NELLA LOTTAAi tempi d’una volta si facevano i poemi lunghissimi e le novelle corte.Bernardo Tasso e Luca Pulci non facevano economia di ottave e mettevano in fila, l’uno dietro l’altro, i canti sempiterni, tutti colla loro brava ottava di argomento in principio. Le novelle lunghe invece si contavano sulle dita. Franco Sacchetti le scrisse anche più brevi del Boccaccio, e l’uso si mantenne, salvo qualche rara eccezione, come si mantenne l’uso dei poemi lunghi fino all’arcilunghissimoCiceronedel Passeroni ed alPoeta di Teatrodel Pananti.Ora accade il contrario. Il romanzo ha soffocato la novella, e sapete che i romanzi si fanno lunghi. Walter Scott ne ha fatti di buona misura, Balzac si può quasi dire che ne abbia fatto soltanto uno e lunghissimo col ciclo dellaCommedia umana. Nel genere narrativo tutti conoscono la serie di racconti che tiene dietro aiTre moschettieri, poichè appunto è questo genere di romanzi che surroga i poemi cavaliereschi narrativi. I romanzi sentimentali ointimihanno lasciato le lungaggini diClarissa Harlowe, ma quelli di avventure sono sempre lunghi e me ne appello all’ombra lunghissima di Ponson du Terrail ed ai suoi discepoli vivi. Si fanno invece delle poesie brevissime, deiliederdi tre strofe che contengono una novella d’amore, dei sonettini in cui si cristallizza tutta una pietosa storia. Longfellow restringe un romanzo di avventure nelle poche strofe dell’Excelsior, Zola invece diluisce una novella intima nei molti volumi deiRougon-Macquart. Insomma, dove una volta si andava per le lunghe in versi e per le corte in prosa, ora si vaper le lunghissime in prosa e per le cortissime in versi.Pare quasi che col crescere della coltura scemi l’importanza della poesia; il che darebbe ragione a coloro che sostengono essere la poesia un linguaggio primitivo, il segno della prima età letteraria delle nazioni. Tucidide non potrebbe infatti precedere Omero, e le plebi meno colte preferiscono anche oggi iRuggeridel molo di Napoli aiPromessi Sposi, che restano intelligibili, nella intima bellezza loro, soltanto alle classi più colte. Il che spiegherebbe la ricchezza della poesia popolare e semipopolare, e il diluvio delle canzonette a un soldo che inonda i villaggi e le campagne. E dall’altro lato il crescere del romanzo sarebbe un segno di coltura progredita. Queste conclusioni, che sono logiche una volta ammesso il principio, non mi sembrano però forti in gamba, poichè non è facile ammettere che i romanzi ebeti delle appendici dei giornali segnino un grande progresso di coltura. Certo, fatto il confronto tra la storia diMastrillie un romanzo di Boisgobey, è meglio quest’ultimo e segna un passo avanti: ma il progresso è così tenue, da credere proprio che noi ci siamo allontanati molto dalla età letteraria primitiva e preistorica. I Zulù saranno più addietro, ma i lettori di certe appendici non sono molto avanti.C’è però romanzo e romanzo. C’è quello commerciale e quello letterario; come ci sono le camicie di cotone per coloro nei quali il portar la camicia segna un progresso, e le camicie di tela fina per coloro che sono in grado di gustare la differenza di sensazione che procurano le due stoffe al contatto dell’epidermide ed hanno i mezzi sufficienti per cavarsi questo gusto. Si vendono più camicie di cotone e se ne vendono anzi di quelle che dopo un giorno d’uso diventano frangia. Si smercia più paccotiglia che roba fina, ma questo sta nell’ordine naturale delle cose e ci vuol pazienza. Dico soltanto che il vero segno di un progresso materiale sta nel crescere dello smercio delle camicie di tela, come il segno di un progresso vero di coltura sta nel crescere del consumo dei romanzi letterari, cioè fatti con un intento artistico, trattati con intelletto di arte, pensati, lavorati, finiti. Quando le carte delPickwick Clubavranno più lettori delRocambole, allora veramente il termometro