LE MEMORIEDEL PRINCIPE DI METTERNICH

LE MEMORIEDEL PRINCIPE DI METTERNICHÈ inutile.Semel abbas,semper abbas, e chi fu diplomatico una volta, conserva sempre il pelo e il vizio del diplomatico. Non è giusto quindi domandare a quel principe di Metternich che diresse la cancelleria austriaca dal 1809 al 1848 e che fu uno dei più perfetti tipi del diplomatico astuto ed impenetrabile, la franchezza intera ed indifferente che G. C. Rousseau usò nelle sueConfessioni. Il furbissimo principe non dice anche in queste sue Memorie d’oltretomba altro che quello che vuol dire e che importa far sapere a maggior gloria dell’imperatore Francesco I e della sua cancelleria. Egli serve fedelmente Sua Maestà Imperiale e Reale anche vent’anni dopo la morte.Che freddo in queste Memorie! Tutto vi è misurato, calcolato come in un documento ufficiale. Mai una nota d’affetto o di passione, mai nemmeno la sublime follia dell’amor di patria! L’intonazione la dà lo stesso imperatore.Dopo le vittorie del 1814 egli vuol ringraziare con una lettera autografa il maresciallo di Schwarzenberg, ed al Metternich, che redige la minuta, sfugge due volte la parolapatria. Sua Maestà colla sua imperial mano cancella due volte la sacrilega parola e sostituisce una voltai miei popoli, l’altrail mio Impero. I luoghi comuni dellepaterne visceree delpaterno affettosono buoni pei proclami, in cui si chiede qualche cosa, sangue o danaro; ma nel segreto del gabinetto imperiale sarebbe ridicolo ricordarli. Sua Maestà il 17 gennaio 1811 scrive al ministro: «Se per evitare mali maggiori bisognasse venire al cambio della Galizia, si cercherebbe di fare in modo che almeno il cambio avesse luogo senza che la mia Monarchia ci perdesse. Per questo voi avrete cura d’informarvi esattamente,ma in modo discreto, sul valore di questa provincia e di quella che ci tornerebbe conto ottenere in ricambio» Proprio così! Le paterne viscere amano i popoli in ragione di quello chevalgono, tanto per cento. I popoli! Tutta retorica, e, se la lingua tedesca lo avesse permesso, probabilmente il monarca e il cancelliere avrebbero scritto a modo di scherno questa maledetta parola con trep,comei conservatori italiani che vogliono essere spiritosi.Il cancelliere visse in un mondo che non è il nostro, nè pel tempo, nè pei sentimenti. Aggiungasi che fino dal suo ingresso nella diplomazia si chiuse in quell’ambiente artificiale, freddo e sordo alle voci del di fuori, dove i negoziatori e i ministri delle monarchie, più o meno assolute, filano i loro ragnateli. Nelle novecento pagine dei due primi volumi si parla di Austerlitz, di Jena, di Wagram, della ritirata di Russia, di Dresda, di Waterloo, si parla di carestie, di epidemie, di mille disastri, ma se ne parla sempre dal punto di vista dell’interesse del sovrano. Non sapete mai se qualcuno morì in quelle battaglie, se qualcuno soffrì di quei flagelli. Che importano al sovrano e al cancelliere le sofferenze dei popoli? Che importa loro se c’è chi piange e chi muore? Si salvi, si accresca, si consolidi il dominio; a spese di chi, non importa. Se il popolo non ha pane, mangi pasticcini.E qual cecità, quale completa mancanza dell’intuizione dell’avvenire in un uomo, cui non mancavano nè l’ingegno nè i mezzi per illuminarsi! Probabilmente il vivere nel mondo artificiale della diplomazia egoistica e fredda, gli tolse il veder bene nel futuro; certo poi la sommessione canina ai dogmi meschini ed interessati del suo principe lo accecò affatto. Nel 1814, a Langres, lo czar Alessandro lo fece chiamare e gli disse che, la Francia essendo ostile ai Borboni, voler ricondurre sul trono per forza quella famiglia sarebbe stato esporre la Francia e l’Europa a nuove rivoluzioni che avrebbero avuto effetti incalcolabili. Quindi bisognava che gli alleati dirigessero ai francesi una dichiarazione, dove si dicesse che nessuno voleva mescolarsi nella ventura forma di governo e nella scelta del sovrano. Si convocassero le assemblee primarie e i deputati, per decidere intorno a simili questioni, come rappresentanti della intera nazione. Metternich si oppone e l’imperatore lo appoggia sino alla minaccia di ritirare il suo esercito, se non s’impone alla Francia Luigi XVIII.