IN LAPPONIAIl Lèouzon Le Duc, stampando la sua traduzione dei canti nazionali svedesi, diceva che mentre il mezzogiorno ci illumina col suo sole, ci culla con la sua armonia, c’inebria co’ suoi profumi, il nord invece non ci appare che attraverso ad una nube lontana, come un fantasma gelido avvolto in tenebre eterne. Il nord ci fa paura.Ed è vero. Il Baretti, uomo di pochi pregiudizi e che aveva girato il mondo, chiamaspaventosala Norvegia edorribilela Finlandia. I lapponi che ci descrive il Mantegazza[1]ci fanno proprio paura.Se dobbiamo credere alla Genesi, poi che Noè «bevve del vino e s’inebriò e si scoperse nel mezzo del suo tabernacolo» il curioso Cam fu maledetto ed i suoi discendenti condannati ad essere i servi de’ suoi fratelli. Bisogna dire che Dio non ratificasse la maledizione dell’enologo patriarca, perchè i cananei sono più fortunati di molti semiti. L’Africa, la terra dove le tradizioni religiose hanno voluto mettere la punizione del peccato di Cam, ad ogni nuovo viaggio di scoperta ci appare più ricca ed invidiabile, mentre la terra della desolazione e dello spavento è toccata in retaggio ai poveri semiti che avevano bene meritato della decenza. Così va il mondo.Noi, nati nel paese che ispirava il canto nostalgico di Mignon, nel paese «dove fioriscono i limoni, dove tra le brune foglie rosseggiano le arance d’oro, dove un’aura leggera scende dall’azzurro cielo e il mirto cresce modesto e superbo l’alloro,» noi pensiamo con terrore alle landedesolate dove vegetano a stento i licheni che Linneo chiamò «gli ultimi vegetali che coprono l’ultima terra». Quasi tutto l’anno la neve copre il suolo sterile, e qualche volta il termometro segna cinquanta gradi sotto lo zero. Per molti mesi il giorno cede il posto alla notte continuata, incresciosa, e per altrettanto tempo la notte scompare affatto e il sole rimane ventiquattro ore sull’orizzonte, snervando gli uomini colla sua luce ostinata e nemica del sonno, come nascondendosi per giorni lunghi, eterni, pareva aver già spento la vita ingrata, vive un povero popolo di pastori erranti e semibarbari. Quando la stagione lo consente i lapponi scendono verso il mare, dove le acque tepide del Gulfstream mantengono una temperatura meno gelata. Le correnti portano qualche volta tronchi d’alberi cresciuti sotto cielo migliore e semi fino dalle Antille, che sono raccolti e conservati come amuleti. Poi, esauriti i pascoli per le renne, è d’uopo ritornare al triste luogo di partenza. Il Mantegazza dà la traduzione di alcuni canti lapponi: eccone uno tristissimo che ho chiuso nelle strettoie del verso italiano:Io, povero lappone vagabondoIo qua giù debbo faticando errar.Debbo peregrinar per tutto il mondo,Tutta la vita mia così passar.Non è bello; si sa, è poesia lappone: ma è ben triste questa sintesi della vita di un popolo intero chiusa in quattro versi dolorosi, mentre a noi, come all’Ermengarda del Manzoni,...ogni auroraCresce la gioia del destarsi!....Partono cogli armenti di renne, affaticati dalla vita nomade, privi d’ogni conforto, d’ogni comodo, d’ogni speranza di meglio. Il Rèclus ci dice che hanno gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato all’estremità, gli occhi piccoli, la faccia triangolare, la barba rasa e la pelle spesso giallastra. Insomma non sono belli. Vivono in buchi scavati in terra e mal coperti da una tenda di lana o di pelle. Tremano tutto i giorni che il lupo non assalga le renne e non privi l’intera famiglia dell’unico mezzo di sussistenza. Di rado sanno leggere, e spesso nella loro nuova religione non possono dimenticare le superstizioni dell’antica idolatria. Tutto manca loro: bellezza, ingegno, sicurezza, coltura,reliquie, tutto. Eppure... eppure queste creature disgraziate, queste caricature d’uomo, amano e soffrono come noi, cantano l’amore meno raffinatamente ma collo stesso cuore del Petrarca, il quale avrebbe espresso certo in versi migliori ma non meno melanconici quei sentimenti del povero lappone che emigra:Avanti me ne vo peregrinando,Ma