LIBRO TERZO

LIBRO TERZO

Cleopatra.. . . . Se la misuraDel dolor nostro la sua fonte eguagliaOh come grande...(entra Diomede)È dunque morto? Parla!Diomede.La morte il tiene nei ferrati artigli,Ma non è morto ancora.Ant. e Cleopatra.— AttoIV. — ScenaVIII.

Cleopatra.. . . . Se la misuraDel dolor nostro la sua fonte eguagliaOh come grande...(entra Diomede)È dunque morto? Parla!Diomede.La morte il tiene nei ferrati artigli,Ma non è morto ancora.

Cleopatra.. . . . Se la misura

Del dolor nostro la sua fonte eguaglia

Oh come grande...

(entra Diomede)

È dunque morto? Parla!

Diomede.La morte il tiene nei ferrati artigli,

Ma non è morto ancora.

Ant. e Cleopatra.— AttoIV. — ScenaVIII.

Ant. e Cleopatra.— AttoIV. — ScenaVIII.

La città di Miseno corona il promontorio dello stesso nome alcune miglia a sud-est di Napoli. Oggi non rimangono che poche rovine ad attestarne l'esistenza, ma nell'anno di grazia 24, al quale trasportiamo ora il lettore, era uno dei porti più importanti del litorale occidentale d'Italia.

Il viaggiatore che si fosse recato al promontorio per godere la vista che esso offriva, avrebbe dovuto salire sopra un muro, e, volgendo le spalle alla città, avrebbe spaziato con gli occhi sulla baia di Napoli, bella allora come oggi; avrebbe ammirata la linea impareggiabile della costa, avrebbe veduto il cono fumante del monte, l'azzurro dolcissimo e profondo del cielo e del mare; ma, abbassandoli verso il mare sottostante, avrebbe osservato uno spettacolo ignoto al turista moderno; metà della flotta Romana di riserva, ancorata ai suoi piedi. Considerata da questo punto, Miseno non sembrava un teatro indegno per l'incontro dei tre padroni di Roma, intenti a spartirsi il dominio del mondo.

In quei tempi il muro era interrotto ad un certo punto in faccia al mare, formando una specie di passaggio cuimetteva capo una via, la quale, quindi, a forma di un grande molo, si stendeva per parecchi stadii nel mare.

La sentinella di guardia a questo passaggio, fu destata dal suo riposo una fresca mattina di settembre da una compagnia che discendeva, conversando animatamente e rumorosamente, la piccola via. La degnò di uno sguardo e quindi ritornò ai suoi sogni interrotti.

Era una ventina di persone, la maggior parte costituita da schiavi, con torcie che illuminavano poco, ma, in compenso, fumavano molto, e che lasciavano nell'aria un acre profumo di nardo Indiano. I padroni li precedevano tenendosi a braccetto. Uno di essi, dall'apparente età di cinquanta anni, alquanto calvo, e portante fra i radi capelli una corona d'alloro, sembrava, dalle attenzioni prodigategli, l'oggetto di qualche affettuosa cerimonia. Portavano tutti ampie toghe di lana bianca con larghe balze di porpora. Uno sguardo era bastato alla sentinella. Conobbe, senza domandare, che erano personaggi di alta condizione che scortavano un loro amico al porto, dopo una notte festevolmente trascorsa. Spiegazioni più ampie potremo trovare seguendo i loro discorsi.

— «No, mio Quinto» — disse uno, parlando all'uomo dalla corona d'alloro — «è crudele la Fortuna che ti strappa così presto da noi. Solo ora tornasti dai mari oltre le Colonne. Non hai neppure avuto il tempo di abituarti alla terra ferma.» —

— «Per Castore! — se un uomo può adoperare la bestemmia di una donna!» — esclamò un altro, alquanto alticcio. — «Non lamentiamoci. Il nostro Quinto va a ricuperare nel mare ciò che ha perduto in terra ieri sera. Giuocare a dadi sopra una nave che rulla, è qualche cosa di diverso dai dadi giuocati qui. Non è vero Quinto?» —

— «Non ingiuriare la Fortuna!» — esclamò un terzo. — «Essa non è nè cieca nè, incostante. Ad Anzio quando il nostro Arrio la interroga, gli risponde annuendo, e sul mare lo accompagna, dirigendo il timone della sua nave. Essa lo strappa dalle nostre braccia, è vero, ma non ce lo riconduce poi sempre ricco di nuovi allori?» —

— «Sono i Greci che lo portano via» — interruppe un altro. — «Accusiamo loro, non gli Dei. Con l'apprender l'arte del commercio, dimenticarono quella del combattere.» —

Con queste parole, la brigata attraversò il passaggio, e giunse al molo prolungantesi innanzi a loro nella baia bellissima,che l'alba incominciava a illuminare. Per le orecchie del vecchio marinaio la risacca delle onde era come il saluto dell'amico. Respirò a lungo, come per riempire i polmoni del profumo delle acque, ed alzò la mano:

— «I miei doni io li ebbi a Preneste, non ad Anzio, — ma vedete! spira vento di ponente. Io ti ringrazio, o Fortuna, mia madre!» — egli disse con riverenza.

Gli amici ripeterono l'esclamazione, e gli schiavi agitarono le torcie.

— «Eccola, viene!» — continuò, indicando una galera che si moveva dall'estremità del molo. — «Un marinaio non ha bisogno di altra amante. La tua Lucrezia è forse più graziosa, mio Caio?» —

Osservò la nave, che avanzava, con uno sguardo pieno di giustificato orgoglio. All'albero più basso era fissata una sola vela, e i remi si tuffavano, si alzavano, scintillavano un istante, immobili nell'aria, poi si immergevano nuovamente, come le ali di un uccello, con ritmo perfetto.

— «Sì, rispettate gli Dei» — egli disse con gli occhi rivolti alla nave — «essi ci mandano buone occasioni. Nostra è la colpa se le trascuriamo. Quanto ai Greci, tu dimentichi, o mio Lentulo, che i pirati che vado a punire sono Greci. Una vittoria sopra di essi ne vale cento sugli Africani.» —

— «Allora ti rechi nell'Egeo?» —

Il marinaio non aveva occhi che per la nave.

— «Che grazia, che venustà! un cigno non si muoverebbe più maestoso sulle onde. Guardate!» — Ma tosto aggiunse: — «Perdonami Lentulo. Io vado nell'Egeo; e siccome la mia partenza è ormai vicina, ve ne dirò la ragione — soltanto tenetela segreta. Io non vorrei che incontrando il mio buon amico il duumviro gliene faceste una colpa. Voi sapete che il commercio fra la Grecia ed Alessandria non è inferiore a quello fra Alessandria e Roma. Il popolo in quelle parti del mondo si è dimenticato di celebrare le feste Cereali, e Trittolemo li ha puniti con un miserabile raccolto. Ad ogni modo il commercio è così cresciuto da non arrestarsi per un sol giorno. Avrete anche sentito parlare dei pirati del Chersoneso, che si annidano nell'Eusino; gente audace, per le Baccanti! Giorni fa arrivò la notizia a Roma che, riunitisi in una flotta numerosa, avevano disceso il Bosforo, affondate le galere davanti a Bisanzio e a Calcedonia, invasa la Propontide, occupato l'Egeo. I mercanti di grano che hanno navi nel Mediterraneo sono spaventati. Ottenneroudienza dall'Imperatore medesimo, ed oggi da Ravenna partono cento galere, e da Miseno — fece una breve pausa, come per pungere maggiormente la curiosità degli amici — una.» —

— «Beato Quinto! Le nostre congratulazioni!» —

— «Bene auguriamo per questa scelta. Ti salutiamo sin d'ora duumviro.» —

— «Quinto Arrio duumviro, suona meglio di Quinto Arrio tribuno.» —

Con queste parole si strinsero festosamente intorno a lui.

— «Io mi rallegro insieme agli altri» — disse l'amico avvinazzato — «mi rallegro assai. Ma voglio essere pratico, o mio duumviro, e finchè io non vedrò che la promozione ti abbia valso una maggior conoscenza delletesseraeriservo il mio giudizio sulla tua fortuna, in questo... in questo affare.» —

— «Vi ringrazio tutti!» — disse Arrio rivolgendosi collettivamente ad essi — «se aveste delle lanterne, direi che siete auguri. Farò di più. Vi mostrerò che avete colpito nel segno. Qui, leggete.» —

Dalle pieghe della sua toga estrasse un rotolo di carta e lo porse a loro, dicendo: — «L'ho ricevuto ieri mentre ero a tavola, da Seiano.» —

Questo nome era già grande nel mondo Romano; grande e non ancora così infame come divenne di poi.

