LETTERE AD ANTONIO PANIZZIÈ un libro troppo importante quello che uscì or ora con questo titolo dalla tipografia Barbèra, per passare senza ricordarlo. Importante per la storia italiana, poichè vi si ritrovano lettere di quasi tutti gli uomini principali che presero parte ai moti italiani, e nelle lettere, scritte senza il sospetto della pubblicità , si ritrova nudo e vero il carattere degli scrittori.Antonio Panizzi, affigliato alla carboneria, dovette esulare dagli stati modenesi dopo i moti del 1821 e nel 1823 fu condannato a morte in contumacia. Rifugiato in Inghilterra, campò in principio insegnando la lingua italiana, quindi, entrato negli impieghi, salì al grado insigne di bibliotecario del museo britannico. Sino dal primo giorno del suo arrivo si diede ad aiutare i compagni di sventura, e quando fu arrivato agli onori e fu in contatto ed amicizia con gli uomini di Stato, diventò l’avvocato influente degli interessi italiani presso il governo inglese. Se fosse rimasto in Italia sarebbe morto all’apice della carriera di bibliotecario con quattromila lire l’anno, lorde dalla ricchezza mobile. In Inghilterra fu pensionato con trentacinquemila; e così s’intende come le Biblioteche ed i bibliotecari siano presso di noi quel che sono.La prima lettera è di Santorre Santa Rosa, del giorno 5 settembre 1823; e l’ultima di Luigi Crisostomo Ferrucci, nel 1870. In mezzo troviamo Amari, Arrivabene, Azeglio, Berchet, Bertani, Cavour, Farini, Foscolo, Garibaldi, Mazzini, Medici, Minghetti, Orsini, Poerio, Ricasoli, Scialoia, Sclopis, Settembrini, Spaventa, Ugoni ed altri; nomi tutti di capitale importanza nella storia italiana di questo secolo. Troviamo l’uomo d’azione accanto al cospiratore, l’ingenuasuffisancedel Massari che si dichiara altamente impensieritodegli affari dei principati danubiani, accanto all’attività del Bertani che cerca di far scappar Settembrini dall’ergastolo di Santo Stefano. Le lettere del Mazzini stanno accanto a quelle di Massimo d’Azeglio, il quale nella sua corrispondenza col Rendu chiamava addirittura birbante il cospiratore genovese. Par quasi che la sorte abbia voluto fare una satira.Le lettere di Ugo Foscolo non ci mostrano un aspetto nuovo della sua vita, ma riguardano però quel disgraziato periodo del quale ci restano minori memorie, il periodo delle traversie finanziarie e delle lotte pel pane quotidiano che afflissero gli ultimi anni della sua vita. Giorni angosciosi ne’ quali l’illustre scrittore di tante opere lodate era costretto a combattere co’ librai, cogli editori, coi copisti e cogli invidiosi, nascondendo il proprio domicilio agli uscieri ed ai creditori. Il Panizzi godeva la fiducia del sospettoso poeta, e nelle lettere che riceveva dal Foscolo troviamo un cumulo di confidenze e di sfoghi veramente singolari. L’editore Pickering è trattato da mascalzone, e le lodi che ne fa Carlo di Borbone duchino di Lucca nelle sue lettere sentimentali non gioveranno ad assolverlo. I progetti del povero poeta pullulano in queste lettere, ma disgraziatamente per noi, la grande edizione del Dante, l’Iliade, i tre romanzi, le lettere ai Greci ed altre opere immaginate, non uscirono dallo stato di progetto. Il Foscolo morì nella miseria, non sappiamo quanto godrebbe dell’esser sepolto in Santa Croce per opera di certi uomini, in mezzo ad una nazione tanto diversa da quella che egli sognò.Bizzarre sono le lettere del conte Linati, uno di quegli esuli avventurosi che combattono e lavorano senza posa, pieni sempre di un ardore giovanile che non conosce ostacoli o scoraggiamenti. Condottiero in Spagna, confinato in Francia, colono al Messico, egli è sempre eguale a sè stesso, ardito, instancabile. Il Pecchio, maligno biografo del Foscolo, ci si mostra pure in queste pagine sempre pieno di buone intenzioni, sempre ostinato a lavorare per la libertà del suo paese. Ed invero queste lettere degli esuli o dei cospiratori fino al 1859 sono le più vive, sono