta. Vi è almeno uno degno di prendere il suo posto. Dammi sei.» —
— «Siano sei» — rispose Messala.
Vi fu un altro urlo più forte del primo.
— «Sei siano» — ripetè Messala. — «Sei contro uno — la differenza fra un Romano e un Giudeo. Ed ora che l'hai scoperta, o protettore della carne suina, passiamo alla posta. — La somma, presto. Il console potrebbe mandarti a chiamare e noi resteremmo privi della tua presenza.» —
Samballat prese in buona parte la risata che tenne dietro a queste parole, e scrisse tranquillamente, poi offrì le tavolette a Messala.
— «Leggi, leggi!» — gridarono tutti.
E Messala lesse:
— «Mem.» — Corsa di cocchi. Messala di Roma, scommette con Samballat pure di Roma, dicendo che batterà l'Ebreo Ben Hur. Posta, venti talenti. Quotazione di Messala, uno contro sei.Testimoni.Samballat.
— «Mem.» — Corsa di cocchi. Messala di Roma, scommette con Samballat pure di Roma, dicendo che batterà l'Ebreo Ben Hur. Posta, venti talenti. Quotazione di Messala, uno contro sei.
Testimoni.Samballat.
Non una parola, non un respiro turbò il profondo silenzio della sala.
Nessuno si mosse.
Messala fissava le tavolette, mentre gli occhi del fornitore fissavano lui.
Egli sentì quello sguardo, e pensò rapidamente. Da questo posto egli aveva dettata la legge ai suoi compagni. Essi lo avrebbero ricordato. Se egli si rifiutava di firmare, la sua superiorità era sparita per sempre. Eppure egli non poteva firmare, non possedeva la somma di cento talenti; neppure un quinto di essa. La sua mente si oscurò. La lingua si rifiutò di parlare, le guancie impallidirono. Un istante rimase in questo stato, poi gli venne un'idea.
— «Cane di un Ebreo!» — egli disse. — «Dove hai tu venti talenti? falli vedere.» —
Il sorriso provocante di Samballat si accentuò.
— «Ecco» — disse offrendo un foglio a Messala.
— «Leggi, leggi!» — risuonò tutto all'intorno.
Messala lesse:
— «Antiochia — Tamuz, 16 giorno.Il portatore, Samballat di Roma, è accreditato presso di me per la somma di cinquanta talenti, moneta Romana.Simonide.» —
— «Antiochia — Tamuz, 16 giorno.
Il portatore, Samballat di Roma, è accreditato presso di me per la somma di cinquanta talenti, moneta Romana.
Simonide.» —
— «Cinquanta talenti! Cinquanta talenti!» — vociferò la folla, stupìta.
Druso battè il piede per terra.
— «Per Ercole!» — egli gridò — «il foglio mente, e l'Ebreo è un bugiardo. Chi, se non Cesare, ha cinquanta talenti all'ordine? Abbasso il bianco insolente!» —
L'urlo era furioso, e fu ripetuto da venti gole; ma Samballat rimase tranquillamente seduto, col medesimo sorriso provocante sulle labbra. Finalmente Messala parlò.
— «Silenzio! Uno contro uno, con cittadini — uno contro uno, per l'amore del nostro bel nome Romano.» —
Il suo intervento opportuno salvò la sua dignità e gli riconquistò la vacillante supremazia.
— «O cane circonciso!» — egli continuò verso Samballat. — «Tu dicesti sei contro uno, nevvero?» —
— «Sì» — rispose tranquillamente l'Ebreo.
— «Allora lasciami scegliere la posta.» —
— «Come vuoi, a condizione, se è una bagatella, di rifiutarla.» —
— «Scrivi cinque in luogo di venti.» —
— «Possiedi tanto?» —
— «Per la madre degli Dei, ti mostrerò le ricevute.» —
— «No, no. Basta la parola di un così illustre Romano. Soltanto facciamo una cifra pari. Scrivo sei talenti?» —
— «Scrivi.» —
Si scambiarono le scritture.
Samballat si alzò e con un ghigno di scherno in luogo del sorriso di prima, misurò l'assemblea. Egli conosceva con chi aveva da fare.
— «Romani,» — egli disse, — «un'altra scommessa, se osate. Io punto cinque talenti contro cinque, sulla vittoria del bianco. Vi lancio una sfida collettiva.» —
Di nuovo tutti stupirono.
— «Ecchè?» — egli gridò, a voce più alta. — «Dovranno dire domani nel circo che un cane d'Israele è penetrato in una sala piena di patrizii Romani, e fra questi un parente di Cesare, ed ha offerto loro cinque talenti, alla pari, ed essi non hanno avuto il coraggio di accettare?» —
L'offesa era terribile.
— «Cessa, o insolente!» — disse Druso. — «Scrivi la scommessa e lasciala sul tavolo. Domani, se avremo trovato che tu possiedi veramente tanto denaro da buttar via, io, Druso, ti prometto che sarà accettata.» —
Samballat scrisse nuovamente, e alzandosi, disse, con inalterabile calma:
— «Ecco, Druso. Io ti lascio l'offerta; quando è firmata, mandamela prima che incominci la corsa. Mi troverai vicino al Console nella tribuna sopra la Porta Pompae. Pace a te; pace a voi tutti.» —
Egli fece un inchino e partì, senza badare all'urlo che lo accompagnò fino alla porta.