della coltura generale avrà lasciato le temperature invernali per salire ai gradi più alti della primavera e poi di quella estate che matura i frutti.Anche in Italia si comincia a vendere romanzi di tela fina. Nella Italia media e meridionale il romanzo era scomunicato, come gli artisti di teatro.Mi ricordo che il direttore spirituale in collegio, ad ogni predicozzo che ci faceva dall’altare, cascava a parlare dei romanzi, dipingendoceli come la sorgente di tutti i mali e di tutte le immoralità. Secondo lui a leggere romanzi si perdeva l’anima e il corpo, si cascava nelle ugne di Satanasso e si facevano i primi scalini del patibolo. Delle donne di teatro non ce ne parlava mai e doveva avere le sue ragioni; ma, se avesse potuto dircene qualche cosa, non avrebbe certo parlato diversamente.È vero che queste paterne catilinarie non ci vietavano di legge Paolo de Kock sotto ai banchi, ma l’avversione o la paura che le classi dominanti avevano del romanzo, impediva il suo sviluppo indigeno, si opponeva alla produzione. A questo modo una gran parte d’Italia, fertilissima di ingegni inventivi e raffinata molto in linea di gusto, era condannata ad una sterilità coatta, ed i lettori o si inebetivano sui romanzacci di contrabbando o s’addormentavano sulle minchionerie del padre Bresciani. Il Manzoni sarebbe stato impossibile a Modena e il Guerrazzi impossibilissimo a Roma. La principale produzione dei romanzi è rimasta quindi a quelle regioni d’Italia che più vi si erano potute esercitare e dove le classi dominanti pensavano piuttosto ad impedire le manifestazioni politiche che le discussioni di religione o di morale. I cataloghi de’ librai milanesi o torinesi riboccano di romanzi. A Firenze, a Bologna, a Napoli non se ne stampa quasi nessuno.Così la novità di questa stagione di bagni e di acque è il romanzo di Enrico Castelnuovo intitolatoNella Lottae stampato dal Treves in Milano.Non si tratta di un romanzo commerciale imbottito di assassini, di avvelenatori, di duelli e di processi. Non è uno di quei pasticci che, sotto il nome di romanzi giudiziari, sono avidamente inghiottiti dalle donne isteriche. È un lavoro d’arte, un romanzo letterario che, per coloro i quali vogliono una tesi dappertutto, anche nei brindisi e nellebosinade, ha il vantaggio di sostenere appunto queste due massime: che la vita senza il lavoro e la lotta non è degna di essere stimata: che non si deve sposare una donna soltanto perchè è bella ed onesta.Quest’ultima massima pare a prima vista un paradosso, ma non lo è. Non basta che la donna sia bella ed immacolata, bisogna che abbia l’energia e la serietà necessarie per trionfare appunto in quelle lotte senza le quali la vita non ha pregio. Le donnine che non sanno pensare altro che ai nastri e che passano la giornata tra le ciarle con le amiche e le discussioni con le modiste, sono perfettamente spregevoli, e gli uomini deboli che cascanonelle reti loro, imbecilliti dalle moine che vogliono parere educazione squisita, meritano i tormenti che soffrono. Si grida tanto che negli uomini bisogna sviluppare il carattere, e non si parla delle donne che ne hanno bisogno quanto e più dell’uomo! Si capisce che il matrimonio riesca un peso e che il divorzio divenga una triste necessità quando per tante donne l’ideale della vita sta nel parere una bella bambola, ben vestita e ben dipinta. Non importa certo far le cuoche e le lavandaie, ma bisogna saper vivere questa vita com’è, non pretendendo di chiudersi in una morbida scatola di bambagia. Quando il marito non ha in casa altro che una bella donna, fa presto a ricordarsi il racconto di La FontaineLe pâté d’anguillee il detto volgaretoujours perdrix. Ma quando la moglie prende parte anch’essa alla lotta quotidiana, quando è la confidente e la consigliera del marito e sa combattere e vincere anch’essa, ridiventa la nostra costola e non ce la