NOTE:

È dunque assodato che anche la crioconite nostrana racchiude indubbiamente elementi eolici, ma non ho potuto accertarmi se vi esistano anche elementi cosmici, che sarebbero rappresentati dal ferro nativo.

La presenza di crioconite e la sua composizione serve a dimostrare con ogni certezza quanto ho sostenuto già da tempo[29]che cioè l’aria dell’alta montagna racchiude anch’essa numerosi corpi stranieri.

E qui fa d’uopo di ben precisare la questione; se si parla dell’aria di montagna nei periodi di calma, non c’è dubbio che essa si debba considerare come esente o quasi da ogni germe sospeso; questo fatto, già noto per l’esperienza di vari autori[30], abbiamo potuto confermare parecchie volte nel 1895 esponendo alcune scatole Petri, contenenti gelatine o agar sterilizzati, per 24 ore all’aria in varie località, al Corno del Camoscio sopra il Col di Olen, al Telcio e in prossimità dell’alpe Lavez. Nessuna di queste scatole accusò pure un germe. È troppo chiaro che l’atmosfera essendo calma, i germi sospesi nelle zone basse non possono salire, mentre quelli giacenti al suolo della montagna, i quali si van facendo più rari quanto più ci si allontana dai luoghi dove è più attiva la vita vegetale ed animale, non sono smossi che raramente per essere la regione quasi affatto disabitata.

Io credo inoltre che una parte considerevole dei germi viventi che siano pervenuti in qualsiasi modo a una certa altezza, vi periscono in breve tempo, e mi conforta in tale opinione, la quale tuttavia merita di essere confortata da altre più numerose osservazioni, il fatto che nella neve nei pressi delle Capanne-rifugio Gnifetti e Regina Margherita, dove sono numerose le deiezioni umane, non abbiamo trovato quella quantità di microorganismi che era ragionevole aspettarsi. Su questo fatto dirà più particolareggiatamente la relazione del dott. Scofone.

Ma appena s’alzi dal piano il vento ad assalire i fianchi del monte, ecco che l’aria di montagna si carica di polviscoli non meno di quella dei centri abitati. Questo stato di cose è pressochè abituale in alcune zone, dove il vento regna continuamente. La punta del Monte Marzo, sulla quale io feci le esperienze del 1883, si trova appunto in queste condizioni, poichè il contrafforte che chiude la Val d’Aosta a destra della Dora, di cui il Monte Marzo fa parte, è quasi di continuo esposto ai venti, e le nubi vi fanno dimora abituale. I nomi stessi di alcuni passaggi: Col Nivolé, Col della Nuva (da nuvola) indicano questo fatto. Perciò si comprende come io abbia allora trovato abbondanti germi, assai più numerosi sulla vetta dove era continuo quasi il soffiar del vento, che non a qualche centinaio di metri sotto, dove era il casolare che ci alloggiava[31].

Siccome lo stato atmosferico in montagna è soggetto a frequenti e improvvisi mutamenti, così è erroneo esprimere con una media il contenuto in corpuscoli sospesi nell’aria, come si fa per altri componenti quali sarebbero l’acido carbonico, o l’ammoniaca, i quali, benchè soggetti a leggere variazioni, sono pure continuamente presenti. E se si vogliono pure aver medie, non è filtrando qualche metro cubo d’aria per poche ore che si potranno avere i dati per stabilirle; ma bisognerà trarli ripetendo le osservazioni nelle varie condizioni meteorologiche che si succedono con tanta frequenza in montagna.

Il miglior metodo è ancora l’esame delle nevi, quali ho praticato in lavori precedenti[32], perchè, sebbene non dia deirisultati quantitativi, permette di ottenere un’idea completa dei materiali contenuti nell’atmosfera, mentre le correnti degli aspiratori non trascinano che i corpuscoli più sottili e leggeri.

È necessario sopratutto, discorrendo dell’aria di montagna e dei materiali che contiene sospesi, tener presente che le condizioni lassù non sono come quelle di una città in cui il continuo moto e il viavai riempie l’aria di polvere e le impedisce di purificarsi, sì che la polvere diventa un elementocostantedell’atmosfera; in montagna poche ore di calma o il sopravvenire d’una nevicata depurano quasi completamente l’aria; ma il sorgere subitaneo d’un vento o d’una procella di neve rigettano nell’aria i turbini di materie solide di cui s’era liberata.

Dott.Piero Giacosa(Sezione di Torino).