Quella notte la storia della scommessa prodigiosa volò di bocca in bocca per tutte le vie e piazze di Antiochia; e Ben Hur, vegliando presso i suoi quattro cavalli, la udì raccontare, e seppe anche che tutta la sostanza di Messala era impegnata in essa.
E si addormentò sorridendo.
Il Circo di Antiochia sorgeva sulla sponda destra del fiume, quasi dirimpetto al Palazzo e non differiva sostanzialmente da tutti gli altri edifici del genere.
I giuochi erano, nel vero senso della parola, un dono fatto al popolo; l'entrata era quindi libera a tutti, e, vasta com'era la capacità dell'anfiteatro, la gente ebbe tanta paura di non ottenervi un posto, che, fin dalle prime ore del giorno precedente ai giuochi, aveva occupato tutte le adiacenze del Circo, le quali presentavano l'aspetto di un grande attendamento militare.
A mezzanotte furono spalancati i cancelli, e la plebaglia si gettò attraverso le porte occupando rapidamente i posti a lei assegnati. Solo un terremoto o l'assalto di un esercito avrebbe potuto smuoverla di là. Passò la notte dormendo sulle gradinate, fece colazione su di esse, e aspettò pazientemente il principio dello spettacolo.
Verso la prima ora del giorno cominciarono ad arrivare i borghesi più agiati, che avevano posti numerizzati, i più ricchi e più nobili fra di essi a cavallo o portati in lettiga con seguiti di domestici in livrea.
All'ora seconda, la via conducente dalla città al Circo presentava l'aspetto di un vero fiume di persone.
Quando l'indice dell'orologio a sole nella cittadella segnava trascorsa la prima metà dell'ora seconda, la legione in grande tenuta, con tutti i suoi stendardi ed insegne, discese dal monte Sulpio, e, quando l'ultima fila dell'ultima coorte sparì dall'altra parte del ponte, Antiochia si poteva dire letteralmente abbandonata; non già che il Circo potesse contenere tutta la moltitudine, ma ciò non ostante tutta la moltitudine era andata al Circo.
Una galera riccamente addobbata andò a prendere il Console nell'isola, e quando il grande personaggio discese allo scalo, e la legione presentò le armi, per un istante la pompa militare fece dimenticare agli spettatori la maggiore attrattiva del Circo.
All'ora terza l'Anfiteatro poteva dirsi completamente riempito; uno squillo di fanfara ordinò il silenzio, e tosto gli sguardi di oltre centomila persone si fissarono sopra un edificio del lato orientale dello stadio. Quivi sorgeva la celebre Porta Pompae, un arco poderoso che reggeva la tribuna consolare, magnificamente adorna di vessilli e di fiori, dove, circondato dalle insegne della legione, siedeva il console Massenzio. A destra e sinistra dell'arco, a livello del suolo, si aprivano icarceres, o stalli, ciascuno difeso da un proprio cancello. Sopra gli stalli correva una cornice, coronata da una bassa balaustrata; quindi si alzavano, una sopra l'altra, le ampie gradinate di marmo, occupate da una splendida folla di alti dignitari militari e borghesi. Questa mole occupava tutta la larghezza dell'edificio del Circo, ed era fiancheggiata da torri, le quali, pure aggiungendo grazia all'architettura dell'edificio, servivano di punto d'appoggio aivelaria, o grandi tende purpuree, tese dall'una all'altra di esse, e che gettavano un'ombra piacevolissima sopra l'augusta assemblea della tribuna.
S'immagini ora il lettore di appartenere ai favoriti che siedono in questo posto privilegiato. A destra e a sinistra, sotto le due torri, vedrà le due entrate principali. Immediatamente sotto di lui si stende l'arena, coperta di sabbia finissima e bianca. Nel centro dell'arena corre un muro largo dieci o dodici piedi, alto cinque o sei, e lungo precisamente cento ottanta metri, o uno stadio Olimpico. Ad entrambi i capi di questo muro, lasciando solo un breve intervallo occupato da un altare, sorgono sopra piedestalli di marmo tre tozzi pilastri conici di pietra grigia, riccamente scolpiti.Queste sono le due méte, intorno alle quali gireranno i contendenti. I corridori entreranno sulla pista alla destra della mèta più vicina, e avranno il muro sempre alla loro sinistra. Principio e termine della gara hanno luogo di faccia alla tribuna Consolare, e per questa ragione quelli sono i posti più ricercati del Circo.
Il limite esteriore della pista è segnato da un muro liscio, solido, dell'altezza di circa quindici piedi, terminato da una balaustrata come quella sopra icarceres. Se seguiamo la curva di questo balcone, la troveremo interrotta in tre punti, dove si aprono altrettante porte, due a nord, ed una ad ovest; quest'ultima adorna di magnifiche sculture e bassorilievi, è chiamata la Porta del Trionfo, perchè, a giuochi finiti, i vincitori passeranno sotto il suo arco, il capo coronato di lauro, e accompagnati da un corteo trionfale.
Immediatamente dietro alla balaustrata laterale ascendono in lunghe file parallele, e sovrapposte l'una all'altra, i banchi degli spettatori, offrendo uno spettacolo curioso ed imponente, quello di una smisurata massa di popolo, in vesti diverse e variopinte. Erano questi i posti popolari, non coperti da alcuna tenda, privilegio esclusivo della tribuna.
Avendo ora sott'occhio tutto il complesso del Circo, s'immagini il lettore il profondo silenzio tenuto dietro allo squillo delle trombe, doppiamente avvertibile dopo il vocìo e il frastuono che lo avevano preceduto, durante il quale gli sguardi della moltitudine erano concentrati tutti quanti sulla Porta Pompae.