quelle che ci colpiscono, ci interessano di più. Tutta una storia di dolori sparpagliata qua e là per l’Europa, si concentra in queste lettere, e i poveri esuli sembrano essersi dati convegno in queste pagine per dirci l’ultima loro parola. È una generazione estinta che rivive, sono i morti che si levano dai sepolcri lontani per dirci le loro speranze e gli spasimi loro. Val meglio questo libro che le pomposeNotti romanedel Verri, dove i vecchi quiriti evocati artificiosamente dai sacri colombari parlano ungergo oratorio e filosofico senza sincerità e senza verisimiglianza. Qui i morti gloriosi parlano colla loro voce, senza affettazione alcuna, e ci dicono la verità del cuor loro, e ci danno i loro giudizi giusti ed i falsi proprio come sgorgavano dalla coscienza.È un libro senza retorica.Poichè non è retorica quella del Medici che da aiutante di Garibaldi passò poi ad aiutante del re, là dove parlando della dimissione del generale nel 1859 nell’Emilia ci dice che Garibaldi avrebbe fatto un popolo leone ed altri farà un popolo pecora. Ci sembrano curiose rivelazioni le seguenti:«Garibaldi significa resistenza, Fanti rassegnazione. Il Re fu un momento per darsi a Garibaldi e già aveva scritto a Fanti di dimettersi; ma quarantott’ore dopo era Fanti che doveva fare perchè Garibaldi si dimettesse.«Ei lo fece in modo meschino, perchè essendo Garibaldi a Rimini colle divisioni Mezzacapo e Rosselli pronto a passare ilRubicone(nota bene, d’accordo con Fanti edaltri) qualora fosse scoppiata insurrezione nelle Marche, si trovò ad un tratto senza comando per aver il Fanti segretamente ordinato a Mezzacapo e Rosselli di non muovere un soldato se prima non ricevevano ordini da lui direttamente. Garibaldi, offeso per il toltogli comando, ma più ancora per il modo subdolo, se ne andò a chiedere spiegazioni al Re, il quale, fattagli la solita amorevole accoglienza e deplorando l’accaduto, le difficoltà in cui si trovava con cinquantamila francesi in casa, coll’esercito in via di lenta riorganizzazione, minacce dell’imperatore se si facesse un sol passo fuori dalle righe ecc., lo consigliava a ritirarsi regalandogli il proprio fucile da caccia ed offrendogli il grado di generale nell’esercito sardo. Garibaldi accettò il fucile e rifiutò il generalato». Ohè, dico! come la mettiamo? Si potrebbe conoscere un po’ più chiaro questo episodio tenebroso dei governi dell’Italia centrale e delle influenze esercitatevi da Cavour e da Rattazzi? C’è il caso che Massimo d’Azeglio avesse ragione quando diceva chiaro e tondo che in tutte le faccende del 1859 e 1860 mancò l’onestà ? D’Azeglio fu quel che volete; fu il primo a gridare che Roma era retorica, ma fu almeno galantuomo e non nascose mai nessuno de’ suoi sentimenti. Questo galantuomo giudicò come tutti sanno la politica di Cavour; come va dunque che il biasimatore e il biasimato sono oggi tutti e due sullo stesso altare ed incensati dallo stesso incenso? Non parliamo di quel che riguarda la lettera del Medici, perchè allora Cavour dormiva sotto la tenda; ma il resto?Le lettere del Bertani e quelle del Settembrini sono unprezioso complemento della biografia di quest’ultimo. Tutta quella parte che riguarda la progettata fuga ha qualche cosa del romanzo, e davvero tutti questi episodi di prigione, di fughe, di condanne e di esilii, che cominciano dalla narrazione di Silvio Pellico per passare da quelle di Felice Orsini sino alleMemoriedel Settembrini, sono una parte della letteratura nostra che non ha nulla da invidiare alle più celebri autobiografie straniere, con questo di giunta che i principii pei quali soffrirono sono anche i nostri e quindi ci colpiscono profondamente. Lo stesso libro del quale parliamo rientra in questo ciclo letterario, anzi lo completa e lo illustra.Veramente è da far voti che simili materiali per la nostra storia crescano, si stampino e si ristampino. A leggerli, ci guadagnano tutti, e ne abbiamo bisogno.
