UNA FAMIGLIA ARISTOCRATICAChe l’Italia sia un paese democratico l’hanno scritto tante volte ne’ libri e nei giornali, l’hanno detto tanto in Parlamento e fuori, che ormai lo crediamo; e sarà anche vero. Io e Lei poi, che non abbiamo mai avuto fumi aristocratici per la testa, possiamo qui prenderci a braccetto e chiaccherare con tutta la libertà e la democrazia possibile: ma appunto perchè abbiamo tutti e due il certificato di civismo in piena regola, possiamo esser anche sinceri, e confessare che ci deve essere un certo gusto a scrivere le geste della propria famiglia quando si discende da una famiglia antica ed illustre. Siamo tutti democratici, ma in generazione in generazione si trasmettono l’intelligenza, il carattere o la bravura: e in Italia ce ne sono parecchie di queste famiglie. Intendiamo il senso di intima soddisfazione che deve provare lo storico il quale narra fatti gloriosi, dipinge figure eroiche, ragiona di avvenimenti memorabili senza uscire dall’archivio della propria famiglia, senza che la storia generale della patria sembri allontanarsi un momento dalla storia di casa. Siamo tutti democratici, ma scuseremmo più volentieri l’alterigia che viene da un nome antico, illustre e degnamente portato, che l’arroganza venuta da una croce esotica o da una fortuna giocata al ribasso. Tutti preferiremmo di chiamarci Sforza, Colonna, Gonzaga, o Dandolo, invece di Larghi, Stretti, Longhi, Corti; e quando uno è dei Capponi deve scriver di gusto la storia di Firenze.Così è da invidiare il conte Giovanni Gozzadini, senatore del regno, il quale può scrivere la storia del suo paese senza uscire di casa sua. La sua famiglia, dal mille in qua, è una delle più illustri d’Italia, e pochi sono gli avvenimenti ai quali un Gozzadini non si trovi mescolato. Milano ebbe un Beno de’ Gozzadini a potestà, come un ramo della famiglia trapiantato in Oriente ebbe per tre secoli la signoria di parecchie isole. Guerrieri, giureconsulti, magistrati,diplomatici, banchieri, cardinali, c’è di tutto in questa famiglia; persino la tradizione poetica di Betisia che nel secolo XIII avrebbe insegnato legge nelloStudio, col viso velato per non distrarre di scolari con la splendida bellezza. Nello stesso conte Giovanni, ultimo rampollo di una famiglia che ad un tempo contò sino a novantacinque maschi in casa, c’è sempre la energica originalità della sua razza. Ci vuole infatti qualche cosa che non è in tutti per vivere sino ai vent’anni la vita delgiovin signoredel Parini, e poi ad un tratto chiudersi nello studio ostinato e severo, e diventare senza contrasto uno dei più insigni archeologi storici contemporanei. Queste illustre genealogie non vogliono chiudersi senza aver dato un ultimo sprazzo di luce. I Cavour, i d’Azeglio, i Lamarmora, i Balbo, i Ricasoli, i Capponi, i Gozzadini non lasciano discendenza maschile. Pare che queste gloriose famiglie, sdegnose della mediocrità e della volgarità dominante, si drappeggino un’ultima volta nelle loro toghe senatorie per morir bene come i romani della repubblica, legando il loro esempio come un rimprovero alla età della guardia nazionale, dei bozzetti borghesi e dei quadretti di genere. Siamo democratici, via, ma possiamo ben cavarci il cappello.Il Conte Gozzadini, dopo alcuni celebri lavori di archeologia, specialmente intorno alle tombe etrusche di Marzabotto nella valle del Reno; dopo alcuni lavori di lunga lena intorno alla storia della sua città, come quello delleTorri gentilizieche nel tempo degli articoli lunghi una spanna ricorda le più pazienti imprese del secolo passato; dopo una lunga serie di memorie e di opere, le quali condotte con rara coscienza ed erudizione resero illustre l’autore oltre monti ed in patria, si è dato ad una serie di lavori che egli modestamente intitola racconti storici, ma che sono vere, proprie e complete monografie di un personaggio o di un periodo. Già sino dagli esordi della sua carriera di storico aveva accennato a queste illustrazioni speciali di fatti e di uomini colleMemorie storiche di Armaciotto de’ Romazzotti(1835) colleMemorie per la vita di Giovanni II Bentivoglio(1839) e collaCronaca di Ronzano e le memorie intorno al frate gaudente Loderingo degli Andalò(1851). Ora, al sommo della sua via, ha ripreso con miglior lena e con miglior metodo questo sistema delle monografie storiche, nelle quali l’abbondanza delle notizie, la novità delle ricerche, lo studio dei documenti non escludono l’interesse del dramma e il diletto del lettore. Non è necessario per fare un libro di storia fare un libro noioso, e ilGiovanni Pepoli e Sisto Vstampato l’anno scorso, narrando le imprese del brigantaggio e la cecità della repressione al finire del secolo XVI, ha pagine