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NOTE:[6]Debbo anche un ringraziamento alla Ditta Narizzano la quale ci regalò una quantità di scatole delle sue conserve alimentari veramente eccellenti e raccomandabili agli alpinisti per la loro ottima confezione. Anche il sig. dott. Robecchi ci spedì da Strevi una cassetta dei suoi rinomati vini e vermuth, che furono uno dei lussi maggiori della nostra modesta spedizione.[7]Vedi“Boll. C. A. I.„vol. XXIII (n. 57) p. 313.[8]Forse si potrebbe utilmente sostituire la traversa inferiore cui si attacca il gancio in ferro per uncinare la correggia di cuoio, con una leggera sbarra di ferro, foderata di cuoio o di stoffa per addolcire gli spigoli. Colla traversa in legno attuale accade che nelle scosse inevitabili della discesa, allorchè la portantina è carica, si fenda il legno in corrispondenza delle viti che fissano gli uncini in ferro.[9]Nella carta dell’I. G. M., foglio 29, alla scala 1:50,000 al lago Salzia è assegnata l’altezza di 2270 metri; ciò è evidentemente un errore materiale di scrittura; l’altezza deve essere invece di m. 2670, come risulta anche dalle curve di livello. Nella stessa carta il sentiero del Colle d’Olen dal versante ovest è tracciato nel "Thalweg" mentre esso fa un largo giro per portarsi in alto sulle balze che scendono dal Corno del Camoscio verso il piano d’Indren, e poi giunge al colle tenendosi sempre a mezza costa.E poichè sono su questo argomento debbo pure fare notare altre imperfezioni della carta sul versante di Gressoney: i due ghiacciai che coprono il fianco meridionale della Piramide Vincent, cioè quello di Garstelet a sinistra e quello di Indren a destra, non hanno nome sulla carta; il bel piano dove le acque del torrente che scende da questi ghiacciai indugiano in meandri fioriti, è chiamato piano di Zindra, mentre il nome suo è di Indren, come quello del ghiacciajo soprastante; il torrente stesso, come è detto più sopra, si chiama Indren e non Mos. La carta poi, benchè abbia una quota e l’indicazione di una morena al posto in cui sorge la capanna Gnifetti, non registra questo frequentatissimo ricovero, come non registra più in alto l’importantissimo Passo del Lys o Lysjoch. Eppure altri passi del Rosa meno importanti e meno frequentati, come p. es., lo Schwarzthor, il Verra Pass, il Felikjoch e lo stesso Passo della Sesia, sconsigliabile sempre se non ai pochissimi ardimentosi e in circostanze eccezionalmente favorevoli, sono tutti segnati, come lo è pure il canale Marinelli e il Jägernetzen che hanno una importanza esclusivamente alpinistica. Di siffatte disuguaglianze ed omissioni ho potuto constatare altri esempi. Uno di essi è di maggior rilievo: sulla strada d’accesso al Gran S. Bernardo, non è indicata la cantina che è a mezza via tra St.-Rhémy e l’Ospizio. La carta dell’1:100.000 pubblicata dal Ministero degli Interni di Francia (foglio XXVI-25, Chamonix) che si vende a basso prezzo ed è di una grande chiarezza per le sue diverse tinte, porta questa indicazione, la cui importanza è evidente.[10]Queste cifre approssimative, ma fondamentalmente esatte, mi furono comunicate dal gentilissimo sig. cav. Gaspare Mongenet, consigliere provinciale, e si riferiscono al torrente al suo sbocco a Pont St.-Martin.[11]Alla calcinazione si riduce a milligr. 16,0.[12]“Vedi Berichte d. deutsch. chem. Gesell.„anno XXVII, pag. 343.[13]Tiemann u. Gaertner:Die Chemische und mikroskopisch-bacteriologische Untersuchung des Wassers(Braunschweig, Wieweg, 1889) pag. 41.[14]Tiemann u. Gaertner, op. cit., pag. 107.[15]Tiemann u. Gaertner, op. cit., pag. 38-39.[16]VediDammer,Handbuch der anorganischen Chemie, vol. II, parte 1ª, pag. 52. Per quanto si riferisce alla distribuzione dei composti azotati nell’aria in varie zone e latitudini, vedi pure i lavori diSchlösingneiComptes rendus, vol. 81, pag. 1252; vol. 82, pag. 969; diMüntzeAubin,ibid.vol. 95, pag. 788, 919; vol. 97, pag. 240; vol. 108, pag. 1062; diMarcanoeMüntz,ib., vol. 113, pag. 779, e gliAnnuaires de l’Observatoire de Montsouris.[17]Alfonso Sella, nei“Rend. R. Acc. dei Lincei„del 18 gennaio 1891.[18]Porro, nel“Boll. C. A. I.„vol. XXIV, pag. 121.[19]Annales de l’Observatoire météorologique du Mont-Blanc, Paris 1893, vol. I, prefazione.[20]“Riv. Mens. C. A. I.„vol. IX, pag. 115.—Vedi pure“Zeitschr. d. Deutsch. u. Oesterr. Alpenverein„XX.[21]“Nature„16 maggio 1895.—Riferisco qui una interessante relazione trasmessami dal dott. E. Oddone, direttore dell’Osservatorio geodinamico di Pavia, sopra i fenomeni elettrici osservati alla Capanna Margherita.«Sui fenomeni luminosi al Monte Rosa la sera del 21, o 22 che sia, agosto 1893 ricordo che lassù sulla vetta era nebbioso e vi cadeva insignificante un nevischio. La temperatura era di -5°. Nella vallata della Sesia imperversava il temporale. Dapprima comparvero sui 6 parafulmini delle piccole stellette simili a brillanti di media grossezza illuminati dal sole. La luce loro era bianca. Ma quando i lampi in basso percotevano la montagna, quasi il suolo e le nubi fossero anodo e catodo di una gigantesca batteria, allora le stellette mutavansi in fiocchi allungati e sibilanti. Ed a me appariva che dopo fulmini azzurri si avessero fuochi negativi (stellette), dopo fulmini rossi si avessero fuochi positivi (fiocchi). Il suono era quello del vapore che esce dalla caldaia, attenuato ma distinto, o meglio s’avvicinava a quel zittìo che si fa nelle sale ove si ha piacere di udire la musica ed il vicino disturba. La lunghezza dei fiocchi era forse di un centimetro, ma l’occhio li giudicava più lunghi.Nuovi lampi, e comparivano le stellette, nuovi lampi ancora e ritornavano i fiocchetti. L’intervallo era di due o tre primi. Avvicinatosi il temporale, non solo dalle punte sui tetti, ma da ogni asperità delle rupi, dagli spigoli dei disordinati assiti fuori della capanna, dalla balaustrata in legno uscivano grossi fiocchi bluastri e fatui lunghi almeno 5 centimetri. All’occhio sembravano più estesi, la luce però era smorta ed a stento si avrebbe potuto leggere con simili candele. In tutto se ne potevano contare una ventina e non mutavano più in stellette. Stavano fissi, offrendo solo un crescendo al momento del lampo (momenti che alcune volte col lampo sparivano totalmente per un secondo!!). Questi fiocchi dolcemente zittivano, come fu detto sopra, mentre la neve attorno, benchè non fosforescente, pure leggermente crepitava e schioppettava. Ho provato a mettere la mano sui parafulmini. Il fiocco spariva per un attimo, ma poi tornava e mi lambiva le mani senza provocare sensazioni. Eravamo in tre o quattro fuori della capanna appoggiati all’uscio di entrata. I capelli e la barba, ad eccezione di qualche luminosità sui peli isolati, non davano niente, ma se si toccavano colle mani se ne sprigionavano ramificazioni luminose molto più intense di quelle che escono dalle macchine di Holtz senza condensatori. La lunghezza di quelle vive fiammelle era di cm. 5, ma ne uscivano delle maggiori se si bagnavano le dita di saliva. La pelle irritata dava la sensazione ben nota.L’alpenstock, alzato la punta in alto, dava fiocchi di cm. 10 di lunghezza e di 3 cm di diametro circa. Lo zittìo che emetteva incuteva timore. L’uomo colla bocca difficilmente sa fare più forte. Dopo ci siamo ritirati per prudenza, ma non credo che il temporale crescesse in intensità. Un portatore che uscì ancora rientrò atterrito: disse che allo scoppiare di un lampo ne aveva avuto la barba investita e la vista e la memoria momentaneamente offuscata, ma credo esagerasse.Il tuono al massimo del temporale rumoreggiava forte, ma prima e dopo vedevansi i lampi ed esso a noi non giungeva.[22]“Compt. rend.„vol. 95 (1882), pag. 919.[23]“Compt. rend.„vol. 95 (1882), pag. 1121.[24]“Compt. rend.„1892, pag. 134.[25]“Compt. rend.„1883, pag. 525.[26]Om kosmiskt stoft, som med nederbörden faller till jordytan.“Ofversigt a Kongl. Vetenshaps-Academiens Förhandlingar„1874, nº 1. Stockholm.[27]A. E. Nordenskiöld:La seconde expédition suédoise au Grönland(Paris, Hachette) pag. 194 e segg.[28]Anno 1871, p. 293 (citato da Nordenskiöld,Om kosmiskt stoft, ecc.).[29]“Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino„vol. XVIII, 28 gennaio 1888.[30]Giacosa, loc. cit, e“Annuaire de l’Observatoire de Montsouris„,1884-1885.[31]Le mie esperienze del 1883 non ebbero la ventura di essere approvate dal dottor Miquel, batteriologo dell’osservatorio municipale di Parigi, situato a Montsouris. Egli le critica vivamente nell’Annuario del 1884 a pag. 531, e la sua critica contrasta singolarmente colle lodi date al signor di Freundenreich di Berna che avendo eseguito ricerche analoghe sulle montagne era giunto a risultati che al Miquel parvero più attendibili. Non risposi allora alle critiche del batteriologo di Parigi e mi limito ora a dimostrare che il Freundenreich ed io non meritavamoni cet excès d’honneur ni cette indignité. Le alte lodi per cui è additato alla riconoscenza del mondo degli scienziati il sig. di Freundenreich per avere preso la determinazione di salire sullo Schilthorn (2792 m.) e starci quattro ore per filtrarvi dell’aria (pag. 536) e quelle che gli si tributano l’anno seguente per essere stato al Niesen e al Théodule, non avranno avuto altro effetto che di far sorridere il dotto Bernese che sa come a queste altezze ci si giunga se non così facilmente come alla Torre Eiffel, certo senza incorrere in pericoli tali da meritare di essere tramandati alla posterità; mentre la confessione penosa d’impotenza a cui il Miquel vorrebbe costringermi, perchè essendo in montagna e sprovvisto di laboratorio non ebbi mezzi di far quello che non fece neppure il sig. di Freundenreich di coltivare cioè i germi trovati per accertarmi dei micrococchi esistenti, non mi ha punto commosso. Entrambi gli apprezzamenti provano soltanto che il signor Miquel in quell’epoca non sapeva ancora che cosa vuol dire montagna e lavorare in montagna. Forse a quest’ora l’avrà imparato.[32]“Giornale dellaR. Accad. di Medicina di Torino„,1890, n. 1 e 2.

[6]Debbo anche un ringraziamento alla Ditta Narizzano la quale ci regalò una quantità di scatole delle sue conserve alimentari veramente eccellenti e raccomandabili agli alpinisti per la loro ottima confezione. Anche il sig. dott. Robecchi ci spedì da Strevi una cassetta dei suoi rinomati vini e vermuth, che furono uno dei lussi maggiori della nostra modesta spedizione.

[6]Debbo anche un ringraziamento alla Ditta Narizzano la quale ci regalò una quantità di scatole delle sue conserve alimentari veramente eccellenti e raccomandabili agli alpinisti per la loro ottima confezione. Anche il sig. dott. Robecchi ci spedì da Strevi una cassetta dei suoi rinomati vini e vermuth, che furono uno dei lussi maggiori della nostra modesta spedizione.

[7]Vedi“Boll. C. A. I.„vol. XXIII (n. 57) p. 313.

[7]Vedi“Boll. C. A. I.„vol. XXIII (n. 57) p. 313.

[8]Forse si potrebbe utilmente sostituire la traversa inferiore cui si attacca il gancio in ferro per uncinare la correggia di cuoio, con una leggera sbarra di ferro, foderata di cuoio o di stoffa per addolcire gli spigoli. Colla traversa in legno attuale accade che nelle scosse inevitabili della discesa, allorchè la portantina è carica, si fenda il legno in corrispondenza delle viti che fissano gli uncini in ferro.

[8]Forse si potrebbe utilmente sostituire la traversa inferiore cui si attacca il gancio in ferro per uncinare la correggia di cuoio, con una leggera sbarra di ferro, foderata di cuoio o di stoffa per addolcire gli spigoli. Colla traversa in legno attuale accade che nelle scosse inevitabili della discesa, allorchè la portantina è carica, si fenda il legno in corrispondenza delle viti che fissano gli uncini in ferro.

