MARIA MALIBRAN

MARIA MALIBRANIl maestro Pacini narra nelle sue memorie, che quando sentì la Malibran la prima volta al teatro S. Carlo di Napoli nellaGazza Ladra, lo dovettero portar via dal palchetto perchè dava segno di alienazione mentale e disturbava il pubblico colla sua ammirazione frenetica. La stessaGazzetta di Bologna, foglio ufficiale di Monsignor Legato tra una enciclica e l’altra, inseriva una frase lirica per la divina cantatrice. Il Fètis, che morde spesso e volentieri non può dir male di lei; insomma, intorno alla sublime attrice non si ode che un concerto di elogi, i quali finiscono alle meste ed immortali strofe di Alfredo de Musset.Ed ora, che cosa resta di questa donna adorata che fece impazzire i nostri nonni, che a Lucca si vedeva staccare i cavalli dalla carrozza, che a Venezia doveva rifugiarsi in San Marco per non essere soffocata dalla folla del popolo plaudente? Che cosa resta di quelle corone, di quegli entusiasmi, di quelle frenesie? La Malibran è diventata un ricordo, a poco a poco il suo nome passerà tra quelli delle attrici illustri note solo agli eruditi. Così il tempo passa e cancella le impronte di coloro che non poterono affidarle a monumenti durevoli. Gli oratori, gli attori, i cantori godono di trionfi momentanei, improvvisi. Spenta la generazione di coloro che udirono, nulla resta di loro. Nessun fonografo renderà la potenza oratoria del Castelar, come non ci potrebbe rendere il fascino della Rachel o della Malibran. L’onda del tempo passa sulle memorie umane e lentamente cancella tutto. Vi ricordate voi il timbro di voce de’ vostri morti?Si può dire che il mondo, a periodi, è assetato di originalità:si può dire le evoluzioni storielle hanno il loro riscontro nelle evoluzioni dell’arte, e che i periodi fatali del Ferrari,preparazione,rivoluzione,reazione e sostasi riproducono, se non con precisione regolare di misura certo con precisione di evoluzione in tutti i campi della attività umana. Al tempo in cui la Malibran apparve, l’arte si trovava appunto in uno di quei periodi di febbre nei quali ogni novità, purchè porti un certo suggello artistico è bene accetta, cercata. Il classicismo bastardo dell’impero aveva finito il periodo di preparazione, oramai maturo, annunciava la rivoluzione dei romantici. In teatro, per non dir altro, regnava sovrana Giuditta Pasta, attrice grande, ma che posponeva l’ispirazione alla correttezza. La Sonntag, cresimata rivale della Malibran, fredda, quasi meccanica nella esecuzione, senz’anima e senza calore, colpita poi nel cuore e trascinata dalla corrente rivoluzionaria, doveva anch’essa abbandonare la correttezza per l’ispirazione e riscuotere l’applauso sincero della sua stessa rivale. Il segreto dei trionfi della Malibran sta appunto in questa rispondenza delle artiste. La conversione della Sonntag prova i gusti del pubblico, e l’apoteosi della Malibran prova la sua invidiabile adattazione a questi gusti di novità artistica. Ella fu grande perchè il suo organismo di cantante e di attrice rispose perfettamente ai nuovi bisogni dell’arte rispetto alle variate condizioni del gusto negli spettatori. Se avesse imitato la Pasta, sarebbe stata una cantatrice di secondo ordine; ma perchè non imitò, aiutata dallo studio e dalla natura, giunse a quella fama che dura ancora nella tradizione. E questo esempio non dovrebbe esser dimenticato da quelli che nell’arte non vedono che un eterno succedersi di imitazioni, una copia continuata di forme e di tipi antichi, vecchi appunto perchè antichi e disadatti al tempo ed al gusto presente. Tutto questo non risulta già dalle scomunicate riflessioni di qualche maestro rivoluzionario, di qualche apostolo della musica dell’avvenire. Tutt’altro. Risulta dalle confessioni di un illustre uomo che ha sessantaquattro anni, che siede all’Accademia francese da venticinque, e che non è noto certo per indisciplinatezza d’ingegno. Risulta da un opuscolo di Ernesto Legouvé pieno di curiose riflessioni e di quegli antichi aneddoti che oggi hanno più fortuna della storia severa e togata.Il Legouvé, persuaso di non saper capire e gustare la musica e pure reagendo contro questa persuasione che gli veniva dai discorsi di famiglia più che altro, vegetava, dic’egli, nelle regioni temperate della musica d’opera comica, fino al giorno in cui un incontro improvvisocambiòsubitamente il suo gusto in una passionee lo trasportò subito nelle più alte regioni dell’arte. Da queste parole sue si capisce che la pretesa iniziazione spetta per metà all’artista che seppe rispondere all’aspettazione dell’ascoltatore stesso, il quale, stanco di un’arte invecchiata che non poteva più rispondere alla preparazione de’ suoi sentimenti, trovò e seppe capire la beltà del nuovo, la giustezza dell’originalità e la equivalenza della evoluzione dell’arte con la evoluzione del gusto. Questa interpretazione quasi fulminea di un ciclo artistico, avvenuta in una mente inconsciamente preparata, scaturisce con evidenza dal racconto che ci fa il grave accademico.«Allora si parlava molto a Parigi dell’arrivo di una giovine cantatrice, figlia del celebre tenore Garcia, moglie di un negoziante americano il signor Malibran, e che si annunziava come rivale della Pasta. La mia buona fortuna mi condusse al Conservatorio di musica ad un concerto di carità, il giorno in cui ella cantava a Parigi per la prima volta. La folla era grandissima e l’aspettazione viva. Sul palco, tra le dame patronesse, la nuova arrivata era nulla di straordinario nella sua persona e nella sua fisonomia. Sotto il piccolo cappuccio color di malva, in cui nascondeva mezzo il viso, rassomigliava ad una giovinemiss. Venuta la sua volta di cantare, si alzò, si tolse il cappello e andò verso il pianoforte, poichè doveva accompagnarsi da sè. Seduta appena, cominciò la trasformazione. Prima di tutto la sua acconciatura sorprese per la sua semplicità: nessun riccio, nessuna sapiente architettura di capelli; la pettinatura liscia disegnava la forma della testa. Aveva la bocca un po’ grande, il naso un po’ corto, ma un ovale di faccia così bello, un disegno di collo così puro, che la bellezza dei lineamenti era compensata dalla bellezza delle linee, e finalmente certi occhi come non se ne erano visti da Talma in qua: degli occhi che avevano un’atmosfera. Virgilio ha dettonatantia lumina somno, occhi che nuotavano nel sonno: ebbene, Maria Malibran aveva, come Talma, certi occhi che nuotavano non so che in qual fluido elettrico, dal quale lo sguardo prorompeva luminoso e insieme velato, come un raggio di sole che traversa una nube. I suoi sguardi parevano pieni di malinconia, di pensiero e di passione.