A Ravenna trovò Garibaldi di nuovo le truppe svizzere aumentate di numero, ed in attitudine tale da fare in loro supporre ostili intenzioni; la qual cosa fece sì ch'egli tenesse in guardia la sua gente, 250 uomini circa, e preparata ad ogni avvenimento; se non che erano per lui le popolazioni, che in Ravenna, in Faenza ed altrove si sarebbero ad un solo cenno sollevate contro que' prezzolati stranieri. Mentre stavano le cose in quelle incertezze, accadeva in Roma la morte del ministro Rossi; Pio IX fuggiva dallo stato, e il Governo Provvisorio costituivasi nell'eterna città a tutelare le leggi e gl'interessi dei popoli, nell'ora del pericolo abbandonati da chi pur presume affidatogli da Dio quel santissimo dovere. Premuroso Garibaldi di concorrere coll'opera sua in quei momenti di crisi a sostegno del nuovo ordine di cose, da cui sperava un potente appoggio a la causa italiana: recavasi a Roma ov'era dal Governo immantinente ricevuto al servizio dello stato. Al partire da Ravenna aveva Garibaldi avviato la sua gente per Cesena ad Ancona, ed era essa di già pervenuta alla Cattolica allorchè dietro ordine del suo capo rivolgevasi su Roma, da dove partito Garibaldi andava a raggiungerla in Foligno per guidarla alle frontiere verso Napoli, sulle quali non comparve che un mese dopo, avendo la popolazione di Macerata fra cui dovette passare, volutolo a guernigione nella propria città, la quale ne chiese ed ottenne dal governo l'assenso.
Premendo finalmente custodire lo stato dalla parte di Napoli, andava Garibaldi a stabilire il suo quartiere generale a Rieti, spingendo le sentinelle avanzate fino alla linea che divide i due territori. Tra le facoltà accordategli dal governo, era pur quella d'arruolare il maggior numero d'uomini che gli fosse stato possibile; ed egli in ciò tanto felicemente riusciva, che in breve ora potè contarne sotto i di lui ordini due mila circa, tutt'ardentissima gioventù, nella quale scorgevansi individui dalle più umili alle più elevateclassi, concordi tutti ed affratellati nel santo amore della patria italiana, e pieni di fiducia nell'uomo, sotto il quale erano accorsi volonterosi e colla certezza di essere condotti ad onorifiche imprese.
Noi ci faremo qui a descrivere le feste con cui le popolazioni della nuova repubblica in mezzo alle quali dovette Garibaldi passare colla sua colonna, si affrettavano ad onorarlo; ci basterà il rammemorare per saggio dell'entusiasmo destato dal di lui nome, come da ogni paese escissero le genti ad incontrarlo alla distanza di alcune miglia, accompagnate da musiche e bande militari. Toccata finalmente Rieti, fu prima sua cura di fortificare quel punto con fossi e trincee, e munirle d'artiglieria. Poi rivolgendo intieramente l'animo a ben disciplinare i suoi militi, ei cominciò dal tenerli in continui esercizi, senza mai lasciar trascorrere giorno, che con qualche nuova fatica non li tenesse risvegli; maneggi d'armi, evoluzioni, corse faticose, nulla perdonò; e tra queste ultime è da memorare una perlustrazione che fece imprendere a tutta la sua colonna pei monti Apennini, che durò alcuni giorni, lungo i quali furono continuamente molestati dalle pioggie, ch'egli a paro del soldato, non si risparmiò punto, tuttochè appena allora fosse uscito da non lieve infermità. E tanto per la sua parte ei si mostrò vigile e della disciplina zelante, che una sola notte non si rimase dal montare a cavallo e da Rieti recarsi al confine onde meglio accertarsi dell'esattezza e scrupolosità del servizio. Ammiravano le popolazioni in lui la straordinaria attività, l'amore con che all'ordinamento delle milizie attendeva, ed il modesto vestire che solo distinguevasi per unponcho[10]bianco foderato di rosso, mentre agli ufficiali era stato provveduto con abiti convenienti al loro grado. L'esempio del capo e la condotta dei subalterni, aveva destato negli abitanti dei paesi circonvicini tale ardore e desiderio di ammaestrarsi nelle armi, che da ogni parte facevangli richieste d'istruttori, i quali egli di buon grado accordava, nessun'altra cosa desiderando più che il vedere gl'Italiani addestrarsi nelle militari fatiche e rendersi atti a virilmente combattere.
Frattanto Pio IX rifugiatosi tra le braccia del Borbonea Gaeta, aveva respinto con ira e dispetto gl'inviti del governo di Roma a tornare nella capitale. Evidentemente ogni mezzo per l'accordo era stato esaurito; le provincie stanche per quello stato di incertezza in cui versavano, ed inquiete sul loro avvenire, esigevano dal potere pronti ed efficaci provvedimenti che alle apprensioni dolorose ponessero termine, ed apportassero al paese la stabilità nei suoi destini, e la regolarità nuovamente avviasse negli ordini politici e sociali.
In siffatta emergenza il governo provvisorio convocava un'Assemblea Costituente, nella quale era mandato a sedere Garibaldi dal collegio di Macerata. Nella memoranda seduta del 5 febbraio alzavasi Garibaldi e proponeva si proclamasse il governo repubblicano, oramai fatto desiderio di tutti per la ostile condotta del traviato pontefice. Era la proposta tramandata al 9 dello stesso mese, giorno in cui trovavasi per la prima volta l'Assemblea legalmente costituita; discussa vivamente, non molto dopo, e a quasi unanimità di voti, con applauso dell'astante numeroso popolo veniva approvata.
La risoluzione presa dalla Costituente romana, irritando le passioni avverse alle libertà popolari, aveva sollevato contro la nascente Repubblica gli sdegni d'una gente che ostentando carità di religione, non ha nè credenze, nè fede, e solo all'ombra di quel manto aspira al trionfo dell'impero assoluto da cui ottiene potenza, ricchezze ed onori a danno del popolo che soffre tutte le miserie di questo mondo, e paga lautamente i suoi felici padroni.
Protestando devozione alla chiesa agitavansi Francia, Spagna, Austria e Ferdinando Borbone; il Vicario di Cristo invocava e benediceva le bombe straniere che dovevano riconquistargli l'abbandonato trono, e quattro eserciti rovesciavansi contro Roma. Francia, fedele alle patrie tradizioni veniva prima, Giuda e Caino all'Italia, sicchè il secolo XIX vedeva rinnovato il feroce spettacolo d'un Brenno ancor più violento dell'antico. Tristi erano le condizioni della Repubblica romana e tali da mettere spavento in chiunque non avesse avuto una sovrumana dose di coraggio. Volte in basso le sorti della guerra contro l'Austria per la preparata disfatta di Novara, caduta Toscana in mano degli Austriaci, dominata la Lombardia, Napoli in piena reazione per la vittoria borbonica in Sicilia, occupata Civitavecchia dalle orde galliche,era il territorio della Repubblica circondato da forti e numerosi nemici, ed in più parti già da costoro invaso. I timidi, coloro che ai comodi e alle mezze libertà acquistate senza stenti, nè merito proprio son pronti sempre a sacrificare ogni sentimento di nazionale dignità e l'onore, consigliavano transazione coi soldati venuti da Francia a ristaurare l'assoluto dominio dei preti; ma non fu, viva Dio! il pusillanime e turpe consiglio adottato. Decretava la Repubblica «alla forza s'opponga la forza»; e in pari tempo riuniva le sue truppe nella capitale, e dalla frontiera di Napoli richiamava Garibaldi, il quale trovandosi in Anagni, distante circa 60 miglia da Roma, avviavasi alla Capitale ove giungeva due giorni dopo colla sua gente stanca, per le marcie forzate a traverso un terreno in cui aveva patito perfino penuria di acqua. Il popolo di Roma, in onta alle calunnie colle quali avevano tentato denigrare e fargli prendere in odio Garibaldi ed i suoi, accorreva numeroso e festante a ricevere i nuovi venuti; il ministro Avezzana affrettavasi a stringere fra le sue braccia Garibaldi e a dir parole di lode e d'entusiasmo alla Legione. Colla presenza di Garibaldi eransi i Romani sentito crescere l'animo e ciascuno vi ravvisava un pegno di sicura vittoria. Frattanto, tornate vane tutte le trattative coi capi francesi, Roma erasi parata a sostenere l'attacco, il quale ebbe poi luogo nel 30 aprile del 1849. Alle ore 9 di quel mattino presentavansi i Francesi in numero di 7000 uomini, nella stoltezza del loro insanabile orgoglio persuasi, che gl'Italiani non si sarebbero battuti, e alla vista delle armi loro dispersi. Forse l'esempio di Novara, il cui funesto risultato erroneamente attribuivano a mancanza di coraggio ne' nostri, aveva in loro esagerato quel disprezzo verso gli altri popoli, così radicato in quella vanitosa nazione.
