DI UN LIBRO VECCHIOEccomi di nuovo.Tra queste righe e le precedenti corsero parecchie settimane, ma la colpa non è mia: è delle crude stelle, direbbe il Metastasio. Il fatto è che le stelle, il sole, la luna e più di tutti il padron di casa, m’hanno costretto a ricorrere all’arcangelo san Michele, la cui festa si celebra agli otto del canoro mese di maggio; ed ho trasportati i penati, le casseruole e tutte le mie masserizie in un altro domicilio. Chi s’è trovato in simili frangenti, capirà che sia impossibile fabbricare pasticci scritti in tanto scompiglio e mi compiangerà. Quanto a me, trovo curioso che i tristi avvenimenti di questi giorni siano posti sotto l’invocazione dell’arcangelo invitto che, nella tradizione cattolica e nel poema del Milton, debellò il demonio. I carri dei bagagli sono caricati e scaricati a suon di bestemmie; i due peccati capitali, ira ed invidia, regnano sovrani senza grave detrimento degli altri cinque; insomma si dannano tante anime nel giorno di san Michele, da far quasi credere che per alcune ore il demonio abbia il disopra. Non so dunque perchè si festeggi un santo, proprio nel giorno meno propizio... Basta: lasciamo andare, per non dire qualche eresia, e lasciamo fare chi se ne intende.E pur troppo, in quel disgraziato giorno, il diavolo ebbe una fetta anche dell’anima mia; e me ne confesso in pubblico, come facevano i fedeli nei primi tempi del cristianesimo. Anzi n’ebbe due fette: una per via del cambiar casa, e l’altra per la lettura di un libro proibito che feci appunto tra un peccato d’ira ed uno d’impazienza. In verità ch’io sono un gran peccatore, e spero che voicari lettori, non mi dimenticherete nelle vostre orazioni.Lessi dunque un libro latino, leEpistolae obscurorum virorum, che altre volte avevo scorso con pochissima attenzione, badando piuttosto alla festività del latino maccheronico che alla ferocia della satira ed alla importanza storica o polemica del contenuto. Letto con attenzione e con maggiore preparazione ad intenderlo, il libro mi fece tutto altro effetto. Mi pare strano che i poveri teologi di Colonia, tanto spietatamente flagellati in quel libro, non si siano impiccati per disperazione come Licambe e Neobulo dopo i giambi di Archiloco. Ma forse dalla teologia loro attinsero la forza di resistere alla tentazione, pensando che il suicidio è peccato.Il Rinascimento fu splendido in Italia, ma si fermò piuttosto alla parte formale. Appena la stampa fu inventata in Germania, si vide l’Italia profittarne subito, meglio che le altre nazioni. Quando in Germania non si stampavano che Bibbie e libri ascetici, qua Aldo aveva già dato fuori quelle magnifiche edizioni di classici latini e greci che oggi ancora sono cercate assiduamente e pagate riccamente. Ma la cultura non giunse alle radici della pianta italica. Diventammo metà scettici e metà pagani, chiamammo Giove quel Dio che fu già il terribile Jehova degli Ebrei, sorridemmo del papa, dei sacerdoti e della religione, senza procedere oltre, senza che le coscienze provassero la necessità di una fede nuova o di una riforma della vecchia. Il Valla parve deliberato per un momento a combattere la potenza pontificia e ad assalirla nel punto vulnerabile; ma, in fondo, la sua non fu che una ribellione di umanista malcontento, che parla con ornatissimo stile ad un pubblico di umanisti scettici come lui. Nessuna convinzione, nessuna fede spinse i letterati e gli artisti alla discussione dei più delicati problemi della coscienza.Parve che il Valla scrivesse contro la pretesa donazione di Costantino per far paura od ottener patti più grassi. Certo poi tornò in grazia, scrisse se non la palinodia, almeno una giustificazione; e ad ogni modo contese con Roma non per fede, ma per ira, appunto come inveì con eleganti e maligne invettive contro il Poggio ed il Filelfo, che lo ripagarono a misura di carbone.Lo stesso Savonarola non dommatizza, non discute le deviazioni del pontificato, le consuetudini, le sentenze dei Padri, la nuova costituzione della Chiesa ed il nuovo aspetto del cattolicismo. Egli si ferma alle applicazioni, e sembra piuttosto un politico che un teologo. Roma oppone il domma ai suoi assalti, ed egli non osa più assalire il nemico dietro quella sacra trincea. Così tutto si adagiava in una accidia di coscienza, in un torpore dell’anima chefurono fatali all’avvenire delle nazioni latine; poichè si può bene stimare che le discussioni di religione siano vane ed inutili quanto quelle della filosofia, ma non si può negare che quelle siano appunto le liti che accendono di più gli animi, scaldano i combattenti