«Cantò la romanza del salice nell’Otello. Alla ventesima battuta il pubblico era vinto: alla fine della prima strofa era inebbriato; alla fine del pezzo era ammattito. Per me, provai la sensazione di uno che sia nella navicella di un pallone tenuto dalla corda, quando lo lasciano andare. Un momento prima egli dondolava placidamentea pochi metri dal suolo, ed ecco ad un tratto slanciato come una freccia nell’immensità dei cieli. Ella mi appare improvvisamente come la interprete più pura, più patetica della poesia dell’amore e del dolore. Mi si aprì davanti un nuovo mondo, il mondo della grande musica drammatica; e le rappresentazioni dellaSemiramide, dellaGazza Ladra, delTancredicompirono la mia iniziazione. Il genio di Rossini e il talento della Malibran m’avevano iniziato».Questo capita a molti. Si era dubbiosi e tediati in certe formule artistiche discutendo a freddo, sofisticando di estetica, senza altre convinzioni che quelle procedute da faticosi ragionamenti, quando ad un tratto ci troviamo innanzi ad un’opera, ad un quadro, ad un volume che ci squarcia i veli del tempio davanti agli occhi, e gridiamo: ecco il mio maestro, il mio pittore, il mio poeta! Quando poi tutta una generazione, stanca dell’antico che non gusta più e che capisce appena, aspetta la buona novella e vede il messia compiere i miracoli, l’entusiasmo prorompe, trasmoda, e fa commettere le pazzie che si commisero per la Malibran. Tutto sta che il messia venga al momento opportuno e che bandisca le dottrine e compia i miracoli necessari e adatti alle aspirazioni del popolo eletto. Siamo sinceri, chi impazzirebbe oggi per la Malibran nelTancredi? Se fossero giorni di crisi ministeriale, ci sarebbe il caso di trovare il teatro vuoto. Gli entusiasmi, le frenesie romantiche sbollirono, e comincia l’era del positivismo. Ogni cosa a suo tempo, anche le manifestazioni dell’arte.Maria Malibran, che aveva il canto e l’azione pieni di passione, era l’artista che ci voleva per quella generazione di romantici che portarono la passione nell’arte. Obbediente all’impulso interno, non usava i gesti solennemente tragici che le sue rivali studiavano davanti allo specchio, ma si incarnava profondamente nel personaggio rappresentato, senza calcoli antecedenti, come voleva l’ispirazione del momento. Lì era grande, e i vecchi narrano che veramente atterriva gli spettatori quando nell’ultimo atto dell’Otellopercorreva il palcoscenico scapigliata, cercando uno scampo. Questi suoi impeti, queste sue improvvisazioni giuste, ma originali, avevano l’illusione della verità e colpivano profondamente un pubblico avido di originalità e di passione. Il pubblico trovava l’artista delle sue aspirazioni, e l’artista, rispondendo così ai bisogni del pubblico, seguiva l’impulso ricevuto dalla preparazione paterna.Il tenore Garcia era impetuosissimo. La fanciullezza e l’adolescenza della Malibran furono tormentate dalle violenzepaterne, e quando nell’ultimo atto dell’Otellorendeva così bene lo spavento della morte, rendeva le sensazioni provate quando la prima volta cantò col padre l’Otello. Garcia le aveva detto:—Se canti male, all’ultimo atto ti ammazzo davvero.—In scena egli l’afferrò mentre fuggiva e sguainò l’arme; ed ella, piena del suo doppio personaggio di artista e di figlia, quando si vide sopra gli occhi terribili del padre, credette proprio di dover morire, si dibattè e morsicò fino al sangue la mano che la teneva stretta, Garcia gridò di dolore, e il teatro, credendo di udir l’urlo furibondo diOtello, scoppiò in applausi. Così ella era quel che la faceva il teatro, tanto fortemente presa dalla situazione drammatica, che ne era come invasata. Non poteva indicar prima quel che farebbe in scena, perchè nemmeno lei lo sapeva, e diceva ai parecchi tenori che cantarono l’Otellocon lei: «Afferratemi dove potete all’ultima scena, perchè in quel momento non posso rispondere de’ miei movimenti.»A questa subitanea ispirazione d’artista dovette anche la sua riconciliazione col padre. Il Legouvê narra questo episodio, al quale fu presente: «La violenza del padre aveva fatto sorgere troppe tempeste nelle relazioni loro. Erano rotti mortalmente tra loro e divisi da lungo tempo, quando Garcia, vecchio oramai e cupo, arrivò a Parigi. Si mise assieme una rappresentazione al Teatro italiano e si lesse sul cartello:il signor Garcia sosterrà la parte di Otello, e la Malibran quella di Desdemona. C’ero anch’io, quella sera, e non ho mai visto più fremente aspettazione di pubblico. Venne Garcia, venne la Malibran, poi Lablache che faceva da padre. Fosse la presenza della figlia o altro, il vecchio leone ritrovò i sublimi ruggiti della sua voce possente. Ella stessa elettrizzata, commossa da questo ravvicinamento pieno di patetiche amarezze, nel primo atto, nel delizioso duetto colla nutrice, nel finale, trovò accenti di malinconia disperata, come un’eco anticipata della romanza del salice; e la tela cadde tra un uragano di applausi. Dissi cadde... ma aspettate. Nel finale, Otello era alla dritta dello spettatore, vicino alla quinta, e Desdemona alla sinistra vicino anch’essa ad una quinta. Ora, mentre cadeva la tela, anzi quando la tela fu a poca distanza da terra, vidi i piedi di Desdemona rivolgersi improvvisamente e correre verso i piedi di Otello. Scoppiò una formidabile chiamata, la tela si alzò, ricomparvero insieme, solo che erano neri tutti e due. Gettandosi nelle braccia del padre ella s’era tinta il viso nel nero di Otello. La cosa era comica! Ebbene, non rise nessuno. Capirono tutti in teatro quel che c’era di commovente in quello spettacolo, non videro il grottesco, ed applaudirono freneticamentequesto padre e questa figlia, riconciliati dall’arte, dal talento, dal trionfo loro. S’erano abbracciati in Rossini.»Ma basta. Che cosa resta di questa artista che fu tutta del suo tempo, che fu l’idolo adorato di una generazione intera? Restano immortali le sole strofe del Musset:O Ninette! où sont-ils, belle muse adorée,Ces accents pleins d’amour, de charme et de terreur,Qui voltigeaient le soir sur ta lèvre inspiréeComme un parfum lèger sur l’aubèpine en fleur?Ou vibre maintenant cette voix éploréeCette harpe vivante attachee à ton coeur?