Tentata in primo luogo Porta Cavalleggieri da cui furono virilmente respinti per opera della guardia nazionale, eransi i nemici rivolti alla porta S. Pancrazio, ove stava Garibaldi con 300 uomini vegliando alla difesa. Con questo pugno di prodi egli sostenne l'urto dei battaglioni nemici, e per qualche momento ne contenne la foga: vide in quella gigantesca lotta cadergli morto a fianco il maggiore Montaldi, in freschissima età, e venuto pur esso d'America; vide al Padre Bassi che stavagli accanto ucciso d'un colpo il cavallo; una palla di cannone battendogli poco discosto l'aveva coperto di polvere: la cintura della sua spada era stata lambita daun tiro di moschetto; due altri avevangli bucato ilponcho; buona parte dei 300 erano caduti feriti nel petto, e stanche le braccia nel percuotere il nemico; — e questi superiore sempre di numero si avanzava occupando il posto dei caduti non più difeso. Allora Garibaldi si ritrasse in ordine coi superstiti e si ricongiunse alla riserva. — Riordinò celeremente colà le scomposte file, e unito ad altre truppe non entrate ancora in battaglia, si riversò impetuosamente sui nemici che già s'erano inoltrati fin presso le porte; l'urto e il furore dei combattenti furono tali, che i francesi perduto alla fine ogni ordine, cominciarono a retrocedere e a cercare un rifugio nelle case vicine, ove riescirono a trincerarsi, ma per poco; chè Garibaldi con tre sole compagnie si avventò egli stesso a sloggiarli, e con tanto ardore gl'investiva, che dopo un lungo combattere astringevali a ritirarsi facendo loro molti prigioni. — Durò il memorando conflitto fino alle 6 della sera, lasciandovi i Francesi circa 500 morti, e poco meno di 600 prigioni. Diresse Garibaldi quella difesa, e v'acquistò nuova fama pel maraviglioso coraggio, e le opportune disposizioni così energicamente secondate dalle truppe, dalla guardia nazionale e dal popolo.
Dopo alcune ore di riposo, Garibaldi ardente nel desiderio di cacciare d'Italia questi nuovi stranieri venuti a conculcarla, dirigeva nuovamente le sue truppe contro i Francesi ritiratisi a Palo, 10 miglia distante da Roma, con animo deliberato di attaccarli e venire ad un decisivo risultato. Il generale nemico, compreso quale fosse l'intenzione di Garibaldi, spedivagli un messo proponendo un armistizio, cui egli sdegnosamente: «andatelo a fare a Parigi.» Ma la proposta medesima fatta da lui pervenire al triumvirato alle cui determinazioni doveva in ogni caso sottomettersi, era dai supremi regolatori accettata, e Garibaldi rientrava quindi, benchè a malincuore, ne' suoi alloggiamenti in città, che l'accoglieva tra le acclamazioni e gli evviva universali.
Il giorno della battaglia i soldati avevano veduto il loro capo avvicinarsi amorevolmente ai feriti, abbracciarli, e dar loro il conforto di affettuose parole e di lodi: «Consolatevi, diceva,voi cadete in Roma per la libertà e l'onore d'Italia.»
Sublimi parole che rivelano l'altezza dell'animo, la potenza di sacrificio e la tempra dell'amore alla patria in chi le pronunciava, e in chi le udiva confortato! Possano gl'Italiani tutti comprendere, e mostrarsi degni di siffatte consolazioni!
Il dì dopo allorchè avviava le truppe a respingere i Francesi da Palo, ei volle in prima recarsi sul campo, ov'erano caduti i prodi commilitoni, per onorare di sepoltura gli estinti, e assicurarsi meglio se qualche ferito fosse rimasto dimenticato sul luogo. Le quali amorevoli premure osservando i valorosi soldati, sentivano sempre più crescere in loro l'affetto per l'umano e non meno valoroso lor capo.
Dopo questa vittoria riportata contro lo straniero e per la quale Garibaldi esultava contento di aver fatto una volta toccar con mano ai Francesise veramente gl'Italiani si battono, quella fatalità che da tanti secoli pesa sull'infelice Italia voleva che quelle stesse armi che avevano respinto l'invasore venuto di Francia si appuntassero pochi dì dopo contro petti italiani; poichè essendo in quei giorni invaso il territorio della repubblica da un esercito mandato dal re Borbone, era necessario ricorrere alla forza onde respingere gli aggressori. Per lo che le truppe non ben anco ristorate del lungo faticare in quel giorno 30 d'aprile, dovevano rimettersi in marcia e disporsi a versare sangue fraterno. La qual impresa doveva profondamente affliggere l'italiano animo di Garibaldi, in estremo repugnante ai dissidi ed alle guerre tra noi figli d'una medesima madre. Pure la malignità degli uomini di Gaeta avevalo collocato in tale situazione, che imponevagli, senza via di scampo, anche questo dolorosissimo sacrificio — ed egli accettò. — Uscì da Roma con 4,000 uomini, e corse ad incontrare i fratelli convertiti in nemici, bramoso di torsi dinanzi quanto più presto fosse stato possibile l'amarissimo calice. Avevano i borbonici in numero di 7,000 occupato Valmontone, e Garibaldi ad ora già tarda erasi andato a collocare in Palestrina, posizione vantaggiosissima, nella quale meditava attirare il nemico che intento a riposarsi la notte non sembrava disposto venire alle mani per quel giorno; ma Garibaldi volendolo costringere a scuotere l'inerzia e ad uscire dai suoi alloggiamenti, gli tenne durante le ore notturne quattro compagnie continuamente ai fianchi con ordine di inquietarlo senza posa, e mantenere vivo l'allarme nel di lui campo; nè sopravvenuto il giorno egli faceva cessare quel fuoco, nella speranza che stanco il nemico di essere molestato, sarebbesi finalmente risolto a respingere seriamente gli assalitori; nè male s'appose, chè tratto in inganno dalla ritirata di quelli si lasciò facilmente trascinare ad attaccarne il grosso in Palestrina. Eranole 3 pomeridiane del giorno 8 di maggio allorquando la zuffa cominciò, e non ebbe fine che a tarda sera. L'insegna del dispotismo fu atterrata, la virtù repubblicana prevalse, ma del valore malaugurato dei napolitani fratelli, rimasero, dolorosa testimonianza, 800 uomini fuori di combattimento.
I Francesi che per molti giorni erano rimasti quieti nei presi alloggiamenti, collo scopo di guadagnar tempo, onde avere rinforzi d'armi, d'uomini e di artiglierie d'assedio, covando in petto il perfido disegno di restaurare pienamente l'antico ordine di cose dalla pubblica coscienza condannato, avendo fatto qualche movimento, per cui sembravano minacciare nuovamente Roma Garibaldi fu richiamato subito in città. Respinti da un lato i borbonici, venivansi inoltrando dall'altro su Bologna gli Austriaci. Gli Spagnuoli anch'essi sbarcavano in Fiumicino rivolgendo un proclama nella loro lingua al popolo, di cui s'annunziavano liberatori.
Fu in que' momenti che il triumviro Mazzini dirigendosi al plenipotenziario di Francia facevagli osservare la slealtà e l'ignominia di proseguire oltre gli ostili disegni contro Roma dinanzi alla triplice invasione accennata «Vi sarebbe in ciò, esclamava l'intemerato triumviro, qualche cosa simile all'accordo schifoso del 1772 contro la Polonia.» E l'accordo tra gl'invasori tutti v'era pur troppo, come risulta dai dibattimenti nell'assemblea francese nelle tornate d'ottobre. Ma intavolatesi tra il Lesseps e il triumvirato trattative di sospendere le ostilità, il governo pensò mettere a profitto quel tempo sbarazzandosi dell'esercito borbonico, che era nuovamente venuto ad accamparsi in numero di 16,000, e munito di numerosa artiglieria in Velletri ed in Palestrina, avente a capo lo stesso re Ferdinando, che male sapeva comportare l'onta della prima disfatta ricevuta dalle armi repubblicane.