fino ad invocare il martirio e commuovono le nazioni fino alla intime midolle, trascinando chi veramente crede a imprese gigantesche, ad eroismi che paiono sovrumani.Basta vedere come lo stesso umile latino maccheronico prenda una importanza diversa, secondo si usa per ridere, come in Italia, o per uccidere, come in Germania. Tifi Odassi e Teofilo Folengo cantano baie dove qua e là scappa fuori qualche impertinenza ai preti o ai frati, ma che sono e restano baie senza proposito. L’Alione tutt’al più sale a qualche invettiva politica; e l’Orsini, il notissimo maestro Stoppino, non fa che tradurre i capitoli degli imitatori del Berni nel latino maccheronico più insulso. In Francia l’Arena, il Germain ed altri non imitano Folengo che per comporre satire politiche di poca importanza. Solo Teodoro di Beza, il dotto calvinista, nella sua Epistola a Benetto Passavanti, si leva più in alto e mira a render popolari gli argomenti religiosi e i sillogismi della dialettica protestante. Ma in Germania, là dove un nuovo mondo morale si formava, giovane e fecondo, sotto gli strati sterili della teologia scolastica che aveva ritardato il Risorgimento, in Germania, quel latino maccheronico che diede a noi le frottole di Baldo o le lodi della bugia o peggio, diventa un’arma terribile e lascia tali ferite ai vecchi pregiudizi, che il sangue ne spiccia ancora e non si chiuderanno più.Mentre l’invenzione della stampa, fatta in Germania, aiutò possentemente e quasi creò il Rinascimento italiano, questo, dal canto suo, quasi creò la Riforma germanica, la quale comincia appunto quando i pensatori tedeschi abbandonano le strettoie della scolastica per accostarsi alla libertà dell’umanesimo. Erasmo ebbe paura del moto c’egli stesso aveva in gran parte promosso co’ suoi scritti, ma ciò non toglie che dalla sua grande ed elegante coltura non debbano riconoscersi le origini della rinnovazione della coltura e della coscienza tedesca. Quando Reuchlin a vent’anni insegnava il greco in Basilea, era tenuto un prodigio, e dicesi che fosse il primo tedesco che sapesse parlare la lingua d’Omero. Ma pochi anni dopo, molti lo sapevano come lui, e Lutero studiò profondamente il greco e l’ebraico per poter tradurre la Bibbia. Così il rinascere della coltura serviva in Germania allo sviluppo della Riforma. Noi ci fermammo a gustare le bellezze della retoricadi Cicerone. I tedeschi la studiarono per liberarsi da Roma, per combattere e vincere. Leone X cercava il piacere nella coltura, appunto quando Martin Lutero vi cercava la libertà.A Colonia, un ebreo convertito ed un inquisitore chiesero che i libri degli ebrei, eccetto la Bibbia, fossero bruciati. L’imperatore chiese consiglio a Reuchlin, che lo diede contrario. Di qui ire, contumelie, diatribe, libelli infamanti fioccarono da tutte e due le parti; ed appunto in difesa di Reuchlin e contro i teologi di Colonia vennero fuori questeLettere di uomini oscuri, che mi paiono il sommo dell’atrocità cui possa giungere la satira.Il volume consta di tre libri di lettere in latino da cucina, dirette ad Ortuino Grozio, uno dei teologi di Colonia, e che si fingono scritte a lui dai suoi colleghi o aderenti. Mi ricordo come la prima volta che scorsi i tre libri delleLetterenon pensai nemmeno che quei nomi potessero esser veri. La satira era tanto sanguinosa, che fino dalla prima pagina fui istintivamente persuaso che quei nomi fossero immaginari, come in una satira o in un epigramma si mettevano e si mettono ancora, da alcuni, nomi d’invenzione, come quelli de’ personaggi delle commedie. Invece i nomi sono veri, e Ortuino Grozio e tutti gli altri nominati nella satira vissero e presero parte alla lotta contro Reuchlin. Le guerre di religione sono le più feroci di tutte, anche quelle che si combattono nei libri.Le lettere che si fingono dirette a maestro Ortuino dai suoi amici sono piene di scimunitaggini messe a posta in bocca agli avversari di Reuchlin. E quando non ci sono sciocchezze, ci sono ribalderie, brutture, oscenità madornali, raccontate come in confidenza all’amico in un latino ed in uno stile ridicolissimi. Gli è come, mettiamo, chi fingesse un epistolario dei deputati di destra che scrivono al Sella, o di quelli di sinistra che scrivono al Depretis, chiacchierando confidenzialmente di brogli, di frodi, di infamie commesse, raccontando le più turpi birberie possibili fino i più schifosi delitti contro il buon costume. E quando lo stile, benchè messo in caricatura, fosse per ciascuno così ben copiato da indurre per un momento in dubbio i creduli, come accadde per leLettere degli uomini