MARCO FOSCARINIQuando un edificio minaccia rovina, accorrono i muratori e l’edificio può essere salvato: ma quando rovina uno Stato, pare che non ci sia rimedio alcuno, pare che nessuno uomo possa vincere il fato. Non giovano nè ingegno nè virtù, nè valore, e gli ingenui, i quali credono che gli uomini conducano gli avvenimenti a loro posta, rimangono sorpresi e non possono capire come l’opera di poche virtù non abbia superato l’opera di molti vizi.Una evidente prova della inutilità degli sforzi isolati per arrestare la comune rovina ce la dà il signor Emilio Morpurgo nella monografia di Marco Foscarini edita dai successori Le Monnier. Il quarto ultimo doge veneziano fu appunto di quegli uomini che nati in un Stato fiorente ne accrescono la gloria e la potenza, ma che nati in uno Stato corrotto non riescono ad arrestarne lo sfacelo di un’ora soltanto. La fiacchezza, ci dice il Morpurgo, l’abbandono di ogni virile proponimento, la impotenza rassegnata di coloro che non osono levare la fronte contro l’avverso destino, furono le sole manifestazioni che il Foscarini potè raccogliere da’ suoi concittadini. Egli sentì e disse che il suo secolo doveva essereterribile ai figli ed ai nipoti, ma la sua fede non vacillò, ma la tempra dell’animo suo non s’indebolì mai. In tutti gli uffici che sostenne si mostrò un veneziano degli antichi tempi e professò il culto delle memorie e pensò e previde forse l’avvenire, mentre tutti attorno a lui non cercavano che l’oblìo delle memorie e sfuggivano di pensare al futuro. È troppo chiaro quindi, benchè il Morpurgo lo chiami un’enimma, è troppo chiaro che il Foscarini non poteva avere nessuna influenza sul tempo suo. Le ombre scappate dalla tomba nonpossono imprimere sulla terra l’orma del loro passaggio, e la virtù, l’ingegno e la sapienza del Foscarini restano necessariamente inutili. Egli rimane un pensatore che non potrà mai diventare uomo d’azione, e lo stesso glorioso cieco che salì primo le mura di Costantinopoli sarebbe stato impotente ed inutile ai tempi del Foscarini. Nell’ammiraglio Emo c’era la stoffa del vecchio Peloponnesiaco, ma a che cosa servirono le ardite imprese?Così accadde che questo veneziano arrivò al dogato per mezzo della corruzione degli elettori. Non giovavano più i diversi ed intricati gradi di scrutinio, la complicazione de’ quali teneva quasi della cabala, chè le guarentigie del voto erano scomparse. Invano gli inquisitori cercavano di provvedere minacciando, chè i colpevoli sanno troppo bene che le minacce non saranno seguite da effetti, e continuano il mercato de’ suffragi. La rovina de’ commerci aveva oramai impoverito questa aristocrazia che sola governava, e la povertà, triste consigliera aveva distrutto le virtù antiche, il disinteresse, l’abnegazione, la fierezza. Il Doge, servo una volta dei sospetti de’ nobili e dellepromissionigiurate, ora diveniva affatto una finzione costituzionale, una bestia rara conservata in gabbia, come la lupa del Campidoglio. Se il culto delle antiche tradizioni non si fosse opposto, si sarebbe potuto benissimo mutare il dogato di elettivo in ereditario.Infatti si attribuisce un troppo grave importanza alla diversità di questi due modi di successione. Gl’inglesi, per esempio, che in materia costituzionale se ne intendono, stimano leggera la differenza. Il Bagehot, ch’è entusiasta della forma costituzionale ereditaria, confessa che le moltitudini disadatte in Inghilterra a far funzionare un governo elettivo, sarebbero spaventate se sapessero quanto sono vicine ad una tal forma di successione. La repubblica, egli scrive è già penetrata tra di noi con le apparenze esterne della monarchia. Ed un altro pensatore esce in queste parole, le quali non si potrebbero usare parlando della costituzione italiana che tanto spesso invoca l’esempio della inglese: «Il Parlamento britannico non ha mai ceduto il suo diritto eterno di regolare la successione monarchica a propria volontà. Se si vedesse la necessità di mutare la legge che disciplina ora siffatta successione sarebbe altrettanto agevole di farlo quanto lo fu ai tempi di Sigebert o di Etereld, di Riccardo II o di Enrico VI. Re di diritto divino non ci furono mai. Forse avviene da ciò che i re nostri son tali anche per la grazia di Dio, ma in Italia bisognerebbe ricorrere a ben altri argomenti per modificare quel che ci fosse d’invecchiato o di sbagliato nella carta costituzionale.»Ma il Doge veneto non saliva alla dignità principale dello Stato per grazia di Dio. Non c’era bisogno di incomodare la divinità per esaltare un principe che in fondo era la prima vittima dello Stato. Nelle carte dipromissionegli si faceva giurare di lasciarsi congedare se alla Signoria fosse piaciuto di deporlo, e del potere non gli si lasciava che la pompa. Il