Da questa procede un suono di voci e di strumenti, e subito appare il coro della processione con la quale s'apre lo spettacolo. Prima il prefetto e le autorità civiche, padrone della festa, in ampie vesti e con ghirlande sul capo; poi le immagini degli Dei, alcune su piattaforme portate sulle spalle da schiavi, altre su grandi carri, splendidamente addobbati; poi ancora i contendenti nei singoli giuochi, ciascuno nel suo costume caratteristico.
Attraversando lentamente l'Arena, la processione comincia a fare il giro del circuito. Lo spettacolo è magnifico, imponente. Come un'onda che s'ingrossa a mano a mano, la precede un coro di esclamazioni, esprimenti curiosità e ammirazione. Se i fantocci di carta rappresentanti gli Dei se ne stanno impassibili e silenziosi, il direttore dei giuochi e le autorità non si mostrano insensibili alla voce del plauso popolare. Sorridono e si inchinano a destra e a sinistra.
Gli atleti sono ricevuti con favore ancora più rumoroso, perchè non v'è uno fra i centosettantamila spettatori che non abbia scommesso un siclo od un denario sopra uno dei campioni. I nomi dei favoriti corrono di labbro in labbro, e ghirlande e fiori sciolti piovono dalla tribuna e dalle gradinate. Ma se gli atleti sono ricevuti con tali testimonianze d'ammirazione, che dire dell'ovazione fatta all'apparire delle quadriglie? allo splendore dei cocchi, alla grazia e alla bellezza dei cavalli, i guidatori aggiungono il fascino personale della loro apparenza. Le loro tuniche, corte, senza maniche, sono dei colori prescritti. Un cavaliere accompagna ogni cocchio, tranne quello di Ben Hur, che ha rifiutato questo onore — forse per diffidenza. Così pure gli altri hanno elmi sul capo; egli ha la testa scoperta. Al loro appressarsi gli spettatori si alzano in piedi sopra i banchi, e il clamore si fa altissimo, assordante; allo stesso tempo la pioggia dei fiori dalla balaustrata diventa un diluvio, e copre gli uomini, i cocchi, i cavalli. Ben presto appare evidente che alcuni dei guidatori sono più favoriti di altri, e a questa rivelazione tiene dietro l'altra, che ogni individuo del pubblico, uomini, donne, e fanciulli è fregiato dei colori di uno dei contendenti, più spesso in forma di nastro sul petto o nei capelli; ora il nastro è verde, ora giallo, ora azzurro, ma esaminando attentamente la moltitudine, si vede che i colori dominanti sono due: il bianco, e il misto porpora ed oro.
In una gara moderna, e in una assemblea come questa, che ha giuocato somme enormi sui singoli concorrenti, la preferenza sarebbe determinata dalla qualità dei cavalli e dalla abilità conosciuta dei guidatori; qui invece la nazionalità dettava le norme.
Se il Bizantino ed il Sidonio non avevano che un esiguo numero di aderenti, la ragione era da ricercarsi nel fatto che le loro città erano scarsamente rappresentate sui banchi. D'altra parte i Greci, quantunque assai numerosi, erano divisi fra il Corinzio e l'Ateniese, facendo uno sfoggio relativamente povero di colori verdi e gialli. Lo scarlatto ed oro di Messala non avrebbe avuto sorte migliore, se i cittadini di Antiochia, proverbialmente una razza di cortigiani e di parassiti, non avessero concesso il favore del loro appoggio ai Romani, adottando il colore da quelli preferito. Rimanevano la popolazione del contado, gli Ebrei, i Siri, gli Arabi, e questi, per solidarietà con Ben Hur ed Ilderim, per la fiducia che nutrivano nei cavalli dello sceicco, mamassimamente in odio al Romano, che essi speravano di vedere battuto ed umiliato, portavano il color bianco, e formavano il partito più rumoroso se non il più numeroso di tutti.
A mano a mano che i cocchi procedono sopra il percorso, l'eccitamento si accresce; alla seconda mèta, specialmente nelle gallerie, dove il bianco è il colore dominante, le grida del pubblico scrosciano altissime e i fiori piovono più fitti.
— «Messala! Messala!» —
— «Ben Hur! Ben Hur!» —
Tali sono le grida.
Passata la processione, le persone riprendono i loro posti e continuano i discorsi.
— «Ah, per Bacco! com'era bello!» — esclama una donna che il nastro nei capelli proclama del partito Romano.
— «E come è magnifico il suo cocchio!» — risponde un vicino del medesimo partito.
— «È tutto oro ed avorio. Giove gli conceda la vittoria!» —
Sul banco di dietro le opinioni erano diverse.
— «Cento sicli sopra l'Ebreo!» — gridò una voce stridula.
— «Non esser troppo temerario» — gli sussurra un amico. — «Questi giuochi sono vietati dalla legge e la maledizione del Signore potrebbe cadere sul figlio d'Israele.» —
— «È vero; ma hai tu veduto mai un portamento più sicuro o più disinvolto? E che braccio è il suo!» —
— «E che cavalli!» — dice un terzo.
— «E dicono ch'egli conosca tutti gli accorgimenti dei Romani» — aggiunge un quarto.