si volgono addietro i miei pensieri:Dov’è, dov’è la sposa mia? domando...Ahimè, segue il mio cuore altri sentieri!Tornati nelle terre più centrali, non cercano per loro le privazioni e gli stenti. Il loro vitto è orribile. Poco latte di renna cagliato e gelato. Carne bollita e tuffata nel sego. Caffè misto di sangue e di grasso, qualche cosa insomma da rivoltare lo stomaco ad una statua di bronzo. Eppure in mezzo agli orrori di quelle notti senza fine, di quelle fatiche senza riposo, di quella vita dolorosa che per metà ci fa compassione e per metà schifo, l’amore rimane in tutte le sue migliori forme e canta gli inni del trionfo o le elegie dell’abbandono, come presso tutti i popoli del mondo. A Roma, per dire quel che hanno visto tutti, il cacciatore che ha ucciso la volpe le recide la coda e la presenta alla nobile dama che prima sopraggiunge. Il lappone canta:Andai su gli alti montiDe ’l rangifero a caccia.Uno ne cadde sotto al ferreo straleE penetrò la puntaTutta ne ’l caldo cor de ’l animale.Cadde il renne ad un tratto e su la neveImmobile si giacque.Su le spalle lo presiE a ’l villaggio natìo così discesi,Gli recisi le zampe e le scagliaiE disdegnoso le gettai ne ’l lago,Gli recisile zampe e le scagliaiNe l’onda, e presi il corpo e lo portaiA’ genitori miei ne la capanna.A lor la carne diedi,Ed a la donna mia, tutto festante,Il coricin donai caldo e fumante.Il Petrarca scrive un canzoniere per la morte di Laura, che egli rassomiglia volentieri alsuperbo allorodi Mignon. Il lappone non conosce l’alloro e paragona la sua donna alla neve, a quella stessa neve che a noi sembra tanto triste:Ahi, che il mio cuore di tristezza è grevePerchè m’han tolto la mia cara neve!E pure, e pur se a questo mondo gemo,C’incontreremo in ciel, c’incontreremo.Vi ricordate la canzone di Desdemonaa’ piè d’un mesto salice?E i bei versi di Alfredo di Musset che gli amici inscrissero sulla pietra sepolcrale?Mes chers amis, quand je mourrai,Plantez un saule au cimetière,J’aime son feuillage éploré,La páleur m’en est douce et chére,Et son ombre sera légéreA la terre ou je dormirai.Anche il lappone canta l’albero che è simbolo della melanconia:Piccolo salice, piccolo salice,Deh, perchè questa tua confusione?Ti culla il vento, piccolo salice,Ti culla il vento de ’l settentrione?Ti culla il vento, piccolo salice,O con la piova tormentatriceTi sbatte, o scende co’ l’onda gelida,Co’ l’onda, a carezzar la tua radice?E vi ricordate la prima favola de La Fontaine:La cigale, ayant chanté tout t’étè, ecc.? Dice il lappone:Chiese la cavalletta a la zanzara:—Che cosa fate voi tutta l’estate?—Canto, rispose. E voi che cosa fate?—Ballo, mia cara.Che più? Ci sono delle frasi intere che sono belle in Grecia come in Lapponia. Un canto, che lascio per maggior precisione nella versione in prosa del Mantegazza eche fa parte del ciclodel gemente Kaskias, dice: «Io non ritorno più,—giammai—giammai in questo mondo—ritornerò io a te.» E un frammento di Saffo (diciamolo in latino!):Virginitas virginitas, quo abis me rèlicta?(Non amplius, reddam ad te, non amplius!)Insomma vediamo tra i poveri lapponi e il resto degli europei una diversità radicale di razza, di istinti, di vita, di costumi, di tutto quel che volete, ma troviamo una equivalenza quasi completa nella espressione letteraria dell’amore, almeno per quel che si può capire dai pochi canti amorosi che ci riferisce il Mantegazza. Intendiamoci. Sicuro che la espressione letteraria del Petrarca è meravigliosamente superiore, come raffinatezza di forma e di sentimento, a quella dei poeti lapponi; si capisce. Ma il sentimento, benchè più primitivo e rozzo, il lappone lo ha identico e lo esprime con la stessa intonazione di un poeta incivilito e colto. Si può dire che questa è una affermazione degna del signor De La Palisse, buon’anima sua, perchè l’amore è lo stesso da per tutto; ma io mi permetterò di respingere rispettosamente questa parentela coll’illustre guerriero che seppe esser vivo due ore prima della morte, osservando che