Foscarini, che con tutta la sua virtù ed il suo sapere fu piuttosto il difensore che il correttore dello Stato, diventato Doge trovò cresciuti gli ostacoli ad operare il bene. Alla inerzia invincibile del malato si unì la necessaria impotenza del medico. Libero non aveva potuto operare nulla: il prigioniero ora nel sontuoso palazzo ducale, bendato, imbavagliato, incatenato dai sospetti dei grandi e dalla severità della costituzione, passò come tutti gli altri Dogi, senza infamia e senza lode, prova provata che gli avvenimenti o guidano o sopprimono anche gli uomini migliori.Il libro del Morpurgo, utilissimo ragguaglio di un tempo così vicino a noi e pure così dimenticato, sembrerebbe quasi darragione a quella specie di fatalità che regge i popoli secondo la filosofia di Giuseppe Ferrari, a quella inevitabile legge di preparazione, di rivoluzione, di sosta e di regresso, che, se diventa discutibile spinta alla minuzia del calcolo delle epoche diviene evidente considerata più largamente, fatta più comprensiva. Alla sosta dell’oggi accenna già di voler succedere domani il regresso che darà agio alla preparazione del cambiamento fondamentale. I fati conducono i volenti, trascinano i nolenti, quella legge storica inflessibile che nei discorsi della corona si chiama a sproposito della Divina Provvidenza.
MARCO FOSCARINIQuando un edificio minaccia rovina, accorrono i muratori e l’edificio può essere salvato: ma quando rovina uno Stato, pare che non ci sia rimedio alcuno, pare che nessuno uomo possa vincere il fato. Non giovano nè ingegno nè virtù, nè valore, e gli ingenui, i quali credono che gli uomini conducano gli avvenimenti a loro posta, rimangono sorpresi e non possono capire come l’opera di poche virtù non abbia superato l’opera di molti vizi.Una evidente prova della inutilità degli sforzi isolati per arrestare la comune rovina ce la dà il signor Emilio Morpurgo nella monografia di Marco Foscarini edita dai successori Le Monnier. Il quarto ultimo doge veneziano fu appunto di quegli uomini che nati in un Stato fiorente ne accrescono la gloria e la potenza, ma che nati in uno Stato corrotto non riescono ad arrestarne lo sfacelo di un’ora soltanto. La fiacchezza, ci dice il Morpurgo, l’abbandono di ogni virile proponimento, la impotenza rassegnata di coloro che non osono levare la fronte contro l’avverso destino, furono le sole manifestazioni che il Foscarini potè raccogliere da’ suoi concittadini. Egli sentì e disse che il suo secolo doveva essereterribile ai figli ed ai nipoti, ma la sua fede non vacillò, ma la tempra dell’animo suo non s’indebolì mai. In tutti gli uffici che sostenne si mostrò un veneziano degli antichi tempi e professò il culto delle memorie e pensò e previde forse l’avvenire, mentre tutti attorno a lui non cercavano che l’oblìo delle memorie e sfuggivano di pensare al futuro. È troppo chiaro quindi, benchè il Morpurgo lo chiami un’enimma, è troppo chiaro che il Foscarini non poteva avere nessuna influenza sul tempo suo. Le ombre scappate dalla tomba nonpossono imprimere sulla terra l’orma del loro passaggio, e la virtù, l’ingegno e la sapienza del Foscarini restano necessariamente inutili. Egli rimane un pensatore che non potrà mai diventare uomo d’azione, e lo stesso glorioso cieco che salì primo le mura di Costantinopoli sarebbe stato impotente ed inutile ai tempi del Foscarini. Nell’ammiraglio Emo c’era la stoffa del vecchio Peloponnesiaco, ma a che cosa servirono le ardite imprese?Così accadde che questo veneziano arrivò al dogato per mezzo della corruzione degli elettori. Non giovavano più i diversi ed intricati gradi di scrutinio, la complicazione de’ quali teneva quasi della cabala, chè le guarentigie del voto erano scomparse. Invano gli inquisitori cercavano di provvedere minacciando, chè i colpevoli sanno troppo bene che le minacce non saranno seguite da effetti, e continuano il mercato de’ suffragi. La rovina de’ commerci aveva oramai impoverito questa aristocrazia che sola governava, e la povertà, triste consigliera aveva distrutto le virtù antiche, il disinteresse, l’abnegazione, la fierezza. Il Doge, servo una volta dei sospetti de’ nobili e dellepromissionigiurate, ora diveniva affatto una finzione costituzionale, una bestia rara conservata in gabbia, come la lupa del Campidoglio. Se il culto delle antiche tradizioni non si fosse opposto, si sarebbe potuto benissimo mutare il dogato di elettivo in ereditario.Infatti si attribuisce un troppo grave importanza alla diversità di questi due modi di successione. Gl’inglesi, per esempio, che in materia costituzionale se ne intendono, stimano leggera la differenza. Il Bagehot, ch’è entusiasta della forma costituzionale ereditaria, confessa che le moltitudini disadatte in Inghilterra a far funzionare un