oscuri, si avrebbe ancora una sbiadita idea della ferocia della satira tedesca, la quale ai suoi tempi fece tal rumore, che Lutero stesso dovette disapprovarne gli autori.Gli autori delleLettere, furono Ulrico di Hutten e Groto Rubiano, benchè, secondo il Monike, a loro non spettino che gli ultimi due libri e il primo sia dello stampatore Wolfang. Eppure Ulrico di Hutten, così feroce in queste sanguinose lettere, fu buono e generoso cavaliere. Tra luie l’inquisitore Hochstraten, quello stesso che voleva bruciare i libri ebrei, che bruciò quelli di Reuchlin e assalì ignobilmente Lutero, c’era odio mortale. Un bel dì s’incontrarono in una strada di campagna e deserta. L’inquisitore si buttò in ginocchio davanti al cavaliere, piangendo e chiedendogli misericordia della vita; e il cavaliere, stomacato da tanta vigliaccheria, gli diede un paio di piattonate, gli volse le spalle e se ne andò sorridendo di compassione.Ebbene; a leggere quelle polemiche furibonde, quelle satire selvagge, quegli epigrammi cannibaleschi, oggi si rimane sorpresi. Pare impossibile che le ire di religione possano torre a quel modo la misura del giusto ed il lume degli occhi! Oggi gli scismi e le eresie non hanno più ragione di essere; i tentativi di qualche ingenuo e le prediche dei vecchi cattolici e del padre Giacinto non fanno più nè caldo nè freddo. Oggi un nuovo Lutero o finirebbe al manicomio o al domicilio coatto. Ognuno pensa a modo suo, adora Dio come crede o non l’adora affatto; e per questo non c’è bisogno di fabbricare nuove religioni, di scriver biblioteche intere, di mettere in moto eserciti di soldati e di predicatori. Ognuno di noi compie il suo piccolo scisma da sè, o volgendo le spalle al culto antico, o soltanto mangiando una costoletta il venerdì, senza per questo bruciar le bolle del papa in piazza o argomentare, come Lutero, davanti alla Dieta ed all’imperatore. Questa libertà di fatto, la quale riceve appena qualche piccola limitazione nelle manifestazioni esterne del culto che potrebbero ledere i diritti altrui, ci ha avvezzati ad una tranquillità religiosa profonda ed imperturbata che spesso è indifferenza bella e buona, ora leggendo i libri scritti nel secolo XVI pro e contro la Riforma, ci troviamo come in un altro mondo strano e meraviglioso così, leggendo la Bibbia, ci sentiamo fuori e lontanissimi dal mondo dove viviamo. Pare impossibile che si sia sparso tanto sangue e tanto pianto per avere il diritto di far la comunione col calice!Era a questo modo, riflettendo filosoficamente alle storture dello spirito umano come un monaco consacrato alla vita contemplativa, ch’io seguiva i carri dove la roba mia andava a sconquasso prima di giungere al nuovo domicilio. Era proprio quello il tempo di simili riflessioni! Storture anche queste dello spirito umano, direte voi; e se stesse a me, direi che dite bene.
DI UN LIBRO VECCHIOEccomi di nuovo.Tra queste righe e le precedenti corsero parecchie settimane, ma la colpa non è mia: è delle crude stelle, direbbe il Metastasio. Il fatto è che le stelle, il sole, la luna e più di tutti il padron di casa, m’hanno costretto a ricorrere all’arcangelo san Michele, la cui festa si celebra agli otto del canoro mese di maggio; ed ho trasportati i penati, le casseruole e tutte le mie masserizie in un altro domicilio. Chi s’è trovato in simili frangenti, capirà che sia impossibile fabbricare pasticci scritti in tanto scompiglio e mi compiangerà. Quanto a me, trovo curioso che i tristi avvenimenti di questi giorni siano posti sotto l’invocazione dell’arcangelo invitto che, nella tradizione cattolica e nel poema del Milton, debellò il demonio. I carri dei bagagli sono caricati e scaricati a suon di bestemmie; i due peccati capitali, ira ed invidia, regnano sovrani senza grave detrimento degli altri cinque; insomma si dannano tante anime nel giorno di san Michele, da far quasi credere che per alcune ore il demonio abbia il disopra. Non so dunque perchè si festeggi un santo, proprio nel giorno meno propizio... Basta: lasciamo andare, per non dire qualche eresia, e lasciamo fare chi se ne intende.E pur troppo, in quel disgraziato giorno, il diavolo ebbe una fetta anche dell’anima mia; e me ne confesso in pubblico, come facevano i fedeli nei primi tempi del cristianesimo. Anzi n’ebbe due fette: una per via del cambiar casa, e l’altra per la lettura di un libro proibito che feci appunto tra un peccato d’ira ed uno d’impazienza. In verità ch’io sono un gran peccatore, e spero che voicari lettori, non mi dimenticherete nelle vostre orazioni.Lessi dunque un libro latino, leEpistolae