— «Seiano!» — esclamarono in coro, stringendosi attorno a chi leggeva la lettera. Ecco il tenore di essa:

Seiano a C. Cecilio Rufo, Duumviro,Roma, XIX Kal. Sept.Cesare conosce l'abilità di Quinto Arrio, tribuno, e, specialmente, ha udito esaltare il coraggio manifestato da lui nei mari d'occidente. È sua volontà che il detto Arrio sia sull'istante trasferito in Oriente. È ancora volontà di Cesare che raduniate cento triremi di prima classe, perfettamente allestite, e le spediate senza indugio contro i pirati dell'Egeo, e che Quinto sia posto al comando di tale flotta.I dettagli sono tua cura, mio Cecilio.Il momento è urgente, come vedrai dalle relazioni che accludo per te, e pel nominato Quinto.Seiano.

Seiano a C. Cecilio Rufo, Duumviro,

Roma, XIX Kal. Sept.

Cesare conosce l'abilità di Quinto Arrio, tribuno, e, specialmente, ha udito esaltare il coraggio manifestato da lui nei mari d'occidente. È sua volontà che il detto Arrio sia sull'istante trasferito in Oriente. È ancora volontà di Cesare che raduniate cento triremi di prima classe, perfettamente allestite, e le spediate senza indugio contro i pirati dell'Egeo, e che Quinto sia posto al comando di tale flotta.

I dettagli sono tua cura, mio Cecilio.

Il momento è urgente, come vedrai dalle relazioni che accludo per te, e pel nominato Quinto.

Seiano.

Arrio non badò alla lettura. A mano a mano che la nave si avvicinava crebbe il fascino che essa esercitava sopra di lui. Ne seguiva i movimenti con l'occhio di un innamorato. Finalmente agitò le falde della sua toga; in risposta al segnale, sopra l'aplustre, arnese in forma di ventaglio sulla poppa della nave, sventolò una bandiera scarlatta; nel mentre parecchi marinai apparvero sul ponte, si arrampicarono rapidamente sulle corde fino all'antenna, ed ammainarono la vela. La prua fu girata, e la velocità dei remi crebbe di mezzo tempo, cosicchè la nave si avvicinò al molo con la rapidità di un uccello.

Egli osservò la manovra con gli occhi scintillanti. La pronta risposta al timone, la docilità e fermezza con cui la nave teneva la sua rotta, sarebbero state qualità di grande importanza in battaglia.

— «Per le Ninfe!» — disse uno degli amici, restituendo la lettera. — «Non possiamo più dire che l'amico sarà grande; egli lo è già. Il nostro amore deve esser contemperato di rispetto. Che altro hai da dirci?» —

— «Null'altro!» — replicò Arrio. — «Ciò che voi avete appreso oggi è già roba vecchia a Roma, specialmente nel palazzo di Cesare e nel foro. Il duumviro è un uomo discreto. Le mie istruzioni, la località dove dovrò incontrare la flotta, si trovano a bordo in un plico suggellato. Se però questa sera sacrificate agli altari, non dimenticate di innalzare una preghiera per un amico che i remi e il vento sospingono alla volta di Sicilia. Ma ecco la nave che sta per approdare. I suoi ufficiali mi interessano, poichè dovrò combattere e viaggiare con essi. Non è cosa facile approdare con una nave di questa mole ad una spiaggia come questa. Lasciatemi giudicare la loro disciplina e la loro abilità.» —

— «Come, ti è nuova la nave?» —

— «Non l'ho mai veduta prima d'oggi, e non so ancora se vi troverò un solo amico.» —

— «È bene questo?» —

— «Non importa. Noi uomini del mare facciamo presto conoscenza. Il nostro amore e i nostri odii nascono nei comuni pericoli.» —

La nave apparteneva alla classe chiamatanaves liburnicae, lunghe, strette, basse ai lati, e foggiate per velocità di corso e rapidità di manovra. I suoi fianchi eran stupendi. Un doppio getto d'acqua saliva spumeggiando, dinanzi ad essa, e spruzzando le curve audaci della prora, ilati della quale erano adorni di figure di Tritoni soffianti in conchiglie marine.

Sotto la prua, infissa nella chiglia e spingentesi infuori, sotto il livello del mare, era ilrostrum, ordigno di legno rinforzato ed armato di ferro, che in battaglia adoperavasi come un ariete.

Una poderosa cornice, artisticamente scolpita partendo dalla prua abbracciava tutta la lunghezza della nave, e, sorpassando la coperta, serviva di baluardo. Sotto la cornice correva un triplice ordine di vani, ciascuno protetto da uno scudo di cuoio, dai quali si scorgevano i remi, sessanta per ciascun lato. La prora torreggiante era inoltre ornata di caducei, mentre due corde, raccolte ai fianchi, segnavano il numero delle ancore assicurate sul ponte di trinchetto.

La semplicità dell'attrezzatura rivelava che la nave si affidava principalmente al lavoro dei remi. L'albero, piantato bene innanzi, era assicurato da spranghe e gomene agli anelli fissi alle pareti interne del baluardo. Il sartiame era quello strettamente necessario per manovrare l'unica grande vela rettangolare e l'antenna da cui dipendeva.

Eccettuati i marinai, che erano saliti per ammainare la vela ed indugiavano ancora fra le sartie, un sol uomo era visibile sul ponte, presso la prora, completamente armato, con elmo, spada e scudo.

Le centoventi lame di quercia, che le onde e le frequenti puliture di pomice avevan rese bianche e lucenti, si alzavano e cadevano come mosse da una mano sola, e spingevano innanzi il battello con la velocità di un vapore moderno.

Così rapido, e, apparentemente, così temerario, era il corso della nave, che gli amici del tribuno se ne spaventarono. Improvvisamente l'uomo a prua tese la mano con un gesto speciale; tosto tutti i remi si alzarono, si librarono un istante nell'aria, poi caddero verticalmente.

L'acqua si agitò spumeggiando intorno ad essi, e la galera ebbe un tremito, e s'arrestò come atterrita. Un altro gesto della mano, e i remi si alzarono di nuovo, ma, questa volta, quelli di destra, spinsero avanti, mentre i remi di sinistra, avanzando verso la prua, lavorarono contr'acqua. Tre volte i remi ripeterono questa manovra. La nave girò come su un cardine; poi, favorita dal vento, approdò dolcemente al molo.

Una tale mossa mise in vista la poppa, con tutti i suoi ornamenti. V'erano dei tritoni come quelli di prua;il nome era scritto in lettere cubitali in rilievo; il timone, la piattaforma elevata su cui sedeva il timoniere, maestosa figura ricoperta da un'armatura, la mano sulle corde del timone; e l'aplustre, alto, dorato, scolpito, che si curvava sopra il timoniere come una grande foglia arabescata.

Si udì lo squillo acuto di una tromba, e, dai boccaporti si riversarono sul ponte i soldati, tutti superbamente armati, con elmi di bronzo, scudi e giavellotti scintillanti. Mentre essi si schieravano sul ponte in ordine di battaglia, i marinai si arrampicarono sulle sartie e si allinearono lungo l'antenna.

Gli ufficiali e i suonatori di tromba occuparono i loro posti senza confusione e senza rumore. Quando i remi toccarono il molo, una passerella fu abbassata dal ponte del timoniere.

Il tribuno si volse ai compagni e con una gravità dapprima non dimostrata, disse:

— «Ora mi attende il dovere, o miei amici!» —

Si tolse la corona dal capo e la porse al giuocatore di dadi.

— «Prendi questo mirto, o favorito dalletesserae! — esclamò. Se ritorno, verrò a riprendere i miei sesterzii: se la vittoria non m'arride, non ritornerò. Appendi la corona nel tuo atrio.» —

Spalancò le braccia agli amici, ed essi vennero ad uno a ricevere l'abbraccio dell'addio.

— «Gli Dei ti accompagnino, o Quinto!» — esclamarono.

— «Salvete!» — rispose.

Salutò con la mano gli schiavi, che agitarono le torcie; poi si volse alla nave, bellissima per l'ordine perfetto del suo equipaggio, in ranghi serrati, coi cimieri che ondeggiavano e gli scudi e le lancie scintillanti. Quando mise il piede sul ponte, le trombe squillarono, e sopra l'aplustresventolò ilvexillum purpureum, bandiera dell'ammiraglio della flotta.

Il tribuno, ritto sul ponte del timone, con l'ordine del duumviro spiegato nelle mani, parlò all'hortator, o capo dei rematori.

— «A che forza comandi?» —

— «Duecento cinquantadue rematori; dieci supplenti.» —

— «Con ricambi di....» —

— «Ottantaquattro uomini.» —

— «E il servizio che adottavi?» —

— «Due ore di lavoro, due di riposo.» —

Il tribuno pensò alquanto.

— «La disposizione è dura, ed io la riformerò, ma non ora. I remi devono lavorare giorno e notte. Il vento è favorevole: la vela aiuti i remi.» —

Poi voltosi al primo pilota, orector, gli chiese:

— «Quanti anni hai servito?» —

— «Trentadue anni.» —

— «In quali mari principalmente?» —

— «Fra Roma e l'Oriente.» —

— «Tu sei l'uomo che fa per me.» —

Il tribuno consultò gli ordini ricevuti.

