LA MORTE DEL FERRUCCIOFu, se non erro, nel 1880, che la controversia intorno alla morte del Ferruccio fece capolino e mise a rumore i giornali politici e letterari. Ferdinando Martini nelFanfulla della Domenicaannunziava che Edoardo Alvisi, giovane benemerito per parecchi importanti libri storici, stava compiendo un’opera dove, coi documenti alla mano, avrebbe provato che il Maramaldo non ammazzò il Ferruccio, o che per lo meno la faccenda era assai dubbia. Tutti ricordano lo strepito che ne seguì. Parve pensino che l’onore della patria fosse in pericolo e che il nome italiano dovesse diventare obbrobrioso, solo che si dubitasse dell’infamia del Maramaldo! I grandi amori sono corti di vista, e bisognerà rallegrarsi della grandezza dell’amor patrio che scattò fuori in quei giorni, tanto che alcuni divennero ciechi a dirittura. Andate a dire ad uno, che ami svisceratamente la religione, che Ponzio Pilato non fu poi quel birbante che ci dipinge la tradizione cristiana, e sentirete che risposta e che anatemi vi attirerà sul capo la proposta. Così avvenne quando nacque il dubbio di una possibile riabilitazione di Fabrizio Maramaldo, quel Gano ideale della tradizione italica moderna. Si disse fino esser opera iniqua distruggere la leggenda eroica del Ferruccio a profitto di un avventuriero spagnuolo; e Maramaldo fu italiano. Si gridò, si urlò, e tutti gli oratori che avevan ficcato per forza il Ferruccio nelle loro perorazioni innanzi alle turbe, tutti i poeti che avevano improperato il Maramaldo in versi sciolti o rimati, si sentirono come offesi personalmente, temettero per la immortalità delle loro opere complete, e invocando il santo nome della patria, scomunicarono l’audace che osava discutere simile eresia.Il Martini, ingegno polemico de’ più arguti, si difese meravigliosamente, ma gli avversari furori così numerosi e la discussione degenerò così rapidamente in garriti politici, c’è egli finì, pare, con infastidirsene e rimettere la sentenza all’epoca della pubblicazione del libro. E il libro oggi è pubblicato[5].Per me (poichè parlo solo in nome mio e non in nome della patria, come molti fecero e fanno in questa contesa) per me ero dispostissimo a credere erronea la leggenda di Gavinana, quando l’errore mi fosse stato provato. Oltre che l’incredulità, o per lo meno il dubbio, diventarono inquilini ostinati della mia zucca, Gavinana m’aveva spoetizzato la sua leggenda. In quel villaggio di montagna, non c’è di grande che un ricordo. Vorreste far parlare la vostra fantasia, ricostruirvi in capo l’ultima scena delle eroiche tragedie moderne, e finire col vedere il nome e l’imagine del Ferruccio diventati insegna d’un albergo. Mi ricordo che davanti al cimitero è un portico, sotto al quale è dipinta una Annunziata; e sotto all’imagine, una mano irriverente ha scritto col lapis: «Tra nove mesi nascerà il Messia»; uno dei versi più volgari del turpissimo Stecchetti. E tutto, fino l’album dove vi fanno scrivere il nome, è inquinato di questa volgarità buffa che vi toglie le illusioni e vi mozza le ali della fantasia. Se poi, che il Signore ve ne scampi, vi parrà impossibile che la buaggine umana possa far tanta pompa di sè in un luogo dove la patria segnò una delle stazioni sacre della sua Via crucis. Alle Termopili non è difficile, dicono, trovare i ladri; ma io credo che le illusioni resistano meglio alla perdita dell’orologio che alla perdita della serietà.E più mi dava fiducia il conoscerà l’autore del futuro libro; poichè l’Alvisi è amico mio da un pezzo, fin da quando, circa dodici anni fa, perpetravamo con le forbici un giornale che il Panzacchi dirigeva quando se ne ricordava. So che ingegno criticamente acuto sia il suo e qual coscienza e infaticabilità rechi nelle ricerche. Conoscevo il suo libro intorno al governo di Romagna del duca Valentino, libro un po’ arruffato, ma pieno di fatti nuovi, importanti, e cercati con una assiduità quasi tedesca. Mi fidavo dunque, anzi mi rallegravo in anticipazione della sconfitta di coloro che parevano offesi personalmente quando si diceva che il Ferruccio poteva ben esser morto in un altro modo. Invece, benchè il libro dell’Alvisi mi paia meglio fatto di tutti i suoi precedenti lavori, non mi ha punto convinto; anzi, fino a prova contraria,mi fa credere che laleggendaabbia proprio ragione.L’Alvisi ragiona così. Tutti gli storici fiorentini che narrano l’eccidio di Gavinana copiarono dal Giovio, il quale ne diede molti particolari nelleHistoriae sui temporis, uscite alla luce 22 anni dopo il fatto, cioè nel 1552; o se non copiarono alla lettera, attinsero manifestamente da lui. In Firenze, prima del libro del Giovio non si sa e non si dice altro che il Ferruccio nella battaglia di Gavinana fu morto, senza che dall’uccisione si dia colpa a nessuna persona nominata. Dunque la leggenda viene dal Giovio che primo la racconta. Ma dove l’attinse egli? Da due poemetti: uno di Mambrino Roseo, edito proprio nel 1530, l’anno di Gavinana; e un altro di Donato Callofilo stampato l’anno dopo. L’Alvisi prova queste figliazioni, prova anche che alcuni storici fiorentini risalirono alle fonti stesse alle quali il Giovio aveva attinto; e si domanda:—Come avviene che gli storici fiorentini contemporanei, anzi quasi testimoni del fatto, ne ignorano i termini e quando debbono parlarne sono costretti a copiare uno storico forastiero, il quale alla sua volta copia di qua e di là da due autori senza autorità alcuna, e che spesso si contraddicono?