obscurorum virorum, che altre volte avevo scorso con pochissima attenzione, badando piuttosto alla festività del latino maccheronico che alla ferocia della satira ed alla importanza storica o polemica del contenuto. Letto con attenzione e con maggiore preparazione ad intenderlo, il libro mi fece tutto altro effetto. Mi pare strano che i poveri teologi di Colonia, tanto spietatamente flagellati in quel libro, non si siano impiccati per disperazione come Licambe e Neobulo dopo i giambi di Archiloco. Ma forse dalla teologia loro attinsero la forza di resistere alla tentazione, pensando che il suicidio è peccato.Il Rinascimento fu splendido in Italia, ma si fermò piuttosto alla parte formale. Appena la stampa fu inventata in Germania, si vide l’Italia profittarne subito, meglio che le altre nazioni. Quando in Germania non si stampavano che Bibbie e libri ascetici, qua Aldo aveva già dato fuori quelle magnifiche edizioni di classici latini e greci che oggi ancora sono cercate assiduamente e pagate riccamente. Ma la cultura non giunse alle radici della pianta italica. Diventammo metà scettici e metà pagani, chiamammo Giove quel Dio che fu già il terribile Jehova degli Ebrei, sorridemmo del papa, dei sacerdoti e della religione, senza procedere oltre, senza che le coscienze provassero la necessità di una fede nuova o di una riforma della vecchia. Il Valla parve deliberato per un momento a combattere la potenza pontificia e ad assalirla nel punto vulnerabile; ma, in fondo, la sua non fu che una ribellione di umanista malcontento, che parla con ornatissimo stile ad un pubblico di umanisti scettici come lui. Nessuna convinzione, nessuna fede spinse i letterati e gli artisti alla discussione dei più delicati problemi della coscienza.Parve che il Valla scrivesse contro la pretesa donazione di Costantino per far paura od ottener patti più grassi. Certo poi tornò in grazia, scrisse se non la palinodia, almeno una giustificazione; e ad ogni modo contese con Roma non per fede, ma per ira, appunto come inveì con eleganti e maligne invettive contro il Poggio ed il Filelfo, che lo ripagarono a misura di carbone.Lo stesso Savonarola non dommatizza, non discute le deviazioni del pontificato, le consuetudini, le sentenze dei Padri, la nuova costituzione della Chiesa ed il nuovo aspetto del cattolicismo. Egli si ferma alle applicazioni, e sembra piuttosto un politico che un teologo. Roma oppone il domma ai suoi assalti, ed egli non osa più assalire il nemico dietro quella sacra trincea. Così tutto si adagiava in una accidia di coscienza, in un torpore dell’anima chefurono fatali all’avvenire delle nazioni latine; poichè si può bene stimare che le discussioni di religione siano vane ed inutili quanto quelle della filosofia, ma non si può negare che quelle siano appunto le liti che accendono di più gli animi, scaldano i combattenti fino ad invocare il martirio e commuovono le nazioni fino alla intime midolle, trascinando chi veramente crede a imprese gigantesche, ad eroismi che paiono sovrumani.Basta vedere come lo stesso umile latino maccheronico prenda una importanza diversa, secondo si usa per ridere, come in Italia, o per uccidere, come in Germania. Tifi Odassi e Teofilo Folengo cantano baie dove qua e là scappa fuori qualche impertinenza ai preti o ai frati, ma che sono e restano baie senza proposito. L’Alione tutt’al più sale a qualche invettiva politica; e l’Orsini, il notissimo maestro Stoppino, non fa che tradurre i capitoli degli imitatori del Berni nel latino maccheronico più insulso. In Francia l’Arena, il Germain ed altri non imitano Folengo che per comporre satire politiche di poca importanza. Solo Teodoro di Beza, il dotto calvinista, nella sua Epistola a Benetto Passavanti, si leva più in alto e mira a render popolari gli argomenti religiosi e i sillogismi della dialettica protestante. Ma in Germania, là dove un nuovo mondo morale si formava, giovane e fecondo, sotto gli strati sterili della teologia scolastica che aveva ritardato il Risorgimento, in Germania, quel latino maccheronico che diede a noi le frottole di Baldo o le lodi della bugia o peggio, diventa un’arma terribile e lascia tali ferite ai vecchi pregiudizi, che il sangue ne spiccia ancora e non si chiuderanno più.Mentre l’invenzione della stampa, fatta in Germania, aiutò possentemente e quasi creò il Rinascimento italiano, questo, dal canto suo, quasi creò la Riforma germanica, la quale comincia appunto quando i pensatori tedeschi abbandonano le strettoie della scolastica per accostarsi alla libertà dell’umanesimo. Erasmo ebbe paura del moto c’egli