IL LIBRO DI BORDOIl buscherìo elettorale ha impedito senza dubbio ai giornali di accorgersi che il quarto volume dellibro di bordodi Alfonso Karr è importante anche come storia politica. L’autore parla della repubblica del 1848 e un po’ del colpo di Stato.Il Karr è ricco di spirito di buona lega ed è anche quel che gl’Inglesi chiamanoan excentric man. Le sueGuêpes, che non ebbero e non potevano avere alcuna grande influenza politica, ottennero però quel che i giornaloni ispirati dagli uomini importanti non cercarono mai di ottenere; cioè l’abolizione di certi abusi grandi e piccini esercitati dai banchieri e dai mercanti a spese del popolo. Valga per tutti l’esempio delle ferrovie. In Francia, una volta, la terza classe era scoperta, e i disgraziati rei di non avere i denari necessari per passare alla classe superiore, soffrivano il sole d’agosto e la neve di gennaio, a maggior gloria dei banchieri della società. Il Karr tanto disse e tanto fece nel suo giornale, che le carrozze di terza classe furono coperte. Non è più meritoria l’influenza esercitata contro un abuso, che in favore di un candidato o di un prefetto?Il Karr fu ed è buon repubblicano: ma di un repubblicanesimo conservatore mescolato ad opinioni ed antipatie personali che lo staccano affatto dai correligionari e lo conducono a far parte da sè stesso. Il sentimentalismo politico del Lamartine sembra ancora il suo sogno, ed il suo odio contro coloro che non sono repubblicani, anche nei costumi, lo fa uscire in giudizi ed in paragoni giustissimi. Queste parole, che egli scriveva, nel 1848, si possono utilmente rileggere anche oggi.«Chi è quest’uomo dal viso superbo, dalla parola secca, e che non vi guarda mai in faccia? È un repubblicano.Ma gli si parla facilmente? È egli benigno e conciliante? No! e dobbiamo confessare questo suo difetto; è fiero e non soffre un’opinione opposta alla sua. Almeno ama il povero e l’operaio? Non va con loro e non ha occasione di parlare con nessuno di loro; ma sarebbe ingiustizia rimproverarlo a lui, che nella sua stessa famiglia non permette un’opinione od un pensiero che egli non abbia prescritto. Cerca, ama, aiuta gli uomini più intelligenti e capaci? No, poichè non gli piacciono le superiorità; pensa che basti la sua e gli piacciono meglio la docilità e l’ossequio. Ma perchè queste domande? Perchè m’han detto che è repubblicano.«Oh, di questo non si può dubitare! Lo è sempre stato; sotto la restaurazione, come sotto Luigi Filippo!«Ebbene, io vi dico invece, che costui non è repubblicano. Che! Per aver detto dieci, venti, trenta anni addietro.—Io sono repubblicano—e non esserci creduto obbligato a qualche cosa di meglio, uno si crede repubblicano e gli imbecilli gridano: Egli è repubblicano; repubblicano della vecchia razza! Che direste di uno che scrivesse a lettere d’oro sulla sua bottega: Fornaio, e che non avesse pane in bottega, ma balocchi, gingilli e conterìe? E se lì vicino fosse aperta una bottega senza insegna, ma dalla quale uscisse un buon odore di pane fresco e ben cotto, steso sui banchi a profusione, seguitereste voi a correre dal primo? Io vi dico in verità, colui non è repubblicano. La repubblica obbliga. Costui ha trovato i posti occupati nelle altre aristocrazie che non l’avrebbero voluto. Egli è un aristocratico senza impiego che si è fatto repubblicano, e che è aristocratico nella repubblica. Vi basta che un liquido sia rosso per dirlo vino? Allora, peggio per voi: bevetelo, e se non ha nè profumo, nè sapore, se non vi da forza, se è una bevanda insipida e malsana, peggio per voi».Parole più vere del Vangelo, poichè si può provare che le repubbliche sono quasi sempre perdute dalla aristocrazia prepotente dei triumvirati e dei direttorii. Quando un presidente ha una corte per sè e per la presidentessa, il re è vicino. Enrico V era più vicino alla Francia durante la presidenza Mac-Mahon che durante la presidenza Grévy.Dopo la rivoluzione del 1848, a detta del Karr, c’erano in Francia molti vecchi repubblicani che di repubblicano non avevano che il nome, mentre molti repubblicani nuovi