MARIA MALIBRANIl maestro Pacini narra nelle sue memorie, che quando sentì la Malibran la prima volta al teatro S. Carlo di Napoli nellaGazza Ladra, lo dovettero portar via dal palchetto perchè dava segno di alienazione mentale e disturbava il pubblico colla sua ammirazione frenetica. La stessaGazzetta di Bologna, foglio ufficiale di Monsignor Legato tra una enciclica e l’altra, inseriva una frase lirica per la divina cantatrice. Il Fètis, che morde spesso e volentieri non può dir male di lei; insomma, intorno alla sublime attrice non si ode che un concerto di elogi, i quali finiscono alle meste ed immortali strofe di Alfredo de Musset.Ed ora, che cosa resta di questa donna adorata che fece impazzire i nostri nonni, che a Lucca si vedeva staccare i cavalli dalla carrozza, che a Venezia doveva rifugiarsi in San Marco per non essere soffocata dalla folla del popolo plaudente? Che cosa resta di quelle corone, di quegli entusiasmi, di quelle frenesie? La Malibran è diventata un ricordo, a poco a poco il suo nome passerà tra quelli delle attrici illustri note solo agli eruditi. Così il tempo passa e cancella le impronte di coloro che non poterono affidarle a monumenti durevoli. Gli oratori, gli attori, i cantori godono di trionfi momentanei, improvvisi. Spenta la generazione di coloro che udirono, nulla resta di loro. Nessun fonografo renderà la potenza oratoria del Castelar, come non ci potrebbe rendere il fascino della Rachel o della Malibran. L’onda del tempo passa sulle memorie umane e lentamente cancella tutto. Vi ricordate voi il timbro di voce de’ vostri morti?Si può dire che il mondo, a periodi, è assetato di originalità:si può dire le evoluzioni storielle hanno il loro riscontro nelle evoluzioni dell’arte, e che i periodi fatali del Ferrari,preparazione,rivoluzione,reazione e sostasi riproducono, se non con precisione regolare di misura certo con precisione di evoluzione in tutti i campi della attività umana. Al tempo in cui la Malibran apparve, l’arte si trovava appunto in uno di quei periodi di febbre nei quali ogni novità, purchè porti un certo suggello artistico è bene accetta, cercata. Il classicismo bastardo dell’impero aveva finito il periodo di preparazione, oramai maturo, annunciava la rivoluzione dei romantici. In teatro, per non dir altro, regnava sovrana Giuditta Pasta, attrice grande, ma che posponeva l’ispirazione alla correttezza. La Sonntag, cresimata rivale della Malibran, fredda, quasi meccanica nella esecuzione, senz’anima e senza calore, colpita poi nel cuore e trascinata dalla corrente rivoluzionaria, doveva anch’essa abbandonare la correttezza per l’ispirazione e riscuotere l’applauso sincero della sua stessa rivale. Il segreto dei trionfi della Malibran sta appunto in questa rispondenza delle artiste. La conversione della Sonntag prova i gusti del pubblico, e l’apoteosi della Malibran prova la sua invidiabile adattazione a questi gusti di novità artistica. Ella fu grande perchè il suo organismo di cantante e di attrice rispose perfettamente ai nuovi bisogni dell’arte rispetto alle variate condizioni del gusto negli spettatori. Se avesse imitato la Pasta, sarebbe stata una cantatrice di secondo ordine; ma perchè non imitò, aiutata dallo studio e dalla natura, giunse a quella fama che dura ancora nella tradizione. E questo esempio non dovrebbe esser dimenticato da quelli che nell’arte non vedono che un eterno succedersi di imitazioni, una copia continuata di forme e di tipi antichi, vecchi appunto perchè antichi e disadatti al tempo ed al gusto presente. Tutto questo non risulta già dalle scomunicate riflessioni di qualche maestro rivoluzionario, di qualche apostolo della musica dell’avvenire. Tutt’altro. Risulta dalle confessioni di un illustre uomo che ha sessantaquattro anni, che siede all’Accademia francese da venticinque, e che non è noto certo per indisciplinatezza d’ingegno. Risulta da un opuscolo di Ernesto Legouvé pieno di curiose riflessioni e di quegli antichi aneddoti che oggi hanno più fortuna della storia severa e togata.Il Legouvé, persuaso di non saper capire e gustare la musica e pure reagendo contro questa persuasione che gli veniva dai discorsi di famiglia più che altro, vegetava, dic’egli, nelle regioni temperate della musica d’opera comica, fino al giorno in cui un incontro improvvisocambiòsubitamente il suo gusto in una passionee lo trasportò subito nelle più alte regioni dell’arte. Da queste parole sue si capisce che la pretesa iniziazione spetta per metà all’artista che seppe rispondere all’aspettazione dell’ascoltatore stesso, il quale, stanco di un’arte invecchiata che non poteva più rispondere alla preparazione de’ suoi sentimenti, trovò e seppe capire la beltà del nuovo, la giustezza dell’originalità e la equivalenza della evoluzione dell’arte con la evoluzione del gusto. Questa interpretazione quasi fulminea di un ciclo artistico, avvenuta in una mente inconsciamente preparata, scaturisce con evidenza dal racconto che ci fa il grave accademico.«Allora si parlava molto a Parigi dell’arrivo di una giovine cantatrice, figlia del celebre tenore Garcia, moglie di un negoziante americano il signor Malibran, e che si annunziava come rivale della Pasta. La mia buona fortuna mi condusse al Conservatorio di musica ad un concerto di carità, il giorno in cui ella cantava a Parigi per la prima volta. La folla era grandissima e l’aspettazione viva. Sul palco, tra le dame patronesse, la nuova arrivata era nulla di straordinario nella sua persona e nella sua fisonomia. Sotto il piccolo cappuccio color di malva, in cui nascondeva mezzo il viso, rassomigliava ad una giovinemiss. Venuta la sua volta di cantare, si alzò, si tolse il cappello e andò verso il pianoforte, poichè doveva accompagnarsi da sè. Seduta appena, cominciò la trasformazione. Prima di tutto la sua acconciatura sorprese per la sua semplicità: nessun riccio, nessuna sapiente architettura di capelli; la pettinatura liscia disegnava la forma della testa. Aveva la bocca un po’ grande, il naso un po’ corto, ma un ovale di faccia così bello, un disegno di collo così puro, che la bellezza dei lineamenti era compensata dalla bellezza delle linee, e finalmente certi occhi come non se ne erano visti da Talma in qua: degli occhi che avevano un’atmosfera. Virgilio ha dettonatantia lumina somno, occhi che nuotavano nel sonno: ebbene, Maria Malibran aveva, come Talma, certi occhi che nuotavano non so che in qual fluido elettrico, dal quale lo sguardo prorompeva luminoso e insieme velato, come un raggio di sole che traversa una nube. I suoi sguardi parevano pieni di malinconia, di pensiero e di passione.