chepaiono di romanzo, se non che i documenti le mostrano consone alla verità. Quest’anno ilNanne Gozzadini e Baldassare Cossa[7]ci mostra con non minore evidenza e sicurezza storica l’agonia delle libertà bolognesi e la fallacia delle carezze clericali; e l’interesse del racconto non vien meno sino all’ultima pagina, dove, se il racconto vi paresse troppo accarezzato, trovate ogni giusticazione in dugento pagine di documenti nuovi e curiosi. Infatti la storia, raccontata bene, non ha minori attrattive del romanzo; e se ilNanne Gozzadiniper la vastità del quadro si presta meno alla descrizione minuta dei costumi privati, ci fa però veder benissimo i pubblici, come ilGiovanni Pepoliè una pittura viva e vera dello stato interno di una provincia in un anno determinato, è la narrazione completa dei guai di una famiglia processata e condannata a Bologna nel 1585.ColNanne Gozzadinici troviamo invece alla fine del secolo XIV e ne’ primi anni del seguente, in quel periodo che segnò il principio della rovina dei comuni liberi e il principio della potenza dei signori. Ci troviamo proprio in quel tempo curioso nel quale i condottieri passavano da un campo a un altro, imponendosi ai signori ed alle città e cominciavano già a ruminare idee di signoria. I comuni rimasti ancora liberi, non solo erano continuamente minacciati al di fuori, fino al punto che il conte di Virtù per poco non si fece re d’Italia, ma erano più ferocemente lacerati dalle parti interne che rincrudelivano. E in riga di parti Bologna non era da meno delle altre città sorelle: basti il dire che nel 1274 fu combattuta nelle sue strade una guerra fratricida che durò quaranta giorni e quaranta notti senza nemmeno un’ora di tregua per seppellire i morti, e al lume degli incendi notturni le stesse donne, diventate ferocissime combattevano disperatamente. E pensare che ci sono dei fanatici del medio evo!Già Taddeo Pepoli aveva signoreggiato per qualche tempo la sua città nativa, poi Carlo Zambeccari aveva tentato anch’egli di diventar padrone, come lo divenne poi il primo Giovanni Bentivoglio; e tutte queste signorie effimere, spente nel sangue o nella vergogna, trovarono avversari decisi ed energici ne’ Gozzadini. Quel Nanne che fornisce argomento al libro di cui si parla, era un buon banchiere occupato negli affari suoi, quando ad un tratto, trovatasi la città in pericolo, diventò magistrato e guerriero, sino a contrastare con Jacopo dal Verme, uno de’ più celebricondottieri del tempo, e farlo ritirare dal territorio. Da quel tempo sino alla sua morte gli affari pubblici ebbero il primo posto ed al banco attesero più assiduamente i figli.In quell’epoca turbolenta le discordie intestine fomentate dalle famiglie potenti per brama di signoria finivano sempre nel sangue. Un partito congiurava di rovesciare l’ordine di cose esistente, si armava ed occupava gli sbocchi della piazza, l’unico luogo di dove potesse venire la repressione. Intanto si correva per la città gridandopopolo, si assediavano le case degli avversari, e quando, dopo disperata difesa, si arrivava a prenderle, si scannavano quelli che c’erano dentro e non si lasciava pietra sopra pietra. Gli avversari intanto si armavano, si ordinavano, e, gridandopopoloanche loro, correvano alle offese. Così la città diventava un campo di battaglia, e le strade rimbombavano di urli selvaggi, di grida strazianti, e il sangue correva pei rigagnoli, e le case incendiate scrosciavano, e dalle finestre grandinavano proiettili scagliati da donne e da ragazzi: insomma, il finimondo. A poco a poco il rumore chetava. Un partito cominciava a ritirarsi. Decisa la zuffa spesso a notte tarda, per le vie non rimanevano che i cadaveri illuminati sinistramente dagli ultimi riflessi degli incendi e i cani erranti a lambire il sangue. La città riposava nel terrore e il nuovo sole illuminava poi una fila di forche circondate dai berrovieri. I trionfatori facevano giustizia.Nanne Gozzadini aveva piantato il banco per cacciarsi a capo fitto in questi gorghi di iniquità e di sangue, ma vi si era cacciato con ottime intenzioni. Gli pareva strano che tutti i partiti gridasseropopolo e libertà, tumultuando per fare un signore. Egli voleva che il grido esprimesse il vero, e spese tutta l’attività della sua tempra virile nei tentativi di allontanare dalla patria la peste dei tiranni. Ricorse fino a Giangaleazzo Visconti per scacciare da Bologna Giovanni Bentivoglio, e il Duca milanese, che non desiderava di meglio, sotto colore di liberare la città dal tiranno prestò un esercito al Gozzadini; il quale, per venuto al suo intento, si avvide dell’errore commesso. L’esercito liberatore non si mosse più dalla città liberata, anzi, per starci