—Di qui, per lo meno, il dubbio sull’esattezza del fatto come è narrato dal Giovio e copiato dagli storici fiorentini.Mettiamo pure, intanto, che la cosa sia allo stato di dubbio. L’Alvisi aggiunge che un commissario del campo in una memoria scritta pel Varchi narra che il capitano Garaus, spagnolo, fu il primo a colpire il Ferruccio, e il Nerli conferma che appunto i capitani del morto principe d’Orange uccisero il Ferruccio in vendetta della morte del loro duce. E questa è la versione ammessa dall’Alvisi (p. 166). Quanto alle altre relazioni che accusano Maramaldo dell’uccisione, si spiegano pensando che il fatto accadde lontano da Pistoia e da Firenze, di notte, nel tumulto della vittoria e con pochi testimoni. Certo il Ferruccio fu condotto al Maramaldo, dove poi fu ucciso dagli uomini del principe; ma l’esser stato condotto innanzi al Maramaldo, dovette in quella confusione far credere che il Maramaldo stesso fosse l’uccisore; per certo in quel tumulto si disse prima, che il Ferruccio fu ucciso per volontà del Maramaldo, essendo stato ammazzato sotto a’ suoi occhi; poi che il Maramaldo lo fece ammazzare, poi che lo ammazzò: ed ecco la leggenda bell’e fatta, tanto che il Callofilo la mette in ottava rima l’anno dopo, e dopo ventidue anni la copia il Giovio. Così l’Alvisi dal dubbio passa ad una certezza positiva, affatto contraria alla leggenda come finora fu narrata ed ammessa.Cominciamo al rovescio. Prima di tutto la relazione dello Sperino, quella cioè che parla del capitano Garaus e che nel libro dell’Alvisi è il documento 189 (a pag. 167 per errore di stampa è notata 188) è scritta assai tardi. Ma anche fosse scritta un’ora dopo l’eccidio, non fa che confermarlo. Nel testo bisognava riferire l’intero brano della relazione che dice a chiare lettere (p. 413): «Le fanterie del principe ruppero Ferruccio et le sue genti et lo fecero prigione. Etfu ammazzato, secondo la pubblica fama, da Fabritio Marramaldo colonnello napolitano, ma il vero è ch’egli non fu il primo che gli dette, ma un gentil’huomo spagnolo detto Garaus ecc.» O dunque? Lo Sperino conferma lapubblica famache attribuiva e attribuisce al Maramaldo l’uccisione; solo aggiunge che Maramaldo non fu il primo a ferire. Ma come l’Alvisi non ha visto che le parole dello Sperino cresimavano vero lo sdegnoso detto: «Tu ammazzi un uomo morto»? Tanto è vero, che il Varchi, pel quale lo Sperino scriveva, accusò Maramaldo e inscrisse la frase del commissario morente nella sua storia. Questa relazione dello Sperino torna dunque contro l’assunto dell’Alvisi: diametralmente contro.Non resta che il Nerli, della cui veridicità non voglio dire quel che il Giannotti scriveva al Varchi. Certo però a quello storico accanitamente mediceo non si poteva chiedere che accusasse apertamente un amico de’ suoi signori forse ancora vivente. Certo è poi che la frase, sulla quale poggia tutto l’edifizio dell’Alvisi, è vaga e scritta in modo che mostra come il Nerli poco si curasse di mettere in chiaro la cosa. Egli accusagli uomini del principe, e quanto alla causa dell’uccisione non la sa e non la cerca. Qui sopra vedemmo come lo Sperino chiamifanteria del principequelle che erano sotto gli ordini del Maramaldo. Costui era infatti unuomo del principeche comandava in capo, e la imprecisa frase del Nerli non esclude la versione comune. Ad ogni modo poi il testo dice chiaro che il Nerli o non seppe o trascurò di dire quel che sapeva. Quando narra che gli uomini del principe ammazzarono il Ferruccio «o pel dispiacere della morte del loro signoreo per qualsivoglia altra cagione», dice chiaro che a lui non importa punto cercare o dire la precisa verità del fatto.Ad ogni modo, stabilito così, che, delle testimonianze recate dall’Alvisi in favore della sua tesi, una la contraddice e l’altra è dubbia, o per lo meno sola e vaga, che cosa resta? Restano le molte, esplicite ed attendibili testimonianze che accusano precisamente il Maramaldo. E intanto l’ipotesi (poichè è una ipotesi) fatta dall’Alvisisulla formazione della voce che sullo stesso campo di battaglia attribuiva al Maramaldo la morte del Ferruccio, non pare che corra tanto liscia. Il fatto avvenne, è vero, lontano da Pistoia o da Firenze, ma tuttavia in mezzo a parecchie migliaia di combattenti. Non era notte, poichè la conclusione del fatto è messa da testimoni di persona tra le ore 20 e le 24, cioè tra le 3 e e le 7 del pomeriggio, e in agosto in quell’ora ci si vede bene.Non potevano esser pochi i testimoni presenti, poichè, secondo tutte le versioni, da quella del Giovio a quella dell’Alvisi, l’eccidio accadde in piazza, dove certo possono stare parecchie centinaia di persone.E secondo la versione comune, il Maramaldo, il capitano vittorioso, non poteva esser là solo, o con pochi; mentre, secondo la versione stessa dell’Alvisi, gli uccisori furono parecchi; ed in ogni modo, conoscendo i luoghi, si vede che tutto doveva gravitare intorno alla piazza. E finalmente la confusione della vittoria, per grande che fosse, non potè fare che dal campo, quindici ore dopo la morte del Ferruccio, un segretario del vicelegato di Bologna scrivesse al suo padrone a chiare lettere cheFerruzzo fu morto per mano del signor Fabrizio, senza esser sicuro di quel che diceva, quando il suo stato l’obbligava invece ad assicurarsene gli porgeva insieme la facile maniera di farlo.Il fatto è che alla frase dello Sperino che ammette la stoccata del