LIBRO SECONDO

LIBRO SECONDO

Arde una fiamma in cor, che non si appagaDell'angusta prigion, ma inquieta aspiraA volar oltre i consueti finiDel desiderio, ed una volta accesa,Eternamente, inestinguibil, brucia,E l'uom sospinge ad avventate eccelse,Nè mai si stanca tranne di quïete.Pellegrinaggio di Aroldo.

Arde una fiamma in cor, che non si appagaDell'angusta prigion, ma inquieta aspiraA volar oltre i consueti finiDel desiderio, ed una volta accesa,Eternamente, inestinguibil, brucia,E l'uom sospinge ad avventate eccelse,Nè mai si stanca tranne di quïete.Pellegrinaggio di Aroldo.

Arde una fiamma in cor, che non si appagaDell'angusta prigion, ma inquieta aspiraA volar oltre i consueti finiDel desiderio, ed una volta accesa,Eternamente, inestinguibil, brucia,E l'uom sospinge ad avventate eccelse,Nè mai si stanca tranne di quïete.

Arde una fiamma in cor, che non si appaga

Dell'angusta prigion, ma inquieta aspira

A volar oltre i consueti fini

Del desiderio, ed una volta accesa,

Eternamente, inestinguibil, brucia,

E l'uom sospinge ad avventate eccelse,

Nè mai si stanca tranne di quïete.

Pellegrinaggio di Aroldo.

Pellegrinaggio di Aroldo.

È necessario che il lettore si porti innanzi venticinque anni, al principio dell'amministrazione di Valerio Grato, quarto governatore imperiale della Giudea. — Un periodo notevole per le agitazioni politiche che angustiarono Gerusalemme, prodromi del conflitto finale fra i Romani e gli Ebrei.

Nell'intervallo erano avvenuti parecchi cambiamenti, specie d'ordine politico. Erode il grande era morto un anno dopo la nascita del Bambino e morto così miseramente da giustificare l'opinione che correva nel mondo cristiano, che egli fosse cioè stato colpito dall'ira divina. Come tutti i grandi reggitori di popoli che dedicano tutta la loro vita a rafforzare la potenza che hanno creato, egli aveva sognato di tramandare il trono e la corona, di diventare il fondatore di una dinastia. Con questo intento, nel suo testamento, spartì le terre fra i suoi tre figli Antipate, Filippo ed Archelao, e, a quest'ultimo, diede la dignità regia. Il testamento fu necessariamente sottoposto ad Augusto imperatore, il quale ne ratificò tutte le disposizioni, tranne una sola:rifiutò ad Archelao il titolo di Re finchè non avesse dato prova di capacità e fedeltà.

Lo creò invece Etnarca, e come tale lo lasciò governare nove anni, a capo dei quali, essendosi egli dimostrato impari all'alto ufficio e inabile a frenare gli elementi turbolenti che si agitavano intorno a lui, lo mandò in esilio nelle Gallie.

Cesare non si accontentò di deporre Archelao. Colpì il popolo di Gerusalemme in un modo che ferì nel vivo l'orgoglio dei superbi custodi del Tempio. Ridusse la Giudea in provincia Romana e la aggiunse alla prefettura di Siria.

Di modo che, in vece di un principe governante regalmente nel palazzo che Erode aveva costruito sul monte Sion, la città cadde nelle mani di un ufficiale subordinato, di un impiegato chiamato Procuratore, il quale comunicava con la corte di Roma per via del Legato di Siria, residente in Antiochia. — Per rendere più dolorosa la ferita, al Procuratore non fu permesso di stabilirsi a Gerusalemme; questo onore fu invece concesso a Cesarea. Ma la maggior umiliazione di tutte, la più irritante, la più voluta, fu l'annessione della Samaria, — la disprezzata Samaria, unita alla Giudea come parte della stessa provincia! Quale dolore per i bigotti separatisti o Farisei il vedersi sospinti e derisi alla presenza del Procuratore in Cesarea, dai devoti di Gerizim!

Fra tante lagrime una consolazione sola rimaneva al popolo caduto: Il Pontefice occupava il palazzo di Erode sulla Piazza del Mercato e vi teneva la sembianza d'una corte. Quale fosse in realtà la sua autorità si può facilmente comprendere.

Il Procuratore si riserbava il diritto di vita e di morte. La giustizia era amministrata in suo nome e secondo i decreti di Roma.

Sintomo ancora più significante: il palazzo reale era contemporaneamente occupato dagli ufficiali delle imposte imperiali con tutto il suo corpo di assistenti, registratori, collettori, informatori e spie. Ciò non di meno agli ostinati sognatori di una libertà futura, era di una certa soddisfazione il pensare che il principale personaggio nel palazzo era un Ebreo. La sua sola presenza in esso, giorno per giorno, rammentava loro i patti e le promesse dei profeti e i tempi in cui Jeova reggeva le tribù per mano dei figli d'Aronne: era per essi un segno visibile che Egli non li aveva abbandonati; così le loro speranze li tenevan destie li abituavano a sopportare pazientemente la servitù, mentre aspettavano sempre l'avvento del figlio di Giuda che doveva regnare in Israele.

La Giudea era stata provincia di Roma per oltre ottant'anni — periodo di tempo più che sufficiente per far conoscere ai Cesari il carattere del popolo, per fargli apprendere che l'Ebreo con tutto il suo orgoglio, poteva essere governato quietamente purchè venisse rispettata la sua religione. — Ispirandosi a questi concetti i predecessori di Grato si erano costantemente guardati dall'ingerirsi nelle pratiche religiose dei loro sudditi. Egli invece seguì un'indirizzo diverso; uno dei suoi fatti fu quello di spogliare Hannas delle sue dignità di primo Sacerdote, e di dare il suo posto ad Ismaele figlio di Fabo.

Sia che quest'atto fosse emanato da Augusto o procedesse da Grato medesimo, la sua sconvenienza divenne ben presto apparente. Non esporremo al lettore un capitolo di politica Ebrea, ma due parole sopra questo argomento sono essenziali per la retta intelligenza del racconto.

In questo tempo esistevano in Giudea due partiti: il partito dei nobili, e il partito separatista o popolare. Alla morte di Erode, i due partiti si collegarono contro Archelao: combattendolo nei templi e nel palazzo, a Gerusalemme e a Roma, qualche volta con gli intrighi, qualche volta con le armi, in aperta guerra. Più d'una volta i tranquilli colonnati del Moriah risuonarono delle grida dei combattenti. Finalmente riuscirono a cacciarlo in esilio.

Durante tutta questa lotta gli alleati miravano ai vari loro scopi: i nobili odiavano Jvazar, il primo Sacerdote; mentre i Separatisti erano suoi gelosi seguaci. Quando crollò l'edificio di Erode con Archelao, Jvazar condivise la sua sorte. Hannas, figlio di Set, fu scelto dai nobili a coprire l'alto ufficio. Questo produsse la scissura violenta dei due partiti, che si fronteggiarono in fiera inimicizia.

Nel corso della loro lotta contro lo sfortunato Etnarca i nobili avevano creduto opportuno di piegarsi dalla parte di Roma.

Prevedendo che, quando si fosse abbandonato l'attuale ordinamento, sarebbe stato necessario un nuovo assetto politico, suggerirono la conversione della Giudea in provincia. Questo fatto fornì ai separatisti un nuovo pretesto ed una nuova arma; e quando la Samaria fu incorporata nella provincia, i nobili decaddero ad una esigua minoranza, con nessuno che li sorreggesse all'infuori della corte imperiale, del prestigiodella loro casta e della loro ricchezza. Ad onta di tutto ciò per quindici anni, sino all'avvento di Valerio Grato, riuscirono a mantenersi tanto nel palazzo quanto nel Tempio.

Hannas, l'idolo del suo partito, aveva usato fedelmente del suo potere nell'interesse del suo imperiale patrono. Una guarnigione romana occupava la torre di Antonia; una guardia romana presidiava le porte del palazzo; un giudice romano amministrava la giustizia in materia civile e penale; il sistema fiscale romano, applicato senza pietà, gravava sulla città e sulla campagna.

Ogni giorno, ogni ora, in mille modi, il popolo era angariato ed offeso, imparando a sue spese la differenza fra una vita indipendente e una vita di servitù. Pure Hannas lo conteneva in una tranquillità relativa. Roma non aveva amico più fedele, e la sua mancanza si fece subito sentire. Dopo aver consegnato i suoi indumenti ad Ismaele, il nuovo Sacerdote, egli passò difilato dai cortili del Tempio ai concilî dei Separatisti, mettendosi alla testa di una nuova coalizione.

Grato, il Procuratore, privato così di ogni sostegno, vide i fuochi, che in quindici anni si erano andati gradatamente spegnendo, divampare improvvisamente. Dopo un mese da che Ismaele aveva assunta la nuova carica, il Romano trovò necessario visitarlo in Gerusalemme. Quando, dall'alto delle mura, accolta da un coro di fischi e di urli, gli Ebrei videro la sua guardia entrare per la porta settentrionale della città e marciare verso la torre di Antonia, compresero il vero scopo della visita. — Una intiera coorte di legionari fu aggiunta alla guarnigione, e il giogo poteva ora essere aggravato impunemente.