c’è proprio una grandissima differenza nella espressione letteraria e facilmente anche nel sentimento dell’amore, tra noi e le razze semitiche. L’amore noi lo sentiamo e non lo cantiamo come il poeta ebreo del Cantico dei Cantici, mi pare Hafiz e il Petrarca furono contemporanei, furono grandi tutti e due nella lirica amorosa; eppure c’è meno differenza tra il poeta italiano e il lappone, che non tra l’italiano e il persiano. Non faccio, s’intende, paragoni irriverenti, ma voglio dire soltanto che il lappone semita sente ed esprime l’amore piuttosto come un indo-europeo che come un asiatico; eppure il lappone è asiatico. Mi spiego?E questa somiglianza colpisce di più, se si bada che tutto quello che non riguarda l’amore è sentito ed espresso come noi non sappiamo sentire ed esprimere. Il canto ifigli del Sole, raccolto dal Fjellner, è lappone, è barbaro, è strano, non ha una frase che possa entrare nelle nostre letterature senza sforzo. Il cantoLa bellezza della sposasi può invece tradurre benissimo, e mi ci proverei se non fosse troppo lungo e la poesia lappone non fosse ormai troppa. Una stranezza sola c’è in quei trenta versi, ed è là dove l’innamorato si augurai piedi dell’oca ed i piedi della bella anatra, per andare dalla sua bella. Tutto ilresto può essere scritto in Italia, in Germania, in Inghilterra, dove volete; e questo perchè è un canto d’amore, mentre l’altro, esclusivamente ed orribilmente barbarico ed intraducibile, è un canto tra l’epico e il drammatico, riflesso di qualche antica leggenda.Così, ignorato quasi tra le nevi e la notte, vive un popolo che non conosce nessuno di questi sorrisi di cielo, di queste mollezze del clima, dei costumi e dei canti nostri. Chi potrebbe far capire ad un povero lappone come sia azzurro il mare a Sorrento, come sia allegro un giorno di vendemmia, come sublime un quartetto di Beethoven? Noi ci sentiamo mossi a pietà.... eppure il lappone è del parere di Mefistofele e non ha troppo simpatie pel mezzogiorno. Mefistofele non ci poteva soffrire i preti e gli scorpioni, ed il lappone non può soffrire il vento caldo. Egli dice (abbiate pazienza, ho finito):Di’, quale è il vento che ti par più bello?Di’, quale è il vento che ti piace più?Quello de ’l sud, torbido e caldo, o quelloChe da i monti de ’l nord fresco vien giù?Siamo ben lungi dunque dall’invidiarci a vicenda, come facciamo spesso coi nostri vicini. Possiamo dunque, così da lontano, mantenere una corrente di platoniche simpatie, che non influirà punto sopra i nostri confini o le nostre letterature: e questo mi pare uno dei più invidiabili casi di fratellanza dei popoli. Se si potesse far sempre così!
IN LAPPONIAIl Lèouzon Le Duc, stampando la sua traduzione dei canti nazionali svedesi, diceva che mentre il mezzogiorno ci illumina col suo sole, ci culla con la sua armonia, c’inebria co’ suoi profumi, il nord invece non ci appare che attraverso ad una nube lontana, come un fantasma gelido avvolto in tenebre eterne. Il nord ci fa paura.Ed è vero. Il Baretti, uomo di pochi pregiudizi e che aveva girato il mondo, chiamaspaventosala Norvegia edorribilela Finlandia. I lapponi che ci descrive il Mantegazza[1]ci fanno proprio paura.Se dobbiamo credere alla Genesi, poi che Noè «bevve del vino e s’inebriò e si scoperse nel mezzo del suo tabernacolo» il curioso Cam fu maledetto ed i suoi discendenti condannati ad essere i servi de’ suoi fratelli. Bisogna dire che Dio non ratificasse la maledizione dell’enologo patriarca, perchè i cananei sono più fortunati di molti semiti. L’Africa, la terra dove le tradizioni religiose hanno voluto mettere la punizione del peccato di Cam, ad ogni nuovo viaggio di scoperta ci appare più ricca ed invidiabile, mentre la terra della desolazione e dello spavento è toccata in retaggio ai poveri semiti che avevano bene meritato della decenza. Così va il mondo.Noi, nati nel paese che ispirava il canto nostalgico di Mignon, nel paese «dove fioriscono i limoni, dove tra le brune foglie rosseggiano le arance d’oro, dove