LETTERE DI E. D. GUERRAZZIIl primo volume dell’epistolario del Guerrazzi, curato dal Carducci ed edito dal Vigo a Livorno, oltre ad essere uno splendido documento letterario è altresì un interessante libro politico.Sono calde ancora le ceneri del Ricasoli e non è spenta l’eco delle orazioni elogiastiche declamate sul suo sepolcro. S’era detto che il Ricasoli non era stato un buon cattolico; ed ecco, alla sua morte, i giornali conservatori hanno svelato al mondo, che non se ne importava, gli atti della sua profonda religiosità, ed in Santa Croce i sacerdoti hanno largito al catafalco del fiero barone l’acqua santa e l’incenso benedetto. Nè bastava, poichè l’epistolario del Guerrazzi viene anch’esso a turbare la solennità dell’apoteosi, rimescolando quei fatti poco belli che iniziarono e compirono la restaurazione toscana del 1849 e dei quali il barone fu, più che parte, attore principale. Così, un giorno dopo la morte, cominciano già a prodursi i documenti sui quali la storia giudicherà gli uomini e le azioni loro.Certo, a giudicare la condotta della Commissione governativa ed a sentenziarla losca, doppia e peggio, non importava questo epistolario. Volevano il loro granduca e i tedeschi, e li fecero tornare in modo da non poter nascondere, come avrebbero voluto, le loro simpatie. L’avvocatuccio livornese inceppava l’opera e d’altra parte offendeva l’amor proprio magnatizio dei nobiloni fiorentini: l’avvocatuccio fu quindi soppresso. Tornato il granduca, bisognava dimostrare che la sua fuga era stata giustificata dal pericolo, e si processò l’avvocatuccio livornese. Ma non si trovò terreno molle. L’avvocato non era tale per nulla, e si difese ed offese e strappò maschere e sbugiardò chi lo accusava. Il conto non fu fatto bene, e chi salì lagogna non fu l’accusato. Regnando il granduca, si poteva far tacere i pettegoli che ciarlavano delle birberie passate e credere che i posteri si potessero accontentare delle biliose menzogne del Gualterio battezzate per storia. Ma venne il giorno in cui si potè parlare, venne il tempo in cui si potè sfondare il muro di ferro e di ghiaccio che i conservatori avevano costruito intorno alla verità, ed oggi oramai ognuno sarà retribuito secondo le sue opere.Che cosa non è stato detto del Guerrazzi? Segno di amore indomito e d’odio inestinguibile, nessun adulazione nessuna calunnia gli furono risparmiate. Il suo nemico peggiore, il suo detrattore più accanito e crudele fu la setta moderata: non quella d’oggi, non quella italiana che oggi platoneggia nelle associazioni costituzionali, ma quella che provocò le restaurazioni, anzi specialmente quella toscana che mal coprì il clericalismo taccagno con una ostentazione di scetticismo macchiavellico spesso ridicolo e sempre maligno. A che cosa, in linea politica, siano ridotte le classi dirigenti la Toscana e specialmente a Firenze si vede pur troppo; e non ci vuoi molto a capire che quelle morbose condizioni derivano appunto dall’indirizzo dato alla coscienza politica del loro paese da questi moderati dalla coscienza elastica, i quali per un vantaggio finanziario promesso alla loro città mutano partito così facilmente come si muta vestito. Contro quei moderatucoli imbevuti delle comode dottrine degli Scolopi, contro quei machiavellini minuscoli che suscitarono una Vandea piccolina per restaurare i lorenesi, combattè duramente il Guerrazzi e ne ricevè calunnie, persecuzioni, prigionia, processi, esilio. E più tardi, nel 1861, nel proemio alla sua difesa, il Guerrazzi gridava così:«La setta moderata, senza grandezza, cocciuta e dispettosa, non piegherà se prima gli eventi non l’acciuffino pel collo. Frattanto ella ride, perchè a mente dello Spirito Santo il riso abbonda sulla bocca degli stolti, e sè e la patria conduce al verde. Quando di passo in passo, sua mercè, verrà precipitata alle condizioni in cui si trovò la Francia nel secolo scorso, che farà ella? Come i fanciulli e le femmine strillerà accusando uomini e Dei, sè perfidiosa scolpando, e speculando il tempo per farsi il covo in ogni nuova fortuna.