Maramaldo ed all’equivoco periodo del Nerli, si possono aggiungere non una, ma parecchie lettere scritte dal campo stesso, poche ore dopo al fatto, le quali concordano tutte nell’affermazione fondamentale: Fabrizio ha ucciso il Ferruccio. A quella di Martino Agrippa segretario del vicelegato di Bologna or ora citata, possono aggiungersi quella del Torelli ambasciatore del duca di Ferrara, che dice:Fabritio Maramao... lo amazzò: quella degli Anziani di Lucca, che dicono lo stesso, la lettera da Lucca, riportata dall’Alvisi al documento 122, dove si dice:Fabrizio di sua mano schannò il Feruzio: quella del Giovio, scritta sei giorni dopo il fatto, ecc. Non concordano nelle ragioni dell’uccisione, ma questo non infirma punto il fatto fondamentale. Anche oggi dopo un omicidio difficilmente si concorda nel designarne la causa, ma ciò non toglie la verità dell’omicidio e la concordia del designare l’assassino. A che si riducono, in faccia a queste affermazioni esplicite di persone che potevano sapere, e, volendo, vedere la cosa, a che si riducono le vaghe espressioni del Nerli? Ahimè, a nulla!E, per finire, perchè il Maramaldo disse che il Ferruccio morì in battaglia? (pag. 169). Se non l’aveva uccisolui, o che bisogno aveva di mentire, poichè quella, secondo tutte le versioni, è menzogna?Stabene che gli storici fiorentini abbiano copiato dal Giovio; ma costui, sei giorni dopo la battaglia e ventidue anni dopo, con le stampe del Torrentino, disse che il Ferruccio era stato ucciso dal Maramaldo. E se variò nei particolari, nelle cause cui attribuì l’effetto, nelle fonti da cui attinse la parte drammatica e accessoria del fatto, sostenne però sempre che il fatto era accaduto a quel modo. Dal Roseo e dal Callofilo tolse parecchie frasi, ma quelle sole che confacevano al suo assunto, o tutt’al più che lo adornavano. Cambiò, variò, ricamò quanto si vuole, ma l’affermazione fondamentale è sempre quella, dal 1530 al 1552.Gli storici fiorentini copiarono il Giovio, appunto come fanno gli storici anche oggi, e i più valenti. Udite le varie versioni di un atto, accettano quella che più soddisfa al loro criterio storico, aggiungono quel che sanno di più, ragionano o anche sragionano sulle cause e sulle conseguenze, ma, poichè la storia non s’inventa, dicono quel che dissero i predecessori quando quella parve loro la verità.Per me dunque il libro dell’Alvisi prova e riprova che il commissario Francesco Ferruccio fu ammazzato dal colonnello Fabrizio Maramaldo sulla piazza di Gavinana.Questo, quanto alla tesi. Non bisogna però dimenticare le gravi questioni storiche che zampillano da questo libro e che l’Alvisi ha esposte e spesso risolute con singolare acume e felicità. La questione della critica dei testi storici fa un passo in questo libro. Le ragioni per cui il Maramaldo uccise il Ferruccio sono messe di nuovo in discussione, per quanto, almeno per me, rimanga immutabile il fatto. La storiella della figlia di Salvestro Aldobrandini che rifiuta sdegnosamente di ballare col Maramaldo è riconosciuta e provata favola, per quanto si siano dipinti anche di bei quadri in proposito. La serie dei documenti che illustrano un periodo di storia italiana importantissimo e la vita di un capitano di gran nome come il Maramaldo, anche dopo il lavoro del De Blasiis, è ricchissima e felice. Insomma, è un bel libro, al quale, come a tutte le produzioni letterarie, drammatiche, storiche, ecc., nuoce la tesi prefissa.Non si potrà dire che l’amicizia che porto all’Alvisi mi abbia fatto velo agli occhi parlando del suo libro. Mi pare d’essere stato anzi severo come un procuratore del re. Sarò dunque creduto quando dico che, nonostante la tesi, questa nuova opera del giovane storico è importante, ingegnosa e bella.
LA MORTE DEL FERRUCCIOFu, se non erro, nel 1880, che la controversia intorno alla morte del Ferruccio fece capolino e mise a rumore i giornali politici e letterari. Ferdinando Martini nelFanfulla della Domenicaannunziava che Edoardo Alvisi, giovane benemerito per parecchi importanti libri storici, stava compiendo un’opera dove, coi documenti alla mano, avrebbe provato che il Maramaldo non ammazzò il Ferruccio, o che per lo meno la faccenda era assai dubbia. Tutti ricordano lo strepito che ne seguì. Parve pensino che l’onore della patria fosse in pericolo e che il nome italiano dovesse diventare obbrobrioso, solo che si dubitasse dell’infamia del Maramaldo! I grandi amori sono corti di vista, e bisognerà rallegrarsi della grandezza dell’amor patrio che scattò fuori in quei giorni, tanto che alcuni divennero ciechi a dirittura. Andate a dire ad uno, che ami svisceratamente la religione, che Ponzio Pilato non fu poi quel birbante che ci dipinge la tradizione cristiana, e sentirete che risposta e che anatemi vi attirerà sul capo la proposta. Così avvenne quando nacque il dubbio di una possibile riabilitazione di Fabrizio Maramaldo, quel Gano ideale della tradizione italica moderna. Si disse fino esser opera iniqua distruggere la leggenda eroica del Ferruccio a profitto di un avventuriero spagnuolo; e Maramaldo fu italiano. Si gridò, si urlò, e tutti gli oratori che avevan ficcato per forza il Ferruccio nelle loro perorazioni innanzi alle turbe, tutti i poeti che avevano improperato il Maramaldo in versi sciolti o rimati, si sentirono come offesi personalmente, temettero per la immortalità delle loro opere complete, e invocando il santo nome della patria, scomunicarono l’audace