ELZEVIR

ELZEVIRL’Italia ridiventa la terra dei carmi.Per fortuna c’è della gente che abbomina i libri stampati bene e certi critici spiritosi hanno messo alla moda le lamentazioni dolorose contro la fiumana degli elzeviri. Se questo non fosse, il governo avrebbe già inventato una nuova tassa sui volumi di lusso e si può star sicuri che la tassa renderebbe molto.Perchè poi questi libriccini siano stati battezzati elzeviriani è un mistero. Quei caratteri tondi sono italianissimi ed il formato è cosmopolita. Il Lemerre a Parigi li mise per primo alla moda, e il Casanova di Torino, poi io Zanichelli di Bologna, dopo avere in principio imitato, si misere a gareggiare di perfezione e di gusto. Oramai non c’è villaggio in Italia dove non si possan trovare le simpatiche copertineacqua di maredel Casanova o le aristocraticheguanti giallidello Zanichelli, e non c’è nessuno di quei critici, che maledicono per abitudine gli elzeviri, che perpetrando una birberia in versi eterodossi, non corra a farsela stampare in versi elzeviriani.Lasciamo stare quel che c’è dentro agli eleganti libriccini: ma il di fuori non è bello? Non è almeno da preferirsi a quei libracci sgarbati impressi in carta straccia con capocchie di chiodi, dove i nostri babbi deponevano le loro rime? Vedete la serietà dei critici! Perchè le poesie che si stampano ora non hanno la fortuna di contentarli, gridano, piangono, sospirano anche contro il modo di stamparle, che almeno è un progresso bello e buono. Ma di questa serietà dei critici non c’è da aversene a male, poichè è una delle poche gioie degli autori. I critici credono spesso di aver messo un povero autore nel banco degli asini e di avergli inflitto un amarissimo castigo: ma se vedessero molte volte l’ilarità dell’autore punito, e se sentissero i commenti, non del colto pubblico, ma del pubblico colto, alle loro articolesse, qualche volta si accorgerebbero della loro impertinente pedanteria e sempre poi rimarrebbero sorpresi dell’umoristico effetto delle parole loro!Perchè la critica è una bella e santa cosa, ma fatta come la facciamo ora in Italia, fa pietà davvero. Critichiamo così a orecchio, o, come si dice, a impressioni. Se abbiamo fatto colazione bene, se il sigaro è buono, se nel caffè non c’è troppa cicoria, l’impressione sarà buona ed i giudizi benigni. Se piove, se ci fa male un dente, se dobbiamo saldare il conto del calzolaio, l’impressione sarà pessima e taglieremo a pezzi il povero autore. Si fa la critica come la giustizia in Italia. Se il vento tira di qua, si trovano le circostanze attenuanti per l’omicida e la forza irresistibile pel parricida. Se il vento tira di là, si condanna il Fratti per aver usato i dovuti riguardi ai birri e si promuove il giudice che lo condanna. Così vuole il progresso, e non c’è che dire. Ma intanto c’è chi giudica i critici e i giudici. Certi libri lodati muoiono di anemia e certi parricidi assolti debbono emigrare. Certi libri vituperati si ristampano e i birri rimangono sempre birri nella stima di tutti. Anzi ci si guadagna questo, che qualche volta i giudici si confondono coi birri.Tutto questo lavoro di arte e di critica è un bene o un male? Non si può negare che fra i volumetti che vengono fuori c’è qualche volta certa roba da fare schifo ad un professore di anatomia patologica. Ma da quando in qua si deve stampare solo la roba bella? Dal Guttenberg allo Zanichelli si stampa la roba buona e la cattiva. Scelgano i lettori secondo il loro gusto; l’editore non ha nessuna missione religiosa, sociale o politica. Il lanificio Sella fabbrica senza dubbio anche i drappi rossi e i turchini, senza che il padrone pensi a tormentarsi la coscienza sull’avvenire de’ suoi drappi; che possono diventare una bandiera repubblicana o una nappina di guardia di pubblica sicurezza. Si pensa solo a produrre: e quando si produce molto è perchè si consuma molto. E questo è buon segno.