un’aura leggera scende dall’azzurro cielo e il mirto cresce modesto e superbo l’alloro,» noi pensiamo con terrore alle landedesolate dove vegetano a stento i licheni che Linneo chiamò «gli ultimi vegetali che coprono l’ultima terra». Quasi tutto l’anno la neve copre il suolo sterile, e qualche volta il termometro segna cinquanta gradi sotto lo zero. Per molti mesi il giorno cede il posto alla notte continuata, incresciosa, e per altrettanto tempo la notte scompare affatto e il sole rimane ventiquattro ore sull’orizzonte, snervando gli uomini colla sua luce ostinata e nemica del sonno, come nascondendosi per giorni lunghi, eterni, pareva aver già spento la vita ingrata, vive un povero popolo di pastori erranti e semibarbari. Quando la stagione lo consente i lapponi scendono verso il mare, dove le acque tepide del Gulfstream mantengono una temperatura meno gelata. Le correnti portano qualche volta tronchi d’alberi cresciuti sotto cielo migliore e semi fino dalle Antille, che sono raccolti e conservati come amuleti. Poi, esauriti i pascoli per le renne, è d’uopo ritornare al triste luogo di partenza. Il Mantegazza dà la traduzione di alcuni canti lapponi: eccone uno tristissimo che ho chiuso nelle strettoie del verso italiano:Io, povero lappone vagabondoIo qua giù debbo faticando errar.Debbo peregrinar per tutto il mondo,Tutta la vita mia così passar.Non è bello; si sa, è poesia lappone: ma è ben triste questa sintesi della vita di un popolo intero chiusa in quattro versi dolorosi, mentre a noi, come all’Ermengarda del Manzoni,...ogni auroraCresce la gioia del destarsi!....Partono cogli armenti di renne, affaticati dalla vita nomade, privi d’ogni conforto, d’ogni comodo, d’ogni speranza di meglio. Il Rèclus ci dice che hanno gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato all’estremità, gli occhi piccoli, la faccia triangolare, la barba rasa e la pelle spesso giallastra. Insomma non sono belli. Vivono in buchi scavati in terra e mal coperti da una tenda di lana o di pelle. Tremano tutto i giorni che il lupo non assalga le renne e non privi l’intera famiglia dell’unico mezzo di sussistenza. Di rado sanno leggere, e spesso nella loro nuova religione non possono dimenticare le superstizioni dell’antica idolatria. Tutto manca loro: bellezza, ingegno, sicurezza, coltura,reliquie, tutto. Eppure... eppure queste creature disgraziate, queste caricature d’uomo, amano e soffrono come noi, cantano l’amore meno raffinatamente ma collo stesso cuore del Petrarca, il quale avrebbe espresso certo in versi migliori ma non meno melanconici quei sentimenti del povero lappone che emigra:Avanti me ne vo peregrinando,Ma si volgono addietro i miei pensieri:Dov’è, dov’è la sposa mia? domando...Ahimè, segue il mio cuore altri sentieri!Tornati nelle terre più centrali, non cercano per loro le privazioni e gli stenti. Il loro vitto è orribile. Poco latte di renna cagliato e gelato. Carne bollita e tuffata nel sego. Caffè misto di sangue e di grasso, qualche cosa insomma da rivoltare lo stomaco ad una statua di bronzo. Eppure in mezzo agli orrori di quelle notti senza fine, di quelle fatiche senza riposo, di quella vita dolorosa che per metà ci fa compassione e per metà schifo, l’amore rimane in tutte le sue migliori forme e canta gli inni del trionfo o le elegie dell’abbandono, come presso tutti i popoli del mondo. A Roma, per dire quel che hanno visto tutti, il cacciatore che ha ucciso la volpe le recide la coda e la presenta alla nobile dama che prima sopraggiunge. Il lappone canta:Andai su gli alti montiDe ’l rangifero a caccia.Uno ne cadde sotto al ferreo straleE penetrò la puntaTutta ne ’l caldo cor de ’l animale.Cadde il renne ad un tratto e su la neveImmobile si giacque.Su le spalle lo presiE a ’l villaggio natìo così discesi,Gli recisi le zampe e le scagliaiE disdegnoso le gettai ne ’l lago,Gli recisile zampe e le scagliaiNe l’onda, e presi il corpo e lo portaiA’ genitori miei ne la capanna.A lor la carne diedi,Ed a la donna mia, tutto festante,Il coricin