«La setta, perduta l’Italia e Roma, non fia che reputi perduto nulla dove dalle rovine possa costruirsi un casotto e, ceduti i primi seggi, tenere l’ufficio di zecchiere dove non si coniano più le monete ed i sopracciò agli studi dove non s’insegna nulla. Signore! barattaci la setta moderata colle sette piaghe di Egitto e, se vuoi, mettici per giunta l’ottava, ed esalteremo il tuo santissimo nome. Certoio comprendo che la passione qui vince l’intelletto, ma io mi agito e smanio per la patria che miro ad occhi veggenti trascinata all’abisso. La empia setta rovesciò nelle anime la maledizione della stupidità, nei corpi la peste dell’inerzia: melensa ride e fa ridere melensa, sè ad altri avvelena coll’erbasardoa, donde la morte per riso sardonico.»Da queste parole e da molte altre che si potrebbero raccattare nelle opere del Guerrazzi tanto da farne un volume, si discerne l’odio che scorreva tra l’illustre livornese e i moderati. Certo il Guerrazzi trascese nel giudizio e nell’invettiva in certi momenti di profonda irritazione, ma non può negarsi che in somma non abbia dette di gran verità.Assodato così questo cardine dell’esistenza politica del Guerrazzi dopo la restaurazione, colla scorta dell’epistolario si può studiare il periodo d’incubazione di questarabiescontro i moderati. Si può vedere quanto questi odii fossero giustificati e come l’indignazione abbia scaldato l’arte. E se non vi dispiace, un’altra volta lo vedremo assieme.
LETTERE DI E. D. GUERRAZZIIl primo volume dell’epistolario del Guerrazzi, curato dal Carducci ed edito dal Vigo a Livorno, oltre ad essere uno splendido documento letterario è altresì un interessante libro politico.Sono calde ancora le ceneri del Ricasoli e non è spenta l’eco delle orazioni elogiastiche declamate sul suo sepolcro. S’era detto che il Ricasoli non era stato un buon cattolico; ed ecco, alla sua morte, i giornali conservatori hanno svelato al mondo, che non se ne importava, gli atti della sua profonda religiosità, ed in Santa Croce i sacerdoti hanno largito al catafalco del fiero barone l’acqua santa e l’incenso benedetto. Nè bastava, poichè l’epistolario del Guerrazzi viene anch’esso a turbare la solennità dell’apoteosi, rimescolando quei fatti poco belli che iniziarono e compirono la restaurazione toscana del 1849 e dei quali il barone fu, più che parte, attore principale. Così, un giorno dopo la morte, cominciano già a prodursi i documenti sui quali la storia giudicherà gli uomini e le azioni loro.Certo, a giudicare la condotta della Commissione governativa ed a sentenziarla losca, doppia e peggio, non importava questo epistolario. Volevano il loro granduca e i tedeschi, e li fecero tornare in modo da non poter nascondere, come avrebbero voluto, le loro simpatie. L’avvocatuccio livornese inceppava l’opera e d’altra parte offendeva l’amor proprio magnatizio dei nobiloni fiorentini: l’avvocatuccio fu quindi soppresso. Tornato il granduca, bisognava dimostrare che la sua fuga era stata giustificata dal pericolo, e si processò l’avvocatuccio livornese. Ma non si trovò terreno molle. L’avvocato non era tale per nulla, e si difese ed offese e strappò maschere e sbugiardò chi lo accusava. Il conto non fu fatto bene, e chi salì lagogna non fu l’accusato. Regnando il granduca, si poteva far tacere i pettegoli che ciarlavano delle birberie passate e credere che i posteri si potessero accontentare delle biliose menzogne del Gualterio battezzate per storia. Ma venne il giorno in cui si potè parlare, venne il tempo in cui si potè sfondare il muro di ferro e di ghiaccio che i conservatori avevano costruito intorno alla verità, ed oggi oramai ognuno sarà retribuito secondo le sue opere.Che cosa non è stato detto del Guerrazzi? Segno di amore indomito e d’odio inestinguibile, nessun adulazione nessuna calunnia gli furono risparmiate. Il suo nemico peggiore, il suo detrattore più accanito e crudele fu la setta moderata: non quella d’oggi, non quella italiana che