sicuro, si fabbricò una fortezza. Lo storico fa un merito a Nanne dell’aver rifiutata la signoria di Bologna offertagli dal vincitore, rifiutò confermando da tutte le narrazioni contemporanee: ma, a dir vero, non sembra che questo merito sia così grande come appare a prima vista. Nanne era furbo, e non importava essere indovino per capire che il Visconti, una volta in Bologna, non se ne sarebbe andato più. La signoria offerta non potevaessere che una luogotenenza effimera e pericolosa, e Nanne non diede prova di grande e magnanimo disinteresse rifiutandola.Quando il Gozzadini s’avvide che invece di liberare la patria le aveva imposto un giogo più pesante, tornò ai vecchi pensieri, e colse l’opportunità per strappare Bologna agli eredi del Duca. Ma tornò anche al vecchio errore di chiedere aiuto ai più possenti di lui. L’esempio dell’aiuto visconteo non l’aveva abbastanza ammaestrato e, come uomo di poche lettere, non conosceva la favola del leone che va a caccia con gli altri animali. Baldassare Cossa, allora legato pontificio e poi papa, uomo rotto ad ogni vizio, ad ogni ribalderia, ad ogni delitto, obbrobrio della Chiesa e della umanità, fu l’alleato dell’irrequieto banchiere, e Bologna fu liberata un’altra volta alla solita maniera, cioè proclamandovi la signoria della Chiesa. Però il Cossa, ghermita la signoria, si accorse che il Gozzadini sarebbe sempre stato un pericolo e, o tirasse il banchiere in un tranello, o che veramente costui macchinasse qualche cosa contro il nuovo Stato, prese e fece giustiziare Bonifacio fratello e Gabione figlio di Nanne, esiliò tutti i Gozzadini che aveano più di quattordici anni, ne confiscò le sostanze, ne demolì le case e mise a prezzo la testa di Nanne e di altri suoi congiunti ed amici. Nanne, chiuso nel castello di Cento, resisteva, e lo scellerato cardinale mandò fino sulle porte il povero Gabione prima d’ammazzarlo, cercando d’indurre il padre alla resa per pietà del figlio. Il Gozzadini vinse i propri affetti, si difese fino all’ultimo e, riuscito a mettersi in salvo, morì nella povertà e nell’amarezza dell’esilio.Questo è l’uomo del quale il conte Giovanni Gozzadini tesse la storia, intimamente connessa, non che con la storia bolognese, con l’italiana. Egli ha studiato con cura e forse un po’ accarezzato la figura di questo suo illustre antenato, stando tuttavia lontano dai facili entusiasmi che nel suo caso sarebbero stati abbastanza sospetti. La raccolta dei documenti, benchè sia piuttosto fatta per gli eruditi che pei comuni lettori, contiene pure alcune curiosissime cose, come, per esempio, l’inventario dell’armamento del Comune in tre diversi anni; dove si vede come l’artiglieria, sino dal finire del XIV, tenesse già un posto tutt’altro che minimo negli arsenali e nei combattimenti. Insomma, lasciando stare il gusto che può dare all’autore un’opera riuscita bene, è da invidiare al Gozzadini la soddisfazione di poter narrare la storia di grandi azioni e di grandi uomini stando nella propria casa, nel proprio archivio, nella propria famiglia. Sicuro: la nostra democrazia ci permette d’invidiarlo!
UNA FAMIGLIA ARISTOCRATICAChe l’Italia sia un paese democratico l’hanno scritto tante volte ne’ libri e nei giornali, l’hanno detto tanto in Parlamento e fuori, che ormai lo crediamo; e sarà anche vero. Io e Lei poi, che non abbiamo mai avuto fumi aristocratici per la testa, possiamo qui prenderci a braccetto e chiaccherare con tutta la libertà e la democrazia possibile: ma appunto perchè abbiamo tutti e due il certificato di civismo in piena regola, possiamo esser anche sinceri, e confessare che ci deve essere un certo gusto a scrivere le geste della propria famiglia quando si discende da una famiglia antica ed illustre. Siamo tutti democratici, ma in generazione in generazione si trasmettono l’intelligenza, il carattere o la bravura: e in Italia ce ne sono parecchie di queste famiglie. Intendiamo il senso di intima soddisfazione che deve provare lo storico il quale narra fatti gloriosi, dipinge figure eroiche, ragiona di avvenimenti memorabili senza uscire dall’archivio della propria famiglia, senza che la storia generale della patria sembri allontanarsi un momento dalla storia di casa. Siamo tutti democratici, ma scuseremmo più volentieri l’alterigia che viene da un nome antico, illustre e degnamente portato, che l’arroganza venuta da una croce esotica o da una fortuna giocata al ribasso. Tutti preferiremmo di chiamarci Sforza, Colonna, Gonzaga, o Dandolo, invece di Larghi, Stretti, Longhi, Corti; e quando uno è dei Capponi deve scriver di gusto la storia di Firenze.Così è da invidiare il conte Giovanni Gozzadini, senatore del regno, il quale può scrivere la storia del