Se il Procuratore avesse stimato opportuno di dare un esempio, Dio solo avrebbe potuto salvare la prima vittima!

Tenendo presenti queste spiegazioni, il lettore è invitato a recarsi in uno dei giardini del palazzo sul monte Sion. L'ora è la meridiana di un giorno di luglio, quando il calore dell'estate è più intenso.

Il giardino è limitato da ogni banda da fabbricati, alcuni dei quali a due piani, il primo con le porte e le finestre ombreggiate da verande, il superiore terminante con terrazziadornati insieme e protetti da forti balaustre. Qua e là la continuità degli edifici è interrotta da bassi colonnati che permettono la circolazione dei venti, e lasciano intravvedere altri lati del palazzo, ponendone in rilievo tutta la maestà e la ricchezza.

Il giardino non è meno bello. Viottoli ombrosi serpeggiano attraverso prati e cespugli, sopra i quali si elevano alcuni alberi altissimi, rari esemplari di palme e gruppi di carrubi, noci e albicocchi. Il terreno va lentamente degradando dal centro, dove è scavato un profondo bacino di marmo, interrotto tratto tratto da piccole bocche, che, aperte, versano l'acqua nei rigagnoli scorrenti paralleli al sentiero, sapiente artificio per sottrarre il luogo all'aridità troppo prevalente in tutta quella regione.

Non lontano dalla fontana scintilla la superficie di un piccolo stagno che alimenta un gruppo di canne e di leandri, sul genere di quelli che crescono sulle rive del Giordano e del mar Morto. Fra le piante e lo stagno, indifferenti ai raggi che il sole piove loro addosso attraverso l'aria afosa, due giovani, uno di diciannove, l'altro di diciasette anni, ragionano fra loro in serio colloquio.

A prima vista si direbbero fratelli: belli l'uno e l'altro, entrambi neri di chiome e di occhi, dai volti abbronzati, di statura proporzionata alla differenza della loro età. Il maggiore ha la testa scoperta. Una tunica sciolta, cadente fino ai ginocchi, e un mantello azzurro, gettato negligentemente per terra, formavano il suo abbigliamento. Il costume lascia esposte le braccia e le gambe, brune come il volto: ciò nonostante una certa grazia di modi, il taglio aristocratico del viso, l'inflessione della voce, dimostrano chiaramente la sua condizione. La tunica, di soffice lana, grigia al bavaro e alle maniche, con gli orli listati di rosso, stretta intorno alla vita da una corda di seta, lo dice Romano. E se nel discorrere, lancia tratto tratto uno sguardo pieno di alterigia sopra il compagno, e gli parla come ad un inferiore, lo si può quasi scusare, perchè appartiene ad una stirpe nobile persino in Roma, una circostanza che in quei tempi giustificava ogni arroganza.

Nelle terribili guerre fra il primo Cesare e i suoi grandi nemici, un Messala era stato amico di Bruto. Dopo Filippi, senza disdoro al suo nome, egli si riconciliò col vincitore, e più tardi, quando Ottavio lottò per l'impero, Messala gli diede il suo appoggio. Ottavio, diventato imperatoreAugusto, si ricordò dei servigi resi da lui, e colmò la sua famiglia di onori. Fra le altre cose, essendo stata la Giudea ridotta in provincia, mandò il figlio del suo vecchio cliente a Gerusalemme, coll'incarico di riscuotere le imposte della regione e in questo ufficio egli era rimasto, dividendo il palazzo col Primo Sacerdote. Il giovane di cui parliamo era figlio all'uomo testè descritto, e nel volto e negli atti, mostrava troppo spesso di ricordarsi dei rapporti corsi fra l'avo e i più illustri romani del suo tempo.

Il compagno di Messala era di corporatura più esile, e le sue vesti, di finissima e candida tela di lino, erano tagliate secondo la foggia allora prevalente in Gerusalemme. Un panno gli copriva la testa, stretto con un nastro giallo, e disposto in modo da partirsi sulla fronte, e cadere indietro sulla nuca.

Un osservatore, esperto nelle distinzioni delle razze, e studioso più dei tratti che degli abbigliamenti, avrebbe tosto notata la sua origine Ebrea. La fronte del Romano era alta e stretta, il naso acuto ed aquilino, le labbra erano fine e diritte, gli occhi freddi e prossimi alle sopracciglia. La fronte dell'Israelita invece era bassa ed ampia, il naso era lungo e con le narici tumide; il labbro superiore sporgente leggermente sopra l'inferiore, curvandosi agli angoli come l'arco di Cupido: fattezze che aggiunte, alla rotondità del mento, agli occhi grandi, al puro ovale delle guancie soffuse di rosso, davano al suo volto tutta la dolcezza, la forza e la venustà proprie alla sua razza.

La bellezza del Romano era castigata e severa, quella dell'Ebreo ricca e voluttuosa.

— «Non dicevi che il nuovo Procuratore doveva arrivare domani?» —

La domanda proveniva dal minore degli amici ed era formulata in greco, a quel tempo linguaggio dominante nella buona società della Giudea. Era passato dal palazzo all'accampamento e nella scuola, e di là, nessuno seppe bene, come e quando, nel Tempio medesimo, nei sacri corridoi e nei chiostri del Tempio.

— «Sì, domani» — rispose Messala.

— «Chi te lo ha detto?» —

— «Ho inteso Ismaele, il nuovo governatore del Palazzo — voi lo chiamate Primo Sacerdote — che ne parlava a mio padre jeri sera. Certo la notizia sarebbe stata più attendibile se fosse venuta da un Egiziano, la cui razza ha dimenticato ciò che sia la verità, o anche da un Idumeo,il cui popolo non ha mai saputo ciò che la verità fosse; ma per essere proprio certo, ho veduto un centurione della Torre stamane, e mi disse che stavano facendo preparativi per il suo ricevimento; che gli armajuoli stavano forbendo gli elmi, gli scudi, e indorando le aquile e le sfere; che gli appartamenti, da lungo tempo disabitati, venivano spolverati ed arieggiati come per un aumento della guarnigione — la guardia del corpo, probabilmente, del grande uomo.» —

È impossibile di rendere perfettamente il modo con cui questa risposta fu data, perchè i punti più notevoli e più caratteristici sfuggono costantemente al potere della penna. La fantasia del lettore dovrà venire in suo aiuto; e a questo fine dobbiamo ricordare che la riverenza era una qualità che tramontava rapidamente nel mondo romano, o meglio che andava giù di moda. La vecchia religione aveva quasi cessato di essere una fede; tutt'al più era una semplice veste, o un'espressione del pensiero, protetta principalmente dai sacerdoti che trovavano il loro tornaconto nei servizi del Tempio, e dai poeti, che, nei loro versi, non potevano far senza le loro divinità famigliari: vi sono cantori in questa età che loro assomigliano. Come la filosofia prendeva il posto della religione, la ironia sostituiva rapidamente la riverenza, tantochè, nell'opinione dei Latini, essa era, in ogni discorso, anche nelle piccole diatribe famigliari, ciò che è il sale per le vivande, l'aroma pel vino.

Il giovane Messala, educato in Roma, e tornato da poco, aveva acquistato queste abitudini e questi modi: il movimento quasi impercettibile della palpebra inferiore, lo sdegnoso arricciar delle labbra, la languida pronuncia affettata come il miglior modo per esprimere l'idea di una generale indifferenza, ma più ancora per le occasioni che porgeva per certe pause rettoriche, si stimavano di prima importanza, affinchè l'ascoltatore afferrasse bene il concetto e gustasse appieno il frizzo di un epigramma. Una tale pausa avvenne nella risposta testè riferita alla fine dell'allusione all'Egiziano e all'Idumeo.

Il rosso sulle guancie del giovanetto Ebreo si fece più scuro, ed egli non rispose, guardando distrattamente nella profondità dello stagno.

— «Noi ci dicemmo addio in questo giardino». — «La pace del Signore sia con te!» — furono le ultime tue parole. — «Gli Dei ti salvino!» — dissi io. — «Ti ricordi? quanti anni sono trascorsi da quel tempo?» —

— «Cinque» — rispose l'altro, fissando l'acqua.