«Cantò la romanza del salice nell’Otello. Alla ventesima battuta il pubblico era vinto: alla fine della prima strofa era inebbriato; alla fine del pezzo era ammattito. Per me, provai la sensazione di uno che sia nella navicella di un pallone tenuto dalla corda, quando lo lasciano andare. Un momento prima egli dondolava placidamentea pochi metri dal suolo, ed ecco ad un tratto slanciato come una freccia nell’immensità dei cieli. Ella mi appare improvvisamente come la interprete più pura, più patetica della poesia dell’amore e del dolore. Mi si aprì davanti un nuovo mondo, il mondo della grande musica drammatica; e le rappresentazioni dellaSemiramide, dellaGazza Ladra, delTancredicompirono la mia iniziazione. Il genio di Rossini e il talento della Malibran m’avevano iniziato».Questo capita a molti. Si era dubbiosi e tediati in certe formule artistiche discutendo a freddo, sofisticando di estetica, senza altre convinzioni che quelle procedute da faticosi ragionamenti, quando ad un tratto ci troviamo innanzi ad un’opera, ad un quadro, ad un volume che ci squarcia i veli del tempio davanti agli occhi, e gridiamo: ecco il mio maestro, il mio pittore, il mio poeta! Quando poi tutta una generazione, stanca dell’antico che non gusta più e che capisce appena, aspetta la buona novella e vede il messia compiere i miracoli, l’entusiasmo prorompe, trasmoda, e fa commettere le pazzie che si commisero per la Malibran. Tutto sta che il messia venga al momento opportuno e che bandisca le dottrine e compia i miracoli necessari e adatti alle aspirazioni del popolo eletto. Siamo sinceri, chi impazzirebbe oggi per la Malibran nelTancredi? Se fossero giorni di crisi ministeriale, ci sarebbe il caso di trovare il teatro vuoto. Gli entusiasmi, le frenesie romantiche sbollirono, e comincia l’era del positivismo. Ogni cosa a suo tempo, anche le manifestazioni dell’arte.Maria Malibran, che aveva il canto e l’azione pieni di passione, era l’artista che ci voleva per quella generazione di romantici che portarono la passione nell’arte. Obbediente all’impulso interno, non usava i gesti solennemente tragici che le sue rivali studiavano davanti allo specchio, ma si incarnava profondamente nel personaggio rappresentato, senza calcoli antecedenti, come voleva l’ispirazione del momento. Lì era grande, e i vecchi narrano che veramente atterriva gli spettatori quando nell’ultimo atto dell’Otellopercorreva il palcoscenico scapigliata, cercando uno scampo. Questi suoi impeti, queste sue improvvisazioni giuste, ma originali, avevano l’illusione della verità e colpivano profondamente un pubblico avido di originalità e di passione. Il pubblico trovava l’artista delle sue aspirazioni, e l’artista, rispondendo così ai bisogni del pubblico, seguiva l’impulso ricevuto dalla preparazione paterna.Il tenore Garcia era impetuosissimo. La fanciullezza e l’adolescenza della Malibran furono tormentate dalle violenzepaterne, e quando nell’ultimo atto dell’Otellorendeva così bene lo spavento della morte, rendeva le sensazioni provate quando la prima volta cantò col padre l’Otello. Garcia le aveva detto:—Se canti male, all’ultimo atto ti ammazzo davvero.—In scena egli l’afferrò mentre fuggiva e sguainò l’arme; ed ella, piena del suo doppio personaggio di artista e di figlia, quando si vide sopra gli occhi terribili del padre, credette proprio di dover morire, si dibattè e morsicò fino al sangue la mano che la teneva stretta, Garcia gridò di dolore, e il teatro, credendo di udir l’urlo furibondo diOtello, scoppiò in applausi. Così ella era quel che la faceva il teatro, tanto fortemente presa dalla situazione drammatica, che ne era come invasata. Non poteva indicar prima quel che farebbe in scena, perchè nemmeno lei lo sapeva, e diceva ai parecchi tenori che cantarono l’Otellocon lei: «Afferratemi dove potete all’ultima scena, perchè in quel momento non posso rispondere de’ miei movimenti.»A questa subitanea ispirazione d’artista dovette anche la sua riconciliazione col padre. Il Legouvê narra questo episodio, al quale fu presente: «La violenza del padre aveva fatto sorgere troppe tempeste nelle relazioni loro. Erano rotti mortalmente tra loro e divisi da lungo tempo, quando Garcia, vecchio oramai e cupo, arrivò a Parigi. Si mise assieme una rappresentazione al Teatro italiano e si lesse sul cartello:il signor Garcia sosterrà la parte di Otello, e la Malibran quella di Desdemona. C’ero anch’io, quella sera, e non ho mai visto più fremente aspettazione di pubblico. Venne Garcia, venne la Malibran, poi Lablache che faceva da padre. Fosse la presenza della figlia o altro, il vecchio leone ritrovò i sublimi ruggiti della sua voce possente. Ella stessa elettrizzata, commossa da questo ravvicinamento pieno di patetiche amarezze, nel primo atto, nel delizioso duetto colla nutrice, nel finale, trovò accenti di malinconia disperata, come un’eco anticipata della romanza del salice; e la tela cadde tra un uragano di applausi. Dissi cadde... ma aspettate. Nel finale, Otello era alla dritta dello spettatore, vicino alla quinta, e Desdemona alla sinistra vicino anch’essa ad una quinta. Ora, mentre cadeva la tela, anzi quando la tela fu a poca distanza da terra, vidi i piedi di Desdemona rivolgersi improvvisamente e correre verso i piedi di Otello. Scoppiò una formidabile chiamata, la tela si alzò, ricomparvero insieme, solo che erano neri tutti e due. Gettandosi nelle braccia del padre ella s’era tinta il viso nel nero di Otello. La cosa era comica! Ebbene, non rise nessuno. Capirono tutti in teatro quel che c’era di commovente in quello spettacolo, non videro il grottesco, ed applaudirono freneticamentequesto padre e questa figlia, riconciliati dall’arte, dal talento, dal trionfo loro. S’erano abbracciati in Rossini.»Ma basta. Che cosa resta di questa artista che fu tutta del suo tempo, che fu l’idolo adorato di una generazione intera? Restano immortali le sole strofe del Musset:O Ninette! où sont-ils, belle muse adorée,Ces accents pleins d’amour, de charme et de terreur,Qui voltigeaient le soir sur ta lèvre inspiréeComme un parfum lèger sur l’aubèpine en fleur?Ou vibre maintenant cette voix éploréeCette harpe vivante attachee à ton coeur?