possiamo cavar dal petto senza dolore. Moralizzo forse, ma dico la verità.Quanto poi all’arte del Castelnuovo, direi che egli mi pare piuttosto disegnatore che coloritore. Il suo romanzo è come un quadro della vecchia scuola toscana, disegnato, composto, delicato, commovente anche, ma non colorito come un quadro veneziano, non luminoso, non plastico. Più che dagli oggetti esterni, più che dalla scena, egli è colpito dalle sensazioni intime che analizza con molta finezza. Non descrive, racconta. Così egli si accosta ai romanzieri dellaRevue des deux mondes, ai Cherbuliez, ai Theuriet ed altri insigni, e non ha l’arte energica, vigorosa di colorito e di rilievo di quello Zola, che può essere vituperato da molti per ragioni che qui non importa dire, ma che rimane però sempre un artista forte ed originale. Nel Castelnuovo c’è sempre una mitezza, una misura nel tocco, che se non fosse temperata da una certa arguzia mascherata di bonomia, cascherebbe nel freddo e farebbe giudicar male uno scrittore che ha tutti i pregi per riuscire, tranne la lingua.La lingua!.... Ma a parlarne si prende del pedante.Silenzio.
NELLA LOTTAAi tempi d’una volta si facevano i poemi lunghissimi e le novelle corte.Bernardo Tasso e Luca Pulci non facevano economia di ottave e mettevano in fila, l’uno dietro l’altro, i canti sempiterni, tutti colla loro brava ottava di argomento in principio. Le novelle lunghe invece si contavano sulle dita. Franco Sacchetti le scrisse anche più brevi del Boccaccio, e l’uso si mantenne, salvo qualche rara eccezione, come si mantenne l’uso dei poemi lunghi fino all’arcilunghissimoCiceronedel Passeroni ed alPoeta di Teatrodel Pananti.Ora accade il contrario. Il romanzo ha soffocato la novella, e sapete che i romanzi si fanno lunghi. Walter Scott ne ha fatti di buona misura, Balzac si può quasi dire che ne abbia fatto soltanto uno e lunghissimo col ciclo dellaCommedia umana. Nel genere narrativo tutti conoscono la serie di racconti che tiene dietro aiTre moschettieri, poichè appunto è questo genere di romanzi che surroga i poemi cavaliereschi narrativi. I romanzi sentimentali ointimihanno lasciato le lungaggini diClarissa Harlowe, ma quelli di avventure sono sempre lunghi e me ne appello all’ombra lunghissima di Ponson du Terrail ed ai suoi discepoli vivi. Si fanno invece delle poesie brevissime, deiliederdi tre strofe che contengono una novella d’amore, dei sonettini in cui si cristallizza tutta una pietosa storia. Longfellow restringe un romanzo di avventure nelle poche strofe dell’Excelsior, Zola invece diluisce una novella intima nei molti volumi deiRougon-Macquart. Insomma, dove una volta si andava per le lunghe in versi e per le corte in prosa, ora si vaper le lunghissime in prosa e per le cortissime in versi.Pare quasi che col crescere della coltura scemi l’importanza della poesia; il che darebbe ragione a coloro che sostengono essere la poesia un linguaggio primitivo, il segno della prima età letteraria delle nazioni. Tucidide non potrebbe infatti precedere Omero, e le plebi meno colte preferiscono anche oggi iRuggeridel molo di Napoli aiPromessi Sposi, che restano intelligibili, nella intima bellezza loro, soltanto alle classi più colte. Il che spiegherebbe la ricchezza della poesia popolare e semipopolare, e il diluvio delle canzonette a un soldo che inonda i villaggi e le campagne. E dall’altro lato il crescere del romanzo sarebbe un segno di coltura progredita. Queste conclusioni, che sono logiche una volta ammesso il principio, non mi sembrano però forti in gamba, poichè non è facile ammettere che i romanzi ebeti delle appendici dei giornali segnino un grande progresso di coltura. Certo, fatto il confronto tra la storia diMastrillie un romanzo di Boisgobey, è meglio quest’ultimo e segna un passo avanti: ma il progresso è così tenue, da credere proprio che noi ci siamo allontanati molto dalla