[9]Nella carta dell’I. G. M., foglio 29, alla scala 1:50,000 al lago Salzia è assegnata l’altezza di 2270 metri; ciò è evidentemente un errore materiale di scrittura; l’altezza deve essere invece di m. 2670, come risulta anche dalle curve di livello. Nella stessa carta il sentiero del Colle d’Olen dal versante ovest è tracciato nel "Thalweg" mentre esso fa un largo giro per portarsi in alto sulle balze che scendono dal Corno del Camoscio verso il piano d’Indren, e poi giunge al colle tenendosi sempre a mezza costa.E poichè sono su questo argomento debbo pure fare notare altre imperfezioni della carta sul versante di Gressoney: i due ghiacciai che coprono il fianco meridionale della Piramide Vincent, cioè quello di Garstelet a sinistra e quello di Indren a destra, non hanno nome sulla carta; il bel piano dove le acque del torrente che scende da questi ghiacciai indugiano in meandri fioriti, è chiamato piano di Zindra, mentre il nome suo è di Indren, come quello del ghiacciajo soprastante; il torrente stesso, come è detto più sopra, si chiama Indren e non Mos. La carta poi, benchè abbia una quota e l’indicazione di una morena al posto in cui sorge la capanna Gnifetti, non registra questo frequentatissimo ricovero, come non registra più in alto l’importantissimo Passo del Lys o Lysjoch. Eppure altri passi del Rosa meno importanti e meno frequentati, come p. es., lo Schwarzthor, il Verra Pass, il Felikjoch e lo stesso Passo della Sesia, sconsigliabile sempre se non ai pochissimi ardimentosi e in circostanze eccezionalmente favorevoli, sono tutti segnati, come lo è pure il canale Marinelli e il Jägernetzen che hanno una importanza esclusivamente alpinistica. Di siffatte disuguaglianze ed omissioni ho potuto constatare altri esempi. Uno di essi è di maggior rilievo: sulla strada d’accesso al Gran S. Bernardo, non è indicata la cantina che è a mezza via tra St.-Rhémy e l’Ospizio. La carta dell’1:100.000 pubblicata dal Ministero degli Interni di Francia (foglio XXVI-25, Chamonix) che si vende a basso prezzo ed è di una grande chiarezza per le sue diverse tinte, porta questa indicazione, la cui importanza è evidente.

[9]Nella carta dell’I. G. M., foglio 29, alla scala 1:50,000 al lago Salzia è assegnata l’altezza di 2270 metri; ciò è evidentemente un errore materiale di scrittura; l’altezza deve essere invece di m. 2670, come risulta anche dalle curve di livello. Nella stessa carta il sentiero del Colle d’Olen dal versante ovest è tracciato nel "Thalweg" mentre esso fa un largo giro per portarsi in alto sulle balze che scendono dal Corno del Camoscio verso il piano d’Indren, e poi giunge al colle tenendosi sempre a mezza costa.

E poichè sono su questo argomento debbo pure fare notare altre imperfezioni della carta sul versante di Gressoney: i due ghiacciai che coprono il fianco meridionale della Piramide Vincent, cioè quello di Garstelet a sinistra e quello di Indren a destra, non hanno nome sulla carta; il bel piano dove le acque del torrente che scende da questi ghiacciai indugiano in meandri fioriti, è chiamato piano di Zindra, mentre il nome suo è di Indren, come quello del ghiacciajo soprastante; il torrente stesso, come è detto più sopra, si chiama Indren e non Mos. La carta poi, benchè abbia una quota e l’indicazione di una morena al posto in cui sorge la capanna Gnifetti, non registra questo frequentatissimo ricovero, come non registra più in alto l’importantissimo Passo del Lys o Lysjoch. Eppure altri passi del Rosa meno importanti e meno frequentati, come p. es., lo Schwarzthor, il Verra Pass, il Felikjoch e lo stesso Passo della Sesia, sconsigliabile sempre se non ai pochissimi ardimentosi e in circostanze eccezionalmente favorevoli, sono tutti segnati, come lo è pure il canale Marinelli e il Jägernetzen che hanno una importanza esclusivamente alpinistica. Di siffatte disuguaglianze ed omissioni ho potuto constatare altri esempi. Uno di essi è di maggior rilievo: sulla strada d’accesso al Gran S. Bernardo, non è indicata la cantina che è a mezza via tra St.-Rhémy e l’Ospizio. La carta dell’1:100.000 pubblicata dal Ministero degli Interni di Francia (foglio XXVI-25, Chamonix) che si vende a basso prezzo ed è di una grande chiarezza per le sue diverse tinte, porta questa indicazione, la cui importanza è evidente.

[10]Queste cifre approssimative, ma fondamentalmente esatte, mi furono comunicate dal gentilissimo sig. cav. Gaspare Mongenet, consigliere provinciale, e si riferiscono al torrente al suo sbocco a Pont St.-Martin.

[10]Queste cifre approssimative, ma fondamentalmente esatte, mi furono comunicate dal gentilissimo sig. cav. Gaspare Mongenet, consigliere provinciale, e si riferiscono al torrente al suo sbocco a Pont St.-Martin.

[11]Alla calcinazione si riduce a milligr. 16,0.

[11]Alla calcinazione si riduce a milligr. 16,0.

[12]“Vedi Berichte d. deutsch. chem. Gesell.„anno XXVII, pag. 343.

[12]“Vedi Berichte d. deutsch. chem. Gesell.„anno XXVII, pag. 343.

[13]Tiemann u. Gaertner:Die Chemische und mikroskopisch-bacteriologische Untersuchung des Wassers(Braunschweig, Wieweg, 1889) pag. 41.

[13]Tiemann u. Gaertner:Die Chemische und mikroskopisch-bacteriologische Untersuchung des Wassers(Braunschweig, Wieweg, 1889) pag. 41.

[14]Tiemann u. Gaertner, op. cit., pag. 107.

[14]Tiemann u. Gaertner, op. cit., pag. 107.

[15]Tiemann u. Gaertner, op. cit., pag. 38-39.

[15]Tiemann u. Gaertner, op. cit., pag. 38-39.

[16]VediDammer,Handbuch der anorganischen Chemie, vol. II, parte 1ª, pag. 52. Per quanto si riferisce alla distribuzione dei composti azotati nell’aria in varie zone e latitudini, vedi pure i lavori diSchlösingneiComptes rendus, vol. 81, pag. 1252; vol. 82, pag. 969; diMüntzeAubin,ibid.vol. 95, pag. 788, 919; vol. 97, pag. 240; vol. 108, pag. 1062; diMarcanoeMüntz,ib., vol. 113, pag. 779, e gliAnnuaires de l’Observatoire de Montsouris.

[16]VediDammer,Handbuch der anorganischen Chemie, vol. II, parte 1ª, pag. 52. Per quanto si riferisce alla distribuzione dei composti azotati nell’aria in varie zone e latitudini, vedi pure i lavori diSchlösingneiComptes rendus, vol. 81, pag. 1252; vol. 82, pag. 969; diMüntzeAubin,ibid.vol. 95, pag. 788, 919; vol. 97, pag. 240; vol. 108, pag. 1062; diMarcanoeMüntz,ib., vol. 113, pag. 779, e gliAnnuaires de l’Observatoire de Montsouris.

[17]Alfonso Sella, nei“Rend. R. Acc. dei Lincei„del 18 gennaio 1891.

[17]Alfonso Sella, nei“Rend. R. Acc. dei Lincei„del 18 gennaio 1891.

[18]Porro, nel“Boll. C. A. I.„vol. XXIV, pag. 121.

[18]Porro, nel“Boll. C. A. I.„vol. XXIV, pag. 121.

[19]Annales de l’Observatoire météorologique du Mont-Blanc, Paris 1893, vol. I, prefazione.

[19]Annales de l’Observatoire météorologique du Mont-Blanc, Paris 1893, vol. I, prefazione.

[20]“Riv. Mens. C. A. I.„vol. IX, pag. 115.—Vedi pure“Zeitschr. d. Deutsch. u. Oesterr. Alpenverein„XX.

[20]“Riv. Mens. C. A. I.„vol. IX, pag. 115.—Vedi pure“Zeitschr. d. Deutsch. u. Oesterr. Alpenverein„XX.

[21]“Nature„16 maggio 1895.—Riferisco qui una interessante relazione trasmessami dal dott. E. Oddone, direttore dell’Osservatorio geodinamico di Pavia, sopra i fenomeni elettrici osservati alla Capanna Margherita.«Sui fenomeni luminosi al Monte Rosa la sera del 21, o 22 che sia, agosto 1893 ricordo che lassù sulla vetta era nebbioso e vi cadeva insignificante un nevischio. La temperatura era di -5°. Nella vallata della Sesia imperversava il temporale. Dapprima comparvero sui 6 parafulmini delle piccole stellette simili a brillanti di media grossezza illuminati dal sole. La luce loro era bianca. Ma quando i lampi in basso percotevano la montagna, quasi il suolo e le nubi fossero anodo e catodo di una gigantesca batteria, allora le stellette mutavansi in fiocchi allungati e sibilanti. Ed a me appariva che dopo fulmini azzurri si avessero fuochi negativi (stellette), dopo fulmini rossi si avessero fuochi positivi (fiocchi). Il suono era quello del vapore che esce dalla caldaia, attenuato ma distinto, o meglio s’avvicinava a quel zittìo che si fa nelle sale ove si ha piacere di udire la musica ed il vicino disturba. La lunghezza dei fiocchi era forse di un centimetro, ma l’occhio li giudicava più lunghi.Nuovi lampi, e comparivano le stellette, nuovi lampi ancora e ritornavano i fiocchetti. L’intervallo era di due o tre primi. Avvicinatosi il temporale, non solo dalle punte sui tetti, ma da ogni asperità delle rupi, dagli spigoli dei disordinati assiti fuori della capanna, dalla balaustrata in legno uscivano grossi fiocchi bluastri e fatui lunghi almeno 5 centimetri. All’occhio sembravano più estesi, la luce però era smorta ed a stento si avrebbe potuto leggere con simili candele. In tutto se ne potevano contare una ventina e non mutavano più in stellette. Stavano fissi, offrendo solo un crescendo al momento del lampo (momenti che alcune volte col lampo sparivano totalmente per un secondo!!). Questi fiocchi dolcemente zittivano, come fu detto sopra, mentre la neve attorno, benchè non fosforescente, pure leggermente crepitava e schioppettava. Ho provato a mettere la mano sui parafulmini. Il fiocco spariva per un attimo, ma poi tornava e mi lambiva le mani senza provocare sensazioni. Eravamo in tre o quattro fuori della capanna appoggiati all’uscio di entrata. I capelli e la barba, ad eccezione di qualche luminosità sui peli isolati, non davano niente, ma se si toccavano colle mani se ne sprigionavano ramificazioni luminose molto più intense di quelle che escono dalle macchine di Holtz senza condensatori. La lunghezza di quelle vive fiammelle era di cm. 5, ma ne uscivano delle maggiori se si bagnavano le dita di saliva. La pelle irritata dava la sensazione ben nota.L’alpenstock, alzato la punta in alto, dava fiocchi di cm. 10 di lunghezza e di 3 cm di diametro circa. Lo zittìo che emetteva incuteva timore. L’uomo colla bocca difficilmente sa fare più forte. Dopo ci siamo ritirati per prudenza, ma non credo che il temporale crescesse in intensità. Un portatore che uscì ancora rientrò atterrito: disse che allo scoppiare di un lampo ne aveva avuto la barba investita e la vista e la memoria momentaneamente offuscata, ma credo esagerasse.Il tuono al massimo del temporale rumoreggiava forte, ma prima e dopo vedevansi i lampi ed esso a noi non giungeva.