ne avevano la qualità. Certo gli avvenimenti regolano le opinioni delle maggioranze, e molti che oggi sono convinti unitari e fieri monarchici non cominciarono ad esserlo che nel 1859. Così se domani il popolo italiano si convincesse che la sua salute sta nella repubblica e nella federazione,molti diverrebbero repubblicani convinti e federalisti accaniti. Questo dipende dal non essere le forme di governo cose assolutamente buone o assolutamente cattive, ma più o meno adatte a soddisfare gl’interessi dei più, secondo esigono i bisogni che cambiano spesso. Non v’ha dubbio che in questi casi molte conversioni sono figlie dell’ipocrisia, dell’ambizione o della paura; ma questo non toglie che l’esser repubblicano dalla nascita voglia dire esser buon repubblicano.Alcune righe del Karr sembrano scritte apposta pei nostri progressisti saliti al potere dopo quella che fu detta rivoluzione parlamentare. «Speriamo che questa non sarà soltanto una rivoluzione politica, ma altresì sociale; cioè che non consista soltanto nel mandare a casa cento impipati grassi per nominare cento di magri che ingrasseranno alla loro volta a nostre spese. Speriamo che abbia una influenza sui costumi e che distruggerà il funesto effetto della massima così profondamente immorale del Guizot: Arricchitevi.» Ma purtroppo è inutile sperare: l’affarismo santificato dal Guizot noi l’abbiamo portato tanto tanto in alto, che presto ci cadrà addosso. Chi morrà sotto le rovine è facile prevederlo.Il libro del Karr, che non è in fondo che una autobiografia aneddotica, non parla di politica che per incidente. Il più ed il meglio riguarda le relazioni dell’autore coi più illustri letterati francesi contemporanei, e diventerà un giorno una sorgente inesausta di curiosità biografiche. Quel che può interessare noi italiani, in questo volume, sta nelle battaglie tra il Karr e la signora Solms, vedova Rattazzi. La signora c’è dipinta tutta, e nessun pudico scrupolo vola le relazioni della cugina dell’imperatore col Ponsard e col Sue. Un curioso plagio della dama letterata ritorna a galla e, poichè non c’è ragione di dubitare di quel che il Karr afferma di una persona vivente e che può rispondere, bisogna confessare che la signora non ci fa una bella figura.Il libro non ha nessuna pretensione e non è che una lungacauserieinterrotta da parentesi, da chiacchere, da frizzi arguti che tolgono monotonia al racconto. Per tre quarti del volume, l’io, l’inevitabileiodi questa sorta di lavori, sa nascondersi tanto nelle disgressioni e negli incidenti, da allontanare quel non so che di antipatico che destano sempre i discorsi ed i libri troppo personali. Non già che questo sia un esempio di autobiografia ben fatta; ma tra la pesantezza dei ricordi del Bufalini, l’aridità di quelli del Pacini, la poca chiarezza di quelli, lodati troppo, dell’Arrivabene, pare che potrebbe, anche tra noi, entrare quel fare spigliato, ameno, piacevole, che Massimod’Azeglio aveva indovinato. Un libro di ricordi non è un trattato, non è un manuale di storia, ma deve farsi leggere da molti, anche da quelli che leggono per passatempo. Non si leggono questi libri per acquistare cognizioni varie e profonde, ma per conoscere un uomo; ed un uomo si conosce meglio dalle chiacchere in veste da camera, che dalle orazioni in toga.Ma c’è una difficoltà. Per giudicare senza passione della vita e degli avvenimenti trascorsi, bisogna esser lontani dalle battaglie politiche e letterarie, bisogna insomma esser vecchi e pochi sanno conservare nella vecchiaia quel brio giovanile che si fa leggere volentieri. Il vecchio vuol essere grave, vuol insegnare, diventa pesante e pedante, e sbaglia quindi spesso la propria autobiografia, che, come si vede, non è lavoro per tutti.Speriamo almeno che i molti uomini saliti in alto in quest’ultimo ventennio e mescolati alle vicende italiane gloriose e dolorose, vogliano e sappiano darci molte di queste curiose storie, di queste utili rivelazioni, di queste narrazioni di ciò che accade tra le quinte, necessario a sapersi quanto ciò che accade sul palcoscenico.