età letteraria primitiva e preistorica. I Zulù saranno più addietro, ma i lettori di certe appendici non sono molto avanti.C’è però romanzo e romanzo. C’è quello commerciale e quello letterario; come ci sono le camicie di cotone per coloro nei quali il portar la camicia segna un progresso, e le camicie di tela fina per coloro che sono in grado di gustare la differenza di sensazione che procurano le due stoffe al contatto dell’epidermide ed hanno i mezzi sufficienti per cavarsi questo gusto. Si vendono più camicie di cotone e se ne vendono anzi di quelle che dopo un giorno d’uso diventano frangia. Si smercia più paccotiglia che roba fina, ma questo sta nell’ordine naturale delle cose e ci vuol pazienza. Dico soltanto che il vero segno di un progresso materiale sta nel crescere dello smercio delle camicie di tela, come il segno di un progresso vero di coltura sta nel crescere del consumo dei romanzi letterari, cioè fatti con un intento artistico, trattati con intelletto di arte, pensati, lavorati, finiti. Quando le carte delPickwick Clubavranno più lettori delRocambole, allora veramente il termometro della coltura generale avrà lasciato le temperature invernali per salire ai gradi più alti della primavera e poi di quella estate che matura i frutti.Anche in Italia si comincia a vendere romanzi di tela fina. Nella Italia media e meridionale il romanzo era scomunicato, come gli artisti di teatro.Mi ricordo che il direttore spirituale in collegio, ad ogni predicozzo che ci faceva dall’altare, cascava a parlare dei romanzi, dipingendoceli come la sorgente di tutti i mali e di tutte le immoralità. Secondo lui a leggere romanzi si perdeva l’anima e il corpo, si cascava nelle ugne di Satanasso e si facevano i primi scalini del patibolo. Delle donne di teatro non ce ne parlava mai e doveva avere le sue ragioni; ma, se avesse potuto dircene qualche cosa, non avrebbe certo parlato diversamente.È vero che queste paterne catilinarie non ci vietavano di legge Paolo de Kock sotto ai banchi, ma l’avversione o la paura che le classi dominanti avevano del romanzo, impediva il suo sviluppo indigeno, si opponeva alla produzione. A questo modo una gran parte d’Italia, fertilissima di ingegni inventivi e raffinata molto in linea di gusto, era condannata ad una sterilità coatta, ed i lettori o si inebetivano sui romanzacci di contrabbando o s’addormentavano sulle minchionerie del padre Bresciani. Il Manzoni sarebbe stato impossibile a Modena e il Guerrazzi impossibilissimo a Roma. La principale produzione dei romanzi è rimasta quindi a quelle regioni d’Italia che più vi si erano potute esercitare e dove le classi dominanti pensavano piuttosto ad impedire le manifestazioni politiche che le discussioni di religione o di morale. I cataloghi de’ librai milanesi o torinesi riboccano di romanzi. A Firenze, a Bologna, a Napoli non se ne stampa quasi nessuno.Così la novità di questa stagione di bagni e di acque è il romanzo di Enrico Castelnuovo intitolatoNella Lottae stampato dal Treves in Milano.Non si tratta di un romanzo commerciale imbottito di assassini, di avvelenatori, di duelli e di processi. Non è uno di quei pasticci che, sotto il nome di romanzi giudiziari, sono avidamente inghiottiti dalle donne isteriche. È un lavoro d’arte, un romanzo letterario che, per coloro i quali vogliono una tesi dappertutto, anche nei brindisi e nellebosinade, ha il vantaggio di sostenere appunto queste due massime: che la vita senza il lavoro e la lotta non è degna di essere stimata: che non si deve sposare una donna soltanto perchè è bella ed onesta.Quest’ultima massima pare a prima vista un paradosso, ma non lo è. Non basta che la donna sia bella ed immacolata, bisogna che abbia l’energia e la serietà necessarie per trionfare appunto in quelle lotte senza le quali la vita non ha pregio. Le donnine che non sanno pensare altro che ai