Bologna già da vari giorni sosteneva a quell'epoca una lotta accanita contro l'esercito austriaco. Tuttochè priva di artiglieria, e in gran parte anche della sua armigera gioventù accorsa alla difesa di Roma, trovò nell'antica sua fierezza tanto e tale valore da resistere per otto intieri giorni al bombardamento e agli attacchi della preponderante forza, facendole costar cara la vittoria. Accompagnava l'orda barbarica il prete Bedini in nome di Pio IX.
In onta a questi rovesci ed ai pericoli che la stringevano, la repubblica mantenevasi ferma e lungi dall'affievolirsi nell'animo, spediva 12,000 uomini con 12 bocche da fuocoad incontrare il Borbone. Comandava l'avanguardia il colonnello Giuseppe Marocchetti, il corpo di battaglia Garibaldi, il comando supremo commesso al generale in capo. Era sull'aggiornare del 19 maggio allorchè Garibaldi avanzatosi verso Velletri incontrava alla distanza di alcune miglia il nemico in grosso numero, ch'egli non esitò di attaccare con 100 uomini di cavalleria, seguendo il suo stile di mostrare in certi casi estrema audacia e risolutezza, affine di sorprendere la fortuna: ebbe in quello scontro la peggio, e negli avviluppamenti della ritirata gli cadde a terra il cavallo, che lui pure trascinò al suolo, lasciandogli contuso il volto e ferita una mano: ma risalito celeremente in groppa e postosi alla testa di 500 uomini di fanteria ritornava alla carica colle baionette calate, dinanzi alle quali il nemico cedeva il terreno, e finiva per andarsi a rifuggire sotto le mura di Velletri, da dove continuò ad opporre accanita resistenza, in onta alla quale Garibaldi proseguì a combattere, tuttochè inferiore di forze, non essendo ancora il grosso della spedizione romana ripervenuto al luogo della battaglia. Caricò a più altre prese il nemico alla baionetta, e sarebbe forse anche riuscito colle poche truppe sotto i suoi ordini a dare un colpo decisivo che avrebbelo fatto padrone d'una parte della città, se la poderosa artiglieria dei borbonici collocata nell'altura dei Cappuccini non lo avesse con vivo e continuo fuoco tenuto lontano. Ravvolgeva in animo Garibaldi il progetto di precludere la via di fuggire a re Ferdinando e farlo prigione, lo che forse temendo, erasi questi quasi sul principiare della battaglia messo in salvo, con ordine a' suoi soldati di seguirlo nella notte. Tutto il giorno 19 si durò a combattere vigorosamente da ambe le parti, e soltanto a sera avanzata si pose fine alla strage fraterna, che s'è fatta maggiore per l'arrivo durante il giorno delle altre forze repubblicane sotto le mura di Velletri, che tacitamente abbandonata dai borbonici accorsi a raggiungere il re fuggitivo, venne dai Romani, già preparati ad attaccarla, occupata nel giorno seguente 20 di maggio. Fu quello scontro doloroso e rimarchevole pel numero dei fratelli nel campo nemico rimasti fuori di combattimento, e che si fece ascendere a 1,200.
Avendo parte di quella spedizione contro Velletri, ripresa la via di Roma, Garibaldi si rivolse due giorni dopo con 8000 uomini verso il regno di Napoli, non senza speranzadi raggiungere quei fuggenti accelerando le marcie, nè senza la lusinga che entrando nel regno sorgesse qualche moto favorevole alla causa della libertà. E questa lusinga appare evidente dal proclama che usciva in quei giorni diretto ai napoletani «Fratelli, diceva, noi non veniamo ad imporvi alcuna legge, veniamo per dirvi una parola libera, motrice di magnanimi affetti, per innalzare in mezzo a voi il vessillo della patria comune.» E se i Francesi non erano, forse l'Europa vedeva da quel canto d'Italia sorgere una potente favilla, che l'incendio avrebbe più fieramente ridestato. Non appena toccava Garibaldi Rocca d'Arci, che riceveva ordine dal governo di sforzare le marcie verso la capitale, disponendosi i Francesi a nuovamente attaccarla. Rifece adunque il cammino non riposando nè giorno nè notte, in tal guisa che il 2 giugno entrava colla sua colonna in Roma.
Il generale francese avea fissato il giorno 4 per riprendere le ostilità, siccome è provato dalla lettera ch'egli stesso inviò al generale Roselli: poi contro la data parola cominciò invece il fuoco nella notte del 2 al 3, con intento di sorprendere i difensori, e terminare con un colpo di mano l'impresa, che prevedeva difficile, tuttochè avessero affermato chegli Italiani non si battono.
A un'ora dopo mezzanotte i Francesi avanzaronsi alla villa Pamfili, rispondendo in italiano, colla mira di meglio nascondersi al grido d'allarme delle scolte,viva la Repubblica Romana; e in questa guisa riescirono in numero di 6000 a sopraffare il presidio che vegliava alla difesa di quel punto; ma pervenuta la notizia di tanta slealtà agli altri corpi, tutti accorsero indignati al loro posto preparati a qualunque evento. Il nemico avendo continuato a venire innanzi e a trarre colle artiglierie, il combattimento divenne ben presto generale. Fin dai primi rumori Garibaldi era accorso al quartiere delle sue truppe, che già in pronto non attendevano che i di lui ordini. — Dette poche parole raccomandando severa disciplina e di rammentarsi dell'onore italiano, guidavale a passo di carica a porta S. Pancrazio. Il nemico aveva già occupato oltre villa Pamfili quella di Valentini e l'altra dei Quattro Venti; l'energica resistenza opposta dalle truppe già accorse era stata superata dal numero, gli sforzi con cui eransi adoperate a sloggiarlo erano tornati vani. Garibaldi arrivava in quel punto, e postosi senza più allatesta dei battaglioni li rincorava coll'esempio; e col solito impeto li conduceva ad assaltare il nemico colle baionette: lì s'impegnò furiosissima la tenzone, che durò senza mai ristarsi per quattro intiere ore. Alla fine i Francesi non potendo tenere più fermo cedettero il campo già occupato, rimanendo però nella villa Pamfili. — Rinforzato di nuove truppe, il nemico tornò all'assalto, e dopo alcune ore di lotta disperata riprese le abbandonate posizioni. Verso mezzogiorno Garibaldi riordinata la sua gente, ed era sempre la stessa, conducevala per la seconda volta contro i Francesi, i quali con doppio numero di forze contrastarono ferocemente il terreno, che più tardi dovettero sgombrare. Ma il nemico potendo disporre di truppe fresche e di numerosi battaglioni, cacciava innanzi sempre nuove colonne, contro le quali non reggendo più il numero, Garibaldi dopo avere sostenuto per più volte e sempre colla stessa virtù lo scontro col nemico, ordinò la ritirata e si ridusse al casino detto il Vascello, da dove continuò a combattere sino alla sera. Ebbero i Francesi una perdita quattro volte maggiore de' nostri, e confessarono che quella era stata una lotta da giganti. Garibaldi dovunque appariva seminava il terrore e la morte[11]. Il combattimento durò 17 ore, la mischia fu più che tutt'altrove sanguinosa e feroce presso alla villa Pamfili, ove Garibaldi fece quasi sempre combattere corpo a corpo, all'arma bianca. Rendendo conto al Triumvirato di quanto erasi fatto in quel giorno egli scriveva, parlando dei suoi commilitoni «io non saprei distinguere alcuno, perchè tutti si sono egualmente distinti». Garibaldi perdè in quel giorno due degli uffiziali ch'eran venuti con lui d'America, i maggiori Ramorino e Peralta, degni d'onorata memoria. Il nostro valoroso amico Giacomo Medici, colonnello della legione portante il di lui nome, diede in quel giorno una solenne prova di quanto può aspettarsi da lui l'Italia nella futura guerra nazionale.