stesso aveva in gran parte promosso co’ suoi scritti, ma ciò non toglie che dalla sua grande ed elegante coltura non debbano riconoscersi le origini della rinnovazione della coltura e della coscienza tedesca. Quando Reuchlin a vent’anni insegnava il greco in Basilea, era tenuto un prodigio, e dicesi che fosse il primo tedesco che sapesse parlare la lingua d’Omero. Ma pochi anni dopo, molti lo sapevano come lui, e Lutero studiò profondamente il greco e l’ebraico per poter tradurre la Bibbia. Così il rinascere della coltura serviva in Germania allo sviluppo della Riforma. Noi ci fermammo a gustare le bellezze della retoricadi Cicerone. I tedeschi la studiarono per liberarsi da Roma, per combattere e vincere. Leone X cercava il piacere nella coltura, appunto quando Martin Lutero vi cercava la libertà.A Colonia, un ebreo convertito ed un inquisitore chiesero che i libri degli ebrei, eccetto la Bibbia, fossero bruciati. L’imperatore chiese consiglio a Reuchlin, che lo diede contrario. Di qui ire, contumelie, diatribe, libelli infamanti fioccarono da tutte e due le parti; ed appunto in difesa di Reuchlin e contro i teologi di Colonia vennero fuori questeLettere di uomini oscuri, che mi paiono il sommo dell’atrocità cui possa giungere la satira.Il volume consta di tre libri di lettere in latino da cucina, dirette ad Ortuino Grozio, uno dei teologi di Colonia, e che si fingono scritte a lui dai suoi colleghi o aderenti. Mi ricordo come la prima volta che scorsi i tre libri delleLetterenon pensai nemmeno che quei nomi potessero esser veri. La satira era tanto sanguinosa, che fino dalla prima pagina fui istintivamente persuaso che quei nomi fossero immaginari, come in una satira o in un epigramma si mettevano e si mettono ancora, da alcuni, nomi d’invenzione, come quelli de’ personaggi delle commedie. Invece i nomi sono veri, e Ortuino Grozio e tutti gli altri nominati nella satira vissero e presero parte alla lotta contro Reuchlin. Le guerre di religione sono le più feroci di tutte, anche quelle che si combattono nei libri.Le lettere che si fingono dirette a maestro Ortuino dai suoi amici sono piene di scimunitaggini messe a posta in bocca agli avversari di Reuchlin. E quando non ci sono sciocchezze, ci sono ribalderie, brutture, oscenità madornali, raccontate come in confidenza all’amico in un latino ed in uno stile ridicolissimi. Gli è come, mettiamo, chi fingesse un epistolario dei deputati di destra che scrivono al Sella, o di quelli di sinistra che scrivono al Depretis, chiacchierando confidenzialmente di brogli, di frodi, di infamie commesse, raccontando le più turpi birberie possibili fino i più schifosi delitti contro il buon costume. E quando lo stile, benchè messo in caricatura, fosse per ciascuno così ben copiato da indurre per un momento in dubbio i creduli, come accadde per leLettere degli uomini oscuri, si avrebbe ancora una sbiadita idea della ferocia della satira tedesca, la quale ai suoi tempi fece tal rumore, che Lutero stesso dovette disapprovarne gli autori.Gli autori delleLettere, furono Ulrico di Hutten e Groto Rubiano, benchè, secondo il Monike, a loro non spettino che gli ultimi due libri e il primo sia dello stampatore Wolfang. Eppure Ulrico di Hutten, così feroce in queste sanguinose lettere, fu buono e generoso cavaliere. Tra luie l’inquisitore Hochstraten, quello stesso che voleva bruciare i libri ebrei, che bruciò quelli di Reuchlin e assalì ignobilmente Lutero, c’era odio mortale. Un bel dì s’incontrarono in una strada di campagna e deserta. L’inquisitore si buttò in ginocchio davanti al cavaliere, piangendo e chiedendogli misericordia della vita; e il cavaliere, stomacato da tanta vigliaccheria, gli diede un paio di piattonate, gli volse le spalle e se ne andò sorridendo di compassione.Ebbene; a leggere quelle polemiche furibonde, quelle satire selvagge, quegli epigrammi cannibaleschi, oggi si rimane sorpresi. Pare impossibile che le ire di religione possano torre a quel modo la misura del giusto ed il lume degli occhi! Oggi gli scismi e le eresie non hanno più ragione di essere; i tentativi di qualche ingenuo e le prediche dei vecchi cattolici e del padre Giacinto non fanno più nè caldo nè freddo. Oggi un nuovo Lutero o finirebbe al manicomio o al domicilio coatto. Ognuno pensa a modo suo, adora Dio come crede o non l’adora affatto; e per questo non c’è bisogno di fabbricare nuove religioni, di scriver biblioteche intere, di mettere in moto eserciti di soldati e di predicatori. Ognuno di noi compie il suo piccolo scisma da sè, o volgendo le spalle al culto antico, o soltanto