IL LIBRO DI BORDOIl buscherìo elettorale ha impedito senza dubbio ai giornali di accorgersi che il quarto volume dellibro di bordodi Alfonso Karr è importante anche come storia politica. L’autore parla della repubblica del 1848 e un po’ del colpo di Stato.Il Karr è ricco di spirito di buona lega ed è anche quel che gl’Inglesi chiamanoan excentric man. Le sueGuêpes, che non ebbero e non potevano avere alcuna grande influenza politica, ottennero però quel che i giornaloni ispirati dagli uomini importanti non cercarono mai di ottenere; cioè l’abolizione di certi abusi grandi e piccini esercitati dai banchieri e dai mercanti a spese del popolo. Valga per tutti l’esempio delle ferrovie. In Francia, una volta, la terza classe era scoperta, e i disgraziati rei di non avere i denari necessari per passare alla classe superiore, soffrivano il sole d’agosto e la neve di gennaio, a maggior gloria dei banchieri della società. Il Karr tanto disse e tanto fece nel suo giornale, che le carrozze di terza classe furono coperte. Non è più meritoria l’influenza esercitata contro un abuso, che in favore di un candidato o di un prefetto?Il Karr fu ed è buon repubblicano: ma di un repubblicanesimo conservatore mescolato ad opinioni ed antipatie personali che lo staccano affatto dai correligionari e lo conducono a far parte da sè stesso. Il sentimentalismo politico del Lamartine sembra ancora il suo sogno, ed il suo odio contro coloro che non sono repubblicani, anche nei costumi, lo fa uscire in giudizi ed in paragoni giustissimi. Queste parole, che egli scriveva, nel 1848, si possono utilmente rileggere anche oggi.«Chi è quest’uomo dal viso superbo, dalla parola secca, e che non vi guarda mai in faccia? È un repubblicano.Ma gli si parla facilmente? È egli benigno e conciliante? No! e dobbiamo confessare questo suo difetto; è fiero e non soffre un’opinione opposta alla sua. Almeno ama il povero e l’operaio? Non va con loro e non ha occasione di parlare con nessuno di loro; ma sarebbe ingiustizia rimproverarlo a lui, che nella sua stessa famiglia non permette un’opinione od un pensiero che egli non abbia prescritto. Cerca, ama, aiuta gli uomini più intelligenti e capaci? No, poichè non gli piacciono le superiorità; pensa che basti la sua e gli piacciono meglio la docilità e l’ossequio. Ma perchè queste domande? Perchè m’han detto che è repubblicano.«Oh, di questo non si può dubitare! Lo è sempre stato; sotto la restaurazione, come sotto Luigi Filippo!«Ebbene, io vi dico invece, che costui non è repubblicano. Che! Per aver detto dieci, venti, trenta anni addietro.—Io sono repubblicano—e non esserci creduto obbligato a qualche cosa di meglio, uno si crede repubblicano e gli imbecilli gridano: Egli è repubblicano; repubblicano della vecchia razza! Che direste di uno che scrivesse a lettere d’oro sulla sua bottega: Fornaio, e che non avesse pane in bottega, ma balocchi, gingilli e conterìe? E se lì vicino fosse aperta una bottega senza insegna, ma dalla quale uscisse un buon odore di pane fresco e ben cotto, steso sui banchi a profusione, seguitereste voi a correre dal primo? Io vi dico in verità, colui non è repubblicano. La repubblica obbliga. Costui ha trovato i posti occupati nelle altre aristocrazie che non l’avrebbero voluto. Egli è un aristocratico senza impiego che si è fatto repubblicano, e che è aristocratico nella repubblica. Vi basta che un liquido sia rosso per dirlo vino? Allora, peggio per voi: bevetelo, e se non ha nè profumo, nè sapore, se non vi da forza, se è una bevanda insipida e malsana, peggio per voi».Parole più vere del Vangelo, poichè si può provare che le repubbliche sono quasi sempre perdute dalla aristocrazia prepotente dei triumvirati e dei direttorii. Quando un presidente ha una corte per sè e per la presidentessa, il re è vicino. Enrico V era più vicino alla Francia durante la presidenza Mac-Mahon che durante la presidenza Grévy.Dopo la rivoluzione del 1848, a detta del Karr, c’erano in Francia molti vecchi repubblicani che di repubblicano non avevano che il nome, mentre molti repubblicani nuovi