suo paese senza uscire di casa sua. La sua famiglia, dal mille in qua, è una delle più illustri d’Italia, e pochi sono gli avvenimenti ai quali un Gozzadini non si trovi mescolato. Milano ebbe un Beno de’ Gozzadini a potestà, come un ramo della famiglia trapiantato in Oriente ebbe per tre secoli la signoria di parecchie isole. Guerrieri, giureconsulti, magistrati,diplomatici, banchieri, cardinali, c’è di tutto in questa famiglia; persino la tradizione poetica di Betisia che nel secolo XIII avrebbe insegnato legge nelloStudio, col viso velato per non distrarre di scolari con la splendida bellezza. Nello stesso conte Giovanni, ultimo rampollo di una famiglia che ad un tempo contò sino a novantacinque maschi in casa, c’è sempre la energica originalità della sua razza. Ci vuole infatti qualche cosa che non è in tutti per vivere sino ai vent’anni la vita delgiovin signoredel Parini, e poi ad un tratto chiudersi nello studio ostinato e severo, e diventare senza contrasto uno dei più insigni archeologi storici contemporanei. Queste illustre genealogie non vogliono chiudersi senza aver dato un ultimo sprazzo di luce. I Cavour, i d’Azeglio, i Lamarmora, i Balbo, i Ricasoli, i Capponi, i Gozzadini non lasciano discendenza maschile. Pare che queste gloriose famiglie, sdegnose della mediocrità e della volgarità dominante, si drappeggino un’ultima volta nelle loro toghe senatorie per morir bene come i romani della repubblica, legando il loro esempio come un rimprovero alla età della guardia nazionale, dei bozzetti borghesi e dei quadretti di genere. Siamo democratici, via, ma possiamo ben cavarci il cappello.Il Conte Gozzadini, dopo alcuni celebri lavori di archeologia, specialmente intorno alle tombe etrusche di Marzabotto nella valle del Reno; dopo alcuni lavori di lunga lena intorno alla storia della sua città, come quello delleTorri gentilizieche nel tempo degli articoli lunghi una spanna ricorda le più pazienti imprese del secolo passato; dopo una lunga serie di memorie e di opere, le quali condotte con rara coscienza ed erudizione resero illustre l’autore oltre monti ed in patria, si è dato ad una serie di lavori che egli modestamente intitola racconti storici, ma che sono vere, proprie e complete monografie di un personaggio o di un periodo. Già sino dagli esordi della sua carriera di storico aveva accennato a queste illustrazioni speciali di fatti e di uomini colleMemorie storiche di Armaciotto de’ Romazzotti(1835) colleMemorie per la vita di Giovanni II Bentivoglio(1839) e collaCronaca di Ronzano e le memorie intorno al frate gaudente Loderingo degli Andalò(1851). Ora, al sommo della sua via, ha ripreso con miglior lena e con miglior metodo questo sistema delle monografie storiche, nelle quali l’abbondanza delle notizie, la novità delle ricerche, lo studio dei documenti non escludono l’interesse del dramma e il diletto del lettore. Non è necessario per fare un libro di storia fare un libro noioso, e ilGiovanni Pepoli e Sisto Vstampato l’anno scorso, narrando le imprese del brigantaggio e la cecità della repressione al finire del secolo XVI, ha pagine chepaiono di romanzo, se non che i documenti le mostrano consone alla verità. Quest’anno ilNanne Gozzadini e Baldassare Cossa[7]ci mostra con non minore evidenza e sicurezza storica l’agonia delle libertà bolognesi e la fallacia delle carezze clericali; e l’interesse del racconto non vien meno sino all’ultima pagina, dove, se il racconto vi paresse troppo accarezzato, trovate ogni giusticazione in dugento pagine di documenti nuovi e curiosi. Infatti la storia, raccontata bene, non ha minori attrattive del romanzo; e se ilNanne Gozzadiniper la vastità del quadro si presta meno alla descrizione minuta dei costumi privati, ci fa però veder benissimo i pubblici, come ilGiovanni Pepoliè una pittura viva e vera dello stato interno di una provincia in un anno determinato, è la narrazione completa dei guai di una famiglia processata e condannata a Bologna nel 1585.ColNanne Gozzadinici troviamo invece alla fine del secolo XIV e ne’ primi anni del seguente, in quel periodo che segnò il principio della rovina dei comuni liberi e il principio della potenza dei signori. Ci troviamo proprio in quel tempo curioso nel quale i condottieri passavano da un campo a un altro, imponendosi ai signori ed alle città e cominciavano già a ruminare idee di signoria. I comuni rimasti ancora liberi, non solo erano continuamente minacciati al di fuori, fino al punto che il conte di Virtù per poco non si fece re d’Italia, ma erano più ferocemente lacerati dalle parti interne che rincrudelivano. E in riga di parti Bologna non era da meno delle altre città sorelle: basti il dire che nel 1274 fu combattuta