mangiando una costoletta il venerdì, senza per questo bruciar le bolle del papa in piazza o argomentare, come Lutero, davanti alla Dieta ed all’imperatore. Questa libertà di fatto, la quale riceve appena qualche piccola limitazione nelle manifestazioni esterne del culto che potrebbero ledere i diritti altrui, ci ha avvezzati ad una tranquillità religiosa profonda ed imperturbata che spesso è indifferenza bella e buona, ora leggendo i libri scritti nel secolo XVI pro e contro la Riforma, ci troviamo come in un altro mondo strano e meraviglioso così, leggendo la Bibbia, ci sentiamo fuori e lontanissimi dal mondo dove viviamo. Pare impossibile che si sia sparso tanto sangue e tanto pianto per avere il diritto di far la comunione col calice!Era a questo modo, riflettendo filosoficamente alle storture dello spirito umano come un monaco consacrato alla vita contemplativa, ch’io seguiva i carri dove la roba mia andava a sconquasso prima di giungere al nuovo domicilio. Era proprio quello il tempo di simili riflessioni! Storture anche queste dello spirito umano, direte voi; e se stesse a me, direi che dite bene.
Eccomi di nuovo.
Tra queste righe e le precedenti corsero parecchie settimane, ma la colpa non è mia: è delle crude stelle, direbbe il Metastasio. Il fatto è che le stelle, il sole, la luna e più di tutti il padron di casa, m’hanno costretto a ricorrere all’arcangelo san Michele, la cui festa si celebra agli otto del canoro mese di maggio; ed ho trasportati i penati, le casseruole e tutte le mie masserizie in un altro domicilio. Chi s’è trovato in simili frangenti, capirà che sia impossibile fabbricare pasticci scritti in tanto scompiglio e mi compiangerà. Quanto a me, trovo curioso che i tristi avvenimenti di questi giorni siano posti sotto l’invocazione dell’arcangelo invitto che, nella tradizione cattolica e nel poema del Milton, debellò il demonio. I carri dei bagagli sono caricati e scaricati a suon di bestemmie; i due peccati capitali, ira ed invidia, regnano sovrani senza grave detrimento degli altri cinque; insomma si dannano tante anime nel giorno di san Michele, da far quasi credere che per alcune ore il demonio abbia il disopra. Non so dunque perchè si festeggi un santo, proprio nel giorno meno propizio... Basta: lasciamo andare, per non dire qualche eresia, e lasciamo fare chi se ne intende.
E pur troppo, in quel disgraziato giorno, il diavolo ebbe una fetta anche dell’anima mia; e me ne confesso in pubblico, come facevano i fedeli nei primi tempi del cristianesimo. Anzi n’ebbe due fette: una per via del cambiar casa, e l’altra per la lettura di un libro proibito che feci appunto tra un peccato d’ira ed uno d’impazienza. In verità ch’io sono un gran peccatore, e spero che voicari lettori, non mi dimenticherete nelle vostre orazioni.
Lessi dunque un libro latino, leEpistolae obscurorum virorum, che altre volte avevo scorso con pochissima attenzione, badando piuttosto alla festività del latino maccheronico che alla ferocia della satira ed alla importanza storica o polemica del contenuto. Letto con attenzione e con maggiore preparazione ad intenderlo, il libro mi fece tutto altro effetto. Mi pare strano che i poveri teologi di Colonia, tanto spietatamente flagellati in quel libro, non si siano impiccati per disperazione come Licambe e Neobulo dopo i giambi di Archiloco. Ma forse dalla teologia loro attinsero la forza di resistere alla tentazione, pensando che il suicidio è peccato.
Il Rinascimento fu splendido in Italia, ma si fermò piuttosto alla parte formale. Appena la stampa fu inventata in Germania, si vide l’Italia profittarne subito, meglio che le altre nazioni. Quando in Germania non si stampavano che Bibbie e libri ascetici, qua Aldo aveva già dato fuori quelle magnifiche edizioni di classici latini e greci che oggi ancora sono cercate assiduamente e pagate riccamente. Ma la cultura non giunse alle radici della pianta italica. Diventammo metà scettici e metà pagani, chiamammo Giove quel Dio che fu già il terribile Jehova degli Ebrei, sorridemmo del papa, dei sacerdoti e della religione, senza procedere oltre, senza che le coscienze provassero la necessità di una fede nuova o di una riforma della vecchia. Il Valla parve deliberato per un momento a combattere la potenza pontificia e ad assalirla nel punto vulnerabile; ma, in fondo, la sua non fu che una ribellione di umanista malcontento, che parla con ornatissimo stile ad un pubblico di umanisti scettici come lui. Nessuna convinzione, nessuna fede spinse i letterati e gli artisti alla discussione dei più delicati problemi della coscienza.
