DI UN GIORNALE ANNUO

DI UN GIORNALE ANNUOVeramente segiornalevien da giorno, sbagliano gli editori che stampano, per esempio,giornale settimanale; e il periodico che esce alla luce una volta all’anno dovrebbe dirsiannuario. Ma oramaiannuarioha assunto un significato così determinato di volume dove sono inscritti i fatti accaduti nell’anno, scientifici, statistico, ecc.; e d’altra parte la parolagiornaleha preso nell’uso comune un significato tanto largo, che non c’è nulla da dire sopra ungiornaleche esce una volta all’anno.Questo, di cui parliamo, è un giornale monarchico-costituzionale che deve uscire alla luce tutti gli anni nel giorno dello Statuto, a maggior gloria ed onore di tutti i suoi articoli, anche del primo; e s’intitolaItalia e Casa Savoia. Chi proprio volesse dire che l’editore Zanichelli con quel fascicoletto annuo convertirà molti alla fede ortodossa dello Statuto, direbbe certo uno sproposito. È inutile: la coccarda azzurra che lo Statuto dichiara nazionale, non la porteremo più. E nemmeno da un periodo che porta quel titolo bisogna aspettarsi più di quel che promette, in riga di opinioni. È troppo facile capire che non è suo compito sostenere il suffragio universale.Eppure, poichè bisogna esser giusti con tutti, ha un merito grande; quello cioè di non cadere, nel disegno se non nella esecuzione, in quelle scimunite cortigianerìe che ad altri avrebbero fatto compilare un fascicolo di liriche alla Corona od un volume di prose intorno al bene inseparabile. Il giornale vuol essere una pubblicazione storica e diplomatica, una raccolta di documenti o inediti, o rarissimi, o riprodotti dall’autografo; quindi è bene che se ne possa trarre una utilità non piccola, e che quelle pagine che potevano servire alla canonizzazione di una Carta maleinterpretata e peggio eseguita, servono invece ad impinguare l’archivio storico-nazionale.Questo giornale, dopo gli inevitabili ritratti della famiglia regnante, contiene una serie di autografi, di medaglie e di illustrazioni agli autografi ed alle medaglie, che sono utilissimi e curiosi. Apre la serie una lettera di Luisa di Savoia, madre di Francesco I di Francia, diretta a Carlo V. A dir vero, in costei, se c’era sangue di casa Savoia, non c’era nulla d’italiano, e finì anzi col diventare francese affatto d’anima e di sensi, anche contro l’interesse della famiglia dalla quale era uscita. E nemmeno fu modello di donna, benchè fosse madre affettuosa sino al fanatismo. La dissero, forse non senza ragione, avara, crudele, ambiziosa e lasciva. Certo le apparenze non le sono tanto favorevoli, come da alcuni si volle, nel brutto affare di peculato che mandò il tesoriere di Francia alla forca; e certo poi il tradimento del conestabile di Borbone, così dannoso alla Francia, si deve imputare a lei, e forse alla sua libidine insoddisfatta. L’amore sviscerato che portò piuttosto alla grandezza della stirpe uscita da lei, che alla felicità dei figli, non basta ad assolverla.Miglior figura è il duca Emanuele Filiberto, del quale abbiamo la firma a’ piedi di una lettera italiana dove si ordina al giudice di Moriana di rilasciare certi vassalli incarcerati contro giustizia. Questa almeno è faccia d’uomo, e d’uomo forte; questo almeno è un carattere. Si sa; il soldato che vinceva a San Quintino come avrebbe vinto un vecchio condottiero, cioè per interesse e non per fede, non poteva essere il modello de’ principi, se pure per costoro c’è modello diverso da quello terribile descritto dal Segretario fiorentino. Ei può dire che da Emanuele Filiberto comincia ad entrare in pratica la nota teorica che, bene applicata, riuscì ad imbandire il carciofo intero alle mense dei duchi di Savoia. Da quel tempo il Piemonte cominciò ad avere influenza sull’Italia e ad agognare quegli ingrandimenti successivi che lo condussero al trionfo. E quel che più vale, almeno la lettera di questo soldato di ventura è umana più di quelle di molti principi che non seppero mai di che colore sia il sangue.Segue Carlo Emanuele I, soldato e poeta che sognò, a profitto proprio, l’indipendenza e l’unità d’Italia. Ma la santa parola non fu udita in questa terra di sciagure, a quei tempi di flagelli. Le vittime non avevano più orecchie per udire; o se udirono, non