— «Dopo la punta della Campanella la nostra rotta sarà verso Messina. Quindi seguendo la curva della costa Calabra fino a Melito, poi... conosci tu le costellazioni che governano il Mar Jonio?» —

— «Le conosco.» —

— «Allora da Melito piega a levante, verso Citera. Se gli Dei sono propizi getterò àncora solo nella baia di Antimona. Il tuo compito è importante, e io mi fido di te.» —

Un uomo prudente era Arrio; e mentre arricchiva gli altari di Anzio e Preneste, stimava che il favore della Dea bendata dipendesse più dal giudizio e dalla cura del fedele che dai proprî doni votivi. Tutta notte, quale anfitrione della cena, egli aveva banchettato e giocato, ma l'odore del mare gli fece rinascere l'istinto e l'abitudine del marinaio, e non volle riposare finchè non conoscesse perfettamente la sua nave. La scienza nulla abbandona al caso. Avendo principiato col capo dei vogatori, e col pilota, in compagnia degli altri ufficiali, cioè il comandante della truppa, il custode dei viveri, il capo delle macchine, il sopraintendente delle cucine e dei fuochi, visitò i varî quartieri della nave. Nulla sfuggiva alla sua ispezione. Quando ebbe terminato, egli solo di tutta la piccola società chiusa fra quelle anguste mura di legno, conosceva a puntino tutta la potenzialità della nave, le sue provvigioni, le sue eventuali risorse in guerra. Non gli mancava che la conoscenza esatta dell'equipaggiosotto il suo comando, la parte più delicata e difficile del suo compito.

A mezzogiorno la galera si trovava all'altezza di Pesto. Il vento continuava a soffiare da occidente, gonfiando le vele ed aiutando materialmente i rematori. Le sentinelle erano state poste sopra coperta. L'altare sul ponte di trinchetto era stato cosparso di sale e di avena; davanti ad esso il tribuno aveva alzate preghiere solenni a Giove, a Nettuno, e a tutte le Oceanine, confermando i suoi voti con vino ed incenso. Ed ora, per meglio studiare i suoi uomini, sedeva nella sua grande cabina.

Questa cabina si trovava nel mezzo della galera, e misurava settantacinque piedi di lunghezza per trenta di larghezza. Era illuminata da tre ampi boccaporti, sostenuta da una doppia fila di vigorosi puntelli, nel centro dei quali appariva l'albero della nave, tutto adorno di ascie, lancie e giavellotti. A ciascun boccaporto si accedeva da due scale mobili, che erano allora sollevate e fissate al soffitto.

Questo era il centro della nave, il ritrovo comune di tutto l'equipaggio, la sala da pranzo, il dormitorio, il campo d'esercitazione e il luogo di riposo e di recreazione in quanto questa era permessa dalla dura e implacabile disciplina di bordo.

In fondo alla cabina si trovava una piattaforma alla quale conducevano parecchi gradini. Su questa sedeva il capo dei rematori, che aveva dinanzi a sè un tavolo sonoro sul quale batteva il tempo con un martello di bronzo, e, a sinistra una clessidra, od orologio ad acqua, per distribuire le ore di lavoro e stabilire i cambi. Sopra di lui, su un'altra piattaforma ancora più rialzata, protetta da una ringhiera dorata, era il quartiere del tribuno, fornito di un letto, un tavolo, unacathedra, o scranna bene imbottita, il tutto di squisita e ricca eleganza.

Seduto comodamente in questa poltrona, cullato dal rullìo uniforme della nave, il mantello militare negligentemente gettato sopra una spalla, e colla spada al fianco, Arrio osservava con occhio vigile il suo equipaggio, e ne era con uguale attenzione osservato. L'occhio critico di lui abbracciava ogni cosa, ma con maggiore insistenza si posava sopra i rematori. I lettori avrebbero fatto lo stesso; soltanto che nel loro interessamento ci sarebbe stata della simpatia e della compassione; mentre il pensiero del tribuno li considerava soltanto come ingranaggi importanti della grande macchina alla quale era preposto.

Lo spettacolo era abbastanza semplice. Lungo i lati della cabina, fisso al pavimento della nave, correva ciò che a prima vista sembrava una triplice fila di banchi; un esame più attento rilevava invece molte serie di sedili, in ciascuna delle quali il secondo sedile era posteriore e più alto del primo, il terzo posteriore e più alto del secondo. Per collocare i sessanta rematori di ciascun lato, lo spazio ad essi destinato era diviso in venti banchi ad un intervallo di un metro l'uno dall'altro. Questa disposizione dava ampio spazio ai rematori che dovevano prendere il tempo l'uno dagli altri come una schiera di soldati marcianti con passo cadenzato in fila serrata. Questa disposizione permetteva ancora un eventuale aumento dei sedili, limitati soltanto dalla lunghezza della galera.

Quanto ai rematori, quelli del primo e secondo sedile, erano seduti, quelli del terzo, dovendo maneggiare remi più lunghi, stavano in piedi. I remi avevano all'impugnatura contrappesi di piombo, ed erano appesi a correggie mobili, che rendevano possibili i più delicati movimenti, ma, d'altra parte, richiedevano una abilità maggiore, perchè una ondata violenta da un momento all'altro poteva cogliere il rematore sbadato e scaraventarlo dal suo sedile. Dalle finestre entrava aria in abbondanza, mentre la luce pioveva attraverso il graticcio che costituiva il pavimento del passaggio tra il ponte e i baluardi laterali. Sotto alcuni riguardi dunque la condizione di questi uomini non poteva dirsi cattiva. Ma non dobbiamo per questo credere che fosse una vita di piacere. Era loro interdetto di parlarsi. Giorno e notte occupavano i proprî posti senza scambiarsi una parola, senza vedere i volti dei vicini. I brevi momenti di intervallo erano dati al sonno, o al cibo. Non ridevano mai; nessuno li aveva sentiti cantare. La vita di quei miserabili era come un fiume sotterraneo che muova lentamente, a fatica, verso una foce ignota.

O Figlio di Maria! Oggi anche i soldati hanno un cuore, e tua ne è la gloria! Ma in quei giorni prigionia significava una vita di stenti sulle mura, nelle strade, nelle miniere, nelle navi. Quando Duilio vinse la prima battaglia navale del suo popolo, Romani maneggiavano i remi, e la gloria della giornata era divisa fra il rematore e il soldato. Questi banchi, che ora osserviamo, erano indizii delle mutate sorti di Roma, seguite alla conquista del mondo, ed illustravano insieme la politica e il coraggio dei Romani. Quasi tutti i popoli vi erano rappresentati da qualcuno deiloro figli, per lo più prigionieri di guerra, scelti per la loro forza. Qui un Britanno; più innanzi un Libio, più indietro un Sarmata, più in là uno Scita, un Gallo, un Greco. Forzati romani insieme a Goti, Longobardi, Ebrei, Etiopi, Egiziani, e barbari delle rive della Meotide. Qui un Ateniese, là un selvaggio dell'Ibernia rosso-chiomato, là un gigante Cimbro dagli occhi azzurri.

Il lavoro dei rematori era troppo materiale per dare occupazione alla loro intelligenza. Spingere innanzi il corpo, sollevare il remo, librarlo, immergerlo, ecco tutto; movimenti che raggiungevano la massima perfezione quando diventavano automatici. Anche la sollecitudine del pericolo derivante dalle onde riottose divenne col tempo meramente istintiva. Il risultato del lungo servizio era un armento di povere creature abbrutite, pazienti, avvilite; corpi muscolosi e intelligenze esaurite, che vivevano di memorie, poche in genere, ma care, decadendo finalmente ad uno stato semi-incosciente, in cui il dolore si ottunde e diventa abitudine e l'anima acquista una straordinaria tenacia.

Da destra a sinistra, un'ora dopo l'altra, il Tribuno volgeva i suoi sguardi, pensoso di tutto tranne dell'infelicità degli schiavi sopra i loro banchi. I loro movimenti precisi, uguali dall'una e dall'altra parte del bastimento, in breve divennero monotoni; allora egli si divertì ad osservare i singoli individui. Col suo stilo notava tratto tratto le deficienze di alcuni, pensando che avrebbe trovato fra i pirati dei sostituti migliori.

Non v'era bisogno di ricordare i nomi degli schiavi, che entravano nella galera come in un sepolcro; bastavano, per distinguerli, dei numeri segnati sopra i sedili ai quali ciascuno era destinato. Nel loro viaggio di esplorazione gli occhi del grand'uomo arrivarono finalmente sopra il numero sessanta, e vi si arrestarono.