che osava discutere simile eresia.Il Martini, ingegno polemico de’ più arguti, si difese meravigliosamente, ma gli avversari furori così numerosi e la discussione degenerò così rapidamente in garriti politici, c’è egli finì, pare, con infastidirsene e rimettere la sentenza all’epoca della pubblicazione del libro. E il libro oggi è pubblicato[5].Per me (poichè parlo solo in nome mio e non in nome della patria, come molti fecero e fanno in questa contesa) per me ero dispostissimo a credere erronea la leggenda di Gavinana, quando l’errore mi fosse stato provato. Oltre che l’incredulità, o per lo meno il dubbio, diventarono inquilini ostinati della mia zucca, Gavinana m’aveva spoetizzato la sua leggenda. In quel villaggio di montagna, non c’è di grande che un ricordo. Vorreste far parlare la vostra fantasia, ricostruirvi in capo l’ultima scena delle eroiche tragedie moderne, e finire col vedere il nome e l’imagine del Ferruccio diventati insegna d’un albergo. Mi ricordo che davanti al cimitero è un portico, sotto al quale è dipinta una Annunziata; e sotto all’imagine, una mano irriverente ha scritto col lapis: «Tra nove mesi nascerà il Messia»; uno dei versi più volgari del turpissimo Stecchetti. E tutto, fino l’album dove vi fanno scrivere il nome, è inquinato di questa volgarità buffa che vi toglie le illusioni e vi mozza le ali della fantasia. Se poi, che il Signore ve ne scampi, vi parrà impossibile che la buaggine umana possa far tanta pompa di sè in un luogo dove la patria segnò una delle stazioni sacre della sua Via crucis. Alle Termopili non è difficile, dicono, trovare i ladri; ma io credo che le illusioni resistano meglio alla perdita dell’orologio che alla perdita della serietà.E più mi dava fiducia il conoscerà l’autore del futuro libro; poichè l’Alvisi è amico mio da un pezzo, fin da quando, circa dodici anni fa, perpetravamo con le forbici un giornale che il Panzacchi dirigeva quando se ne ricordava. So che ingegno criticamente acuto sia il suo e qual coscienza e infaticabilità rechi nelle ricerche. Conoscevo il suo libro intorno al governo di Romagna del duca Valentino, libro un po’ arruffato, ma pieno di fatti nuovi, importanti, e cercati con una assiduità quasi tedesca. Mi fidavo dunque, anzi mi rallegravo in anticipazione della sconfitta di coloro che parevano offesi personalmente quando si diceva che il Ferruccio poteva ben esser morto in un altro modo. Invece, benchè il libro dell’Alvisi mi paia meglio fatto di tutti i suoi precedenti lavori, non mi ha punto convinto; anzi, fino a prova contraria,mi fa credere che laleggendaabbia proprio ragione.L’Alvisi ragiona così. Tutti gli storici fiorentini che narrano l’eccidio di Gavinana copiarono dal Giovio, il quale ne diede molti particolari nelleHistoriae sui temporis, uscite alla luce 22 anni dopo il fatto, cioè nel 1552; o se non copiarono alla lettera, attinsero manifestamente da lui. In Firenze, prima del libro del Giovio non si sa e non si dice altro che il Ferruccio nella battaglia di Gavinana fu morto, senza che dall’uccisione si dia colpa a nessuna persona nominata. Dunque la leggenda viene dal Giovio che primo la racconta. Ma dove l’attinse egli? Da due poemetti: uno di Mambrino Roseo, edito proprio nel 1530, l’anno di Gavinana; e un altro di Donato Callofilo stampato l’anno dopo. L’Alvisi prova queste figliazioni, prova anche che alcuni storici fiorentini risalirono alle fonti stesse alle quali il Giovio aveva attinto; e si domanda:—Come avviene che gli storici fiorentini contemporanei, anzi quasi testimoni del fatto, ne ignorano i termini e quando debbono parlarne sono costretti a copiare uno storico forastiero, il quale alla sua volta copia di qua e di là da due autori senza autorità alcuna, e che spesso si contraddicono?—Di qui, per lo meno, il dubbio sull’esattezza del fatto come è narrato dal Giovio e copiato dagli storici fiorentini.Mettiamo pure, intanto, che la cosa sia allo stato di dubbio. L’Alvisi aggiunge che un commissario del campo in una memoria scritta pel Varchi narra che il capitano Garaus, spagnolo, fu il primo a colpire il Ferruccio, e il Nerli conferma che appunto i capitani del morto principe d’Orange uccisero il Ferruccio in vendetta della morte del loro duce. E questa è la versione ammessa dall’Alvisi (p. 166). Quanto alle altre relazioni che accusano Maramaldo dell’uccisione, si spiegano pensando che il fatto accadde lontano da Pistoia e da Firenze, di notte, nel tumulto della vittoria e con pochi testimoni. Certo il Ferruccio fu condotto al Maramaldo, dove poi fu ucciso dagli uomini del principe; ma l’esser stato condotto innanzi al Maramaldo, dovette in quella confusione far credere che il Maramaldo stesso fosse l’uccisore; per certo in quel tumulto si disse prima, che il Ferruccio fu ucciso per volontà del Maramaldo, essendo stato ammazzato sotto a’ suoi occhi; poi che il Maramaldo lo fece ammazzare, poi che lo ammazzò: ed ecco la leggenda bell’e fatta, tanto che il Callofilo la mette in ottava rima l’anno dopo, e dopo ventidue anni la copia il Giovio. Così l’Alvisi dal dubbio passa ad una certezza positiva, affatto contraria alla leggenda come finora fu narrata ed ammessa.Cominciamo al rovescio. Prima di tutto la relazione dello Sperino, quella cioè che parla del capitano Garaus e che nel libro dell’Alvisi è il documento 189 (a pag. 167 per errore di stampa è notata 188) è scritta assai tardi. Ma anche fosse scritta un’ora dopo