si fidarono di un principe. Il duca scagliava soldati e sonetti contro la Spagna, ma l’Italia guardava e taceva senza commoversi. Il medio evo le aveva insegnato la storia dimessire Renarte delle sue astuzie, ed ella se ne ricordava troppo bene.Madama Reale, la figlia di Enrico IV e reggente dello Stato alla morte di Vittorio Amedeo I, fu la personificazione della scostumatezza, della bigotteria, della superbia e di parecchi altri vizi di simil risma. Nessun compiacente biografo l’ha potuta, non che scolpare, scusare. Con lei entrarono nello Stato la guerra civile e gli orrori di una lotta insensata e testarda.La sua memoria è ancora maledetta in Piemonte ed a Torino dove si conserva l’originale dell’importante lettera riprodotta nel periodico di cui parliamo.Il principe Tomaso di Carignano, capo del ramo ora regnante, segue con una lettera nella quale si congratula col padre per una vittoria. Vittorio Amedeo III, il primo re di Sardegna, scrisse una lettera di complimento alla fidanzata del figlio, che fu Carlo Emanuele III: del quale pure abbiamo una lettera diretta alla stessa. Ma l’autografo più curioso di tutta la raccolta è forse quello di Eugenio di Savoia.Costui fu senza dubbio il miglior capitano del suo secolo, ed è peccato che l’ingegno suo fosse al servizio di casa d’Austria. Parve che non avesse patria, tanto che firmava in tre lingue, dicendosiEugenio von Savoje. Ma basta vedere che razza di carattere ostrogoto, che razza di ortografia vandalica usava, per capire come la penna non fosse il suo forte. Fu uomo di spada, quantunque avesse cominciato coll’essere un povero abatino, magro, brutto ed impacciato; e Luigi XIV, che a Versaglia lo aveva canzonato quando lo sentì chiedere servizio nell’esercito, dovette ben pentirsi della canzonatura quando se lo trovò contro, capitano vittorioso, anzi primo tra i capitani del suo tempo. Non basta avere spirito per canzonare; bisogna averne anche per capire.Di minore interesse sono le lettere di Maria Luisa regina di Spagna, e di Maria Adelaide duchessa di Borgogna. Queste due povere donne non ebbero influenza grande sulle cose del tempo loro e, tranne la curiosità, null’altro ci soddisfa in quei grandi scarabocchi.La lettera di Carlo Alberto al Villamarina intorno l’invasione di alcuni croati ubriachi entro i confini, è già conosciuta. L’ufficiale austriaco è accusato di aver commesso una rodomontata, ma davvero non sapremo se un po’ dello stesso peccato non guasti la lettera.Il dispaccio di Vittorio Emanuele a Cavour, scritto durante la campagna del 1859, ci fa capire come a ragione il Massari si vantasse di rizzare la grammatica degli altissimi scritti. Ce n’era bisogno, a quanto pare.Chiudono le serie alcuni scarabocchi di Napoleone III a Vittorio Emanuele.Lasciando a parte tutto quel che va lasciato da parte, la pubblicazione è utile assai per la storia e fatta bene. Di più offre il campo a molte riflessioni curiose. Per esempio, ci sembra trasparire da tutto, quel segreto felice che ha condotto casa Savoia a quell’altezza che era follia sperare: cioè la pieghevolezza pensata e misurata in tutto quel che riguarda la sovranità ed i suoi diritti, purchè giovi alla dinastia. I regnatori di questa Casa sanno cedere o dimenticare a tempo l’autorità suprema che non tengono in alto de’ loro pensieri e che non tengono sacra come sacerdozio; ma sanno far profittare alla Casa quel che perdono nella sovranità.Così Carlo Alberto, che non era quel gran liberale che vogliono gli storici ufficiali, largisce lo Statuto e passa il Ticino, là dove Pio IX scappa a Gaeta. Così Vittorio Emanuele corre i rischi del 1859 o si ferma a Torre Malimberti, secondo dettano gli interessi della Casa. A questo modo vedremo presto Umberto I firmare il decreto che istituisce il suffragio universale, là dove Luigi XVI, convinto della sua sacra autorità, avrebbe posto il veto e perduta la testa sul palco.Che queste pieghevolezze siano spontanee, che queste rinuncie siano fatte senza rincrescimento, nessuno lo vorrebbe sostenere. Ma intanto i principi insegnano al popolo come si fa a stare a galla in un mare burrascoso, come si fa a profittare anche di quella evoluzione, alla quale certuni preferiscono l’immobilità ed il domma.