Il sedile del numero sessanta era alquanto più alto della piattaforma e distava da lei pochi passi. La luce che scendeva attraverso il graticcio sul capo del rematore lo rivelava intieramente allo sguardo del Tribuno — dritto, e nudo fino alla cintola come i suoi compagni. Parecchi tratti parlavano tuttavia in suo favore. Era molto giovane, non più che ventenne. Arrio non era poi solamente dedito ai dadi, ma era conoscitore di uomini fisicamente, e, quando era a terra, amava visitare i ginnasi e le palestre per vedere ed ammirare gli atleti più famosi. Un professore gli aveva detto una volta che la forza dipendeva piuttosto dalla qualitàche dalla quantità dei muscoli, e che qualunque esercizio richiedeva una certa dose di intelligenza come di forza. Avendo fatto sua questa teoria, come la maggior parte degli uomini che hanno un'idea fissa, cercava continuamente illustrazioni pratiche in suo appoggio.

Nel corso di questi studi raramente aveva incontrato un soggetto che lo soddisfacesse completamente; certo era che nessuno aveva arrestato i suoi sguardi così a lungo come questo.

Al dar mano ad ogni movimento del remo, il corpo ed il volto del rematore, apparivano di profilo all'osservatore sulla piattaforma; l'azione terminava col corpo spinto innanzi. La grazia e la facilità di questo movimento dapprima suggerivano dei dubbi intorno all'onestà dello sforzo; ma questi venivano subito dissipati: la fermezza con cui il remo era afferrato in ciascun movimento, il piegarsi che faceva sotto la spinta, rivelavano la forza impiegata; allo stesso tempo provavano l'arte del rematore, e indussero tosto il critico a riflettere dalla poltrona sull'unione di forza e intelligenza che formava il nocciolo della sua teoria.

Pensando a ciò Arrio osservò la giovinezza dell'uomo; senza provar soverchia tenerezza per questa scoperta, vide che la sua statura era alquanto superiore della media altezza, e che le membra, tanto le superiori che le inferiori erano, di singolare bellezza. Forse le braccia erano troppo lunghe, ma questo difetto scompariva sotto la mole dei muscoli, che in alcuni movimenti si gonfiavano come gruppi di corde. Ogni costola si disegnava chiaramente sopra al corpo rotondo; ma questa era la sana magrezza tanto ricercata nelle palestre. Finalmente, nel complesso dei movimenti del rematore, vi era una tale armonia, che oltre combaciare con la nota teoria del tribuno, stimolava vivamente la sua curiosità.

Provò il bisogno di vedere il volto dell'uomo, di cui non scorgeva che la testa formosa piantata sopra un collo, largo alla base, ma di grande pieghevolezza e grazia. I tratti osservati di profilo erano orientali, e avevano quella delicatezza di espressione che accompagna solitamente l'aristocrazia del sangue e dello spirito. Queste osservazioni resero più intenso l'interessamento del tribuno.

— «Per gli Dei» — pensò fra sè — «quell'individuo ha fatto colpo! Egli promette bene. Voglio conoscerlo.» —

In quella il rematore si voltò, guardandolo, e il tribuno potè contemplarne il viso.

— «È Ebreo ed è un ragazzo!» —

Sotto lo sguardo scrutatore fissato sopra di lui, gli occhi dello schiavo si allargarono e il sangue gli imporporò le gote. Il remo rimase inerte nelle sue mani, ma tosto il martello dell'hortator, cadendo rumorosamente, lo richiamò al dovere. Il vogatore trasalì, e, come se il rimprovero fosse stato personalmente indirizzato a lui, immerse il remo. Quando guardò nuovamente il tribuno, fu stupito di incontrare un sorriso.

Frattanto la galera entrava nello stretto di Messina, e, passando davanti alla città di quel nome, volse la prora verso oriente, finchè la nuvola sopra l'Etna divenne come una macchia sull'orizzonte.

Spesso mentre Arrio dalla piattaforma scendeva alla cabina, si voltava per studiare il rematore, dicendo fra sè:

— «È un giovane animoso. Un Ebreo non è un barbaro. Voglio conoscerlo meglio.» —

Da quattro giorni durava il viaggio, e l'Astraea— così si chiamava la galera — solcava rapidamente le onde del mar Ionio: il cielo era sereno, ed il vento, soffiando costante dall'occidente attestava il favore degli Dei.

Arrio sperava di raggiungere la flotta prima che questa toccasse la baia ad oriente dell'isola di Citera, designata per l'incontro, e, impaziente della lunga attesa, passava tutta la giornata sopra coperta, notando con diligenza ogni particolare della sua nave. Nella cabina, seduto sopra il suo seggio, i suoi pensieri correvano sovente al rematore numero sessanta.

— «Conosci tu quell'uomo che ha abbandonato or ora quel banco?» — chiese finalmente all'hortator.

Gli schiavi s'erano appunto dato il cambio.

— «Numero sessanta?» — domandò il capo.

— «Sì.» —

Il capo guardò attentamente il rematore che passava.

— «Come tu sai, la nave è uscita dal cantiere un mese fa, e gli uomini mi sono nuovi come il bastimento.» —

— «È un ebreo» — osservò Arrio, pensoso.

— «Il nobile Arrio ha l'occhio penetrante.» —

— «È molto giovane» — continuò Arrio.

— «Ma è il nostro miglior rematore» — disse l'altro. — «Ho veduto il suo remo piegarsi quasi a rompersi in due.» —

— «Come si comporta?» —

— «È obbediente; altro non so. Una volta mi chiese un favore.» —

— «Quale?» —

— «Voleva che gli cambiassi posto, alternandolo da destra a sinistra.» —

— «Spiegò le sue ragioni?» —

— «Aveva osservato che gli uomini che lavorano sempre dalla medesima parte diventano deformi. Aggiunse che in un giorno di tempesta o di battaglia avrebbe potuto sorgere la necessità di cambiargli improvvisamente di posto, e allora egli sarebbe stato inservibile.» —

— «Per Pol!L'idea è nuova. Che altro hai osservato in lui?» —

— «È più pulito dei suoi compagni.» —

— «In questo egli è Romano» — approvò Arrio. — «Non conosci la sua storia?» —

— «Neppure una parola.» —

Il tribuno rimase pensieroso alcuni istanti e si volse per tornare al suo posto.

— «Se io fossi sul ponte quando egli ritorna al lavoro» — disse, — «mandalo a me. Venga solo.» —

Due ore dopo Arrio si trovava sotto l'aplustre della galera, nella condizione d'animo di chi, sentendosi trascinato rapidamente verso un evento importante, non può far nulla fuorchè aspettare, condizione d'animo in cui la filosofia investe l'uomo di quella calma ed indifferenza di cui ha tanto bisogno. Il pilota teneva in mano le corde che governavano le due ruote del timone, una a ciascun fianco della nave. Alcuni marinai dormivano all'ombra che proiettava la vela, e in alto, sopra l'antenna, vigilava una sentinella. Alzando gli occhi dall'orologio a sole fisso sotto l'apalustre, che serviva a indirizzare il corso della nave, Arrio vide avvicinarsi il rematore.

— «Il capo ti chiama il nobile Arrio, e mi disse che tu hai chiesto di me. Son venuto.» —

Arrio esaminò la figura, alta muscolosa, colorita dal sole e dal sangue che tumultuava impetuoso nelle vene, la guardò con ammirazione, pensando all'arena; ma il portamento e la voce non rimasero senza un certo effetto. Lavoce rivelava una vita trascorsa in un ambiente elevato e fine; gli occhi erano chiari ed aperti, più curiosi che fieri, e allo sguardo sapiente, scrutatore, imperioso, del tribuno, non's'abbassarono nè mostrarono alcun segno di vergogna, d'ira o di minaccia. Come tacito riconoscimento dell impressione favorevole in lui prodotta, il Romano parlò non come padrone a schiavo, ma come uomo più vecchio ad uno più giovane.

— «L'hortator mi dice che tu sei il suo miglior rematore.» —

— «L'hortator è molto buono» — rispose il forzato.

— «Hai servito a lungo?» —

— «Quasi tre anni.» —

— «Ai remi?» —

— «Non mi rammento un giorno di interruzione.» —

— «La fatica è grande: pochi uomini la sopportano un anno senza ammalarne, e tu... tu sei ancora un ragazzo!» —

— «Il nobile Arrio dimentica che lo spirito aggiunge tenacia al corpo. Col suo aiuto talora il debole vive là dove un forte perirebbe.» —

— «Il tuo accento ti dice Ebreo.» —

— «I miei avi furono Ebrei prima che Roma esistesse.» —

— «L'ostinato orgoglio del tuo popolo non ti manca» — disse Arrio, osservando un lampo nell'occhio del rematore.

— «L'orgoglio è più vivo quando è cinto di catene.» —

— «E quale ragione hai d'essere orgoglioso?» —

— «L'essere Ebreo.» —

Arrio sorrise.

— «Non fui mai a Gerusalemme» — disse; — «ma ho sentito parlare dei suoi principi. Ho conosciuto uno di essi. Era mercante e veleggiava sui mari. Era degno di essere un Re. Di qual condizione sei tu?» —

— «Devo risponderti dal banco della galera. Sono uno schiavo. Mio padre era un principe di Gerusalemme, e quale mercante, veleggiava sui mari. Era conosciuto e stimato nel palazzo del grande Augusto.» —

— «Il suo nome?» —

— «Ithamar, della casa di Hur.» —

Il tribuno alzò la mano in atto di stupore.