— «Ebbene, tu hai ragione di essere riconoscente verso — chi dovrei dire? — gli Dei? Non importa chi. — Tu sei cresciuto assai bene; i Greci ti chiamerebbero bellissimo — felice creazione degli anni! Se Giove si accontentasse di un solo Ganimede, quale coppiere saresti per l'imperatore!» —

— «Dimmi o mio Giuda, perchè ti interessa tanto la venuta del Procuratore?» —

Giuda fissò gli occhi sopra il suo interlocutore collo sguardo grave, pensieroso, penetrante in quello del Romano, mentre rispose: — «Sì, cinque anni. Io ricordo la tua partenza; tu andavi a Roma; io ti vidi partire e piansi, perchè ti amavo. Gli anni sono passati, e tu ritorni a me come un principe — non lo dico per celia; e pure — pure — io desidererei che tu fossi il Messala di quando partisti!» —

Le narici del Romano si contrassero in un movimento ironico, e più affettata del solito suonò la sua voce, quando rispose:

— «Non un Ganimede, ma un oracolo o mio Giuda. Qualche lezione dal mio maestro di rettorica presso il Foro — io ti darò una lettera per lui, quando nella tua saggezza ti piegherai a seguire i miei consigli — un po' di pratica nell'arte del mistero, e Delfo ti accoglierà come Apollo medesimo. Al suono della tua voce solenne, la Pizia scenderà dal suo tripode. Seriamente, o mio amico, in che cosa differisco dal Messala che partì? Io intesi discutere una volta il più grande logico della terra. Il tema della sua dissertazione era la disputa. Ricordo un suo detto: «Comprendi bene il tuo avversario prima di rispondergli.» — E, francamente, non ti comprendo.» —

Il giovane arrossì sotto lo sguardo cinico dell'altro; ma rispose con fermezza: «Tu hai approfittato delle occasioni che ti furono offerte, vedo; dalle tue scuole hai riportato molta sapienza e molte grazie. Tu parli con la scioltezza di un maestro, ma il tuo dire punge. Il mio Messala, quando mi abbandonò, non aveva veleno nella sua natura; per tutto l'oro del mondo non avrebbe voluto offendere la sensibilità di un amico.» —

Il Romano sorrise, come se avesse inteso un complimento, e rialzò ancora più fieramente la bella testa patrizia.

— «O mio austero Giuda, non siamo a Dodona o a Pito. Abbandona quel tuo fare da oracolo e discendi a spiegazioni terrene. In che ti ho offeso?» —

L'altro respirò a lungo, e giuocherellando con la corda che gli stringeva la vita: — «In questi anni anch'io appresi qualche cosa. Hillele non sarà pari al filosofo che tu ascoltasti, e Simeone e Sciamma sono, senza dubbio, inferiori al tuo maestro presso il Foro. La loro sapienza non batte strade vietate; quelli che seggono ai loro piedi si alzano ricchi soltanto della scienza di Dio, della Legge e di Israele, imbevuti di amore e di rispetto per tutto ciò che a quelli si riferisce.

Frequentando il Grande Collegio e meditando su quanto vi ascoltai, ho appreso che la Giudea d'oggi non è più quella d'una volta. Io apprezzo la differenza che corre fra un regno indipendente e una piccola provincia soggetta. Sarei più vile, più abbietto di un Samaritano, se non risentissi umiliazione pel mio paese. Ismaele non è il legittimo Sacerdote, e non lo potrà mai essere, vivo l'illustre Hannas. Eppure egli è un Levita, uno di quei devoti che per migliaia d'anni hanno servito il Signore Iddio e la nostra religione. La sua....» —

Messala lo interruppe con un riso mordace.

— «Ora ti comprendo! Ismaele, tu dici, è un usurpatore. Ciò non di meno ti fa male che si possa prestar fede ad un Idumeo piuttosto che a lui. È questo che ti ha punto! Per l'ebbro figlio di Semele, che cosa significa esser Ebreo! Cambiano gli uomini e le cose, il cielo stesso e la terra; ma un Ebreo mai. Per lui non vi ha passato o futuro; egli è oggi ciò che i suoi avi furono prima di lui. Guarda! su questa sabbia io descrivo un cerchio. Ora dimmi che altro è la vita di un Ebreo? Gira e rigira, qui Abramo, là Isacco, Giacobbe; Dio nel mezzo. Per il Tonante, il cerchio è troppo grande. Lo rifaccio....» —

Si arrestò, puntò il pollice per terra e descrisse con le dita un cerchio intorno ad esso.

— «Vedi, questa impronta del pollice è il Tempio, la linea formata dalle dita la Giudea. All'infuori di questo spazio non esiste nulla di buono! Le arti? Erode fu costruttore di palazzi, quindi è maledetto. La pittura, la scoltura Guardarle è un peccato. La poesia l'avete inchiodata sugli altari. In guerra tutto ciò che conquistate in sei giorni lo perdete nel settimo. Questa è la vostra vita e la vostra mèta. E non vuoi che rida? contento dell'adorazione di un tal popolo, che cosa è mai il vostro Dio a petto del nostro Giove romano, che ci presta le sue aquile perchè le nostre armi conquistino l'universo? Hillele, Simeone,Sciammai, Abtalione, che valgono essi di fronte a quei maestri che insegnano che tutto ciò che si può apprendere è degno di essere appreso?» —

L'Ebreo balzò in piedi, con le guancie rosse al pari del fuoco.

— «No, no; siediti, mio Giuda, siediti.» — esclamò Messala, stendendogli la mano.

— «Tu mi schernisci.» —

— «Ascoltami ancora un poco. Presto, — il Romano sorrise con disprezzo — mi verranno in mente Giove e tutta la sua famiglia greca e romana, come al solito, e allora addio serietà! Io ti sono riconoscente d'esser venuto dalla vecchia casa de' tuoi padri per darmi il benvenuto e rinnovare l'affetto della nostra infanzia, se possiamo.» — «Andate,» — disse il mio maestro, nell'ultima sua lezione. — «Andate, e se volete raggiunger la mèta, ricordatevi che Marte regna ed Eros ha ricuperata la vista.» — Egli voleva dire che l'amore è nulla, la guerra tutto. Così è in Roma. Il matrimonio è il primo passo verso il divorzio. La virtù è una qualità da bottegaio. Cleopatra, morendo, ci legò le sue arti, ed è vendicata. Essa ha un successore sotto il tetto di ogni Romano. Il mondo corre per la stessa strada. Abbasso Eros, evviva Marte! Io sarò soldato, ma tu, o mio Giuda, — io ti compiango, — che cosa sarai tu?» —

L'Ebreo si avvicinò allo stagno. Messala continuò.

— «Sì, ti compiango, mio bellissimo Giuda. Dal collegio alla Sinagoga; poi al Tempio, quindi — oh, gloria suprema! — ad un seggio nel Sinedrio. Una bella vita, davvero! Gli dei ti aiutino! Mentre io....» —

Giuda lo guardò e vide l'orgoglio imporporargli le gote e sfavillare negli occhi, mentre ei proseguiva;

— «Ah, la terra non è tutta quanta conquistata! Il mare chiude isole ignote. Nel settentrione vi sono popoli ancora sconosciuti. La gloria di continuare la marcia d'Alessandro nell'ultimo Oriente offre nuovi allori. Vedi quante vie si aprono ad un Romano?» —

Tacque un istante, e poi riprese col solito tono di persona annoiata:

— «Una campagna nell'Africa, un'altra contro gli Sciti, poi il comando di una legione! Qui terminano i sogni di molti. Non il mio. Per Giove, che idea! Rinuncierò alla legione per una prefettura. Pensa alla vita di un Romano danaroso — oro, vino, donne, giuochi, poeti a banchetto, intrighi di corte, dadi tutto l'anno. — Questa sarebbe unadegna mèta alla mia esistenza. Una grassa prefettura? O mio Giuda, ecco la Siria! La Giudea è ricca e Antiochia è una capitale degna degli Dei. Io sarò il successore di Cirenio, e tu, — tu dividerai la mia fortuna.» —

I sofisti e i retori che affollavano i pubblici ritrovi di Roma, e che avevano quasi il monopolio dell'istruzione della gioventù patrizia, avrebbero approvato questi detti di Messala nei quali avrebbero riconosciuto gran parte dei loro insegnamenti; ma nel giovane Ebreo facevano l'impressione di una sgradevole novità, ben diversa dalla solennità dei discorsi e delle conversazioni a cui era abituato. Di più, egli apparteneva ad una razza le cui leggi, costumanze ed abitudini di pensiero, vietavano la ironia e lo scherno. Molto naturalmente quindi egli ascoltò l'amico con varî sentimenti; sdegno dapprima, poi incertezza nel come dovesse prenderlo. Quelle arie di superiorità assunte da Messala lo avevano offeso sin da principio. Presto divennero insopportabili. Anche quella pioggia frizzante di detti satirici destò la sua ira. Per l'Ebreo dell'età di Erode il patriotismo era una passione selvaggia appena celata sotto il manto di una velata pacatezza di modi, e così connessa con la sua storia, con la religione e con Dio, da balzare fuori immediatamente al menomo dileggio di essi. Non è quindi esagerazione l'affermare che il discorso di Messala, progredendo lentamente fino all'ultima sua pausa, cagionò la più acuta tortura al suo uditore, il quale a questo punto, lo interruppe con un sorriso studiato.

— «Sono pochi coloro che permettono che il proprio avvenire sia fatto oggetto di scherno. Io non sono di quelli o Messala.» —

Il Romano lo osservò un istante, poi rispose: — «Perchè non si dovrebbe dire il vero scherzando, anche sotto forma di parabola? La grande Fulvia andò a pescare l'altro giorno, pigliò più pesci di tutte le sue compagne. Si disse che essa avesse fatta indorare la punta del suo amo.» —

— «Allora tu non scherzavi soltanto?» —

— «Mio Giuda, m'accorgo che non ti ho offerto abbastanza,» — rispose il Romano rapidamente, con gli occhi scintillanti. — «Quando sarò Prefetto e dominerò sulla Giudea, ti farò primo Sacerdote.» —

L'Ebreo si voltò adirato.

— «Non andare in collera» — disse Messala.

L'altro si fermò irresoluto.