È impossibile, e riescirebbe d'altronde troppo lungo il tener dietro ad uno ad uno de' numerosi fatti in cui Garibaldi si fece rimarcare per valore e per accortezza sia nel respingere il nemico, sia guidando le sue truppe ad attaccarlo nelle proprie trincee. Nei giorni 5 e 6 di giugno furono rinnovate le offese dagli assedianti, i quali sempre ricacciati, resero quei giorni memorandi per le grandissime loro perdite e pernuove vittorie delle armi italiane. Garibaldi diè loro tali fierissime percosse, che li lasciarono sovente atterriti e sanguinosi. Le lotte dei tempi omerici furono in quei giorni rinnovate con lode somma dei nostri, coll'onta e col danno dei nemici. La luce diurna non bastando agli animi inaspriti, Garibaldi usciva di notte tempo ad attaccare i Francesi che certo non s'aspettavano a tanto ardimento. Era tale l'ardore, l'attività e l'indomabile coraggio di lui in quelle arditissime fazioni, che i Romani chiamavanlo illeone della serra. Memorabile tra tutti gli altri per individuale coraggio, si è il fatto in cui con solo 8 uomini di cavalleria cacciò da un palazzo fuori porta S. Pancrazio i famosiChasseurs de Vincennes, che non seppero lungamente resistere a quell'impeto, e cercarono scampo fuggendo per le finestre.
Avendo i Francesi piantato delle batterie, i di cui fuochi riescivano oltremodo funesti ai Romani, Garibaldi mise mano a una via sotterranea, che li conducesse a quella volta con animo di farle colle mine saltare in aria, lo che impedivagli il nemico di mandare ad effetto, col rivolgere le acque dentro i lavori già avanzati, e de' quali egli s'era avveduto.
La sera del 10 meditando un audacissimo colpo, Garibaldi riuniva buon nerbo di truppe nella piazza di s. Pietro, e fattele disporre per unaincamiciata, le conduceva fuori dei muri con ordine di avanzarsi in silenzio e di scagliarsi al convenuto segnale sull'accampamento nemico, colla baionetta alla mano. Un inaspettato contrattempo faceva sì che l'avanguardia sparato qualche tiro prima di giungere al luogo, rendesse avvertiti i Francesi dell'imminente pericolo e non più eseguibile il preparato assalto.
Tale stizza i Francesi aveano concepito contro Garibaldi, che allorquando appresero com'egli soleva dall'alto del palazzo nella villa Corsini osservar le loro operazioni e dirigere i movimenti delle truppe romane, cominciarono a far piovere sulla malaugurata casa e cannonate e bombe in tal copia, che non molto dopo dovette Garibaldi abbandonarla perchè interamente guasta e prossima a crollare. Di là egli trasportò il suo quartiere nella villa Spada, egualmente esposta ai tiri del nemico.
Spuntava frattanto il giorno 12, in cui il generale Oudinot, terminati i lavori d'approccio, trovavasi in posizione di poter bombardare Roma; per cui rivolgendosi alle autorità scriveva: che ove dopo 12 ore dall'intimazione la città nonsi fosse arresa, avrebbela attaccata di viva forza: al che il Triumvirato fermo nell'onorevole proposito: «Non tradiamo mai le nostre promesse, rispondeva: abbiamo promesso difendere l'onore del paese e la bandiera della Repubblica: manterremo la nostra promessa.» E dodici ore dopo ricominciava più che mai furiosa la pugna. Videro in quel giorno i Francesi tali prove di audacia, di valore e di militare scienza, che ne maravigliarono spaventati. Garibaldi dà di quella tremenda giornata, ch'egli dirigeva in persona, un saggio nella relazione che trasmise al governo; ivi è detto: «Il furore de' nostri era al colmo, poichè mancando di munizioni, questi prodi colsero le pietre, e con esse sconfissero il nemico, gli tolsero le baionette dai fucili, e se ne servirono come d'un arma terribile.»
In tutti quei giorni di lotta che seguirono dal 13 al 22, Garibaldi fu visto dì e notte continuamente nei luoghi ove più ferveva la battaglia, ed era più evidente il pericolo: la gente non sapeva com'egli potesse tanto assiduamente mostrarsi dovunque le emergenze di que' fortunosi momenti richiedessero la presenza d'un uomo che valesse col consiglio e l'audacia a debitamente provvedervi. Egli pareva non sentir mai il bisogno del riposo o quello del cibo: sarebbesi detto che nel fuoco e nelle aspre fatiche della guerra prendessero le di lui membra ristoro e forze novelle.
Occasione di nuovi ingenti sforzi e di valore disperato diede a Garibaldi la notte in cui i nemici per la lenta ma sicura via delle opere d'assedio, apparvero dentro i muri della città. Trovavasi egli in quel momento in un posto di riserva e non appena giungevagli l'infausta notizia, che in un colle truppe accorreva ad assalire colla baionetta calata il nemico, che in fortissimo numero già s'era trincerato nelle prese posizioni. Tornata vana tanta virtù, egli non si perdeva d'animo per questo; chè all'alba con nuovo furore avventavasi risolutamente un'altra volta all'ardimentoso cimento. Spinse i soldati a metter piede perfin sui lavori del nemico, e con tal impeto e dispregio del pericolo il fece, che erasi condotto tanto innanzi, che i nostri toccavano le punte delle carabine ai soldati nemici, le quali sopravanzavano dalle paralelle. Pure anco questo secondo tentativo rimaneva pur troppo senza frutto dinanzi all'ostacolo dei trinceramenti, senza di cui il nemico avrebbe dovuto come già altre volte ritirarsi sanguinoso e disfatto. Erano quelli momenti supremi,e la posizione tristissima; e nonostante il coraggio e il desiderio di nuovi paragoni col nemico in tutti raddoppiavansi allo spettacolo sublime di Garibaldi e de' suoi. — Roma riviveva ai tempi antichi.
Dalla nuova posizione in cui s'erano fortificati, i Francesi bombardarono senza posa per molti giorni la città, e gravissimi danni arrecarono agli antichi monumenti, che altri barbari e in più barbari tempi avevano rispettato. E la ferocia di codesti stranieri che non offesi, nè provocati eran calati in Italia senz'altra ragione che il numero[12], senz'altro diritto che il sangue, veniva spinta a tal grado, che i consoli delle estere nazioni, indignati a tanto strazio diressero al generale francese una nota nella quale protestando contro «quel modo d'attaccareche non solo minacciava le proprietà e le vite dei neutri abitanti, ma anche quelle delle donne e dei fanciulli, chiedevano in nome dell'umanità e delle nazioni civili che desistesse dal bombardare più oltre, per salvare dalla distruzione la città monumentale che è considerata come sotto la protezione morale di tutti i paesi inciviliti del mondo.»
In onta alla voce che il mondo cristiano sollevava per bocca de' suoi rappresentanti in Roma contro il vandalismo de' soldati di Francia, le bombe continuarono senza ristarsi un momento a cadere sull'eroica capitale d'Italia, e quanto più codesti pretesi liberatori dei popoli vedevansi da un piccol numero d'uomini, nuovi quasi tutti alle armi e privi dei potenti mezzi di guerra, di cui essi potevano disporre, contrastato il trionfo e sovente ancora battuti, tanto maggiormente s'imbestialivano, e il concetto furore con atti crudelissimi disfogavano. Poco pareva a costoro il fulminare notte e giorno la città coi mortai e co' cannoni, che anche spingevano all'assalto i soverchianti battaglioni; ma a traverso le tenebre, colla mira d'introdursi non visti e per sorpresa, dacchè l'approssimarsi di giorno e venire a far prova faccia a faccia del proprio valore coi nostri avevano vedute tornar loro sempre a danno e a vergogna. E tale esito ebbe il colpo tentato la notte del 25, in cui da tutti i punti assaliti vennero coraggiosamente respinti. Ripeterono l'assalto la notte del 27 giovandosi d'una fitta nebbia e attaccando colla baionetta;ma non valse loro nè la sorpresa nè la risolutezza dell'assalto, chè un muro insuperabile di petti cittadini s'oppose a contrastarli il passo. Ivi s'accese una mischia talmente accanita da ambe le parti, che durante tutta la notte si continuò a combattere, il micidiale incontro protraendosi fino a tardi nel giorno seguente. Garibaldi sempre in mezzo al fuoco aizzava i compagni in quel furore e gli esortava a non cedere, a tener fermo per l'onore italiano, e accorrendo dovunque accresceva l'animo e la rabbia nei combattenti. «Voi pugnate per la libertà e per l'onore d'Italia!» era il suo grido prediletto di guerra, e a quel grido raddoppiavansi come per incanto i colpi, sotto i quali cadevano i Francesi a mordere quel mal tocco terreno. L'orribile pioggia di bombe e di granate accompagnava incessantemente quegli attacchi alle fortificazioni, protetti pur anco dalle artiglierie che avevano già grandemente dilatato la breccia. Sulla quale avendo finalmente i nemici lanciato il dì 30 un numero sterminato d'uomini, poterono collocare una batteria che rendeva quasi del tutto vana ogni ulteriore resistenza. Nonostante male sapendo Garibaldi comportare quel trionfo del nemico, che oramai non era più in poter d'uomo contrastare lungamente, egli volle far prova di scacciarlo dalle occupate posizioni, e riuscivagli il colpo; senonchè rivennero poco dopo i Francesi alla pugna, e dovè Garibaldi ritirarsi non senza però ritentare la fortuna che sorridevagli per l'ultima volta, poichè avendo nuovamente respinto il nemico, quando tutto già pareva perduto, questi rinforzatosi con nuove truppe, rese impossibile ad umana forza ogni altro tentativo.