LETTERE AD ANTONIO PANIZZIÈ un libro troppo importante quello che uscì or ora con questo titolo dalla tipografia Barbèra, per passare senza ricordarlo. Importante per la storia italiana, poichè vi si ritrovano lettere di quasi tutti gli uomini principali che presero parte ai moti italiani, e nelle lettere, scritte senza il sospetto della pubblicità , si ritrova nudo e vero il carattere degli scrittori.Antonio Panizzi, affigliato alla carboneria, dovette esulare dagli stati modenesi dopo i moti del 1821 e nel 1823 fu condannato a morte in contumacia. Rifugiato in Inghilterra, campò in principio insegnando la lingua italiana, quindi, entrato negli impieghi, salì al grado insigne di bibliotecario del museo britannico. Sino dal primo giorno del suo arrivo si diede ad aiutare i compagni di sventura, e quando fu arrivato agli onori e fu in contatto ed amicizia con gli uomini di Stato, diventò l’avvocato influente degli interessi italiani presso il governo inglese. Se fosse rimasto in Italia sarebbe morto all’apice della carriera di bibliotecario con quattromila lire l’anno, lorde dalla ricchezza mobile. In Inghilterra fu pensionato con trentacinquemila; e così s’intende come le Biblioteche ed i bibliotecari siano presso di noi quel che sono.La prima lettera è di Santorre Santa Rosa, del giorno 5 settembre 1823; e l’ultima di Luigi Crisostomo Ferrucci, nel 1870. In mezzo troviamo Amari, Arrivabene, Azeglio, Berchet, Bertani, Cavour, Farini, Foscolo, Garibaldi, Mazzini, Medici, Minghetti, Orsini, Poerio, Ricasoli, Scialoia, Sclopis, Settembrini, Spaventa, Ugoni ed altri; nomi tutti di capitale importanza nella storia italiana di questo secolo. Troviamo l’uomo d’azione accanto al cospiratore, l’ingenuasuffisancedel Massari che si dichiara altamente impensieritodegli affari dei principati danubiani, accanto all’attività del Bertani che cerca di far scappar Settembrini dall’ergastolo di Santo Stefano. Le lettere del Mazzini stanno accanto a quelle di Massimo d’Azeglio, il quale nella sua corrispondenza col Rendu chiamava addirittura birbante il cospiratore genovese. Par quasi che la sorte abbia voluto fare una satira.Le lettere di Ugo Foscolo non ci mostrano un aspetto nuovo della sua vita, ma riguardano però quel disgraziato periodo del quale ci restano minori memorie, il periodo delle traversie finanziarie e delle lotte pel pane quotidiano che afflissero gli ultimi anni della sua vita. Giorni angosciosi ne’ quali l’illustre scrittore di tante opere lodate era costretto a combattere co’ librai, cogli editori, coi copisti e cogli invidiosi, nascondendo il proprio domicilio agli uscieri ed ai creditori. Il Panizzi godeva la fiducia del sospettoso poeta, e nelle lettere che riceveva dal Foscolo troviamo un cumulo di confidenze e di sfoghi veramente singolari. L’editore Pickering è trattato da mascalzone, e le lodi che ne fa Carlo di Borbone duchino di Lucca nelle sue lettere sentimentali non gioveranno ad assolverlo. I progetti del povero poeta pullulano in queste lettere, ma disgraziatamente per noi, la grande edizione del Dante, l’Iliade, i tre romanzi, le lettere ai Greci ed altre opere immaginate, non uscirono dallo stato di progetto. Il Foscolo morì nella miseria, non sappiamo quanto godrebbe dell’esser sepolto in Santa Croce per opera di certi uomini, in mezzo ad una nazione tanto diversa da quella che egli sognò.Bizzarre sono le lettere del conte Linati, uno di quegli esuli avventurosi che combattono e lavorano senza posa, pieni sempre di un ardore giovanile che non conosce ostacoli o scoraggiamenti. Condottiero in Spagna, confinato in Francia, colono al Messico, egli è sempre eguale a sè stesso, ardito, instancabile. Il Pecchio, maligno biografo del Foscolo, ci si mostra pure in queste pagine sempre pieno di buone intenzioni, sempre ostinato a lavorare per la libertà del suo paese. Ed invero queste lettere degli esuli o dei cospiratori fino al 1859 sono le più vive, sono