donai caldo e fumante.Il Petrarca scrive un canzoniere per la morte di Laura, che egli rassomiglia volentieri alsuperbo allorodi Mignon. Il lappone non conosce l’alloro e paragona la sua donna alla neve, a quella stessa neve che a noi sembra tanto triste:Ahi, che il mio cuore di tristezza è grevePerchè m’han tolto la mia cara neve!E pure, e pur se a questo mondo gemo,C’incontreremo in ciel, c’incontreremo.Vi ricordate la canzone di Desdemonaa’ piè d’un mesto salice?E i bei versi di Alfredo di Musset che gli amici inscrissero sulla pietra sepolcrale?Mes chers amis, quand je mourrai,Plantez un saule au cimetière,J’aime son feuillage éploré,La páleur m’en est douce et chére,Et son ombre sera légéreA la terre ou je dormirai.Anche il lappone canta l’albero che è simbolo della melanconia:Piccolo salice, piccolo salice,Deh, perchè questa tua confusione?Ti culla il vento, piccolo salice,Ti culla il vento de ’l settentrione?Ti culla il vento, piccolo salice,O con la piova tormentatriceTi sbatte, o scende co’ l’onda gelida,Co’ l’onda, a carezzar la tua radice?E vi ricordate la prima favola de La Fontaine:La cigale, ayant chanté tout t’étè, ecc.? Dice il lappone:Chiese la cavalletta a la zanzara:—Che cosa fate voi tutta l’estate?—Canto, rispose. E voi che cosa fate?—Ballo, mia cara.Che più? Ci sono delle frasi intere che sono belle in Grecia come in Lapponia. Un canto, che lascio per maggior precisione nella versione in prosa del Mantegazza eche fa parte del ciclodel gemente Kaskias, dice: «Io non ritorno più,—giammai—giammai in questo mondo—ritornerò io a te.» E un frammento di Saffo (diciamolo in latino!):Virginitas virginitas, quo abis me rèlicta?(Non amplius, reddam ad te, non amplius!)Insomma vediamo tra i poveri lapponi e il resto degli europei una diversità radicale di razza, di istinti, di vita, di costumi, di tutto quel che volete, ma troviamo una equivalenza quasi completa nella espressione letteraria dell’amore, almeno per quel che si può capire dai pochi canti amorosi che ci riferisce il Mantegazza. Intendiamoci. Sicuro che la espressione letteraria del Petrarca è meravigliosamente superiore, come raffinatezza di forma e di sentimento, a quella dei poeti lapponi; si capisce. Ma il sentimento, benchè più primitivo e rozzo, il lappone lo ha identico e lo esprime con la stessa intonazione di un poeta incivilito e colto. Si può dire che questa è una affermazione degna del signor De La Palisse, buon’anima sua, perchè l’amore è lo stesso da per tutto; ma io mi permetterò di respingere rispettosamente questa parentela coll’illustre guerriero che seppe esser vivo due ore prima della morte, osservando che c’è proprio una grandissima differenza nella espressione letteraria e facilmente anche nel sentimento dell’amore, tra noi e le razze semitiche. L’amore noi lo sentiamo e non lo cantiamo come il poeta ebreo del Cantico dei Cantici, mi pare Hafiz e il Petrarca furono contemporanei, furono grandi tutti e due nella lirica amorosa; eppure c’è meno differenza tra il poeta italiano e il lappone, che non tra l’italiano e il persiano. Non faccio, s’intende, paragoni irriverenti, ma voglio dire soltanto che il lappone semita sente ed esprime l’amore piuttosto come un indo-europeo che come un asiatico; eppure il lappone è asiatico. Mi spiego?E questa somiglianza colpisce di più, se si bada che tutto quello che non riguarda l’amore è sentito ed espresso come noi non sappiamo sentire ed esprimere. Il canto ifigli del Sole, raccolto dal Fjellner, è lappone, è barbaro, è strano, non ha una frase che possa entrare nelle nostre letterature senza sforzo. Il cantoLa bellezza della sposasi può invece tradurre benissimo, e mi ci proverei se non fosse troppo lungo e la poesia lappone non fosse ormai troppa. Una stranezza sola c’è in quei trenta versi, ed è là dove l’innamorato si augurai piedi dell’oca ed i piedi della bella anatra, per andare dalla sua bella. Tutto ilresto può essere scritto in Italia, in Germania, in Inghilterra, dove volete; e questo perchè è