Questi rovesci ben lungi dal far desistere Garibaldi da ogni idea d'ulteriore resistenza avevanlo sempre più confermato nel pensiero di continuarsi ad opporre al Francese nella terza cinta protetta dalle barricate al di qua del Tevere, e dopo aver fatto rovinare il ponte di S. Angelo e quello di Sisto. Se il magnanimo proposito non fu mandato ad effetto, debbesi attribuire a cause che da lui non dipesero, e le quali la storia, fedele custode delle umane azioni, farà note più tardi.
Non patendo a Garibaldi l'animo di cedere le gloriose armi allo straniero invasore, risolveva uscire da Roma, ed avventurarsi a nuovi pericoli; e fatto appello ai compagni con queste parole che riportiamo fedelmente:
Soldati,
Ciò che io offro a quanti vogliono seguitarmi, eccolo: fame, freddo, sole. Non paga, non caserme, non munizioni, ma avvisaglie continue, marce forzate e fazioni alla baionetta. — Chi ama la patria e la gloria mi seguiti.
Garibaldi.
radunò circa 3,000 uomini coi quali s'avviò alla volta di Tivoli, non lontano forse dal credere che mantenendosi per qualche tempo nella campagna, avrebbe potuto riunire a sè maggiori e considerevoli elementi onde organizzare una lunga resistenza contro gli stranieri, che da due parti diverse aveano invaso l'Italia, e i quali ad un tempo s'affaccendavano ad inseguirlo, ben mostrando come degli Austriaci chiamati barbari non fossero punto dissimili codesti altri calati di Francia bestemmiando parole di libertà.
Non ignorava Garibaldi l'ardore con che ambedue si sarebbero egualmente lanciati sulle di lui tracce, e perciò affine di meglio celar loro e la propria situazione e le sue mire, aveva diviso in molti piccoli drappelli le sue genti che spinse in direzioni diverse, mostrandosi così nel tempo medesimo in disparatissimi punti. Per lo che i nemici, francesi ed austriaci, quantunque in numero di gran lunga superiore, mal sapendo ove rivolgersi per coglierlo, vedevansi obbligati ad errare alla ventura, e con inutili marcie stancare i propri soldati, che talora quando meno vi s'attendevano, sentivansi improvvisamente colpiti dai tiri d'un nemico, di cui non trovavan più orma. Con questo incessante avvicendarsi di marcie e di inseguimenti erasi condotto in Toscana, coll'intendimento di tentare anche quelle popolazioni e conoscerne l'animo. Apparve perciò nelle vicinanze di Montepulciano verso il 10 di luglio, e sostò per prendervi riposo sull'alpestre monte Fallonico, ove era impossibile al nemico l'avvicinarglisi. Entrò più tardi in quella città, ove da un convento di frati furongli tratti alcuni tiri di fucile; la qual cosa diede luogo a che Garibaldi ritenesse presso di sè e conducesseli fuori, e il sottoprefetto ed alcuni preti di quel paese, i quali rilasciò poi subito, senza ulteriormente occuparsi nè di loro nè dei frati.
Accennando da Montepulciano alla volta d'Arezzo, stavano in quest'ultima città e nella stessa Firenze in allarme gli uomini della ristorazione, e l'italiana Arezzo vide le sue porte chiudersi all'avvicinarsi di Garibaldi, come se unostraniero nemico o un malfattore la minacciasse. Contro la quale condotta protestarono in modo solenne il popolo e gli abitanti di quei dintorni, i quali affrettaronsi numerosi a salutare i fratelli ed a recar loro il bisognevole, onde potessero ristorarsi della fame e della sete patite in que' lunghi travagli.
Erano in que' momenti le condizioni d'Italia tutta, e di Europa, poco o nulla favorevoli alla causa della libertà, perciò i popoli non potendo corrispondere agli eccitamenti di Garibaldi, stavano quieti, oppressi dagli eserciti stranieri, accampati in gran numero nelle nostre provincie. Fattosi persuaso Garibaldi della realtà dolorosa, per cui doveva rimettere ai giorni avvenire il compimento del magnanimo proposito rifaceva i passi, avviandosi verso l'Umbria. Anche durante quella ritirata ebbe sempre ai fianchi l'austriaco, che inseguivalo numeroso e senza prender mai posa. Marcie e contromarcie precipitose e continue, riposi brevi, e conturbati sempre dal pensiero d'un attacco imminente, vigilanza diligentissima, corse per luoghi alpestri e tenuti per impraticabili; talora circondati dal nemico, che stava per serrarli nella vasta cerchia, che facevasi ad ognora più stretta, e con volte e rivolte sfuggirgli dalle mani, che già si stendevano sopra di loro; tal altra lanciarsi arditamente tra mezzo alle schiere nemiche, e transitare al punto bramato senza che azzardassero offenderli. Per siffatte circostanze fu maravigliosa quella ritirata verso gli stati romani, da dove Garibaldi risolveva ricoverarsi finalmente in S. Marino, nella certezza di esservi ben accolto.
La disciplina più rigorosa fu da Garibaldi fatta osservare dalle sue truppe lungo questa escursione; a tale spinse lo scrupolo da quel lato, che per lievi mancanze inflisse i più severi castighi. I luoghi per cui transitò non ebbero che a lodarsi dell'ordine e del rispetto alle persone e alle cose. Allorchè le vettovaglie mancavano, ei ricorreva alle comuni che fornivangli l'occorrente, e giammai si fece lecito di togliere da per se neppure lo strettamente necessario.
Molte volte i suoi uffiziali instarono presso di lui affine di indurlo a battersi col nemico, ed egli consultando la difficile posizione in cui si trovavano, e calcolato con maggior prudenza le cose, rifiutò costantemente di farsi aggressore. Mancavangli i mezzi di trasporto pei feriti, mancavagli un luogo sicuro ove depositarli: come mai avrebbe egli potutoacconsentire in tanto critica condizione, che i di lui compagni s'esponessero alle eventualità di una lotta, dalla quale erasi convinto non poter più ricavare quei benefizi di che si era lusingato dapprima?
Entrava quindi in S. Marino, ove il governo e gli abitanti facevangli tutta quell'onorevole e lieta accoglienza che si doveva a fratelli. Quivi chiamati a sè gli uffiziali, rendeva lor noto essere oramai inutile continuare nell'intrapresa, e necessario quindi lo sciogliersi, e provvedere ciascuno alla propria salute in quella terra amica. Frattanto l'austriaco avea per mezzo del governo di S. Marino fatto proporre a Garibaldi una capitolazione, colla quale era offerto libero il campo per ritirarsi al proprio paese ad ognuno della sua colonna, ed assicurato a lui un passaggio per l'America. Concertato col reggente di S. Marino il modo di salvare i compagni, rifiutò per sè ogni patto dell'austriaco, cui non volle umiliarsi.
Non rimanendo in Italia più altro campo ove si combattesse contro lo straniero, tranne Venezia, ei concepì lo ardito divisamento di recarsi a far le ultime prove nell'eroica città, che oramai sola sosteneva la bandiera italiana colla guerra. Perciò accompagnato dalla moglie che da Roma avevalo voluto seguire ad ogni costo, e da un centinaio d'uomini i quali in onta a tutto non seppero risolversi ad abbandonarlo, scese dalla montagna di S. Marino alle pianure del Cesenatico, ove stavano a vigile guardia numerosi gli austriaci, più che mai bramosi di averlo nelle mani. Mercè la scorta di generosi patriotti di quei dintorni potè la piccola brigata passare non vista in mezzo ai nemici, e giungere alla sponda senza verun ostacolo. Solo non ebbe amica la fortuna quel santo martire, il quale smarritosi nella corsa cadde in potere del nemico, e più tardi spirò in Bologna rotto dai piombi tedeschi stromenti dell'ira clericale. Perdita che lasciò un immenso dolore nell'animo di Garibaldi che nel P. Bassi venerava il vero tipo dell'uomo di Dio.