— «Per gli Dei, mio Giuda, come scotta il sole!» —esclamò il patrizio, osservando la perplessità dell'altro. — «Andiamo all'ombra». —

Giuda rispose freddamente:

— «È meglio che ci lasciamo, sarebbe stato anche meglio che io non fossi venuto. Cercavo un amico, e trovo....» —

— «Un Romano» — disse Messala.

L'Ebreo strinse i pugni, ma, padroneggiandosi con uno sforzo, si allontanò.

Messala si alzò, prese il mantello dal sedile, e gettatoselo sopra le spalle, seguì Giuda. Raggiuntolo, gli pose una mano sulla spalla e continuò il cammino.

— «Con la mia mano sulla tua spalla, eravamo avvezzi a camminare da fanciulli. Procediamo così fino al cancello.» —

Messala cercava d'esser serio e gentile, ma non poteva cancellare dal suo volto la solita espressione satirica. Giuda lo lasciò fare.

— «Tu sei un ragazzo, io sono un uomo; lasciami parlare come tale.» —

La compiacenza del Romano rasentava la superbia. Mentore consigliando il giovane Telemaco non avrebbe potuto parlare con più disinvoltura.

— «Credi tu nelle Parche? Ah, dimenticavo! tu sei un Sadduceo: gli Esseni sono i soli che abbiano giudizio fra voi: essi credono nelle tre sorelle. Così faccio io. Costantemente esse ci attraversano il sentiero. Se covo un grande disegno, se lavoro per attuarlo, proprio quando sto per stringere il mondo nel pugno, intendo dietro di me lo stridere delle forbici. Mi volto, e la scorgo, Atropo maledetta! Ma, mio Giuda, perchè andasti in collera quando parlai di succedere al vecchio Cirenio? Tu pensavi che io volessi arricchirmi depredando questa tua Giudea? Supponiamolo; ciò è quanto farà forse un'altro Romano. Perchè non lo dovrei fare io?» —

Giuda rallentò il passo.

— «Altri stranieri, prima dei Romani, dominarono sulla Giudea,» — disse alzando la mano. — «Dove sono ora, o Messala? Essa ha sopravvissuto a tutti. Ciò che è stato avverrà ancora.» —

Messala disse ancora con pacatezza:

— «Le Parche hanno seguaci anche all'infuori degli Esseni. Ben tornato, o Giuda, nel grembo della fede!» —

— «No, Messala, non contarmi fra quelli. La mia fede poggia sulla rocca che fu il fondamento della fede de' mieipadri prima di Abramo; sopra la parola del Signore Iddio di Israele.» —

— «Troppa foga, mio Giuda. Come un simile scoppio di passione da parte mia, avrebbe incollerito il mio maestro! Io vorrei giovarti, o bello al pari di Ganimede; seriamente vorrei giovarti. Io ti voglio bene, tutto il bene di cui sono capace. Ti dissi che ho intenzione di diventar soldato. Perchè non vuoi fare altrettanto? Perchè non uscire dal cerchio angusto, che, come ti ho dimostrato, è tutta quanta la vita che permettono le tue leggi e i tuoi costumi?» —

L'Ebreo non gli diede alcuna risposta.

— «Chi sono i saggi ai giorni nostri?» — continuò Messala. — «Non quelli che esauriscono le loro forze in vane dispute intorno a cose morte; intorno a Baal, Giove e Jeova, o intorno a filosofie e religioni. Citami un grande nome, o Giuda; non mi importa dove tu possa cercarlo; in Roma, nell'Egitto, in Oriente, o qui in Gerusalemme, — e Plutone mi prenda, se non appartenne ad un uomo che foggiò la sua fama con gli strumenti che gli fornì il presente; che nulla tenne per sacro che non contribuisca a questo fine; che nulla sprezzò di quanto a questo fine condusse.

Non fu così di Erode, non fu così dei Maccabei? E il primo, e il secondo Cesare? Segui il loro esempio. Comincia subito. Ecco Roma, pronta ad aiutarti, come aiutò l'Idumeo Antipatro.» —

Il giovanetto Ebreo tremò di collera, e, trovandosi già vicino al cancello del giardino, affrettò i suoi passi, desideroso di fuggire.

— «O Roma, Roma!» — mormorò.

— «Sii saggio» — continuò Messala. — «Abbandona le fole di Mosè e le tradizioni; guarda in faccia alle cose. Guarda in faccia alle Parche, e ti diranno che Roma è il mondo. Chiedi loro che cosa è la Giudea, e ti risponderanno che è ciò che Roma vuole.» —

Erano giunti all'uscita. Giuda si fermò e tolse dolcemente la mano dell'amico dalla sua spalla, poi si voltò verso Messala, con le lacrime agli occhi.

— «Io ti comprendo, perchè sei Romano; tu non puoi comprender me. Io sono un Israelita. Tu mi hai cagionato un grande dolore, oggi, convincendomi che non potremo mai essere gli amici di una volta, mai! Dividiamoci. La pace del Dio dei miei padri sia con te!» —

Messala gli tese la mano: l'Ebreo passò sotto il portone.Quando egli si fu allontanato il Romano, rimase muto un istante; poi varcò anch'egli la porta, crollando la testa.

— «Sia,» — mormorò. — «Eros è morto, Marte regni!» —

Dall'ingresso della città Sacra, corrispondente all'attuale porta di Santo Stefano, volgeva verso occidente una via parallela alla facciata settentrionale della Torre di Antonia e non molto distante da questo celebre castello. Continuando nella medesima direzione fino alla valle Tiropea, che seguiva per un breve tratto verso sud, essa piegava di nuovo ad occidente fino ad arrivare a quella che la tradizione chiama porta del Giudizio, per quindi volgersi decisamente verso Sud.

Il viaggiatore, o lo studioso famigliare con la sacra località, riconoscerà in questa strada una parte della via Dolorosa, di tanto e così melanconico interessamento per tutti i Cristiani. Siccome per lo scopo nostro non necessita la descrizione di tutta la via, sarà sufficiente di indicare una casa, la quale merita un esame più attento, sorgente all'ultimo angolo di essa.

L'edificio guardava verso occidente e verso settentrione, forse quattrocento piedi di lunghezza per ciascun lato, e, come la maggior parte delle case di una certa pretesa in Oriente, aveva due piani, ed era perfettamente quadrangolare. La via dal lato occidentale misurava circa dodici piedi di larghezza, quella a nord non più di dieci; e chi fosse passato rasente a quelle mura e avesse guardato in alto, sarebbe stato colpito dalla rude, incompleta, ma forte ed imponente apparenza che presentavano, perchè erano formate da larghi blocchi di pietra non tagliati, ma posti l'uno sull'altro come uscivano dalla cava. Un perito dell'epoca lo avrebbe chiamato stile fortilizio, se le finestre, adorne fuor dell'usato, e la finitezza e l'eleganza delle porte non avessero mitigata questa impressione.

Le finestre verso occidente erano in numero di quattro, quelle a settentrione soltanto due, tutte all'altezza del secondo piano. Le porte erano semplici interruzioni delle mura del piano inferiore, ed oltre ad essere tempestate dichiodi e difese da catenacci quasi a resistere ai colpi d'un ariete, erano protette da cornici di marmo artisticamente lavorate e di così ardita proiezione da rivelare apertamente al visitatore non ignaro degli usi del popolo, che il ricco proprietario del palazzo era un Sadduceo in politica ed in religione.

Dopo essersi separato dal Romano sulla Piazza del Mercato, il giovane Ebreo aveva risalita questa strada e s'era fermato davanti alla porta occidentale del palazzo da noi descritto. Gli fu aperta la porta ed egli entrò frettolosamente senza rispondere all'inchino rispettoso del guardiano. Per renderci conto della struttura interna della casa e per apprendere le ulteriori vicende del giovane, seguiamolo.

Il passaggio in cui era stato accolto rassomigliava ad una stretta galleria, con tavolati di legno alle pareti e volta adorna di trafori. Panche di pietra, lucide per lungo uso, la fiancheggiavano. Una quindicina di passi lo portava ad un cortile limitato ad ogni lato da edifici a due piani; il pian terreno era circondato da colonnati, mentre il superiore terminava in una terrazza difesa da una robusta balaustrata.

I servitori che andavano e venivano sui terrazzi, il rumore dei macinatoi in lavoro, la biancheria svolazzante su corde tese da parte a parte; le galline e i piccioni liberi e vaganti per il cortile; le capre, le mucche, gli asini e i cavalli posti sotto i colonnati; un grande serbatoio d'acqua evidentemente destinato all'uso comune, rivelavano gli scopi domestici del cortile.

Nel lato orientale il muro era interrotto da un altro passaggio simile al primo, e, attraverso a questo, il giovane pervenne in una seconda corte, spaziosa e quadrata, allietata da cespugli fioriti e da viti, cui, un bacino di marmo, aggiungeva bellezza e frescura.