—Il re legittimo è là,—disse il cancelliere, e lo czar, cedendo, rispose:—Ho parlato secondo la mia coscienza; il tempo farà il resto. Egli ci dirà chi aveva ragione.—Chi aveva ragione lo sa Enrico V.Eppure questa fredda esecuzione degli ordini del principeassoluto sente il bisogno di coprirsi di una frase generosa. «Io mi riconosco il diritto ed il dovere d’indicare a coloro, che verranno dopo di me, il mezzo, il solo mezzo per l’uomo coscienzioso di resistere alle burrasche del tempo. Questo mezzo l’ho formulato nel motto che ho scelto come simbolo della mia convinzione, per me e per quelli che mi seguiranno:la vera forza è il diritto. Senza il diritto, tutto è fragile.» Belle parole, ma il diritto di Metternich è il diritto dei re, non quello dei popoli; è il diritto della corona imperiale, unico e solo; è insomma il diritto divino.Si è voluto contrapporre questa massima, apparentemente generosa, all’altra:la forza vince il diritto, che si suppone detta dal principe Bismarck, quantunque egli neghi di averla mai detta, e coloro che gliela attribuiscono non sappiano dire nè quando, nè dove l’abbia detta. Ebbene, i due cancellieri, come le due massime, vogliono dire lo stesso. La forza dell’uno deve vincere i diritti di tutti. Il diritto divino dell’altro deve vincere le forze e i diritti di tutti.Sarebbe altresì curioso il conoscere i pensieri del Metternich intorno all’arte. Il cancelliere infatti fucuratoredell’Accademia viennese di Belle Arti, per la stessa ragione probabilmente che Ollivier e il duca d’Aumale ebbero un seggio nell’Accademia francese. Il Metternich almeno aveva la scusa di sonare mediocremente il violino! Tuttavia i documenti ci mancano, non trovando che un discorso insignificante e pieno di ampollose laudi dell’impero, in data 12 febbraio 1812. Ci troviamo però una bizzarra idea. Fidia, Prassitele, Raffaello, Rubens non obbedivano esclusivamente a leggi meccaniche. È dal fondo di un’anima ispirata che attingevano la potenza meravigliosa, animatrice delle opere loro.Così dice il curatore dell’Accademia e sta bene; quegli artisti avevano una cosa che non tutti hanno, il genio. Ma poichè tra gli artisti di quei giorni il genio non abbondava, era riserbato all’imperatore Francesco «riempire questa lacuna». I nuovi statuti «fondano una cattedra distoria dell’arte». Che bella cosa! Una cattedra dove s’impara il genio, una estetica che vi dà la potenza di Michelangelo! Ma Raffaello a quale cattedra diteoria dell’artedoveva il suo genio? Non lo dice il Metternich e non lo dicono gli accademici pei quali anche oggi fuori della ortodossia della scuola non c’è salute.Chiudiamo il libro. Il principe di Metternich si presenta al lettore nel suo più corretto contegno di diplomatico emerito. Nulla gli manca, nè le brache corte, nè le decorazioni. Eppure qualche cosa d’intimo sembra sfuggirglitra le molte parole. Egli ci rivela una aridità di anima, una secchezza di sentimento che fanno paura. Invece del cuore, quell’uomo doveva avere una pietra pomice, e invece del cervello un congegno d’orologeria. Bisogna vedere quel che pensava costui degli affari d’Italia del 21 e del 31; ma vedremo, ne siamo certi, lo stesso uomo, gelido, arido, impassibile davanti ad una sconfitta o ad un trionfo, davanti una festa od un supplizio. Uomini così fatti campano molto e fanno molto male. Speriamo per fortuna nostra che in Italia non ne nascano mai.