[21]“Nature„16 maggio 1895.—Riferisco qui una interessante relazione trasmessami dal dott. E. Oddone, direttore dell’Osservatorio geodinamico di Pavia, sopra i fenomeni elettrici osservati alla Capanna Margherita.

«Sui fenomeni luminosi al Monte Rosa la sera del 21, o 22 che sia, agosto 1893 ricordo che lassù sulla vetta era nebbioso e vi cadeva insignificante un nevischio. La temperatura era di -5°. Nella vallata della Sesia imperversava il temporale. Dapprima comparvero sui 6 parafulmini delle piccole stellette simili a brillanti di media grossezza illuminati dal sole. La luce loro era bianca. Ma quando i lampi in basso percotevano la montagna, quasi il suolo e le nubi fossero anodo e catodo di una gigantesca batteria, allora le stellette mutavansi in fiocchi allungati e sibilanti. Ed a me appariva che dopo fulmini azzurri si avessero fuochi negativi (stellette), dopo fulmini rossi si avessero fuochi positivi (fiocchi). Il suono era quello del vapore che esce dalla caldaia, attenuato ma distinto, o meglio s’avvicinava a quel zittìo che si fa nelle sale ove si ha piacere di udire la musica ed il vicino disturba. La lunghezza dei fiocchi era forse di un centimetro, ma l’occhio li giudicava più lunghi.

Nuovi lampi, e comparivano le stellette, nuovi lampi ancora e ritornavano i fiocchetti. L’intervallo era di due o tre primi. Avvicinatosi il temporale, non solo dalle punte sui tetti, ma da ogni asperità delle rupi, dagli spigoli dei disordinati assiti fuori della capanna, dalla balaustrata in legno uscivano grossi fiocchi bluastri e fatui lunghi almeno 5 centimetri. All’occhio sembravano più estesi, la luce però era smorta ed a stento si avrebbe potuto leggere con simili candele. In tutto se ne potevano contare una ventina e non mutavano più in stellette. Stavano fissi, offrendo solo un crescendo al momento del lampo (momenti che alcune volte col lampo sparivano totalmente per un secondo!!). Questi fiocchi dolcemente zittivano, come fu detto sopra, mentre la neve attorno, benchè non fosforescente, pure leggermente crepitava e schioppettava. Ho provato a mettere la mano sui parafulmini. Il fiocco spariva per un attimo, ma poi tornava e mi lambiva le mani senza provocare sensazioni. Eravamo in tre o quattro fuori della capanna appoggiati all’uscio di entrata. I capelli e la barba, ad eccezione di qualche luminosità sui peli isolati, non davano niente, ma se si toccavano colle mani se ne sprigionavano ramificazioni luminose molto più intense di quelle che escono dalle macchine di Holtz senza condensatori. La lunghezza di quelle vive fiammelle era di cm. 5, ma ne uscivano delle maggiori se si bagnavano le dita di saliva. La pelle irritata dava la sensazione ben nota.

L’alpenstock, alzato la punta in alto, dava fiocchi di cm. 10 di lunghezza e di 3 cm di diametro circa. Lo zittìo che emetteva incuteva timore. L’uomo colla bocca difficilmente sa fare più forte. Dopo ci siamo ritirati per prudenza, ma non credo che il temporale crescesse in intensità. Un portatore che uscì ancora rientrò atterrito: disse che allo scoppiare di un lampo ne aveva avuto la barba investita e la vista e la memoria momentaneamente offuscata, ma credo esagerasse.

Il tuono al massimo del temporale rumoreggiava forte, ma prima e dopo vedevansi i lampi ed esso a noi non giungeva.

[22]“Compt. rend.„vol. 95 (1882), pag. 919.

[22]“Compt. rend.„vol. 95 (1882), pag. 919.

[23]“Compt. rend.„vol. 95 (1882), pag. 1121.

[23]“Compt. rend.„vol. 95 (1882), pag. 1121.

[24]“Compt. rend.„1892, pag. 134.

[24]“Compt. rend.„1892, pag. 134.

[25]“Compt. rend.„1883, pag. 525.

[25]“Compt. rend.„1883, pag. 525.

[26]Om kosmiskt stoft, som med nederbörden faller till jordytan.“Ofversigt a Kongl. Vetenshaps-Academiens Förhandlingar„1874, nº 1. Stockholm.

[26]Om kosmiskt stoft, som med nederbörden faller till jordytan.“Ofversigt a Kongl. Vetenshaps-Academiens Förhandlingar„1874, nº 1. Stockholm.

[27]A. E. Nordenskiöld:La seconde expédition suédoise au Grönland(Paris, Hachette) pag. 194 e segg.

[27]A. E. Nordenskiöld:La seconde expédition suédoise au Grönland(Paris, Hachette) pag. 194 e segg.

[28]Anno 1871, p. 293 (citato da Nordenskiöld,Om kosmiskt stoft, ecc.).

[28]Anno 1871, p. 293 (citato da Nordenskiöld,Om kosmiskt stoft, ecc.).

[29]“Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino„vol. XVIII, 28 gennaio 1888.

[29]“Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino„vol. XVIII, 28 gennaio 1888.

[30]Giacosa, loc. cit, e“Annuaire de l’Observatoire de Montsouris„,1884-1885.

[30]Giacosa, loc. cit, e“Annuaire de l’Observatoire de Montsouris„,1884-1885.

[31]Le mie esperienze del 1883 non ebbero la ventura di essere approvate dal dottor Miquel, batteriologo dell’osservatorio municipale di Parigi, situato a Montsouris. Egli le critica vivamente nell’Annuario del 1884 a pag. 531, e la sua critica contrasta singolarmente colle lodi date al signor di Freundenreich di Berna che avendo eseguito ricerche analoghe sulle montagne era giunto a risultati che al Miquel parvero più attendibili. Non risposi allora alle critiche del batteriologo di Parigi e mi limito ora a dimostrare che il Freundenreich ed io non meritavamoni cet excès d’honneur ni cette indignité. Le alte lodi per cui è additato alla riconoscenza del mondo degli scienziati il sig. di Freundenreich per avere preso la determinazione di salire sullo Schilthorn (2792 m.) e starci quattro ore per filtrarvi dell’aria (pag. 536) e quelle che gli si tributano l’anno seguente per essere stato al Niesen e al Théodule, non avranno avuto altro effetto che di far sorridere il dotto Bernese che sa come a queste altezze ci si giunga se non così facilmente come alla Torre Eiffel, certo senza incorrere in pericoli tali da meritare di essere tramandati alla posterità; mentre la confessione penosa d’impotenza a cui il Miquel vorrebbe costringermi, perchè essendo in montagna e sprovvisto di laboratorio non ebbi mezzi di far quello che non fece neppure il sig. di Freundenreich di coltivare cioè i germi trovati per accertarmi dei micrococchi esistenti, non mi ha punto commosso. Entrambi gli apprezzamenti provano soltanto che il signor Miquel in quell’epoca non sapeva ancora che cosa vuol dire montagna e lavorare in montagna. Forse a quest’ora l’avrà imparato.