un canto d’amore, mentre l’altro, esclusivamente ed orribilmente barbarico ed intraducibile, è un canto tra l’epico e il drammatico, riflesso di qualche antica leggenda.Così, ignorato quasi tra le nevi e la notte, vive un popolo che non conosce nessuno di questi sorrisi di cielo, di queste mollezze del clima, dei costumi e dei canti nostri. Chi potrebbe far capire ad un povero lappone come sia azzurro il mare a Sorrento, come sia allegro un giorno di vendemmia, come sublime un quartetto di Beethoven? Noi ci sentiamo mossi a pietà.... eppure il lappone è del parere di Mefistofele e non ha troppo simpatie pel mezzogiorno. Mefistofele non ci poteva soffrire i preti e gli scorpioni, ed il lappone non può soffrire il vento caldo. Egli dice (abbiate pazienza, ho finito):Di’, quale è il vento che ti par più bello?Di’, quale è il vento che ti piace più?Quello de ’l sud, torbido e caldo, o quelloChe da i monti de ’l nord fresco vien giù?Siamo ben lungi dunque dall’invidiarci a vicenda, come facciamo spesso coi nostri vicini. Possiamo dunque, così da lontano, mantenere una corrente di platoniche simpatie, che non influirà punto sopra i nostri confini o le nostre letterature: e questo mi pare uno dei più invidiabili casi di fratellanza dei popoli. Se si potesse far sempre così!
Il Lèouzon Le Duc, stampando la sua traduzione dei canti nazionali svedesi, diceva che mentre il mezzogiorno ci illumina col suo sole, ci culla con la sua armonia, c’inebria co’ suoi profumi, il nord invece non ci appare che attraverso ad una nube lontana, come un fantasma gelido avvolto in tenebre eterne. Il nord ci fa paura.
Ed è vero. Il Baretti, uomo di pochi pregiudizi e che aveva girato il mondo, chiamaspaventosala Norvegia edorribilela Finlandia. I lapponi che ci descrive il Mantegazza[1]ci fanno proprio paura.
Se dobbiamo credere alla Genesi, poi che Noè «bevve del vino e s’inebriò e si scoperse nel mezzo del suo tabernacolo» il curioso Cam fu maledetto ed i suoi discendenti condannati ad essere i servi de’ suoi fratelli. Bisogna dire che Dio non ratificasse la maledizione dell’enologo patriarca, perchè i cananei sono più fortunati di molti semiti. L’Africa, la terra dove le tradizioni religiose hanno voluto mettere la punizione del peccato di Cam, ad ogni nuovo viaggio di scoperta ci appare più ricca ed invidiabile, mentre la terra della desolazione e dello spavento è toccata in retaggio ai poveri semiti che avevano bene meritato della decenza. Così va il mondo.
Noi, nati nel paese che ispirava il canto nostalgico di Mignon, nel paese «dove fioriscono i limoni, dove tra le brune foglie rosseggiano le arance d’oro, dove un’aura leggera scende dall’azzurro cielo e il mirto cresce modesto e superbo l’alloro,» noi pensiamo con terrore alle landedesolate dove vegetano a stento i licheni che Linneo chiamò «gli ultimi vegetali che coprono l’ultima terra». Quasi tutto l’anno la neve copre il suolo sterile, e qualche volta il termometro segna cinquanta gradi sotto lo zero. Per molti mesi il giorno cede il posto alla notte continuata, incresciosa, e per altrettanto tempo la notte scompare affatto e il sole rimane ventiquattro ore sull’orizzonte, snervando gli uomini colla sua luce ostinata e nemica del sonno, come nascondendosi per giorni lunghi, eterni, pareva aver già spento la vita ingrata, vive un povero popolo di pastori erranti e semibarbari. Quando la stagione lo consente i lapponi scendono verso il mare, dove le acque tepide del Gulfstream mantengono una temperatura meno gelata. Le correnti portano qualche volta tronchi d’alberi cresciuti sotto cielo migliore e semi fino dalle Antille, che sono raccolti e conservati come amuleti. Poi, esauriti i pascoli per le renne, è d’uopo ritornare al triste luogo di partenza. Il Mantegazza dà la traduzione di alcuni canti lapponi: eccone uno tristissimo che ho chiuso nelle strettoie del verso italiano:
Io, povero lappone vagabondoIo qua giù debbo faticando errar.
Debbo peregrinar per tutto il mondo,Tutta la vita mia così passar.