I colonnati, qui, erano più alti, ombreggiati da cortine a strisce gialle e rosse, e le colonne avevano sembianza di steli intrecciati. Una gradinata verso sud immetteva ai terrazzi del piano superiore, sopra i quali erano tese grandi tende a proteggerli contro i raggi del sole. Un'altra gradinata conduceva dai terrazzi sul tetto, l'orlo del quale, per tutta la periferia, era adorno di una cornice scolpita e di un parapetto di terracotta rosso vivo. Dappertutto si scorgeva una scrupolosa pulizia che non permetteva alla polvere di adunarsi negli angoli, e non lasciava una foglia secca sopra i cespugli, contribuendo così ad accentuarel'impressione complessivamente deliziosa; tantochè, un visitatore, respirando quell'aria tranquilla e dolce, riceveva un'idea della raffinatezza e della coltura della famiglia che andava a trovare.

Fatti alcuni passi nel secondo cortile, il giovine piegò a destra, e scegliendo un sentiero attraverso i cespugli, giunse alla scala ed ascese al terrazzo, il pavimento del quale era coperto di piastrelle bianche e nere, rese lucide dallo stropiccìo continuo dei piedi. Alzando le tende di una portiera situata a settentrione, entrò in un appartamento che il cadere della tenda ripiombò nell'oscurità. Ciò non di meno procedette con passo sicuro verso un divano sopra il quale si gettò bocconi, riposando con la fronte appoggiata alle braccia incrociate.

Verso il crepuscolo una donna venne alla porta e chiamò; non avendo ottenuta risposta, sospinse la portiera ed entrò.

— «La cena è pronta e cade la notte. Non hai fame?» — gli chiese.

— «No» — rispose egli.

— «Sei ammalato?» —

— «Ho sonno.» —

— «Tua madre ha chiesto di te.» —

— «Dov'è?» —

— «Nel padiglione sopra il tetto.» —

Egli si scosse e si alzò.

— «Bene, portami qualche cosa da mangiare.» —

— «Che cosa desideri?» —

— «Quel che ti piace, Amrah. Non sono ammalato, ma sono indifferente alla vita. Essa non mi sembra così piacevole come mi apparve stamane. Un nuovo male, o mia Amrah; e tu che mi conosci così bene, tu che non mi sei mai venuta meno, pensa a ciò che può sostituire i cibi e le medicine. Portami ciò che vuoi!» —

Le domande di Amrah, e la voce con cui erano state fatte, bassa, dolce e premurosa, rivelavano rapporti di famigliarità fra quei due. Essa pose la mano sulla fronte di lui, e poi, quasi fosse soddisfatta dell'esame, uscì dicendo: — «Vedrò.» — In breve ritornò recando su di un vassoio di legno una scodella di latte, alcune focaccie di pane bianco, un delicato pasticcio di grano macinato, un uccello lessato, miele e sale. Ad una estremità del vassoio stava una coppa d'argento piena di vino, all'altra una lucerna di bronzo accesa.

Così illuminata, la stanza era visibile: le pareti di stuccolevigato, la volta interrotta da grandi travi di quercia, annerite e macchiate dalla pioggia e dal tempo; il pavimento coperto di piccole piastrelle azzurre e bianche, resistenti e ben conservate. Alcune sedie con le gambe intagliate a somiglianza di gambe di leoni; un divano di poco rialzato sopra il suolo, guarnito di stoffa azzurra e in parte coperto da un immenso scialle di lana — in una parola, una camera da letto ebrea.

La luce lasciò vedere anche la donna. Avvicinando una sedia al divano, essa vi pose il vassoio e poi si inginocchiò vicino al suo signore, pronta a servirlo. Il suo volto era quello di una persona di cinquant'anni, scura di carnagione, nera d'occhi, i quali, in quel momento, erano raddolciti da un'espressione di tenerezza quasi materna. Un turbante bianco copriva la sua testa, lasciando esposta parte delle orecchie e in quelle i segni che rivelavano la sua condizione, — dei fori praticati con una grossa lesina. Era una schiava, di origine Egiziana, alla quale neppure il sacro cinquantesimo anno avrebbe potuto portare la libertà; nè essa l'avrebbe accettata, perchè il ragazzo, cui stava attendendo, formava la gioia della sua vita. Essa lo aveva allattato infante, lo aveva curato bambino, e non poteva tralasciare di servirlo. Per il suo affetto egli non sarebbe mai stato un uomo.

Egli parlò una sola volta durante il pasto.

— «Ti ricordi, o mia Amrah» — disse — «di quel Messala che soleva venire a trovarmi per giorni intieri?» —

— «Lo rammento.» —

— «Egli andò a Roma alcuni anni fa, ed è ritornato oggi. Sono stato a fargli visita.» —

Un brivido scosse il giovane.

— «Io avevo indovinato che ti era accaduto qualche cosa di grave.» — disse Amrah, con profonda sollecitudine. — «Io non ho mai amato Messala. Dimmi tutto.» —

Ma egli era tornato sopra pensieri, e alle sue ripetute domande rispose soltanto:

— «Egli è molto mutato, ed io non voglio aver nulla più a che fare con lui.» —

Quando Amrah portò via il vassoio, egli uscì insieme a lei, e salì dal terrazzo sopra il tetto.

Il lettore saprà qualche cosa degli usi a cui si adibiscono i tetti delle case, in Oriente. In quanto ai costumi, il clima è dappertutto il miglior legislatore. L'estate Siriaca, di giorno, costringe le persone a cercare riparo sotto i colonnati ombrosi;ma di notte ne li chiama fuori non appena l'ombre cominciano ad avvolgere lentamente i fianchi delle montagne, come i veli che coprono i cantori Circei. Ma quelle sono lontane, mentre il tetto è vicino, abbastanza rialzato sopra il livello della pianura scintillante, per essere visitato dai freschi venticelli notturni, e per lasciar mirare in tutto il suo splendore la volta stellata del cielo. Così tutta la famiglia si raduna sul tetto, che diviene luogo di giuochi, camera da letto, alcova, sala da musica, da danza, da conversazione, da meditazione e da preghiera.

Le ragioni che, in climi più freddi, suggeriscono la decorazione dell'interno delle case, in Oriente consigliano l'abbellimento del tetto. Il parapetto ordinato da Mosè divenne un trionfo dell'arte vasellaria e statuaria. Più tardi, sopra di esso, si elevarono torri, semplici e fantastiche; più tardi ancora principi e imperatori adornarono le sommità delle loro case di padiglioni di marmo e di oro. L'ultimo portato di questo lusso stravagante furono i giardini pensili di Babilonia.

Il giovane attraversò lentamente in tutta la sua lunghezza il tetto e si avvicinò ad una torre costruita sull'angolo nord-est del palazzo. Se fosse stato un forestiero avrebbe gettato uno sguardo sull'edificio e avrebbe veduto, per quanto l'ombra crepuscolare lo permetteva, un ammasso oscuro di pietre, con finestre a pilastri e graticci, terminato da una cupola. Egli, rapido, entrò passando invece sotto una cortina mezzo rialzata. Nell'interno regnava l'oscurità, tranne che ai quattro lati ove erano delle aperture arcuate attraverso le quali appariva il cielo illuminato di stelle. In uno dei vani, appoggiata ad un cuscino del divano, appariva la figura di una donna, confusamente, attraverso bianchi drappeggiamenti. Al suono dei suoi passi, il ventaglio che ella teneva in mano cessò di agitarsi, luccicando là dove i raggi delle stelle si rifrangevano nelle gemme di cui era tempestato. La donna si alzò a sedere e chiese:

— «Giuda, mio figlio, sei tu?» —

— «Sono io, madre,» — egli rispose, accelerando il passo. Si avvicinò, e si inginocchiò dinanzi a lei, mentr'essa lo cinse con le sue braccia e lo strinse al petto colmandolo di baci.

La madre riprese la sua comoda posizione, sopra il cuscino, mentre il figlio prese posto sul divano, appoggiandole il capo sul grembo. Entrambi, guardando fuori attraverso la finestra, potevano vedere un mare di tetti più bassi: più lontano, verso occidente, le cime nereggianti dei monti, e il cielo, brulicante di stelle. La città era tranquilla. Non si udiva che il fruscìo del vento.

— «Amrah mi dice che t'è successo qualche cosa di grave» — essa cominciò, accarezzando le sue guancie. — «Quando il mio Giuda era bambino, io lasciava che piccole cose lo infastidissero, ma ora egli è un uomo. Egli non deve dimenticare» — la sua voce si fece molto dolce — «che un giorno egli dovrà essere il mio eroe.» —

Essa parlava un idioma quasi caduto in disuso nel paese, ma che alcuni pochi, ricchi di cuore come di beni, conservavano nella sua purezza per distinguersi ancora meglio dai Pagani, — l'idioma in cui Rebecca e Rachele cantarono a Beniamino.

Queste parole sembrarono render il giovane pensieroso, ma, dopo qualche istante, egli prese la mano con cui essa gli faceva vento, e disse — «Oggi, o madre, ho dovuto riflettere su molte cose che prima non avevano rattristata la mia mente. Dimmi, anzitutto, che cosa dovrò diventare un giorno?» —

— «Non te l'ho già detto? Devi diventare il mio eroe.» —

Egli non poteva scorgere il volto di lei, ma sapeva che essa scherzava. Divenne ancora più serio.

— «Tu sei molto buona, molto cara, o madre. Nessuno ti amerà più di me.» —

Le baciò e ribaciò più volte la mano.