[31]Le mie esperienze del 1883 non ebbero la ventura di essere approvate dal dottor Miquel, batteriologo dell’osservatorio municipale di Parigi, situato a Montsouris. Egli le critica vivamente nell’Annuario del 1884 a pag. 531, e la sua critica contrasta singolarmente colle lodi date al signor di Freundenreich di Berna che avendo eseguito ricerche analoghe sulle montagne era giunto a risultati che al Miquel parvero più attendibili. Non risposi allora alle critiche del batteriologo di Parigi e mi limito ora a dimostrare che il Freundenreich ed io non meritavamoni cet excès d’honneur ni cette indignité. Le alte lodi per cui è additato alla riconoscenza del mondo degli scienziati il sig. di Freundenreich per avere preso la determinazione di salire sullo Schilthorn (2792 m.) e starci quattro ore per filtrarvi dell’aria (pag. 536) e quelle che gli si tributano l’anno seguente per essere stato al Niesen e al Théodule, non avranno avuto altro effetto che di far sorridere il dotto Bernese che sa come a queste altezze ci si giunga se non così facilmente come alla Torre Eiffel, certo senza incorrere in pericoli tali da meritare di essere tramandati alla posterità; mentre la confessione penosa d’impotenza a cui il Miquel vorrebbe costringermi, perchè essendo in montagna e sprovvisto di laboratorio non ebbi mezzi di far quello che non fece neppure il sig. di Freundenreich di coltivare cioè i germi trovati per accertarmi dei micrococchi esistenti, non mi ha punto commosso. Entrambi gli apprezzamenti provano soltanto che il signor Miquel in quell’epoca non sapeva ancora che cosa vuol dire montagna e lavorare in montagna. Forse a quest’ora l’avrà imparato.

[32]“Giornale dellaR. Accad. di Medicina di Torino„,1890, n. 1 e 2.

[32]“Giornale dellaR. Accad. di Medicina di Torino„,1890, n. 1 e 2.

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La seduzione irresistibile che due mesi d’alpinismo nelle Dolomiti avevano esercitato sopra di me, mi richiamava altre due volte (1894 e 1895) nella prediletta Cortina d’Ampezzo, alla quale tornavo e tornerò ancora sovente con quel conscio e profondo amore che la montagna sa ispirare ai suoi fedeli, e che prende sovente, com’è qui il caso, la veste d’una vera passione.

Ho già raccontato su altro «Bollettino»[33]le mie salite del 1893. Nel 1894 il cattivo tempo e altre circostanze avevano mandato a vuoto la progettata campagna alpina. Darò questa volta qualche cenno sopra alcune ascensioni che compii sullo scorcio dell’estate 1895, e il cui numero forzatamente dovette essere limitato, avendo già due anni prima esaurito quasi interamente il repertorio delle più interessanti cime delle Dolomiti d’Ampezzo.

Il gruppo dei Cadini appartiene alla serie ancora abbastanza numerosa di montagne completamente italiane, che sono dai nostri alpinisti quasi del tutto trascurate. I Cadini sorgono a sud delle Tre Cime di Lavaredo, a est di Misurina, eccellente punto di partenza per la loro salita. Essi non meritano davvero, malgrado la modesta elevazione, il poco conto in cui sono tenuti dalla più parte: perchè formano, nel loro piccolo, uno dei più pittoreschi gruppi delle Dolomiti di Sesto; hanno soltanto il torto—se così si può dire—di non darsi il più piccolo disturbo per piacere. Il loro esteriore è poco promettente e non richiama in modo particolare l’attenzione degli alpinisti, anche sotto l’aspetto pittoresco: mentre invece a quelli che non isdegnano di penetrare in quel piccolo mondo nascosto, ove si svelano le lorobelle e fantastiche guglie, fasciate da un ghiacciaio in miniatura, i Cadini offrono ampio compenso, sotto qualunque punto di vista.

Molto di nuovo e di interessante vi è certamente da fare nei Cadini, e vorrei che fosse un italiano ad occuparsene, scrivendo anche una monografia illustrata di quel ristretto, ma bellissimo gruppo. Le due punte principali dei Cadini di Misurina sono i Cadini di San Lucano (la più alta m. 2840) e i Cadini del Neve (m. 2751). I primi sorgono, ben visibili da Misurina e Schluderbach, nella parte sud-est del gruppo, i Cadini del Neve nella parte occidentale, proprio sopra Misurina.

La prima salita dei Cadini di S. Lucano è verosimilmente dovuta ad A. Wachtler di Bozen, colla guida Santo Siorpaes, sin dal 1870: quella dei Cadini del Neve ad Anton Angerer, colle guide Michel e Hans Innerkofler. Delle punte secondarie sono notevoli la Punta Nord-Ovest, salita da Emil Artmann il 2 agosto 1890: essa è 40-50 m. più bassa dei Cadini di S. Lucano; e la Punta Nord-Est salita per la prima volta dallo stesso Artmann, che si occupò con speciale amore di questo gruppo e trovò pure una nuova via alla punta più alta, per le roccie a sinistra del canalone di ghiaccio, evitando questo; finalmente la punta più orientale, una splendida torre dall’aspetto ardito e imponente, superata per la prima volta dal noto alpinista luogotenente Wundt e da L. Nicolai, senza guide, il 27 luglio 1886.

Malgrado questo, ripeto, molto resta ancora a fare nei Cadini: in ogni caso è desiderabile che gli alpinisti cessino dal preferire i Cadini di S. Lucano ai Cadini del Neve, che sono infinitamente più pittoreschi ed attraenti, e offrono, a quanto pare, non disprezzabili difficoltà.

La sera del 22 agosto, in compagnia del noto alpinista signor Alberto De Falkner, che avevo avuto il piacere di conoscere pochi giorni prima, lasciavo Cortina, diretto a Misurina, sopra una di quelle pittoresche carrozzelle di montagna dall’aspetto poco rassicurante, ma che compiono, coi focosi cavalli ampezzani e guidate dall’abile e robusta mano di un Apollonio o di un Menardi, veri miracoli di resistenza e di velocità su per la stradetta ripidissima che conduce a Tre Croci.

Presto arrivammo all’Hôtel Tre Croci che ora è arricchito di una «dépendance» grazie al concorso straordinariamente crescente dei visitatori delle Dolomiti; toccammo, non senza che una patriottica vibrazione del cuore ce ne avvertisse, il confine italiano, e salutammo con ammirazione le eternamente irresistibili Cime di Lavaredo, sorgenti a nord del piano di Misurina.

Fu davvero eccellente idea—ora in avanzato corso di attuazione—quella di creare un grande albergo moderno a Misurina, che può e deve diventare un giorno il St.-Moritz delle Alpi Orientali italiane: la posizione splendida, l’elevazione, l’aria deliziosa, l’immunità dal vento, la ricchissima serie d’ascensioni che si possono compiere da Misurina, la predestinano a un grande avvenire che non le mancherà senza dubbio, ma al quale gli alpinisti italiani devono concorrere, scuotendo la loro apatia verso questa regione dell’Alpi.

L’attuale vecchio alberghetto di Misurina era diventato assolutamente insufficiente ai bisogni; con tutto ciò non vorremmo vederlo scomparire, ricordandone l’eccellente cucina e i commendevolissimi vini: e un poco anche per quella certa sentimentalità propria dell’alpinista, che gli fa preferire sovente, al vicino «Grand-Hôtel» dalle sibaritiche sontuosità, il piccolo vecchio alberghetto dove sa di trovare quella bottiglia «di fiducia», quello «stufato di camoscio» frutto delle personali fatiche del proprietario, e degno coronamento di una riuscita intrapresa. Nell’albergo passammo una piacevolissima serata in compagnia d’una simpatica famiglia genovese, i Loero, che ebbero la felice ispirazione di farsi costrurre una palazzina, nella immediata vicinanza; e col venerando patriota prof. Regnoli, di Bologna, il quale doveva nel 1895 cercare per l’ultima volta nell’aria vibrante di Misurina il sollievo alle invernali fatiche.

L’indomani alle 5, con tempo splendido, si partiva, accompagnati dalle guide Giovanni Barbaria e Zaccaria Pompanin. Nostro obbiettivo, non conoscendo ancora il gruppo, era la punta più alta, i Cadini di Lucano. L’esordio di questa escursione, prendendo le mosse da Misurina, è delizioso: si va per buon tratto su per la comoda strada che conduce alle Drei Zinnen e al Toblinger Riedel, poi la si lascia a sinistra, e si risale, su per un ben marcato sentiero, il vallone che ci deve guidare nel cuore dei Cadini e che è così ben coronato, alla sua estremità orientale, dal caratteristico torrione salito dai signori Wundt e Nicolai, di cui ho fatto cenno. La scena a misura che si procede innanzi, si fa sempre più interessante: le numerosissime guglie dei Cadini si svelano poco a poco, ed è una simpatica sorpresa quella che si gode dal sommo dell’erta, quando la grande «caldaia» attorno a cui sono disposti i Cadini Orientali (e che ha dato nome appunto al gruppo) compare improvvisamente nel suo insieme, col piccolo, ma pittoresco ghiacciaio, circondato da belle e svelte cime di schietto carattereDolomitico, tra cui notevoli la più alta, che non è però la più attraente, e le due cime NE. e NO. salite dall’Artmann, e che devono offrire vivo interesse alpinistico.