oggi platoneggia nelle associazioni costituzionali, ma quella che provocò le restaurazioni, anzi specialmente quella toscana che mal coprì il clericalismo taccagno con una ostentazione di scetticismo macchiavellico spesso ridicolo e sempre maligno. A che cosa, in linea politica, siano ridotte le classi dirigenti la Toscana e specialmente a Firenze si vede pur troppo; e non ci vuoi molto a capire che quelle morbose condizioni derivano appunto dall’indirizzo dato alla coscienza politica del loro paese da questi moderati dalla coscienza elastica, i quali per un vantaggio finanziario promesso alla loro città mutano partito così facilmente come si muta vestito. Contro quei moderatucoli imbevuti delle comode dottrine degli Scolopi, contro quei machiavellini minuscoli che suscitarono una Vandea piccolina per restaurare i lorenesi, combattè duramente il Guerrazzi e ne ricevè calunnie, persecuzioni, prigionia, processi, esilio. E più tardi, nel 1861, nel proemio alla sua difesa, il Guerrazzi gridava così:«La setta moderata, senza grandezza, cocciuta e dispettosa, non piegherà se prima gli eventi non l’acciuffino pel collo. Frattanto ella ride, perchè a mente dello Spirito Santo il riso abbonda sulla bocca degli stolti, e sè e la patria conduce al verde. Quando di passo in passo, sua mercè, verrà precipitata alle condizioni in cui si trovò la Francia nel secolo scorso, che farà ella? Come i fanciulli e le femmine strillerà accusando uomini e Dei, sè perfidiosa scolpando, e speculando il tempo per farsi il covo in ogni nuova fortuna.«La setta, perduta l’Italia e Roma, non fia che reputi perduto nulla dove dalle rovine possa costruirsi un casotto e, ceduti i primi seggi, tenere l’ufficio di zecchiere dove non si coniano più le monete ed i sopracciò agli studi dove non s’insegna nulla. Signore! barattaci la setta moderata colle sette piaghe di Egitto e, se vuoi, mettici per giunta l’ottava, ed esalteremo il tuo santissimo nome. Certoio comprendo che la passione qui vince l’intelletto, ma io mi agito e smanio per la patria che miro ad occhi veggenti trascinata all’abisso. La empia setta rovesciò nelle anime la maledizione della stupidità, nei corpi la peste dell’inerzia: melensa ride e fa ridere melensa, sè ad altri avvelena coll’erbasardoa, donde la morte per riso sardonico.»Da queste parole e da molte altre che si potrebbero raccattare nelle opere del Guerrazzi tanto da farne un volume, si discerne l’odio che scorreva tra l’illustre livornese e i moderati. Certo il Guerrazzi trascese nel giudizio e nell’invettiva in certi momenti di profonda irritazione, ma non può negarsi che in somma non abbia dette di gran verità.Assodato così questo cardine dell’esistenza politica del Guerrazzi dopo la restaurazione, colla scorta dell’epistolario si può studiare il periodo d’incubazione di questarabiescontro i moderati. Si può vedere quanto questi odii fossero giustificati e come l’indignazione abbia scaldato l’arte. E se non vi dispiace, un’altra volta lo vedremo assieme.
Il primo volume dell’epistolario del Guerrazzi, curato dal Carducci ed edito dal Vigo a Livorno, oltre ad essere uno splendido documento letterario è altresì un interessante libro politico.
Sono calde ancora le ceneri del Ricasoli e non è spenta l’eco delle orazioni elogiastiche declamate sul suo sepolcro. S’era detto che il Ricasoli non era stato un buon cattolico; ed ecco, alla sua morte, i giornali conservatori hanno svelato al mondo, che non se ne importava, gli atti della sua profonda religiosità, ed in Santa Croce i sacerdoti hanno largito al catafalco del fiero barone l’acqua santa e l’incenso benedetto. Nè bastava, poichè l’epistolario del Guerrazzi viene anch’esso a turbare la solennità dell’apoteosi, rimescolando quei fatti poco belli che iniziarono e compirono la restaurazione toscana del 1849 e dei quali il barone fu, più che parte, attore principale. Così, un giorno dopo la morte, cominciano già a prodursi i documenti sui quali la storia giudicherà gli uomini e le azioni loro.