— «Un figlio di Hur, tu?» —

Dopo una pausa, domandò:

— «Qual delitto ti ha condotto qui?» —

Giuda lasciò cadere il capo sul petto che ansava comeper schiantarsi. Quando ebbe ripreso padronanza di sè, guardò in faccia il tribuno, e rispose:

— «Fui accusato di aver voluto assassinare Valerio Grato, Procuratore.» —

— «Tu! — «esclamò Arrio, ancor più stupito e facendo un passo indietro. — «Tu quell'assassino! Tutta Roma parlò di quel fatto. La notizia giunse alla mia nave sul fiume di Londra.» —

I due si guardarono in silenzio.

— «Io credevo che la famiglia Hur fosse scomparsa dalla faccia della terra,» — riprese Arrio.

Un fiume di meste rimembranze attraversò il cuore del giovane, abbattendo il suo orgoglio; lacrime gli scintillarono negli occhi.

— «Madre! Madre! O piccola Tirzah! Dove sono? O tribuno, nobile tribuno, se tu sai qualche cosa di loro — giunse le mani in atto di preghiera — dimmi tutto, tutto. Dimmi se sono in vita, e dove, e in qual condizione? Ti supplico, parla!» —

Si avvicinò ad Arrio, sino a toccargli il mantello.

— «Oh! il terribile giorno di tre anni fa,» — continuò — «tre anni, o tribuno, e ogni giorno tutta una intera vita di miseria — una vita di patimenti allietata da nessun raggio di speranza, da nessuna parola. Oh, se, dimenticati, potessimo dimenticare! Se potessi obliare quella scena: mia sorella strappata a me, l'ultimo sguardo di mia madre! Io ho sentito l'alito della peste, e il cozzo di navi in battaglia; ho udito l'uragano flagellare le onde, ed ho riso, riso mentre gli altri pregavano: la morte era un dono invocato. Chino sul remo, nello sforzo quotidiano delle braccia, tentavo di cancellare dalla mia mente quei ricordi... Scusa, o tribuno. Poca cosa ti domando! Dimmi almeno che sono morti, perchè felici non possono essere finchè sanno che io sono perduto. Io ho udito la loro voce chiamarmi di notte; li ho visti camminare sulle acque. O inestinguibile amore materno! E Tirzah, innocente come un giglio, come il giovine ramo della palma, così fresca, così graziosa, così bella! Era il sole della mia giornata. La sua voce era una musica. E mia fu la mano che le trasse in rovina! Io....» —

— «Ammetti la tua colpa?» — chiese Arrio severamente.

Un cambiamento improvviso avvenne in Ben Hur. Lasua voce si fece squillante; le mani si alzarono coi pugni serrati; ogni fibra trasalì; gli occhi scintillarono.

— «Tu hai udito parlare del Dio dei miei padri,» — egli disse, — «dell'infinito Jeova. Per la sua verità e onnipotenza, per l'affetto con cui ha protetto Israele, io giuro che sono innocente!» —

Il tribuno era commosso.

— «O nobile Romano!» — continuò Ben Hur — «dammi un po' di fede, rischiara la densa oscurità ch'è scesa su di me!» —

Arrio camminò pensieroso sul ponte.

— «Fosti condannato in giudizio?» — chiese improvvisamente.

— «No.» —

Il Romano alzò la mano, stupito.

— «Nessun giudizio, nessun testimonio! Chi ti condannò?» —

Ricordiamo che il culto della giustizia presso i Romani fu fortissimo appunto nel periodo della loro decadenza.

— «Mi legarono, e mi trascinarono in una prigione della Torre. Non vidi nessuno. Nessuno mi parlò. Il giorno dopo mi portarono sulla riva del mare. Sono stato un galeotto da allora in poi.» —

— «Che cosa avresti potuto provare in tua discolpa?» —

— «Ero un ragazzo troppo giovane per esser cospiratore. Grato mi era sconosciuto. Se io voleva assassinarlo, quello non era il momento o il luogo. Cavalcava di pieno giorno in mezzo a una legione; la fuga sarebbe stata impossibile. Io apparteneva ad una famiglia fedele amica di Roma. Mio padre godeva l'affetto di Augusto. Eravamo ricchi, e la rovina certa, per me, per mia madre e mia sorella. Finalmente la legge, che per un figlio d'Israele è come l'aria per i polmoni, mi avrebbe arrestato la mano, se avessi avuto tale intento. Non ero pazzo. La morte era preferibile alla vergogna, e, credimi, lo è ancora oggi.» —

— «Chi era teco quando avvenne il fatto?» —

— «Io mi trovava sul tetto del palazzo, il palazzo di mio padre. Tirzah era con me, al mio fianco, tutta candore e gentilezza. Insieme sporgemmo il capo sopra il parapetto per vedere passare la legione. Una tegola scivolò sotto la mia mano e cadde sopra Grato. Credetti d'averlo ucciso. Oh quale spavento fu il mio!» —

— «Dov'era tua madre?» —

— «Nella sua camera.» —

— «Che avvenne di lei?» —

Ben Hur strinse i pugni e con voce strozzata rispose:

— «Non so. La vidi trascinata via dai soldati e nulla ne seppi più. Dalla casa cacciarono ogni creatura vivente, fino gli animali domestici, e sigillarono le porte, con l'intento che essa non ritornasse. Io pure chiesi di lei. Oh una sola parola! Essa almeno era innocente. Io posso perdonare, ma.... ti chieggo scusa, nobile tribuno! Uno schiavo come me non dovrebbe parlare di perdono o di vendetta. Sono condannato al remo per tutta la vita!» —

Arrio aveva ascoltato con grande attenzione. Chiamò in aiuto la sua grande esperienza in materia di schiavi. Se i sentimenti così dimostrati erano falsi, il forzato era un istrione perfetto; d'altra parte, se fossero veri, l'innocenza dell'Ebreo non era dubbia, e, se innocente, quale terribile vendetta era stata presa di un atto fortuito! Un'intera famiglia soppressa! Questo pensiero lo fece raccapricciare.

La vita rozza e spesso sanguinosa del tribuno non aveva soffocato le sue buone qualità morali. Poteva essere inesorabile quando il suo dovere lo richiedeva, ma era anche giusto. E contro qualunque ingiustizia l'animo suo si ribellava. Gli equipaggi delle navi in cui aveva tenuto comando lo chiamavano ilbuon tribuno, ottima definizione del suo carattere.

In questo caso molte circostanze militavano in favore del giovane. Forse Arrio conosceva Valerio Grato senza amarlo; forse aveva conosciuto il padre Hur. Giuda gli aveva fatta questa domanda, e, il lettore se lo ricorderà, egli non aveva risposto.

Il tribuno si trovava in imbarazzo ed esitava. Il suo potere era illimitato; era padrone del bastimento. La pietà e la giustizia insieme lo spingevano a compiere un atto di doverosa riparazione. Ma, d'altra parte, diceva fra sè, non c'era fretta, o piuttosto c'era fretta, per arrivare a Citera; non si poteva privare la nave del suo miglior rematore; poteva aspettare; apprendere qualche cosa d'altro; almeno avrebbe voluto assicurarsi che fosse il principe Ben Hur. Di solito gli schiavi erano bugiardi.

— «Sta bene» — disse finalmente. — «Ritorna al tuo posto.» —

Ben Hur s'inchinò; levò gli occhi in faccia al suo padrone, ma non vi lesse motivo di sperare, fece per andarsene, poi si voltò e disse:

— «Se tu ti ricorderai ancora di me, o tribuno, pensache io ti pregai solo di una parola che mi rivelasse ove fossero mia madre, mia sorella.» — Poi continuò il suo cammino.

Arrio lo seguì con l'ammirazione negli occhi.

— «Per pol!» — pensò — «Che corpo adatto per l'arena! Che corridore! O Dei, che braccio per la spada ed il cesto! — «Fermati,» — soggiunse ad alta voce.

Ben Hur si fermò, ed il tribuno gli si avvicinò.

— «Se fossi libero, che cosa faresti?» —

— «L'illustre Arrio si prende giuoco di me!» — esclamò Giuda con le labbra tremanti.

— «No, per gli Dei, no!» —

— «Allora risponderò con gioia. La mia vita avrebbe un solo scopo: Cercare mia madre e Tirzah. Ogni giorno, ogni ora destinerei a questo intento, finchè non le restituissi alla felicità. Le servirei come uno schiavo. Molto hanno perduto; ma, per il Dio de' miei padri, procaccerei loro il doppio!» —

Questa risposta non era attesa dal Romano. Per un istante smarrì la sua presenza di spirito.