Un ampio canalone di ghiaccio assorge dalla estremità occidentale del bacino, sino ad una specie di forcella fra la punta di S. Lucano e quella immediatamente a ovest, di pochi metri più bassa: è questa la consueta via di salita ai Cadini di San Lucano, e noi ci attenemmo «borghesemente» alla medesima, le roccie a sinistra non avendo l’aria particolarmente interessante. Intagliando gradini su pel non ripido canalone, presto se ne raggiunse il sommo: di qui, piegando ad est, pigliammo le roccie, e con breve e facile arrampicata, qua e là divertente per chi si proponga di percorrere fedelmente lo spigolo che guida alla cima, anzichè seguire la via solita, troppo noiosa, arrivammo alle 9 sulla vetta, cioè in 4 ore da Misurina, compresi 40 minuti di sosta.

Non potemmo goder la vista, che dev’essere bella, il gran caldo avendo già velato di nebbie tutte le cime culminanti: rimanemmo però fino alle 10,45, per quel fascino caratteristico dell’«ambiente» di una vetta, con un buon sole scottante, ma temperato, a tratti, da ondate della sana e fresca carezza del vento alpino, che fanno provare in grado così eminente il «piacere di vivere».

Nella discesa seguimmo in parte soltanto il canalone di ghiaccio: presto piegammo giù per le facili roccie di destra, e in un momento fummo ai piedi del massiccio. Sotto un caldo soffocante continuammo la discesa anelanti all’acqua che trovammo solo a 1 ora da Misurina, dove giungemmo alle 13,45, in tempo per «scritturare» un abilissimo vetturino, italiano (e lo dico non senza orgoglio), che divorò addirittura a rompicollo, spargendo la sorpresa e il terrore nei passanti, il tratto fra Misurina e Cortina, dove giunse inverosimilmente presto, e con slancio così fulmineo da lasciare durevole memoria di questo teatrale arrivo in coloro che ebbero la ventura di esserne spettatori.

Prima ascensione per la parete Ovest e cresta Sud.

Fra le ardite cime che fanno grandiosa corona al ridente bacino di Ampezzo, la Croda da Lago, colla sua fiera e dentellata cresta, la sua linea nobile, quasi sdegnosa, la sua fama alpinistica (al giorno d’oggi però molto sminuita dalle numerosissime ascensioni), occupa senza dubbio il posto d’onore, e piùd’ogni altra richiama subito l’attenzione degli alpinisti. Ma mentre questi si rivolgono quasi tutti alla punta Nord (quella salita per la prima volta dagli Zsigmondy nel 1881), essi trascurano l’ascensione della Punta Sud—di pochi metri più alta, ciò che è generalmente ignorato—perchè le maggiori difficoltà della sorella minore le creano assai maggiori attrattive.

La Punta Sud era stata salita per la prima volta sin dal 1878, dai signori Fröschels e Silberstein col vecchio Dimai, senza alcuna difficoltà: dopodichè venne quasi dimenticata.

Io pensai se fosse possibile guadagnar prestigio alla povera vecchia cima, per mezzo di una nuova via che la riabilitasse davanti agli alpinisti dell’oggi: e incoraggiato dall’autorevole opinione di Alessandro Lacedelli, il mattino del 27 agosto, alle 5,30, lasciavo Cortina in compagnia del signor Alberto de Falkner e colle guide Zaccaria Pompanin e Giuseppe Colli, nell’intento di provar l’indomani la Punta Sud della Croda per la parete Ovest, quella rivolta verso Valle Formin. Tale tentativo ci doveva anche servire come gita di ricognizione per un altro assai più importante, quello alla punta Nord, dallo stesso lato, che due giorni prima avevo in animo d’intraprendere, sebbene con assai poca fiducia nella riuscita.

Alle 6,15 eravamo al simpatico alberghetto di Pocól e alle 9,30 ne ripartivamo. Lasciando a destra la via che guida al Nuvolau, infilammo il romantico sentiero che percorre la valletta di Cordes, e sale a giravolte, su per una bellissima foresta, sino al cosidetto Cason di Formin, una baita dimenticata, ai piedi dei primi contrafforti settentrionali della Croda da Lago.

Sostammo qui un momento ad ammirare l’alba splendida, e il contrasto potentemente pittoresco fra il diroccato, frastagliato bastione della Croda, a Sud, e l’ampio circo delle cime più meridionali di Ampezzo, dal tricuspidale muraglione della Tofana di Razes, alla rosseggiante, nobile vetta della Croda Rossa e all’arrotondata mole del Cristallo.

Risalendo quindi il vallone di Formin, per una traccia di sentiero serpeggiante fra il macereto che lo ingombra, alle 9,20 arrivammo ai cosidetti «Lastoni» di Formin, curiosissimo avanzo geologico dell’epoca glaciale, i quali già avevano colpito l’attenzione del Grohmann nelle sue prime esplorazioni delle Dolomiti d’Ampezzo. Lì avevamo proprio sott’occhio tutta la parete occidentale della Croda da Lago, e lì sostammo a lungo esaminandone con avidità i possibili punti vulnerabili, mentre ricambiavamo allegri «jodler» colla guida Tobia Menardi, che avevaappena allora raggiunto con un inglese, la vetta della Croda, e di là pretendeva intavolare con noi una conversazione, che mise a dura prova i polmoni dall’una e dall’altra parte, ma con esito vittorioso malgrado l’altezza e la distanza rispettabili!

Alle 9,45 lasciavamo i Lastoni e ci dirigevamo verso quella specie di intaglio che s’apre all’estremità sud del vallone di Formin, e lo mette in comunicazione colla Forcella d’Ambrizzola, quella che s’apre tra la Croda da Lago e il Becco di Mezzodì. Il nostro piano d’attacco consisteva nel tentare la salita della Croda per la parete (Ovest) immediatamente sovrastante al detto intaglio, compiendo poi per la cresta Sud, vergine anch’essa, l’ultimo e brevissimo tratto che guida alla cima.

Alle 10 cominciammo l’arrampicata, che si presentò subito bella, sicura, e divertente, sebbene senza alcuna difficoltà degna di nota: è una successione variata di camini, cengie e lastroni, su pei quali progredivamo rapidamente, non disturbati dalle cadute di pietre che si temevano, avuto riguardo allo stato di disgregamento così evidente nelle roccie di questo versante della Croda. Così, quasi senza accorgercene, verso le 1 ½ avevamo guadagnato la cresta, dove facemmo una lunga sosta, il colpo d’occhio essendo bellissimo sugli imponenti precipizi della Croda stessa dal lato di Formin come da quello di Cortina.

A questo punto avevamo già risolto con insperata facilità, l’incognita della parete ovest: rimaneva ora quella della cresta sud, che sorgeva esile, aerea, piena d’attrattive, sino a culminare nella desiderata cima, senza che si potesse bene giudicare della possibilità di raggiungerla per questa via. Di qui proseguii solo, colle guide, mentre il signor De Falkner ci attendeva, seguendo con interesse, dalla cresta, le peripezie della rimanente salita. Gli inizi della quale, interessantissimi, mi ripagarono subito delle scarse difficoltà della parete: la cresta è sottilissima, a lama di coltello, in più d’un punto assai ripida, e nel peggiore la roccia è anche pessima: vi è specialmente un punto caratteristico nel quale si deve arrampicare a cavalcioni, abbracciando solidamente i lati della cresta che si sprofonda a sinistra e a destra in due imponenti dirupi, ed offre malsicuri e scarsi appigli; il seguente tratto orizzontale è ancora esilissimo e si percorre a cavallo, ma senza difficoltà: così raggiungemmo un primo torrione, sul quale erigemmo un omettino di pietra.

Davanti a noi, separata da un profondo intaglio, sorge l’estrema vetta. Ci caliamo nell’intaglio (per quanto, in queste circostanze, le guide raccomandino di non «cicalare»!) per un lastroneverticale e in un punto sorpiombante, ma non difficile; nel mezzo dell’intaglio, da cui scendono due profondi canaloni, uno verso Formin, l’altro verso Federa, prendiamo un’istantanea dello stupendo paesaggio, poi continuiamo la salita. Poco ci separa dalla meta: un ripido camino di cattiva roccia, che esige una certa cautela, con breve sforzo di braccia ci guida alla desiderata cima, che tocchiamo alle 12,20. Ivi troviamo soltanto il biglietto della nota alpinista Jeanne Immink, salitavi con Antonio Dimai per la via solita dei primi ascensori: d’altri seguenti nessuna traccia.

Alle 13 ripartiamo, e ricalcando, non senza attenzione, l’attraentissima cresta, raggiungiamo il signor De Falkner, col quale scendiamo per la parete Ovest, già pure percorsa nella salita fino alla forcella: di qui, piegando a sud e costeggiando i contrafforti meridionali della Croda, siamo in breve alla Forcella d’Ambrizzola, donde per la nota via dell’Alpe Federa e di Campo facciamo ritorno a Cortina.

La salita della Punta Sud per la parete Ovest e cresta Sud è breve, ma divertente e pittoresca in alto grado, a cominciare dal percorso del vallone di Formin (che si compie con notevole vantaggio sulla solita via, tutto in ombra) col suo colpo d’occhio meraviglioso sulla selvaggia parete occidentale della Croda. Dai piedi della parete fino alla cresta è una bella e facile arrampicata, sul genere di quella del Cristallo: il percorso della cresta sottile e vertiginosa, è «alpinistico», brevissimo—ma pieno d’interesse. Cosicchè si può sperare che d’ora innanzi la Punta Sud non sarà più quella modesta e dimenticata «Cenerentola» per la quale fu tenuta sin ora, e—senza pretendere di strappare il primato alla nordica sorella—verrà più sovente visitata dagli alpinisti, come si merita.