È segno che oramai si comincia a capire che la coltura è indispensabile a tutti, anche all’uomo politico. Si capisce che non è più lecito scrivereItaliacolg, e che il Massari commette la più gigantesca imprudenza, rivelando che il conte di Cavour non era forte in grammatica e dava a correggere i discorsi della Corona precisamente al Massari! Si può dire che Teodorico re d’Italia era buon politico e non sapeva scrivere; ma si può rispondere che Teodorico regnava la bellezza di mille e quasi quattrocento anni addietro, e regnava sui Goti e su certi italiani che valevano meno dei Goti. Oggi bisogna saper molto per far qualche cosa, e i giovani che ne sono persuasi, studiano. Cascano, è vero, nel peccato di stampar troppo presto, ma ad ogni modo lavorano. Megliolavorar male che non far nulla. Meglio stampare un volume di versi sbagliati, come si fa ora, che diventar matti per la Essler, come si faceva una volta. Almeno l’arte della stampa ci guadagna. Dunque se la energia della gioventù prorompe in cattivi versi piuttosto che in cattive azioni, tanto meglio.E la fioritura dei versi continua. Tutti gli stampatori sono occupati intorno a canzonieri nuovi: tutti gli editori mettono in vendita nuovi volumi di versi. La fortuna dei giornali a numero unico che dal gennaio in mia vengono a galla, è un altro sintomo della voglia di cose d’arte che s’è impadronita del pubblico italiano. È vero che i critici piangono sempre, ma è vero altresì che si comincia a legger molto e da molti. Alcuni editori fanno fortuna. Qualche anno fa in Italia c’erano Le Monnier e Barbèra soltanto. Ora quanti sono! Via, lasciamo piangere i critici.Una parola tira l’altra e chiaccherando si finisce a non trovar più il modo di tornare all’argomento. Tutte queste chiacchere infatti non lasciano più che lo spazio di un annunzio, mentre il titolo faceva sperar meglio. Pazienza. Ecco l’annunzio.Prima di tutto ecco una nuova edizione e completa deiJuveniliadi Giosuè Carducci. La prefazione fu inserita in questo giornale domenica scorsa. Una prefazione di combattimento trovava il suo posto naturale in un giornale di combattimento, e le sciabolate erano ben dirette e la sciabola taglia troppo bene perchè si debba qui ritornare sui colpi. Chi ha avuto, ha avuto. Pensino gli sciabolati a trovare il rimedio, se pur se ne trova e noi, per quanto possa dolere allaCiviltà Cattolicache da qualche mese l’ha col Carducci, e per quanto dolga agli altri gesuiti in borghese, salutiamo il maestro.Seguono iNuovi versidel Betteloni, ai quali il Carducci fece la prefazione; la seconda edizione, quasi raddoppiata, delleLacrymaedel Chiarini; iMiei cantidi Corrado Ricci e lePoesiedi Enrico Nencioni. Tutto questo ci da un editore solo, lo Zanichelli, tutto ad un tratto.Tempo fa, tanti versi non si stampavano in un anno. E non si dica che la roba che si stampava allora era meglio di questa, perchè per rispondere basterebbe domandare dove quella roba sia andata a finire. Si scrive dunque e si legge molto più che non si leggesse o stampasse una volta.Piangano pure i critici dolorosi. Noi speriamo che i ministri dell’avvenire scrivanoItaliasenzage non si facciano raddrizzar la grammatica dei discorsi della Corona dall’onorevole Massari.