Il maestro Pacini narra nelle sue memorie, che quando sentì la Malibran la prima volta al teatro S. Carlo di Napoli nellaGazza Ladra, lo dovettero portar via dal palchetto perchè dava segno di alienazione mentale e disturbava il pubblico colla sua ammirazione frenetica. La stessaGazzetta di Bologna, foglio ufficiale di Monsignor Legato tra una enciclica e l’altra, inseriva una frase lirica per la divina cantatrice. Il Fètis, che morde spesso e volentieri non può dir male di lei; insomma, intorno alla sublime attrice non si ode che un concerto di elogi, i quali finiscono alle meste ed immortali strofe di Alfredo de Musset.

Ed ora, che cosa resta di questa donna adorata che fece impazzire i nostri nonni, che a Lucca si vedeva staccare i cavalli dalla carrozza, che a Venezia doveva rifugiarsi in San Marco per non essere soffocata dalla folla del popolo plaudente? Che cosa resta di quelle corone, di quegli entusiasmi, di quelle frenesie? La Malibran è diventata un ricordo, a poco a poco il suo nome passerà tra quelli delle attrici illustri note solo agli eruditi. Così il tempo passa e cancella le impronte di coloro che non poterono affidarle a monumenti durevoli. Gli oratori, gli attori, i cantori godono di trionfi momentanei, improvvisi. Spenta la generazione di coloro che udirono, nulla resta di loro. Nessun fonografo renderà la potenza oratoria del Castelar, come non ci potrebbe rendere il fascino della Rachel o della Malibran. L’onda del tempo passa sulle memorie umane e lentamente cancella tutto. Vi ricordate voi il timbro di voce de’ vostri morti?