nelle sue strade una guerra fratricida che durò quaranta giorni e quaranta notti senza nemmeno un’ora di tregua per seppellire i morti, e al lume degli incendi notturni le stesse donne, diventate ferocissime combattevano disperatamente. E pensare che ci sono dei fanatici del medio evo!Già Taddeo Pepoli aveva signoreggiato per qualche tempo la sua città nativa, poi Carlo Zambeccari aveva tentato anch’egli di diventar padrone, come lo divenne poi il primo Giovanni Bentivoglio; e tutte queste signorie effimere, spente nel sangue o nella vergogna, trovarono avversari decisi ed energici ne’ Gozzadini. Quel Nanne che fornisce argomento al libro di cui si parla, era un buon banchiere occupato negli affari suoi, quando ad un tratto, trovatasi la città in pericolo, diventò magistrato e guerriero, sino a contrastare con Jacopo dal Verme, uno de’ più celebricondottieri del tempo, e farlo ritirare dal territorio. Da quel tempo sino alla sua morte gli affari pubblici ebbero il primo posto ed al banco attesero più assiduamente i figli.In quell’epoca turbolenta le discordie intestine fomentate dalle famiglie potenti per brama di signoria finivano sempre nel sangue. Un partito congiurava di rovesciare l’ordine di cose esistente, si armava ed occupava gli sbocchi della piazza, l’unico luogo di dove potesse venire la repressione. Intanto si correva per la città gridandopopolo, si assediavano le case degli avversari, e quando, dopo disperata difesa, si arrivava a prenderle, si scannavano quelli che c’erano dentro e non si lasciava pietra sopra pietra. Gli avversari intanto si armavano, si ordinavano, e, gridandopopoloanche loro, correvano alle offese. Così la città diventava un campo di battaglia, e le strade rimbombavano di urli selvaggi, di grida strazianti, e il sangue correva pei rigagnoli, e le case incendiate scrosciavano, e dalle finestre grandinavano proiettili scagliati da donne e da ragazzi: insomma, il finimondo. A poco a poco il rumore chetava. Un partito cominciava a ritirarsi. Decisa la zuffa spesso a notte tarda, per le vie non rimanevano che i cadaveri illuminati sinistramente dagli ultimi riflessi degli incendi e i cani erranti a lambire il sangue. La città riposava nel terrore e il nuovo sole illuminava poi una fila di forche circondate dai berrovieri. I trionfatori facevano giustizia.Nanne Gozzadini aveva piantato il banco per cacciarsi a capo fitto in questi gorghi di iniquità e di sangue, ma vi si era cacciato con ottime intenzioni. Gli pareva strano che tutti i partiti gridasseropopolo e libertà, tumultuando per fare un signore. Egli voleva che il grido esprimesse il vero, e spese tutta l’attività della sua tempra virile nei tentativi di allontanare dalla patria la peste dei tiranni. Ricorse fino a Giangaleazzo Visconti per scacciare da Bologna Giovanni Bentivoglio, e il Duca milanese, che non desiderava di meglio, sotto colore di liberare la città dal tiranno prestò un esercito al Gozzadini; il quale, per venuto al suo intento, si avvide dell’errore commesso. L’esercito liberatore non si mosse più dalla città liberata, anzi, per starci sicuro, si fabbricò una fortezza. Lo storico fa un merito a Nanne dell’aver rifiutata la signoria di Bologna offertagli dal vincitore, rifiutò confermando da tutte le narrazioni contemporanee: ma, a dir vero, non sembra che questo merito sia così grande come appare a prima vista. Nanne era furbo, e non importava essere indovino per capire che il Visconti, una volta in Bologna, non se ne sarebbe andato più. La signoria offerta non potevaessere che una luogotenenza effimera e pericolosa, e Nanne non diede prova di grande e magnanimo disinteresse rifiutandola.Quando il Gozzadini s’avvide che invece di liberare la patria le aveva imposto un giogo più pesante, tornò ai vecchi pensieri, e colse l’opportunità per strappare Bologna agli eredi del Duca. Ma tornò anche al vecchio errore di chiedere aiuto ai più possenti di lui. L’esempio dell’aiuto visconteo non l’aveva abbastanza ammaestrato e, come uomo di poche lettere, non conosceva la favola del leone che va a caccia con gli altri animali. Baldassare Cossa, allora legato pontificio e poi papa, uomo rotto ad ogni vizio, ad ogni ribalderia, ad ogni delitto, obbrobrio della Chiesa e della umanità, fu l’alleato dell’irrequieto banchiere, e Bologna fu liberata un’altra volta alla solita maniera, cioè proclamandovi la signoria della Chiesa. Però il Cossa, ghermita la signoria, si accorse che il Gozzadini sarebbe sempre stato un pericolo e, o tirasse il banchiere in un tranello, o che veramente costui macchinasse qualche cosa contro il nuovo Stato, prese e fece giustiziare Bonifacio fratello e Gabione figlio di Nanne, esiliò tutti i