ELZEVIRL’Italia ridiventa la terra dei carmi.Per fortuna c’è della gente che abbomina i libri stampati bene e certi critici spiritosi hanno messo alla moda le lamentazioni dolorose contro la fiumana degli elzeviri. Se questo non fosse, il governo avrebbe già inventato una nuova tassa sui volumi di lusso e si può star sicuri che la tassa renderebbe molto.Perchè poi questi libriccini siano stati battezzati elzeviriani è un mistero. Quei caratteri tondi sono italianissimi ed il formato è cosmopolita. Il Lemerre a Parigi li mise per primo alla moda, e il Casanova di Torino, poi io Zanichelli di Bologna, dopo avere in principio imitato, si misere a gareggiare di perfezione e di gusto. Oramai non c’è villaggio in Italia dove non si possan trovare le simpatiche copertineacqua di maredel Casanova o le aristocraticheguanti giallidello Zanichelli, e non c’è nessuno di quei critici, che maledicono per abitudine gli elzeviri, che perpetrando una birberia in versi eterodossi, non corra a farsela stampare in versi elzeviriani.Lasciamo stare quel che c’è dentro agli eleganti libriccini: ma il di fuori non è bello? Non è almeno da preferirsi a quei libracci sgarbati impressi in carta straccia con capocchie di chiodi, dove i nostri babbi deponevano le loro rime? Vedete la serietà dei critici! Perchè le poesie che si stampano ora non hanno la fortuna di contentarli, gridano, piangono, sospirano anche contro il modo di stamparle, che almeno è un progresso bello e buono. Ma di questa serietà dei critici non c’è da aversene a male, poichè è una delle poche gioie degli autori. I critici credono spesso di aver messo un povero autore nel banco degli asini e di avergli inflitto un amarissimo castigo: ma se vedessero molte volte l’ilarità dell’autore punito, e se sentissero i commenti, non del colto pubblico, ma del pubblico colto, alle loro articolesse, qualche volta si accorgerebbero della loro impertinente pedanteria e sempre poi rimarrebbero sorpresi dell’umoristico effetto delle parole loro!Perchè la critica è una bella e santa cosa, ma fatta come la facciamo ora in Italia, fa pietà davvero. Critichiamo così a orecchio, o, come si dice, a impressioni. Se abbiamo fatto colazione bene, se il sigaro è buono, se nel caffè non c’è troppa cicoria, l’impressione sarà buona ed i giudizi benigni. Se piove, se ci fa male un dente, se dobbiamo saldare il conto del calzolaio, l’impressione sarà pessima e taglieremo a pezzi il povero autore. Si fa la critica come la giustizia in Italia. Se il vento tira di qua, si trovano le circostanze attenuanti per l’omicida e la forza irresistibile pel parricida. Se il vento tira di là, si condanna il Fratti per aver usato i dovuti riguardi ai birri e si promuove il giudice che lo condanna. Così vuole il progresso, e non c’è che dire. Ma intanto c’è chi giudica i critici e i giudici. Certi libri lodati muoiono di anemia e certi parricidi assolti debbono emigrare. Certi libri vituperati si ristampano e i birri rimangono sempre birri nella stima di tutti. Anzi ci si guadagna questo, che qualche volta i giudici si confondono coi birri.Tutto questo lavoro di arte e di critica è un bene o un male? Non si può negare che fra i volumetti che vengono fuori c’è qualche volta certa roba da fare schifo ad un professore di anatomia patologica. Ma da quando in qua si deve stampare solo la roba bella? Dal Guttenberg allo Zanichelli si stampa la roba buona e la cattiva. Scelgano i lettori secondo il loro gusto; l’editore non ha nessuna missione religiosa, sociale o politica. Il lanificio Sella fabbrica senza dubbio anche i drappi rossi e i turchini, senza che il padrone pensi a tormentarsi la coscienza sull’avvenire de’ suoi drappi; che possono diventare una bandiera repubblicana o una nappina di guardia di pubblica sicurezza. Si pensa solo a produrre: e quando si produce molto è perchè si consuma molto. E questo è buon segno.È segno che oramai si comincia a capire che la coltura è indispensabile a tutti, anche all’uomo politico. Si capisce che non è più lecito scrivereItaliacolg, e che il Massari commette la più gigantesca imprudenza, rivelando che il conte di Cavour non era forte in grammatica e dava a correggere i discorsi della Corona precisamente al Massari! Si può dire che Teodorico re d’Italia era buon politico e non sapeva scrivere; ma si può rispondere che Teodorico regnava la bellezza di mille e quasi quattrocento anni addietro, e regnava sui Goti e su certi italiani che valevano meno dei Goti. Oggi bisogna saper molto per far qualche cosa, e i giovani che ne sono persuasi, studiano. Cascano, è vero, nel peccato di stampar troppo presto, ma ad ogni modo lavorano. Megliolavorar male che non far nulla. Meglio stampare un volume di versi sbagliati, come si fa ora, che diventar matti per la Essler, come si faceva una volta. Almeno l’arte della stampa ci guadagna. Dunque se la energia della gioventù prorompe in cattivi versi piuttosto che in cattive azioni, tanto meglio.E la fioritura dei versi continua. Tutti gli stampatori sono occupati intorno a canzonieri nuovi: tutti gli editori mettono in vendita nuovi volumi di versi. La fortuna dei giornali a numero unico che dal gennaio in mia vengono a galla, è un altro sintomo della voglia di cose d’arte che s’è impadronita del pubblico italiano. È vero che i critici piangono sempre, ma è vero altresì che si comincia a legger molto e da molti. Alcuni editori fanno fortuna. Qualche anno fa in Italia c’erano Le Monnier e Barbèra soltanto. Ora quanti sono! Via, lasciamo piangere i critici.Una parola tira l’altra e chiaccherando si finisce a non trovar più il modo di tornare all’argomento. Tutte queste chiacchere infatti non lasciano più che lo spazio di un annunzio, mentre il titolo faceva sperar meglio. Pazienza. Ecco l’annunzio.Prima di tutto ecco una nuova edizione e completa deiJuveniliadi Giosuè Carducci. La prefazione fu inserita in questo giornale domenica scorsa. Una prefazione di combattimento trovava il suo posto naturale in un giornale di combattimento, e le sciabolate erano ben dirette e la sciabola taglia troppo bene perchè si debba qui ritornare sui colpi. Chi ha avuto, ha avuto. Pensino gli sciabolati a trovare il rimedio, se pur se ne trova e noi, per quanto possa dolere allaCiviltà Cattolicache da qualche mese l’ha col Carducci, e per quanto dolga agli altri gesuiti in borghese, salutiamo il maestro.Seguono iNuovi versidel Betteloni, ai quali il Carducci fece la prefazione; la seconda edizione, quasi raddoppiata, delleLacrymaedel Chiarini; iMiei cantidi Corrado Ricci e lePoesiedi Enrico Nencioni. Tutto questo ci da un editore solo, lo Zanichelli, tutto ad un tratto.Tempo fa, tanti versi non si stampavano in un anno. E non si dica che la roba che si stampava allora era meglio di questa, perchè per rispondere basterebbe domandare dove quella roba sia andata a finire. Si scrive dunque e si legge molto più che non si leggesse o stampasse una volta.Piangano pure i critici dolorosi. Noi speriamo che i ministri dell’avvenire scrivanoItaliasenzage non si facciano raddrizzar la grammatica dei discorsi della Corona dall’onorevole Massari.