— «Io parlava alla tua ambizione» — disse — «se tua madre e tua sorella fossero morte o irreperibili, che cosa faresti?» —

Un pallore cinereo apparì sul volto di Ben Hur, e i suoi occhi vagavano sul mare. Con uno sforzo vinse la momentanea debolezza e si volse al tribuno.

— «Che professinone seguirei?» — chiese.

— «Sì.» —

— «Tribuno, ti parlerò apertamente. La prima notte di quella terribile giornata di cui ti parlai, ottenni il permesso di diventar soldato. Non ho mutato pensiero; e in tutto il mondo vi è una sola scuola di guerra...» —

— «La palestra!» — esclamò Arrio.

— «No; un campo romano.» —

— «Ma prima devi impratichirti nel maneggio delle armi.» —

Un padrone non dovrebbe consigliare il suo schiavo.

Arrio si accorse dell'errore, e continuò con voce fredda:

— «Ora va» — disse. — «E non fantasticare troppo su quanto è passato fra noi. Forse non ho fatto che scherzare con te, oppure, se ci pensi» — continuò dopo una pausa — «scegli fra la fama di un gladiatore e il servizio militare. Il favore dell'imperatore potrebbe accompagnarela prima, ma non c'è ricompensa per te nel secondo. Tu non sei romano. Va!» —

Poco tempo dopo Ben Hur si trovava nuovamente sul suo banco.

La fatica è lieve se il cuore è leggiero. Il remo sembrò meno pesante a Giuda. La speranza gli ferveva nel cuore. Le ultime parole del tribuno — «Forse non ho fatto che scherzare con te» — erano dimenticate. Il fatto rimaneva che egli era stato chiamato dal grand'uomo e richiesto della sua storia. Questo era il pane di cui Giuda cibava il suo spirito affamato. Qualche cosa di giocondo ne doveva nascere, e le sue labbra mormorarono la preghiera:

— «O Dio! Io sono un figlio di quell'Israele che tu hai tanto amato. Aiutami, ti prego!» —

Nella baia di Antimona, ad Oriente dell'isola di Citera, erano raccolte le cento galere. Dopo aver occupato il primo giorno passandole in rivista, il tribuno fece vela per Nasso, la maggiore delle Cicladi, a mezza strada fra le coste della Grecia e quelle dell'Asia. Da questo punto avrebbe potuto inseguire i pirati sia che rimanessero nell'Egeo o si volgessero al Mediterraneo.

Mentre la flotta, in ordine di battaglia, muoveva verso all'isola, fu vista una galera solitaria avvicinarsi da settentrione. Arrio le andò incontro e dal capitano apprese quei particolari di cui aveva sommamente bisogno.

I pirati appartenevano alle ultime rive dell'Eusino, e della palude Meotide. Avevano fatto i loro preparativi con la massima segretezza, cosicchè la prima notizia che si ebbe di loro fu quando passarono il Bosforo e distrussero la flotta che vi stazionava. Di là all'Ellesponto tutto quanto galleggiava sul mare divenne loro preda. La flotta era composta di circa sessanta galere, quasi tutte triremi, ottimamente armate ed equipaggiate. L'ammiraglio era Greco e Greci erano i piloti, che si dicevano famigliari con tutti i mari d'oriente. Il bottino era incalcolabile. Grande la paura che destavano non solo sul mare ma nei porti. Le città sbarravano le loro porte e di notte armavano di sentinelle le mura. Il commercio era quasi impedito.

— «Dove si trovavano precisamente i pirati?» —

A questa domanda, la più vitale di tutte, Arrio ebbe questa risposta:

— «Dopo aver saccheggiato Efestia sull'isola di Lemno il nemico aveva costeggiato la Tessaglia, e, secondo le ultime notizie, era sparito nei golfi fra l'Eubea e l'Ellade.

Allora la popolazione dell'isola raccolta sulle sommità dei colli, per meglio assistere al raro spettacolo di cento navi procedenti in ordine e di perfetto accordo, vide la prima divisione improvvisamente volgersi a nord, seguita dalle altre, come squadroni di cavalleria moventi in colonna. La notizia delle scorrerie dei pirati era giunta all'isola, e nell'osservare le vele bianche che sparivano lentamente fra Nene e Siro, i più pensierosi fra gli abitanti si rallegravano dello scampato pericolo.

Ciò che Roma afferrava con la mano poderosa sapeva anche difendere: in compenso delle tasse, dava ai popoli sicurezza e protezione.

Il tribuno era più che felice avendo appreso le mosse del nemico, e ringraziò riverente la Fortuna. Essa gli aveva portate notizie certe e rapide, e aveva condotto i nemici in una posizione dove la loro sconfitta sarebbe stata più rapida e completa. Egli sapeva quanto danno una sola galera poteva fare in un mare aperto come il Mediterraneo, e quali erano le difficoltà di rintracciarla e punirla. Più facile sarebbe stata la vittoria e maggiore il merito se avesse potuto d'un colpo distruggere tutta la flotta dei corsari.

Se il lettore esamina una carta qualunque della Grecia e dell'Egeo, vedrà che l'isola d'Eubea o Negroponte giace quasi parallela lungo la classica costa dell'Ellade, come un baluardo avanzato contro l'Asia, lasciando fra sè ed il continente un canale lungo centoventi miglia e largo in media circa otto. Dall'imboccatura settentrionale era passata la flotta di Serse, e da quella erano passati gli audaci corsari dell'Eusino, attratti dalla ricchezza delle città lungo i golfi Pelasgici e Meliei. Arrio pensava di trovarli non distanti dalle Termopili, e decise di accerchiarli da nord e da sud. Il tempo stringeva, e, abbandonando le frutta, i vini e le donne di Nasso, fece spiegare immantinente le vele, spingendo le navi alla loro massima velocità, finchè, sul far della sera, il monte Ocha apparve nero sull'orizzonte e il pilota annunziò vicina la costa dell'Eubea.

Ad un segnale della nave ammiraglia la flotta si arrestò.Quando il cammino fu ripreso, Arrio guidava una divisione di cinquanta galere, con le quali entrò nello stretto, mentre, un'altra divisione, composta di egual numero di navi, rivolse le prore al lato esterno dell'isola, con l'ordine di costeggiarla e di penetrare nello stretto dall'imboccatura settentrionale.

È vero che nessuna delle divisioni eguagliava il numero delle navi nemiche, ma questo svantaggio era compensato da altre considerazioni, non ultima fra le quali la superiorità che alla flotta romana davano la disciplina e l'esperienza militare. Inoltre l'astuto tribuno aveva calcolato, che, se per caso una delle due divisioni fosse sconfitta, l'altra, trovando il nemico fiaccato e malconcio dopo la vittoria, ne avrebbe avuto facilmente ragione.

Intanto Ben Hur continuava la sua vita di rematore. Il riposo nella baia di Antimona gli aveva giovato e lavorava di buona lena. Il capo, sulla piattaforma, era soddisfatto.

In generale gli uomini non sanno quanto conferisca al proprio benessere l'esatta conoscenza di dove si trovano e di dove vanno. La sensazione d'esser perduti è dolorosa; peggio ancora è quella di sentirsi spinti ciecamente verso un punto ignoto.

L'abitudine non aveva a tal punto offuscati i sensi di Ben Hur da non fargli provare questa sofferenza, e, chiuso nel suo carcere angusto, lavorando talora per giorni e notti intere, gli veniva irresistibile il desiderio di conoscere a quale meta ignota si dirigeva la nave; su quali mari, vicina a quali terre si trovava. Ma ora questa curiosità era acuita dalla speranza che il colloquio col tribuno aveva destato nel suo petto. Tendeva l'orecchio ad ogni suono, quasicchè lo scricchiolìo di ogni legno, il sibilo del vento fossero voci che gli potessero parlare; guardava il graticcio sopra il suo capo e quel poco di luce che gli era concessa, come attendendo una spiegazione; e più volte era in procinto di cedere all'impulso di parlare al capo sulla piattaforma, cosa che avrebbe altamente meravigliato quello stolido funzionario.

Nel corso del suo lungo servizio, osservando i pochi raggi del sole che penetravano fin sul pavimento della cabina, aveva imparato a conoscere con una certa approssimazione la direzione in cui moveva la nave. Questo avveniva soltanto nei giorni sereni come quelli che la Fortuna largiva al tribuno, e l'esperimento non aveva fallito dopo la partenza da Citera. Sapendo che si avvicinava alla suapatria, alla Giudea, badava ad ogni deviazione dalla rotta, ed ebbe una vera fitta al cuore quando s'accorse dell'improvvisa piega verso nord, avvenuta, come abbiamo osservato, dopo la partenza da Nasso. La ragione del cambiamento gli era ignota come lo era ai suoi compagni di schiavitù.

Solo una volta in tre anni era salito sul ponte e aveva veduto il mare, e sappiamo quando. Egli non immaginava neppure che dietro alla nave che egli aiutava a spingere veniva una grande flotta in perfetto ordine.