l’eccidio, non fa che confermarlo. Nel testo bisognava riferire l’intero brano della relazione che dice a chiare lettere (p. 413): «Le fanterie del principe ruppero Ferruccio et le sue genti et lo fecero prigione. Etfu ammazzato, secondo la pubblica fama, da Fabritio Marramaldo colonnello napolitano, ma il vero è ch’egli non fu il primo che gli dette, ma un gentil’huomo spagnolo detto Garaus ecc.» O dunque? Lo Sperino conferma lapubblica famache attribuiva e attribuisce al Maramaldo l’uccisione; solo aggiunge che Maramaldo non fu il primo a ferire. Ma come l’Alvisi non ha visto che le parole dello Sperino cresimavano vero lo sdegnoso detto: «Tu ammazzi un uomo morto»? Tanto è vero, che il Varchi, pel quale lo Sperino scriveva, accusò Maramaldo e inscrisse la frase del commissario morente nella sua storia. Questa relazione dello Sperino torna dunque contro l’assunto dell’Alvisi: diametralmente contro.Non resta che il Nerli, della cui veridicità non voglio dire quel che il Giannotti scriveva al Varchi. Certo però a quello storico accanitamente mediceo non si poteva chiedere che accusasse apertamente un amico de’ suoi signori forse ancora vivente. Certo è poi che la frase, sulla quale poggia tutto l’edifizio dell’Alvisi, è vaga e scritta in modo che mostra come il Nerli poco si curasse di mettere in chiaro la cosa. Egli accusagli uomini del principe, e quanto alla causa dell’uccisione non la sa e non la cerca. Qui sopra vedemmo come lo Sperino chiamifanteria del principequelle che erano sotto gli ordini del Maramaldo. Costui era infatti unuomo del principeche comandava in capo, e la imprecisa frase del Nerli non esclude la versione comune. Ad ogni modo poi il testo dice chiaro che il Nerli o non seppe o trascurò di dire quel che sapeva. Quando narra che gli uomini del principe ammazzarono il Ferruccio «o pel dispiacere della morte del loro signoreo per qualsivoglia altra cagione», dice chiaro che a lui non importa punto cercare o dire la precisa verità del fatto.Ad ogni modo, stabilito così, che, delle testimonianze recate dall’Alvisi in favore della sua tesi, una la contraddice e l’altra è dubbia, o per lo meno sola e vaga, che cosa resta? Restano le molte, esplicite ed attendibili testimonianze che accusano precisamente il Maramaldo. E intanto l’ipotesi (poichè è una ipotesi) fatta dall’Alvisisulla formazione della voce che sullo stesso campo di battaglia attribuiva al Maramaldo la morte del Ferruccio, non pare che corra tanto liscia. Il fatto avvenne, è vero, lontano da Pistoia o da Firenze, ma tuttavia in mezzo a parecchie migliaia di combattenti. Non era notte, poichè la conclusione del fatto è messa da testimoni di persona tra le ore 20 e le 24, cioè tra le 3 e e le 7 del pomeriggio, e in agosto in quell’ora ci si vede bene.Non potevano esser pochi i testimoni presenti, poichè, secondo tutte le versioni, da quella del Giovio a quella dell’Alvisi, l’eccidio accadde in piazza, dove certo possono stare parecchie centinaia di persone.E secondo la versione comune, il Maramaldo, il capitano vittorioso, non poteva esser là solo, o con pochi; mentre, secondo la versione stessa dell’Alvisi, gli uccisori furono parecchi; ed in ogni modo, conoscendo i luoghi, si vede che tutto doveva gravitare intorno alla piazza. E finalmente la confusione della vittoria, per grande che fosse, non potè fare che dal campo, quindici ore dopo la morte del Ferruccio, un segretario del vicelegato di Bologna scrivesse al suo padrone a chiare lettere cheFerruzzo fu morto per mano del signor Fabrizio, senza esser sicuro di quel che diceva, quando il suo stato l’obbligava invece ad assicurarsene gli porgeva insieme la facile maniera di farlo.Il fatto è che alla frase dello Sperino che ammette la stoccata del Maramaldo ed all’equivoco periodo del Nerli, si possono aggiungere non una, ma parecchie lettere scritte dal campo stesso, poche ore dopo al fatto, le quali concordano tutte nell’affermazione fondamentale: Fabrizio ha ucciso il Ferruccio. A quella di Martino Agrippa segretario del vicelegato di Bologna or ora citata, possono aggiungersi quella del Torelli ambasciatore del duca di Ferrara, che dice:Fabritio Maramao... lo amazzò: quella degli Anziani di Lucca, che dicono lo stesso, la lettera da Lucca, riportata dall’Alvisi al documento 122, dove si dice:Fabrizio di sua mano schannò il Feruzio: quella del Giovio, scritta sei giorni dopo il fatto, ecc. Non concordano nelle ragioni dell’uccisione, ma questo non infirma punto il fatto fondamentale. Anche oggi dopo un omicidio difficilmente si concorda nel designarne la causa, ma ciò non toglie la verità dell’omicidio e la concordia del designare l’assassino. A che si riducono, in faccia a queste affermazioni esplicite di persone che potevano sapere, e, volendo, vedere la cosa, a che si riducono le vaghe espressioni del Nerli? Ahimè, a nulla!E, per finire, perchè il Maramaldo disse che il Ferruccio morì in battaglia? (pag. 169). Se non l’aveva uccisolui, o che bisogno aveva di mentire, poichè quella, secondo tutte le versioni, è menzogna?Stabene che gli storici fiorentini abbiano copiato dal Giovio; ma costui, sei giorni dopo la battaglia e ventidue anni dopo, con le stampe del Torrentino, disse che il Ferruccio era stato ucciso dal Maramaldo. E se variò nei particolari, nelle cause cui attribuì l’effetto, nelle fonti da cui attinse la parte drammatica e accessoria del fatto, sostenne però sempre che il fatto era accaduto a quel