Gozzadini che aveano più di quattordici anni, ne confiscò le sostanze, ne demolì le case e mise a prezzo la testa di Nanne e di altri suoi congiunti ed amici. Nanne, chiuso nel castello di Cento, resisteva, e lo scellerato cardinale mandò fino sulle porte il povero Gabione prima d’ammazzarlo, cercando d’indurre il padre alla resa per pietà del figlio. Il Gozzadini vinse i propri affetti, si difese fino all’ultimo e, riuscito a mettersi in salvo, morì nella povertà e nell’amarezza dell’esilio.Questo è l’uomo del quale il conte Giovanni Gozzadini tesse la storia, intimamente connessa, non che con la storia bolognese, con l’italiana. Egli ha studiato con cura e forse un po’ accarezzato la figura di questo suo illustre antenato, stando tuttavia lontano dai facili entusiasmi che nel suo caso sarebbero stati abbastanza sospetti. La raccolta dei documenti, benchè sia piuttosto fatta per gli eruditi che pei comuni lettori, contiene pure alcune curiosissime cose, come, per esempio, l’inventario dell’armamento del Comune in tre diversi anni; dove si vede come l’artiglieria, sino dal finire del XIV, tenesse già un posto tutt’altro che minimo negli arsenali e nei combattimenti. Insomma, lasciando stare il gusto che può dare all’autore un’opera riuscita bene, è da invidiare al Gozzadini la soddisfazione di poter narrare la storia di grandi azioni e di grandi uomini stando nella propria casa, nel proprio archivio, nella propria famiglia. Sicuro: la nostra democrazia ci permette d’invidiarlo!
Che l’Italia sia un paese democratico l’hanno scritto tante volte ne’ libri e nei giornali, l’hanno detto tanto in Parlamento e fuori, che ormai lo crediamo; e sarà anche vero. Io e Lei poi, che non abbiamo mai avuto fumi aristocratici per la testa, possiamo qui prenderci a braccetto e chiaccherare con tutta la libertà e la democrazia possibile: ma appunto perchè abbiamo tutti e due il certificato di civismo in piena regola, possiamo esser anche sinceri, e confessare che ci deve essere un certo gusto a scrivere le geste della propria famiglia quando si discende da una famiglia antica ed illustre. Siamo tutti democratici, ma in generazione in generazione si trasmettono l’intelligenza, il carattere o la bravura: e in Italia ce ne sono parecchie di queste famiglie. Intendiamo il senso di intima soddisfazione che deve provare lo storico il quale narra fatti gloriosi, dipinge figure eroiche, ragiona di avvenimenti memorabili senza uscire dall’archivio della propria famiglia, senza che la storia generale della patria sembri allontanarsi un momento dalla storia di casa. Siamo tutti democratici, ma scuseremmo più volentieri l’alterigia che viene da un nome antico, illustre e degnamente portato, che l’arroganza venuta da una croce esotica o da una fortuna giocata al ribasso. Tutti preferiremmo di chiamarci Sforza, Colonna, Gonzaga, o Dandolo, invece di Larghi, Stretti, Longhi, Corti; e quando uno è dei Capponi deve scriver di gusto la storia di Firenze.
Così è da invidiare il conte Giovanni Gozzadini, senatore del regno, il quale può scrivere la storia del suo paese senza uscire di casa sua. La sua famiglia, dal mille in qua, è una delle più illustri d’Italia, e pochi sono gli avvenimenti ai quali un Gozzadini non si trovi mescolato. Milano ebbe un Beno de’ Gozzadini a potestà, come un ramo della famiglia trapiantato in Oriente ebbe per tre secoli la signoria di parecchie isole. Guerrieri, giureconsulti, magistrati,diplomatici, banchieri, cardinali, c’è di tutto in questa famiglia; persino la tradizione poetica di Betisia che nel secolo XIII avrebbe insegnato legge nelloStudio, col viso velato per non distrarre di scolari con la splendida bellezza. Nello stesso conte Giovanni, ultimo rampollo di una famiglia che ad un tempo contò sino a novantacinque maschi in casa, c’è sempre la energica originalità della sua razza. Ci vuole infatti qualche cosa che non è in tutti per vivere sino ai vent’anni la vita delgiovin signoredel Parini, e poi ad un tratto chiudersi nello studio ostinato e severo, e diventare senza contrasto uno dei più insigni archeologi storici contemporanei. Queste illustre genealogie non vogliono chiudersi senza aver dato un ultimo sprazzo di luce. I Cavour, i d’Azeglio, i Lamarmora, i Balbo, i Ricasoli, i Capponi, i Gozzadini non lasciano discendenza maschile. Pare che queste gloriose famiglie, sdegnose della mediocrità e della volgarità dominante, si drappeggino un’ultima volta nelle loro toghe senatorie per morir bene come i romani della repubblica, legando il loro esempio come un rimprovero alla età della guardia nazionale, dei bozzetti borghesi e dei quadretti di genere. Siamo democratici, via, ma possiamo ben cavarci il cappello.