L’Italia ridiventa la terra dei carmi.

Per fortuna c’è della gente che abbomina i libri stampati bene e certi critici spiritosi hanno messo alla moda le lamentazioni dolorose contro la fiumana degli elzeviri. Se questo non fosse, il governo avrebbe già inventato una nuova tassa sui volumi di lusso e si può star sicuri che la tassa renderebbe molto.

Perchè poi questi libriccini siano stati battezzati elzeviriani è un mistero. Quei caratteri tondi sono italianissimi ed il formato è cosmopolita. Il Lemerre a Parigi li mise per primo alla moda, e il Casanova di Torino, poi io Zanichelli di Bologna, dopo avere in principio imitato, si misere a gareggiare di perfezione e di gusto. Oramai non c’è villaggio in Italia dove non si possan trovare le simpatiche copertineacqua di maredel Casanova o le aristocraticheguanti giallidello Zanichelli, e non c’è nessuno di quei critici, che maledicono per abitudine gli elzeviri, che perpetrando una birberia in versi eterodossi, non corra a farsela stampare in versi elzeviriani.

Lasciamo stare quel che c’è dentro agli eleganti libriccini: ma il di fuori non è bello? Non è almeno da preferirsi a quei libracci sgarbati impressi in carta straccia con capocchie di chiodi, dove i nostri babbi deponevano le loro rime? Vedete la serietà dei critici! Perchè le poesie che si stampano ora non hanno la fortuna di contentarli, gridano, piangono, sospirano anche contro il modo di stamparle, che almeno è un progresso bello e buono. Ma di questa serietà dei critici non c’è da aversene a male, poichè è una delle poche gioie degli autori. I critici credono spesso di aver messo un povero autore nel banco degli asini e di avergli inflitto un amarissimo castigo: ma se vedessero molte volte l’ilarità dell’autore punito, e se sentissero i commenti, non del colto pubblico, ma del pubblico colto, alle loro articolesse, qualche volta si accorgerebbero della loro impertinente pedanteria e sempre poi rimarrebbero sorpresi dell’umoristico effetto delle parole loro!

Perchè la critica è una bella e santa cosa, ma fatta come la facciamo ora in Italia, fa pietà davvero. Critichiamo così a orecchio, o, come si dice, a impressioni. Se abbiamo fatto colazione bene, se il sigaro è buono, se nel caffè non c’è troppa cicoria, l’impressione sarà buona ed i giudizi benigni. Se piove, se ci fa male un dente, se dobbiamo saldare il conto del calzolaio, l’impressione sarà pessima e taglieremo a pezzi il povero autore. Si fa la critica come la giustizia in Italia. Se il vento tira di qua, si trovano le circostanze attenuanti per l’omicida e la forza irresistibile pel parricida. Se il vento tira di là, si condanna il Fratti per aver usato i dovuti riguardi ai birri e si promuove il giudice che lo condanna. Così vuole il progresso, e non c’è che dire. Ma intanto c’è chi giudica i critici e i giudici. Certi libri lodati muoiono di anemia e certi parricidi assolti debbono emigrare. Certi libri vituperati si ristampano e i birri rimangono sempre birri nella stima di tutti. Anzi ci si guadagna questo, che qualche volta i giudici si confondono coi birri.