DI UN GIORNALE ANNUOVeramente segiornalevien da giorno, sbagliano gli editori che stampano, per esempio,giornale settimanale; e il periodico che esce alla luce una volta all’anno dovrebbe dirsiannuario. Ma oramaiannuarioha assunto un significato così determinato di volume dove sono inscritti i fatti accaduti nell’anno, scientifici, statistico, ecc.; e d’altra parte la parolagiornaleha preso nell’uso comune un significato tanto largo, che non c’è nulla da dire sopra ungiornaleche esce una volta all’anno.Questo, di cui parliamo, è un giornale monarchico-costituzionale che deve uscire alla luce tutti gli anni nel giorno dello Statuto, a maggior gloria ed onore di tutti i suoi articoli, anche del primo; e s’intitolaItalia e Casa Savoia. Chi proprio volesse dire che l’editore Zanichelli con quel fascicoletto annuo convertirà molti alla fede ortodossa dello Statuto, direbbe certo uno sproposito. È inutile: la coccarda azzurra che lo Statuto dichiara nazionale, non la porteremo più. E nemmeno da un periodo che porta quel titolo bisogna aspettarsi più di quel che promette, in riga di opinioni. È troppo facile capire che non è suo compito sostenere il suffragio universale.Eppure, poichè bisogna esser giusti con tutti, ha un merito grande; quello cioè di non cadere, nel disegno se non nella esecuzione, in quelle scimunite cortigianerìe che ad altri avrebbero fatto compilare un fascicolo di liriche alla Corona od un volume di prose intorno al bene inseparabile. Il giornale vuol essere una pubblicazione storica e diplomatica, una raccolta di documenti o inediti, o rarissimi, o riprodotti dall’autografo; quindi è bene che se ne possa trarre una utilità non piccola, e che quelle pagine che potevano servire alla canonizzazione di una Carta maleinterpretata e peggio eseguita, servono invece ad impinguare l’archivio storico-nazionale.Questo giornale, dopo gli inevitabili ritratti della famiglia regnante, contiene una serie di autografi, di medaglie e di illustrazioni agli autografi ed alle medaglie, che sono utilissimi e curiosi. Apre la serie una lettera di Luisa di Savoia, madre di Francesco I di Francia, diretta a Carlo V. A dir vero, in costei, se c’era sangue di casa Savoia, non c’era nulla d’italiano, e finì anzi col diventare francese affatto d’anima e di sensi, anche contro l’interesse della famiglia dalla quale era uscita. E nemmeno fu modello di donna, benchè fosse madre affettuosa sino al fanatismo. La dissero, forse non senza ragione, avara, crudele, ambiziosa e lasciva. Certo le apparenze non le sono tanto favorevoli, come da alcuni si volle, nel brutto affare di peculato che mandò il tesoriere di Francia alla forca; e certo poi il tradimento del conestabile di Borbone, così dannoso alla Francia, si deve imputare a lei, e forse alla sua libidine insoddisfatta. L’amore sviscerato che portò piuttosto alla grandezza della stirpe uscita da lei, che alla felicità dei figli, non basta ad assolverla.Miglior figura è il duca Emanuele Filiberto, del quale abbiamo la firma a’ piedi di una lettera italiana dove si ordina al giudice di Moriana di rilasciare certi vassalli incarcerati contro giustizia. Questa almeno è faccia d’uomo, e d’uomo forte; questo almeno è un carattere. Si sa; il soldato che vinceva a San Quintino come avrebbe vinto un vecchio condottiero, cioè per interesse e non per fede, non poteva essere il modello de’ principi, se pure per costoro c’è modello diverso da quello terribile descritto dal Segretario fiorentino. Ei può dire che da Emanuele Filiberto comincia ad entrare in pratica la nota teorica che, bene applicata, riuscì ad imbandire il carciofo intero alle mense dei duchi di Savoia. Da quel tempo il Piemonte cominciò ad avere influenza sull’Italia e ad agognare quegli ingrandimenti successivi che lo condussero al trionfo. E quel che più vale, almeno la lettera di questo soldato di ventura è umana più di quelle di molti principi che non seppero mai di che colore sia il sangue.Segue Carlo Emanuele I, soldato e poeta che sognò, a profitto proprio, l’indipendenza e l’unità d’Italia. Ma la santa parola non fu udita in questa terra di sciagure, a quei tempi di flagelli. Le vittime non avevano più orecchie per udire; o se udirono, non si