Una donna completa l'elogio:
— «Sì, ed egli è ancora più bello del Romano!» —
Incoraggiato da queste testimonianze l'uomo grida nuovamente: — «Cento sicli sopra l'Ebreo!» —
— «Cretino!» — gli grida un cittadino di Antiochia, dalla sicura distanza di parecchi banchi. — «Non sai che cinquanta talenti sono giuocati contro di lui, uno contro sei, su Messala. Nascondi i tuoi sicli se non vuoi che Abramo ti fulmini.» —
— «O asino di Antiochia! cessa di ragliare. Non sai tu che Messala ha scommesso contro se stesso?» —
Tale la risposta, astutamente bugiarda.
E così di banco in banco si moltiplicavano il vociare e le contese, non tutte pacifiche.
Quando finalmente la marcia fu terminata, e la Porta Pompae si chiuse sull'ultimo vessillifero, Ben Hur sapeva che il suo desiderio era esaudito.
Gli sguardi dell'Oriente erano fissati sopra la sua gara con Messala.
Circa alle ore quindici, per parlare in stile moderno, la prima parte del programma era esaurita, non rimanendo che la gara dei cocchi. Il direttore scelse questo momento per fare una breve sosta. Ivomitoriafurono spalancati, e, tutti coloro che poterono, uscirono sotto il porticato esterno dove era disposto un servizio di rinfreschi. Quelli che rimanevano sbadigliavano, chiacchieravano, consultavano le loro tavolette, e liquidavano le scommesse; ogni distinzione di classe era dimenticata; la moltitudine era divisa in due grandi categorie; dei vincitori, allegri e rumorosi, e dei perdenti, accigliati e taciturni.
In questo mentre però una terza classe di spettatori, formata da cittadini desiderosi soltanto di vedere la corsa dei cocchi, approfittò dell'intervallo per entrare nel Circo ed occupare i suoi posti riservati, credendo in questo modo di sfuggire all'attenzione del pubblico. Fra questi erano Simonide e la sua compagnia, che cercavano i loro posti nella tribuna sul lato settentrionale, di faccia a quella consolare.
Quattro servitori portavano il negoziante nella sua sedia su per le scale, destando la viva curiosità degli spettatori. Qualcuno disse il suo nome. I vicini lo intesero e lo ripeterono di bocca in bocca. I più lontani si arrampicarono sui banchi per dare un occhiata all'uomo intorno al quale la diceria popolare aveva tessuto un romanzo miracoloso.
Ilderim pure fu accolto calorosamente; ma nessuno conosceva Balthasar e le due donne che lo seguivano, gelosamente velate.
La gente fece largo rispettosamente alla comitiva, e gliuscieri del Circo le assegnarono alcuni posti vicino alla balaustra, sui quali avevano fatto collocare scialli e cuscini.
Le donne erano Iras ed Ester.
Quest'ultima, appena seduta, diede uno sguardo spaventato intorno al Circo e si ravvolse ancor più dentro al velo; mentre l'Egiziana, lasciando scivolare il velo sopra le spalle, si offrì liberamente agli sguardi del pubblico, con la disinvoltura che solitamente è frutto di lunghe abitudini sociali.
I nuovi venuti erano ancora occupati nell'esame generale del magnifico spettacolo che si offriva dinanzi a loro, a principiare dal console e dai suoi vicini, quando alcuni uomini nella livrea del Circo, cominciarono a stendere una corda ingessata da balcone a balcone in faccia ai pilastri della prima mèta.
Allo stesso tempo sei uomini uscirono dalla Porta Pompae, e si fermarono davanti aicarceres, uno per ciascun stallo; al che un lungo mormorìo corse per la folla.
— «Guarda, guarda! Il verde ha il numero quattro a destra; quello è l'Ateniese.» —
— «E Messala... — sì, egli ha il numero due.» —
— «Il Corinzio.» —
— «Guarda il bianco! Egli si ferma, al numero uno, a sinistra.» —
— «No, è il nero che si è fermato; il bianco è il numero due.» —
— «È vero.» —
Dobbiamo avvertire che ciascuno dei sei uomini indossava una tunica di color eguale a quello dei guidatori; cosicchè, quando essi si fermavano davanti ai cancelli, il popolo sapeva subito qual'era lo stallo del suo favorito.
— «Hai tu mai veduto Messala?» — chiese l'Egiziana, ad Ester.
L'Ebrea ebbe un tremito, e rispose di no. Egli era il nemico di suo padre, e di Ben Hur.
— «Egli è bello come Apollo.» —
Mentre Iras parlava i suoi grandi occhi scintillavano e il ventaglio si agitava violentemente. Ester la guardò, pensando:
— «Sarà egli più bello di Ben Hur?» —
Poi udì Ilderim dire a suo padre;
— «Si, il suo stallo è il numero due, a sinistra della Porta Pompae;» — e credendo che egli parlasse di Ben Hur, essa guardò da quella parte. Una preghiera le sfiorò le labbra.
Di lì a poco sopraggiunse Samballat.
— «Vengo or ora dagli stalli, o sceicco,» — egli disse facendo un inchino grave ad Ilderim, il quale si lisciava la barba nervosamente, e lo osservava con sguardo interrogativo. — «I cavalli sono in perfetto stato.» —
Ilderim rispose semplicemente: — «Se sono battuti, prego Iddio che lo siano da qualchedun'altro e non da Messala.» —
Volgendosi a Simonide, ed estraendo una tavoletta, Samballat proseguì: — «Ti porto qualche cosa che ti interesserà. Ti ricorderai che, quando ieri sera ti recai la scrittura della prima scommessa, ti dissi che ne avevo lasciata un'altra sul tavolo del Palazzo, la quale, se, accettata, doveva venirmi consegnata prima della corsa. Eccola.» —
Simonide prese la tavoletta e lesse attentamente l'annotazione.