governo elettivo, sarebbero spaventate se sapessero quanto sono vicine ad una tal forma di successione. La repubblica, egli scrive è già penetrata tra di noi con le apparenze esterne della monarchia. Ed un altro pensatore esce in queste parole, le quali non si potrebbero usare parlando della costituzione italiana che tanto spesso invoca l’esempio della inglese: «Il Parlamento britannico non ha mai ceduto il suo diritto eterno di regolare la successione monarchica a propria volontà. Se si vedesse la necessità di mutare la legge che disciplina ora siffatta successione sarebbe altrettanto agevole di farlo quanto lo fu ai tempi di Sigebert o di Etereld, di Riccardo II o di Enrico VI. Re di diritto divino non ci furono mai. Forse avviene da ciò che i re nostri son tali anche per la grazia di Dio, ma in Italia bisognerebbe ricorrere a ben altri argomenti per modificare quel che ci fosse d’invecchiato o di sbagliato nella carta costituzionale.»Ma il Doge veneto non saliva alla dignità principale dello Stato per grazia di Dio. Non c’era bisogno di incomodare la divinità per esaltare un principe che in fondo era la prima vittima dello Stato. Nelle carte dipromissionegli si faceva giurare di lasciarsi congedare se alla Signoria fosse piaciuto di deporlo, e del potere non gli si lasciava che la pompa. Il Foscarini, che con tutta la sua virtù ed il suo sapere fu piuttosto il difensore che il correttore dello Stato, diventato Doge trovò cresciuti gli ostacoli ad operare il bene. Alla inerzia invincibile del malato si unì la necessaria impotenza del medico. Libero non aveva potuto operare nulla: il prigioniero ora nel sontuoso palazzo ducale, bendato, imbavagliato, incatenato dai sospetti dei grandi e dalla severità della costituzione, passò come tutti gli altri Dogi, senza infamia e senza lode, prova provata che gli avvenimenti o guidano o sopprimono anche gli uomini migliori.Il libro del Morpurgo, utilissimo ragguaglio di un tempo così vicino a noi e pure così dimenticato, sembrerebbe quasi darragione a quella specie di fatalità che regge i popoli secondo la filosofia di Giuseppe Ferrari, a quella inevitabile legge di preparazione, di rivoluzione, di sosta e di regresso, che, se diventa discutibile spinta alla minuzia del calcolo delle epoche diviene evidente considerata più largamente, fatta più comprensiva. Alla sosta dell’oggi accenna già di voler succedere domani il regresso che darà agio alla preparazione del cambiamento fondamentale. I fati conducono i volenti, trascinano i nolenti, quella legge storica inflessibile che nei discorsi della corona si chiama a sproposito della Divina Provvidenza.
Quando un edificio minaccia rovina, accorrono i muratori e l’edificio può essere salvato: ma quando rovina uno Stato, pare che non ci sia rimedio alcuno, pare che nessuno uomo possa vincere il fato. Non giovano nè ingegno nè virtù, nè valore, e gli ingenui, i quali credono che gli uomini conducano gli avvenimenti a loro posta, rimangono sorpresi e non possono capire come l’opera di poche virtù non abbia superato l’opera di molti vizi.
Una evidente prova della inutilità degli sforzi isolati per arrestare la comune rovina ce la dà il signor Emilio Morpurgo nella monografia di Marco Foscarini edita dai successori Le Monnier. Il quarto ultimo doge veneziano fu appunto di quegli uomini che nati in un Stato fiorente ne accrescono la gloria e la potenza, ma che nati in uno Stato corrotto non riescono ad arrestarne lo sfacelo di un’ora soltanto. La fiacchezza, ci dice il Morpurgo, l’abbandono di ogni virile proponimento, la impotenza rassegnata di coloro che non osono levare la fronte contro l’avverso destino, furono le sole manifestazioni che il Foscarini potè raccogliere da’ suoi concittadini. Egli sentì e disse che il suo secolo doveva essereterribile ai figli ed ai nipoti, ma la sua fede non vacillò, ma la tempra dell’animo suo non s’indebolì mai. In tutti gli uffici che sostenne si mostrò un veneziano degli antichi tempi e professò il culto delle memorie e pensò e previde forse l’avvenire, mentre tutti attorno a lui non cercavano che l’oblìo delle memorie e sfuggivano di pensare al futuro. È troppo chiaro quindi, benchè il Morpurgo lo chiami un’enimma, è troppo chiaro che il Foscarini non poteva avere nessuna influenza sul tempo suo. Le ombre scappate dalla tomba nonpossono imprimere sulla terra l’orma del loro passaggio, e la virtù, l’ingegno e la sapienza del Foscarini restano necessariamente inutili. Egli rimane un pensatore che non potrà mai diventare uomo d’azione, e lo stesso glorioso cieco che salì primo le mura di Costantinopoli sarebbe stato impotente ed inutile ai tempi del Foscarini. Nell’ammiraglio Emo c’era la stoffa del vecchio Peloponnesiaco, ma a che cosa servirono le ardite imprese?