fidarono di un principe. Il duca scagliava soldati e sonetti contro la Spagna, ma l’Italia guardava e taceva senza commoversi. Il medio evo le aveva insegnato la storia dimessire Renarte delle sue astuzie, ed ella se ne ricordava troppo bene.Madama Reale, la figlia di Enrico IV e reggente dello Stato alla morte di Vittorio Amedeo I, fu la personificazione della scostumatezza, della bigotteria, della superbia e di parecchi altri vizi di simil risma. Nessun compiacente biografo l’ha potuta, non che scolpare, scusare. Con lei entrarono nello Stato la guerra civile e gli orrori di una lotta insensata e testarda.La sua memoria è ancora maledetta in Piemonte ed a Torino dove si conserva l’originale dell’importante lettera riprodotta nel periodico di cui parliamo.Il principe Tomaso di Carignano, capo del ramo ora regnante, segue con una lettera nella quale si congratula col padre per una vittoria. Vittorio Amedeo III, il primo re di Sardegna, scrisse una lettera di complimento alla fidanzata del figlio, che fu Carlo Emanuele III: del quale pure abbiamo una lettera diretta alla stessa. Ma l’autografo più curioso di tutta la raccolta è forse quello di Eugenio di Savoia.Costui fu senza dubbio il miglior capitano del suo secolo, ed è peccato che l’ingegno suo fosse al servizio di casa d’Austria. Parve che non avesse patria, tanto che firmava in tre lingue, dicendosiEugenio von Savoje. Ma basta vedere che razza di carattere ostrogoto, che razza di ortografia vandalica usava, per capire come la penna non fosse il suo forte. Fu uomo di spada, quantunque avesse cominciato coll’essere un povero abatino, magro, brutto ed impacciato; e Luigi XIV, che a Versaglia lo aveva canzonato quando lo sentì chiedere servizio nell’esercito, dovette ben pentirsi della canzonatura quando se lo trovò contro, capitano vittorioso, anzi primo tra i capitani del suo tempo. Non basta avere spirito per canzonare; bisogna averne anche per capire.Di minore interesse sono le lettere di Maria Luisa regina di Spagna, e di Maria Adelaide duchessa di Borgogna. Queste due povere donne non ebbero influenza grande sulle cose del tempo loro e, tranne la curiosità, null’altro ci soddisfa in quei grandi scarabocchi.La lettera di Carlo Alberto al Villamarina intorno l’invasione di alcuni croati ubriachi entro i confini, è già conosciuta. L’ufficiale austriaco è accusato di aver commesso una rodomontata, ma davvero non sapremo se un po’ dello stesso peccato non guasti la lettera.Il dispaccio di Vittorio Emanuele a Cavour, scritto durante la campagna del 1859, ci fa capire come a ragione il Massari si vantasse di rizzare la grammatica degli altissimi scritti. Ce n’era bisogno, a quanto pare.Chiudono le serie alcuni scarabocchi di Napoleone III a Vittorio Emanuele.Lasciando a parte tutto quel che va lasciato da parte, la pubblicazione è utile assai per la storia e fatta bene. Di più offre il campo a molte riflessioni curiose. Per esempio, ci sembra trasparire da tutto, quel segreto felice che ha condotto casa Savoia a quell’altezza che era follia sperare: cioè la pieghevolezza pensata e misurata in tutto quel che riguarda la sovranità ed i suoi diritti, purchè giovi alla dinastia. I regnatori di questa Casa sanno cedere o dimenticare a tempo l’autorità suprema che non tengono in alto de’ loro pensieri e che non tengono sacra come sacerdozio; ma sanno far profittare alla Casa quel che perdono nella sovranità.Così Carlo Alberto, che non era quel gran liberale che vogliono gli storici ufficiali, largisce lo Statuto e passa il Ticino, là dove Pio IX scappa a Gaeta. Così Vittorio Emanuele corre i rischi del 1859 o si ferma a Torre Malimberti, secondo dettano gli interessi della Casa. A questo modo vedremo presto Umberto I firmare il decreto che istituisce il suffragio universale, là dove Luigi XVI, convinto della sua sacra autorità, avrebbe posto il veto e perduta la testa sul palco.Che queste pieghevolezze siano spontanee, che queste rinuncie siano fatte senza rincrescimento, nessuno lo vorrebbe sostenere. Ma intanto i principi insegnano al popolo come si fa a stare a galla in un mare burrascoso, come si fa a profittare anche di quella evoluzione, alla quale certuni preferiscono l’immobilità ed il domma.