— «Lo so» — egli disse. — «Un loro emissario venne oggi da me chiedendo se tu fossi accreditato per una tal somma presso di me. Conserva bene la tavoletta. Se perdi, sai dove prendere il denaro; se vinci...» — le sue ciglia si corrugarono con una espressione di grande risolutezza — «se vinci, amico, bada, che nessuno ti sfugga, che paghino fino all'ultimo siclo. Questo si è quanto farebbero gli altri con noi.» —
— «Fidati in me.» — disse il fornitore.
— «Non vuoi sederti presso di noi?» — chiese Simonide.
— «Ti ringrazio» — rispose l'altro, — «ma se lascio il Console, chi frenerà i bollori della giovine Roma, là in fondo? La pace sia con te, e con voi tutti.» —
Alcuni squilli di tromba risuonarono nel circo, annunciando la ripresa dello spettacolo, e chiamando gli assenti ai loro posti. Allo stesso tempo alcuni inservienti apparvero nell'arena, e arrampicandosi sopra il muro di divisione, infissero sopra i pali vicino alla meta occidentale sette sfere di legno indorato; poi, ritornando alla prima meta, vi misero altrettanti pezzi di legno scolpiti in forma di delfino.
— «Che cosa fanno con le sfere ed i pesci, o sceicco?» — chiese Balthasar.
— «Non hai mai assistito ad una corsa?» —
— «Mai.» —
— «Ebbene, essi servono per contare il numero dei giri; alla fine di ogni giro, una palla ed un pesce verranno tolti.» —
I preparativi erano terminati, e di lì a poco un trombettiere in uniforme vistosa si collocò presso il direttore, pronto ad un cenno di questi a dare il segnale. Subito l'agitarsi della moltitudine si acquetò, ed il vocìo ristette come per incanto. Ogni viso era rivolto ad oriente, ed ogni occhio si fissò sopra i sei stalli che racchiudevano i competitori.
Il rossore insolito che coprì le pallide guancie di Simonide rivelava che anch'egli condivideva l'eccitazione generale.
— «Attenti al Romano;» — disse la bella Egiziana ad Ester, che non la udì, perchè col cuore palpitante e gli occhi fissi aspettava Ben Hur.
Dobbiamo ricordare che l'edificio contenente gli stalli aveva la forma di un segmento di cerchio, e si protendeva innanzi a destra della prima mèta, segnato dalla corda gessata, di cui parlammo.
La tromba diede uno squillo acuto e prolungato. Glistarters, come li potremmo chiamare in linguaggio sportivo moderno, si schierarono sotto i pilastri della mèta, pronti ad aiutare i cocchieri nel caso che uno dei cavalli si spaventasse.
Un secondo squillo risuonò, e i custodi spalancarono i cancelli. Dapprima uscirono a cavallo i servitori, addetti ai cocchi, cinque in tutto, perchè Ben Hur aveva rifiutato il suo. La corda gessata fu lasciata cadere per dar loro il passo, poi rialzata. Quantunque splendidamente vestiti, nessuno badò a loro, perchè, dietro ad essi, negli stalli, il calpestìo dei cavalli e le voci dei cocchieri, attiravan tutti gli sguardi verso i cancelli spalancati.
Un terzo squillo risuonò nel circo.
Gli uscieri sulle gradinate agitarono le mani, e gridarono: — «Seduti! seduti!» —
Parlavano al vento.
Come proiettili, uscenti dalla bocca di giganteschi cannoni, si scagliarono le sei quadrighe, e tutta l'immensa moltitudine balzò in piedi come un sol uomo, riempiendo il Circo di un unico urlo. Per questo aveva atteso pazientemente tante ore! Questo era il momento supremo, sogno delle sue notti e argomento dei suoi discorsi dal giorno della proclamazione dei giuochi!
— «Eccolo, eccolo! guarda!» — esclamò Iras, indicando Messala.
— «Lo vedo.» — rispose Ester guardando Ben Hur.
Il velo era caduto; per un istante la piccola Ebrea si sentì coraggiosa. Essa comprese la voluttà di compiere un'azione eroica sotto agli occhi della moltitudine, e come in tali casi sia possibile che gli uomini ridano in faccia alla morte.
I competitori erano ora visibili da tutte le parti del Circo, ma la corsa non era ancora cominciata; dovevano prima passare la corda.
Questa aveva lo scopo di pareggiare le condizioni della partenza.
Se i corridori vi si fossero scagliati addosso impetuosamente, cocchiere e cavalli, impigliati in essa, potevano uscirne malconci; se d'altra parte si fossero avvicinati timidamente, correvano il rischio di rimaner distanziati già sull'inizio della corsa, e, in ogni modo, perdevano la possibilità di conquistare il lato interno della pista, oggetto dell'ambizione comune.
La difficoltà di quest'impresa, i suoi pericoli e le sue conseguenze, erano ben note agli spettatori. La vittoria doveva sorridere al più abile.
Dunque, o mio caro,Tutti richiama al cor gli accorgimenti,Se vuoi che il premio di tue man non sfugga:L'arte, più che la forza, al fabbro, è buona.
Dunque, o mio caro,Tutti richiama al cor gli accorgimenti,Se vuoi che il premio di tue man non sfugga:L'arte, più che la forza, al fabbro, è buona.
Dunque, o mio caro,
Tutti richiama al cor gli accorgimenti,
Se vuoi che il premio di tue man non sfugga:
L'arte, più che la forza, al fabbro, è buona.