Quando cadde la notte, la direzione continuava ad esser la medesima.

Un profumo d'incenso penetrò dai boccaporti.

— «Il tribuno è davanti all'altare» pensò. — «Siamo dunque alla vigilia di una battaglia?» —

Egli era stato in molte battaglie senza averne veduta una sola. Dal suo banco ne aveva udito il clamore, finchè quei suoni erano diventati famigliari alle sue orecchie come note di musica. Così pure aveva imparato a conoscere molti dei preliminarii della battaglia, principale fra questi, così pei Greci come pei Romani, il sacrifizio agli Dei. I riti erano uguali a quelli che si celebravano all'inizio di un viaggio, e, per lui, come abbiamo visto, erano sempre un indizio e un preavviso.

Una battaglia possedeva per lui e per gli altri forzati un interesse affatto diverso che per i marinai e i soldati. Per quelli poteva significare vittoria o sconfitta, per gli schiavi poteva arrecare un mutamento nella loro condizione, forse la libertà, certamente un miglioramento.

Quando le tenebre si fecero più dense furono accese le lanterne sulle scale, e il tribuno discese dal ponte. Al suo comando i soldati vestirono le loro armature, le macchine furono esaminate; giavellotti, lancie, e freccie ammucchiati sopra il pavimento, insieme a vasi d'olio infiammabile e pece, e a balle di cotone filamentoso.

Da ultimo Ben Hur vide il tribuno salire sopra la sua piattaforma e indossare l'elmo e la corazza, segni indubbi che il combattimento era vicino.

Ad ogni banco era fissa una catena pesante, e con queste l'hortator cominciò ai assicurare i piedi dei rematori, obbligandoli così all'obbedienza, e precludendo, in caso di disastro, ogni possibilità di salvezza.

Un profondo silenzio si fece nella cabina, rotto dapprima solo dal rumore dei remi giranti nei loro sostegni di cuoio.Ogni forzato sentiva l'ignominia dell'atto, e Ben Hur più acutamente degli altri. Ad ogni costo avrebbe voluto evitarlo. Il cigolare crescente delle catene annunziava l'avvicinarsi del capo. Arriverebbe anche a lui; ma il tribuno non sarebbe intervenuto in suo favore?

Questo pensiero, derivante da orgoglio o da egoismo, come il lettore vorrà, si era impadronito violentemente di Ben Hur.

Egli credeva che il Romano sarebbe intervenuto; in ogni modo questa circostanza avrebbe rivelato i sentimenti e le intenzioni di lui. Se, intento com'era alla battaglia imminente, avesse pensato a Giuda, sarebbe stato un indizio dell'opinione favorevole che s'era formato, indizio ch'egli lo innalzava tacitamente sopra i suoi compagni, e un tale indizio avrebbe giustificato ogni speranza.

Ben Hur aspettava con angoscia. L'intervallo sembrava un'eternità. Ad ogni colpo di remo, guardava verso il tribuno, che, terminati i preparativi, si era disteso sopra il suo letto a riposare; vedendo la qual cosa il numero sessanta ebbe un impeto d'ira e giurò di non voltarsi più da quella parte.

L'hortator si avvicinava. Era giunto al numero uno, e il cigolar delle catene aveva un suono orribile. Finalmente era la volta del numero sessanta! Calmo nella sua disperazione, Ben Hur arrestò il suo remo e tese il piede all'ufficiale. In quella il tribuno si mosse, si alzò a sedere, fece un cenno al capo.

Un impeto di gioia assalì l'Ebreo. Il grande uomo girò gli occhi sopra di lui e disse alcune parole al capo. Egli non le intese, ma quando tuffò nuovamente il suo remo nell'acqua tutta la nave gli sembrava illuminata da una luce vivissima e nuova. La catena pendeva inerte al suo fianco, e il capo, ritornando alla sua piattaforma cominciò a battere il suo tavolo sonoro. I colpi del martello gli sembravano note di musica. Col petto appoggiato all'impugnatura di piombo, spingeva il remo con tutte le sue forze, finchè il legno si piegava quasi a spezzarsi.

Il capo si avvicinò al tribuno e con un sorriso indicò il numero sessanta.

— «Che forza!» — egli disse.

— «E che animo!» — il tribuno rispose. «Per Pol!Egli lavora meglio senza i ferri. Non mettiglieli più.» —

Così dicendo si adagiò nuovamente sopra il suo letto.

La nave continuava ad avanzare, spinta dai soli remi,attraverso l'onde appena increspate dal vento. Tutto l'equipaggio, tranne le sentinelle, dormiva: Arrio nella sua cabina, i soldati sopra il pavimento.

Una volta, due volte, s'era fatto lo scambio dei rematori, ma Ben Hur non poteva dormire. Tre anni di tenebre ed ora un filo di luce finalmente! Naufrago già sbattuto dalle onde ed ora in vista di un porto! Come un morto che si sveglia improvvisamente alla vita, sentiva in sè tutto il fremito e i brividi della resurrezione. Non era questo il momento di dormire. La speranza del futuro fa dimenticare le suggestioni e gli impulsi che vengono dal presente e dal passato. Partendo dal favore del tribuno, essa lo trascinava per vie fiorite verso orizzonti di porpora e d'oro. Le sofferenze ricompensate; restaurata la sua casa e la fortuna della famiglia; la madre e la sorella strette nuovamente fra le sue braccia, — queste erano le sue idee su cui si imperniavano le sue splendide fantasticherie. Le visioni che la speranza gli dettava, non erano amareggiate da alcun dubbio. Esse esistevano veramente per lui, assumevano tutta la consistenza di cose vere, riempiendo il suo petto di una gioia così profonda, così perfetta, da non lasciare alcun posto a pensieri di vendetta. Messala, Grato, Roma e tutte le tristi memorie che ad essi si connettevano, erano spariti per lui, come cose morte, — miasmi della terra sopra i quali egli s'innalzava leggiero e sicuro, ascoltando il canto delle stelle.

La profonda oscurità che precede l'alba avviluppava le acque e l'Astraea continuava la sua rotta, quando una sentinella, scendendo rapidamente dal ponte, si avvicinò ad Arrio e lo destò. Il tribuno balzò in piedi, indossò l'elmo, la spada e lo scudo e andò dal capo dei soldati.

— «I pirati sono vicini. Affrettatevi!» — egli disse, e, con passo fermo e confidente, salì, per le scale, sul ponte.

Tutto l'equipaggio era desto e si preparava al combattimento. Gli ufficiali erano al loro posto. I soldati avevano impugnate le armi e munivano i baluardi, in doppia fila, come i legionarî. Casse di giavellotti e faretre piene di freccie erano ammucchiate sul ponte. Presso al boccaportocentrale erano disposti serbatoi d'olio, e proiettili incandescenti, pronti ad essere lanciati sopra il nemico. Altri fanali furono accesi; apprestate secchie d'acqua per servire in caso d'incendio. I rematori di ricambio stavano schierati davanti al capo ed erano custoditi da alcune guardie. Ben Hur, che fortunatamente si trovava fra essi, tendeva l'orecchio al rumore degli ultimi preparativi e vedeva i marinai che ammainavano le vele, spiegavano le reti, caricavano le macchine, e appendevano gli scudi di cuoio ai parapetti della nave. Quindi un profondo silenzio si fece sulla galera, un silenzio pieno di incerta paura e di attesa.

Un ordine fu dato sul ponte e comunicato attraverso un boccaporto al capo degli schiavi. I remi si arrestarono di colpo.

Che cosa significava ciò?

Ciascuno dei centoventi schiavi incatenati ai banchi si fece questa domanda. Non erano animati da alcun sentimento di amor di patria, da alcun senso d'onore o di dovere. Provavano soltanto il fremito di uomini che una forza cieca e inesorabile spinge incontro ad un pericolo. Il più ottuso di essi si fece questa domanda, ma nessuno pensava a ciò che ne poteva derivare per loro. Incatenati ai banchi, la vittoria non avrebbe che ribadito le loro catene; mentre, in caso di disastro, incendiata o mandata a picco la nave, ne dividevano la sorte.

Ma Ben Hur pensava ad altro. Un suono come un tuffo di molti remi nell'acqua intorno a lui, attirò la sua attenzione. L'Astraeadondolava come in mezzo ad onde che si urtavano da parti opposte. Gli balenò l'idea che una grande flotta fosse vicina, una grande flotta che manovrasse, che si preparasse probabilmente all'attacco. Il sangue gli bollì nelle vene a quel pensiero.

Un altro ordine fu dato sul ponte. I remi si tuffarono nell'acqua e la nave riprese lentamente il suo cammino. Non un rumore si udiva a bordo, non un rumore veniva dal mare, eppure ogni uomo nella cabina si preparò istintivamente all'urto; la nave medesima sembrava averlo intuito e rimaneva silenziosa.