Si può dire che il mondo, a periodi, è assetato di originalità:si può dire le evoluzioni storielle hanno il loro riscontro nelle evoluzioni dell’arte, e che i periodi fatali del Ferrari,preparazione,rivoluzione,reazione e sostasi riproducono, se non con precisione regolare di misura certo con precisione di evoluzione in tutti i campi della attività umana. Al tempo in cui la Malibran apparve, l’arte si trovava appunto in uno di quei periodi di febbre nei quali ogni novità, purchè porti un certo suggello artistico è bene accetta, cercata. Il classicismo bastardo dell’impero aveva finito il periodo di preparazione, oramai maturo, annunciava la rivoluzione dei romantici. In teatro, per non dir altro, regnava sovrana Giuditta Pasta, attrice grande, ma che posponeva l’ispirazione alla correttezza. La Sonntag, cresimata rivale della Malibran, fredda, quasi meccanica nella esecuzione, senz’anima e senza calore, colpita poi nel cuore e trascinata dalla corrente rivoluzionaria, doveva anch’essa abbandonare la correttezza per l’ispirazione e riscuotere l’applauso sincero della sua stessa rivale. Il segreto dei trionfi della Malibran sta appunto in questa rispondenza delle artiste. La conversione della Sonntag prova i gusti del pubblico, e l’apoteosi della Malibran prova la sua invidiabile adattazione a questi gusti di novità artistica. Ella fu grande perchè il suo organismo di cantante e di attrice rispose perfettamente ai nuovi bisogni dell’arte rispetto alle variate condizioni del gusto negli spettatori. Se avesse imitato la Pasta, sarebbe stata una cantatrice di secondo ordine; ma perchè non imitò, aiutata dallo studio e dalla natura, giunse a quella fama che dura ancora nella tradizione. E questo esempio non dovrebbe esser dimenticato da quelli che nell’arte non vedono che un eterno succedersi di imitazioni, una copia continuata di forme e di tipi antichi, vecchi appunto perchè antichi e disadatti al tempo ed al gusto presente. Tutto questo non risulta già dalle scomunicate riflessioni di qualche maestro rivoluzionario, di qualche apostolo della musica dell’avvenire. Tutt’altro. Risulta dalle confessioni di un illustre uomo che ha sessantaquattro anni, che siede all’Accademia francese da venticinque, e che non è noto certo per indisciplinatezza d’ingegno. Risulta da un opuscolo di Ernesto Legouvé pieno di curiose riflessioni e di quegli antichi aneddoti che oggi hanno più fortuna della storia severa e togata.