ne avevano la qualità. Certo gli avvenimenti regolano le opinioni delle maggioranze, e molti che oggi sono convinti unitari e fieri monarchici non cominciarono ad esserlo che nel 1859. Così se domani il popolo italiano si convincesse che la sua salute sta nella repubblica e nella federazione,molti diverrebbero repubblicani convinti e federalisti accaniti. Questo dipende dal non essere le forme di governo cose assolutamente buone o assolutamente cattive, ma più o meno adatte a soddisfare gl’interessi dei più, secondo esigono i bisogni che cambiano spesso. Non v’ha dubbio che in questi casi molte conversioni sono figlie dell’ipocrisia, dell’ambizione o della paura; ma questo non toglie che l’esser repubblicano dalla nascita voglia dire esser buon repubblicano.Alcune righe del Karr sembrano scritte apposta pei nostri progressisti saliti al potere dopo quella che fu detta rivoluzione parlamentare. «Speriamo che questa non sarà soltanto una rivoluzione politica, ma altresì sociale; cioè che non consista soltanto nel mandare a casa cento impipati grassi per nominare cento di magri che ingrasseranno alla loro volta a nostre spese. Speriamo che abbia una influenza sui costumi e che distruggerà il funesto effetto della massima così profondamente immorale del Guizot: Arricchitevi.» Ma purtroppo è inutile sperare: l’affarismo santificato dal Guizot noi l’abbiamo portato tanto tanto in alto, che presto ci cadrà addosso. Chi morrà sotto le rovine è facile prevederlo.Il libro del Karr, che non è in fondo che una autobiografia aneddotica, non parla di politica che per incidente. Il più ed il meglio riguarda le relazioni dell’autore coi più illustri letterati francesi contemporanei, e diventerà un giorno una sorgente inesausta di curiosità biografiche. Quel che può interessare noi italiani, in questo volume, sta nelle battaglie tra il Karr e la signora Solms, vedova Rattazzi. La signora c’è dipinta tutta, e nessun pudico scrupolo vola le relazioni della cugina dell’imperatore col Ponsard e col Sue. Un curioso plagio della dama letterata ritorna a galla e, poichè non c’è ragione di dubitare di quel che il Karr afferma di una persona vivente e che può rispondere, bisogna confessare che la signora non ci fa una bella figura.Il libro non ha nessuna pretensione e non è che una lungacauserieinterrotta da parentesi, da chiacchere, da frizzi arguti che tolgono monotonia al racconto. Per tre quarti del volume, l’io, l’inevitabileiodi questa sorta di lavori, sa nascondersi tanto nelle disgressioni e negli incidenti, da allontanare quel non so che di antipatico che destano sempre i discorsi ed i libri troppo personali. Non già che questo sia un esempio di autobiografia ben fatta; ma tra la pesantezza dei ricordi del Bufalini, l’aridità di quelli del Pacini, la poca chiarezza di quelli, lodati troppo, dell’Arrivabene, pare che potrebbe, anche tra noi, entrare quel fare spigliato, ameno, piacevole, che Massimod’Azeglio aveva indovinato. Un libro di ricordi non è un trattato, non è un manuale di storia, ma deve farsi leggere da molti, anche da quelli che leggono per passatempo. Non si leggono questi libri per acquistare cognizioni varie e profonde, ma per conoscere un uomo; ed un uomo si conosce meglio dalle chiacchere in veste da camera, che dalle orazioni in toga.Ma c’è una difficoltà. Per giudicare senza passione della vita e degli avvenimenti trascorsi, bisogna esser lontani dalle battaglie politiche e letterarie, bisogna insomma esser vecchi e pochi sanno conservare nella vecchiaia quel brio giovanile che si fa leggere volentieri. Il vecchio vuol essere grave, vuol insegnare, diventa pesante e pedante, e sbaglia quindi spesso la propria autobiografia, che, come si vede, non è lavoro per tutti.Speriamo almeno che i molti uomini saliti in alto in quest’ultimo ventennio e mescolati alle vicende italiane gloriose e dolorose, vogliano e sappiano darci molte di queste curiose storie, di queste utili rivelazioni, di queste narrazioni di ciò che accade tra le quinte, necessario a sapersi quanto ciò che accade sul palcoscenico.