Il Conte Gozzadini, dopo alcuni celebri lavori di archeologia, specialmente intorno alle tombe etrusche di Marzabotto nella valle del Reno; dopo alcuni lavori di lunga lena intorno alla storia della sua città, come quello delleTorri gentilizieche nel tempo degli articoli lunghi una spanna ricorda le più pazienti imprese del secolo passato; dopo una lunga serie di memorie e di opere, le quali condotte con rara coscienza ed erudizione resero illustre l’autore oltre monti ed in patria, si è dato ad una serie di lavori che egli modestamente intitola racconti storici, ma che sono vere, proprie e complete monografie di un personaggio o di un periodo. Già sino dagli esordi della sua carriera di storico aveva accennato a queste illustrazioni speciali di fatti e di uomini colleMemorie storiche di Armaciotto de’ Romazzotti(1835) colleMemorie per la vita di Giovanni II Bentivoglio(1839) e collaCronaca di Ronzano e le memorie intorno al frate gaudente Loderingo degli Andalò(1851). Ora, al sommo della sua via, ha ripreso con miglior lena e con miglior metodo questo sistema delle monografie storiche, nelle quali l’abbondanza delle notizie, la novità delle ricerche, lo studio dei documenti non escludono l’interesse del dramma e il diletto del lettore. Non è necessario per fare un libro di storia fare un libro noioso, e ilGiovanni Pepoli e Sisto Vstampato l’anno scorso, narrando le imprese del brigantaggio e la cecità della repressione al finire del secolo XVI, ha pagine chepaiono di romanzo, se non che i documenti le mostrano consone alla verità. Quest’anno ilNanne Gozzadini e Baldassare Cossa[7]ci mostra con non minore evidenza e sicurezza storica l’agonia delle libertà bolognesi e la fallacia delle carezze clericali; e l’interesse del racconto non vien meno sino all’ultima pagina, dove, se il racconto vi paresse troppo accarezzato, trovate ogni giusticazione in dugento pagine di documenti nuovi e curiosi. Infatti la storia, raccontata bene, non ha minori attrattive del romanzo; e se ilNanne Gozzadiniper la vastità del quadro si presta meno alla descrizione minuta dei costumi privati, ci fa però veder benissimo i pubblici, come ilGiovanni Pepoliè una pittura viva e vera dello stato interno di una provincia in un anno determinato, è la narrazione completa dei guai di una famiglia processata e condannata a Bologna nel 1585.
ColNanne Gozzadinici troviamo invece alla fine del secolo XIV e ne’ primi anni del seguente, in quel periodo che segnò il principio della rovina dei comuni liberi e il principio della potenza dei signori. Ci troviamo proprio in quel tempo curioso nel quale i condottieri passavano da un campo a un altro, imponendosi ai signori ed alle città e cominciavano già a ruminare idee di signoria. I comuni rimasti ancora liberi, non solo erano continuamente minacciati al di fuori, fino al punto che il conte di Virtù per poco non si fece re d’Italia, ma erano più ferocemente lacerati dalle parti interne che rincrudelivano. E in riga di parti Bologna non era da meno delle altre città sorelle: basti il dire che nel 1274 fu combattuta nelle sue strade una guerra fratricida che durò quaranta giorni e quaranta notti senza nemmeno un’ora di tregua per seppellire i morti, e al lume degli incendi notturni le stesse donne, diventate ferocissime combattevano disperatamente. E pensare che ci sono dei fanatici del medio evo!
Già Taddeo Pepoli aveva signoreggiato per qualche tempo la sua città nativa, poi Carlo Zambeccari aveva tentato anch’egli di diventar padrone, come lo divenne poi il primo Giovanni Bentivoglio; e tutte queste signorie effimere, spente nel sangue o nella vergogna, trovarono avversari decisi ed energici ne’ Gozzadini. Quel Nanne che fornisce argomento al libro di cui si parla, era un buon banchiere occupato negli affari suoi, quando ad un tratto, trovatasi la città in pericolo, diventò magistrato e guerriero, sino a contrastare con Jacopo dal Verme, uno de’ più celebricondottieri del tempo, e farlo ritirare dal territorio. Da quel tempo sino alla sua morte gli affari pubblici ebbero il primo posto ed al banco attesero più assiduamente i figli.