quelle che ci colpiscono, ci interessano di più. Tutta una storia di dolori sparpagliata qua e là per l’Europa, si concentra in queste lettere, e i poveri esuli sembrano essersi dati convegno in queste pagine per dirci l’ultima loro parola. È una generazione estinta che rivive, sono i morti che si levano dai sepolcri lontani per dirci le loro speranze e gli spasimi loro. Val meglio questo libro che le pomposeNotti romanedel Verri, dove i vecchi quiriti evocati artificiosamente dai sacri colombari parlano ungergo oratorio e filosofico senza sincerità e senza verisimiglianza. Qui i morti gloriosi parlano colla loro voce, senza affettazione alcuna, e ci dicono la verità del cuor loro, e ci danno i loro giudizi giusti ed i falsi proprio come sgorgavano dalla coscienza.È un libro senza retorica.Poichè non è retorica quella del Medici che da aiutante di Garibaldi passò poi ad aiutante del re, là dove parlando della dimissione del generale nel 1859 nell’Emilia ci dice che Garibaldi avrebbe fatto un popolo leone ed altri farà un popolo pecora. Ci sembrano curiose rivelazioni le seguenti:«Garibaldi significa resistenza, Fanti rassegnazione. Il Re fu un momento per darsi a Garibaldi e già aveva scritto a Fanti di dimettersi; ma quarantott’ore dopo era Fanti che doveva fare perchè Garibaldi si dimettesse.«Ei lo fece in modo meschino, perchè essendo Garibaldi a Rimini colle divisioni Mezzacapo e Rosselli pronto a passare ilRubicone(nota bene, d’accordo con Fanti edaltri) qualora fosse scoppiata insurrezione nelle Marche, si trovò ad un tratto senza comando per aver il Fanti segretamente ordinato a Mezzacapo e Rosselli di non muovere un soldato se prima non ricevevano ordini da lui direttamente. Garibaldi, offeso per il toltogli comando, ma più ancora per il modo subdolo, se ne andò a chiedere spiegazioni al Re, il quale, fattagli la solita amorevole accoglienza e deplorando l’accaduto, le difficoltà in cui si trovava con cinquantamila francesi in casa, coll’esercito in via di lenta riorganizzazione, minacce dell’imperatore se si facesse un sol passo fuori dalle righe ecc., lo consigliava a ritirarsi regalandogli il proprio fucile da caccia ed offrendogli il grado di generale nell’esercito sardo. Garibaldi accettò il fucile e rifiutò il generalato». Ohè, dico! come la mettiamo? Si potrebbe conoscere un po’ più chiaro questo episodio tenebroso dei governi dell’Italia centrale e delle influenze esercitatevi da Cavour e da Rattazzi? C’è il caso che Massimo d’Azeglio avesse ragione quando diceva chiaro e tondo che in tutte le faccende del 1859 e 1860 mancò l’onestà ? D’Azeglio fu quel che volete; fu il primo a gridare che Roma era retorica, ma fu almeno galantuomo e non nascose mai nessuno de’ suoi sentimenti. Questo galantuomo giudicò come tutti sanno la politica di Cavour; come va dunque che il biasimatore e il biasimato sono oggi tutti e due sullo stesso altare ed incensati dallo stesso incenso? Non parliamo di quel che riguarda la lettera del Medici, perchè allora Cavour dormiva sotto la tenda; ma il resto?Le lettere del Bertani e quelle del Settembrini sono unprezioso complemento della biografia di quest’ultimo. Tutta quella parte che riguarda la progettata fuga ha qualche cosa del romanzo, e davvero tutti questi episodi di prigione, di fughe, di condanne e di esilii, che cominciano dalla narrazione di Silvio Pellico per passare da quelle di Felice Orsini sino alleMemoriedel Settembrini, sono una parte della letteratura nostra che non ha nulla da invidiare alle più celebri autobiografie straniere, con questo di giunta che i principii pei quali soffrirono sono anche i nostri e quindi ci colpiscono profondamente. Lo stesso libro del quale parliamo rientra in questo ciclo letterario, anzi lo completa e lo illustra.Veramente è da far voti che simili materiali per la nostra storia crescano, si stampino e si ristampino. A leggerli, ci guadagnano tutti, e ne abbiamo bisogno.