Il buscherìo elettorale ha impedito senza dubbio ai giornali di accorgersi che il quarto volume dellibro di bordodi Alfonso Karr è importante anche come storia politica. L’autore parla della repubblica del 1848 e un po’ del colpo di Stato.
Il Karr è ricco di spirito di buona lega ed è anche quel che gl’Inglesi chiamanoan excentric man. Le sueGuêpes, che non ebbero e non potevano avere alcuna grande influenza politica, ottennero però quel che i giornaloni ispirati dagli uomini importanti non cercarono mai di ottenere; cioè l’abolizione di certi abusi grandi e piccini esercitati dai banchieri e dai mercanti a spese del popolo. Valga per tutti l’esempio delle ferrovie. In Francia, una volta, la terza classe era scoperta, e i disgraziati rei di non avere i denari necessari per passare alla classe superiore, soffrivano il sole d’agosto e la neve di gennaio, a maggior gloria dei banchieri della società. Il Karr tanto disse e tanto fece nel suo giornale, che le carrozze di terza classe furono coperte. Non è più meritoria l’influenza esercitata contro un abuso, che in favore di un candidato o di un prefetto?
Il Karr fu ed è buon repubblicano: ma di un repubblicanesimo conservatore mescolato ad opinioni ed antipatie personali che lo staccano affatto dai correligionari e lo conducono a far parte da sè stesso. Il sentimentalismo politico del Lamartine sembra ancora il suo sogno, ed il suo odio contro coloro che non sono repubblicani, anche nei costumi, lo fa uscire in giudizi ed in paragoni giustissimi. Queste parole, che egli scriveva, nel 1848, si possono utilmente rileggere anche oggi.
«Chi è quest’uomo dal viso superbo, dalla parola secca, e che non vi guarda mai in faccia? È un repubblicano.Ma gli si parla facilmente? È egli benigno e conciliante? No! e dobbiamo confessare questo suo difetto; è fiero e non soffre un’opinione opposta alla sua. Almeno ama il povero e l’operaio? Non va con loro e non ha occasione di parlare con nessuno di loro; ma sarebbe ingiustizia rimproverarlo a lui, che nella sua stessa famiglia non permette un’opinione od un pensiero che egli non abbia prescritto. Cerca, ama, aiuta gli uomini più intelligenti e capaci? No, poichè non gli piacciono le superiorità; pensa che basti la sua e gli piacciono meglio la docilità e l’ossequio. Ma perchè queste domande? Perchè m’han detto che è repubblicano.
«Oh, di questo non si può dubitare! Lo è sempre stato; sotto la restaurazione, come sotto Luigi Filippo!
«Ebbene, io vi dico invece, che costui non è repubblicano. Che! Per aver detto dieci, venti, trenta anni addietro.—Io sono repubblicano—e non esserci creduto obbligato a qualche cosa di meglio, uno si crede repubblicano e gli imbecilli gridano: Egli è repubblicano; repubblicano della vecchia razza! Che direste di uno che scrivesse a lettere d’oro sulla sua bottega: Fornaio, e che non avesse pane in bottega, ma balocchi, gingilli e conterìe? E se lì vicino fosse aperta una bottega senza insegna, ma dalla quale uscisse un buon odore di pane fresco e ben cotto, steso sui banchi a profusione, seguitereste voi a correre dal primo? Io vi dico in verità, colui non è repubblicano. La repubblica obbliga. Costui ha trovato i posti occupati nelle altre aristocrazie che non l’avrebbero voluto. Egli è un aristocratico senza impiego che si è fatto repubblicano, e che è aristocratico nella repubblica. Vi basta che un liquido sia rosso per dirlo vino? Allora, peggio per voi: bevetelo, e se non ha nè profumo, nè sapore, se non vi da forza, se è una bevanda insipida e malsana, peggio per voi».
Parole più vere del Vangelo, poichè si può provare che le repubbliche sono quasi sempre perdute dalla aristocrazia prepotente dei triumvirati e dei direttorii. Quando un presidente ha una corte per sè e per la presidentessa, il re è vicino. Enrico V era più vicino alla Francia durante la presidenza Mac-Mahon che durante la presidenza Grévy.