Veramente segiornalevien da giorno, sbagliano gli editori che stampano, per esempio,giornale settimanale; e il periodico che esce alla luce una volta all’anno dovrebbe dirsiannuario. Ma oramaiannuarioha assunto un significato così determinato di volume dove sono inscritti i fatti accaduti nell’anno, scientifici, statistico, ecc.; e d’altra parte la parolagiornaleha preso nell’uso comune un significato tanto largo, che non c’è nulla da dire sopra ungiornaleche esce una volta all’anno.

Questo, di cui parliamo, è un giornale monarchico-costituzionale che deve uscire alla luce tutti gli anni nel giorno dello Statuto, a maggior gloria ed onore di tutti i suoi articoli, anche del primo; e s’intitolaItalia e Casa Savoia. Chi proprio volesse dire che l’editore Zanichelli con quel fascicoletto annuo convertirà molti alla fede ortodossa dello Statuto, direbbe certo uno sproposito. È inutile: la coccarda azzurra che lo Statuto dichiara nazionale, non la porteremo più. E nemmeno da un periodo che porta quel titolo bisogna aspettarsi più di quel che promette, in riga di opinioni. È troppo facile capire che non è suo compito sostenere il suffragio universale.

Eppure, poichè bisogna esser giusti con tutti, ha un merito grande; quello cioè di non cadere, nel disegno se non nella esecuzione, in quelle scimunite cortigianerìe che ad altri avrebbero fatto compilare un fascicolo di liriche alla Corona od un volume di prose intorno al bene inseparabile. Il giornale vuol essere una pubblicazione storica e diplomatica, una raccolta di documenti o inediti, o rarissimi, o riprodotti dall’autografo; quindi è bene che se ne possa trarre una utilità non piccola, e che quelle pagine che potevano servire alla canonizzazione di una Carta maleinterpretata e peggio eseguita, servono invece ad impinguare l’archivio storico-nazionale.

Questo giornale, dopo gli inevitabili ritratti della famiglia regnante, contiene una serie di autografi, di medaglie e di illustrazioni agli autografi ed alle medaglie, che sono utilissimi e curiosi. Apre la serie una lettera di Luisa di Savoia, madre di Francesco I di Francia, diretta a Carlo V. A dir vero, in costei, se c’era sangue di casa Savoia, non c’era nulla d’italiano, e finì anzi col diventare francese affatto d’anima e di sensi, anche contro l’interesse della famiglia dalla quale era uscita. E nemmeno fu modello di donna, benchè fosse madre affettuosa sino al fanatismo. La dissero, forse non senza ragione, avara, crudele, ambiziosa e lasciva. Certo le apparenze non le sono tanto favorevoli, come da alcuni si volle, nel brutto affare di peculato che mandò il tesoriere di Francia alla forca; e certo poi il tradimento del conestabile di Borbone, così dannoso alla Francia, si deve imputare a lei, e forse alla sua libidine insoddisfatta. L’amore sviscerato che portò piuttosto alla grandezza della stirpe uscita da lei, che alla felicità dei figli, non basta ad assolverla.

Miglior figura è il duca Emanuele Filiberto, del quale abbiamo la firma a’ piedi di una lettera italiana dove si ordina al giudice di Moriana di rilasciare certi vassalli incarcerati contro giustizia. Questa almeno è faccia d’uomo, e d’uomo forte; questo almeno è un carattere. Si sa; il soldato che vinceva a San Quintino come avrebbe vinto un vecchio condottiero, cioè per interesse e non per fede, non poteva essere il modello de’ principi, se pure per costoro c’è modello diverso da quello terribile descritto dal Segretario fiorentino. Ei può dire che da Emanuele Filiberto comincia ad entrare in pratica la nota teorica che, bene applicata, riuscì ad imbandire il carciofo intero alle mense dei duchi di Savoia. Da quel tempo il Piemonte cominciò ad avere influenza sull’Italia e ad agognare quegli ingrandimenti successivi che lo condussero al trionfo. E quel che più vale, almeno la lettera di questo soldato di ventura è umana più di quelle di molti principi che non seppero mai di che colore sia il sangue.

Segue Carlo Emanuele I, soldato e poeta che sognò, a profitto proprio, l’indipendenza e l’unità d’Italia. Ma la santa parola non fu udita in questa terra di sciagure, a quei tempi di flagelli. Le vittime non avevano più orecchie per udire; o se udirono, non si fidarono di un principe. Il duca scagliava soldati e sonetti contro la Spagna, ma l’Italia guardava e taceva senza commoversi. Il medio evo le aveva insegnato la storia dimessire Renarte delle sue astuzie, ed ella se ne ricordava troppo bene.