Tale il consiglio di Nestore al figlio Archiloco, consegnandogli le redini, prima della corsa, consiglio che poteva utilmente essere richiamato da ciascuno degli auriga.
Ogni guidatore guardava per prima cosa la corda, poi il muro interno. Dimodochè, mirando al medesimo punto, e correndo a gran carriera, uno scontro sembrava inevitabile. Non solo. Se il direttore, all'ultimo momento, malcontento della partenza, non desse il segnale di lasciar cader la corda? O se non lo desse in tempo?
Lo spazio intermedio era di circa duecentocinquanta piedi in lunghezza. Guai se, suggestionato dagli sguardi delle migliaia di spettatori o attratto dall'esclamazione insidiosa di un avversario, o dal grido animatore, ma non meno pericoloso, di qualche amico, l'auriga avesse alzati gli occhi un istante! Fermo il polso, le pupille fisse, i guidatori avanzavano.
Il tocco divino che dà l'ultima perfezione alla bellezza, è l'animazione.
Che il lettore tenti di immaginarsi quello spettacolo, al quale i nostri tempi moderni non saprebbero contrapporre nulla di eguale: guardi dapprima l'arena, immensa distesa luccicante di sabbia bianca, chiusa nella sua cornice di mura grigie; veda su questo campo perfetto i sei cocchi leggeri, graziosi, rilucenti, — quello di Messala splendido di oro e d'avorio; guardi i guidatori, il loro corpo eretto, rigido, le membra nude e abbronzate; nella destra i lunghi flagelli, nella sinistra, accuratamente separate, le redini, tese fino all'estremità dei timoni; osservi i cavalli scelti per bellezza come per velocità, le criniere al vento, i corpi distesi, le narici tumide, le gambe fine ma robuste come verghe di ferro, ogni muscolo dei loro splendidi corpi, pieno di vita, ora teso, ora contratto, giustificando il mondo che ha preso da essi la sua unità di forza; veda le ombre, che accompagnando cocchi, auriga e cavalli, radono la terra; veda, con l'occhio della mente, tutto questo, e potrà comprendere il piacere e il delirio che invadeva la folla per la quale questo spettacolo non era vana creazione di fantasia, ma vera, palpitante realtà.
Tutte e sei le quadrighe correvano per la strada più breve verso il medesimo punto; il muro; cedere sarebbe stato come rinunciare alla vittoria. E chi avrebbe deviato in mezzo a quella pazza carriera, con le grida della moltitudine che gli tuonavano nell'orecchio come il rombo del mare in burrasca?
Il trombettiere presso il direttore diede uno squillo poderoso. — A venti passi di distanza nessuno lo udì. Ma vedendo l'atto, i giudici di campo lasciarono cadere la corda a pena in tempo per evitare il cocchio di Messala, nell'abbassarla, e toccarono lo zoccolo del suo primo cavallo. L'impavido Romano, agitò il flagello, che si snodò sibilando nell'aria, allentò le redini, tese il corpo in avanti, e con un grido di trionfo conquistò il muro.
— «Giove è con noi! Giove è con noi!» — urlò tutta la fazione Romana, in un delirio di entusiasmo.
Alla voltata, la testa di leone, con cui terminava il mozzo della sua ruota, urtò la gamba anteriore del cavallo dell'Ateniese, gettando l'animale spaventato addosso al suo vicino di giogo. Entrambi vacillarono, s'impennarono. I custodi balzarono innanzi e li afferrarono per le briglie. Le migliaia di persone sulle gradinate trattennero il respiro, attente; solo dalla tribuna consolare continuavano le grida e il clamore.
— «Giove è con noi!» — urlò Druso.
— «Egli vince! Giove è con noi!» — echeggiarono i suoi compagni, vedendo Messala alla testa del gruppo.
Samballat, con le sue tavolette in mano, si rivolse a loro. Un frastuono, seguito da grida strazianti lo obbligò a guardare nuovamente nell'arena. Messala essendo passato, il Corinzio era il solo che rimanesse alla destra dell'Ateniese, e in quella direzione quest'ultimo cercò di piegare la sua quadriglia spaventata; proprio in quel momento sventura volle che la ruota del Bizantino, suo vicino di destra, incontrasse di fianco il suo cocchio sbalzando l'auriga per terra. Con un urlo di rabbia e di terrore il misero Cleante cadde sotto le zampe dei propri cavalli; orribile spettacolo davanti al quale Ester si coprì gli occhi.
Il Corinzio, il Bizantino, il Sidonio passarono avanti.
Samballat diede uno sguardo a Ben Hur, e si volse nuovamente a Druso e ai suoi compagni.
— «Cento sesterzi sopra l'Ebreo!» — esclamò.
— «Accettato!» — rispose Druso.
— «Altri cento sull'Ebreo!» — gridò Samballat.
Nessuno gli badava. Gridò nuovamente; lo spettacolo dell'Arena assorbiva tutta la loro attenzione, ed essi erano troppo occupati ad urlare: — «Messala! Messala! Giove è con noi!» —
Quando Ester osò guardare nuovamente, alcuni servitori stavano rimovendo i cavalli e il carro frantumato, mentre altri portavano via l'auriga; da ogni banco su cui sedeva un Greco partivano urli di rabbia e preghiere di vendetta.
Essa giunse le mani per la felicità: Ben Hur, incolume volava al pari col Romano! Dietro a loro, in gruppo, venivano il Sidonio, il Corinzio e il Bizantino.