Non è bello; si sa, è poesia lappone: ma è ben triste questa sintesi della vita di un popolo intero chiusa in quattro versi dolorosi, mentre a noi, come all’Ermengarda del Manzoni,
...ogni aurora
Cresce la gioia del destarsi!....
Partono cogli armenti di renne, affaticati dalla vita nomade, privi d’ogni conforto, d’ogni comodo, d’ogni speranza di meglio. Il Rèclus ci dice che hanno gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato all’estremità, gli occhi piccoli, la faccia triangolare, la barba rasa e la pelle spesso giallastra. Insomma non sono belli. Vivono in buchi scavati in terra e mal coperti da una tenda di lana o di pelle. Tremano tutto i giorni che il lupo non assalga le renne e non privi l’intera famiglia dell’unico mezzo di sussistenza. Di rado sanno leggere, e spesso nella loro nuova religione non possono dimenticare le superstizioni dell’antica idolatria. Tutto manca loro: bellezza, ingegno, sicurezza, coltura,reliquie, tutto. Eppure... eppure queste creature disgraziate, queste caricature d’uomo, amano e soffrono come noi, cantano l’amore meno raffinatamente ma collo stesso cuore del Petrarca, il quale avrebbe espresso certo in versi migliori ma non meno melanconici quei sentimenti del povero lappone che emigra:
Avanti me ne vo peregrinando,Ma si volgono addietro i miei pensieri:Dov’è, dov’è la sposa mia? domando...Ahimè, segue il mio cuore altri sentieri!
Tornati nelle terre più centrali, non cercano per loro le privazioni e gli stenti. Il loro vitto è orribile. Poco latte di renna cagliato e gelato. Carne bollita e tuffata nel sego. Caffè misto di sangue e di grasso, qualche cosa insomma da rivoltare lo stomaco ad una statua di bronzo. Eppure in mezzo agli orrori di quelle notti senza fine, di quelle fatiche senza riposo, di quella vita dolorosa che per metà ci fa compassione e per metà schifo, l’amore rimane in tutte le sue migliori forme e canta gli inni del trionfo o le elegie dell’abbandono, come presso tutti i popoli del mondo. A Roma, per dire quel che hanno visto tutti, il cacciatore che ha ucciso la volpe le recide la coda e la presenta alla nobile dama che prima sopraggiunge. Il lappone canta:
Andai su gli alti montiDe ’l rangifero a caccia.Uno ne cadde sotto al ferreo straleE penetrò la puntaTutta ne ’l caldo cor de ’l animale.Cadde il renne ad un tratto e su la neveImmobile si giacque.Su le spalle lo presiE a ’l villaggio natìo così discesi,Gli recisi le zampe e le scagliaiE disdegnoso le gettai ne ’l lago,Gli recisile zampe e le scagliaiNe l’onda, e presi il corpo e lo portaiA’ genitori miei ne la capanna.A lor la carne diedi,Ed a la donna mia, tutto festante,Il coricin donai caldo e fumante.
Il Petrarca scrive un canzoniere per la morte di Laura, che egli rassomiglia volentieri alsuperbo allorodi Mignon. Il lappone non conosce l’alloro e paragona la sua donna alla neve, a quella stessa neve che a noi sembra tanto triste:
Ahi, che il mio cuore di tristezza è grevePerchè m’han tolto la mia cara neve!E pure, e pur se a questo mondo gemo,C’incontreremo in ciel, c’incontreremo.
Vi ricordate la canzone di Desdemonaa’ piè d’un mesto salice?E i bei versi di Alfredo di Musset che gli amici inscrissero sulla pietra sepolcrale?
Mes chers amis, quand je mourrai,Plantez un saule au cimetière,J’aime son feuillage éploré,La páleur m’en est douce et chére,Et son ombre sera légéreA la terre ou je dormirai.
Anche il lappone canta l’albero che è simbolo della melanconia:
Piccolo salice, piccolo salice,Deh, perchè questa tua confusione?Ti culla il vento, piccolo salice,Ti culla il vento de ’l settentrione?
Ti culla il vento, piccolo salice,O con la piova tormentatriceTi sbatte, o scende co’ l’onda gelida,Co’ l’onda, a carezzar la tua radice?
E vi ricordate la prima favola de La Fontaine:La cigale, ayant chanté tout t’étè, ecc.? Dice il lappone:
Chiese la cavalletta a la zanzara:—Che cosa fate voi tutta l’estate?—Canto, rispose. E voi che cosa fate?