Il Legouvé, persuaso di non saper capire e gustare la musica e pure reagendo contro questa persuasione che gli veniva dai discorsi di famiglia più che altro, vegetava, dic’egli, nelle regioni temperate della musica d’opera comica, fino al giorno in cui un incontro improvvisocambiòsubitamente il suo gusto in una passionee lo trasportò subito nelle più alte regioni dell’arte. Da queste parole sue si capisce che la pretesa iniziazione spetta per metà all’artista che seppe rispondere all’aspettazione dell’ascoltatore stesso, il quale, stanco di un’arte invecchiata che non poteva più rispondere alla preparazione de’ suoi sentimenti, trovò e seppe capire la beltà del nuovo, la giustezza dell’originalità e la equivalenza della evoluzione dell’arte con la evoluzione del gusto. Questa interpretazione quasi fulminea di un ciclo artistico, avvenuta in una mente inconsciamente preparata, scaturisce con evidenza dal racconto che ci fa il grave accademico.

«Allora si parlava molto a Parigi dell’arrivo di una giovine cantatrice, figlia del celebre tenore Garcia, moglie di un negoziante americano il signor Malibran, e che si annunziava come rivale della Pasta. La mia buona fortuna mi condusse al Conservatorio di musica ad un concerto di carità, il giorno in cui ella cantava a Parigi per la prima volta. La folla era grandissima e l’aspettazione viva. Sul palco, tra le dame patronesse, la nuova arrivata era nulla di straordinario nella sua persona e nella sua fisonomia. Sotto il piccolo cappuccio color di malva, in cui nascondeva mezzo il viso, rassomigliava ad una giovinemiss. Venuta la sua volta di cantare, si alzò, si tolse il cappello e andò verso il pianoforte, poichè doveva accompagnarsi da sè. Seduta appena, cominciò la trasformazione. Prima di tutto la sua acconciatura sorprese per la sua semplicità: nessun riccio, nessuna sapiente architettura di capelli; la pettinatura liscia disegnava la forma della testa. Aveva la bocca un po’ grande, il naso un po’ corto, ma un ovale di faccia così bello, un disegno di collo così puro, che la bellezza dei lineamenti era compensata dalla bellezza delle linee, e finalmente certi occhi come non se ne erano visti da Talma in qua: degli occhi che avevano un’atmosfera. Virgilio ha dettonatantia lumina somno, occhi che nuotavano nel sonno: ebbene, Maria Malibran aveva, come Talma, certi occhi che nuotavano non so che in qual fluido elettrico, dal quale lo sguardo prorompeva luminoso e insieme velato, come un raggio di sole che traversa una nube. I suoi sguardi parevano pieni di malinconia, di pensiero e di passione.

«Cantò la romanza del salice nell’Otello. Alla ventesima battuta il pubblico era vinto: alla fine della prima strofa era inebbriato; alla fine del pezzo era ammattito. Per me, provai la sensazione di uno che sia nella navicella di un pallone tenuto dalla corda, quando lo lasciano andare. Un momento prima egli dondolava placidamentea pochi metri dal suolo, ed ecco ad un tratto slanciato come una freccia nell’immensità dei cieli. Ella mi appare improvvisamente come la interprete più pura, più patetica della poesia dell’amore e del dolore. Mi si aprì davanti un nuovo mondo, il mondo della grande musica drammatica; e le rappresentazioni dellaSemiramide, dellaGazza Ladra, delTancredicompirono la mia iniziazione. Il genio di Rossini e il talento della Malibran m’avevano iniziato».

Questo capita a molti. Si era dubbiosi e tediati in certe formule artistiche discutendo a freddo, sofisticando di estetica, senza altre convinzioni che quelle procedute da faticosi ragionamenti, quando ad un tratto ci troviamo innanzi ad un’opera, ad un quadro, ad un volume che ci squarcia i veli del tempio davanti agli occhi, e gridiamo: ecco il mio maestro, il mio pittore, il mio poeta! Quando poi tutta una generazione, stanca dell’antico che non gusta più e che capisce appena, aspetta la buona novella e vede il messia compiere i miracoli, l’entusiasmo prorompe, trasmoda, e fa commettere le pazzie che si commisero per la Malibran. Tutto sta che il messia venga al momento opportuno e che bandisca le dottrine e compia i miracoli necessari e adatti alle aspirazioni del popolo eletto. Siamo sinceri, chi impazzirebbe oggi per la Malibran nelTancredi? Se fossero giorni di crisi ministeriale, ci sarebbe il caso di trovare il teatro vuoto. Gli entusiasmi, le frenesie romantiche sbollirono, e comincia l’era del positivismo. Ogni cosa a suo tempo, anche le manifestazioni dell’arte.