LE MEMORIEDEL PRINCIPE DI METTERNICHÈ inutile.Semel abbas,semper abbas, e chi fu diplomatico una volta, conserva sempre il pelo e il vizio del diplomatico. Non è giusto quindi domandare a quel principe di Metternich che diresse la cancelleria austriaca dal 1809 al 1848 e che fu uno dei più perfetti tipi del diplomatico astuto ed impenetrabile, la franchezza intera ed indifferente che G. C. Rousseau usò nelle sueConfessioni. Il furbissimo principe non dice anche in queste sue Memorie d’oltretomba altro che quello che vuol dire e che importa far sapere a maggior gloria dell’imperatore Francesco I e della sua cancelleria. Egli serve fedelmente Sua Maestà Imperiale e Reale anche vent’anni dopo la morte.Che freddo in queste Memorie! Tutto vi è misurato, calcolato come in un documento ufficiale. Mai una nota d’affetto o di passione, mai nemmeno la sublime follia dell’amor di patria! L’intonazione la dà lo stesso imperatore.Dopo le vittorie del 1814 egli vuol ringraziare con una lettera autografa il maresciallo di Schwarzenberg, ed al Metternich, che redige la minuta, sfugge due volte la parolapatria. Sua Maestà colla sua imperial mano cancella due volte la sacrilega parola e sostituisce una voltai miei popoli, l’altrail mio Impero. I luoghi comuni dellepaterne visceree delpaterno affettosono buoni pei proclami, in cui si chiede qualche cosa, sangue o danaro; ma nel segreto del gabinetto imperiale sarebbe ridicolo ricordarli. Sua Maestà il 17 gennaio 1811 scrive al ministro: «Se per evitare mali maggiori bisognasse venire al cambio della Galizia, si cercherebbe di fare in modo che almeno il cambio avesse luogo senza che la mia Monarchia ci perdesse. Per questo voi avrete cura d’informarvi esattamente,ma in modo discreto, sul valore di questa provincia e di quella che ci tornerebbe conto ottenere in ricambio» Proprio così! Le paterne viscere amano i popoli in ragione di quello chevalgono, tanto per cento. I popoli! Tutta retorica, e, se la lingua tedesca lo avesse permesso, probabilmente il monarca e il cancelliere avrebbero scritto a modo di scherno questa maledetta parola con trep,comei conservatori italiani che vogliono essere spiritosi.Il cancelliere visse in un mondo che non è il nostro, nè pel tempo, nè pei sentimenti. Aggiungasi che fino dal suo ingresso nella diplomazia si chiuse in quell’ambiente artificiale, freddo e sordo alle voci del di fuori, dove i negoziatori e i ministri delle monarchie, più o meno assolute, filano i loro ragnateli. Nelle novecento pagine dei due primi volumi si parla di Austerlitz, di Jena, di Wagram, della ritirata di Russia, di Dresda, di Waterloo, si parla di carestie, di epidemie, di mille disastri, ma se ne parla sempre dal punto di vista dell’interesse del sovrano. Non sapete mai se qualcuno morì in quelle battaglie, se qualcuno soffrì di quei flagelli. Che importano al sovrano e al cancelliere le sofferenze dei popoli? Che importa loro se c’è chi piange e chi muore? Si salvi, si accresca, si consolidi il dominio; a spese di chi, non importa. Se il popolo non ha pane, mangi pasticcini.E qual cecità, quale completa mancanza dell’intuizione dell’avvenire in un uomo, cui non mancavano nè l’ingegno nè i mezzi per illuminarsi! Probabilmente il vivere nel mondo artificiale della diplomazia egoistica e fredda, gli tolse il veder bene nel futuro; certo poi la sommessione canina ai dogmi meschini ed interessati del suo principe lo accecò affatto. Nel 1814, a Langres, lo czar Alessandro lo fece chiamare e gli disse che, la Francia essendo ostile ai Borboni, voler ricondurre sul trono per forza quella famiglia sarebbe stato esporre la Francia e l’Europa a nuove rivoluzioni che avrebbero avuto effetti incalcolabili. Quindi bisognava che gli alleati dirigessero ai francesi una dichiarazione, dove si dicesse che nessuno voleva mescolarsi nella ventura forma di governo e nella scelta del sovrano. Si convocassero le assemblee primarie e i deputati, per decidere intorno a simili questioni, come rappresentanti della intera nazione. Metternich si oppone e l’imperatore lo appoggia sino alla minaccia di ritirare il suo esercito, se non s’impone alla Francia Luigi XVIII.