Parve che il Valla scrivesse contro la pretesa donazione di Costantino per far paura od ottener patti più grassi. Certo poi tornò in grazia, scrisse se non la palinodia, almeno una giustificazione; e ad ogni modo contese con Roma non per fede, ma per ira, appunto come inveì con eleganti e maligne invettive contro il Poggio ed il Filelfo, che lo ripagarono a misura di carbone.
Lo stesso Savonarola non dommatizza, non discute le deviazioni del pontificato, le consuetudini, le sentenze dei Padri, la nuova costituzione della Chiesa ed il nuovo aspetto del cattolicismo. Egli si ferma alle applicazioni, e sembra piuttosto un politico che un teologo. Roma oppone il domma ai suoi assalti, ed egli non osa più assalire il nemico dietro quella sacra trincea. Così tutto si adagiava in una accidia di coscienza, in un torpore dell’anima chefurono fatali all’avvenire delle nazioni latine; poichè si può bene stimare che le discussioni di religione siano vane ed inutili quanto quelle della filosofia, ma non si può negare che quelle siano appunto le liti che accendono di più gli animi, scaldano i combattenti fino ad invocare il martirio e commuovono le nazioni fino alla intime midolle, trascinando chi veramente crede a imprese gigantesche, ad eroismi che paiono sovrumani.
Basta vedere come lo stesso umile latino maccheronico prenda una importanza diversa, secondo si usa per ridere, come in Italia, o per uccidere, come in Germania. Tifi Odassi e Teofilo Folengo cantano baie dove qua e là scappa fuori qualche impertinenza ai preti o ai frati, ma che sono e restano baie senza proposito. L’Alione tutt’al più sale a qualche invettiva politica; e l’Orsini, il notissimo maestro Stoppino, non fa che tradurre i capitoli degli imitatori del Berni nel latino maccheronico più insulso. In Francia l’Arena, il Germain ed altri non imitano Folengo che per comporre satire politiche di poca importanza. Solo Teodoro di Beza, il dotto calvinista, nella sua Epistola a Benetto Passavanti, si leva più in alto e mira a render popolari gli argomenti religiosi e i sillogismi della dialettica protestante. Ma in Germania, là dove un nuovo mondo morale si formava, giovane e fecondo, sotto gli strati sterili della teologia scolastica che aveva ritardato il Risorgimento, in Germania, quel latino maccheronico che diede a noi le frottole di Baldo o le lodi della bugia o peggio, diventa un’arma terribile e lascia tali ferite ai vecchi pregiudizi, che il sangue ne spiccia ancora e non si chiuderanno più.
Mentre l’invenzione della stampa, fatta in Germania, aiutò possentemente e quasi creò il Rinascimento italiano, questo, dal canto suo, quasi creò la Riforma germanica, la quale comincia appunto quando i pensatori tedeschi abbandonano le strettoie della scolastica per accostarsi alla libertà dell’umanesimo. Erasmo ebbe paura del moto c’egli stesso aveva in gran parte promosso co’ suoi scritti, ma ciò non toglie che dalla sua grande ed elegante coltura non debbano riconoscersi le origini della rinnovazione della coltura e della coscienza tedesca. Quando Reuchlin a vent’anni insegnava il greco in Basilea, era tenuto un prodigio, e dicesi che fosse il primo tedesco che sapesse parlare la lingua d’Omero. Ma pochi anni dopo, molti lo sapevano come lui, e Lutero studiò profondamente il greco e l’ebraico per poter tradurre la Bibbia. Così il rinascere della coltura serviva in Germania allo sviluppo della Riforma. Noi ci fermammo a gustare le bellezze della retoricadi Cicerone. I tedeschi la studiarono per liberarsi da Roma, per combattere e vincere. Leone X cercava il piacere nella coltura, appunto quando Martin Lutero vi cercava la libertà.
A Colonia, un ebreo convertito ed un inquisitore chiesero che i libri degli ebrei, eccetto la Bibbia, fossero bruciati. L’imperatore chiese consiglio a Reuchlin, che lo diede contrario. Di qui ire, contumelie, diatribe, libelli infamanti fioccarono da tutte e due le parti; ed appunto in difesa di Reuchlin e contro i teologi di Colonia vennero fuori questeLettere di uomini oscuri, che mi paiono il sommo dell’atrocità cui possa giungere la satira.