— «Io credo di intendere perchè cerchi di evitare la mia domanda,» — continuò. — «Fin'ora la mia vita ti ha appartenuto. Come dolce, come soave è stato il tuo impero su di me! Io vorrei che durasse in eterno. Ma ciò non deve essere. È volontà del Signore che un giorno io divenga padrone di me stesso; sarà un giorno di separazione, e quindi un giorno crudele per te. Siamo serî ecoraggiosi. Io sarò il tuo eroe, ma tu devi indicarmi il cammino per divenirlo. Tu conosci la legge: — «Ogni figlio di Israele deve avere una occupazione.» — Io non sono esente dalla legge, e domando ora: Devo occuparmi degli armenti, o coltivare i campi, o segar legna, o diventare dottore od avvocato? Che cosa devo essere? Cara, buona mamma, aiutami a rispondere.» —

— «Gamaliele ti ha forse tenuto un discorso,» — essa osservò, pensierosa.

— «Se è così, io non lo intesi.» —

— «Allora sei andato a passeggio con Simeone, il quale, mi dicono, eredita l'ingegno della sua famiglia.» —

— «No, io non l'ho veduto. Io sono stato sul Mercato e non nel Tempio. Ho fatto visita al giovane Messala.» —

Un certo cambiamento nella sua voce, attirò l'attenzione della madre. Un presentimento affrettò i battiti del suo cuore; il ventaglio si arrestò di nuovo.

— «Messala? E che cosa potè egli dirti per turbarti così?» —

— «Egli è molto mutato.» —

— «Vuoi dire che è ritornato Romano.» —

— «Sì.» —

— «Romano!» — essa continuò, quasi fra sè. — «Per tutto il mondo, questo significa tiranno! Quanto tempo è rimasto assente?» —

— «Cinque anni.» —

Essa alzò il capo e guardò lontano, nella notte.

— «I costumi della Via Sacra vanno bene nella strade dell'Egiziano e in Babilonia; ma in Gerusalemme, nella nostra Gerusalemme, impera il Patto.» —

E assorta in questo pensiero, ricadde indietro sui cuscini. Egli fu il primo a parlare.

— «Ciò che disse Messala fu abbastanza mordace in sè; ma, se aggiungi il modo in cui si espresse, alcuni dei suoi detti furono intollerabili.» —

— «Credo di intenderti. Roma, i suoi poeti, i suoi oratori, i suoi senatori, i suoi cortigiani, sono pazzi per l'affettazione di ciò che essi chiamano satira...» —

— «Io suppongo che tutti i grandi popoli siano orgogliosi,» — egli proseguì, senza badare all'interruzione; — «ma l'orgoglio di quel popolo è diverso da ogni altro. In questi ultimi tempi è cresciuto a tal misura che appena ne sfuggono gli Dei.» —

— «Gli Dei ne sfuggono!» — riprese la madre. — «Piùd'un Romano ha accettato l'adorazione dei suoi simili come un suo diritto divino.» —

— «Messala ha sempre avute le sue qualità cattive. Quando era bambino io l'ho visto schernire stranieri che persino Erode riceveva con onori: ma almeno risparmiava la Giudea. Per la prima volta, quest'oggi, scherzò sui nostri costumi e su Dio. Come tu mi avresti imposto, io mi sono separato per sempre da lui. Ed ora, o mia cara madre, io vorrei sapere con maggiore certezza se vi è qualche giusto fondamento nel disprezzo del Romano. In che sono io il suo inferiore? Siamo forse un popolo più vile? Perchè dovrei io, anche al cospetto di Cesare, provare la paura dello schiavo? Dimmi specialmente perchè, se io ho un'anima, e così credo, non posso andare alla conquista degli onori di questo mondo ovunque essi siano? Perchè non posso brandire la spada e combattere in guerra? Poeta, perchè non potrò cantare tutti i temi? Io potrò lavorare il metallo, potrò essere guardiano di armenti, mercante, e perchè non anche artista come i Greci? Dimmi, o mia madre, e questo è il riassunto dei miei dolori, — perchè non potrà un figlio di Israele fare tutto ciò che può un Romano?» —

Il lettore rintraccierà l'origine di queste domande al colloquio sulla Piazza del Mercato; la madre, ascoltandolo con l'attenzione di tutte le sue facoltà, da indizî che sarebbero sfuggiti ad un uditore più indifferente, dalle connessioni del soggetto, dallo scopo delle domande, forse dall'accento stesso e dal tono della sua voce, non fu meno rapida nel balzare alla medesima illazione. Essa si alzò diritta e con voce rapida e penetrante come quella del figlio, rispose:

— «Vedo, vedo! — Per le amicizie della sua infanzia Messala era quasi un Ebreo; se fosse rimasto fra noi si sarebbe, forse, convertito, tanto possono, su di noi, le influenze che maturan la nostra vita. Ma gli anni passati in Roma hanno prevalso. Io non mi meraviglio del mutamento: pure, — la sua voce si abbassò — avrebbe potuto trattare più benignamente almeno te. È un indole dura e crudele quella che può dimenticare i primi affetti di gioventù!» —

Con la mano gli sfiorò leggermente la fronte, le dita si impigliarono nei capelli di lui, e indugiarono amorevolmente in essi, mentre gli occhi fissavano le stelle più alte e più splendenti. Fra il suo orgoglio e quello del figlio passavauna corrente di perfetta simpatia. Voleva rispondergli; nello stesso tempo non avrebbe voluto per nulla al mondo che la risposta non lo accontentasse, nè fargli una confessione di inferiorità che avrebbe potuto fiaccare il suo spirito per tutta la vita. Esitò, temendo di affidarsi alle proprie forze.

— «Ciò che tu proponi, o mio Giuda, non è argomento che possa esser trattato degnamente da una donna. Lascia che sospendiamo il discorso sino a domani, e ci consiglieremo col saggio Simeone....» —

— «Non mandarmi dal Rabbino,» — egli disse seccamente.

— «Lo farò venire da noi.» —

— «No, io cerco qualche cosa di più di una semplice informazione. Egli potrebbe darmela forse meglio di te, o madre, ma tu puoi darmi ciò che egli non può — la risolutezza che è l'anima della nostra anima.» —

Mentre i suoi occhi vagavano pel firmamento, ella cercò di comprendere tutto il significato di quelle domande.

— «Abbi coraggio, o mio figlio. Messala discende da una stirpe illustre. La sua famiglia si distinse attraverso a molte generazioni. Nei giorni della Roma repubblicana — quanti anni fa non so — i suoi antenati erano famosi per virtù civili e militari.

Io mi ricordo di un solo console di quel nome; ma la sua famiglia era fra quelle dei senatori e la protezione ne era ricercata come quella di uomini influenti e ricchi. Ma se oggi il tuo amico si vantò dei suoi avi, avresti potuto ridurlo al silenzio enumerando i tuoi. Se egli parlò delle età attraverso le quali si possono seguire il suo lignaggio, le gesta, la potenza, la ricchezza, della sua famiglia, — e queste allusioni, tranne nel caso che grandi ragioni lo richieggano, sono indizî d'un'anima piccina — avresti potuto sfidarlo al paragone.» —

Dopo una breve pausa, in cui raccolse i pensieri, la madre proseguì:

— «Una delle idee prevalenti in questa età è l'importanza data alla nobiltà delle stirpi e delle famiglie. Un Romano che vanti per questo la sua superiorità sopra un figlio di Israele sarà sempre sconfitto. La sua origine data dalla fondazione di Roma; i più illustri fra di essi non possono ripeterla ad un tempo più remoto; alcuni pretendono di farlo ma non possono convalidare il loro asserto con altre prove, che col riferirsi alla tradizione. Messala inogni modo non lo potrebbe. Veniamo a noi. Noi lo potremmo?» —

Se un poco più di luce vi fosse stata nella stanza si sarebbe visto l'orgoglio imporporare le gote della donna e scintillarle negli occhi.

— «Immaginiamo che il Romano ci sfidasse, io potrei rispondergli senza millanteria e senza paura.» —

La sua voce esitò; una mesta ricordanza mutò la forma del suo discorso.