Prima ascensione per la parete Ovest.

In un suo bellissimo articolo sul «Tourist» il noto alpinista R. H. Schmitt, uno dei più arditi campioni del C. A. Tedesco-Austriaco, raccontando una salita che egli fece da solo, per la solita via, della Croda da Lago, diceva parlando della famosa parete Ovest: «Mi parve che questa dovesse essere la viaavveniredella Croda!»—Queste parole dello Schmitt mi fecero pensare alla possibilità generica di trovare alla bellissima montagna una nuova via; e nel 1893, dopo aver escluso ogni tentativoper la parete Ovest, che ritenevo offrire quasi nessuna probabilità di successo, e per di più pericolosa per la cattiva roccia e le cadute di pietre, dedicai i miei sforzi alla cresta Nord: su per questa, in unione alla brava guida Pietro Dimai, ebbi la fortuna di scoprire una nuova e direttissima via più breve e più bella dell’antica, al punto che le viene adesso da molti preferita.

Incoraggiato da questo successo, cominciai sin d’allora a formulare vagamente un progetto d’assalto alla parete Ovest, e nel 1895 trovandomi a Cortina d’Ampezzo, deliberai di tentarla. La bravissima guida Z. Pompanin accettò con entusiasmo la mia proposta; ci aggregammo, come seconda guida, l’ottimo Angelo Zangiacomi, ed a tarda sera del 28 agosto lasciavamo Cortina pian piano, misteriosamente, col favore della notte... e andammo a dormire all’«Albergo Tofana» a Pocòl, per guadagnare una buona ora sull’indomani, e non dar conto a niuno dei nostri progetti.

Alle 3,30 del giorno 29, con bellissimo tempo, lasciavamo l’albergo e giungevamo in un’ora al Casòn di Formin. Di qui, a misura che si saliva, per una traccia di sentiero, fra i macereti di cui è tutta coperta la Valle Formin, e che attestano il formidabile sfacelo di questi tormentati precipitosi fianchi della Croda, le acute guglie e i potenti muraglioni della superba montagna si disegnavano sempre meglio sotto il sole nascente: né si poteva contemplare senza emozione una parete come quella cui intendevamo dar la scalata.

Già due giorni prima eravamo passati di là, quando raggiungemmo per la prima volta dalla parete Ovest e la cresta Sud, l’estrema punta meridionale della Croda, senza serie difficoltà: ma questa volta avevamo da fare colla Punta Nord, il che era un altro paio di maniche: e ci accingevamo ad un’impresa che valenti alpinisti non vollero tentare, o tentatala fallirono. Così, osservando e studiando la nostra parete, giungemmo presto quasi al sommo di quel curioso altipiano detto «i Lastoni di Formin», salendo più alto di quanto apparentemente non ci convenisse, per avere un miglior punto di vista sopra la Croda.

Piz Popena e Monte Cristallo dal Passo Schönleiter (versante Nord)PIZ POPENA E MONTE CRISTALLOdal Passo Schönleiter (versante Nord)Prem. Stab. Calcografico A. Fusetti Milano

PIZ POPENA E MONTE CRISTALLOdal Passo Schönleiter (versante Nord)Prem. Stab. Calcografico A. Fusetti Milano

Croda da Lago (versante Sud-Ovest)Croda da Lago (versante Sud-Ovest)

Croda da Lago (versante Sud-Ovest)

Quasi davanti a noi si rizzava arditissima la punta Nord, colla sua doppia vetta: specialmente formidabile ci si mostrava quella gola liscia, verticale, anzi sorpiombante, che solca la parete precisamente in corrispondenza della forcella a cui si arriva, salendo la Croda dal lato solito, prima di contornare all’Ovest l’estremo torrione. Su per la gola era impossibile salire, e il suo fiancosinistro (rispetto a chi guarda da Val Formin) offriva poco minor certezza negativa: di comune accordo ci parve che la sola vera probabilità di successo fosse nel tentare la salita direttamente alla punta per il costone che vi sale, ertissimo; attaccandolo subito a sinistra di un alto e nero camino verticale che ne solca, a metà, la base. Così, dopo lunga sosta ai Lastoni, ritornando di poco sui nostri passi, e tagliando diagonalmente i ghiaiosi fianchi della Croda, raggiungemmo la base delle roccie e alle 7,30, attaccavamo, nel predetto punto, la parete.

Parete Ovest della Croda da Lago (Punta Nord), da Val Formin.Parete Ovest della Croda da Lago (Punta Nord), da Val Formin.

Parete Ovest della Croda da Lago (Punta Nord), da Val Formin.

Le prime roccie, sebbene erte, sono facili e contro ogni attesa abbastanza solide, per cui si progredì con relativa rapidità, tendendo subito leggermente a sud-est nella direzione della punta. Trovammo presto dei passi divertenti: prima una lastra diritta, poi un breve spigolo e un erto camino di 6 metri circa; a questo seguì una bella traversata di 30 metri circa, verso destra, chericorda molto quella della Kleine Zinne ed esige attenzione, sebbene il sottostante precipizio non sia così formidabile. Dalla estremità della traversata piegammo per pochi metri a sinistra, dopo aver provato un lastrone impraticabile: poi proseguimmo diritto, per una successione di ripidi salti di roccia, ma con buoni attacchi: quindi percorremmo una cenghia che ci riportò verso destra, e che interrompendosi in un punto, dà luogo ad una elegante «enjambée». Così giungemmo ad una piccola nicchia, nel sottoposto canalone: seguimmo poi per poco quest’ultimo, poi un’altra cenghia e una lastra, quasi diritto sopra noi: indi, piegando pochi metri a sinistra, trovammo un altro passo, sorpiombante (alto 4-5 metri), a scarsi appigli, che la guida superò montando sulle spalle del compagno; di qui seguimmo un diritto, ma non cattivo spigolo, poi traversammo a destra fino ad un alto camino chiuso a metà da un blocco: salimmo diagonalmente, con due belle traversate, verso destra, finchè ci trovammo all’estremità di un ripido colatoio, donde l’ulteriore procedere è difeso da un alto bastione sorpiombante.

Fin qui le cose erano andate bene, troppo bene: le difficoltà incontrate non erano maggiori che sull’altra solita via; ma sapevamo che la Croda ci riservava delle sorprese, e già sentivamo «l’odor della polvere». Un rapido colpo d’occhio ce ne fece accorti. La roccia era per 8-10 metri verticale, per un buon tratto sorpiombante: gli appigli quasi nulli, distanti, rivolti all’ingiù: un rigonfiamento della parete a destra (sotto il quale, come alla Kleine Zinne, era una nicchia ove aspettai) offriva solo qualche problematico punto di appoggio per sollevarsi sul braccio.

Pompanin mosse con brio all’assalto, e ci volle tutta la sua grande abilità per superare un osso duro di quella fatta: anche perchè, dopo il salto, vi era un buon tratto di lastrone quasi liscio; con grande stento riuscì, trascinandosi carponi, a giungerne a capo e trovare un buon posto, consumando tutta la lunghezza della corda..... e il dizionario delle interiezioni. Un grido trionfante me lo annunziò: sortii subito dalla nicchia, e, mettendo a partito tutte le mie risorse alpinistiche, riuscii a superare il passo; come, non so dir bene, poichè si sale più per aderenza che altro: il fatto si è che finalmente mi trovai anche io presso a Pompanin, e dopo ci raggiunse, avendo famosamente sudato anche lui, il bravo Zangiacomi. Questo passo magnifico è veramente difficile, assai più che l’ultimo camino della Kleine Zinne, al quale somiglia un poco: le mie guide lo mettono, come difficoltà, al di sopra di quello ben noto del Winklerthurm.

Preso un po’ di riposo, traversammo pochi metri a sinistra, indi, per un lastrone ed un facile camino, giungemmo in un ampio canalone, dove si apre una specie di larga nicchia o grotta: qui, non temendo le cadute di pietre, sostammo a rifocillarci. Erano le 9,30, nè ci sentivamo malcontenti dei nostri progressi.

Versante Sud-Ovest della Croda da LagoVersante Sud-Ovest della Croda da LagoDisegno di L. Perrachio da una fotografia.

Versante Sud-Ovest della Croda da LagoDisegno di L. Perrachio da una fotografia.

ABDiscesa dei signori F. L. e D. M. Gunther colla guida Pietro Dimai, il 23 agosto 1895.CD(Punta Nord) 1ª Ascensione per la parete Ovest, di L. Sinigaglia colle guide Z. Pompanin e Zangiacomi, il 29 agosto 1895.EF(Punta Sud) 1ª Ascensione per la parete Sud-Ovest e la cresta Sud, di L. Sinigaglia colle guide Z. Pompanin e G. Colli, il 27 agosto 1895.

ABDiscesa dei signori F. L. e D. M. Gunther colla guida Pietro Dimai, il 23 agosto 1895.

CD(Punta Nord) 1ª Ascensione per la parete Ovest, di L. Sinigaglia colle guide Z. Pompanin e Zangiacomi, il 29 agosto 1895.