Finalmente un sonoro e prolungato squillo di tromba sul ponte ruppe il silenzio. Il capo abbassò il martello, e i rematori, chini sui remi, raddoppiarono i loro sforzi. La nave si slanciò innanzi, tremando come una creatura animata. Altre trombe si unirono al clamore, quali a destra e a sinistra, quali di dietro; nessuna suonòdavanti, donde veniva solo un confuso tumulto di voci e di rumori. Vi fu una scossa violenta. I rematori in piedi, dinanzi al capo, vacillarono; alcuni caddero. La nave rinculò, riprese la spinta e si avventò con novello impeto. Grida alte ed acute di uomini atterriti sorsero d'ogni parte più forti degli squilli delle fanfare e del fracasso dello scontro. Poi, sotto ai piedi, sotto la chiglia, Ben Hur sentì l'urto e il rumore sordo di legname frantumato. I forzati si guardarono in viso. Un urlo di trionfo sorse dal ponte — la prua della nave Romana aveva vinto! Ma chi erano gli infelici che il mare aveva inghiottito? Di qual paese, di qual lingua erano essi?

Nessuna pausa, nessuna fermata. L'Astraeacontinuò la sua corsa. Alcuni marinai discesero a precipizio le scale, tuffarono le balle di cotone nei serbatoi d'olio e li passarono gocciolanti ai compagni sul ponte. Il fuoco doveva aggiungersi ai terrori del combattimento.

In quella la galera si piegò improvvisamente sopra un fianco cosicchè i rematori della parte opposta a stento poterono conservare il loro equilibrio. Un altra volta risuonò l'urrà dei Romani. Una nave nemica, afferrata dai ganci della grande gru girante sulla prua, veniva alzata nell'aria per esser poi ripiombata nelle onde ed affondata.

Il clamore aumentava d'ogni lato. Di tanto in tanto altri scrosci seguiti da urli di terrore narravano di altre navi mandate a picco con tutto il loro equipaggio.

Ma il combattimento non era tutto favorevole ai Romani. Sovente un soldato o un marinaio erano portati nella cabina e adagiati feriti, talvolta moribondi, sul suolo.

Spesso nuvole di fumo e di vapore, appestate dall'odore di carne abbruciata, si versavano attraverso i boccaporti, avvolgendo la cabina in una densa oscurità, rotta soltanto dal bagliore di qualche fiamma gialla.

Ansando e boccheggiando, Ben Hur sapeva che passavano attraverso le vampe di una nave incendiata, che ardeva con tutti i rematori incatenati ai loro posti.

Improvvisamente l'Astraeasi arrestò. I remi balzarono dalle mani dei forzati, ed essi medesimi furono rovesciati dai sedili. Sul ponte risuonò il calpestìo furioso di molti piedi, e ai fianchi si udì lo stritolìo di navi e il frantumarsi di remi. Gli schiavi, si gettarono per terra o strisciarono in cerca di nascondigli. In mezzo a questo panico un corpo umano fu lanciato a capofitto attraverso il boccaporto, ai piedi di Ben Hur.

Egli vide un busto seminudo, una massa di capelli neri spioventi sul viso, e, sotto, uno scudo di vimini e di cuoio: Un barbaro del settentrione, cui la morte aveva tolto vendetta e bottino. Come era venuto in questo luogo? Gli uncini ferrati lo avevano strappato dal ponte nemico? No, l'Astraeaera stata arrembata! I Romani combattevano sul proprio ponte. Un brivido prese l'Ebreo. Forse Arrio era assalito, lottava per la propria vita. Se fosse ucciso! Il Dio d'Abramo non lo voglia! Che sarebbero divenute le speranze ed i sogni vagheggiati? Madre, sorella, casa, patria, dovrebbe perderli di bel nuovo? Il tumulto raddoppiò sopra il suo capo; nella cabina tutto era confusione, i rematori paralizzati sui loro banchi, uomini correnti qua e là all'impazzata; solo il capo, seduto davanti al suo tavolo, aspettava impassibile un ordine del tribuno, esempio di quella mirabile disciplina che aveva soggiogato il mondo.

L'esempio fece bene a Ben Hur. Si padroneggiò abbastanza per riflettere. Onore e dovere costringevano il Romano al suo posto, ma per lui queste ragioni non esistevano. Egli era uno schiavo e forse questo era il momento di riacquistare la libertà. A che pro' il sacrificio? Per lui il vivere era un dovere, non il morire. La sua vita apparteneva ai suoi cari. Essi gli apparirono davanti alla fantasia accesa, palpitanti in carne ed ossa, con le mani tese verso di lui. Egli li salverebbe. Si mosse, fece due passi, si arrestò: ahimè! Una condanna romana lo costringeva al suo destino. Mentre essa perdurava, la fuga era inutile. In tutto il mondo non v'era un cantuccio in cui egli potesse dirsi sicuro, in cui non lo avrebbe raggiunto la vendetta di Roma! Inoltre egli aveva bisogno della libertà concessa secondo tutte le formalità della legge, per poter girare senza molestia la Giudea e rintracciare la madre. O Dio! Quanto aveva sperato e pregato per una tale liberazione! Finalmente era apparsa vicina stando alle parole del buon tribuno. E se quel benefattore venisse ucciso? I morti non ritornavano a mantenere le promesse dei vivi. No. Arrio non doveva morire. Meglio, in ogni caso, perire con lui che continuare la vita di forzato.

Un'altra volta Ben Hur girò gli occhi intorno a sè. Sul tetto della cabina la mischia continuava; i fianchi della galera urtavano ancora con quelli della nave nemica. Sui banchi gli schiavi si agitavano, cercando di strappare le loro catene, e tornando vani i loro sforzi, urlavano come pazzi. Le guardie erano salite sopra coperta; la disciplinaaveva ceduto il posto al panico. No, il capo sedeva ancora al suo posto, calmo, impassibile, senz'altra arma che il suo martello, col quale invano cercava di richiamare all'ordine gli schiavi. Ben Hur gli rivolse un ultimo sguardo, poi si mosse, non per fuggire, ma per cercare il tribuno.

In due salti si trovò a mezzo della scala e potè vedere alla sfuggita un lembo di cielo infocato, alcune navi vicine, il mare coperto di rottami, il combattimento sulla nave fervente intorno al quartiere del pilota, dove un pugno di Romani si difendeva contro gran numero di assalitori. Quindi, improvvisamente, il terreno gli mancò sotto i piedi, ed egli fu balzato indietro con violenza. Il pavimento della cabina gli sembrò alzarsi e sfasciarsi; poi in un batter d'occhio tutta la parte posteriore dello scafo si divise in due, e sprofondò in mezzo a un tumulto di onde e di spume, nel mare, che avidamente si rinchiuse sopra di esso, trascinandola seco come una paglia.

Non possiamo affermare che il giovane Ebreo avesse contribuito attivamente alla sua salvezza. La sua forza straordinaria e le indescrivibili risorse che la natura tiene in riserbo per momenti di estremo pericolo a nulla gli valsero in quella oscurità, in quel vortice di acqua e di rottami. Lo stesso atto di trattenere il respiro fu un atto meramente istintivo.

Il flusso dell'acqua lo aveva cacciato indietro nella cabina, dove sarebbe morto annegato se non ne fosse stato rigettato per il riflusso seguente. Nell'affondarsi, la enorme massa lo vomitò da uno dei boccaporti e gli permise di riguadagnare la superficie.

Il tempo che aveva passato sott'acqua gli era sembrato un'eternità. Con la bocca spalancata respirò a pieni polmoni l'aria vivificatrice, e gocciolando acqua dai capelli e dagli occhi, si arrampicò sopra una trave che galleggiava dappresso.

La morte lo aveva seguito con avide mani sott'acqua. La morte sotto mille aspetti lo insidiava alla superficie.

Sul mare giaceva una gran nube di fumo, dalla quale tratto tratto apparivano dei punti luminosi, che egli riconobbe per navi incendiate.

La battaglia continuava tuttavia, non si sapeva con quale fortuna. Di tanto in tanto qualche nave gli passava vicino come un'ombra gigantesca. Attraverso la nebbia si udivano scrosci e frastuoni di navi cozzanti.

Ma un altro pericolo più immediato attrasse la sua attenzione. Quando l'Astraeasi era sfasciata, il combattimentofra assalitori e assaliti ferveva sopra il suo ponte, il quale era sprofondato insieme con le altre parti della nave. Molti di questi combattenti erano ritornati a galla e avevan ripreso la lotta, servendosi degli appoggi precarî di assi, travi e pezzi d'alberatura. Stretti insieme in abbraccio mortale, si contorcevano disperatamente, si assalivano con spade e giavellotti, sbattuti tutto il tempo dalle onde agitate, trascinati ora in una ora in un'altra direzione da correnti opposte e da vortici, ora all'oscuro, ora illuminati dalla luce macabra delle navi incencendiate.

Ben Hur non aveva nulla a che vedere con quella lotta, e si sforzò di allontanarsi al più presto possibile.


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