Era questa la terza volta che egli veniva colpito nella parte più sensibile del suo cuore dacchè aveva riveduto la patria. Fin dai primi giorni del suo approdo in Genova la morte ponendo fine al martirio di una troppo lunga infermità, avevagli rapito l'antico fratello d'armi, il colonnello Anzani, al quale stringevalo stima ed affetto caldissimo.Combattendo sotto le mura di Roma contro i Francesi erasi veduto orbare d'un altro a lui estremamente caro per valore e per senno militare, il colonnello Masina di Bologna. Pareva che un maligno destino salvando a lui la vita da tanti e così fieri pericoli, volesse fargliela misera ed insopportabile, accumulando sul di lui animo dolori sopra dolori, che qui non ebbero ancor fine.
L'austriaco informato del rifiuto di Garibaldi per le condizioni propostegli, emanò severissimi ordini contro chi avesse dato asilo a lui e ai compagni, e come se l'atto già di per sè barbaro non fosse bastante, un altro volle aggiungerne più barbaro ancora. Eragli noto che la indivisibile compagna stavagli a fianco; — ed egli, il tedesco, ricordavalo alle popolazioni, affinchè meglio fosse riconoscibile il marito! e non si vergognava di avvertire inoltre come a più chiaro indizio, che era la donna incinta da vari mesi. Lo stato dell'infelice Anna, che per qualunque altro nemico sarebbe stato un titolo a mitigare i feroci diritti della guerra, doveva servire invece coll'austriaco a fare più desolata e lagrimevole la condizione di lei! Tali sono gli uomini che pesano sulla nostra sventurata patria!
Ma il bando assassino dello straniero non metteva punto sgomento nel cuore di quei generosi abitanti, poichè non solo ebbero i fuggitivi fraterna accoglienza dovunque, ma trovarono sulla riva pronti i pescherecci bragozzi che li accolsero e li condussero lontano.
Rivedendo il mare, e sentendolo fremere intorno a sè, quasi fosse la cara voce d'un amico, esultava Garibaldi tra i buffi del vento che venivano a scompigliarli sulla fronte i lunghi capegli; e navigando alla volta di Venezia sentiva ognora più rinfrancarsi l'animo al pensare, che tra non molto avrebbe potuto toccare la terra desiderata e forse operare ancora qualche bel fatto che il suo nome non solo illustrasse, ma, ciò che più stavagli a cuore, al nome italiano fosse onorevole, e alla causa della libertà di giovamento. E l'ardore e la straordinaria concitazione dell'animo suo ei comunicava ai compagni stimolandoli colla seducente pittura de' nuovi pericoli e delle più splendide glorie.
Così viaggiando tutta una notte erano sull'albeggiare pervenuti all'altura di Comacchio, allorquando vedevansi sorgere dinanzi, e non molto da loro discosto, i legni da guerra austriaci veglianti in quelle acque, e senza alcundubbio attendendoli. Appena scoperti furongli rivolti sopra i cannoni, che incominciarono a bersagliarli fieramente; in breve alcuni bragozzi andarono capovolti perendo miseramente le persone, altri furono raggiunti e fatti prigioni; solo, per quanto ci consta, pervenne Garibaldi a riguadagnare la costa col suo palischermo. Forse alla sua rara abilità di marino, alla robustezza del braccio, e al raro suo sangue freddo, ch'egli conserva sempre inalterato anche ne' momenti d'estremo pericolo, o forse al volere della Provvidenza che lo riserba al compimento di qualche alta impresa, è dovuto se in tale emergenza potè sottrarsi agli inseguitori.
Toccava finalmente la spiaggia; ma ivi la sua costanza ed il suo valore dovevano trovarsi alla più tremenda prova, che mai padre e marito possano sopportare. Tante corse affannose pe' monti tanti giorni e notti senza prendere riposo, e lo sgomento continuo nell'animo per la sorte del marito, e le privazioni d'ogni cosa al di lei stato indispensabile, e l'incontro fatale sul mare, tutto aveva contribuito a spossare le robuste forze della infelice sua donna, e a condurla a termini di morte. Al toccare la riva appena rimaneva alla sventurata un tenue alito di vita — Era quel luogo deserto; e nessun soccorso poteva venirle apprestato. Più tardi apparve qualcheduno cui Garibaldi mandò in fretta a Ravenna per un medico; ed inoltre potè dalla pietà di quelle genti ottenere un biroccio, sul quale adagiò la morente, che condusse nella casa d'un contadino, in una terra del marchese Guiccioli, non molto lontana dal mare.
La povera famigliuola che l'abitava commossa a tanta sventura di quegli sconosciuti offrì un letto per la donna moribonda — Sventurato! appena Garibaldi ebbe tempo di coricarla, che già la travagliata aveva finito di patire!
Quel colpo atterrò l'animo di colui che aveva tante volte nei suoi giorni sentito senza punto commoversi ruggire intorno a sè la desolazione e la morte — Chinò il capo come cedendo al peso di così grande dolore; poi chiesto un bicchier d'acqua per mitigare l'arsura che stringevalo alle fauci, ed alzato lo sguardo al cielo, quasi invocandolo a testimonio di quanto pativa per la causa dell'umanità, e dato un ultimo doloroso addio alla fredda spoglia della amata sua donna, uscì frettoloso da quella casa e disparve.
Povera Anna! Ella che soleva con tanto amore visitarein America la sepoltura d'una sua figliuoletta, che Dio le tolse, e volle tra i suoi angeli, e con quell'affetto istesso con cui s'affaccendava a renderla vaga e lieta d'ornamenti in vita, davasi continua cura perchè il sepolcro ch'avevala accolta paresse men tristo, e desse testimonianza d'un amore che durava oltre la fossa, povera Anna! era gran mercè se la cristiana carità del buon contadino che avevala ospitata, poteva dar riposo alle sue ossa in un campo ignorato, senza che un segno le indicasse alla pietà de' suoi cari, o alla reverenza di quanti hanno in pregio tanta virtù e tanto amore di sposa!
Ma quelle ossa non poterono aver pace! chè
La derelitta cagna ramingando
La derelitta cagna ramingando
sconvolse quella terra, che le copriva, e svelò all'inquisizione dell'austriaco la colpa del povero contadino, il quale convinto d'aver dato ricetto in vita e poi sepoltura a quella morta, fu da que' feroci messo in carcere!
All'uscire dall'infausta casa, Garibaldi aveva seco un suo fido, capitano Leggero di Sardegna, il quale d'America era venuto con lui a prender parte alla guerra nazionale. Accompagnato da questi, pensò guadagnare lo stato sardo, unico luogo in Italia, in cui poteva sperare tranquillità e sicurezza; ma il cammino era difficile e lungo, tutti gli stati romani da quel lato erano occupati dagli austriaci, la Toscana medesima erane ingombra, pure fidando in Dio e nella sua stella s'accinse al periglioso viaggio.
Ignoravasi dovunque la sorte toccata all'uomo che aveva con sè l'amore di tutti: non v'era patriotta in Italia che trepidante non ne chiedesse novella: erasi sparsa la voce che avesse approdato in Venezia, e fu questa una pietosa invenzione per eludere l'austriaca vigilanza; in Venezia stessa era stato annunciato imminente il di lui arrivo, ma fra l'incertezza di queste voci tutti perdevansi in conghietture, e facevano voti per la salvezza d'un tant'uomo: la speranza di saperlo fra non molto fuori d'ogni pericolo albergava nel cuore di tutti i buoni, ma talora le liete speranze veniva a troncarle il lungo silenzio e il non udirne mai nuova.
Frattanto egli imbattutosi in uomini pei quali la patria è una sacra parola, aveva in essi trovato appoggio ed asilo fraterno; molti giorni rimase celato in luogo, che non crediamo ancora fuori di pericolo per que' generosi il rendere noto; di là scortato sempre da qualche fido da uno in altro puntoveniva lentamente avvicinandosi: sovente ozioso nel giorno, e ricovrato ne' boschi aspettò il favore della notte per continuare il viaggio, talora incalzato dagli eventi s'aggirò tra le file dei nemici, mentre forse stavano meditando in qual modo avrebberlo potuto raggiungere; altra volta mentre seduto in una osteria attendeva a rifocillarsi, capitò, e s'assise accanto a lui il croato, che senza sospetto vide quello sconosciuto alzarsi e partire.