EF(Punta Sud) 1ª Ascensione per la parete Sud-Ovest e la cresta Sud, di L. Sinigaglia colle guide Z. Pompanin e G. Colli, il 27 agosto 1895.

Riprendemmo presto, con nuovo ardore la salita: dalla nicchia presso a cui, come in molti altri punti, erigemmo un piccolo ometto di pietra, attaccammo subito una ripida lastra di 6-7 metri che le incombe a destra: gli eccellenti attacchi la rendono facile. Dopo avemmo la sorpresa di un relativamente comodo e lungo canalone che ci portò presto assai in alto, verso la cima. Finito questo ci si offrì un bivio molto grave: a destra avevamo un ripidissimo e oscuro camino verticale, che pareva condurre molto in su, ma che a metà offriva un punto assai problematico: a sinistra roccie di migliore apparenza, ma di cui la parte superiore poco prometteva. Scegliemmo queste. Prima per non facili lastre, poi traversando un poco a nord giungemmo, avvicinandoci progressivamente alla cresta Nord della Croda, ai piedi di uno dei numerosi torrioni di questa e precisamente di quello cheforma un curioso caminetto-cornice che ho descritto altrove nel raccontare la mia prima salita per tale via.

A questo punto «avevamo in tasca» la cima, come si dice: bastava raggiungere e seguire la cresta, ma noi eravamo risoluti a eseguire l’ascensione completamente per la parete Ovest, e voltando stoicamente la schiena alla cresta Nord, ritornammo verso destra e imprendemmo a contornare sul versante occidentale la formidabile parete. Questa manovra ci procurò il secondo vero «mauvais pas» della nostra salita, di un genere affatto diverso: qui avevamo una traversata di 25 metri circa, per una strettissima e in un punto rotta cornice, sospesa sopra un a-picco veramente impressionante, vertiginoso in alto grado. Colla più grande attenzione superammo anche questo arduo passo, uno dei più delicati che io conosca nel genere: riuscimmo così su una piccola piattaforma ai piedi d’un erto camino di pessima roccia, difeso da un acuto spigolo. Zangiacomi, contornato e arrampicato lo spigolo, riuscì, colle maggiori precauzioni, a tirarsi su per quel cattivo passaggio, dove i più grandi blocchi erano mal sicuri e pure non se ne poteva fare a meno: strisciando quasi su per essi, arrivò al sommo del camino, e noi tosto lo raggiungemmo. Così fummo sopra la cima di un torrione, davanti al quale si ergeva fiera, ma vicinissima, l’estrema punta.

La vittoria era ormai nostra. Eravamo veramente sulla cresta Nord; ma pochi minuti di facile salita ci separavano dalla meta, e non valeva più la pena di andare a cercare inutili difficoltà sul versante occidentale, in quel punto quasi a picco. Così scendemmo sulla cresta, e da questa in 10 minuti, superati gli ultimi due brevissimi salti, raggiungemmo la cima. Erano le 11,50.

Ridire la gioia provata in quel momento è difficile. Mai forse gustai a quel punto il piacere della vittoria, in alto grado condiviso dalle mie bravissime guide, che non si stancavano di empire di grida trionfanti gli echi della Croda, e di far segnali a Cortina, donde si sapevano guardate. Due deliziose ore rimanemmo lassù, assaporando il nostro successo, del quale iscrivemmo una breve nota nel libretto permanente della cima. Alle 13,30 imprendemmo la discesa per la vecchia via, dopo tutto sempre simpatica e interessante; dal piede delle roccie a Cortina fu poi una comoda «flânerie», l’ardore del sole e le dolci ombre e acque del Costeana inducendo a frequenti soste: cosicchè solo verso le 7 fummo di ritorno a Cortina, ove alla sera festeggiammo con numerosi brindisi la nuova via della Croda, la sospirata parete Ovest!

Riassumendo le mie impressioni su questa, debbo dire che è la più bella e, per ora, la più difficile scalata di roccie nelle Dolomiti d’Ampezzo; l’interesse è incessante dai piedi alla vetta, nulla di volgare in tutta la salita; le roccie relativamente non cattive, salvo nell’ultimo tratto: non udimmo cadute di pietre. Tecnicamente il passo più arduo è il salto di roccia sorpiombante, nella metà inferiore della salita; nella parte superiore la traversata, meno difficile ma sempre seria e altamente vertiginosa: l’ultimo camino di pessima roccia, e sovrastante a un forte salto, è di molta responsabilità per la prima guida. Il resto della salita non offre (per citare un esempio conosciuto) difficoltà maggiori della Kleine Zinne per la via solita.

Se la parete Ovest della Croda non potrà soppiantare almeno per molto tempo le altre due vie, troppo più facili, per la parete Est e per la Cresta Nord, tuttavia io spero che essa troverà un crescente favore tra i veri ed appassionati alpinisti, come si merita. In ogni caso è una salita che va intrapresa solo con guide di provata sicurezza, come le mie due (per non dire di parecchie altre a Cortina), alle quali fu per tanta parte dovuto il successo dell’impresa[34].

Delle tre Cime di Lavaredo, la più alta è insieme la più frequentemente salita, almeno da quella numerosa categoria di alpinisti che, diffidando delle proprie forze per l’ascensione della Cima Piccola, preferiscono contemplarne comodamente dall’alto della Cima Grande, l’arditissima parete.

Nel vol. XXIº di questo «Bollettino» è già comparsa una briosa descrizione di una salita alla Grosse Zinne, per parte dell’egregio collega romano dott. Enrico Abbate; egli ha fatto precedere tale suo articolo da un’accurata monografia del gruppo. Nulla di nuovo, almeno di notevole, è successo da quella pubblicazione in poi, per riguardo alla Cima Grande: le varianti trovate finora alla via solita non hanno che una scarsa importanza: una nuova via non fu ancor possibile trovarla, e dubitiamo assai chevi si riesca in avvenire. Dal lato nord—un enorme muraglione liscio—la cosa è fuori questione: qualche probabilità di riuscita possono offrire tentativi per la cresta Est (prospiciente la Kleine Zinne) o la parete Sud-Ovest verso la Cima Occidentale. Ma crediamo che in un caso come nell’altro si debba finire per raggiungere o presto o tardi la vecchia via, sopratutto se si sceglie la cresta Est.

Avviandoci questa volta alla Cima Grande, la guida Pompanin ed io, non avevamo alcuna idea bellicosa; volevamo fare una semplice passeggiata, a scopo essenzialmente fotografico. E la sera del 5 settembre, con uno splendido cielo stellato e un tepore eccezionale, scendemmo da Cortina a Schluderbach in vettura, godendoci comodamente uno di quei meravigliosi tramonti dai colori magici, inverosimili, fantastici, così frequenti nel mondo incantato delle Dolomiti.

Alle 4 ½ dell’indomani lasciavamo Schluderbach, avviandoci comodamente su per la strada di Misurina; alle 7 eravamo sulla Forcella di Lavaredo, ove sostammo a prendere fotografie del gruppo dei Cadini, che di là si presenta assai favorevolmente, e delle nostre Cime di Lavaredo, delle quali la Occidentale era sopratutto in vista; magnifica punta, dall’architettura ciclopica e d’un’alta originalità, a torto negletta dalla più parte fra gli ascensori della Cima Grande e Piccola, perchè, a quanto mi fu assicurato, offre difficoltà di non poco conto, tanto che molte guide preferiscono a questa la salita della Piccola Cima, la cui roccia è solidissima, laddove quella della Cima Occidentale è assai cattiva.

Mentre stavamo fotografando, fummo, senza accorgercene, completamente circondati da un numeroso gregge di pecore, che ci si fecero attorno con tale impeto di curiosità, da compromettere seriamente il nostro equilibrio: la guida Pompanin, a colpi di piccozza, riuscì a liberarci da quell’imbroglio. Fu il solo punto nella salita della Grande Zinne, dove la piccozza ci offrì un valido e quasi indispensabile aiuto! Superata questa prima difficoltà, proseguimmo alacremente per il bel sentiero orizzontale che costeggia la base delle Tre Zinne, fino ai piedi del ripido canalone ghiaioso fra la Grande e la Piccola, e, risalendo questo, in breve fummo al punto d’attacco delle roccie, comune alla salita di entrambe le cime. Qui incontrammo la brava guida Watschinger di Sexten, con un alpinista tedesco, reduce dalla Kleine Zinne e diretto alla Occidentale, e sostammo mezz’ora, seguendo con vivo interesse un’altra carovana che stava compiendo la salita della Cima Piccola.

Alle 9 ripartimmo: la bellicosa frase d’obbligo «attaccammo le roccie» non è qui del caso, tanto comoda, elementare è sin da principio la salita, su per un caratteristico canalone a scaglioni simmetricamente sovrapposti, di buona e solida roccia, su pei quali è rapido il progredire: alla sommità del canalone un enorme masso ostruisce il diretto passaggio, ma pel solito buco provvidenziale si gira l’ostacolo e si riesce con tutta facilità su una prima piattaforma, donde l’occhio spazia già sopra un vasto orizzonte. Specialmente interessante è la vista della vicinissima Cima Occidentale, colle sue grandi scanalature verticali, e i suoi enormi torrioni merlati.


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