È un libro troppo importante quello che uscì or ora con questo titolo dalla tipografia Barbèra, per passare senza ricordarlo. Importante per la storia italiana, poichè vi si ritrovano lettere di quasi tutti gli uomini principali che presero parte ai moti italiani, e nelle lettere, scritte senza il sospetto della pubblicità , si ritrova nudo e vero il carattere degli scrittori.
Antonio Panizzi, affigliato alla carboneria, dovette esulare dagli stati modenesi dopo i moti del 1821 e nel 1823 fu condannato a morte in contumacia. Rifugiato in Inghilterra, campò in principio insegnando la lingua italiana, quindi, entrato negli impieghi, salì al grado insigne di bibliotecario del museo britannico. Sino dal primo giorno del suo arrivo si diede ad aiutare i compagni di sventura, e quando fu arrivato agli onori e fu in contatto ed amicizia con gli uomini di Stato, diventò l’avvocato influente degli interessi italiani presso il governo inglese. Se fosse rimasto in Italia sarebbe morto all’apice della carriera di bibliotecario con quattromila lire l’anno, lorde dalla ricchezza mobile. In Inghilterra fu pensionato con trentacinquemila; e così s’intende come le Biblioteche ed i bibliotecari siano presso di noi quel che sono.
La prima lettera è di Santorre Santa Rosa, del giorno 5 settembre 1823; e l’ultima di Luigi Crisostomo Ferrucci, nel 1870. In mezzo troviamo Amari, Arrivabene, Azeglio, Berchet, Bertani, Cavour, Farini, Foscolo, Garibaldi, Mazzini, Medici, Minghetti, Orsini, Poerio, Ricasoli, Scialoia, Sclopis, Settembrini, Spaventa, Ugoni ed altri; nomi tutti di capitale importanza nella storia italiana di questo secolo. Troviamo l’uomo d’azione accanto al cospiratore, l’ingenuasuffisancedel Massari che si dichiara altamente impensieritodegli affari dei principati danubiani, accanto all’attività del Bertani che cerca di far scappar Settembrini dall’ergastolo di Santo Stefano. Le lettere del Mazzini stanno accanto a quelle di Massimo d’Azeglio, il quale nella sua corrispondenza col Rendu chiamava addirittura birbante il cospiratore genovese. Par quasi che la sorte abbia voluto fare una satira.
Le lettere di Ugo Foscolo non ci mostrano un aspetto nuovo della sua vita, ma riguardano però quel disgraziato periodo del quale ci restano minori memorie, il periodo delle traversie finanziarie e delle lotte pel pane quotidiano che afflissero gli ultimi anni della sua vita. Giorni angosciosi ne’ quali l’illustre scrittore di tante opere lodate era costretto a combattere co’ librai, cogli editori, coi copisti e cogli invidiosi, nascondendo il proprio domicilio agli uscieri ed ai creditori. Il Panizzi godeva la fiducia del sospettoso poeta, e nelle lettere che riceveva dal Foscolo troviamo un cumulo di confidenze e di sfoghi veramente singolari. L’editore Pickering è trattato da mascalzone, e le lodi che ne fa Carlo di Borbone duchino di Lucca nelle sue lettere sentimentali non gioveranno ad assolverlo. I progetti del povero poeta pullulano in queste lettere, ma disgraziatamente per noi, la grande edizione del Dante, l’Iliade, i tre romanzi, le lettere ai Greci ed altre opere immaginate, non uscirono dallo stato di progetto. Il Foscolo morì nella miseria, non sappiamo quanto godrebbe dell’esser sepolto in Santa Croce per opera di certi uomini, in mezzo ad una nazione tanto diversa da quella che egli sognò.