La corsa era incominciata. La moltitudine tratteneva il respiro.
Ben Hur, come abbiamo veduto, si trovava all'estrema sinistra dei sei. Per un momento, come gli altri, fu quasi abbagliato dalla viva luce dell'arena. Pure riuscì a distinguere i suoi avversari e ne indovinò l'intento. Diede uno sguardo scrutatore a Messala. Il freddo orgoglio del patrizioRomano riposava, come d'usato, sul bellissimo volto, alle cui fattezze l'elmo accresceva maestà; ma, fosse giuoco di fantasia o effetto dell'ombra bronzea che copriva il suo viso, in quell'istante l'Ebreo credette di vedere tutta l'anima dell'uomo trasparire attraverso la venustà di quel corpo, un'anima crudele, scaltra, vigile e risoluta.
In pari tempo lo spirito di Ben Hur s'irrigidì in un poderoso sforzo di volontà.
A qualunque costo, a qualunque rischio, egli avrebbe umiliato il suo nemico!
Premio, amici, scommesse, onori, tutto spariva davanti a quell'unico deliberato proposito! Neppure la morte lo avrebbe trattenuto!
Con tutto ciò, nessuna passione gli ardeva nel petto; il sangue non affrettò la sua corsa dal cuore al cervello, dal cervello al cuore; non provava nessun impulso di gettarsi alla cieca in braccio alla Fortuna, poichè egli non credeva alla Fortuna. Fidava in sè, nel disegno da lunga mano preparato, e chiamò a raccolta tutte le forze del suo corpo, tutte le energie della sua intelligenza, per poter attuare il suo piano.
A metà percorso egli si avvide che l'impeto di Messala, lo avrebbe, nel caso che non fosse successo alcuno scontro e la corda fosse caduta, infallibilmente condotto a rasentare il muro interno; e come un lampo gli venne il pensiero che Messalasapesseche la corda doveva cadere all'ultimo momento. Un accordo col direttore avrebbe potuto facilmente stabilire questo; e l'accordo era abbastanza probabile, quando si pensi che il prefetto era Romano, e all'interesse che poteva avere nella vittoria del suo concittadino, il quale, oltre al godere tanta popolarità, aveva una somma così ingente a repentaglio.
Nessun'altra ragione poteva spiegare la fiducia con cui Messala spingeva innanzi la sua quadriglia, proprio nell'istante che gli altri competitori cercavano di frenare le proprie, nessun'altra ragione, tranne la pazzìa.
Ma vedere una cosa e approfittarne sono due cose diverse.
Pel momento Ben Hur rinunciò al muro.
La corda cadde, e tutte le quadriglie, meno la sua, balzarono sulla pista, sotto il doppio impulso dei flagelli e delle voci.
Egli piegò a destra, e con tutta la velocità de' suoi Arabi, tagliò obliquamente la strada ai suoi avversari; dimodochè,mentre la moltitudine fremeva davanti all'infortunio dell'Ateniese, e il Sidonio, il Bizantino, e il Corinzio, cercavano con tutta destrezza di sfuggire alla rovina del compagno, Ben Hur passò loro davanti come una freccia, e procedette ruota a ruota col cocchio di Messala, ma dalla parte esterna.
La meravigliosa abilità dimostrata nel portarsi, in questa guisa, dall'estrema sinistra a destra, non sfuggì ai vigili sguardi delle gradinate; il Circo minacciò di crollare sotto lo scroscio degli applausi.
Allora Ester battè le mani; allora Samballat, sorridendo, offrì di nuovo i suoi cento sesterzi, senza ottenere risposta; e allora, per la prima volta, i Romani ebbero il dubbio che forse Messala avesse trovato il suo pari, forse anche il suo superiore, e questi in un Israelita!
L'uno di fianco all'altro, separati da un intervallo quasi impercettibile, i due cocchi si avvicinavano alla prima mèta.
Il plinto su cui s'ergevano i tre pilastri, veduto da ovest, presentava l'aspetto di un muro, in forma di semi cerchio, offrendo la convessità della curva agli spettatori, parallela all'opposta concavità del balcone di faccia. Questa voltata costituiva la prova di fuoco dei guidatori; Oreste medesimo vi aveva fallito. Un generale silenzio regnante nell'assemblea testimoniava l'interessamento con cui il pubblico seguiva questa fase.
Il calpestìo dei cavalli ed il rumor delle ruote erano distintamente avvertibili.
Allora, per la prima volta, sembrò che Messala si avvedesse della presenza di Ben Hur; e subito tutta l'audacia dell'uomo si manifestò in un modo sorprendente.
— «Abbasso Eros, evviva Marte!» — egli gridò, brandendo il flagello. — «Abbasso Eros, evviva Marte!» — egli ripetè, assestando sulla schiena degli Arabi di Ben Hur, una sferzata, quale essi non avevano mai ricevuto.
Il colpo era stato veduto da ogni settore, e lo stupore fu generale.
Il silenzio divenne terribile nella sua intensità; sugli scranni intorno al Console i più coraggiosi trattennero il respiro, aspettando con gli occhi sbarrati. Solo un istante durò la tensione, poi, come rombo di tuono, scoppiò l'indignazione del pubblico.
I quattro cavalli trasalirono dallo spavento e balzarono innanzi. Nessuno li aveva mai toccati, se non in segno diaffetto; erano cresciuti accarezzati come bambini, e la loro fiducia negli uomini era commovente.
Che cosa dovevano fare quelle delicate creature se non slanciarsi avanti come pazze?