modo. Dal Roseo e dal Callofilo tolse parecchie frasi, ma quelle sole che confacevano al suo assunto, o tutt’al più che lo adornavano. Cambiò, variò, ricamò quanto si vuole, ma l’affermazione fondamentale è sempre quella, dal 1530 al 1552.Gli storici fiorentini copiarono il Giovio, appunto come fanno gli storici anche oggi, e i più valenti. Udite le varie versioni di un atto, accettano quella che più soddisfa al loro criterio storico, aggiungono quel che sanno di più, ragionano o anche sragionano sulle cause e sulle conseguenze, ma, poichè la storia non s’inventa, dicono quel che dissero i predecessori quando quella parve loro la verità.Per me dunque il libro dell’Alvisi prova e riprova che il commissario Francesco Ferruccio fu ammazzato dal colonnello Fabrizio Maramaldo sulla piazza di Gavinana.Questo, quanto alla tesi. Non bisogna però dimenticare le gravi questioni storiche che zampillano da questo libro e che l’Alvisi ha esposte e spesso risolute con singolare acume e felicità. La questione della critica dei testi storici fa un passo in questo libro. Le ragioni per cui il Maramaldo uccise il Ferruccio sono messe di nuovo in discussione, per quanto, almeno per me, rimanga immutabile il fatto. La storiella della figlia di Salvestro Aldobrandini che rifiuta sdegnosamente di ballare col Maramaldo è riconosciuta e provata favola, per quanto si siano dipinti anche di bei quadri in proposito. La serie dei documenti che illustrano un periodo di storia italiana importantissimo e la vita di un capitano di gran nome come il Maramaldo, anche dopo il lavoro del De Blasiis, è ricchissima e felice. Insomma, è un bel libro, al quale, come a tutte le produzioni letterarie, drammatiche, storiche, ecc., nuoce la tesi prefissa.Non si potrà dire che l’amicizia che porto all’Alvisi mi abbia fatto velo agli occhi parlando del suo libro. Mi pare d’essere stato anzi severo come un procuratore del re. Sarò dunque creduto quando dico che, nonostante la tesi, questa nuova opera del giovane storico è importante, ingegnosa e bella.
Fu, se non erro, nel 1880, che la controversia intorno alla morte del Ferruccio fece capolino e mise a rumore i giornali politici e letterari. Ferdinando Martini nelFanfulla della Domenicaannunziava che Edoardo Alvisi, giovane benemerito per parecchi importanti libri storici, stava compiendo un’opera dove, coi documenti alla mano, avrebbe provato che il Maramaldo non ammazzò il Ferruccio, o che per lo meno la faccenda era assai dubbia. Tutti ricordano lo strepito che ne seguì. Parve pensino che l’onore della patria fosse in pericolo e che il nome italiano dovesse diventare obbrobrioso, solo che si dubitasse dell’infamia del Maramaldo! I grandi amori sono corti di vista, e bisognerà rallegrarsi della grandezza dell’amor patrio che scattò fuori in quei giorni, tanto che alcuni divennero ciechi a dirittura. Andate a dire ad uno, che ami svisceratamente la religione, che Ponzio Pilato non fu poi quel birbante che ci dipinge la tradizione cristiana, e sentirete che risposta e che anatemi vi attirerà sul capo la proposta. Così avvenne quando nacque il dubbio di una possibile riabilitazione di Fabrizio Maramaldo, quel Gano ideale della tradizione italica moderna. Si disse fino esser opera iniqua distruggere la leggenda eroica del Ferruccio a profitto di un avventuriero spagnuolo; e Maramaldo fu italiano. Si gridò, si urlò, e tutti gli oratori che avevan ficcato per forza il Ferruccio nelle loro perorazioni innanzi alle turbe, tutti i poeti che avevano improperato il Maramaldo in versi sciolti o rimati, si sentirono come offesi personalmente, temettero per la immortalità delle loro opere complete, e invocando il santo nome della patria, scomunicarono l’audace che osava discutere simile eresia.
Il Martini, ingegno polemico de’ più arguti, si difese meravigliosamente, ma gli avversari furori così numerosi e la discussione degenerò così rapidamente in garriti politici, c’è egli finì, pare, con infastidirsene e rimettere la sentenza all’epoca della pubblicazione del libro. E il libro oggi è pubblicato[5].
Per me (poichè parlo solo in nome mio e non in nome della patria, come molti fecero e fanno in questa contesa) per me ero dispostissimo a credere erronea la leggenda di Gavinana, quando l’errore mi fosse stato provato. Oltre che l’incredulità, o per lo meno il dubbio, diventarono inquilini ostinati della mia zucca, Gavinana m’aveva spoetizzato la sua leggenda. In quel villaggio di montagna, non c’è di grande che un ricordo. Vorreste far parlare la vostra fantasia, ricostruirvi in capo l’ultima scena delle eroiche tragedie moderne, e finire col vedere il nome e l’imagine del Ferruccio diventati insegna d’un albergo. Mi ricordo che davanti al cimitero è un portico, sotto al quale è dipinta una Annunziata; e sotto all’imagine, una mano irriverente ha scritto col lapis: «Tra nove mesi nascerà il Messia»; uno dei versi più volgari del turpissimo Stecchetti. E tutto, fino l’album dove vi fanno scrivere il nome, è inquinato di questa volgarità buffa che vi toglie le illusioni e vi mozza le ali della fantasia. Se poi, che il Signore ve ne scampi, vi parrà impossibile che la buaggine umana possa far tanta pompa di sè in un luogo dove la patria segnò una delle stazioni sacre della sua Via crucis. Alle Termopili non è difficile, dicono, trovare i ladri; ma io credo che le illusioni resistano meglio alla perdita dell’orologio che alla perdita della serietà.