— «Tuo padre, o mio Giuda, dorme in pace coi padri suoi; ma io mi rammento, come se fosse jeri, il giorno in cui, lui ed io, accompagnati da molti amici festanti, ci recammo al Tempio, alla presenza del Signore. Sacrificammo le colombe, e, al sacerdote, diedi il tuo nome che egli scrisse davanti a me: «Giuda, figlio di Iamar, della Casa dei Hur.» Questo nome fu poi ricopiato nel registro messo a parte per gli atti della santa famiglia.[1]

Io non so quando ebbe principio questa costumanza della registrazione. So che era già in uso prima della fuga dall'Egitto. Hillele afferma che Abramo fece fare questi annali per proprio conto col suo nome e i nomi de' suoi figli, mosso dalla promessa del Signore che separò lui e la sua stirpe da tutte le altre razze, e la creò la prima, la più grande, l'eletta della terra. Il patto con Giacobbe, diceva la stessa cosa. «Nella tua semenza tutte le nazioni del mondo saranno benedette». Così disse l'Angelo ad Abramo: «E la terra su cui giaci, io la dono a te ed alla tua semenza.» Così parlò il Signore istesso a Giacobbe addormentato a Bethel sulla strada di Haran. Più tardi uomini saggi cominciarono a pensare ad una giusta partizione della terra promessa, e, affinchè fosse conosciuto chi in quel giorno avesse diritto ad una porzione, fu iniziato il Libro delle Generazioni. — Il beneficato avrebbe potuto essere il più umile della famiglia eletta, perchè il Signore Iddio non conosce distinzioni di rango e di ricchezza. Così, affinchè la verità apparisse chiara agli uomini che dovevano esser testimoni al grande avvenimento, ed essi potessero attribuirne la gloria a chi spettava, si richiese la tenuta degli annali con scrupolosa esattezza. Furono così tenuti?» —

Il ventaglio si agitò in silenzio qualche minuto, finchè egli impazientito, ripetè la domanda della madre: — «Gli annali sono perfettamente esatti?» —

— «Hillele disse che lo sono, e di quanti si occuparono dell'argomento egli è il meglio edotto. Il nostro popolo fu spesso negligente di alcune parti della legge, ma mai di questa. Il buon Rabbino ha egli stesso studiato il Libro delle Generazioni attraverso tre periodi, dalla promessa sino all'apertura del Tempio, sino alla cattività e sino ai giorni nostri. Solo una volta furono interrotti gli annali, e questo avvenne verso la fine del secondo periodo. Ma quando la nazione ritornò dal lungo esiglio, quale primo dovere verso Dio, Zerubbabele ristaurò i Libri, permettendoci nuovamente di seguire la discendenza delle famiglie Ebree per duemil'anni. Ed ora....» —

Si arrestò un istante, come per agevolare al suo ascoltatore la comprensione di quanto aveva detto.

— «Ed ora che cosa diviene il superbo vanto del Romano? per questo paragone i figli d'Israele che vegliano sugli armenti sul monte Rephaim, laggiù, sono più nobili del più illustre dei Marcii.» —

— «Ed io, madre? che dicono i Libri di me?» —

— «Ciò che io ho detto sin'ora aveva relazione colla tua domanda. Io ti risponderò. Se Messala fosse presente, egli potrebbe dire, come altri han detto, che la traccia del tuo lignaggio si smarrisce quando gli Assiri presero Gerusalemme, e distrussero il Tempio, con tutti i suoi cimelii preziosi. Ma tu potresti opporgli il pio lavoro di Zerubbabele, e rispondere, in verità, che la genealogia Romana terminò quando i barbari d'occidente entrarono in Roma e si accamparono, sei mesi, nelle sue vie desolate. Il Governo teneva forse gli annali gentilizî? Se fu così che avvenne di essi in quei giorni funesti? No, no; la verità parla, alla fondazione del Tempio, e indietro, fino, alla marcia dall'Egitto, onde abbiamo l'assoluta certezza che tu discendi in linea diretta da Hur, compagno di Giosuè. In quanto agli antenati, il tuo onore non è dunque grande? Desideri di indagare più oltre? Prendi laTorahed apri il Libro dei Numeri, e settantadue generazioni dopo Adamo troverai il capostipite della tua casa.» —

Il silenzio regnò per qualche tempo, nella stanza sopra il tetto.

— «Io ti ringrazio, o madre» — disse Giuda stringendo le mani di lei nelle sue — «io ti ringrazio di tutto cuore. Avevo ragione di non chiamare il buon Rabbino; egli non avrebbe potuto soddisfarmi come tu lo hai fatto. Ma, per nobilitare veramente una famiglia, basta il solo tempo?» —

— «Ah, tu dimentichi, tu dimentichi! Le nostre pretesenon poggiano unicamente sul tempo; il favore del Signore è la nostra gloria precipua.» —

— «Tu parli della razza, ed io, madre, della famiglia, della nostra famiglia. Negli anni dopo Abramo che cosa ha operato, che cosa ha conseguito? Quali sono le grandi gesta che la innalzano sopra il livello de' suoi pari?» —

Essa esitò, pensando che forse si era tutto questo tempo ingannata sul conto suo. I ragguagli che egli cercava potevano avere uno scopo ulteriore, che non la soddisfazione dell'orgoglio offeso. La gioventù non è che un guscio dipinto in cui risiede quella meraviglia che è lo spirito dell'uomo il quale non aspetta che una certa età per far pompa di sè, più precoce negli uni che negli altri. Essa tremava pensando che questo poteva essere il momento decisivo della vita di Giuda; che, come i bambini appena nati tendono le loro mani inesperte ad afferrare le ombre e piangendo, così l'anima sua, ancora cieca, brancolava in cerca del suo ignoto avvenire. Quelli a cui un giovane viene chiedendo: «Chi sono io e che cosa devo essere?» hanno bisogno di usare di tutta la loro prudenza. Ogni parola della loro risposta potrà essere, nella vita futura, ciò che l'impronta delle dita dell'artefice è per la creta che egli sta modellando.

— «Io provo il sentimento, o mio Giuda» — ella disse, accarezzandogli il capo con la mano che egli aveva stretta fra le sue — «io provo il sentimento di chi lotta contro un avversario ancora sconosciuto. Se Messala è il tuo nemico, dimmi tutto quanto ti ha detto.» —

Il giovane Israelita raccontò il suo colloquio con Messala, fermandosi specialmente sulle espressioni di scherno usate da costui contro gli Ebrei, i loro costumi e la loro vita.

Temendo di parlare, la madre ascoltò in silenzio. Giuda si era recato in Piazza del Mercato attratto dall'affetto per un suo compagno d'infanzia che egli credeva di trovare quale era cinque anni prima, quando egli era partito: aveva all'opposto incontrato un uomo, che invece di ricordargli le risa ed i trastulli passati, gli aveva parlato delfuturo, gli aveva fatto balenare alla mente la gloria dei conquistatori, le loro ricchezze, la loro potenza, e il visitatore era tornato a casa ferito nell'orgoglio, ma animato da una naturale ambizione; la madre, gelosa, lo intuì, e non sapendo quale piega potessero prendere le aspirazioni del figlio, s'intimorì subito. Se ella lo avesse distolto dalla fede dei suoi padri? Agli occhi di lei questa conseguenza apparve più terribile di tutte le altre. Non scorgeva che un solo mezzo per evitarla, e si accinse a questo compito con tutte le forze della sua intelligenza, acuite a tal punto dall'affetto, che, il suo dire, diventò quasi maschile nella foga, e, a momenti, assunse quasi l'ispirazione di un poeta.

— «Non v'è mai stato un popolo» — cominciò — «che non si sia creduto almeno pari a qualunque altro; mai una grande nazione che non si sia creduta massima fra tutte. Quando il Romano, guarda dall'alto in basso Israele non fa che ripetere la follìa dell'Egizio, dell'Assiro, del Macedone; e siccome Dio è dalla nostra parte, il risultato è sempre il medesimo.» —

La sua voce divenne più sicura.

— «Non vi è una legge che determini la superiorità dei popoli; quindi vana è la pretesa e inutili sono le dispute. Un popolo sorge; percorre il suo cammino, e muore o di morte naturale o per insidia di un altro che gli succede nella sua potenza, occupa il suo posto, e sopra i suoi monumenti scrive nomi nuovi; tale è la storia. Se dovessi esprimere simbolicamente Dio e l'uomo nella forma più semplice, io traccerei una linea retta ed un cerchio; e della linea direi: — «Questo è Dio, perchè egli solo procede diritto in eterno; e del cerchio: Questo è l'uomo: tale è il suo cammino.» — Io non intendo dire che non vi sia differenza fra la vita delle singole nazioni; non ve ne sono due che abbian vite compagne. Tuttavia la differenza non consiste, come alcuni sostengono, nell'ampiezza del cerchio che descrivono o nello spazio di terra che coprono, ma dall'altezza della sfera ove si compie il loro ambito, le più alte sfere essendo le più vicine a Dio.

Se ci fermassimo qui, o mio figlio, abbandoneremmo il tema della nostra conversazione senza averlo trattato. Continuiamo. Vi sono dei segni coi quali si misura l'altezza del cerchio che compie ogni nazione del quale dirò solo che è base a questi, paragoniamo l'Ebreo col Romano. La vita quotidiana del popolo è il più semplice di tali segni delquale dirò solo che Israele ha dunque talora dimenticato Dio, mentre il Romano non lo ha mai conosciuto; il paragone dunque non regge.

Il tuo amico, — il tuo amico d'una volta, — ci rimproverò — se bene intesi, — la mancanza di poeti, artisti e guerrieri; col che volle significare che noi non abbiamo avuto grandi uomini, un altro dei segni di cui parlo. Per comprendere bene questa accusa è necessario premettere una definizione. Un grande uomo, o mio figlio, è uno che nella sua vita dimostra di esser stato protetto, se non chiamato da Dio. Il Signore adoperò un Persiano per punire i nostri padri apostati, riducendoli in cattività; un altro Persiano fu eletto per ricondurre i loro figli in Terra Santa; più grande di entrambi, però, fu il Macedone per opera del quale fu vendicata la devastazione della Giudea e la rovina del Tempio. Lo speciale merito di questi uomini fu che ciascuno di loro fu scelto dal Signore per eseguire un disegno divino; nè scema la loro gloria pel fatto che furono pagani. Tieni presente questa definizione mentre procedo.