Dovunque egli trovò ardenti e coraggiosi patriotti, che per lui non badarono a pericoli nè a fatiche; e sappiamo d'un parroco il di cui nome aspettiamo tempi men tristi per segnalare alla riconoscenza di tutta Italia, il quale confortò l'illustre fuggiasco di tutte quelle amorevoli cure, che soltanto sa suggerire un nobile animo, educato alla sublime dottrina del Vangelo.
Finalmente dopo tanto errare, dopo tante dolorose vicende rivedeva la marina dalla costa toscana. Novello Mario inseguito da crudeli nemici e colla morte ruggente alle spalle, egli pure dalla spiaggia tendeva lo sguardo sulle onde in traccia d'una vela, che il raccogliesse, e come Mario ei vedeva una barca propizia a suoi voti approssimarsi alla riva ed accoglierlo nel suo seno: ma del fuggiasco romano più fortunato egli trovava cuori generosi, che lungi dallo spaventarsi all'apprenderne il nome, vogarono più lieti alla costa sarda, superbi di poter salvare un tant'uomo.
Era il 5 di settembre, ed il giorno trentacinquesimo del travaglioso viaggio, allorquando la barca guidata da pescatori, raccoglieva la vela sulla rada di Porto Venere. Garibaldi aveva unicamente tre lire in suo potere! e male ei quindi poteva rimunerare a danaro i suoi salvatori, cui diede unica ricompensa un'abbraccio, che que' buoni popolani accolsero colle lagrime agli occhi, e uno scritto, che renderà fede ai futuri della sua riconoscenza per tanto benefizio.
Ricevuto in Porto Venere con segni di manifesta reverenza e d'amore dal popolo, ebbe da un amico i mezzi per recarsi a Chiavari, ove appena arrivato, il governo per mezzo de' suoi agenti s'impadronì di lui, e fecelo scortare coi carabinieri a Genova, ritenendolo ivi custodito nel palazzo ducale.
Il Parlamento appena conosciuto il reo procedere del ministero contro un cittadino, che aveva pur tanti diritti non solo ad un'accoglienza amorevole per le sue sventure, maal rispetto e ad ogni onorifica dimostranza per quanto aveva operato in pro della patria comune, biasimò altamente ed a gran maggioranza di voti quello scandaloso contegno, adottando il seguente ordine del giorno, che noi riferiamo ad encomio dei nobili sentimenti e dell'indignazione generosa, manifestati nella tornata del 20 settembre dai rappresentanti nazionali. «La Camera dichiarando che l'arresto del generale Garibaldi e la minacciata espulsione di lui dal Piemonte sono lesivi dei diritti conservati dallo Statuto e dei sentimenti della nazionalità italiana passa all'ordine del giorno.»
In onta del quale Garibaldi continuò ad essere sostenuto in prigione, ove molti fra i più ragguardevoli uomini che trovavansi in Genova, e gli uffiziali del presidio affollavansi ogni giorno a visitarlo. Non mai uscì dalla sua bocca un lamento intorno a quel modo d'agire verso di lui, sembrava non accorgersi, o non dare alcuna importanza a quel passeggero capriccio della nemica fortuna. A quanti l'avvicinarono in quei giorni, egli non d'altro parlò che dell'avvenire d'Italia, confortandoli ad aver fede e ad unirsi concordi per la guerra nazionale, nè lontana, nè perduta, affine di raggiungere la bramata vittoria. Quegli stessi che prevenuti contro di lui andarono a vederlo per mera curiosità, ne partirono compenetrati d'un senso d'ammirazione, se non d'affetto.
Quanti altri che formano attualmente i più bei titoli che abbia l'Italia alla stima delle nazioni sono, com'era, ed è in parte tuttavia Garibaldi, calunniati, e costringerebbero in egual modo i loro nemici a ricredersi ed a stimarli, se fossero ben conosciuti!
Desiderando Garibaldi rivedere la vecchia madre in Nizza ed i figli, consentì il governo che v'andasse sopra un vapore: si disse che un agente di polizia in incognito lo accompagnasse. È impossibile descrivere l'entusiasmo del popolo nicese al rivedere il suo concittadino dopo tante avventure e dopo i fatti di Roma. Trattenutosi colà appena il tempo necessario per visitare i parenti e gli amici, risaliva a bordo del vapore per tornare a Genova, giusta la data parola, e mettersi nuovamente alla disposizione del governo. Il quale fermo nell'allontanarlo dallo Stato, alcuni giorni dopo fecelo trasportare con un vapore da guerra a Tunisi, avendo Garibaldi scelto per luogo della sua dimoraquell'affricana città, venutigli forse in dispetto cotestoro della civile Europa, che con atti da veri barbari toglievano ai popoli la libertà, bombardavano città innocenti vantandosene liberatori, e procedevano tant'oltre da perseguitare perfino un individuo, solo ed inerme, e scampato per miracolo da tanti e così gravi pericoli.
Nel suo tragitto da Genova alla volta di Barberia, il vapore che lo conduceva approdò in Cagliari, ove la popolazione appena informata della sorte di Garibaldi s'affollò numerosissima sulle barchette, spinta dal desiderio di vedere almeno una volta quell'uomo di cui avevano udito tante nobili e maravigliose imprese. I fieri isolani, nelle cui vene scorre ardente il sangue latino, fecero ripetute volte echeggiare quelle sponde agli evviva alforte Italiano, e agli auguri di più lieta fortuna in non lontano avvenire — Era quello un ultimo addio, che l'Italia mandava al prode guerriero dall'estremo suo lembo — E quell'addio si prolungava sulle acque del golfo, come grido di madre desolata che vede strapparsi dal seno il prediletto suo figlio.
Salpato poco dopo per Tunisi arrivava in quel porto il giorno 21 di settembre; ma anche là attendevalo la vendetta francese e la persecuzione del governo sardo, se è vera la voce che ne corse[13].
Il Bey cedendo alle esigenze dellagrande nazioneche non poteva vivere tranquilla se quell'uomo avesse avuto stanza in Barberia, negò il permesso a Garibaldi di sbarcare nella sua città. E al medesimo tempo quasi avesse voluto manifestargli l'animo suo non avverso, e forse anco a scusa del rifiuto impostogli dal più forte, il Bey gli offerì un vapore perchè si recasse a Malta, ove fosse piaciuto a Garibaldi trasferirvisi.
Simile anche in ciò a Mario, che fuggitivo dalle coste d'Italia si rivolse a quell'istesso porto, non molto discosto dal quale sedeva l'antica Cartagine, e dovette subitoallontanarsene riprendendo nuovamente il mare per sottrarsi alle persecuzioni de' suoi concittadini e de' barbari, Garibaldi tornò indietro colla stessa nave, dal comandante della quale fu sbarcato nella piccola isola di Maddalena, collocata presso la costa settentrionale della Sardegna, ed ivi lasciato sotto la custodia del comandante militare del luogo, fino a che il governo avesse preso nuove determinazioni.
Quell'isoletta fu per Garibaldi l'oasi invocata dal viaggiatore affranto dalle lunghe e perigliose fatiche del deserto, sconvolto da fierissimi venti. Ivi trovò riposo, e volti amici e cuori che fecero sue le di lui pene. — Tutti quegli abitanti andarono a gara per testimoniargli l'interesse e la stima che sentivano per lui. Dal più ricco al più povero nessuno tra i buoni isolani lasciò di stringere quella mano che aveva sì fieramente percosso i nemici d'Italia; tanto essi l'amavano, tanta confidenza aveva egli ispirata col suo fare semplice e cordiale! — Crediamo dover nostro di specialmente rammentare qui a titolo d'onore il signor Susini sindaco nell'isoletta, padre di quell'istesso Susini, scelto da Garibaldi a suo successore nel comando della legione italiana in Montevideo, da cui il nostro amico ebbe le più distinte prove di affettuosa amicizia.