Certo, a giudicare la condotta della Commissione governativa ed a sentenziarla losca, doppia e peggio, non importava questo epistolario. Volevano il loro granduca e i tedeschi, e li fecero tornare in modo da non poter nascondere, come avrebbero voluto, le loro simpatie. L’avvocatuccio livornese inceppava l’opera e d’altra parte offendeva l’amor proprio magnatizio dei nobiloni fiorentini: l’avvocatuccio fu quindi soppresso. Tornato il granduca, bisognava dimostrare che la sua fuga era stata giustificata dal pericolo, e si processò l’avvocatuccio livornese. Ma non si trovò terreno molle. L’avvocato non era tale per nulla, e si difese ed offese e strappò maschere e sbugiardò chi lo accusava. Il conto non fu fatto bene, e chi salì lagogna non fu l’accusato. Regnando il granduca, si poteva far tacere i pettegoli che ciarlavano delle birberie passate e credere che i posteri si potessero accontentare delle biliose menzogne del Gualterio battezzate per storia. Ma venne il giorno in cui si potè parlare, venne il tempo in cui si potè sfondare il muro di ferro e di ghiaccio che i conservatori avevano costruito intorno alla verità, ed oggi oramai ognuno sarà retribuito secondo le sue opere.
Che cosa non è stato detto del Guerrazzi? Segno di amore indomito e d’odio inestinguibile, nessun adulazione nessuna calunnia gli furono risparmiate. Il suo nemico peggiore, il suo detrattore più accanito e crudele fu la setta moderata: non quella d’oggi, non quella italiana che oggi platoneggia nelle associazioni costituzionali, ma quella che provocò le restaurazioni, anzi specialmente quella toscana che mal coprì il clericalismo taccagno con una ostentazione di scetticismo macchiavellico spesso ridicolo e sempre maligno. A che cosa, in linea politica, siano ridotte le classi dirigenti la Toscana e specialmente a Firenze si vede pur troppo; e non ci vuoi molto a capire che quelle morbose condizioni derivano appunto dall’indirizzo dato alla coscienza politica del loro paese da questi moderati dalla coscienza elastica, i quali per un vantaggio finanziario promesso alla loro città mutano partito così facilmente come si muta vestito. Contro quei moderatucoli imbevuti delle comode dottrine degli Scolopi, contro quei machiavellini minuscoli che suscitarono una Vandea piccolina per restaurare i lorenesi, combattè duramente il Guerrazzi e ne ricevè calunnie, persecuzioni, prigionia, processi, esilio. E più tardi, nel 1861, nel proemio alla sua difesa, il Guerrazzi gridava così:
«La setta moderata, senza grandezza, cocciuta e dispettosa, non piegherà se prima gli eventi non l’acciuffino pel collo. Frattanto ella ride, perchè a mente dello Spirito Santo il riso abbonda sulla bocca degli stolti, e sè e la patria conduce al verde. Quando di passo in passo, sua mercè, verrà precipitata alle condizioni in cui si trovò la Francia nel secolo scorso, che farà ella? Come i fanciulli e le femmine strillerà accusando uomini e Dei, sè perfidiosa scolpando, e speculando il tempo per farsi il covo in ogni nuova fortuna.
«La setta, perduta l’Italia e Roma, non fia che reputi perduto nulla dove dalle rovine possa costruirsi un casotto e, ceduti i primi seggi, tenere l’ufficio di zecchiere dove non si coniano più le monete ed i sopracciò agli studi dove non s’insegna nulla. Signore! barattaci la setta moderata colle sette piaghe di Egitto e, se vuoi, mettici per giunta l’ottava, ed esalteremo il tuo santissimo nome. Certoio comprendo che la passione qui vince l’intelletto, ma io mi agito e smanio per la patria che miro ad occhi veggenti trascinata all’abisso. La empia setta rovesciò nelle anime la maledizione della stupidità, nei corpi la peste dell’inerzia: melensa ride e fa ridere melensa, sè ad altri avvelena coll’erbasardoa, donde la morte per riso sardonico.»
Da queste parole e da molte altre che si potrebbero raccattare nelle opere del Guerrazzi tanto da farne un volume, si discerne l’odio che scorreva tra l’illustre livornese e i moderati. Certo il Guerrazzi trascese nel giudizio e nell’invettiva in certi momenti di profonda irritazione, ma non può negarsi che in somma non abbia dette di gran verità.
Assodato così questo cardine dell’esistenza politica del Guerrazzi dopo la restaurazione, colla scorta dell’epistolario si può studiare il periodo d’incubazione di questarabiescontro i moderati. Si può vedere quanto questi odii fossero giustificati e come l’indignazione abbia scaldato l’arte. E se non vi dispiace, un’altra volta lo vedremo assieme.