E più mi dava fiducia il conoscerà l’autore del futuro libro; poichè l’Alvisi è amico mio da un pezzo, fin da quando, circa dodici anni fa, perpetravamo con le forbici un giornale che il Panzacchi dirigeva quando se ne ricordava. So che ingegno criticamente acuto sia il suo e qual coscienza e infaticabilità rechi nelle ricerche. Conoscevo il suo libro intorno al governo di Romagna del duca Valentino, libro un po’ arruffato, ma pieno di fatti nuovi, importanti, e cercati con una assiduità quasi tedesca. Mi fidavo dunque, anzi mi rallegravo in anticipazione della sconfitta di coloro che parevano offesi personalmente quando si diceva che il Ferruccio poteva ben esser morto in un altro modo. Invece, benchè il libro dell’Alvisi mi paia meglio fatto di tutti i suoi precedenti lavori, non mi ha punto convinto; anzi, fino a prova contraria,mi fa credere che laleggendaabbia proprio ragione.
L’Alvisi ragiona così. Tutti gli storici fiorentini che narrano l’eccidio di Gavinana copiarono dal Giovio, il quale ne diede molti particolari nelleHistoriae sui temporis, uscite alla luce 22 anni dopo il fatto, cioè nel 1552; o se non copiarono alla lettera, attinsero manifestamente da lui. In Firenze, prima del libro del Giovio non si sa e non si dice altro che il Ferruccio nella battaglia di Gavinana fu morto, senza che dall’uccisione si dia colpa a nessuna persona nominata. Dunque la leggenda viene dal Giovio che primo la racconta. Ma dove l’attinse egli? Da due poemetti: uno di Mambrino Roseo, edito proprio nel 1530, l’anno di Gavinana; e un altro di Donato Callofilo stampato l’anno dopo. L’Alvisi prova queste figliazioni, prova anche che alcuni storici fiorentini risalirono alle fonti stesse alle quali il Giovio aveva attinto; e si domanda:—Come avviene che gli storici fiorentini contemporanei, anzi quasi testimoni del fatto, ne ignorano i termini e quando debbono parlarne sono costretti a copiare uno storico forastiero, il quale alla sua volta copia di qua e di là da due autori senza autorità alcuna, e che spesso si contraddicono?—Di qui, per lo meno, il dubbio sull’esattezza del fatto come è narrato dal Giovio e copiato dagli storici fiorentini.
Mettiamo pure, intanto, che la cosa sia allo stato di dubbio. L’Alvisi aggiunge che un commissario del campo in una memoria scritta pel Varchi narra che il capitano Garaus, spagnolo, fu il primo a colpire il Ferruccio, e il Nerli conferma che appunto i capitani del morto principe d’Orange uccisero il Ferruccio in vendetta della morte del loro duce. E questa è la versione ammessa dall’Alvisi (p. 166). Quanto alle altre relazioni che accusano Maramaldo dell’uccisione, si spiegano pensando che il fatto accadde lontano da Pistoia e da Firenze, di notte, nel tumulto della vittoria e con pochi testimoni. Certo il Ferruccio fu condotto al Maramaldo, dove poi fu ucciso dagli uomini del principe; ma l’esser stato condotto innanzi al Maramaldo, dovette in quella confusione far credere che il Maramaldo stesso fosse l’uccisore; per certo in quel tumulto si disse prima, che il Ferruccio fu ucciso per volontà del Maramaldo, essendo stato ammazzato sotto a’ suoi occhi; poi che il Maramaldo lo fece ammazzare, poi che lo ammazzò: ed ecco la leggenda bell’e fatta, tanto che il Callofilo la mette in ottava rima l’anno dopo, e dopo ventidue anni la copia il Giovio. Così l’Alvisi dal dubbio passa ad una certezza positiva, affatto contraria alla leggenda come finora fu narrata ed ammessa.
Cominciamo al rovescio. Prima di tutto la relazione dello Sperino, quella cioè che parla del capitano Garaus e che nel libro dell’Alvisi è il documento 189 (a pag. 167 per errore di stampa è notata 188) è scritta assai tardi. Ma anche fosse scritta un’ora dopo l’eccidio, non fa che confermarlo. Nel testo bisognava riferire l’intero brano della relazione che dice a chiare lettere (p. 413): «Le fanterie del principe ruppero Ferruccio et le sue genti et lo fecero prigione. Etfu ammazzato, secondo la pubblica fama, da Fabritio Marramaldo colonnello napolitano, ma il vero è ch’egli non fu il primo che gli dette, ma un gentil’huomo spagnolo detto Garaus ecc.» O dunque? Lo Sperino conferma lapubblica famache attribuiva e attribuisce al Maramaldo l’uccisione; solo aggiunge che Maramaldo non fu il primo a ferire. Ma come l’Alvisi non ha visto che le parole dello Sperino cresimavano vero lo sdegnoso detto: «Tu ammazzi un uomo morto»? Tanto è vero, che il Varchi, pel quale lo Sperino scriveva, accusò Maramaldo e inscrisse la frase del commissario morente nella sua storia. Questa relazione dello Sperino torna dunque contro l’assunto dell’Alvisi: diametralmente contro.
Non resta che il Nerli, della cui veridicità non voglio dire quel che il Giannotti scriveva al Varchi. Certo però a quello storico accanitamente mediceo non si poteva chiedere che accusasse apertamente un amico de’ suoi signori forse ancora vivente. Certo è poi che la frase, sulla quale poggia tutto l’edifizio dell’Alvisi, è vaga e scritta in modo che mostra come il Nerli poco si curasse di mettere in chiaro la cosa. Egli accusagli uomini del principe, e quanto alla causa dell’uccisione non la sa e non la cerca. Qui sopra vedemmo come lo Sperino chiamifanteria del principequelle che erano sotto gli ordini del Maramaldo. Costui era infatti unuomo del principeche comandava in capo, e la imprecisa frase del Nerli non esclude la versione comune. Ad ogni modo poi il testo dice chiaro che il Nerli o non seppe o trascurò di dire quel che sapeva. Quando narra che gli uomini del principe ammazzarono il Ferruccio «o pel dispiacere della morte del loro signoreo per qualsivoglia altra cagione», dice chiaro che a lui non importa punto cercare o dire la precisa verità del fatto.