Il volume consta di tre libri di lettere in latino da cucina, dirette ad Ortuino Grozio, uno dei teologi di Colonia, e che si fingono scritte a lui dai suoi colleghi o aderenti. Mi ricordo come la prima volta che scorsi i tre libri delleLetterenon pensai nemmeno che quei nomi potessero esser veri. La satira era tanto sanguinosa, che fino dalla prima pagina fui istintivamente persuaso che quei nomi fossero immaginari, come in una satira o in un epigramma si mettevano e si mettono ancora, da alcuni, nomi d’invenzione, come quelli de’ personaggi delle commedie. Invece i nomi sono veri, e Ortuino Grozio e tutti gli altri nominati nella satira vissero e presero parte alla lotta contro Reuchlin. Le guerre di religione sono le più feroci di tutte, anche quelle che si combattono nei libri.
Le lettere che si fingono dirette a maestro Ortuino dai suoi amici sono piene di scimunitaggini messe a posta in bocca agli avversari di Reuchlin. E quando non ci sono sciocchezze, ci sono ribalderie, brutture, oscenità madornali, raccontate come in confidenza all’amico in un latino ed in uno stile ridicolissimi. Gli è come, mettiamo, chi fingesse un epistolario dei deputati di destra che scrivono al Sella, o di quelli di sinistra che scrivono al Depretis, chiacchierando confidenzialmente di brogli, di frodi, di infamie commesse, raccontando le più turpi birberie possibili fino i più schifosi delitti contro il buon costume. E quando lo stile, benchè messo in caricatura, fosse per ciascuno così ben copiato da indurre per un momento in dubbio i creduli, come accadde per leLettere degli uomini oscuri, si avrebbe ancora una sbiadita idea della ferocia della satira tedesca, la quale ai suoi tempi fece tal rumore, che Lutero stesso dovette disapprovarne gli autori.
Gli autori delleLettere, furono Ulrico di Hutten e Groto Rubiano, benchè, secondo il Monike, a loro non spettino che gli ultimi due libri e il primo sia dello stampatore Wolfang. Eppure Ulrico di Hutten, così feroce in queste sanguinose lettere, fu buono e generoso cavaliere. Tra luie l’inquisitore Hochstraten, quello stesso che voleva bruciare i libri ebrei, che bruciò quelli di Reuchlin e assalì ignobilmente Lutero, c’era odio mortale. Un bel dì s’incontrarono in una strada di campagna e deserta. L’inquisitore si buttò in ginocchio davanti al cavaliere, piangendo e chiedendogli misericordia della vita; e il cavaliere, stomacato da tanta vigliaccheria, gli diede un paio di piattonate, gli volse le spalle e se ne andò sorridendo di compassione.
Ebbene; a leggere quelle polemiche furibonde, quelle satire selvagge, quegli epigrammi cannibaleschi, oggi si rimane sorpresi. Pare impossibile che le ire di religione possano torre a quel modo la misura del giusto ed il lume degli occhi! Oggi gli scismi e le eresie non hanno più ragione di essere; i tentativi di qualche ingenuo e le prediche dei vecchi cattolici e del padre Giacinto non fanno più nè caldo nè freddo. Oggi un nuovo Lutero o finirebbe al manicomio o al domicilio coatto. Ognuno pensa a modo suo, adora Dio come crede o non l’adora affatto; e per questo non c’è bisogno di fabbricare nuove religioni, di scriver biblioteche intere, di mettere in moto eserciti di soldati e di predicatori. Ognuno di noi compie il suo piccolo scisma da sè, o volgendo le spalle al culto antico, o soltanto mangiando una costoletta il venerdì, senza per questo bruciar le bolle del papa in piazza o argomentare, come Lutero, davanti alla Dieta ed all’imperatore. Questa libertà di fatto, la quale riceve appena qualche piccola limitazione nelle manifestazioni esterne del culto che potrebbero ledere i diritti altrui, ci ha avvezzati ad una tranquillità religiosa profonda ed imperturbata che spesso è indifferenza bella e buona, ora leggendo i libri scritti nel secolo XVI pro e contro la Riforma, ci troviamo come in un altro mondo strano e meraviglioso così, leggendo la Bibbia, ci sentiamo fuori e lontanissimi dal mondo dove viviamo. Pare impossibile che si sia sparso tanto sangue e tanto pianto per avere il diritto di far la comunione col calice!
Era a questo modo, riflettendo filosoficamente alle storture dello spirito umano come un monaco consacrato alla vita contemplativa, ch’io seguiva i carri dove la roba mia andava a sconquasso prima di giungere al nuovo domicilio. Era proprio quello il tempo di simili riflessioni! Storture anche queste dello spirito umano, direte voi; e se stesse a me, direi che dite bene.