Bizzarre sono le lettere del conte Linati, uno di quegli esuli avventurosi che combattono e lavorano senza posa, pieni sempre di un ardore giovanile che non conosce ostacoli o scoraggiamenti. Condottiero in Spagna, confinato in Francia, colono al Messico, egli è sempre eguale a sè stesso, ardito, instancabile. Il Pecchio, maligno biografo del Foscolo, ci si mostra pure in queste pagine sempre pieno di buone intenzioni, sempre ostinato a lavorare per la libertà del suo paese. Ed invero queste lettere degli esuli o dei cospiratori fino al 1859 sono le più vive, sono quelle che ci colpiscono, ci interessano di più. Tutta una storia di dolori sparpagliata qua e là per l’Europa, si concentra in queste lettere, e i poveri esuli sembrano essersi dati convegno in queste pagine per dirci l’ultima loro parola. È una generazione estinta che rivive, sono i morti che si levano dai sepolcri lontani per dirci le loro speranze e gli spasimi loro. Val meglio questo libro che le pomposeNotti romanedel Verri, dove i vecchi quiriti evocati artificiosamente dai sacri colombari parlano ungergo oratorio e filosofico senza sincerità e senza verisimiglianza. Qui i morti gloriosi parlano colla loro voce, senza affettazione alcuna, e ci dicono la verità del cuor loro, e ci danno i loro giudizi giusti ed i falsi proprio come sgorgavano dalla coscienza.
È un libro senza retorica.
Poichè non è retorica quella del Medici che da aiutante di Garibaldi passò poi ad aiutante del re, là dove parlando della dimissione del generale nel 1859 nell’Emilia ci dice che Garibaldi avrebbe fatto un popolo leone ed altri farà un popolo pecora. Ci sembrano curiose rivelazioni le seguenti:
«Garibaldi significa resistenza, Fanti rassegnazione. Il Re fu un momento per darsi a Garibaldi e già aveva scritto a Fanti di dimettersi; ma quarantott’ore dopo era Fanti che doveva fare perchè Garibaldi si dimettesse.
«Ei lo fece in modo meschino, perchè essendo Garibaldi a Rimini colle divisioni Mezzacapo e Rosselli pronto a passare ilRubicone(nota bene, d’accordo con Fanti edaltri) qualora fosse scoppiata insurrezione nelle Marche, si trovò ad un tratto senza comando per aver il Fanti segretamente ordinato a Mezzacapo e Rosselli di non muovere un soldato se prima non ricevevano ordini da lui direttamente. Garibaldi, offeso per il toltogli comando, ma più ancora per il modo subdolo, se ne andò a chiedere spiegazioni al Re, il quale, fattagli la solita amorevole accoglienza e deplorando l’accaduto, le difficoltà in cui si trovava con cinquantamila francesi in casa, coll’esercito in via di lenta riorganizzazione, minacce dell’imperatore se si facesse un sol passo fuori dalle righe ecc., lo consigliava a ritirarsi regalandogli il proprio fucile da caccia ed offrendogli il grado di generale nell’esercito sardo. Garibaldi accettò il fucile e rifiutò il generalato». Ohè, dico! come la mettiamo? Si potrebbe conoscere un po’ più chiaro questo episodio tenebroso dei governi dell’Italia centrale e delle influenze esercitatevi da Cavour e da Rattazzi? C’è il caso che Massimo d’Azeglio avesse ragione quando diceva chiaro e tondo che in tutte le faccende del 1859 e 1860 mancò l’onestà ? D’Azeglio fu quel che volete; fu il primo a gridare che Roma era retorica, ma fu almeno galantuomo e non nascose mai nessuno de’ suoi sentimenti. Questo galantuomo giudicò come tutti sanno la politica di Cavour; come va dunque che il biasimatore e il biasimato sono oggi tutti e due sullo stesso altare ed incensati dallo stesso incenso? Non parliamo di quel che riguarda la lettera del Medici, perchè allora Cavour dormiva sotto la tenda; ma il resto?
Le lettere del Bertani e quelle del Settembrini sono unprezioso complemento della biografia di quest’ultimo. Tutta quella parte che riguarda la progettata fuga ha qualche cosa del romanzo, e davvero tutti questi episodi di prigione, di fughe, di condanne e di esilii, che cominciano dalla narrazione di Silvio Pellico per passare da quelle di Felice Orsini sino alleMemoriedel Settembrini, sono una parte della letteratura nostra che non ha nulla da invidiare alle più celebri autobiografie straniere, con questo di giunta che i principii pei quali soffrirono sono anche i nostri e quindi ci colpiscono profondamente. Lo stesso libro del quale parliamo rientra in questo ciclo letterario, anzi lo completa e lo illustra.
Veramente è da far voti che simili materiali per la nostra storia crescano, si stampino e si ristampino. A leggerli, ci guadagnano tutti, e ne abbiamo bisogno.