Ad ogni modo, stabilito così, che, delle testimonianze recate dall’Alvisi in favore della sua tesi, una la contraddice e l’altra è dubbia, o per lo meno sola e vaga, che cosa resta? Restano le molte, esplicite ed attendibili testimonianze che accusano precisamente il Maramaldo. E intanto l’ipotesi (poichè è una ipotesi) fatta dall’Alvisisulla formazione della voce che sullo stesso campo di battaglia attribuiva al Maramaldo la morte del Ferruccio, non pare che corra tanto liscia. Il fatto avvenne, è vero, lontano da Pistoia o da Firenze, ma tuttavia in mezzo a parecchie migliaia di combattenti. Non era notte, poichè la conclusione del fatto è messa da testimoni di persona tra le ore 20 e le 24, cioè tra le 3 e e le 7 del pomeriggio, e in agosto in quell’ora ci si vede bene.
Non potevano esser pochi i testimoni presenti, poichè, secondo tutte le versioni, da quella del Giovio a quella dell’Alvisi, l’eccidio accadde in piazza, dove certo possono stare parecchie centinaia di persone.
E secondo la versione comune, il Maramaldo, il capitano vittorioso, non poteva esser là solo, o con pochi; mentre, secondo la versione stessa dell’Alvisi, gli uccisori furono parecchi; ed in ogni modo, conoscendo i luoghi, si vede che tutto doveva gravitare intorno alla piazza. E finalmente la confusione della vittoria, per grande che fosse, non potè fare che dal campo, quindici ore dopo la morte del Ferruccio, un segretario del vicelegato di Bologna scrivesse al suo padrone a chiare lettere cheFerruzzo fu morto per mano del signor Fabrizio, senza esser sicuro di quel che diceva, quando il suo stato l’obbligava invece ad assicurarsene gli porgeva insieme la facile maniera di farlo.
Il fatto è che alla frase dello Sperino che ammette la stoccata del Maramaldo ed all’equivoco periodo del Nerli, si possono aggiungere non una, ma parecchie lettere scritte dal campo stesso, poche ore dopo al fatto, le quali concordano tutte nell’affermazione fondamentale: Fabrizio ha ucciso il Ferruccio. A quella di Martino Agrippa segretario del vicelegato di Bologna or ora citata, possono aggiungersi quella del Torelli ambasciatore del duca di Ferrara, che dice:Fabritio Maramao... lo amazzò: quella degli Anziani di Lucca, che dicono lo stesso, la lettera da Lucca, riportata dall’Alvisi al documento 122, dove si dice:Fabrizio di sua mano schannò il Feruzio: quella del Giovio, scritta sei giorni dopo il fatto, ecc. Non concordano nelle ragioni dell’uccisione, ma questo non infirma punto il fatto fondamentale. Anche oggi dopo un omicidio difficilmente si concorda nel designarne la causa, ma ciò non toglie la verità dell’omicidio e la concordia del designare l’assassino. A che si riducono, in faccia a queste affermazioni esplicite di persone che potevano sapere, e, volendo, vedere la cosa, a che si riducono le vaghe espressioni del Nerli? Ahimè, a nulla!
E, per finire, perchè il Maramaldo disse che il Ferruccio morì in battaglia? (pag. 169). Se non l’aveva uccisolui, o che bisogno aveva di mentire, poichè quella, secondo tutte le versioni, è menzogna?
Stabene che gli storici fiorentini abbiano copiato dal Giovio; ma costui, sei giorni dopo la battaglia e ventidue anni dopo, con le stampe del Torrentino, disse che il Ferruccio era stato ucciso dal Maramaldo. E se variò nei particolari, nelle cause cui attribuì l’effetto, nelle fonti da cui attinse la parte drammatica e accessoria del fatto, sostenne però sempre che il fatto era accaduto a quel modo. Dal Roseo e dal Callofilo tolse parecchie frasi, ma quelle sole che confacevano al suo assunto, o tutt’al più che lo adornavano. Cambiò, variò, ricamò quanto si vuole, ma l’affermazione fondamentale è sempre quella, dal 1530 al 1552.
Gli storici fiorentini copiarono il Giovio, appunto come fanno gli storici anche oggi, e i più valenti. Udite le varie versioni di un atto, accettano quella che più soddisfa al loro criterio storico, aggiungono quel che sanno di più, ragionano o anche sragionano sulle cause e sulle conseguenze, ma, poichè la storia non s’inventa, dicono quel che dissero i predecessori quando quella parve loro la verità.
Per me dunque il libro dell’Alvisi prova e riprova che il commissario Francesco Ferruccio fu ammazzato dal colonnello Fabrizio Maramaldo sulla piazza di Gavinana.
Questo, quanto alla tesi. Non bisogna però dimenticare le gravi questioni storiche che zampillano da questo libro e che l’Alvisi ha esposte e spesso risolute con singolare acume e felicità. La questione della critica dei testi storici fa un passo in questo libro. Le ragioni per cui il Maramaldo uccise il Ferruccio sono messe di nuovo in discussione, per quanto, almeno per me, rimanga immutabile il fatto. La storiella della figlia di Salvestro Aldobrandini che rifiuta sdegnosamente di ballare col Maramaldo è riconosciuta e provata favola, per quanto si siano dipinti anche di bei quadri in proposito. La serie dei documenti che illustrano un periodo di storia italiana importantissimo e la vita di un capitano di gran nome come il Maramaldo, anche dopo il lavoro del De Blasiis, è ricchissima e felice. Insomma, è un bel libro, al quale, come a tutte le produzioni letterarie, drammatiche, storiche, ecc., nuoce la tesi prefissa.
Non si potrà dire che l’amicizia che porto all’Alvisi mi abbia fatto velo agli occhi parlando del suo libro. Mi pare d’essere stato anzi severo come un procuratore del re. Sarò dunque creduto quando dico che, nonostante la tesi, questa nuova opera del giovane storico è importante, ingegnosa e bella.