In quell’epoca turbolenta le discordie intestine fomentate dalle famiglie potenti per brama di signoria finivano sempre nel sangue. Un partito congiurava di rovesciare l’ordine di cose esistente, si armava ed occupava gli sbocchi della piazza, l’unico luogo di dove potesse venire la repressione. Intanto si correva per la città gridandopopolo, si assediavano le case degli avversari, e quando, dopo disperata difesa, si arrivava a prenderle, si scannavano quelli che c’erano dentro e non si lasciava pietra sopra pietra. Gli avversari intanto si armavano, si ordinavano, e, gridandopopoloanche loro, correvano alle offese. Così la città diventava un campo di battaglia, e le strade rimbombavano di urli selvaggi, di grida strazianti, e il sangue correva pei rigagnoli, e le case incendiate scrosciavano, e dalle finestre grandinavano proiettili scagliati da donne e da ragazzi: insomma, il finimondo. A poco a poco il rumore chetava. Un partito cominciava a ritirarsi. Decisa la zuffa spesso a notte tarda, per le vie non rimanevano che i cadaveri illuminati sinistramente dagli ultimi riflessi degli incendi e i cani erranti a lambire il sangue. La città riposava nel terrore e il nuovo sole illuminava poi una fila di forche circondate dai berrovieri. I trionfatori facevano giustizia.
Nanne Gozzadini aveva piantato il banco per cacciarsi a capo fitto in questi gorghi di iniquità e di sangue, ma vi si era cacciato con ottime intenzioni. Gli pareva strano che tutti i partiti gridasseropopolo e libertà, tumultuando per fare un signore. Egli voleva che il grido esprimesse il vero, e spese tutta l’attività della sua tempra virile nei tentativi di allontanare dalla patria la peste dei tiranni. Ricorse fino a Giangaleazzo Visconti per scacciare da Bologna Giovanni Bentivoglio, e il Duca milanese, che non desiderava di meglio, sotto colore di liberare la città dal tiranno prestò un esercito al Gozzadini; il quale, per venuto al suo intento, si avvide dell’errore commesso. L’esercito liberatore non si mosse più dalla città liberata, anzi, per starci sicuro, si fabbricò una fortezza. Lo storico fa un merito a Nanne dell’aver rifiutata la signoria di Bologna offertagli dal vincitore, rifiutò confermando da tutte le narrazioni contemporanee: ma, a dir vero, non sembra che questo merito sia così grande come appare a prima vista. Nanne era furbo, e non importava essere indovino per capire che il Visconti, una volta in Bologna, non se ne sarebbe andato più. La signoria offerta non potevaessere che una luogotenenza effimera e pericolosa, e Nanne non diede prova di grande e magnanimo disinteresse rifiutandola.
Quando il Gozzadini s’avvide che invece di liberare la patria le aveva imposto un giogo più pesante, tornò ai vecchi pensieri, e colse l’opportunità per strappare Bologna agli eredi del Duca. Ma tornò anche al vecchio errore di chiedere aiuto ai più possenti di lui. L’esempio dell’aiuto visconteo non l’aveva abbastanza ammaestrato e, come uomo di poche lettere, non conosceva la favola del leone che va a caccia con gli altri animali. Baldassare Cossa, allora legato pontificio e poi papa, uomo rotto ad ogni vizio, ad ogni ribalderia, ad ogni delitto, obbrobrio della Chiesa e della umanità, fu l’alleato dell’irrequieto banchiere, e Bologna fu liberata un’altra volta alla solita maniera, cioè proclamandovi la signoria della Chiesa. Però il Cossa, ghermita la signoria, si accorse che il Gozzadini sarebbe sempre stato un pericolo e, o tirasse il banchiere in un tranello, o che veramente costui macchinasse qualche cosa contro il nuovo Stato, prese e fece giustiziare Bonifacio fratello e Gabione figlio di Nanne, esiliò tutti i Gozzadini che aveano più di quattordici anni, ne confiscò le sostanze, ne demolì le case e mise a prezzo la testa di Nanne e di altri suoi congiunti ed amici. Nanne, chiuso nel castello di Cento, resisteva, e lo scellerato cardinale mandò fino sulle porte il povero Gabione prima d’ammazzarlo, cercando d’indurre il padre alla resa per pietà del figlio. Il Gozzadini vinse i propri affetti, si difese fino all’ultimo e, riuscito a mettersi in salvo, morì nella povertà e nell’amarezza dell’esilio.
Questo è l’uomo del quale il conte Giovanni Gozzadini tesse la storia, intimamente connessa, non che con la storia bolognese, con l’italiana. Egli ha studiato con cura e forse un po’ accarezzato la figura di questo suo illustre antenato, stando tuttavia lontano dai facili entusiasmi che nel suo caso sarebbero stati abbastanza sospetti. La raccolta dei documenti, benchè sia piuttosto fatta per gli eruditi che pei comuni lettori, contiene pure alcune curiosissime cose, come, per esempio, l’inventario dell’armamento del Comune in tre diversi anni; dove si vede come l’artiglieria, sino dal finire del XIV, tenesse già un posto tutt’altro che minimo negli arsenali e nei combattimenti. Insomma, lasciando stare il gusto che può dare all’autore un’opera riuscita bene, è da invidiare al Gozzadini la soddisfazione di poter narrare la storia di grandi azioni e di grandi uomini stando nella propria casa, nel proprio archivio, nella propria famiglia. Sicuro: la nostra democrazia ci permette d’invidiarlo!