Maria Malibran, che aveva il canto e l’azione pieni di passione, era l’artista che ci voleva per quella generazione di romantici che portarono la passione nell’arte. Obbediente all’impulso interno, non usava i gesti solennemente tragici che le sue rivali studiavano davanti allo specchio, ma si incarnava profondamente nel personaggio rappresentato, senza calcoli antecedenti, come voleva l’ispirazione del momento. Lì era grande, e i vecchi narrano che veramente atterriva gli spettatori quando nell’ultimo atto dell’Otellopercorreva il palcoscenico scapigliata, cercando uno scampo. Questi suoi impeti, queste sue improvvisazioni giuste, ma originali, avevano l’illusione della verità e colpivano profondamente un pubblico avido di originalità e di passione. Il pubblico trovava l’artista delle sue aspirazioni, e l’artista, rispondendo così ai bisogni del pubblico, seguiva l’impulso ricevuto dalla preparazione paterna.

Il tenore Garcia era impetuosissimo. La fanciullezza e l’adolescenza della Malibran furono tormentate dalle violenzepaterne, e quando nell’ultimo atto dell’Otellorendeva così bene lo spavento della morte, rendeva le sensazioni provate quando la prima volta cantò col padre l’Otello. Garcia le aveva detto:—Se canti male, all’ultimo atto ti ammazzo davvero.—In scena egli l’afferrò mentre fuggiva e sguainò l’arme; ed ella, piena del suo doppio personaggio di artista e di figlia, quando si vide sopra gli occhi terribili del padre, credette proprio di dover morire, si dibattè e morsicò fino al sangue la mano che la teneva stretta, Garcia gridò di dolore, e il teatro, credendo di udir l’urlo furibondo diOtello, scoppiò in applausi. Così ella era quel che la faceva il teatro, tanto fortemente presa dalla situazione drammatica, che ne era come invasata. Non poteva indicar prima quel che farebbe in scena, perchè nemmeno lei lo sapeva, e diceva ai parecchi tenori che cantarono l’Otellocon lei: «Afferratemi dove potete all’ultima scena, perchè in quel momento non posso rispondere de’ miei movimenti.»

A questa subitanea ispirazione d’artista dovette anche la sua riconciliazione col padre. Il Legouvê narra questo episodio, al quale fu presente: «La violenza del padre aveva fatto sorgere troppe tempeste nelle relazioni loro. Erano rotti mortalmente tra loro e divisi da lungo tempo, quando Garcia, vecchio oramai e cupo, arrivò a Parigi. Si mise assieme una rappresentazione al Teatro italiano e si lesse sul cartello:il signor Garcia sosterrà la parte di Otello, e la Malibran quella di Desdemona. C’ero anch’io, quella sera, e non ho mai visto più fremente aspettazione di pubblico. Venne Garcia, venne la Malibran, poi Lablache che faceva da padre. Fosse la presenza della figlia o altro, il vecchio leone ritrovò i sublimi ruggiti della sua voce possente. Ella stessa elettrizzata, commossa da questo ravvicinamento pieno di patetiche amarezze, nel primo atto, nel delizioso duetto colla nutrice, nel finale, trovò accenti di malinconia disperata, come un’eco anticipata della romanza del salice; e la tela cadde tra un uragano di applausi. Dissi cadde... ma aspettate. Nel finale, Otello era alla dritta dello spettatore, vicino alla quinta, e Desdemona alla sinistra vicino anch’essa ad una quinta. Ora, mentre cadeva la tela, anzi quando la tela fu a poca distanza da terra, vidi i piedi di Desdemona rivolgersi improvvisamente e correre verso i piedi di Otello. Scoppiò una formidabile chiamata, la tela si alzò, ricomparvero insieme, solo che erano neri tutti e due. Gettandosi nelle braccia del padre ella s’era tinta il viso nel nero di Otello. La cosa era comica! Ebbene, non rise nessuno. Capirono tutti in teatro quel che c’era di commovente in quello spettacolo, non videro il grottesco, ed applaudirono freneticamentequesto padre e questa figlia, riconciliati dall’arte, dal talento, dal trionfo loro. S’erano abbracciati in Rossini.»

Ma basta. Che cosa resta di questa artista che fu tutta del suo tempo, che fu l’idolo adorato di una generazione intera? Restano immortali le sole strofe del Musset:

O Ninette! où sont-ils, belle muse adorée,Ces accents pleins d’amour, de charme et de terreur,Qui voltigeaient le soir sur ta lèvre inspiréeComme un parfum lèger sur l’aubèpine en fleur?Ou vibre maintenant cette voix éploréeCette harpe vivante attachee à ton coeur?


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