nastri e che passano la giornata tra le ciarle con le amiche e le discussioni con le modiste, sono perfettamente spregevoli, e gli uomini deboli che cascanonelle reti loro, imbecilliti dalle moine che vogliono parere educazione squisita, meritano i tormenti che soffrono. Si grida tanto che negli uomini bisogna sviluppare il carattere, e non si parla delle donne che ne hanno bisogno quanto e più dell’uomo! Si capisce che il matrimonio riesca un peso e che il divorzio divenga una triste necessità quando per tante donne l’ideale della vita sta nel parere una bella bambola, ben vestita e ben dipinta. Non importa certo far le cuoche e le lavandaie, ma bisogna saper vivere questa vita com’è, non pretendendo di chiudersi in una morbida scatola di bambagia. Quando il marito non ha in casa altro che una bella donna, fa presto a ricordarsi il racconto di La FontaineLe pâté d’anguillee il detto volgaretoujours perdrix. Ma quando la moglie prende parte anch’essa alla lotta quotidiana, quando è la confidente e la consigliera del marito e sa combattere e vincere anch’essa, ridiventa la nostra costola e non ce la possiamo cavar dal petto senza dolore. Moralizzo forse, ma dico la verità.Quanto poi all’arte del Castelnuovo, direi che egli mi pare piuttosto disegnatore che coloritore. Il suo romanzo è come un quadro della vecchia scuola toscana, disegnato, composto, delicato, commovente anche, ma non colorito come un quadro veneziano, non luminoso, non plastico. Più che dagli oggetti esterni, più che dalla scena, egli è colpito dalle sensazioni intime che analizza con molta finezza. Non descrive, racconta. Così egli si accosta ai romanzieri dellaRevue des deux mondes, ai Cherbuliez, ai Theuriet ed altri insigni, e non ha l’arte energica, vigorosa di colorito e di rilievo di quello Zola, che può essere vituperato da molti per ragioni che qui non importa dire, ma che rimane però sempre un artista forte ed originale. Nel Castelnuovo c’è sempre una mitezza, una misura nel tocco, che se non fosse temperata da una certa arguzia mascherata di bonomia, cascherebbe nel freddo e farebbe giudicar male uno scrittore che ha tutti i pregi per riuscire, tranne la lingua.La lingua!.... Ma a parlarne si prende del pedante.Silenzio.
Ai tempi d’una volta si facevano i poemi lunghissimi e le novelle corte.
Bernardo Tasso e Luca Pulci non facevano economia di ottave e mettevano in fila, l’uno dietro l’altro, i canti sempiterni, tutti colla loro brava ottava di argomento in principio. Le novelle lunghe invece si contavano sulle dita. Franco Sacchetti le scrisse anche più brevi del Boccaccio, e l’uso si mantenne, salvo qualche rara eccezione, come si mantenne l’uso dei poemi lunghi fino all’arcilunghissimoCiceronedel Passeroni ed alPoeta di Teatrodel Pananti.
Ora accade il contrario. Il romanzo ha soffocato la novella, e sapete che i romanzi si fanno lunghi. Walter Scott ne ha fatti di buona misura, Balzac si può quasi dire che ne abbia fatto soltanto uno e lunghissimo col ciclo dellaCommedia umana. Nel genere narrativo tutti conoscono la serie di racconti che tiene dietro aiTre moschettieri, poichè appunto è questo genere di romanzi che surroga i poemi cavaliereschi narrativi. I romanzi sentimentali ointimihanno lasciato le lungaggini diClarissa Harlowe, ma quelli di avventure sono sempre lunghi e me ne appello all’ombra lunghissima di Ponson du Terrail ed ai suoi discepoli vivi. Si fanno invece delle poesie brevissime, deiliederdi tre strofe che contengono una novella d’amore, dei sonettini in cui si cristallizza tutta una pietosa storia. Longfellow restringe un romanzo di avventure nelle poche strofe dell’Excelsior, Zola invece diluisce una novella intima nei molti volumi deiRougon-Macquart. Insomma, dove una volta si andava per le lunghe in versi e per le corte in prosa, ora si vaper le lunghissime in prosa e per le cortissime in versi.