—Ballo, mia cara.
Che più? Ci sono delle frasi intere che sono belle in Grecia come in Lapponia. Un canto, che lascio per maggior precisione nella versione in prosa del Mantegazza eche fa parte del ciclodel gemente Kaskias, dice: «Io non ritorno più,—giammai—giammai in questo mondo—ritornerò io a te.» E un frammento di Saffo (diciamolo in latino!):
Virginitas virginitas, quo abis me rèlicta?(Non amplius, reddam ad te, non amplius!)
Insomma vediamo tra i poveri lapponi e il resto degli europei una diversità radicale di razza, di istinti, di vita, di costumi, di tutto quel che volete, ma troviamo una equivalenza quasi completa nella espressione letteraria dell’amore, almeno per quel che si può capire dai pochi canti amorosi che ci riferisce il Mantegazza. Intendiamoci. Sicuro che la espressione letteraria del Petrarca è meravigliosamente superiore, come raffinatezza di forma e di sentimento, a quella dei poeti lapponi; si capisce. Ma il sentimento, benchè più primitivo e rozzo, il lappone lo ha identico e lo esprime con la stessa intonazione di un poeta incivilito e colto. Si può dire che questa è una affermazione degna del signor De La Palisse, buon’anima sua, perchè l’amore è lo stesso da per tutto; ma io mi permetterò di respingere rispettosamente questa parentela coll’illustre guerriero che seppe esser vivo due ore prima della morte, osservando che c’è proprio una grandissima differenza nella espressione letteraria e facilmente anche nel sentimento dell’amore, tra noi e le razze semitiche. L’amore noi lo sentiamo e non lo cantiamo come il poeta ebreo del Cantico dei Cantici, mi pare Hafiz e il Petrarca furono contemporanei, furono grandi tutti e due nella lirica amorosa; eppure c’è meno differenza tra il poeta italiano e il lappone, che non tra l’italiano e il persiano. Non faccio, s’intende, paragoni irriverenti, ma voglio dire soltanto che il lappone semita sente ed esprime l’amore piuttosto come un indo-europeo che come un asiatico; eppure il lappone è asiatico. Mi spiego?
E questa somiglianza colpisce di più, se si bada che tutto quello che non riguarda l’amore è sentito ed espresso come noi non sappiamo sentire ed esprimere. Il canto ifigli del Sole, raccolto dal Fjellner, è lappone, è barbaro, è strano, non ha una frase che possa entrare nelle nostre letterature senza sforzo. Il cantoLa bellezza della sposasi può invece tradurre benissimo, e mi ci proverei se non fosse troppo lungo e la poesia lappone non fosse ormai troppa. Una stranezza sola c’è in quei trenta versi, ed è là dove l’innamorato si augurai piedi dell’oca ed i piedi della bella anatra, per andare dalla sua bella. Tutto ilresto può essere scritto in Italia, in Germania, in Inghilterra, dove volete; e questo perchè è un canto d’amore, mentre l’altro, esclusivamente ed orribilmente barbarico ed intraducibile, è un canto tra l’epico e il drammatico, riflesso di qualche antica leggenda.
Così, ignorato quasi tra le nevi e la notte, vive un popolo che non conosce nessuno di questi sorrisi di cielo, di queste mollezze del clima, dei costumi e dei canti nostri. Chi potrebbe far capire ad un povero lappone come sia azzurro il mare a Sorrento, come sia allegro un giorno di vendemmia, come sublime un quartetto di Beethoven? Noi ci sentiamo mossi a pietà.... eppure il lappone è del parere di Mefistofele e non ha troppo simpatie pel mezzogiorno. Mefistofele non ci poteva soffrire i preti e gli scorpioni, ed il lappone non può soffrire il vento caldo. Egli dice (abbiate pazienza, ho finito):
Di’, quale è il vento che ti par più bello?Di’, quale è il vento che ti piace più?
Quello de ’l sud, torbido e caldo, o quelloChe da i monti de ’l nord fresco vien giù?
Siamo ben lungi dunque dall’invidiarci a vicenda, come facciamo spesso coi nostri vicini. Possiamo dunque, così da lontano, mantenere una corrente di platoniche simpatie, che non influirà punto sopra i nostri confini o le nostre letterature: e questo mi pare uno dei più invidiabili casi di fratellanza dei popoli. Se si potesse far sempre così!