Così accadde che questo veneziano arrivò al dogato per mezzo della corruzione degli elettori. Non giovavano più i diversi ed intricati gradi di scrutinio, la complicazione de’ quali teneva quasi della cabala, chè le guarentigie del voto erano scomparse. Invano gli inquisitori cercavano di provvedere minacciando, chè i colpevoli sanno troppo bene che le minacce non saranno seguite da effetti, e continuano il mercato de’ suffragi. La rovina de’ commerci aveva oramai impoverito questa aristocrazia che sola governava, e la povertà, triste consigliera aveva distrutto le virtù antiche, il disinteresse, l’abnegazione, la fierezza. Il Doge, servo una volta dei sospetti de’ nobili e dellepromissionigiurate, ora diveniva affatto una finzione costituzionale, una bestia rara conservata in gabbia, come la lupa del Campidoglio. Se il culto delle antiche tradizioni non si fosse opposto, si sarebbe potuto benissimo mutare il dogato di elettivo in ereditario.
Infatti si attribuisce un troppo grave importanza alla diversità di questi due modi di successione. Gl’inglesi, per esempio, che in materia costituzionale se ne intendono, stimano leggera la differenza. Il Bagehot, ch’è entusiasta della forma costituzionale ereditaria, confessa che le moltitudini disadatte in Inghilterra a far funzionare un governo elettivo, sarebbero spaventate se sapessero quanto sono vicine ad una tal forma di successione. La repubblica, egli scrive è già penetrata tra di noi con le apparenze esterne della monarchia. Ed un altro pensatore esce in queste parole, le quali non si potrebbero usare parlando della costituzione italiana che tanto spesso invoca l’esempio della inglese: «Il Parlamento britannico non ha mai ceduto il suo diritto eterno di regolare la successione monarchica a propria volontà. Se si vedesse la necessità di mutare la legge che disciplina ora siffatta successione sarebbe altrettanto agevole di farlo quanto lo fu ai tempi di Sigebert o di Etereld, di Riccardo II o di Enrico VI. Re di diritto divino non ci furono mai. Forse avviene da ciò che i re nostri son tali anche per la grazia di Dio, ma in Italia bisognerebbe ricorrere a ben altri argomenti per modificare quel che ci fosse d’invecchiato o di sbagliato nella carta costituzionale.»
Ma il Doge veneto non saliva alla dignità principale dello Stato per grazia di Dio. Non c’era bisogno di incomodare la divinità per esaltare un principe che in fondo era la prima vittima dello Stato. Nelle carte dipromissionegli si faceva giurare di lasciarsi congedare se alla Signoria fosse piaciuto di deporlo, e del potere non gli si lasciava che la pompa. Il Foscarini, che con tutta la sua virtù ed il suo sapere fu piuttosto il difensore che il correttore dello Stato, diventato Doge trovò cresciuti gli ostacoli ad operare il bene. Alla inerzia invincibile del malato si unì la necessaria impotenza del medico. Libero non aveva potuto operare nulla: il prigioniero ora nel sontuoso palazzo ducale, bendato, imbavagliato, incatenato dai sospetti dei grandi e dalla severità della costituzione, passò come tutti gli altri Dogi, senza infamia e senza lode, prova provata che gli avvenimenti o guidano o sopprimono anche gli uomini migliori.
Il libro del Morpurgo, utilissimo ragguaglio di un tempo così vicino a noi e pure così dimenticato, sembrerebbe quasi darragione a quella specie di fatalità che regge i popoli secondo la filosofia di Giuseppe Ferrari, a quella inevitabile legge di preparazione, di rivoluzione, di sosta e di regresso, che, se diventa discutibile spinta alla minuzia del calcolo delle epoche diviene evidente considerata più largamente, fatta più comprensiva. Alla sosta dell’oggi accenna già di voler succedere domani il regresso che darà agio alla preparazione del cambiamento fondamentale. I fati conducono i volenti, trascinano i nolenti, quella legge storica inflessibile che nei discorsi della corona si chiama a sproposito della Divina Provvidenza.