Pare quasi che col crescere della coltura scemi l’importanza della poesia; il che darebbe ragione a coloro che sostengono essere la poesia un linguaggio primitivo, il segno della prima età letteraria delle nazioni. Tucidide non potrebbe infatti precedere Omero, e le plebi meno colte preferiscono anche oggi iRuggeridel molo di Napoli aiPromessi Sposi, che restano intelligibili, nella intima bellezza loro, soltanto alle classi più colte. Il che spiegherebbe la ricchezza della poesia popolare e semipopolare, e il diluvio delle canzonette a un soldo che inonda i villaggi e le campagne. E dall’altro lato il crescere del romanzo sarebbe un segno di coltura progredita. Queste conclusioni, che sono logiche una volta ammesso il principio, non mi sembrano però forti in gamba, poichè non è facile ammettere che i romanzi ebeti delle appendici dei giornali segnino un grande progresso di coltura. Certo, fatto il confronto tra la storia diMastrillie un romanzo di Boisgobey, è meglio quest’ultimo e segna un passo avanti: ma il progresso è così tenue, da credere proprio che noi ci siamo allontanati molto dalla età letteraria primitiva e preistorica. I Zulù saranno più addietro, ma i lettori di certe appendici non sono molto avanti.
C’è però romanzo e romanzo. C’è quello commerciale e quello letterario; come ci sono le camicie di cotone per coloro nei quali il portar la camicia segna un progresso, e le camicie di tela fina per coloro che sono in grado di gustare la differenza di sensazione che procurano le due stoffe al contatto dell’epidermide ed hanno i mezzi sufficienti per cavarsi questo gusto. Si vendono più camicie di cotone e se ne vendono anzi di quelle che dopo un giorno d’uso diventano frangia. Si smercia più paccotiglia che roba fina, ma questo sta nell’ordine naturale delle cose e ci vuol pazienza. Dico soltanto che il vero segno di un progresso materiale sta nel crescere dello smercio delle camicie di tela, come il segno di un progresso vero di coltura sta nel crescere del consumo dei romanzi letterari, cioè fatti con un intento artistico, trattati con intelletto di arte, pensati, lavorati, finiti. Quando le carte delPickwick Clubavranno più lettori delRocambole, allora veramente il termometro della coltura generale avrà lasciato le temperature invernali per salire ai gradi più alti della primavera e poi di quella estate che matura i frutti.
Anche in Italia si comincia a vendere romanzi di tela fina. Nella Italia media e meridionale il romanzo era scomunicato, come gli artisti di teatro.
Mi ricordo che il direttore spirituale in collegio, ad ogni predicozzo che ci faceva dall’altare, cascava a parlare dei romanzi, dipingendoceli come la sorgente di tutti i mali e di tutte le immoralità. Secondo lui a leggere romanzi si perdeva l’anima e il corpo, si cascava nelle ugne di Satanasso e si facevano i primi scalini del patibolo. Delle donne di teatro non ce ne parlava mai e doveva avere le sue ragioni; ma, se avesse potuto dircene qualche cosa, non avrebbe certo parlato diversamente.