—Il re legittimo è là,—disse il cancelliere, e lo czar, cedendo, rispose:—Ho parlato secondo la mia coscienza; il tempo farà il resto. Egli ci dirà chi aveva ragione.—Chi aveva ragione lo sa Enrico V.Eppure questa fredda esecuzione degli ordini del principeassoluto sente il bisogno di coprirsi di una frase generosa. «Io mi riconosco il diritto ed il dovere d’indicare a coloro, che verranno dopo di me, il mezzo, il solo mezzo per l’uomo coscienzioso di resistere alle burrasche del tempo. Questo mezzo l’ho formulato nel motto che ho scelto come simbolo della mia convinzione, per me e per quelli che mi seguiranno:la vera forza è il diritto. Senza il diritto, tutto è fragile.» Belle parole, ma il diritto di Metternich è il diritto dei re, non quello dei popoli; è il diritto della corona imperiale, unico e solo; è insomma il diritto divino.Si è voluto contrapporre questa massima, apparentemente generosa, all’altra:la forza vince il diritto, che si suppone detta dal principe Bismarck, quantunque egli neghi di averla mai detta, e coloro che gliela attribuiscono non sappiano dire nè quando, nè dove l’abbia detta. Ebbene, i due cancellieri, come le due massime, vogliono dire lo stesso. La forza dell’uno deve vincere i diritti di tutti. Il diritto divino dell’altro deve vincere le forze e i diritti di tutti.Sarebbe altresì curioso il conoscere i pensieri del Metternich intorno all’arte. Il cancelliere infatti fucuratoredell’Accademia viennese di Belle Arti, per la stessa ragione probabilmente che Ollivier e il duca d’Aumale ebbero un seggio nell’Accademia francese. Il Metternich almeno aveva la scusa di sonare mediocremente il violino! Tuttavia i documenti ci mancano, non trovando che un discorso insignificante e pieno di ampollose laudi dell’impero, in data 12 febbraio 1812. Ci troviamo però una bizzarra idea. Fidia, Prassitele, Raffaello, Rubens non obbedivano esclusivamente a leggi meccaniche. È dal fondo di un’anima ispirata che attingevano la potenza meravigliosa, animatrice delle opere loro.Così dice il curatore dell’Accademia e sta bene; quegli artisti avevano una cosa che non tutti hanno, il genio. Ma poichè tra gli artisti di quei giorni il genio non abbondava, era riserbato all’imperatore Francesco «riempire questa lacuna». I nuovi statuti «fondano una cattedra distoria dell’arte». Che bella cosa! Una cattedra dove s’impara il genio, una estetica che vi dà la potenza di Michelangelo! Ma Raffaello a quale cattedra diteoria dell’artedoveva il suo genio? Non lo dice il Metternich e non lo dicono gli accademici pei quali anche oggi fuori della ortodossia della scuola non c’è salute.Chiudiamo il libro. Il principe di Metternich si presenta al lettore nel suo più corretto contegno di diplomatico emerito. Nulla gli manca, nè le brache corte, nè le decorazioni. Eppure qualche cosa d’intimo sembra sfuggirglitra le molte parole. Egli ci rivela una aridità di anima, una secchezza di sentimento che fanno paura. Invece del cuore, quell’uomo doveva avere una pietra pomice, e invece del cervello un congegno d’orologeria. Bisogna vedere quel che pensava costui degli affari d’Italia del 21 e del 31; ma vedremo, ne siamo certi, lo stesso uomo, gelido, arido, impassibile davanti ad una sconfitta o ad un trionfo, davanti una festa od un supplizio. Uomini così fatti campano molto e fanno molto male. Speriamo per fortuna nostra che in Italia non ne nascano mai.