Tutto questo lavoro di arte e di critica è un bene o un male? Non si può negare che fra i volumetti che vengono fuori c’è qualche volta certa roba da fare schifo ad un professore di anatomia patologica. Ma da quando in qua si deve stampare solo la roba bella? Dal Guttenberg allo Zanichelli si stampa la roba buona e la cattiva. Scelgano i lettori secondo il loro gusto; l’editore non ha nessuna missione religiosa, sociale o politica. Il lanificio Sella fabbrica senza dubbio anche i drappi rossi e i turchini, senza che il padrone pensi a tormentarsi la coscienza sull’avvenire de’ suoi drappi; che possono diventare una bandiera repubblicana o una nappina di guardia di pubblica sicurezza. Si pensa solo a produrre: e quando si produce molto è perchè si consuma molto. E questo è buon segno.

È segno che oramai si comincia a capire che la coltura è indispensabile a tutti, anche all’uomo politico. Si capisce che non è più lecito scrivereItaliacolg, e che il Massari commette la più gigantesca imprudenza, rivelando che il conte di Cavour non era forte in grammatica e dava a correggere i discorsi della Corona precisamente al Massari! Si può dire che Teodorico re d’Italia era buon politico e non sapeva scrivere; ma si può rispondere che Teodorico regnava la bellezza di mille e quasi quattrocento anni addietro, e regnava sui Goti e su certi italiani che valevano meno dei Goti. Oggi bisogna saper molto per far qualche cosa, e i giovani che ne sono persuasi, studiano. Cascano, è vero, nel peccato di stampar troppo presto, ma ad ogni modo lavorano. Megliolavorar male che non far nulla. Meglio stampare un volume di versi sbagliati, come si fa ora, che diventar matti per la Essler, come si faceva una volta. Almeno l’arte della stampa ci guadagna. Dunque se la energia della gioventù prorompe in cattivi versi piuttosto che in cattive azioni, tanto meglio.

E la fioritura dei versi continua. Tutti gli stampatori sono occupati intorno a canzonieri nuovi: tutti gli editori mettono in vendita nuovi volumi di versi. La fortuna dei giornali a numero unico che dal gennaio in mia vengono a galla, è un altro sintomo della voglia di cose d’arte che s’è impadronita del pubblico italiano. È vero che i critici piangono sempre, ma è vero altresì che si comincia a legger molto e da molti. Alcuni editori fanno fortuna. Qualche anno fa in Italia c’erano Le Monnier e Barbèra soltanto. Ora quanti sono! Via, lasciamo piangere i critici.

Una parola tira l’altra e chiaccherando si finisce a non trovar più il modo di tornare all’argomento. Tutte queste chiacchere infatti non lasciano più che lo spazio di un annunzio, mentre il titolo faceva sperar meglio. Pazienza. Ecco l’annunzio.

Prima di tutto ecco una nuova edizione e completa deiJuveniliadi Giosuè Carducci. La prefazione fu inserita in questo giornale domenica scorsa. Una prefazione di combattimento trovava il suo posto naturale in un giornale di combattimento, e le sciabolate erano ben dirette e la sciabola taglia troppo bene perchè si debba qui ritornare sui colpi. Chi ha avuto, ha avuto. Pensino gli sciabolati a trovare il rimedio, se pur se ne trova e noi, per quanto possa dolere allaCiviltà Cattolicache da qualche mese l’ha col Carducci, e per quanto dolga agli altri gesuiti in borghese, salutiamo il maestro.

Seguono iNuovi versidel Betteloni, ai quali il Carducci fece la prefazione; la seconda edizione, quasi raddoppiata, delleLacrymaedel Chiarini; iMiei cantidi Corrado Ricci e lePoesiedi Enrico Nencioni. Tutto questo ci da un editore solo, lo Zanichelli, tutto ad un tratto.

Tempo fa, tanti versi non si stampavano in un anno. E non si dica che la roba che si stampava allora era meglio di questa, perchè per rispondere basterebbe domandare dove quella roba sia andata a finire. Si scrive dunque e si legge molto più che non si leggesse o stampasse una volta.

Piangano pure i critici dolorosi. Noi speriamo che i ministri dell’avvenire scrivanoItaliasenzage non si facciano raddrizzar la grammatica dei discorsi della Corona dall’onorevole Massari.


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