Vi è un'opinione, secondo la quale la guerra costituisce la più nobile occupazione dell'uomo, e che antepone la gloria dei campi di battaglia a tutte le altre. Non ti inganni questa comune opinione del mondo. È una legge che finchè vi sia qualche cosa che non intendiamo, noi dobbiamo adorarla. La preghiera del barbaro è un urlo di paura di fronte alla forza, la sola qualità divina che egli arriva chiaramente a concepire; d'onde la sua fede negli eroi. Che cosa è Giove se non un eroe Romano? La grande gloria dei Greci è d'aver posto pei primi l'Intelligenza sopra la Forza. In Atene l'oratore e il filosofo furono più venerati del guerriero. L'auriga e il corridore veloce sono ancora gli idoli dell'arena, ma le corone di semprevivi sono riserbate al più dolce cantore. Sette città si contesero l'onore di aver dato i natali ad un poeta. Ma l'Elleno non fu il primo a negare la vecchia fede barbarica. No, mio figlio; quella gloria è nostra: Dio si rivelò ai nostri padri; nella nostra religione l'urlo della paura ha ceduto il posto all'Osanna e al Salmo. Così l'Ebreo ed il Greco, alla testa dell'umanità, l'avrebbero condotta sempre più in alto ed avanti. Ma, ahimè! L'ordinamento del mondo poggia sulla guerra come sopra una condizione eterna. Perciò, sopra l'Intelligenza, e sopra Dio, il Romano ha innalzato il suo Cesare, la concentrazione di tutta la potenza conseguibile, la negazione di ogni altra grandezza.

L'impero dei Greci fu la primavera dell'ingegno. Quale schiera di pensatori l'Intelletto produceva in cambio della libertà che godeva! Ogni cosa ottima aveva la sua gloria, e in ogni cosa regnava una perfezione così assoluta che in tutto, tranne in guerra, il Romano, ha piegato la testa, e si è abbassato all'imitazione. Un Greco è ora il modello degli oratori nel Foro; ascolta, e in ogni canzone Romana intenderai il ritmo del Greco; se un Romano parla saggiamente di morale, di astrazioni, o di misteri della natura, o è un plagiario, o un discepolo di qualche scuola che ebbe un Greco a suo fondatore. In null'altro che nella guerra, lo ripeto, Roma può accampare pretese di originalità. I suoi giuochi e i suoi spettacoli sono invenzioni greche rese più feroci col sangue per appagare la ferocia della plebaglia; la sua religione, se così si può chiamare, è un centone a cui hanno contribuito le fedi di tutti i popoli; i suoi Dei più venerati sono quelli dell'Olimpo, — lo stesso Marte, lo stesso Giove che vantano tanto. Così avviene, o mio figlio, che solo in tutto il mondo il nostro Israele può lottare con la superiorità del Greco, e contendergli la palma dell'originalità dell'Intelletto.

L'egoismo del Romano è cieco, impenetrabile come la sua corazza, davanti alle buone qualità degli altri popoli. Oh, predoni spietati! Sotto l'urto dei loro talloni la terra trema come il grano battuto dalla grandine!

Noi siamo caduti insieme agli altri, — ahi, ch'io debba dirtelo, figliuol mio! — Essi si sono impadroniti delle nostre cariche più eccelse, occupano i luoghi più sacri, e chi ne prevede la fine? Ma, questo io so, — potranno ridurre la Giudea come una mandorla frantumata dai martelli, e divorare Gerusalemme, che ne è l'olio e la dolcezza; ma la gloria degli uomini di Israele rimarrà come un faro nei cieli, inarrivabile alle loro mani; perchè la nostra storia è la storia di Dio, che scrisse con le nostre mani, parlò con le nostre lingue, fonte suprema egli medesimo di tutto il bene che fu nostro; che visse con noi, legislatore sul Sinai, guida nel deserto, in guerra duce, Re nel governo; che nei momenti di dubbio sollevò le tende del padiglione lucente in cui dimora, e, come uomo che parli ad uomini, ci indicò il giusto e retto cammino della vita, e con solenni promesse ci avvinse a Lui con patti eterni. O mio figlio, può darsi che coloro con cui Jeova dimorò, terribile famigliare, non abbiano nulla appreso da Lui? Che nella loro vita e nelle loro azioni le comuni qualitàdegli uomini non siano state conservate in qualche modo e colorite dall'influenza divina? che il loro genio, anche dopo tanto lasso di secoli, non ritenga in sè qualche scintilla celeste?» —

Per qualche tempo il silenzio della stanza non fu rotto che dal fruscìo del ventaglio.

— «Nell'arte scultoria e della pittura,» — proseguì — «Israele non ha avuto cultori.» —

La confessione era fatta con rammarico, perchè dobbiamo ricordare che essa apparteneva alla setta dei Sadduei, la fede dei quali, a differenza di quella dei Farisei, permetteva l'amore per il bello in tutte le sue forme e manifestazioni, indipendentemente dalle sue origini.

— «Pure, chi non vuol condannarci ingiustamente,» continuò, «non deve dimenticare che l'abilità delle nostre dita fu contenuta dal divieto: «Tu non farai per te alcuna figura scolpita, o la immagine di chicchessia,» il che i Sopherim malvagiamente estesero oltre lo spirito della disposizione. E neppure dobbiamo dimenticare che molto tempo prima che Dedalo apparisse nell'Attica e con le sue immagini di legno trasformasse la scoltura in modo da rendere possibili le scuole di Corinto e di Egina e i trionfi del Pecile e del Campidoglio, molto tempo prima di Dedalo, dico, due Israeliti, Bezaleel ed Aholiab, i mastri-artefici del primo tabernacolo, rinomati per la loro perizia in tutti i rami dell'arte, foggiarono i cherubini che troneggiavano sopra l'arca. D'oro battuto, non cesellato, erano fatte quelle statue, divine insieme ed umane nell'aspetto. «Ed esse stenderanno le loro ali dall'alto.... e i loro volti si guarderanno....» Chi nega che fossero bellissime? o che non fossero le prime statue?» —

— «Ora comprendo perchè i Greci ci hanno sorpassato,» — disse Giuda, con profondo interesse.» — E l'Arca? Maledetti siano i Babilonesi che l'hanno distrutta!» —

— «Non dir così, Giuda; sii credente. Non fu distrutta, solo andò perduta, nascosta troppo bene in qualche caverna nei monti. Un giorno, — Hillele e Sciammai lo assicurano entrambi, — un giorno, quando il Signore vorrà, sarà trovata, ed Israele danzerà davanti ad essa, cantando come nei tempi andati. E quelli che allora guarderanno in volto i cherubini d'oro, quantunque si siano già beati dell'aspetto della marmorea Minerva, saranno pronti a baciare la mano dell'Ebreo, per amore del suo genio sopito pel corso di tante migliaia d'anni.» —

La madre, trasportata da varie passioni, aveva parlato con la foga e la veemenza di un oratore; ed ora, per riposarsi, e ricuperare il filo dei suoi pensieri, fece una breve pausa.

— «Tu sei tanto buona, o mia madre,» — egli disse con riconoscenza, — «che non mi stancherò mai di ripetertelo. Nè Sciammai, nè Hillele avrebbero potuto parlar meglio. Io sono ritornato un vero figlio di Israele.» —

— «Adulatore!» — esclamò. Tu non sai che io non ho fatto che ripetere gli argomenti che intesi esporre da Hillele in una conversazione che egli ebbe in mia presenza con un sofista di Roma.» —

— «Ma almeno la foga della parola era tua.» —

Essa riprese:

— «Dove eravamo? Ah sì! Rivendicavo ai nostri padri Ebrei la gloria di aver costruito le prime statue. Ma l'abilità dello scultore, o mio Giuda, non esaurisce l'arte, come l'arte non è che una parziale estrinsecazione della grandezza.

Io m'immagino la processione dei grandi uomini discendere la scalea dei secoli, divisi in gruppi a seconda delle nazionalità. Qui gli Indiani, là gli Egizii, più in là gli Assiri. Li accompagna il suono di fanfare; stendardi sventolano sopra i loro capi. A destra e sinistra, spettatrici riverenti, stanno le innumere generazioni. Mentre avanzano, mi par d'intendere il Greco esclamare: — «Largo! Alla testa di tutti vengono gli Elleni!» — E il Romano protesta: — «Silenzio! il posto che fu tuo ora è mio; vi abbiamo lasciato indietro come la polvere che calcammo sotto i piedi!» —

E durante tutto questo tempo, dalla coda della processione al principio di essa, perdentesi nel lontano futuro, splende una luce sconosciuta al cuore dei contendenti, ma che li guida e li spinge eternamente: la luce della Rivelazione. E chi sono i lampadofori? Ah, il vecchio sangue Giudeo! Come esso brulica e fermenta al solo pensarvi! Per questa luce vi riconosciamo, o tre volte benedetti, padri della nostra stirpe, servi del Signore, custodi dei patti! Voi siete i duci dell'umanità, morta e vivente. Vostra è l'avanguardia: e quand'anche ogni Romano fosse per Cesare, non la perderete!» —


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