È inutile.Semel abbas,semper abbas, e chi fu diplomatico una volta, conserva sempre il pelo e il vizio del diplomatico. Non è giusto quindi domandare a quel principe di Metternich che diresse la cancelleria austriaca dal 1809 al 1848 e che fu uno dei più perfetti tipi del diplomatico astuto ed impenetrabile, la franchezza intera ed indifferente che G. C. Rousseau usò nelle sueConfessioni. Il furbissimo principe non dice anche in queste sue Memorie d’oltretomba altro che quello che vuol dire e che importa far sapere a maggior gloria dell’imperatore Francesco I e della sua cancelleria. Egli serve fedelmente Sua Maestà Imperiale e Reale anche vent’anni dopo la morte.

Che freddo in queste Memorie! Tutto vi è misurato, calcolato come in un documento ufficiale. Mai una nota d’affetto o di passione, mai nemmeno la sublime follia dell’amor di patria! L’intonazione la dà lo stesso imperatore.

Dopo le vittorie del 1814 egli vuol ringraziare con una lettera autografa il maresciallo di Schwarzenberg, ed al Metternich, che redige la minuta, sfugge due volte la parolapatria. Sua Maestà colla sua imperial mano cancella due volte la sacrilega parola e sostituisce una voltai miei popoli, l’altrail mio Impero. I luoghi comuni dellepaterne visceree delpaterno affettosono buoni pei proclami, in cui si chiede qualche cosa, sangue o danaro; ma nel segreto del gabinetto imperiale sarebbe ridicolo ricordarli. Sua Maestà il 17 gennaio 1811 scrive al ministro: «Se per evitare mali maggiori bisognasse venire al cambio della Galizia, si cercherebbe di fare in modo che almeno il cambio avesse luogo senza che la mia Monarchia ci perdesse. Per questo voi avrete cura d’informarvi esattamente,ma in modo discreto, sul valore di questa provincia e di quella che ci tornerebbe conto ottenere in ricambio» Proprio così! Le paterne viscere amano i popoli in ragione di quello chevalgono, tanto per cento. I popoli! Tutta retorica, e, se la lingua tedesca lo avesse permesso, probabilmente il monarca e il cancelliere avrebbero scritto a modo di scherno questa maledetta parola con trep,comei conservatori italiani che vogliono essere spiritosi.

Il cancelliere visse in un mondo che non è il nostro, nè pel tempo, nè pei sentimenti. Aggiungasi che fino dal suo ingresso nella diplomazia si chiuse in quell’ambiente artificiale, freddo e sordo alle voci del di fuori, dove i negoziatori e i ministri delle monarchie, più o meno assolute, filano i loro ragnateli. Nelle novecento pagine dei due primi volumi si parla di Austerlitz, di Jena, di Wagram, della ritirata di Russia, di Dresda, di Waterloo, si parla di carestie, di epidemie, di mille disastri, ma se ne parla sempre dal punto di vista dell’interesse del sovrano. Non sapete mai se qualcuno morì in quelle battaglie, se qualcuno soffrì di quei flagelli. Che importano al sovrano e al cancelliere le sofferenze dei popoli? Che importa loro se c’è chi piange e chi muore? Si salvi, si accresca, si consolidi il dominio; a spese di chi, non importa. Se il popolo non ha pane, mangi pasticcini.

E qual cecità, quale completa mancanza dell’intuizione dell’avvenire in un uomo, cui non mancavano nè l’ingegno nè i mezzi per illuminarsi! Probabilmente il vivere nel mondo artificiale della diplomazia egoistica e fredda, gli tolse il veder bene nel futuro; certo poi la sommessione canina ai dogmi meschini ed interessati del suo principe lo accecò affatto. Nel 1814, a Langres, lo czar Alessandro lo fece chiamare e gli disse che, la Francia essendo ostile ai Borboni, voler ricondurre sul trono per forza quella famiglia sarebbe stato esporre la Francia e l’Europa a nuove rivoluzioni che avrebbero avuto effetti incalcolabili. Quindi bisognava che gli alleati dirigessero ai francesi una dichiarazione, dove si dicesse che nessuno voleva mescolarsi nella ventura forma di governo e nella scelta del sovrano. Si convocassero le assemblee primarie e i deputati, per decidere intorno a simili questioni, come rappresentanti della intera nazione. Metternich si oppone e l’imperatore lo appoggia sino alla minaccia di ritirare il suo esercito, se non s’impone alla Francia Luigi XVIII.—Il re legittimo è là,—disse il cancelliere, e lo czar, cedendo, rispose:—Ho parlato secondo la mia coscienza; il tempo farà il resto. Egli ci dirà chi aveva ragione.—Chi aveva ragione lo sa Enrico V.