Madama Reale, la figlia di Enrico IV e reggente dello Stato alla morte di Vittorio Amedeo I, fu la personificazione della scostumatezza, della bigotteria, della superbia e di parecchi altri vizi di simil risma. Nessun compiacente biografo l’ha potuta, non che scolpare, scusare. Con lei entrarono nello Stato la guerra civile e gli orrori di una lotta insensata e testarda.

La sua memoria è ancora maledetta in Piemonte ed a Torino dove si conserva l’originale dell’importante lettera riprodotta nel periodico di cui parliamo.

Il principe Tomaso di Carignano, capo del ramo ora regnante, segue con una lettera nella quale si congratula col padre per una vittoria. Vittorio Amedeo III, il primo re di Sardegna, scrisse una lettera di complimento alla fidanzata del figlio, che fu Carlo Emanuele III: del quale pure abbiamo una lettera diretta alla stessa. Ma l’autografo più curioso di tutta la raccolta è forse quello di Eugenio di Savoia.

Costui fu senza dubbio il miglior capitano del suo secolo, ed è peccato che l’ingegno suo fosse al servizio di casa d’Austria. Parve che non avesse patria, tanto che firmava in tre lingue, dicendosiEugenio von Savoje. Ma basta vedere che razza di carattere ostrogoto, che razza di ortografia vandalica usava, per capire come la penna non fosse il suo forte. Fu uomo di spada, quantunque avesse cominciato coll’essere un povero abatino, magro, brutto ed impacciato; e Luigi XIV, che a Versaglia lo aveva canzonato quando lo sentì chiedere servizio nell’esercito, dovette ben pentirsi della canzonatura quando se lo trovò contro, capitano vittorioso, anzi primo tra i capitani del suo tempo. Non basta avere spirito per canzonare; bisogna averne anche per capire.

Di minore interesse sono le lettere di Maria Luisa regina di Spagna, e di Maria Adelaide duchessa di Borgogna. Queste due povere donne non ebbero influenza grande sulle cose del tempo loro e, tranne la curiosità, null’altro ci soddisfa in quei grandi scarabocchi.

La lettera di Carlo Alberto al Villamarina intorno l’invasione di alcuni croati ubriachi entro i confini, è già conosciuta. L’ufficiale austriaco è accusato di aver commesso una rodomontata, ma davvero non sapremo se un po’ dello stesso peccato non guasti la lettera.

Il dispaccio di Vittorio Emanuele a Cavour, scritto durante la campagna del 1859, ci fa capire come a ragione il Massari si vantasse di rizzare la grammatica degli altissimi scritti. Ce n’era bisogno, a quanto pare.

Chiudono le serie alcuni scarabocchi di Napoleone III a Vittorio Emanuele.

Lasciando a parte tutto quel che va lasciato da parte, la pubblicazione è utile assai per la storia e fatta bene. Di più offre il campo a molte riflessioni curiose. Per esempio, ci sembra trasparire da tutto, quel segreto felice che ha condotto casa Savoia a quell’altezza che era follia sperare: cioè la pieghevolezza pensata e misurata in tutto quel che riguarda la sovranità ed i suoi diritti, purchè giovi alla dinastia. I regnatori di questa Casa sanno cedere o dimenticare a tempo l’autorità suprema che non tengono in alto de’ loro pensieri e che non tengono sacra come sacerdozio; ma sanno far profittare alla Casa quel che perdono nella sovranità.

Così Carlo Alberto, che non era quel gran liberale che vogliono gli storici ufficiali, largisce lo Statuto e passa il Ticino, là dove Pio IX scappa a Gaeta. Così Vittorio Emanuele corre i rischi del 1859 o si ferma a Torre Malimberti, secondo dettano gli interessi della Casa. A questo modo vedremo presto Umberto I firmare il decreto che istituisce il suffragio universale, là dove Luigi XVI, convinto della sua sacra autorità, avrebbe posto il veto e perduta la testa sul palco.

Che queste pieghevolezze siano spontanee, che queste rinuncie siano fatte senza rincrescimento, nessuno lo vorrebbe sostenere. Ma intanto i principi insegnano al popolo come si fa a stare a galla in un mare burrascoso, come si fa a profittare anche di quella evoluzione, alla quale certuni preferiscono l’immobilità ed il domma.


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