Dopo la rivoluzione del 1848, a detta del Karr, c’erano in Francia molti vecchi repubblicani che di repubblicano non avevano che il nome, mentre molti repubblicani nuovi ne avevano la qualità. Certo gli avvenimenti regolano le opinioni delle maggioranze, e molti che oggi sono convinti unitari e fieri monarchici non cominciarono ad esserlo che nel 1859. Così se domani il popolo italiano si convincesse che la sua salute sta nella repubblica e nella federazione,molti diverrebbero repubblicani convinti e federalisti accaniti. Questo dipende dal non essere le forme di governo cose assolutamente buone o assolutamente cattive, ma più o meno adatte a soddisfare gl’interessi dei più, secondo esigono i bisogni che cambiano spesso. Non v’ha dubbio che in questi casi molte conversioni sono figlie dell’ipocrisia, dell’ambizione o della paura; ma questo non toglie che l’esser repubblicano dalla nascita voglia dire esser buon repubblicano.
Alcune righe del Karr sembrano scritte apposta pei nostri progressisti saliti al potere dopo quella che fu detta rivoluzione parlamentare. «Speriamo che questa non sarà soltanto una rivoluzione politica, ma altresì sociale; cioè che non consista soltanto nel mandare a casa cento impipati grassi per nominare cento di magri che ingrasseranno alla loro volta a nostre spese. Speriamo che abbia una influenza sui costumi e che distruggerà il funesto effetto della massima così profondamente immorale del Guizot: Arricchitevi.» Ma purtroppo è inutile sperare: l’affarismo santificato dal Guizot noi l’abbiamo portato tanto tanto in alto, che presto ci cadrà addosso. Chi morrà sotto le rovine è facile prevederlo.
Il libro del Karr, che non è in fondo che una autobiografia aneddotica, non parla di politica che per incidente. Il più ed il meglio riguarda le relazioni dell’autore coi più illustri letterati francesi contemporanei, e diventerà un giorno una sorgente inesausta di curiosità biografiche. Quel che può interessare noi italiani, in questo volume, sta nelle battaglie tra il Karr e la signora Solms, vedova Rattazzi. La signora c’è dipinta tutta, e nessun pudico scrupolo vola le relazioni della cugina dell’imperatore col Ponsard e col Sue. Un curioso plagio della dama letterata ritorna a galla e, poichè non c’è ragione di dubitare di quel che il Karr afferma di una persona vivente e che può rispondere, bisogna confessare che la signora non ci fa una bella figura.
Il libro non ha nessuna pretensione e non è che una lungacauserieinterrotta da parentesi, da chiacchere, da frizzi arguti che tolgono monotonia al racconto. Per tre quarti del volume, l’io, l’inevitabileiodi questa sorta di lavori, sa nascondersi tanto nelle disgressioni e negli incidenti, da allontanare quel non so che di antipatico che destano sempre i discorsi ed i libri troppo personali. Non già che questo sia un esempio di autobiografia ben fatta; ma tra la pesantezza dei ricordi del Bufalini, l’aridità di quelli del Pacini, la poca chiarezza di quelli, lodati troppo, dell’Arrivabene, pare che potrebbe, anche tra noi, entrare quel fare spigliato, ameno, piacevole, che Massimod’Azeglio aveva indovinato. Un libro di ricordi non è un trattato, non è un manuale di storia, ma deve farsi leggere da molti, anche da quelli che leggono per passatempo. Non si leggono questi libri per acquistare cognizioni varie e profonde, ma per conoscere un uomo; ed un uomo si conosce meglio dalle chiacchere in veste da camera, che dalle orazioni in toga.
Ma c’è una difficoltà. Per giudicare senza passione della vita e degli avvenimenti trascorsi, bisogna esser lontani dalle battaglie politiche e letterarie, bisogna insomma esser vecchi e pochi sanno conservare nella vecchiaia quel brio giovanile che si fa leggere volentieri. Il vecchio vuol essere grave, vuol insegnare, diventa pesante e pedante, e sbaglia quindi spesso la propria autobiografia, che, come si vede, non è lavoro per tutti.
Speriamo almeno che i molti uomini saliti in alto in quest’ultimo ventennio e mescolati alle vicende italiane gloriose e dolorose, vogliano e sappiano darci molte di queste curiose storie, di queste utili rivelazioni, di queste narrazioni di ciò che accade tra le quinte, necessario a sapersi quanto ciò che accade sul palcoscenico.