Eppure questa fredda esecuzione degli ordini del principeassoluto sente il bisogno di coprirsi di una frase generosa. «Io mi riconosco il diritto ed il dovere d’indicare a coloro, che verranno dopo di me, il mezzo, il solo mezzo per l’uomo coscienzioso di resistere alle burrasche del tempo. Questo mezzo l’ho formulato nel motto che ho scelto come simbolo della mia convinzione, per me e per quelli che mi seguiranno:la vera forza è il diritto. Senza il diritto, tutto è fragile.» Belle parole, ma il diritto di Metternich è il diritto dei re, non quello dei popoli; è il diritto della corona imperiale, unico e solo; è insomma il diritto divino.

Si è voluto contrapporre questa massima, apparentemente generosa, all’altra:la forza vince il diritto, che si suppone detta dal principe Bismarck, quantunque egli neghi di averla mai detta, e coloro che gliela attribuiscono non sappiano dire nè quando, nè dove l’abbia detta. Ebbene, i due cancellieri, come le due massime, vogliono dire lo stesso. La forza dell’uno deve vincere i diritti di tutti. Il diritto divino dell’altro deve vincere le forze e i diritti di tutti.

Sarebbe altresì curioso il conoscere i pensieri del Metternich intorno all’arte. Il cancelliere infatti fucuratoredell’Accademia viennese di Belle Arti, per la stessa ragione probabilmente che Ollivier e il duca d’Aumale ebbero un seggio nell’Accademia francese. Il Metternich almeno aveva la scusa di sonare mediocremente il violino! Tuttavia i documenti ci mancano, non trovando che un discorso insignificante e pieno di ampollose laudi dell’impero, in data 12 febbraio 1812. Ci troviamo però una bizzarra idea. Fidia, Prassitele, Raffaello, Rubens non obbedivano esclusivamente a leggi meccaniche. È dal fondo di un’anima ispirata che attingevano la potenza meravigliosa, animatrice delle opere loro.

Così dice il curatore dell’Accademia e sta bene; quegli artisti avevano una cosa che non tutti hanno, il genio. Ma poichè tra gli artisti di quei giorni il genio non abbondava, era riserbato all’imperatore Francesco «riempire questa lacuna». I nuovi statuti «fondano una cattedra distoria dell’arte». Che bella cosa! Una cattedra dove s’impara il genio, una estetica che vi dà la potenza di Michelangelo! Ma Raffaello a quale cattedra diteoria dell’artedoveva il suo genio? Non lo dice il Metternich e non lo dicono gli accademici pei quali anche oggi fuori della ortodossia della scuola non c’è salute.

Chiudiamo il libro. Il principe di Metternich si presenta al lettore nel suo più corretto contegno di diplomatico emerito. Nulla gli manca, nè le brache corte, nè le decorazioni. Eppure qualche cosa d’intimo sembra sfuggirglitra le molte parole. Egli ci rivela una aridità di anima, una secchezza di sentimento che fanno paura. Invece del cuore, quell’uomo doveva avere una pietra pomice, e invece del cervello un congegno d’orologeria. Bisogna vedere quel che pensava costui degli affari d’Italia del 21 e del 31; ma vedremo, ne siamo certi, lo stesso uomo, gelido, arido, impassibile davanti ad una sconfitta o ad un trionfo, davanti una festa od un supplizio. Uomini così fatti campano molto e fanno molto male. Speriamo per fortuna nostra che in Italia non ne nascano mai.


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