È vero che queste paterne catilinarie non ci vietavano di legge Paolo de Kock sotto ai banchi, ma l’avversione o la paura che le classi dominanti avevano del romanzo, impediva il suo sviluppo indigeno, si opponeva alla produzione. A questo modo una gran parte d’Italia, fertilissima di ingegni inventivi e raffinata molto in linea di gusto, era condannata ad una sterilità coatta, ed i lettori o si inebetivano sui romanzacci di contrabbando o s’addormentavano sulle minchionerie del padre Bresciani. Il Manzoni sarebbe stato impossibile a Modena e il Guerrazzi impossibilissimo a Roma. La principale produzione dei romanzi è rimasta quindi a quelle regioni d’Italia che più vi si erano potute esercitare e dove le classi dominanti pensavano piuttosto ad impedire le manifestazioni politiche che le discussioni di religione o di morale. I cataloghi de’ librai milanesi o torinesi riboccano di romanzi. A Firenze, a Bologna, a Napoli non se ne stampa quasi nessuno.
Così la novità di questa stagione di bagni e di acque è il romanzo di Enrico Castelnuovo intitolatoNella Lottae stampato dal Treves in Milano.
Non si tratta di un romanzo commerciale imbottito di assassini, di avvelenatori, di duelli e di processi. Non è uno di quei pasticci che, sotto il nome di romanzi giudiziari, sono avidamente inghiottiti dalle donne isteriche. È un lavoro d’arte, un romanzo letterario che, per coloro i quali vogliono una tesi dappertutto, anche nei brindisi e nellebosinade, ha il vantaggio di sostenere appunto queste due massime: che la vita senza il lavoro e la lotta non è degna di essere stimata: che non si deve sposare una donna soltanto perchè è bella ed onesta.
Quest’ultima massima pare a prima vista un paradosso, ma non lo è. Non basta che la donna sia bella ed immacolata, bisogna che abbia l’energia e la serietà necessarie per trionfare appunto in quelle lotte senza le quali la vita non ha pregio. Le donnine che non sanno pensare altro che ai nastri e che passano la giornata tra le ciarle con le amiche e le discussioni con le modiste, sono perfettamente spregevoli, e gli uomini deboli che cascanonelle reti loro, imbecilliti dalle moine che vogliono parere educazione squisita, meritano i tormenti che soffrono. Si grida tanto che negli uomini bisogna sviluppare il carattere, e non si parla delle donne che ne hanno bisogno quanto e più dell’uomo! Si capisce che il matrimonio riesca un peso e che il divorzio divenga una triste necessità quando per tante donne l’ideale della vita sta nel parere una bella bambola, ben vestita e ben dipinta. Non importa certo far le cuoche e le lavandaie, ma bisogna saper vivere questa vita com’è, non pretendendo di chiudersi in una morbida scatola di bambagia. Quando il marito non ha in casa altro che una bella donna, fa presto a ricordarsi il racconto di La FontaineLe pâté d’anguillee il detto volgaretoujours perdrix. Ma quando la moglie prende parte anch’essa alla lotta quotidiana, quando è la confidente e la consigliera del marito e sa combattere e vincere anch’essa, ridiventa la nostra costola e non ce la possiamo cavar dal petto senza dolore. Moralizzo forse, ma dico la verità.
Quanto poi all’arte del Castelnuovo, direi che egli mi pare piuttosto disegnatore che coloritore. Il suo romanzo è come un quadro della vecchia scuola toscana, disegnato, composto, delicato, commovente anche, ma non colorito come un quadro veneziano, non luminoso, non plastico. Più che dagli oggetti esterni, più che dalla scena, egli è colpito dalle sensazioni intime che analizza con molta finezza. Non descrive, racconta. Così egli si accosta ai romanzieri dellaRevue des deux mondes, ai Cherbuliez, ai Theuriet ed altri insigni, e non ha l’arte energica, vigorosa di colorito e di rilievo di quello Zola, che può essere vituperato da molti per ragioni che qui non importa dire, ma che rimane però sempre un artista forte ed originale. Nel Castelnuovo c’è sempre una mitezza, una misura nel tocco, che se non fosse temperata da una certa arguzia mascherata di bonomia, cascherebbe nel freddo e farebbe giudicar male uno scrittore che ha tutti i pregi per riuscire, tranne la lingua.
La lingua!.... Ma a parlarne si prende del pedante.
Silenzio.