Nei molti giorni, che quasi dimenticato rimase colà, ei soleva per allontanare da sè la cupa malinconia, da cui era tormentato, esercitare il corpo e distrarre la mente colla caccia e la pesca, di lui prediletti passatempi. E un giorno mentre egli era in riva al mare vide un burchiello a vela navigare lungo la costa con evidente pericolo di capovolgersi, soffiando impetuoso il vento; nè s'ingannò, che poco dopo cresciuto questo in forza e fattosi più turgido il seno della vela, non presentando l'esile barchetta sufficiente peso a mantenere l'equilibrio, si piegò rovesciandosi sulle acque. A quella vista non rimase Garibaldi freddo spettatore; si precipitò nel mare seguito da un suo compagno, e tanto s'adoperò colle robuste membra e coll'ingegno, che que' naviganti furono salvati. Così la Provvidenza diede a lui occasione di mostrare agli amorevoli suoi ospiti in qual guisa ei paghi i debiti di gratitudine.
Non consentendo il governo ch'egli rimanesse più a lungo nel territorio sardo, fecelo trasportare dal brigantino il «Colombo» a Gibilterra, unico luogo ove potesse recarsitra i più vicini in Europa. Al suo arrivo colà ebbe l'assenso del governatore soltanto per isbarcarvi e rimanervi pochi giorni. Richiesto il Console spagnuolo se sarebbe accolto in qualche punto della Spagna, n'ebbe risposta negativa — Andare in Francia non era cosa che potesse venirgli in mente. A fronte di tante turpitudini, il Console degli Stati Uniti d'America e con lui gli uffiziali delle sue navi da guerra, quasi a protestare contro tanta infamia per l'onore dell'umanità, si presentarono ad offrire al valent'uomo perseguitato dai vermi della diplomazia, oro, asilo nel loro paese, e un legno da guerra per trasportarvelo — Garibaldi non volendo allontanarsi d'Europa ringraziò que' nobili figli della libera America, e preferì tentare di nuovo l'Affrica. Partì pochi giorni dopo per Tangeri, nell'impero di Marocco, ove fu accolto da persona amica, e trovò quel pacifico asilo che invano aveva desiderato in patria.
All'apprendere questi fatti i posteri maraviglieranno senza dubbio per tanta ingratitudine verso un così illustre cittadino, e chiederanno indignati se le proteste d'amore alla causa italiana e alla libertà tanto spesso ripetute ai dì nostri da certi individui, fossero un'ironia gettata in volto a un popolo di imbelli!
Tutta la vita di Garibaldi è un continuo e non infecondo sacrifizio alla libertà e alla patria. Nei suoi atti d'uomo privato, come in quelli d'uomo pubblico, ne' lieti convegni degli amici, come nelle serie e gravi adunanze, uno fu sempre l'oggetto ch'ebbe in mira, uno l'argomento dei suoi pensieri e de' suoi discorsi:PatriaeUmanità.
Le sublimi aspirazioni della forte anima sua costantemente s'elevarono a quell'altissimo concetto; di ogni altra cosa poco o nulla prese mai cura, perciò fu visto combattere sempre, e la causa americana difendere con quell'ardore medesimo con cui impugnò le armi in Lombardia ed in Roma — Al pensiero tenne sempre dietro e incessante l'azione.
Convinto che soprattutto l'Italia ha bisogno di riabilitarsi nell'opinione del mondo con forti e magnanimi fatti, e che la libertà, come il pane, dev'essere acquistata col sudore della propria fronte, egli vuol combattere solo co' suoi le italiane battaglie, e respinge come uno sfregio all'onore nazionale, e una macchia che rimarrebbe eterna nellastoria d'Italia, ogni idea d'intervento straniero.L'Italia deve, e volendo può fare da sè, glielo impone il suo passato, lo esige l'altezza della sua missione avvenire. Lo schiavoognor fremente, e in continua lotta virilmente sostenuta è per lui la più sublime protesta dell'uomo conscio della propria dignità; quegli che infingardo o fiaccamente operando invoca, e accetta sollievo dalla carità altrui lo muove a sdegno e disprezzo. Ei vorrebbe prolungata la schiavitù della patria, anzi che averla libera per mano straniera. Spezzerebbe la sua spada, e tra i ferri nemici cercherebbe la morte se all'Italia fosse riserbata quell'onta.
Uomo dell'Umanità, ei vagheggia nell'avvenire la fratellanza dei popoli, ma al banchetto delle nazioni ei vuol sedere da eguale, o non sedere. Può l'Italia dalla sua altezza discendere come l'uomo Dio nelle tenebre del sepolcro, ma come l'Uomo Dio deve risorgere per sua propria virtù — Grande sovra tutte le nazioni nel passato, deve esserlo nell'avvenire; l'esempio altrui male s'attaglia a chi esce dalla sfera comune.
Educato fin dai primi suoi anni ai principii delle libertà popolari e convinto che a raggiungere l'altezza de' suoi destini l'Italia deve in un futuro più o meno lontano essere una, ogni suo pensiero ed ogni suo atto concernente alla Patria, fu sempre diretto a quelle due mire; ma conscio egualmente che anzi tutto denno gl'Italiani acquistarsi l'indipendenza, egli, come tutti i suoi fratelli di fede politica[14], è pronto, messa a parte ogni individuale convinzione, a far sua la bandiera di colui, che offrendo maggior probabilità di riuscita, entrerà in campo irrevocabilmente deciso a cacciare oltr'alpe l'austriaco.
Garibaldi conta oggi 42 anni d'età. La stessa energia e l'ardore medesimo della prima gioventù governano tuttora quell'anima indomata. Il suo discorso breve, e d'ordinario pacato, s'infiamma, e dai suoi occhi scintilla un insolito splendore quando parla di patria e di gloria nazionale. Austero nei costumi, parco nel dar lodi, dal suo labbro non esce mai detto che offenda; delle offese ricevute non degna moverlamento e le obblia. Inesorabile nel suo sdegno verso i codardi ed i tristi, è indulgente co' valorosi.
Senza alterigia, come senz'umiltà, tratta con egual rispetto chiunque; il semplice soldato come ogn'altro ha sempre libero accesso a lui; pari all'ultimo de' suoi nel cibo, nel vestire e nelle privazioni della vita militare, si distingue soltanto per l'aspetto decoroso e la reverenza che nessuno sa negargli. Quanti l'avvicinarono gli rimasero amici: i suoi compagni d'armi ebbero sempre per lui affetto di figli. Allorchè un doloroso pensiero gli travaglia l'animo, ei suole calarsi sulla fronte il berretto e starsi o passeggiare solo e taciturno; ha il passo non greve, ma lento, e l'andare composto a gravità senz'ombra di studio. Per lo più serio e sopra pensieri, la vista d'un amico lo allegra e chiama il sorriso sulle di lui labbra. Fra persone di sua intimità talora s'abbandona allo scherzo, ma per poco, quasi l'assalisse rimorso d'aver sprecato il tempo. — Riverente alla madre, ottimo marito, è co' figli or sorridente, ora severo.
I tanti travagli durati per la propria patria e l'altrui gli hanno fruttato povertà, persecuzioni, un nome onorato in Europa e in America[15], l'odio dei tristi e l'amore del suo paese, di cui forma una delle più splendide glorie. Lasciò in Nizza la vecchia madre, coi tre figli, Menotti, Ricciotti e Teresita, all'educazione de' quali provvede con affetto di padre l'avvocato Garibaldi cugino del Generale: — egli, il suo amico Daideri, e non altri.
Uomini generosi, di cui non è difetto la Dio mercè in Italia, offersero al prode uomo ragguardevoli somme, che non accettò. D'indole laboriosa, egli trova dovunque come sostentarsi coll'opera sua; all'uopo non esiterebbe un solo momento a imbarcarsi per semplice marinaio. Sobrio, modesto, e tollerante le fatiche, poco gli basta.
Accettò con lieto animo una spada superbamente lavorata in Firenze, frutto d'una soscrizione nazionale. Un'altra eseguita dall'egregio artista Borani in Torino, dono essa purede' suoi compatrioti, sarà tra non molto depositata nella sua casa materna.
Di queste spade una rappresenta nell'impugnatura l'Italia, che appoggiata al brando attende a ristorare le proprie forze.
Dio le infonda vigore! Quando l'ora di sollevarlo nuovamente sarà giunta, Garibaldi nol lascerà giacere ozioso. Dalle aride montagne di Marocco, donde mirando all'Italia, medita la grande vendetta, tornerà fulmine di guerra, a dar nuove glorie alla patria, nuovi argomenti d'odio ai malvagi, e, Dio confermi l'augurio, l'ultimo colpo all'austriaco fuggente oltre l'Alpi!
FINE.