Il carro traballò.
Non v'ha dubbio che ogni esperienza ci è utile nella vita. Donde trasse Ben Hur, in questo momento, il suo braccio vigoroso e il suo pugno di ferro? Donde, se non dai lunghi anni passati al remo? E che cos'era il sobbalzare del carro in confronto al rullìo improvviso della nave battuta dall'ebbro furore dei flutti? Egli mantenne il suo posto, allentò le redini sul capo ai cavalli, parlando loro con voce carezzevole, cercando unicamente di guidarli incolumi intorno all'angolo pericoloso; e prima ancora che l'agitazione del pubblico si fosse sedata, aveva riconquistata la padronanza su di essi.
Non solo: nell'avvicinarsi alla seconda mèta egli si trovò nuovamente al fianco di Messala, seguìto dalla simpatia e dai voti di tutti gli spettatori non Romani. Questo sentimento appariva così evidente, che Messala, con tutta la sua audacia, non stimò opportuno scherzare più oltre.
Mentre i carri passavano la mèta, Ester vide il volto di Ben Hur — un po' pallido, un po' rialzato — ma calmo, risoluto.
Subito un uomo si arrampicò sull'estremità occidentale del muro di divisione, e levò una delle sfere. In pari tempo fu tolto un delfino dall'altra parte.
Nello stesso modo, scomparvero la seconda sfera e il secondo delfino.
Poi la terza sfera e il terzo delfino.
Tre giri erano stati compiuti; Messala occupava ancora l'interno della pista; Ben Hur galoppava all'esterno. La corsa assumeva l'aspetto di una di quelle gare doppie così popolari nel secondo periodo dell'età imperiale. — Nella prima Messala e Ben Hur; il Sidonio, il Corinzio, il Bizantino, seconda.
Intanto gli uscieri avevano ottenuto di far sedere la moltitudine, quantunque il clamore continuasse, precedendo i corridori.
Al quinto giro il Sidonio riuscì a portarsi all'altezza di Ben Hur, ma perdette subito il vantaggio.
Il sesto giro cominciò senza recare un spostamento nelle posizioni relative.
Gradatamente la velocità era aumentata; a poco a pocoil sangue dei guidatori si riscaldava. Uomini e cavalli sembravano sapere che la crisi finale si avvicinava.
L'interessamento che, sul principio della gara, s'era concentrato nella lotta fra Messala e Ben Hur, accompagnato dall'universale simpatia per quest'ultimo, si mutò in ansietà e paura per lui. Su tutti i banchi gli spettatori tendevano gli occhi, seguendo silenziosi e immobili i cavalli dei due competitori.
Ilderim cessò di lisciarsi la barba, ed Ester dimenticò la sua timidezza.
— «Cento sesterzii sull'Ebreo!» — gridò Samballat ai Romani sotto alla tenda consolare.
Nessuno rispose.
— «Un talento — cinque talenti, — dieci, se volete!» —
Agitò le tavolette in atto di sfida.
— «Io vincerò i tuoi sesterzii» — disse un giovine Romano, preparandosi a scrivere.
— «Non farlo» — lo ammonì un amico.
— «Perchè?» —
— «Messala ha raggiunta la sua massima velocità. Guarda come si piega sopra l'orlo del cocchio, e libera le redini, ed ora osserva l'Ebreo.» —
L'altro guardò.
— «Per Ercole!» — egli esclamò impallidendo. — «Il cane fa ogni sforzo per trattenerli. Lo vedo, lo vedo! Se gli Dei non aiutano il nostro amico, egli sarà battuto dall'Israelita. — Ma no, non ancora. Guarda! Giove è con noi, Giove è con noi!» —
Questo grido, che uscì simultaneamente da ogni gola Romana, fece tremare il velario sopra la testa del Console. Se era vero che Messala aveva raggiunta la sua massima velocità, il risultato corrispondeva allo sforzo. Lentamente, ma distintamente, egli guadagnava terreno. I suoi cavalli correvano con le teste chinate e i colli tesi; dal balcone sembrava che radessero il suolo: le loro narici parevano schizzar sangue; gli occhi uscire dalle orbite. Certamente i buoni cavalli facevano tutto il possibile! Ma per quanto tempo avrebbero potuto mantenere quel passo? Era il principio del sesto giro soltanto. Volavano. Nel voltare la seconda mèta i cavalli di Ben Hur piegarono dietro il cocchio del Romano.
La gioia dei partigiani di Messala non ebbe limiti: gridavano, urlavano, gettavano per aria i cappelli; e Samballat riempì le tavolette con le scommesse che essi offrivano.Malluch nella tribuna sopra la Porta del Trionfo potè a stento frenare le sue lacrime. Egli aveva fatto tesoro della allusione di Ben Hur, secondo la quale «qualche cosa» doveva avvenire allo svolto delle colonne occidentali. Era il quinto giro, il qualche cosa non era ancora avvenuto; ed egli s'era detto fra sè: — «Aspettiamo il sesto.» — Il sesto era venuto e Ben Hur galoppava in coda al cocchio nemico.
Nella tribuna orientale, la compagnia di Simonide taceva. La testa del negoziante era chinata sul petto. Ilderim si tirava la barba, e corrugava le ciglia quasi a coprirne gli occhi. Ester respirava appena. Solo Iras sembrava contenta.
Per la penultima volta i cocchi facevano il giro dell'arena. — Messala alla testa, dietro di lui Ben Hur. Era la vecchia corsa di Omero: