[194]Qui seguita a raccontare il viaggio d'Agnese, la sua andata al convento in cerca del Padre Cristoforo, e come il conte zio fosse riuscito a farlo andare da Pescarenico a Palermo. Nella seconda minuta e nel testo definitivo invece lo fa andare e Rimini. Ecco un saggio di quello che scrive nella prima minuta: «Noi torneremo indietro con la buona donna verso le nostre montagne, lasciando andare lo sciagurato Egidio al suo viaggio. Quando Agnese si trovò al punto dove la strada che conduceva al suo tugurio si divideva da quella che dovevan fare i pescivendoli per giungere a casa loro, cioè quando ebbe passato il ponte dell'Adda, scese di carretto e preso il suo fardello cominciò a piedi le due miglia che le restavano di viaggio, camminando non senza sospetto. Si confortava però pensando che Don Rodrigo non l'avrebbe voluta far rapire, e che non sarebbe nemmeno stato tanto scellerato da farle far male alcuno senza suo profitto. Giunta vicino a casa, v'andò, quanto più celatamente potè, per viottoli, e infatti non fu scorta da veruno; picchiò, le fu aperto da quella sua cognata, che stava a guardare la casa, trovò le cose in ordine; chiese novelle del Padre Cristoforo alla cognata, che non potè rispondergli se non che da quel primo giorno non lo aveva più veduto comparire; e dopo d'avere esitato qualche momento, si fece animo e prese la via del convento. Tutta ansiosa si fece alla porta e tirò il campanello, al suono del quale ecco venire un occhio ad una picciola grata della porta e spiare chi sia arrivato, si alza un saliscendo, si apre mezza la porta, e al luogo dell'apertura un lungo, vecchio e magro frate portinajo, con la barba bianca sul petto, che dice:—Chi cercate, buona donna?—Il Padre Cristoforo.—Non c'è.—Starà molto a tornare?—Mah!—Dov'è andato?—A Palermo.—A?—A Palermo, ripetè posatamente il frate portinajo.—Dov'è questo luogo? domandò di nuovo Agnese.—Eh! hee! rispose il portinajo, stendendo il braccio e la mano destra e trinciando l'aria verticalmente, per significare una lunga distanza.—Oh diavolo! sclamò Agnese.—Ohibò? buona donna, disse pacatamente il frate; che c'entra colui? non chiamatelo qui fra di noi, che poniamo ogni cura per tenerlo lontano.—Ha ragione, padre; ma io sto fresca.—Bisogna aver pazienza, rispose il frate, ritirandosi per richiudere la porta.—Ma, disse Agnese in fretta, ritenendolo, che cosa è andato a fare in quel paese?—A predicare, rispose il cappuccino.—Ma perchè è andato via così all'improvviso senza dirmi niente?—Gli è venuta l'obbidienza dal Padre Provinciale.—E perchè l'hanno mandato lui, che aveva da far qui, e non un altro?—Se i superiori dovessero render ragione degli ordini che danno non vi sarebbe obbedienza.—Va benissimo, ma questa è la mia ruina.—Ci vuol pazienza, buona donna. Pensate al contento che proveranno quei di Palermo a sentirlo predicare: perchè, vedete, il Padre Cristoforo è cima di predicatori; è un santo padre in pulpito.—Oh il bel sollievo per me!—Vedete; se v'è qualche altro nostro padre che possa tenervi luogo di lui, rendervi qualche servizio, nominatelo, e lo andrò a chiamare.—Oh Santa Maria! rispose Agnese, con quella riconoscenza mista di stizza che fa nascere una offerta dove si trovi più di buona volontà che di convenienza: chi ho da far chiamare se non conosco nessuno: quegli sapeva tutti i fatti miei, mi dava tutti i pareri, aveva amore per noi poveretti.—Dunque abbiate pazienza, rispose di nuovo il frate, disponendosi ancora a partire....—Ma, ma.... domandò ancora Agnese, quando sarà di ritorno?.... così a un dispresso?—Mah! rispose il frate. Quando avrà terminato il quaresimale, cioè a Pasqua, aspetterà un'altra obbedienza, per sapere se deve restar là dov'è andato, o tornar qui, o portarsi ad un altro luogo, dove comanderanno i superiori, perchè, vedete, noi abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.—Oh la bella storia! sclamò Agnese.—Questo è quello che vi posso dire, rispose il frate, chiudendo questa volta la porta sul volto ad Arnese; la quale, dopo esser rimasta ivi un qualche tempo come smemorata, riprese tristamente la via della sua casa, pensando come potrebbe riparare una tanta perdita, e arzigogolando i motivi di una sì subitanea disparizione, senza poter mai venire ad una congettura un po' soddisfacente». (Ed.)[195]Punto fermo. [Postilla del Visconti.][196]Parla del cadavere della monaca uccisa, che era stato da Egidio trasportato nella sua cantina e lì seppellito. Il Ripamonti scrive: «Ancilla monasterii una, quae horto forte jurgis projecerat scire se aliquid, et in tempore patefacturum, impacto in occiput scabello, intra eamdem scelerum omnium officinam, hoc est in Dominae conclavi exanimatur, et corpore occultato, datur, volgaturque fama tamquam silentio noctis ipsa aufugisset». Sentiamone il racconto dalla bocca stessa della Signora. Ecco quello che confessò nel processo: «Narrerò il fatto di questa Caterina, donna dissoluta e mezza matta. Essendo venute molte volte le monache in parere di rimandarla, fu trattenuta per compassione, in grazia mia, credendo che si potesse emendare. Essendo occorso che essa facesse ingiuria a suor Degnamerita, procurai fosse messa prigione, con compartecipazione della Madre [Badessa] e del confessore: ciò fu in tempo che monsig. Barca doveva venire al monastero a mutare gli offici. La Caterina, essendo in prigione, cominciò a dire che voleva comunicare molte cose di me e delle altre; ed accadde che essendosi quella sera introdotto l'Osio [l'Egidio manzoniano], gli fu da quelle monache riferito ciò che la Caterina andava minacciando. Io mi avviai alla sua volta per placarla, col lume in mano, lontana da ogni malo pensiero, avendo in compagnia Ottavia [Ricci], Candida [Trotti de' Biancolini] e Silvia [Casati]. Ci presentammo alla finestra che guarda in giardino, la quale è bassa fino alla cintura; trovai che suor Benedetta [Omati] m'aveva preceduta e stava ragionando colla prigioniera. N'ebbi aiuto ad entrare, poi entrarono le altre, ultimo l'Osio. Dissi allora alla Caterina—odi!—e volevo aggiungere che non parlasse e fosse sicura che avrei procurato di farla restare; ma lei rispondendomi superbamente: non voglio più udire le vostre ciancie e intendo di essere la rovina di noi e del vostro moroso: domattina verrete voi a star qui in vece mia—l'Osio, trasportato dalla collera, le diede con una cosa due o tre volte sulla testa, onde essa all'istante morì. Nè io, nè le altre eravamo consapevoli di ciò che egli era per commettere sulla persona della Caterina».Della medesima conversa Caterina Cassini, detta da Meda, dal paese nativo, così descrive la morte suor Benedetta Omati: «Stando io per mie faccende in giardino a dir l'offizio, la Caterina mi domandò dalla finestra del luogo dove era stata rinchiusa, che risponde appunto al giardino, pregandomi che andassi a lei, perchè aveva paura; le risposi che non potevo; tuttavia, circa alle due di notte, andai a lei, colla quale stetti un pezzo, parlando del mal tempo, che era tuoni, pioggia, losnata [lampi]; e in quel mentre sopravvenivano suor Virginia, [la Signora] e suor Ottavia. La Caterina disse che non voleva più ciance da lei, e che la mattina seguente avrebbe sentito. In quel tratto era capitato anche l'Osio, e appena lo vidi, che un piè di bicocca, che aveva in mano, diede egli sul capo della giacente, che per quelle botte morì senza dir niente, chè le diede dalla parte di dietro, e le ruppe anche la testa, onde escì sangue e restò imbrattato il suddetto piede di legno, ch'io poi lavai». Questo piede «era quadro, largo nel fondo, che andava stringendosi in forma di diamante, ed era di un legno che tirava al rosso».Suor Ottavia Ricci, alla sua volta, confessa: «Dirò per la verità, che avendo quella Caterina fatta andar in collera suor Degnamerita, che era la carissima di suor Virginia, questa, per risentimento, la fece metter prigione; per il che la Caterina si prese a dir male di suor Virginia, di suor Benedetta e di me intorno a' particolari dell'Osio, ed in ispezialità che intendeva uscir lei di prigione e farvi metter noi, palesando ogni cosa. Lo che avendo inteso Giampaolo [Osio], che si trovava nel monastero, secondo il solito, presso suor Virginia, ed intendendo che monsig. Barca stava per venire e l'avrebbe levata di castigo, si risolvette di ammazzarla; e, così, a mezzanotte suor Benedetta andò dalla Caterina nella camera ov'era detenuta e cominciò a parlar seco, poi vi andò suor Virginia e, dietro lei, io; sopraggiunse Giampaolo, che avendo un piede di bicocca, da lui tolto nel laboratorio delle monache, dov'era stato messo prima del ritiro, ne diè due o tre colpi nella coppa della Caterina, che stava sdraiata su d'un pagliericcio, e così l'ammazzò, che morì subito alla nostra presenza; e morta la portassimo nel pollaro, aiutando tutte; e suor Benedetta ed io la drizzassimo in piedi in un cantone e le appoggiassimo contro de' legni assai, perchè non potesse esser vista..... La Caterina così morta stette lì tutto il giorno seguente: venuta la notte, tornò l'Osio e, coll'aiuto di suor Benedetta, portò il cadavere a casa sua».Suor Benedetta in un altro interrogatorio soggiunge: credo che Candida e Silvia vedessero quando si accomodò il cadavere nel pollaro: tutte e due aiutarono a portarlo fuori del monastero, cioè sin alla porta. Io aiutai a trasportarlo sino alla casa dell'Osio». Suor Silvia depose: «L'Osio la notte seguente tornò, secondo il solito, perchè aveva le chiavi contraffatte; e andando tutte noi soprannominate al pollaro, fu messo dall'Osio il corpo in un sacco, portato da lui, coll'aiuto di suor Benedetta, in casa propria, e seppellitovi in una cantina, per quanto asserì suor Benedetta». (Ed.)[197]Segue, cancellato: «Oh questa lasciatemela; mi diventa preziosa; e quando un altro pensiero verrà a tormentarmi, avrò almeno una consolazione a guardarla, e a dire fra me: ecco, anche questa l'avrei dovuta sacrificare, ed è qui.—Bene, disse Egidio con uno sdegno, in parte vero, in parte diabolicamente affettato: bene, non ne facciamo più». (Ed.)[198]Mi pare che la risposta di Geltrude potrebbe esprimere questi sentimenti: Io amarla! non so nemmen io—è un falegname che scrive—se l'amo, o se l'odio. Alle volte vorrei abbracciarla, un momento dopo non la posso soffrire. E dire Geltrude, alla rinfusa, che Lucia è buona, che è superba, che la vorrebbe veder sposa di Fermo, che le fa rabbia, che quando parla della sua innocenza—e ne parla ad ogni tratto—essa le crede; eppure le pare che quella Lucia la guardi con certi occhi come se sapesse qualche cosa, e fingendo rispetto, volesse insultare.L'ho accolta, sapete, ecc. [Postilla del Visconti].[199]Orrendo concilionon mi garba. [Postilla del Visconti].[200]Segue, cancellato: «Noi ve la lasciamo senza pur curarci di saper ciò che passasse allora nel suo cuore, lieti di abbandonare questa donna, di perderla di vista fino al tempo in cui potremo finalmente rappresentarla affatto mutata, al tempo in cui ella avrà di sè stessa il sentimento che la sua condotta fa nascere in altrui; l'orrore ch'ella avrà di sè stessa potrà cangiare in compassione quello ch'ella ha ispirato». Ciò che si legge nel testo fu aggiunto dal M. in un foglio a parte, segnato X. (Ed.)[201]Il fabbro, «dopo d'aver contraffatto più di cinquanta chiavi delle varie porte del monastero, fu tanto imprudente di svelare il suo segreto, ed ebbe per ricompensa un'archibugiata nel petto. Egli fu trovato morto per la via. Questo assassinio, nel quale non entra come complice diretta alcuna monaca del convento di S. Margherita, prova che era costume di Gio. Paolo Osio di agire per le spiccie, sbarazzando il terreno di qualsiasi incomodo testimonio». Cfr.Zerbi L.La Signora di Monza nella storia; inArchivio storico lombardo, ann. XVII, pp. 714-715.[202]Lo speziale Ranieri Soncino, che somministrava le medicine nelle frequenti malattie della Signora, fu ucciso nella sua bottega con un'archibugiata, e gliela sparò, per incarico di Giampaolo, Camillo detto il Rosso, uno degli scherani di quello scellerato. Domenico Ferrari, fattore del monastero, che lo riconobbe mentre fuggiva commesso il misfatto, interrogato nel processo «quai discorsi tenesse la mattina seguente colle monache, relativamente al fatto, rispose che le più piangevano, che suor Virginia gli mostrò dispiacere che nominasse l'Osio in quella occisione, anzi, sdegnata, lo fece cacciare issofatto insieme colla moglie dai servigi del monastero». Cfr.Dandolo T.La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo XVII. Milano, 1855; p. 39. (Ed.)[203]Sotto buona scorta, venne condotta a Milano nel monastero del Bocchetto, dove anche lì era professata la regola di S. Benedetto (Ed.)[204]Suor Benedetta Omati confessò nel processo: «Giampaolo Osio giobbia [giovedì] passato, dopo desinare, mandò a parlarmi un uomo vestito da massaro, da me non conosciuto, il qual mi disse, sendo io alla porta, che l'Osio desiderava sapere se suor Virginia era stata menata via dal monastero; ciò mi scrisse in un biglietto di sua mano; ed io rescrissi sopra un altro bollettino, che suor Virginia era stata condotta a Milano; e che, vedendo quelle cose che si facevano, io desiderava di partirmi da quel monastero e andare in un altro, mi aiutasse e di lì a tre o quattro ore venisse alla muraglia del giardino, che avrei trattato seco circa l'andar via».Nella fuga le fu compagna suor Ottavia Ricci. Costei ne fa questo racconto: «Ier sera, sendo io nel detto monastero, e circa le ore sei, rincrescendomi stare nella mia camera, avendo l'animo inquieto dopo che fu condotta via quella monaca [la Signora], andai nella camera dove stanno suor Candida e suor Degnamerita, e mi spogliavo per andar a letto con suor Silvia, la quale dorme nella medesima camera, e già m'ero cavati li panni e serbata solo la pelizza in dosso, e mi ero cavate anche le calze e il velo di testa, quando venne all'uscio suor Benedetta Omati e mi fece cenno che uscissi: e, uscita, mi disse:—Io voglio ad ogni modo fuggire, ed ho fatto venire l'Osio che mi meni via.—Le risposi che non dovesse fare questa pazzia. Mi replicò che fuggissi anch'io con lei, altrimenti sarebbe stata pazzia la mia, e si avviò abbasso per la scala della chiesa, ed io le corsi dietro per trattenerla, e le domandai dov'era l'Osio; ed essa mi disse:—Vien con me, che lo vedrai; ha di già cominciato a rompere la muraglia.—E mentre passavano questi ragionamenti tra lei e me, nel fondo della scala mi misi le calzette, che aveva portato meco, e così mi condussi in giardino al luogo dove aveva cominciato a rompere la muraglia dalla parte del portone dei carri; e quando fussimo là, suor Benedetta, parlando all'Osio, che era di fuori:—Non sapete che suor Ottavia non vuol venire?—E il signor Giampaolo rispose:—Faccino loro, ma, per quel che sento dire, di certo hanno la testa in compromesso.—Intanto suor Benedetta continuava ad allargare il buco, levando via dei quadrelli, e l'Osio aiutava per di fuori, replicando entrambi tanti spaventi, che mi disposero a fuggire; dicendomi l'Osio, che se ripugnavo per esser monaca, per la confidenza che aveva in lui mi avrebbe messa in un monastero di Bergamo. Fatta questa risoluzione, andai nella mia cella, mi finii di vestire e tornata al buco escii con suor Benedetta. Abbiamo camminato un pezzo per di dentro, lungo le mura di Monza, sin che siamo arrivati ad un luogo dove era rotta la muraglia, che si chiama Carabiolo, per quanto disse Giampaolo; e di là siamo calati giù e ci siamo avanzati per una strada, che alle volte trovava il Lambro, alle volte lo perdeva; e andassimo alla chiesa della Madonna delle Grazie, onde io persuasi che c'inginocchiassimo e dimandassimo grazia alla Madonna che ci accompagnasse, e così facessimo sulla porta grande della chiesa, e dicessimo sette volte laSalve Regina, e partiti ci avviassimo per una strada dietro al Lambro, e dopo siamo giunti in un luogo da cui si dipartivano tre vie: e domandando io all'Osio dove menassero, rispose che una andava verso la Santa, l'altra a Velà, ed io soggiunsi che non volevo andare per vie pubbliche; e così ci condusse per la terza, e di nuovo arrivassimo al Lambro».Qui avvenne un caso atrocissimo. Udiamone il racconto dalla bocca di suor Benedetta: «Dietro il fiume, dove era un zappello, l'Osio gettò in acqua suor Ottavia, la quale era in mezzo tra noi, e la sentii dire:—Oh! la è questa la maniera?—ed io corsi per darle mano ed aiutarla, ma l'Osio, cavato l'archibugio di sotto il ferraiuolo, ne diede molte percosse sulla testa di suor Ottavia, la qual gridava, invocando la Madonna. Io mi ritirai lontano, per paura che mi dasse, e mi misi a piangere; poi, lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio».Non era morta. «L'Osio mi ha cominciato a dare» (son parole di quell'infelice); «mi ha cominciato a dare ed io gridava:—Santa Maria di Loreto aiutatemi! ed esso mi tempestava perchè gridavo, così credo io; e mi ferì non so quante volte sulla testa. Io gli diceva:—La Madonna vi gastigherà!—per cui temeva volesse spararmi l'archibugio nella vita, mentre gliel vidi cavar di sotto il ferraiuolo, ma mi diè solo, come ho detto; e volendomi io riparare colla mano, me l'ha tutta rotta. Intanto che l'Osio mi dava, suor Benedetta si ritirò un po' lontano, dicendo:—Non fate queste cose!—e penso si scostasse per paura, o forse perchè doveva aver visto gente venire. Quando l'Osio si accorse che io taceva, forse credette che fossi morta; ma io taceva perchè non mi dasse più. Non vidi più nè l'uno, nè l'altra, chè l'acqua mi andava tirando in giù; e così son giunta, con l'aiuto della Beata Vergine, la qual pregavo che non mi lasciasse morire in quel peccato, ma mi concedesse tempo di potermi confessare; son giunta, dico, nuotando, sino al luogo dove mi hanno trovata. Là ho ben gridato: aiutatemi! Ma non mi sentirono, o non mi vollero sentire, onde vi giacqui tre ore, sino a giorno, che poi venuto un contadino che sta in quelle case, al quale mi scopersi che ero monaca di Santa Margherita e lo pregai che mi tenesse fino a notte, ma nè lui, nè li suoi hanno voluto, e mi scacciarono, dandomi solamente un bastone su cui appoggiarmi; e mi trascinai fino alla chiesa delle Grazie». Di lì fu trasportata in carrozza al monastero di Sant'Orsola in Monza. Gio. Ambrogio Vimercati,barbitonsor et chirurgus, prese a esaminare e curare le sue ferite, che erano ventitrè; tutta la cute si vedeva staccata dalla carne e l'intiero capo formava una sola piaga. Restò inferma dal 30 novembre al 26 decembre del 1607; nel qual giorno «circa XIV hora» finirono i suoi patimenti. Moribonda dichiarò: «Se da prima negai alcuna cosa non era per altro che per non iscoprire me stessa ed anche ciò che aveva fatto suor Virginia, per la quale avrei messa la vita, come ce la metto, sendo per questa causa in punto di morte; il che mi ha mosso a sgravare la mia coscienza, altrimenti mi sarei lasciata cavar il sangue, piuttosto che palesar le cose che ho palesate».Torniamo a suor Benedetta Omati. È lei che parla:«Lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio dietro il Lambro, e per traversi arrivassimo ad una casa deserta, lontana da Monza cinque o sei miglia.... Ne trovassimo la porta aperta e non vedessimo alcuno.... Vi stetti il rimanente di quella notte e tutto il giorno seguente, che fu venerdì, sempre sola: non vidi l'Osio se non una volta, che venne a portarmi pane, formaggio ed un fiaschetto di vino: ma non volli bere, nè mangiare, dubitando che fosse tossicato, per quel che l'aveva veduto fare a suor Ottavia. Tornò l'Osio alle quattro ore di notte e mi disse che dovevamo andare altrove; e dopo che avessimo camminato un tre miglia per traversi, arrivassimo in una campagna, dov'è un boschetto, ed entrata dentro, vidi un pozzo, nel qual gettai un sasso senza che lo sentissi arrivar al fondo; ed esso, venutomi presso, mi diede uno spintone, per gettarmi giù; ma, grazie al Signore, non caddi, e fuggendo, esso Osio mi corse dietro, mi afferrò per un braccio, mi trascinò al detto pozzo e mi vi precipitò. Nella caduta diedi sulli sassi alla parte sinistra e rimasi talmente offesa che mi trovo in malo modo: dopo che fui abbasso, sentii che fu gettato giù un sasso, dal quale restai colta nel ginocchio destro, che v'è rottura; ed al cadere di quel sasso e al romore che fece m'accorsi ch'era grosso, ma nol vidi; e stetti in detto pozzo, che è molto fondo e non ha acqua, ma pietre ed ossi, tutto il rimanente di quella notte, tutto il giorno seguente sin a mezza mattina di ieri, che, gridando aiuto, fui sentita dagli uomini di quella terra [Velate], che mi cavarono..... Mentre stetti nel detto pozzo io gridava solamente venuto il giorno, e non la notte, temendo che di notte venisse l'Osio e mi rovesciasse altri sassi per ammazzarmi, caso mi avesse conosciuta anco viva; e perciò io teneva la testa a riparo di certe pietre grosse ch'erano sporgenti in quel fondo, che è largo». Fu anch'essa trasportata nel monastero di Sant'Orsola a Monza, ed ebbe comune la sorte con suor Candida e suor Silvia, amiche esse pure e complici della Signora. Tutte e tre, il 26 luglio 1609, vennero «fatte murare separatamente dentro ad un carcere per ciascheduna, in perpetuo, per pena, con altre penitenze salutari». (Ed.)[205]Scrive il Ripamonti: «Et mulierum quidem violatarum hic exitus fuit: quarum priores duo, in ipso fervore poenitentiae, iam extinctae erant; sanctior haec scribentibus ista nobis adhuc superstes, curvae proceritatis anus, torrida, macilenta, veneranda, quam pulchram et impudicam aliquando esse potuisse vix fides». (Ed.)[206]Venne condannato «in penam furcharum et bonorum confiscatione versus Regiam Ducalem Cameram Mediolani et perpetuo bannitus a toto Mediolani dominio, ita et taliter quod si dictus Osius pervenerit in fortiis iustitiae, quod ducatur super curru ante monasterium Sanctae Margaritae oppidi Modoetiae, ubi manus potentior ille abscindatur, mox ad locum iustitiae, in dicto loco, super curru conducatur, et interea forcipibus candentibus vellicetur, postea furcis suspendatur, ita quod moriatur, et ejus cadaver in frusta scindatur quae deinde appendatur in locis commissorum delictorum extra tamen dictum oppidum». La sua casa venne spianata da' fondamenti e vi fu fatta una piazza, rizzandovi nel mezzo una colonna di marmo con sopra una iscrizione infamante. (Ed.)[207]Per testimonianza d'un contemporaneo, a Gio. Paolo «nel bando gli fu tagliata la testa, la quale portata a Milano, il messo s'incontrò con l'Ecc.ᵐᵒ Sig. Conte di Fuentes, Governatore, il quale, avvisato, smontò di carrozza, la fece gettare in terra, e gli pose sopra un piede in detestazione della sua pessima vita». Cfr.T. Bernardino Burucco,Fragmenti memorabilimss. nell'Archivio Capitolare di Monza. (Ed.)[208]Come eran sicuri codesti galantuomini che quella giovane era proprio Lucia? [Postilla del Visconti].[209]Troppi e poi troppissimiorrendi. [Postilla del Visconti].[210]Mi pare che questo bravo potrebbe aver veduta Lucia ed essere stato mandato a fine che gli altri non la pigliassero in scambio. Indicare questa circostanza o qui o altrove. [Postilla del Visconti].[211]È troppo combattere colla fame: lascerei fuori i possidenti agiati. [Postilla del Visconti].[212]Qui termina il capitolo IX e incomincia il X. (Ed.)[213]Togliere l'equivoco della parolapreghiera. [Nota del Visconti].[214]Ti rammemoro del cangiamento che hai profilato fare al carattere del Conte. Vedrai se convenga farne cenno fin dal momento in cui Don Rodrigo si porta da lui: oppure quando e come. [Postilla del Visconti].[215]Perchè non fare a questa vecchia un boccone di cena? Ti costerà meno carta che non all'oste per scrivere il conto. [Postilla del Visconti].[216]Andiamo allegri con quest'orrendo. [Postilla del Visconti].[217]Periodo che diviene imbrogliato. Sarà facile rimediarvi. [Postilla del Visconti].[218]Il Manzoni scrisse in margine: «che quella mattina doveva trovarsi ad una chiesa (che nominò, ed era alla metà della via, distante circa due miglia dal castello)». (Ed.)[219]Segue, cancellato: «Voglio vedere se ha ancora quegli occhj che hanno fatto abbassare i miei... cospetto... cinquant'anni sono. Era uno strano giovanetto! E ora che sarà diventato?» (Ed.)[220]Segue, cancellato: «L'occhiata, che aveva fatta tanta impressione e lasciato un così profondo marchio di rimembranza nella niente del Conte, era stata data nella occasione che ricorderemo brevemente. Federigo Borromeo, giovanetto allora di 15 anni, si trovava nella chiesa di S. Giovanni in Conca nel giorno solenne di quel santo; e, invitato poscia dai frati, s'era posto a sedere nel presbitero e quivi assisteva pensoso e riverente al rito che si celebrava. Quando una brigata di giovanotti, di adolescenti, delle principali famiglie della città, entrata a turba nella chiesa per curiosità, e visto in quel luogo il giovane Federigo, che sempre con l'esempio e talvolta con le parole gli faceva vergognare del loro vivere superbo, scioperato, molle e violento, s'accordarono di fargli fare una trista figura, di vendicarsi e di divertirsi un momento a sue spese. Rotta la folla, s'avvicinarono all'altare, e appostatisi in faccia a Federigo, si diedero a fare i più strani e beffardi atti del mondo, storcer le bocche, torcere il collo come chi irride un ipocrita, cacciare un palmo di lingua, sghignazzare. Il Conte, che fu poi del Sagrato, era tra essi, anzi queglino erano con lui, perchè egli non era mai stato secondo in nessun luogo e in nessun fatto. Federigo, contristato e mosso a pietà ed a sdegno nello stesso tempo, ma non confuso, girò su quella turba un'occhiata, che esprimeva tutti questi affetti con una gravità tranquilla, ma più potente dell'impeto indisciplinato di quei provocatori: quindi piegate le ginocchia davanti all'altare, pregò per essi, i quali partirono col miserabile contegno di chi è stato vinto in una impresa in cui il vincere stesso sarebbe vergognoso». Il Manzoni fu consigliato a toglier via questo aneddoto dal Visconti, che vi scrisse in margine: «Se quest'occhiata e la storiella di S. Giovanni in Conca sono invenzioni, le cancellerei addirittura, come indegne, per dirla in breve, di Walter Scott. Ancor che sia storia, scancella, per amor di Dio: è proprio una bazzecola». (Ed.)[221]Qui ha termine il capitolo X. (Ed.)[222]Questo brano è tratto dal capitolo X e ultimo del tomo II. (Ed.)[223]Mi spiace, non saprei dire bene il perchè: mi pare una profezia d'autore: è un caso strano che il Cardinale azzeccasse con una parola, detta a caso, in un miracolo vicino. Non sarebbe meglio star più sulle generali, e fargli rispondere, ed anche di dare occasione di operare qualche bene e di stornare qualche male? [Postilla del Visconti.][224]Poichè vedo che sei andato cincischiando, mi permetto una cincischiata anch'io: a quella bellezza, smarrita già da più anni, una bellezza senile, la quale spiccava ancor più nella semplicità maestosa della porpora, che, nuda d'ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio. [Postilla del Visconti].[225]E basta; lascerei l'altro inciso, per la ragione detta poc'anzi, e perchè è troppo precisare. [Postilla del Visconti].[226]da spiritatoè troppo. [Postilla del Visconti].[227]Se fossi io—e non avrei saputo fare il resto—troncherei il dialogo alle parole:con una faccia convulsa: ma mi rimetto al parere di chi sa meglio di me che sia convertire ed essere convertito. Si può anche cominciare la lacuna al luogo segnato. Mi pare poi che qui converrebbe accennare il passo del Ripamonti, perchè il miracolo venga giustificato dalla storia. Dire, per esempio, che il Ripamonti fa menzione d'un altro colloquio, con il quale codesto Conte fu tutt'altr'uomo, ma non lo riferisce; che l'anonimo tuo deve aver riportata questa prima conferenza ove l'animo del terribile capo de' banditi fu tocco dalla grazia, e dopo il quale solo restava quel trambusto d'idee e di confusi sentimenti, che non poteva a meno di aver luogo per alcune ore; che è un peccato che dopo le ultime parole trascritte ci sia una lacuna d'alcune pagine, segno che quella prima conferenza non fu breve; che è uno scarso compenso il trovare almeno nelle prime parole del manoscritto, dopo la lacuna, una pennellata della selvaggia ed avventata natura del Conte, non dissimile in questo da molti energici fra' suoi contemporanei. La faccia del Conte, segue dunque a leggersi nel manoscritto nostro, ecc.—Ommetterei, per altro, l'idea incidenteche dall'infanzia non conosceva le lagrime, perchè contraddice allo stato d'ondeggiamenti e rimorsi abituali che hai progettato di supporre in lui. Il resto è una galoppata di un cavallo arabo. [Postilla del Visconti].[228]Per non cadere in contraddizione coi discorsi supposti nella lacuna, puoi dire facilmente: parlate, parlate di nuovo, ora che siete con me. Io non so fare l'ascetico, ecc. [Postilla del Visconti].[229]Si tratta di Don Abbondio. Intorno a questa stupenda creazione manzoniana è notevole quello che scrive l'abate Antonio Stoppani: «Chi crederebbe, per esempio, che don Abbondio è un personaggio non immaginario, ma vero? Io potrei declinarvi il nome e il cognome; maparce sepultis! Egli era naturalmente un curato, con cui usava spesso Manzoni nella sua giovinezza. Lo conobbi anch'io, ma troppo poco per potervi assicurare, da mia parte, che egli era un don Abbondio in carne ed ossa. Sentite però un piccolo aneddoto che riguarda quell'uomo, e che il Manzoni nella sua più tarda età raccontava come cosa che gli aveva fatto una grande impressione. Siamo proprio ai tempi della prima giovinezza del grande poeta. Giuseppe II, che aveva messo le mani dappertutto e cacciatele fino al fondo nelle cose di sagristia, fondò a Pavia un seminario teologico detto Seminario maggiore, celebre soprattutto per i dissensi che ne nacquero tra la scuola tamburiniana e le curie, principalmente la curia romana. Alcuni de' più distinti studenti di teologia delle diocesi lombarde venivano scelti per compire i loro studi in quel Seminario, e obbligati a frequentare le scuole dell'Università. Quando poi si presentavano alle rispettive curie per essere ammessi agli ordini sacri, dovevano sostenere un esame, come si fa anche adesso, ma che allora era diretto principalmente dalle curie ad assicurarsi che i candidati non erano infetti da dottrine ritenute ereticali. Come il nostro don Abbondio (daremo questo nome al nostro innominato) fosse tra i prescelti, non ve lo saprei dire. Forse era altrettanto distinto d'ingegno, quanto bislacco di volontà. Il fatto è che don Abbondio andò a compire gli studi nel Seminario maggiore, e presentossi, a suo tempo, per ricevere gli ordini alla curia milanese.—Quando mi presentai all'esame—così narrava al giovinetto Alessandro—l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano di istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana... d'istituzione umana!—Il giovinetto, benchè colpito profondamente dal vedere un curato che in una cosa di religione faceva dipendere il sì o il no da riguardi affatto umani, e, se occorreva, affrontava gli ordini con una menzogna; ebbe l'ingenuità di domandargli, se quanto aveva risposto nell'esame corrispondeva veramente alle sue convinzioni.—Oh giusto!—soggiunse don Abbondio:—a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia; ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir messa.—Il Manzoni volle arrischiare qualche osservazione; ma il curato tagliò corto con questa sentenza:—Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro.—Non vi pare che in questa sentenza ci sia un intero programma di saper vivere, di saper navigare, come si dice? che vi sia insomma scolpito vivo vivo il don Abbondio de'Promessi Sposi? Mettetelo in faccia ai bravi, sotto le minaccie di don Rodrigo; poi sappiatemi dire se il Manzoni ha studiato sul vero fin da quando era giovinetto». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature, Milano, tip. Bernardoni, 1874; pp. 143-148.Ne svelerò il nome: era don Alessandro Bolis, curato di Germanedo, piccolo paesello in vicinanza del Caleotto, la villa avita del Manzoni.[230]E basta così, mi pare anche dopo che ho saputo la tua intenzione di fare un ritratto. Attaccherei alle parole:Se ogni uomo... utopisti più confidenti, ecc. [Postilla del Visconti].[231]1 Prete Serafino Morazzone o Morazone non è un essere immaginario: ha vissuto e fu amico del Manzoni, tra le cui carte ho trovato questa letterina che ricevette da lui: «Ill.ᵐᵒ Signore, Francesco Polvara di Pescarenico, sapendo il buono affetto che V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ ha per me, desidera che faccia buon ufficio presso di Lei acciò gli rilascia o tutto o in parte ciò che gli deve per certa compra fatta colla felice memoria del di Lei padre. Ascoltate le di lui ragioni su questo, mi dice che la compra è stata fuor di modo alterata; ma, aggiungendo io che bisognava avvertire nel far la compra, mi dice che abbisogna adesso di carità, non potendo pagare per varii infortunii, e dicendo che tocca alla sigurtà; e dicendogli io che tocca agli eredi, mi disse che son sei figli pupilli. A questi vorrei giovare:Pupilo tu eris adjutor. Ma non vorrei neppure il danno di V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ che però la prego ad informarsi se veramente la compra è stata fuor di modo alterata, come esso dice e fare quello che il Sig.ͬ Iddio le ispira. La prego de' miei ossequiosi saluti al Sig.ͬ Canonico [Luigi Tosi], alla Sig.ᵃ di Lei Madre, alla di Lei Sig.ᵃ Moglie ed alla Sig.ᵃ Ospite, e raccomandandomi alle loro orazioni mi dico con ogni rispetto e stima di V.ᵃ Sig.ᵃ Ill.ᵐᵃ affezionatissima per servirla PreteSerafino Morazonecurato di Chiuso». Non ha data, ma è anteriore al 1818, nel qual anno, l'11 di novembre, per contratto rogato dal notaio Innocenzo Valsecchi, il Manzoni vendette la sua villa del Caleotto ed i beni che possedeva ne' Comuni di Lecco, Castello ed Acquate per la somma di lire centocinquemila italiane.[232]Lascerei i paternostri del curato. Era padrone di casa ed è impossibile che non avesse da esercitare allora l'ospitalità della parola; circostanza utile a dirsi, ma da non escludersi implicitamente. [Postilla del Visconti].[233]di tutto questo guazzabuglio?Capisco,ma ce que vous pensez vaut mieux que ce que vous avez dit. [Postilla del Visconti].[234]Questo brano è tratto dal capitolo II del tomo III. (Ed.)[235]Lascerei come inutile questo periodetto, o almeno l'avvertenza che il curato amava rispondere con testi di Scrittura. [Postilla del Visconti].[236]Qui termina il capitolo II del tomo III. (Ed.)[237]La fatica di viaggiare lontano tre miglia è troppo poca rosa per farne conto. [Postilla del Visconti].[238]La rabbia di Scilla e i sassi de' Ciclopi fanno un'ironia che mi pare fuor di luogo, perchè il resto è affare serio. [Postilla del Visconti].[239]Direi sacrilega sconoscenza. [Postilla del Visconti].[240]Direi cavalcatura. [Postilla del Visconti].[241]Cercò di Tommaso e gli disse. L'avvertenza sul bel sesso ha un non so come del meschino: cercare di Tommaso va bene e indica delicatamente ciò che espresso mi pare che non faccia buon effetto: molto più perchè è una replica di ciò che dici benissimo sul modo con cui il Cardinale dava udienza alle donne. [Postilla del Visconti].[242]Decrepita è troppo: direi un'idea più temperata con qualche altro termine. [Postilla del Visconti].[243]Segue, cancellato: «si fermò ad un villaggio vicino». (Ed.)[244]Questo brano è il principio del capitolo III del tomo III. (Ed.)
[194]Qui seguita a raccontare il viaggio d'Agnese, la sua andata al convento in cerca del Padre Cristoforo, e come il conte zio fosse riuscito a farlo andare da Pescarenico a Palermo. Nella seconda minuta e nel testo definitivo invece lo fa andare e Rimini. Ecco un saggio di quello che scrive nella prima minuta: «Noi torneremo indietro con la buona donna verso le nostre montagne, lasciando andare lo sciagurato Egidio al suo viaggio. Quando Agnese si trovò al punto dove la strada che conduceva al suo tugurio si divideva da quella che dovevan fare i pescivendoli per giungere a casa loro, cioè quando ebbe passato il ponte dell'Adda, scese di carretto e preso il suo fardello cominciò a piedi le due miglia che le restavano di viaggio, camminando non senza sospetto. Si confortava però pensando che Don Rodrigo non l'avrebbe voluta far rapire, e che non sarebbe nemmeno stato tanto scellerato da farle far male alcuno senza suo profitto. Giunta vicino a casa, v'andò, quanto più celatamente potè, per viottoli, e infatti non fu scorta da veruno; picchiò, le fu aperto da quella sua cognata, che stava a guardare la casa, trovò le cose in ordine; chiese novelle del Padre Cristoforo alla cognata, che non potè rispondergli se non che da quel primo giorno non lo aveva più veduto comparire; e dopo d'avere esitato qualche momento, si fece animo e prese la via del convento. Tutta ansiosa si fece alla porta e tirò il campanello, al suono del quale ecco venire un occhio ad una picciola grata della porta e spiare chi sia arrivato, si alza un saliscendo, si apre mezza la porta, e al luogo dell'apertura un lungo, vecchio e magro frate portinajo, con la barba bianca sul petto, che dice:—Chi cercate, buona donna?—Il Padre Cristoforo.—Non c'è.—Starà molto a tornare?—Mah!—Dov'è andato?—A Palermo.—A?—A Palermo, ripetè posatamente il frate portinajo.—Dov'è questo luogo? domandò di nuovo Agnese.—Eh! hee! rispose il portinajo, stendendo il braccio e la mano destra e trinciando l'aria verticalmente, per significare una lunga distanza.—Oh diavolo! sclamò Agnese.—Ohibò? buona donna, disse pacatamente il frate; che c'entra colui? non chiamatelo qui fra di noi, che poniamo ogni cura per tenerlo lontano.—Ha ragione, padre; ma io sto fresca.—Bisogna aver pazienza, rispose il frate, ritirandosi per richiudere la porta.—Ma, disse Agnese in fretta, ritenendolo, che cosa è andato a fare in quel paese?—A predicare, rispose il cappuccino.—Ma perchè è andato via così all'improvviso senza dirmi niente?—Gli è venuta l'obbidienza dal Padre Provinciale.—E perchè l'hanno mandato lui, che aveva da far qui, e non un altro?—Se i superiori dovessero render ragione degli ordini che danno non vi sarebbe obbedienza.—Va benissimo, ma questa è la mia ruina.—Ci vuol pazienza, buona donna. Pensate al contento che proveranno quei di Palermo a sentirlo predicare: perchè, vedete, il Padre Cristoforo è cima di predicatori; è un santo padre in pulpito.—Oh il bel sollievo per me!—Vedete; se v'è qualche altro nostro padre che possa tenervi luogo di lui, rendervi qualche servizio, nominatelo, e lo andrò a chiamare.—Oh Santa Maria! rispose Agnese, con quella riconoscenza mista di stizza che fa nascere una offerta dove si trovi più di buona volontà che di convenienza: chi ho da far chiamare se non conosco nessuno: quegli sapeva tutti i fatti miei, mi dava tutti i pareri, aveva amore per noi poveretti.—Dunque abbiate pazienza, rispose di nuovo il frate, disponendosi ancora a partire....—Ma, ma.... domandò ancora Agnese, quando sarà di ritorno?.... così a un dispresso?—Mah! rispose il frate. Quando avrà terminato il quaresimale, cioè a Pasqua, aspetterà un'altra obbedienza, per sapere se deve restar là dov'è andato, o tornar qui, o portarsi ad un altro luogo, dove comanderanno i superiori, perchè, vedete, noi abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.—Oh la bella storia! sclamò Agnese.—Questo è quello che vi posso dire, rispose il frate, chiudendo questa volta la porta sul volto ad Arnese; la quale, dopo esser rimasta ivi un qualche tempo come smemorata, riprese tristamente la via della sua casa, pensando come potrebbe riparare una tanta perdita, e arzigogolando i motivi di una sì subitanea disparizione, senza poter mai venire ad una congettura un po' soddisfacente». (Ed.)[195]Punto fermo. [Postilla del Visconti.][196]Parla del cadavere della monaca uccisa, che era stato da Egidio trasportato nella sua cantina e lì seppellito. Il Ripamonti scrive: «Ancilla monasterii una, quae horto forte jurgis projecerat scire se aliquid, et in tempore patefacturum, impacto in occiput scabello, intra eamdem scelerum omnium officinam, hoc est in Dominae conclavi exanimatur, et corpore occultato, datur, volgaturque fama tamquam silentio noctis ipsa aufugisset». Sentiamone il racconto dalla bocca stessa della Signora. Ecco quello che confessò nel processo: «Narrerò il fatto di questa Caterina, donna dissoluta e mezza matta. Essendo venute molte volte le monache in parere di rimandarla, fu trattenuta per compassione, in grazia mia, credendo che si potesse emendare. Essendo occorso che essa facesse ingiuria a suor Degnamerita, procurai fosse messa prigione, con compartecipazione della Madre [Badessa] e del confessore: ciò fu in tempo che monsig. Barca doveva venire al monastero a mutare gli offici. La Caterina, essendo in prigione, cominciò a dire che voleva comunicare molte cose di me e delle altre; ed accadde che essendosi quella sera introdotto l'Osio [l'Egidio manzoniano], gli fu da quelle monache riferito ciò che la Caterina andava minacciando. Io mi avviai alla sua volta per placarla, col lume in mano, lontana da ogni malo pensiero, avendo in compagnia Ottavia [Ricci], Candida [Trotti de' Biancolini] e Silvia [Casati]. Ci presentammo alla finestra che guarda in giardino, la quale è bassa fino alla cintura; trovai che suor Benedetta [Omati] m'aveva preceduta e stava ragionando colla prigioniera. N'ebbi aiuto ad entrare, poi entrarono le altre, ultimo l'Osio. Dissi allora alla Caterina—odi!—e volevo aggiungere che non parlasse e fosse sicura che avrei procurato di farla restare; ma lei rispondendomi superbamente: non voglio più udire le vostre ciancie e intendo di essere la rovina di noi e del vostro moroso: domattina verrete voi a star qui in vece mia—l'Osio, trasportato dalla collera, le diede con una cosa due o tre volte sulla testa, onde essa all'istante morì. Nè io, nè le altre eravamo consapevoli di ciò che egli era per commettere sulla persona della Caterina».Della medesima conversa Caterina Cassini, detta da Meda, dal paese nativo, così descrive la morte suor Benedetta Omati: «Stando io per mie faccende in giardino a dir l'offizio, la Caterina mi domandò dalla finestra del luogo dove era stata rinchiusa, che risponde appunto al giardino, pregandomi che andassi a lei, perchè aveva paura; le risposi che non potevo; tuttavia, circa alle due di notte, andai a lei, colla quale stetti un pezzo, parlando del mal tempo, che era tuoni, pioggia, losnata [lampi]; e in quel mentre sopravvenivano suor Virginia, [la Signora] e suor Ottavia. La Caterina disse che non voleva più ciance da lei, e che la mattina seguente avrebbe sentito. In quel tratto era capitato anche l'Osio, e appena lo vidi, che un piè di bicocca, che aveva in mano, diede egli sul capo della giacente, che per quelle botte morì senza dir niente, chè le diede dalla parte di dietro, e le ruppe anche la testa, onde escì sangue e restò imbrattato il suddetto piede di legno, ch'io poi lavai». Questo piede «era quadro, largo nel fondo, che andava stringendosi in forma di diamante, ed era di un legno che tirava al rosso».Suor Ottavia Ricci, alla sua volta, confessa: «Dirò per la verità, che avendo quella Caterina fatta andar in collera suor Degnamerita, che era la carissima di suor Virginia, questa, per risentimento, la fece metter prigione; per il che la Caterina si prese a dir male di suor Virginia, di suor Benedetta e di me intorno a' particolari dell'Osio, ed in ispezialità che intendeva uscir lei di prigione e farvi metter noi, palesando ogni cosa. Lo che avendo inteso Giampaolo [Osio], che si trovava nel monastero, secondo il solito, presso suor Virginia, ed intendendo che monsig. Barca stava per venire e l'avrebbe levata di castigo, si risolvette di ammazzarla; e, così, a mezzanotte suor Benedetta andò dalla Caterina nella camera ov'era detenuta e cominciò a parlar seco, poi vi andò suor Virginia e, dietro lei, io; sopraggiunse Giampaolo, che avendo un piede di bicocca, da lui tolto nel laboratorio delle monache, dov'era stato messo prima del ritiro, ne diè due o tre colpi nella coppa della Caterina, che stava sdraiata su d'un pagliericcio, e così l'ammazzò, che morì subito alla nostra presenza; e morta la portassimo nel pollaro, aiutando tutte; e suor Benedetta ed io la drizzassimo in piedi in un cantone e le appoggiassimo contro de' legni assai, perchè non potesse esser vista..... La Caterina così morta stette lì tutto il giorno seguente: venuta la notte, tornò l'Osio e, coll'aiuto di suor Benedetta, portò il cadavere a casa sua».Suor Benedetta in un altro interrogatorio soggiunge: credo che Candida e Silvia vedessero quando si accomodò il cadavere nel pollaro: tutte e due aiutarono a portarlo fuori del monastero, cioè sin alla porta. Io aiutai a trasportarlo sino alla casa dell'Osio». Suor Silvia depose: «L'Osio la notte seguente tornò, secondo il solito, perchè aveva le chiavi contraffatte; e andando tutte noi soprannominate al pollaro, fu messo dall'Osio il corpo in un sacco, portato da lui, coll'aiuto di suor Benedetta, in casa propria, e seppellitovi in una cantina, per quanto asserì suor Benedetta». (Ed.)[197]Segue, cancellato: «Oh questa lasciatemela; mi diventa preziosa; e quando un altro pensiero verrà a tormentarmi, avrò almeno una consolazione a guardarla, e a dire fra me: ecco, anche questa l'avrei dovuta sacrificare, ed è qui.—Bene, disse Egidio con uno sdegno, in parte vero, in parte diabolicamente affettato: bene, non ne facciamo più». (Ed.)[198]Mi pare che la risposta di Geltrude potrebbe esprimere questi sentimenti: Io amarla! non so nemmen io—è un falegname che scrive—se l'amo, o se l'odio. Alle volte vorrei abbracciarla, un momento dopo non la posso soffrire. E dire Geltrude, alla rinfusa, che Lucia è buona, che è superba, che la vorrebbe veder sposa di Fermo, che le fa rabbia, che quando parla della sua innocenza—e ne parla ad ogni tratto—essa le crede; eppure le pare che quella Lucia la guardi con certi occhi come se sapesse qualche cosa, e fingendo rispetto, volesse insultare.L'ho accolta, sapete, ecc. [Postilla del Visconti].[199]Orrendo concilionon mi garba. [Postilla del Visconti].[200]Segue, cancellato: «Noi ve la lasciamo senza pur curarci di saper ciò che passasse allora nel suo cuore, lieti di abbandonare questa donna, di perderla di vista fino al tempo in cui potremo finalmente rappresentarla affatto mutata, al tempo in cui ella avrà di sè stessa il sentimento che la sua condotta fa nascere in altrui; l'orrore ch'ella avrà di sè stessa potrà cangiare in compassione quello ch'ella ha ispirato». Ciò che si legge nel testo fu aggiunto dal M. in un foglio a parte, segnato X. (Ed.)[201]Il fabbro, «dopo d'aver contraffatto più di cinquanta chiavi delle varie porte del monastero, fu tanto imprudente di svelare il suo segreto, ed ebbe per ricompensa un'archibugiata nel petto. Egli fu trovato morto per la via. Questo assassinio, nel quale non entra come complice diretta alcuna monaca del convento di S. Margherita, prova che era costume di Gio. Paolo Osio di agire per le spiccie, sbarazzando il terreno di qualsiasi incomodo testimonio». Cfr.Zerbi L.La Signora di Monza nella storia; inArchivio storico lombardo, ann. XVII, pp. 714-715.[202]Lo speziale Ranieri Soncino, che somministrava le medicine nelle frequenti malattie della Signora, fu ucciso nella sua bottega con un'archibugiata, e gliela sparò, per incarico di Giampaolo, Camillo detto il Rosso, uno degli scherani di quello scellerato. Domenico Ferrari, fattore del monastero, che lo riconobbe mentre fuggiva commesso il misfatto, interrogato nel processo «quai discorsi tenesse la mattina seguente colle monache, relativamente al fatto, rispose che le più piangevano, che suor Virginia gli mostrò dispiacere che nominasse l'Osio in quella occisione, anzi, sdegnata, lo fece cacciare issofatto insieme colla moglie dai servigi del monastero». Cfr.Dandolo T.La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo XVII. Milano, 1855; p. 39. (Ed.)[203]Sotto buona scorta, venne condotta a Milano nel monastero del Bocchetto, dove anche lì era professata la regola di S. Benedetto (Ed.)[204]Suor Benedetta Omati confessò nel processo: «Giampaolo Osio giobbia [giovedì] passato, dopo desinare, mandò a parlarmi un uomo vestito da massaro, da me non conosciuto, il qual mi disse, sendo io alla porta, che l'Osio desiderava sapere se suor Virginia era stata menata via dal monastero; ciò mi scrisse in un biglietto di sua mano; ed io rescrissi sopra un altro bollettino, che suor Virginia era stata condotta a Milano; e che, vedendo quelle cose che si facevano, io desiderava di partirmi da quel monastero e andare in un altro, mi aiutasse e di lì a tre o quattro ore venisse alla muraglia del giardino, che avrei trattato seco circa l'andar via».Nella fuga le fu compagna suor Ottavia Ricci. Costei ne fa questo racconto: «Ier sera, sendo io nel detto monastero, e circa le ore sei, rincrescendomi stare nella mia camera, avendo l'animo inquieto dopo che fu condotta via quella monaca [la Signora], andai nella camera dove stanno suor Candida e suor Degnamerita, e mi spogliavo per andar a letto con suor Silvia, la quale dorme nella medesima camera, e già m'ero cavati li panni e serbata solo la pelizza in dosso, e mi ero cavate anche le calze e il velo di testa, quando venne all'uscio suor Benedetta Omati e mi fece cenno che uscissi: e, uscita, mi disse:—Io voglio ad ogni modo fuggire, ed ho fatto venire l'Osio che mi meni via.—Le risposi che non dovesse fare questa pazzia. Mi replicò che fuggissi anch'io con lei, altrimenti sarebbe stata pazzia la mia, e si avviò abbasso per la scala della chiesa, ed io le corsi dietro per trattenerla, e le domandai dov'era l'Osio; ed essa mi disse:—Vien con me, che lo vedrai; ha di già cominciato a rompere la muraglia.—E mentre passavano questi ragionamenti tra lei e me, nel fondo della scala mi misi le calzette, che aveva portato meco, e così mi condussi in giardino al luogo dove aveva cominciato a rompere la muraglia dalla parte del portone dei carri; e quando fussimo là, suor Benedetta, parlando all'Osio, che era di fuori:—Non sapete che suor Ottavia non vuol venire?—E il signor Giampaolo rispose:—Faccino loro, ma, per quel che sento dire, di certo hanno la testa in compromesso.—Intanto suor Benedetta continuava ad allargare il buco, levando via dei quadrelli, e l'Osio aiutava per di fuori, replicando entrambi tanti spaventi, che mi disposero a fuggire; dicendomi l'Osio, che se ripugnavo per esser monaca, per la confidenza che aveva in lui mi avrebbe messa in un monastero di Bergamo. Fatta questa risoluzione, andai nella mia cella, mi finii di vestire e tornata al buco escii con suor Benedetta. Abbiamo camminato un pezzo per di dentro, lungo le mura di Monza, sin che siamo arrivati ad un luogo dove era rotta la muraglia, che si chiama Carabiolo, per quanto disse Giampaolo; e di là siamo calati giù e ci siamo avanzati per una strada, che alle volte trovava il Lambro, alle volte lo perdeva; e andassimo alla chiesa della Madonna delle Grazie, onde io persuasi che c'inginocchiassimo e dimandassimo grazia alla Madonna che ci accompagnasse, e così facessimo sulla porta grande della chiesa, e dicessimo sette volte laSalve Regina, e partiti ci avviassimo per una strada dietro al Lambro, e dopo siamo giunti in un luogo da cui si dipartivano tre vie: e domandando io all'Osio dove menassero, rispose che una andava verso la Santa, l'altra a Velà, ed io soggiunsi che non volevo andare per vie pubbliche; e così ci condusse per la terza, e di nuovo arrivassimo al Lambro».Qui avvenne un caso atrocissimo. Udiamone il racconto dalla bocca di suor Benedetta: «Dietro il fiume, dove era un zappello, l'Osio gettò in acqua suor Ottavia, la quale era in mezzo tra noi, e la sentii dire:—Oh! la è questa la maniera?—ed io corsi per darle mano ed aiutarla, ma l'Osio, cavato l'archibugio di sotto il ferraiuolo, ne diede molte percosse sulla testa di suor Ottavia, la qual gridava, invocando la Madonna. Io mi ritirai lontano, per paura che mi dasse, e mi misi a piangere; poi, lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio».Non era morta. «L'Osio mi ha cominciato a dare» (son parole di quell'infelice); «mi ha cominciato a dare ed io gridava:—Santa Maria di Loreto aiutatemi! ed esso mi tempestava perchè gridavo, così credo io; e mi ferì non so quante volte sulla testa. Io gli diceva:—La Madonna vi gastigherà!—per cui temeva volesse spararmi l'archibugio nella vita, mentre gliel vidi cavar di sotto il ferraiuolo, ma mi diè solo, come ho detto; e volendomi io riparare colla mano, me l'ha tutta rotta. Intanto che l'Osio mi dava, suor Benedetta si ritirò un po' lontano, dicendo:—Non fate queste cose!—e penso si scostasse per paura, o forse perchè doveva aver visto gente venire. Quando l'Osio si accorse che io taceva, forse credette che fossi morta; ma io taceva perchè non mi dasse più. Non vidi più nè l'uno, nè l'altra, chè l'acqua mi andava tirando in giù; e così son giunta, con l'aiuto della Beata Vergine, la qual pregavo che non mi lasciasse morire in quel peccato, ma mi concedesse tempo di potermi confessare; son giunta, dico, nuotando, sino al luogo dove mi hanno trovata. Là ho ben gridato: aiutatemi! Ma non mi sentirono, o non mi vollero sentire, onde vi giacqui tre ore, sino a giorno, che poi venuto un contadino che sta in quelle case, al quale mi scopersi che ero monaca di Santa Margherita e lo pregai che mi tenesse fino a notte, ma nè lui, nè li suoi hanno voluto, e mi scacciarono, dandomi solamente un bastone su cui appoggiarmi; e mi trascinai fino alla chiesa delle Grazie». Di lì fu trasportata in carrozza al monastero di Sant'Orsola in Monza. Gio. Ambrogio Vimercati,barbitonsor et chirurgus, prese a esaminare e curare le sue ferite, che erano ventitrè; tutta la cute si vedeva staccata dalla carne e l'intiero capo formava una sola piaga. Restò inferma dal 30 novembre al 26 decembre del 1607; nel qual giorno «circa XIV hora» finirono i suoi patimenti. Moribonda dichiarò: «Se da prima negai alcuna cosa non era per altro che per non iscoprire me stessa ed anche ciò che aveva fatto suor Virginia, per la quale avrei messa la vita, come ce la metto, sendo per questa causa in punto di morte; il che mi ha mosso a sgravare la mia coscienza, altrimenti mi sarei lasciata cavar il sangue, piuttosto che palesar le cose che ho palesate».Torniamo a suor Benedetta Omati. È lei che parla:«Lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio dietro il Lambro, e per traversi arrivassimo ad una casa deserta, lontana da Monza cinque o sei miglia.... Ne trovassimo la porta aperta e non vedessimo alcuno.... Vi stetti il rimanente di quella notte e tutto il giorno seguente, che fu venerdì, sempre sola: non vidi l'Osio se non una volta, che venne a portarmi pane, formaggio ed un fiaschetto di vino: ma non volli bere, nè mangiare, dubitando che fosse tossicato, per quel che l'aveva veduto fare a suor Ottavia. Tornò l'Osio alle quattro ore di notte e mi disse che dovevamo andare altrove; e dopo che avessimo camminato un tre miglia per traversi, arrivassimo in una campagna, dov'è un boschetto, ed entrata dentro, vidi un pozzo, nel qual gettai un sasso senza che lo sentissi arrivar al fondo; ed esso, venutomi presso, mi diede uno spintone, per gettarmi giù; ma, grazie al Signore, non caddi, e fuggendo, esso Osio mi corse dietro, mi afferrò per un braccio, mi trascinò al detto pozzo e mi vi precipitò. Nella caduta diedi sulli sassi alla parte sinistra e rimasi talmente offesa che mi trovo in malo modo: dopo che fui abbasso, sentii che fu gettato giù un sasso, dal quale restai colta nel ginocchio destro, che v'è rottura; ed al cadere di quel sasso e al romore che fece m'accorsi ch'era grosso, ma nol vidi; e stetti in detto pozzo, che è molto fondo e non ha acqua, ma pietre ed ossi, tutto il rimanente di quella notte, tutto il giorno seguente sin a mezza mattina di ieri, che, gridando aiuto, fui sentita dagli uomini di quella terra [Velate], che mi cavarono..... Mentre stetti nel detto pozzo io gridava solamente venuto il giorno, e non la notte, temendo che di notte venisse l'Osio e mi rovesciasse altri sassi per ammazzarmi, caso mi avesse conosciuta anco viva; e perciò io teneva la testa a riparo di certe pietre grosse ch'erano sporgenti in quel fondo, che è largo». Fu anch'essa trasportata nel monastero di Sant'Orsola a Monza, ed ebbe comune la sorte con suor Candida e suor Silvia, amiche esse pure e complici della Signora. Tutte e tre, il 26 luglio 1609, vennero «fatte murare separatamente dentro ad un carcere per ciascheduna, in perpetuo, per pena, con altre penitenze salutari». (Ed.)[205]Scrive il Ripamonti: «Et mulierum quidem violatarum hic exitus fuit: quarum priores duo, in ipso fervore poenitentiae, iam extinctae erant; sanctior haec scribentibus ista nobis adhuc superstes, curvae proceritatis anus, torrida, macilenta, veneranda, quam pulchram et impudicam aliquando esse potuisse vix fides». (Ed.)[206]Venne condannato «in penam furcharum et bonorum confiscatione versus Regiam Ducalem Cameram Mediolani et perpetuo bannitus a toto Mediolani dominio, ita et taliter quod si dictus Osius pervenerit in fortiis iustitiae, quod ducatur super curru ante monasterium Sanctae Margaritae oppidi Modoetiae, ubi manus potentior ille abscindatur, mox ad locum iustitiae, in dicto loco, super curru conducatur, et interea forcipibus candentibus vellicetur, postea furcis suspendatur, ita quod moriatur, et ejus cadaver in frusta scindatur quae deinde appendatur in locis commissorum delictorum extra tamen dictum oppidum». La sua casa venne spianata da' fondamenti e vi fu fatta una piazza, rizzandovi nel mezzo una colonna di marmo con sopra una iscrizione infamante. (Ed.)[207]Per testimonianza d'un contemporaneo, a Gio. Paolo «nel bando gli fu tagliata la testa, la quale portata a Milano, il messo s'incontrò con l'Ecc.ᵐᵒ Sig. Conte di Fuentes, Governatore, il quale, avvisato, smontò di carrozza, la fece gettare in terra, e gli pose sopra un piede in detestazione della sua pessima vita». Cfr.T. Bernardino Burucco,Fragmenti memorabilimss. nell'Archivio Capitolare di Monza. (Ed.)[208]Come eran sicuri codesti galantuomini che quella giovane era proprio Lucia? [Postilla del Visconti].[209]Troppi e poi troppissimiorrendi. [Postilla del Visconti].[210]Mi pare che questo bravo potrebbe aver veduta Lucia ed essere stato mandato a fine che gli altri non la pigliassero in scambio. Indicare questa circostanza o qui o altrove. [Postilla del Visconti].[211]È troppo combattere colla fame: lascerei fuori i possidenti agiati. [Postilla del Visconti].[212]Qui termina il capitolo IX e incomincia il X. (Ed.)[213]Togliere l'equivoco della parolapreghiera. [Nota del Visconti].[214]Ti rammemoro del cangiamento che hai profilato fare al carattere del Conte. Vedrai se convenga farne cenno fin dal momento in cui Don Rodrigo si porta da lui: oppure quando e come. [Postilla del Visconti].[215]Perchè non fare a questa vecchia un boccone di cena? Ti costerà meno carta che non all'oste per scrivere il conto. [Postilla del Visconti].[216]Andiamo allegri con quest'orrendo. [Postilla del Visconti].[217]Periodo che diviene imbrogliato. Sarà facile rimediarvi. [Postilla del Visconti].[218]Il Manzoni scrisse in margine: «che quella mattina doveva trovarsi ad una chiesa (che nominò, ed era alla metà della via, distante circa due miglia dal castello)». (Ed.)[219]Segue, cancellato: «Voglio vedere se ha ancora quegli occhj che hanno fatto abbassare i miei... cospetto... cinquant'anni sono. Era uno strano giovanetto! E ora che sarà diventato?» (Ed.)[220]Segue, cancellato: «L'occhiata, che aveva fatta tanta impressione e lasciato un così profondo marchio di rimembranza nella niente del Conte, era stata data nella occasione che ricorderemo brevemente. Federigo Borromeo, giovanetto allora di 15 anni, si trovava nella chiesa di S. Giovanni in Conca nel giorno solenne di quel santo; e, invitato poscia dai frati, s'era posto a sedere nel presbitero e quivi assisteva pensoso e riverente al rito che si celebrava. Quando una brigata di giovanotti, di adolescenti, delle principali famiglie della città, entrata a turba nella chiesa per curiosità, e visto in quel luogo il giovane Federigo, che sempre con l'esempio e talvolta con le parole gli faceva vergognare del loro vivere superbo, scioperato, molle e violento, s'accordarono di fargli fare una trista figura, di vendicarsi e di divertirsi un momento a sue spese. Rotta la folla, s'avvicinarono all'altare, e appostatisi in faccia a Federigo, si diedero a fare i più strani e beffardi atti del mondo, storcer le bocche, torcere il collo come chi irride un ipocrita, cacciare un palmo di lingua, sghignazzare. Il Conte, che fu poi del Sagrato, era tra essi, anzi queglino erano con lui, perchè egli non era mai stato secondo in nessun luogo e in nessun fatto. Federigo, contristato e mosso a pietà ed a sdegno nello stesso tempo, ma non confuso, girò su quella turba un'occhiata, che esprimeva tutti questi affetti con una gravità tranquilla, ma più potente dell'impeto indisciplinato di quei provocatori: quindi piegate le ginocchia davanti all'altare, pregò per essi, i quali partirono col miserabile contegno di chi è stato vinto in una impresa in cui il vincere stesso sarebbe vergognoso». Il Manzoni fu consigliato a toglier via questo aneddoto dal Visconti, che vi scrisse in margine: «Se quest'occhiata e la storiella di S. Giovanni in Conca sono invenzioni, le cancellerei addirittura, come indegne, per dirla in breve, di Walter Scott. Ancor che sia storia, scancella, per amor di Dio: è proprio una bazzecola». (Ed.)[221]Qui ha termine il capitolo X. (Ed.)[222]Questo brano è tratto dal capitolo X e ultimo del tomo II. (Ed.)[223]Mi spiace, non saprei dire bene il perchè: mi pare una profezia d'autore: è un caso strano che il Cardinale azzeccasse con una parola, detta a caso, in un miracolo vicino. Non sarebbe meglio star più sulle generali, e fargli rispondere, ed anche di dare occasione di operare qualche bene e di stornare qualche male? [Postilla del Visconti.][224]Poichè vedo che sei andato cincischiando, mi permetto una cincischiata anch'io: a quella bellezza, smarrita già da più anni, una bellezza senile, la quale spiccava ancor più nella semplicità maestosa della porpora, che, nuda d'ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio. [Postilla del Visconti].[225]E basta; lascerei l'altro inciso, per la ragione detta poc'anzi, e perchè è troppo precisare. [Postilla del Visconti].[226]da spiritatoè troppo. [Postilla del Visconti].[227]Se fossi io—e non avrei saputo fare il resto—troncherei il dialogo alle parole:con una faccia convulsa: ma mi rimetto al parere di chi sa meglio di me che sia convertire ed essere convertito. Si può anche cominciare la lacuna al luogo segnato. Mi pare poi che qui converrebbe accennare il passo del Ripamonti, perchè il miracolo venga giustificato dalla storia. Dire, per esempio, che il Ripamonti fa menzione d'un altro colloquio, con il quale codesto Conte fu tutt'altr'uomo, ma non lo riferisce; che l'anonimo tuo deve aver riportata questa prima conferenza ove l'animo del terribile capo de' banditi fu tocco dalla grazia, e dopo il quale solo restava quel trambusto d'idee e di confusi sentimenti, che non poteva a meno di aver luogo per alcune ore; che è un peccato che dopo le ultime parole trascritte ci sia una lacuna d'alcune pagine, segno che quella prima conferenza non fu breve; che è uno scarso compenso il trovare almeno nelle prime parole del manoscritto, dopo la lacuna, una pennellata della selvaggia ed avventata natura del Conte, non dissimile in questo da molti energici fra' suoi contemporanei. La faccia del Conte, segue dunque a leggersi nel manoscritto nostro, ecc.—Ommetterei, per altro, l'idea incidenteche dall'infanzia non conosceva le lagrime, perchè contraddice allo stato d'ondeggiamenti e rimorsi abituali che hai progettato di supporre in lui. Il resto è una galoppata di un cavallo arabo. [Postilla del Visconti].[228]Per non cadere in contraddizione coi discorsi supposti nella lacuna, puoi dire facilmente: parlate, parlate di nuovo, ora che siete con me. Io non so fare l'ascetico, ecc. [Postilla del Visconti].[229]Si tratta di Don Abbondio. Intorno a questa stupenda creazione manzoniana è notevole quello che scrive l'abate Antonio Stoppani: «Chi crederebbe, per esempio, che don Abbondio è un personaggio non immaginario, ma vero? Io potrei declinarvi il nome e il cognome; maparce sepultis! Egli era naturalmente un curato, con cui usava spesso Manzoni nella sua giovinezza. Lo conobbi anch'io, ma troppo poco per potervi assicurare, da mia parte, che egli era un don Abbondio in carne ed ossa. Sentite però un piccolo aneddoto che riguarda quell'uomo, e che il Manzoni nella sua più tarda età raccontava come cosa che gli aveva fatto una grande impressione. Siamo proprio ai tempi della prima giovinezza del grande poeta. Giuseppe II, che aveva messo le mani dappertutto e cacciatele fino al fondo nelle cose di sagristia, fondò a Pavia un seminario teologico detto Seminario maggiore, celebre soprattutto per i dissensi che ne nacquero tra la scuola tamburiniana e le curie, principalmente la curia romana. Alcuni de' più distinti studenti di teologia delle diocesi lombarde venivano scelti per compire i loro studi in quel Seminario, e obbligati a frequentare le scuole dell'Università. Quando poi si presentavano alle rispettive curie per essere ammessi agli ordini sacri, dovevano sostenere un esame, come si fa anche adesso, ma che allora era diretto principalmente dalle curie ad assicurarsi che i candidati non erano infetti da dottrine ritenute ereticali. Come il nostro don Abbondio (daremo questo nome al nostro innominato) fosse tra i prescelti, non ve lo saprei dire. Forse era altrettanto distinto d'ingegno, quanto bislacco di volontà. Il fatto è che don Abbondio andò a compire gli studi nel Seminario maggiore, e presentossi, a suo tempo, per ricevere gli ordini alla curia milanese.—Quando mi presentai all'esame—così narrava al giovinetto Alessandro—l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano di istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana... d'istituzione umana!—Il giovinetto, benchè colpito profondamente dal vedere un curato che in una cosa di religione faceva dipendere il sì o il no da riguardi affatto umani, e, se occorreva, affrontava gli ordini con una menzogna; ebbe l'ingenuità di domandargli, se quanto aveva risposto nell'esame corrispondeva veramente alle sue convinzioni.—Oh giusto!—soggiunse don Abbondio:—a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia; ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir messa.—Il Manzoni volle arrischiare qualche osservazione; ma il curato tagliò corto con questa sentenza:—Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro.—Non vi pare che in questa sentenza ci sia un intero programma di saper vivere, di saper navigare, come si dice? che vi sia insomma scolpito vivo vivo il don Abbondio de'Promessi Sposi? Mettetelo in faccia ai bravi, sotto le minaccie di don Rodrigo; poi sappiatemi dire se il Manzoni ha studiato sul vero fin da quando era giovinetto». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature, Milano, tip. Bernardoni, 1874; pp. 143-148.Ne svelerò il nome: era don Alessandro Bolis, curato di Germanedo, piccolo paesello in vicinanza del Caleotto, la villa avita del Manzoni.[230]E basta così, mi pare anche dopo che ho saputo la tua intenzione di fare un ritratto. Attaccherei alle parole:Se ogni uomo... utopisti più confidenti, ecc. [Postilla del Visconti].[231]1 Prete Serafino Morazzone o Morazone non è un essere immaginario: ha vissuto e fu amico del Manzoni, tra le cui carte ho trovato questa letterina che ricevette da lui: «Ill.ᵐᵒ Signore, Francesco Polvara di Pescarenico, sapendo il buono affetto che V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ ha per me, desidera che faccia buon ufficio presso di Lei acciò gli rilascia o tutto o in parte ciò che gli deve per certa compra fatta colla felice memoria del di Lei padre. Ascoltate le di lui ragioni su questo, mi dice che la compra è stata fuor di modo alterata; ma, aggiungendo io che bisognava avvertire nel far la compra, mi dice che abbisogna adesso di carità, non potendo pagare per varii infortunii, e dicendo che tocca alla sigurtà; e dicendogli io che tocca agli eredi, mi disse che son sei figli pupilli. A questi vorrei giovare:Pupilo tu eris adjutor. Ma non vorrei neppure il danno di V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ che però la prego ad informarsi se veramente la compra è stata fuor di modo alterata, come esso dice e fare quello che il Sig.ͬ Iddio le ispira. La prego de' miei ossequiosi saluti al Sig.ͬ Canonico [Luigi Tosi], alla Sig.ᵃ di Lei Madre, alla di Lei Sig.ᵃ Moglie ed alla Sig.ᵃ Ospite, e raccomandandomi alle loro orazioni mi dico con ogni rispetto e stima di V.ᵃ Sig.ᵃ Ill.ᵐᵃ affezionatissima per servirla PreteSerafino Morazonecurato di Chiuso». Non ha data, ma è anteriore al 1818, nel qual anno, l'11 di novembre, per contratto rogato dal notaio Innocenzo Valsecchi, il Manzoni vendette la sua villa del Caleotto ed i beni che possedeva ne' Comuni di Lecco, Castello ed Acquate per la somma di lire centocinquemila italiane.[232]Lascerei i paternostri del curato. Era padrone di casa ed è impossibile che non avesse da esercitare allora l'ospitalità della parola; circostanza utile a dirsi, ma da non escludersi implicitamente. [Postilla del Visconti].[233]di tutto questo guazzabuglio?Capisco,ma ce que vous pensez vaut mieux que ce que vous avez dit. [Postilla del Visconti].[234]Questo brano è tratto dal capitolo II del tomo III. (Ed.)[235]Lascerei come inutile questo periodetto, o almeno l'avvertenza che il curato amava rispondere con testi di Scrittura. [Postilla del Visconti].[236]Qui termina il capitolo II del tomo III. (Ed.)[237]La fatica di viaggiare lontano tre miglia è troppo poca rosa per farne conto. [Postilla del Visconti].[238]La rabbia di Scilla e i sassi de' Ciclopi fanno un'ironia che mi pare fuor di luogo, perchè il resto è affare serio. [Postilla del Visconti].[239]Direi sacrilega sconoscenza. [Postilla del Visconti].[240]Direi cavalcatura. [Postilla del Visconti].[241]Cercò di Tommaso e gli disse. L'avvertenza sul bel sesso ha un non so come del meschino: cercare di Tommaso va bene e indica delicatamente ciò che espresso mi pare che non faccia buon effetto: molto più perchè è una replica di ciò che dici benissimo sul modo con cui il Cardinale dava udienza alle donne. [Postilla del Visconti].[242]Decrepita è troppo: direi un'idea più temperata con qualche altro termine. [Postilla del Visconti].[243]Segue, cancellato: «si fermò ad un villaggio vicino». (Ed.)[244]Questo brano è il principio del capitolo III del tomo III. (Ed.)
[194]Qui seguita a raccontare il viaggio d'Agnese, la sua andata al convento in cerca del Padre Cristoforo, e come il conte zio fosse riuscito a farlo andare da Pescarenico a Palermo. Nella seconda minuta e nel testo definitivo invece lo fa andare e Rimini. Ecco un saggio di quello che scrive nella prima minuta: «Noi torneremo indietro con la buona donna verso le nostre montagne, lasciando andare lo sciagurato Egidio al suo viaggio. Quando Agnese si trovò al punto dove la strada che conduceva al suo tugurio si divideva da quella che dovevan fare i pescivendoli per giungere a casa loro, cioè quando ebbe passato il ponte dell'Adda, scese di carretto e preso il suo fardello cominciò a piedi le due miglia che le restavano di viaggio, camminando non senza sospetto. Si confortava però pensando che Don Rodrigo non l'avrebbe voluta far rapire, e che non sarebbe nemmeno stato tanto scellerato da farle far male alcuno senza suo profitto. Giunta vicino a casa, v'andò, quanto più celatamente potè, per viottoli, e infatti non fu scorta da veruno; picchiò, le fu aperto da quella sua cognata, che stava a guardare la casa, trovò le cose in ordine; chiese novelle del Padre Cristoforo alla cognata, che non potè rispondergli se non che da quel primo giorno non lo aveva più veduto comparire; e dopo d'avere esitato qualche momento, si fece animo e prese la via del convento. Tutta ansiosa si fece alla porta e tirò il campanello, al suono del quale ecco venire un occhio ad una picciola grata della porta e spiare chi sia arrivato, si alza un saliscendo, si apre mezza la porta, e al luogo dell'apertura un lungo, vecchio e magro frate portinajo, con la barba bianca sul petto, che dice:—Chi cercate, buona donna?—Il Padre Cristoforo.—Non c'è.—Starà molto a tornare?—Mah!—Dov'è andato?—A Palermo.—A?—A Palermo, ripetè posatamente il frate portinajo.—Dov'è questo luogo? domandò di nuovo Agnese.—Eh! hee! rispose il portinajo, stendendo il braccio e la mano destra e trinciando l'aria verticalmente, per significare una lunga distanza.—Oh diavolo! sclamò Agnese.—Ohibò? buona donna, disse pacatamente il frate; che c'entra colui? non chiamatelo qui fra di noi, che poniamo ogni cura per tenerlo lontano.—Ha ragione, padre; ma io sto fresca.—Bisogna aver pazienza, rispose il frate, ritirandosi per richiudere la porta.—Ma, disse Agnese in fretta, ritenendolo, che cosa è andato a fare in quel paese?—A predicare, rispose il cappuccino.—Ma perchè è andato via così all'improvviso senza dirmi niente?—Gli è venuta l'obbidienza dal Padre Provinciale.—E perchè l'hanno mandato lui, che aveva da far qui, e non un altro?—Se i superiori dovessero render ragione degli ordini che danno non vi sarebbe obbedienza.—Va benissimo, ma questa è la mia ruina.—Ci vuol pazienza, buona donna. Pensate al contento che proveranno quei di Palermo a sentirlo predicare: perchè, vedete, il Padre Cristoforo è cima di predicatori; è un santo padre in pulpito.—Oh il bel sollievo per me!—Vedete; se v'è qualche altro nostro padre che possa tenervi luogo di lui, rendervi qualche servizio, nominatelo, e lo andrò a chiamare.—Oh Santa Maria! rispose Agnese, con quella riconoscenza mista di stizza che fa nascere una offerta dove si trovi più di buona volontà che di convenienza: chi ho da far chiamare se non conosco nessuno: quegli sapeva tutti i fatti miei, mi dava tutti i pareri, aveva amore per noi poveretti.—Dunque abbiate pazienza, rispose di nuovo il frate, disponendosi ancora a partire....—Ma, ma.... domandò ancora Agnese, quando sarà di ritorno?.... così a un dispresso?—Mah! rispose il frate. Quando avrà terminato il quaresimale, cioè a Pasqua, aspetterà un'altra obbedienza, per sapere se deve restar là dov'è andato, o tornar qui, o portarsi ad un altro luogo, dove comanderanno i superiori, perchè, vedete, noi abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.—Oh la bella storia! sclamò Agnese.—Questo è quello che vi posso dire, rispose il frate, chiudendo questa volta la porta sul volto ad Arnese; la quale, dopo esser rimasta ivi un qualche tempo come smemorata, riprese tristamente la via della sua casa, pensando come potrebbe riparare una tanta perdita, e arzigogolando i motivi di una sì subitanea disparizione, senza poter mai venire ad una congettura un po' soddisfacente». (Ed.)
[194]Qui seguita a raccontare il viaggio d'Agnese, la sua andata al convento in cerca del Padre Cristoforo, e come il conte zio fosse riuscito a farlo andare da Pescarenico a Palermo. Nella seconda minuta e nel testo definitivo invece lo fa andare e Rimini. Ecco un saggio di quello che scrive nella prima minuta: «Noi torneremo indietro con la buona donna verso le nostre montagne, lasciando andare lo sciagurato Egidio al suo viaggio. Quando Agnese si trovò al punto dove la strada che conduceva al suo tugurio si divideva da quella che dovevan fare i pescivendoli per giungere a casa loro, cioè quando ebbe passato il ponte dell'Adda, scese di carretto e preso il suo fardello cominciò a piedi le due miglia che le restavano di viaggio, camminando non senza sospetto. Si confortava però pensando che Don Rodrigo non l'avrebbe voluta far rapire, e che non sarebbe nemmeno stato tanto scellerato da farle far male alcuno senza suo profitto. Giunta vicino a casa, v'andò, quanto più celatamente potè, per viottoli, e infatti non fu scorta da veruno; picchiò, le fu aperto da quella sua cognata, che stava a guardare la casa, trovò le cose in ordine; chiese novelle del Padre Cristoforo alla cognata, che non potè rispondergli se non che da quel primo giorno non lo aveva più veduto comparire; e dopo d'avere esitato qualche momento, si fece animo e prese la via del convento. Tutta ansiosa si fece alla porta e tirò il campanello, al suono del quale ecco venire un occhio ad una picciola grata della porta e spiare chi sia arrivato, si alza un saliscendo, si apre mezza la porta, e al luogo dell'apertura un lungo, vecchio e magro frate portinajo, con la barba bianca sul petto, che dice:
—Chi cercate, buona donna?
—Il Padre Cristoforo.
—Non c'è.
—Starà molto a tornare?
—Mah!
—Dov'è andato?
—A Palermo.
—A?
—A Palermo, ripetè posatamente il frate portinajo.
—Dov'è questo luogo? domandò di nuovo Agnese.
—Eh! hee! rispose il portinajo, stendendo il braccio e la mano destra e trinciando l'aria verticalmente, per significare una lunga distanza.
—Oh diavolo! sclamò Agnese.
—Ohibò? buona donna, disse pacatamente il frate; che c'entra colui? non chiamatelo qui fra di noi, che poniamo ogni cura per tenerlo lontano.
—Ha ragione, padre; ma io sto fresca.
—Bisogna aver pazienza, rispose il frate, ritirandosi per richiudere la porta.
—Ma, disse Agnese in fretta, ritenendolo, che cosa è andato a fare in quel paese?
—A predicare, rispose il cappuccino.
—Ma perchè è andato via così all'improvviso senza dirmi niente?
—Gli è venuta l'obbidienza dal Padre Provinciale.
—E perchè l'hanno mandato lui, che aveva da far qui, e non un altro?
—Se i superiori dovessero render ragione degli ordini che danno non vi sarebbe obbedienza.
—Va benissimo, ma questa è la mia ruina.
—Ci vuol pazienza, buona donna. Pensate al contento che proveranno quei di Palermo a sentirlo predicare: perchè, vedete, il Padre Cristoforo è cima di predicatori; è un santo padre in pulpito.
—Oh il bel sollievo per me!
—Vedete; se v'è qualche altro nostro padre che possa tenervi luogo di lui, rendervi qualche servizio, nominatelo, e lo andrò a chiamare.
—Oh Santa Maria! rispose Agnese, con quella riconoscenza mista di stizza che fa nascere una offerta dove si trovi più di buona volontà che di convenienza: chi ho da far chiamare se non conosco nessuno: quegli sapeva tutti i fatti miei, mi dava tutti i pareri, aveva amore per noi poveretti.
—Dunque abbiate pazienza, rispose di nuovo il frate, disponendosi ancora a partire....
—Ma, ma.... domandò ancora Agnese, quando sarà di ritorno?.... così a un dispresso?
—Mah! rispose il frate. Quando avrà terminato il quaresimale, cioè a Pasqua, aspetterà un'altra obbedienza, per sapere se deve restar là dov'è andato, o tornar qui, o portarsi ad un altro luogo, dove comanderanno i superiori, perchè, vedete, noi abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.
—Oh la bella storia! sclamò Agnese.
—Questo è quello che vi posso dire, rispose il frate, chiudendo questa volta la porta sul volto ad Arnese; la quale, dopo esser rimasta ivi un qualche tempo come smemorata, riprese tristamente la via della sua casa, pensando come potrebbe riparare una tanta perdita, e arzigogolando i motivi di una sì subitanea disparizione, senza poter mai venire ad una congettura un po' soddisfacente». (Ed.)
[195]Punto fermo. [Postilla del Visconti.]
[195]Punto fermo. [Postilla del Visconti.]
[196]Parla del cadavere della monaca uccisa, che era stato da Egidio trasportato nella sua cantina e lì seppellito. Il Ripamonti scrive: «Ancilla monasterii una, quae horto forte jurgis projecerat scire se aliquid, et in tempore patefacturum, impacto in occiput scabello, intra eamdem scelerum omnium officinam, hoc est in Dominae conclavi exanimatur, et corpore occultato, datur, volgaturque fama tamquam silentio noctis ipsa aufugisset». Sentiamone il racconto dalla bocca stessa della Signora. Ecco quello che confessò nel processo: «Narrerò il fatto di questa Caterina, donna dissoluta e mezza matta. Essendo venute molte volte le monache in parere di rimandarla, fu trattenuta per compassione, in grazia mia, credendo che si potesse emendare. Essendo occorso che essa facesse ingiuria a suor Degnamerita, procurai fosse messa prigione, con compartecipazione della Madre [Badessa] e del confessore: ciò fu in tempo che monsig. Barca doveva venire al monastero a mutare gli offici. La Caterina, essendo in prigione, cominciò a dire che voleva comunicare molte cose di me e delle altre; ed accadde che essendosi quella sera introdotto l'Osio [l'Egidio manzoniano], gli fu da quelle monache riferito ciò che la Caterina andava minacciando. Io mi avviai alla sua volta per placarla, col lume in mano, lontana da ogni malo pensiero, avendo in compagnia Ottavia [Ricci], Candida [Trotti de' Biancolini] e Silvia [Casati]. Ci presentammo alla finestra che guarda in giardino, la quale è bassa fino alla cintura; trovai che suor Benedetta [Omati] m'aveva preceduta e stava ragionando colla prigioniera. N'ebbi aiuto ad entrare, poi entrarono le altre, ultimo l'Osio. Dissi allora alla Caterina—odi!—e volevo aggiungere che non parlasse e fosse sicura che avrei procurato di farla restare; ma lei rispondendomi superbamente: non voglio più udire le vostre ciancie e intendo di essere la rovina di noi e del vostro moroso: domattina verrete voi a star qui in vece mia—l'Osio, trasportato dalla collera, le diede con una cosa due o tre volte sulla testa, onde essa all'istante morì. Nè io, nè le altre eravamo consapevoli di ciò che egli era per commettere sulla persona della Caterina».Della medesima conversa Caterina Cassini, detta da Meda, dal paese nativo, così descrive la morte suor Benedetta Omati: «Stando io per mie faccende in giardino a dir l'offizio, la Caterina mi domandò dalla finestra del luogo dove era stata rinchiusa, che risponde appunto al giardino, pregandomi che andassi a lei, perchè aveva paura; le risposi che non potevo; tuttavia, circa alle due di notte, andai a lei, colla quale stetti un pezzo, parlando del mal tempo, che era tuoni, pioggia, losnata [lampi]; e in quel mentre sopravvenivano suor Virginia, [la Signora] e suor Ottavia. La Caterina disse che non voleva più ciance da lei, e che la mattina seguente avrebbe sentito. In quel tratto era capitato anche l'Osio, e appena lo vidi, che un piè di bicocca, che aveva in mano, diede egli sul capo della giacente, che per quelle botte morì senza dir niente, chè le diede dalla parte di dietro, e le ruppe anche la testa, onde escì sangue e restò imbrattato il suddetto piede di legno, ch'io poi lavai». Questo piede «era quadro, largo nel fondo, che andava stringendosi in forma di diamante, ed era di un legno che tirava al rosso».Suor Ottavia Ricci, alla sua volta, confessa: «Dirò per la verità, che avendo quella Caterina fatta andar in collera suor Degnamerita, che era la carissima di suor Virginia, questa, per risentimento, la fece metter prigione; per il che la Caterina si prese a dir male di suor Virginia, di suor Benedetta e di me intorno a' particolari dell'Osio, ed in ispezialità che intendeva uscir lei di prigione e farvi metter noi, palesando ogni cosa. Lo che avendo inteso Giampaolo [Osio], che si trovava nel monastero, secondo il solito, presso suor Virginia, ed intendendo che monsig. Barca stava per venire e l'avrebbe levata di castigo, si risolvette di ammazzarla; e, così, a mezzanotte suor Benedetta andò dalla Caterina nella camera ov'era detenuta e cominciò a parlar seco, poi vi andò suor Virginia e, dietro lei, io; sopraggiunse Giampaolo, che avendo un piede di bicocca, da lui tolto nel laboratorio delle monache, dov'era stato messo prima del ritiro, ne diè due o tre colpi nella coppa della Caterina, che stava sdraiata su d'un pagliericcio, e così l'ammazzò, che morì subito alla nostra presenza; e morta la portassimo nel pollaro, aiutando tutte; e suor Benedetta ed io la drizzassimo in piedi in un cantone e le appoggiassimo contro de' legni assai, perchè non potesse esser vista..... La Caterina così morta stette lì tutto il giorno seguente: venuta la notte, tornò l'Osio e, coll'aiuto di suor Benedetta, portò il cadavere a casa sua».Suor Benedetta in un altro interrogatorio soggiunge: credo che Candida e Silvia vedessero quando si accomodò il cadavere nel pollaro: tutte e due aiutarono a portarlo fuori del monastero, cioè sin alla porta. Io aiutai a trasportarlo sino alla casa dell'Osio». Suor Silvia depose: «L'Osio la notte seguente tornò, secondo il solito, perchè aveva le chiavi contraffatte; e andando tutte noi soprannominate al pollaro, fu messo dall'Osio il corpo in un sacco, portato da lui, coll'aiuto di suor Benedetta, in casa propria, e seppellitovi in una cantina, per quanto asserì suor Benedetta». (Ed.)
[196]Parla del cadavere della monaca uccisa, che era stato da Egidio trasportato nella sua cantina e lì seppellito. Il Ripamonti scrive: «Ancilla monasterii una, quae horto forte jurgis projecerat scire se aliquid, et in tempore patefacturum, impacto in occiput scabello, intra eamdem scelerum omnium officinam, hoc est in Dominae conclavi exanimatur, et corpore occultato, datur, volgaturque fama tamquam silentio noctis ipsa aufugisset». Sentiamone il racconto dalla bocca stessa della Signora. Ecco quello che confessò nel processo: «Narrerò il fatto di questa Caterina, donna dissoluta e mezza matta. Essendo venute molte volte le monache in parere di rimandarla, fu trattenuta per compassione, in grazia mia, credendo che si potesse emendare. Essendo occorso che essa facesse ingiuria a suor Degnamerita, procurai fosse messa prigione, con compartecipazione della Madre [Badessa] e del confessore: ciò fu in tempo che monsig. Barca doveva venire al monastero a mutare gli offici. La Caterina, essendo in prigione, cominciò a dire che voleva comunicare molte cose di me e delle altre; ed accadde che essendosi quella sera introdotto l'Osio [l'Egidio manzoniano], gli fu da quelle monache riferito ciò che la Caterina andava minacciando. Io mi avviai alla sua volta per placarla, col lume in mano, lontana da ogni malo pensiero, avendo in compagnia Ottavia [Ricci], Candida [Trotti de' Biancolini] e Silvia [Casati]. Ci presentammo alla finestra che guarda in giardino, la quale è bassa fino alla cintura; trovai che suor Benedetta [Omati] m'aveva preceduta e stava ragionando colla prigioniera. N'ebbi aiuto ad entrare, poi entrarono le altre, ultimo l'Osio. Dissi allora alla Caterina—odi!—e volevo aggiungere che non parlasse e fosse sicura che avrei procurato di farla restare; ma lei rispondendomi superbamente: non voglio più udire le vostre ciancie e intendo di essere la rovina di noi e del vostro moroso: domattina verrete voi a star qui in vece mia—l'Osio, trasportato dalla collera, le diede con una cosa due o tre volte sulla testa, onde essa all'istante morì. Nè io, nè le altre eravamo consapevoli di ciò che egli era per commettere sulla persona della Caterina».
Della medesima conversa Caterina Cassini, detta da Meda, dal paese nativo, così descrive la morte suor Benedetta Omati: «Stando io per mie faccende in giardino a dir l'offizio, la Caterina mi domandò dalla finestra del luogo dove era stata rinchiusa, che risponde appunto al giardino, pregandomi che andassi a lei, perchè aveva paura; le risposi che non potevo; tuttavia, circa alle due di notte, andai a lei, colla quale stetti un pezzo, parlando del mal tempo, che era tuoni, pioggia, losnata [lampi]; e in quel mentre sopravvenivano suor Virginia, [la Signora] e suor Ottavia. La Caterina disse che non voleva più ciance da lei, e che la mattina seguente avrebbe sentito. In quel tratto era capitato anche l'Osio, e appena lo vidi, che un piè di bicocca, che aveva in mano, diede egli sul capo della giacente, che per quelle botte morì senza dir niente, chè le diede dalla parte di dietro, e le ruppe anche la testa, onde escì sangue e restò imbrattato il suddetto piede di legno, ch'io poi lavai». Questo piede «era quadro, largo nel fondo, che andava stringendosi in forma di diamante, ed era di un legno che tirava al rosso».
Suor Ottavia Ricci, alla sua volta, confessa: «Dirò per la verità, che avendo quella Caterina fatta andar in collera suor Degnamerita, che era la carissima di suor Virginia, questa, per risentimento, la fece metter prigione; per il che la Caterina si prese a dir male di suor Virginia, di suor Benedetta e di me intorno a' particolari dell'Osio, ed in ispezialità che intendeva uscir lei di prigione e farvi metter noi, palesando ogni cosa. Lo che avendo inteso Giampaolo [Osio], che si trovava nel monastero, secondo il solito, presso suor Virginia, ed intendendo che monsig. Barca stava per venire e l'avrebbe levata di castigo, si risolvette di ammazzarla; e, così, a mezzanotte suor Benedetta andò dalla Caterina nella camera ov'era detenuta e cominciò a parlar seco, poi vi andò suor Virginia e, dietro lei, io; sopraggiunse Giampaolo, che avendo un piede di bicocca, da lui tolto nel laboratorio delle monache, dov'era stato messo prima del ritiro, ne diè due o tre colpi nella coppa della Caterina, che stava sdraiata su d'un pagliericcio, e così l'ammazzò, che morì subito alla nostra presenza; e morta la portassimo nel pollaro, aiutando tutte; e suor Benedetta ed io la drizzassimo in piedi in un cantone e le appoggiassimo contro de' legni assai, perchè non potesse esser vista..... La Caterina così morta stette lì tutto il giorno seguente: venuta la notte, tornò l'Osio e, coll'aiuto di suor Benedetta, portò il cadavere a casa sua».
Suor Benedetta in un altro interrogatorio soggiunge: credo che Candida e Silvia vedessero quando si accomodò il cadavere nel pollaro: tutte e due aiutarono a portarlo fuori del monastero, cioè sin alla porta. Io aiutai a trasportarlo sino alla casa dell'Osio». Suor Silvia depose: «L'Osio la notte seguente tornò, secondo il solito, perchè aveva le chiavi contraffatte; e andando tutte noi soprannominate al pollaro, fu messo dall'Osio il corpo in un sacco, portato da lui, coll'aiuto di suor Benedetta, in casa propria, e seppellitovi in una cantina, per quanto asserì suor Benedetta». (Ed.)
[197]Segue, cancellato: «Oh questa lasciatemela; mi diventa preziosa; e quando un altro pensiero verrà a tormentarmi, avrò almeno una consolazione a guardarla, e a dire fra me: ecco, anche questa l'avrei dovuta sacrificare, ed è qui.—Bene, disse Egidio con uno sdegno, in parte vero, in parte diabolicamente affettato: bene, non ne facciamo più». (Ed.)
[197]Segue, cancellato: «Oh questa lasciatemela; mi diventa preziosa; e quando un altro pensiero verrà a tormentarmi, avrò almeno una consolazione a guardarla, e a dire fra me: ecco, anche questa l'avrei dovuta sacrificare, ed è qui.
—Bene, disse Egidio con uno sdegno, in parte vero, in parte diabolicamente affettato: bene, non ne facciamo più». (Ed.)
[198]Mi pare che la risposta di Geltrude potrebbe esprimere questi sentimenti: Io amarla! non so nemmen io—è un falegname che scrive—se l'amo, o se l'odio. Alle volte vorrei abbracciarla, un momento dopo non la posso soffrire. E dire Geltrude, alla rinfusa, che Lucia è buona, che è superba, che la vorrebbe veder sposa di Fermo, che le fa rabbia, che quando parla della sua innocenza—e ne parla ad ogni tratto—essa le crede; eppure le pare che quella Lucia la guardi con certi occhi come se sapesse qualche cosa, e fingendo rispetto, volesse insultare.L'ho accolta, sapete, ecc. [Postilla del Visconti].
[198]Mi pare che la risposta di Geltrude potrebbe esprimere questi sentimenti: Io amarla! non so nemmen io—è un falegname che scrive—se l'amo, o se l'odio. Alle volte vorrei abbracciarla, un momento dopo non la posso soffrire. E dire Geltrude, alla rinfusa, che Lucia è buona, che è superba, che la vorrebbe veder sposa di Fermo, che le fa rabbia, che quando parla della sua innocenza—e ne parla ad ogni tratto—essa le crede; eppure le pare che quella Lucia la guardi con certi occhi come se sapesse qualche cosa, e fingendo rispetto, volesse insultare.L'ho accolta, sapete, ecc. [Postilla del Visconti].
[199]Orrendo concilionon mi garba. [Postilla del Visconti].
[199]Orrendo concilionon mi garba. [Postilla del Visconti].
[200]Segue, cancellato: «Noi ve la lasciamo senza pur curarci di saper ciò che passasse allora nel suo cuore, lieti di abbandonare questa donna, di perderla di vista fino al tempo in cui potremo finalmente rappresentarla affatto mutata, al tempo in cui ella avrà di sè stessa il sentimento che la sua condotta fa nascere in altrui; l'orrore ch'ella avrà di sè stessa potrà cangiare in compassione quello ch'ella ha ispirato». Ciò che si legge nel testo fu aggiunto dal M. in un foglio a parte, segnato X. (Ed.)
[200]Segue, cancellato: «Noi ve la lasciamo senza pur curarci di saper ciò che passasse allora nel suo cuore, lieti di abbandonare questa donna, di perderla di vista fino al tempo in cui potremo finalmente rappresentarla affatto mutata, al tempo in cui ella avrà di sè stessa il sentimento che la sua condotta fa nascere in altrui; l'orrore ch'ella avrà di sè stessa potrà cangiare in compassione quello ch'ella ha ispirato». Ciò che si legge nel testo fu aggiunto dal M. in un foglio a parte, segnato X. (Ed.)
[201]Il fabbro, «dopo d'aver contraffatto più di cinquanta chiavi delle varie porte del monastero, fu tanto imprudente di svelare il suo segreto, ed ebbe per ricompensa un'archibugiata nel petto. Egli fu trovato morto per la via. Questo assassinio, nel quale non entra come complice diretta alcuna monaca del convento di S. Margherita, prova che era costume di Gio. Paolo Osio di agire per le spiccie, sbarazzando il terreno di qualsiasi incomodo testimonio». Cfr.Zerbi L.La Signora di Monza nella storia; inArchivio storico lombardo, ann. XVII, pp. 714-715.
[201]Il fabbro, «dopo d'aver contraffatto più di cinquanta chiavi delle varie porte del monastero, fu tanto imprudente di svelare il suo segreto, ed ebbe per ricompensa un'archibugiata nel petto. Egli fu trovato morto per la via. Questo assassinio, nel quale non entra come complice diretta alcuna monaca del convento di S. Margherita, prova che era costume di Gio. Paolo Osio di agire per le spiccie, sbarazzando il terreno di qualsiasi incomodo testimonio». Cfr.Zerbi L.La Signora di Monza nella storia; inArchivio storico lombardo, ann. XVII, pp. 714-715.
[202]Lo speziale Ranieri Soncino, che somministrava le medicine nelle frequenti malattie della Signora, fu ucciso nella sua bottega con un'archibugiata, e gliela sparò, per incarico di Giampaolo, Camillo detto il Rosso, uno degli scherani di quello scellerato. Domenico Ferrari, fattore del monastero, che lo riconobbe mentre fuggiva commesso il misfatto, interrogato nel processo «quai discorsi tenesse la mattina seguente colle monache, relativamente al fatto, rispose che le più piangevano, che suor Virginia gli mostrò dispiacere che nominasse l'Osio in quella occisione, anzi, sdegnata, lo fece cacciare issofatto insieme colla moglie dai servigi del monastero». Cfr.Dandolo T.La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo XVII. Milano, 1855; p. 39. (Ed.)
[202]Lo speziale Ranieri Soncino, che somministrava le medicine nelle frequenti malattie della Signora, fu ucciso nella sua bottega con un'archibugiata, e gliela sparò, per incarico di Giampaolo, Camillo detto il Rosso, uno degli scherani di quello scellerato. Domenico Ferrari, fattore del monastero, che lo riconobbe mentre fuggiva commesso il misfatto, interrogato nel processo «quai discorsi tenesse la mattina seguente colle monache, relativamente al fatto, rispose che le più piangevano, che suor Virginia gli mostrò dispiacere che nominasse l'Osio in quella occisione, anzi, sdegnata, lo fece cacciare issofatto insieme colla moglie dai servigi del monastero». Cfr.Dandolo T.La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo XVII. Milano, 1855; p. 39. (Ed.)
[203]Sotto buona scorta, venne condotta a Milano nel monastero del Bocchetto, dove anche lì era professata la regola di S. Benedetto (Ed.)
[203]Sotto buona scorta, venne condotta a Milano nel monastero del Bocchetto, dove anche lì era professata la regola di S. Benedetto (Ed.)
[204]Suor Benedetta Omati confessò nel processo: «Giampaolo Osio giobbia [giovedì] passato, dopo desinare, mandò a parlarmi un uomo vestito da massaro, da me non conosciuto, il qual mi disse, sendo io alla porta, che l'Osio desiderava sapere se suor Virginia era stata menata via dal monastero; ciò mi scrisse in un biglietto di sua mano; ed io rescrissi sopra un altro bollettino, che suor Virginia era stata condotta a Milano; e che, vedendo quelle cose che si facevano, io desiderava di partirmi da quel monastero e andare in un altro, mi aiutasse e di lì a tre o quattro ore venisse alla muraglia del giardino, che avrei trattato seco circa l'andar via».Nella fuga le fu compagna suor Ottavia Ricci. Costei ne fa questo racconto: «Ier sera, sendo io nel detto monastero, e circa le ore sei, rincrescendomi stare nella mia camera, avendo l'animo inquieto dopo che fu condotta via quella monaca [la Signora], andai nella camera dove stanno suor Candida e suor Degnamerita, e mi spogliavo per andar a letto con suor Silvia, la quale dorme nella medesima camera, e già m'ero cavati li panni e serbata solo la pelizza in dosso, e mi ero cavate anche le calze e il velo di testa, quando venne all'uscio suor Benedetta Omati e mi fece cenno che uscissi: e, uscita, mi disse:—Io voglio ad ogni modo fuggire, ed ho fatto venire l'Osio che mi meni via.—Le risposi che non dovesse fare questa pazzia. Mi replicò che fuggissi anch'io con lei, altrimenti sarebbe stata pazzia la mia, e si avviò abbasso per la scala della chiesa, ed io le corsi dietro per trattenerla, e le domandai dov'era l'Osio; ed essa mi disse:—Vien con me, che lo vedrai; ha di già cominciato a rompere la muraglia.—E mentre passavano questi ragionamenti tra lei e me, nel fondo della scala mi misi le calzette, che aveva portato meco, e così mi condussi in giardino al luogo dove aveva cominciato a rompere la muraglia dalla parte del portone dei carri; e quando fussimo là, suor Benedetta, parlando all'Osio, che era di fuori:—Non sapete che suor Ottavia non vuol venire?—E il signor Giampaolo rispose:—Faccino loro, ma, per quel che sento dire, di certo hanno la testa in compromesso.—Intanto suor Benedetta continuava ad allargare il buco, levando via dei quadrelli, e l'Osio aiutava per di fuori, replicando entrambi tanti spaventi, che mi disposero a fuggire; dicendomi l'Osio, che se ripugnavo per esser monaca, per la confidenza che aveva in lui mi avrebbe messa in un monastero di Bergamo. Fatta questa risoluzione, andai nella mia cella, mi finii di vestire e tornata al buco escii con suor Benedetta. Abbiamo camminato un pezzo per di dentro, lungo le mura di Monza, sin che siamo arrivati ad un luogo dove era rotta la muraglia, che si chiama Carabiolo, per quanto disse Giampaolo; e di là siamo calati giù e ci siamo avanzati per una strada, che alle volte trovava il Lambro, alle volte lo perdeva; e andassimo alla chiesa della Madonna delle Grazie, onde io persuasi che c'inginocchiassimo e dimandassimo grazia alla Madonna che ci accompagnasse, e così facessimo sulla porta grande della chiesa, e dicessimo sette volte laSalve Regina, e partiti ci avviassimo per una strada dietro al Lambro, e dopo siamo giunti in un luogo da cui si dipartivano tre vie: e domandando io all'Osio dove menassero, rispose che una andava verso la Santa, l'altra a Velà, ed io soggiunsi che non volevo andare per vie pubbliche; e così ci condusse per la terza, e di nuovo arrivassimo al Lambro».Qui avvenne un caso atrocissimo. Udiamone il racconto dalla bocca di suor Benedetta: «Dietro il fiume, dove era un zappello, l'Osio gettò in acqua suor Ottavia, la quale era in mezzo tra noi, e la sentii dire:—Oh! la è questa la maniera?—ed io corsi per darle mano ed aiutarla, ma l'Osio, cavato l'archibugio di sotto il ferraiuolo, ne diede molte percosse sulla testa di suor Ottavia, la qual gridava, invocando la Madonna. Io mi ritirai lontano, per paura che mi dasse, e mi misi a piangere; poi, lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio».Non era morta. «L'Osio mi ha cominciato a dare» (son parole di quell'infelice); «mi ha cominciato a dare ed io gridava:—Santa Maria di Loreto aiutatemi! ed esso mi tempestava perchè gridavo, così credo io; e mi ferì non so quante volte sulla testa. Io gli diceva:—La Madonna vi gastigherà!—per cui temeva volesse spararmi l'archibugio nella vita, mentre gliel vidi cavar di sotto il ferraiuolo, ma mi diè solo, come ho detto; e volendomi io riparare colla mano, me l'ha tutta rotta. Intanto che l'Osio mi dava, suor Benedetta si ritirò un po' lontano, dicendo:—Non fate queste cose!—e penso si scostasse per paura, o forse perchè doveva aver visto gente venire. Quando l'Osio si accorse che io taceva, forse credette che fossi morta; ma io taceva perchè non mi dasse più. Non vidi più nè l'uno, nè l'altra, chè l'acqua mi andava tirando in giù; e così son giunta, con l'aiuto della Beata Vergine, la qual pregavo che non mi lasciasse morire in quel peccato, ma mi concedesse tempo di potermi confessare; son giunta, dico, nuotando, sino al luogo dove mi hanno trovata. Là ho ben gridato: aiutatemi! Ma non mi sentirono, o non mi vollero sentire, onde vi giacqui tre ore, sino a giorno, che poi venuto un contadino che sta in quelle case, al quale mi scopersi che ero monaca di Santa Margherita e lo pregai che mi tenesse fino a notte, ma nè lui, nè li suoi hanno voluto, e mi scacciarono, dandomi solamente un bastone su cui appoggiarmi; e mi trascinai fino alla chiesa delle Grazie». Di lì fu trasportata in carrozza al monastero di Sant'Orsola in Monza. Gio. Ambrogio Vimercati,barbitonsor et chirurgus, prese a esaminare e curare le sue ferite, che erano ventitrè; tutta la cute si vedeva staccata dalla carne e l'intiero capo formava una sola piaga. Restò inferma dal 30 novembre al 26 decembre del 1607; nel qual giorno «circa XIV hora» finirono i suoi patimenti. Moribonda dichiarò: «Se da prima negai alcuna cosa non era per altro che per non iscoprire me stessa ed anche ciò che aveva fatto suor Virginia, per la quale avrei messa la vita, come ce la metto, sendo per questa causa in punto di morte; il che mi ha mosso a sgravare la mia coscienza, altrimenti mi sarei lasciata cavar il sangue, piuttosto che palesar le cose che ho palesate».Torniamo a suor Benedetta Omati. È lei che parla:«Lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio dietro il Lambro, e per traversi arrivassimo ad una casa deserta, lontana da Monza cinque o sei miglia.... Ne trovassimo la porta aperta e non vedessimo alcuno.... Vi stetti il rimanente di quella notte e tutto il giorno seguente, che fu venerdì, sempre sola: non vidi l'Osio se non una volta, che venne a portarmi pane, formaggio ed un fiaschetto di vino: ma non volli bere, nè mangiare, dubitando che fosse tossicato, per quel che l'aveva veduto fare a suor Ottavia. Tornò l'Osio alle quattro ore di notte e mi disse che dovevamo andare altrove; e dopo che avessimo camminato un tre miglia per traversi, arrivassimo in una campagna, dov'è un boschetto, ed entrata dentro, vidi un pozzo, nel qual gettai un sasso senza che lo sentissi arrivar al fondo; ed esso, venutomi presso, mi diede uno spintone, per gettarmi giù; ma, grazie al Signore, non caddi, e fuggendo, esso Osio mi corse dietro, mi afferrò per un braccio, mi trascinò al detto pozzo e mi vi precipitò. Nella caduta diedi sulli sassi alla parte sinistra e rimasi talmente offesa che mi trovo in malo modo: dopo che fui abbasso, sentii che fu gettato giù un sasso, dal quale restai colta nel ginocchio destro, che v'è rottura; ed al cadere di quel sasso e al romore che fece m'accorsi ch'era grosso, ma nol vidi; e stetti in detto pozzo, che è molto fondo e non ha acqua, ma pietre ed ossi, tutto il rimanente di quella notte, tutto il giorno seguente sin a mezza mattina di ieri, che, gridando aiuto, fui sentita dagli uomini di quella terra [Velate], che mi cavarono..... Mentre stetti nel detto pozzo io gridava solamente venuto il giorno, e non la notte, temendo che di notte venisse l'Osio e mi rovesciasse altri sassi per ammazzarmi, caso mi avesse conosciuta anco viva; e perciò io teneva la testa a riparo di certe pietre grosse ch'erano sporgenti in quel fondo, che è largo». Fu anch'essa trasportata nel monastero di Sant'Orsola a Monza, ed ebbe comune la sorte con suor Candida e suor Silvia, amiche esse pure e complici della Signora. Tutte e tre, il 26 luglio 1609, vennero «fatte murare separatamente dentro ad un carcere per ciascheduna, in perpetuo, per pena, con altre penitenze salutari». (Ed.)
[204]Suor Benedetta Omati confessò nel processo: «Giampaolo Osio giobbia [giovedì] passato, dopo desinare, mandò a parlarmi un uomo vestito da massaro, da me non conosciuto, il qual mi disse, sendo io alla porta, che l'Osio desiderava sapere se suor Virginia era stata menata via dal monastero; ciò mi scrisse in un biglietto di sua mano; ed io rescrissi sopra un altro bollettino, che suor Virginia era stata condotta a Milano; e che, vedendo quelle cose che si facevano, io desiderava di partirmi da quel monastero e andare in un altro, mi aiutasse e di lì a tre o quattro ore venisse alla muraglia del giardino, che avrei trattato seco circa l'andar via».
Nella fuga le fu compagna suor Ottavia Ricci. Costei ne fa questo racconto: «Ier sera, sendo io nel detto monastero, e circa le ore sei, rincrescendomi stare nella mia camera, avendo l'animo inquieto dopo che fu condotta via quella monaca [la Signora], andai nella camera dove stanno suor Candida e suor Degnamerita, e mi spogliavo per andar a letto con suor Silvia, la quale dorme nella medesima camera, e già m'ero cavati li panni e serbata solo la pelizza in dosso, e mi ero cavate anche le calze e il velo di testa, quando venne all'uscio suor Benedetta Omati e mi fece cenno che uscissi: e, uscita, mi disse:—Io voglio ad ogni modo fuggire, ed ho fatto venire l'Osio che mi meni via.—Le risposi che non dovesse fare questa pazzia. Mi replicò che fuggissi anch'io con lei, altrimenti sarebbe stata pazzia la mia, e si avviò abbasso per la scala della chiesa, ed io le corsi dietro per trattenerla, e le domandai dov'era l'Osio; ed essa mi disse:—Vien con me, che lo vedrai; ha di già cominciato a rompere la muraglia.—E mentre passavano questi ragionamenti tra lei e me, nel fondo della scala mi misi le calzette, che aveva portato meco, e così mi condussi in giardino al luogo dove aveva cominciato a rompere la muraglia dalla parte del portone dei carri; e quando fussimo là, suor Benedetta, parlando all'Osio, che era di fuori:—Non sapete che suor Ottavia non vuol venire?—E il signor Giampaolo rispose:—Faccino loro, ma, per quel che sento dire, di certo hanno la testa in compromesso.—Intanto suor Benedetta continuava ad allargare il buco, levando via dei quadrelli, e l'Osio aiutava per di fuori, replicando entrambi tanti spaventi, che mi disposero a fuggire; dicendomi l'Osio, che se ripugnavo per esser monaca, per la confidenza che aveva in lui mi avrebbe messa in un monastero di Bergamo. Fatta questa risoluzione, andai nella mia cella, mi finii di vestire e tornata al buco escii con suor Benedetta. Abbiamo camminato un pezzo per di dentro, lungo le mura di Monza, sin che siamo arrivati ad un luogo dove era rotta la muraglia, che si chiama Carabiolo, per quanto disse Giampaolo; e di là siamo calati giù e ci siamo avanzati per una strada, che alle volte trovava il Lambro, alle volte lo perdeva; e andassimo alla chiesa della Madonna delle Grazie, onde io persuasi che c'inginocchiassimo e dimandassimo grazia alla Madonna che ci accompagnasse, e così facessimo sulla porta grande della chiesa, e dicessimo sette volte laSalve Regina, e partiti ci avviassimo per una strada dietro al Lambro, e dopo siamo giunti in un luogo da cui si dipartivano tre vie: e domandando io all'Osio dove menassero, rispose che una andava verso la Santa, l'altra a Velà, ed io soggiunsi che non volevo andare per vie pubbliche; e così ci condusse per la terza, e di nuovo arrivassimo al Lambro».
Qui avvenne un caso atrocissimo. Udiamone il racconto dalla bocca di suor Benedetta: «Dietro il fiume, dove era un zappello, l'Osio gettò in acqua suor Ottavia, la quale era in mezzo tra noi, e la sentii dire:—Oh! la è questa la maniera?—ed io corsi per darle mano ed aiutarla, ma l'Osio, cavato l'archibugio di sotto il ferraiuolo, ne diede molte percosse sulla testa di suor Ottavia, la qual gridava, invocando la Madonna. Io mi ritirai lontano, per paura che mi dasse, e mi misi a piangere; poi, lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio».
Non era morta. «L'Osio mi ha cominciato a dare» (son parole di quell'infelice); «mi ha cominciato a dare ed io gridava:—Santa Maria di Loreto aiutatemi! ed esso mi tempestava perchè gridavo, così credo io; e mi ferì non so quante volte sulla testa. Io gli diceva:—La Madonna vi gastigherà!—per cui temeva volesse spararmi l'archibugio nella vita, mentre gliel vidi cavar di sotto il ferraiuolo, ma mi diè solo, come ho detto; e volendomi io riparare colla mano, me l'ha tutta rotta. Intanto che l'Osio mi dava, suor Benedetta si ritirò un po' lontano, dicendo:—Non fate queste cose!—e penso si scostasse per paura, o forse perchè doveva aver visto gente venire. Quando l'Osio si accorse che io taceva, forse credette che fossi morta; ma io taceva perchè non mi dasse più. Non vidi più nè l'uno, nè l'altra, chè l'acqua mi andava tirando in giù; e così son giunta, con l'aiuto della Beata Vergine, la qual pregavo che non mi lasciasse morire in quel peccato, ma mi concedesse tempo di potermi confessare; son giunta, dico, nuotando, sino al luogo dove mi hanno trovata. Là ho ben gridato: aiutatemi! Ma non mi sentirono, o non mi vollero sentire, onde vi giacqui tre ore, sino a giorno, che poi venuto un contadino che sta in quelle case, al quale mi scopersi che ero monaca di Santa Margherita e lo pregai che mi tenesse fino a notte, ma nè lui, nè li suoi hanno voluto, e mi scacciarono, dandomi solamente un bastone su cui appoggiarmi; e mi trascinai fino alla chiesa delle Grazie». Di lì fu trasportata in carrozza al monastero di Sant'Orsola in Monza. Gio. Ambrogio Vimercati,barbitonsor et chirurgus, prese a esaminare e curare le sue ferite, che erano ventitrè; tutta la cute si vedeva staccata dalla carne e l'intiero capo formava una sola piaga. Restò inferma dal 30 novembre al 26 decembre del 1607; nel qual giorno «circa XIV hora» finirono i suoi patimenti. Moribonda dichiarò: «Se da prima negai alcuna cosa non era per altro che per non iscoprire me stessa ed anche ciò che aveva fatto suor Virginia, per la quale avrei messa la vita, come ce la metto, sendo per questa causa in punto di morte; il che mi ha mosso a sgravare la mia coscienza, altrimenti mi sarei lasciata cavar il sangue, piuttosto che palesar le cose che ho palesate».
Torniamo a suor Benedetta Omati. È lei che parla:
«Lasciata suor Ottavia, che pensava fosse morta, seguitassimo il viaggio dietro il Lambro, e per traversi arrivassimo ad una casa deserta, lontana da Monza cinque o sei miglia.... Ne trovassimo la porta aperta e non vedessimo alcuno.... Vi stetti il rimanente di quella notte e tutto il giorno seguente, che fu venerdì, sempre sola: non vidi l'Osio se non una volta, che venne a portarmi pane, formaggio ed un fiaschetto di vino: ma non volli bere, nè mangiare, dubitando che fosse tossicato, per quel che l'aveva veduto fare a suor Ottavia. Tornò l'Osio alle quattro ore di notte e mi disse che dovevamo andare altrove; e dopo che avessimo camminato un tre miglia per traversi, arrivassimo in una campagna, dov'è un boschetto, ed entrata dentro, vidi un pozzo, nel qual gettai un sasso senza che lo sentissi arrivar al fondo; ed esso, venutomi presso, mi diede uno spintone, per gettarmi giù; ma, grazie al Signore, non caddi, e fuggendo, esso Osio mi corse dietro, mi afferrò per un braccio, mi trascinò al detto pozzo e mi vi precipitò. Nella caduta diedi sulli sassi alla parte sinistra e rimasi talmente offesa che mi trovo in malo modo: dopo che fui abbasso, sentii che fu gettato giù un sasso, dal quale restai colta nel ginocchio destro, che v'è rottura; ed al cadere di quel sasso e al romore che fece m'accorsi ch'era grosso, ma nol vidi; e stetti in detto pozzo, che è molto fondo e non ha acqua, ma pietre ed ossi, tutto il rimanente di quella notte, tutto il giorno seguente sin a mezza mattina di ieri, che, gridando aiuto, fui sentita dagli uomini di quella terra [Velate], che mi cavarono..... Mentre stetti nel detto pozzo io gridava solamente venuto il giorno, e non la notte, temendo che di notte venisse l'Osio e mi rovesciasse altri sassi per ammazzarmi, caso mi avesse conosciuta anco viva; e perciò io teneva la testa a riparo di certe pietre grosse ch'erano sporgenti in quel fondo, che è largo». Fu anch'essa trasportata nel monastero di Sant'Orsola a Monza, ed ebbe comune la sorte con suor Candida e suor Silvia, amiche esse pure e complici della Signora. Tutte e tre, il 26 luglio 1609, vennero «fatte murare separatamente dentro ad un carcere per ciascheduna, in perpetuo, per pena, con altre penitenze salutari». (Ed.)
[205]Scrive il Ripamonti: «Et mulierum quidem violatarum hic exitus fuit: quarum priores duo, in ipso fervore poenitentiae, iam extinctae erant; sanctior haec scribentibus ista nobis adhuc superstes, curvae proceritatis anus, torrida, macilenta, veneranda, quam pulchram et impudicam aliquando esse potuisse vix fides». (Ed.)
[205]Scrive il Ripamonti: «Et mulierum quidem violatarum hic exitus fuit: quarum priores duo, in ipso fervore poenitentiae, iam extinctae erant; sanctior haec scribentibus ista nobis adhuc superstes, curvae proceritatis anus, torrida, macilenta, veneranda, quam pulchram et impudicam aliquando esse potuisse vix fides». (Ed.)
[206]Venne condannato «in penam furcharum et bonorum confiscatione versus Regiam Ducalem Cameram Mediolani et perpetuo bannitus a toto Mediolani dominio, ita et taliter quod si dictus Osius pervenerit in fortiis iustitiae, quod ducatur super curru ante monasterium Sanctae Margaritae oppidi Modoetiae, ubi manus potentior ille abscindatur, mox ad locum iustitiae, in dicto loco, super curru conducatur, et interea forcipibus candentibus vellicetur, postea furcis suspendatur, ita quod moriatur, et ejus cadaver in frusta scindatur quae deinde appendatur in locis commissorum delictorum extra tamen dictum oppidum». La sua casa venne spianata da' fondamenti e vi fu fatta una piazza, rizzandovi nel mezzo una colonna di marmo con sopra una iscrizione infamante. (Ed.)
[206]Venne condannato «in penam furcharum et bonorum confiscatione versus Regiam Ducalem Cameram Mediolani et perpetuo bannitus a toto Mediolani dominio, ita et taliter quod si dictus Osius pervenerit in fortiis iustitiae, quod ducatur super curru ante monasterium Sanctae Margaritae oppidi Modoetiae, ubi manus potentior ille abscindatur, mox ad locum iustitiae, in dicto loco, super curru conducatur, et interea forcipibus candentibus vellicetur, postea furcis suspendatur, ita quod moriatur, et ejus cadaver in frusta scindatur quae deinde appendatur in locis commissorum delictorum extra tamen dictum oppidum». La sua casa venne spianata da' fondamenti e vi fu fatta una piazza, rizzandovi nel mezzo una colonna di marmo con sopra una iscrizione infamante. (Ed.)
[207]Per testimonianza d'un contemporaneo, a Gio. Paolo «nel bando gli fu tagliata la testa, la quale portata a Milano, il messo s'incontrò con l'Ecc.ᵐᵒ Sig. Conte di Fuentes, Governatore, il quale, avvisato, smontò di carrozza, la fece gettare in terra, e gli pose sopra un piede in detestazione della sua pessima vita». Cfr.T. Bernardino Burucco,Fragmenti memorabilimss. nell'Archivio Capitolare di Monza. (Ed.)
[207]Per testimonianza d'un contemporaneo, a Gio. Paolo «nel bando gli fu tagliata la testa, la quale portata a Milano, il messo s'incontrò con l'Ecc.ᵐᵒ Sig. Conte di Fuentes, Governatore, il quale, avvisato, smontò di carrozza, la fece gettare in terra, e gli pose sopra un piede in detestazione della sua pessima vita». Cfr.T. Bernardino Burucco,Fragmenti memorabilimss. nell'Archivio Capitolare di Monza. (Ed.)
[208]Come eran sicuri codesti galantuomini che quella giovane era proprio Lucia? [Postilla del Visconti].
[208]Come eran sicuri codesti galantuomini che quella giovane era proprio Lucia? [Postilla del Visconti].
[209]Troppi e poi troppissimiorrendi. [Postilla del Visconti].
[209]Troppi e poi troppissimiorrendi. [Postilla del Visconti].
[210]Mi pare che questo bravo potrebbe aver veduta Lucia ed essere stato mandato a fine che gli altri non la pigliassero in scambio. Indicare questa circostanza o qui o altrove. [Postilla del Visconti].
[210]Mi pare che questo bravo potrebbe aver veduta Lucia ed essere stato mandato a fine che gli altri non la pigliassero in scambio. Indicare questa circostanza o qui o altrove. [Postilla del Visconti].
[211]È troppo combattere colla fame: lascerei fuori i possidenti agiati. [Postilla del Visconti].
[211]È troppo combattere colla fame: lascerei fuori i possidenti agiati. [Postilla del Visconti].
[212]Qui termina il capitolo IX e incomincia il X. (Ed.)
[212]Qui termina il capitolo IX e incomincia il X. (Ed.)
[213]Togliere l'equivoco della parolapreghiera. [Nota del Visconti].
[213]Togliere l'equivoco della parolapreghiera. [Nota del Visconti].
[214]Ti rammemoro del cangiamento che hai profilato fare al carattere del Conte. Vedrai se convenga farne cenno fin dal momento in cui Don Rodrigo si porta da lui: oppure quando e come. [Postilla del Visconti].
[214]Ti rammemoro del cangiamento che hai profilato fare al carattere del Conte. Vedrai se convenga farne cenno fin dal momento in cui Don Rodrigo si porta da lui: oppure quando e come. [Postilla del Visconti].
[215]Perchè non fare a questa vecchia un boccone di cena? Ti costerà meno carta che non all'oste per scrivere il conto. [Postilla del Visconti].
[215]Perchè non fare a questa vecchia un boccone di cena? Ti costerà meno carta che non all'oste per scrivere il conto. [Postilla del Visconti].
[216]Andiamo allegri con quest'orrendo. [Postilla del Visconti].
[216]Andiamo allegri con quest'orrendo. [Postilla del Visconti].
[217]Periodo che diviene imbrogliato. Sarà facile rimediarvi. [Postilla del Visconti].
[217]Periodo che diviene imbrogliato. Sarà facile rimediarvi. [Postilla del Visconti].
[218]Il Manzoni scrisse in margine: «che quella mattina doveva trovarsi ad una chiesa (che nominò, ed era alla metà della via, distante circa due miglia dal castello)». (Ed.)
[218]Il Manzoni scrisse in margine: «che quella mattina doveva trovarsi ad una chiesa (che nominò, ed era alla metà della via, distante circa due miglia dal castello)». (Ed.)
[219]Segue, cancellato: «Voglio vedere se ha ancora quegli occhj che hanno fatto abbassare i miei... cospetto... cinquant'anni sono. Era uno strano giovanetto! E ora che sarà diventato?» (Ed.)
[219]Segue, cancellato: «Voglio vedere se ha ancora quegli occhj che hanno fatto abbassare i miei... cospetto... cinquant'anni sono. Era uno strano giovanetto! E ora che sarà diventato?» (Ed.)
[220]Segue, cancellato: «L'occhiata, che aveva fatta tanta impressione e lasciato un così profondo marchio di rimembranza nella niente del Conte, era stata data nella occasione che ricorderemo brevemente. Federigo Borromeo, giovanetto allora di 15 anni, si trovava nella chiesa di S. Giovanni in Conca nel giorno solenne di quel santo; e, invitato poscia dai frati, s'era posto a sedere nel presbitero e quivi assisteva pensoso e riverente al rito che si celebrava. Quando una brigata di giovanotti, di adolescenti, delle principali famiglie della città, entrata a turba nella chiesa per curiosità, e visto in quel luogo il giovane Federigo, che sempre con l'esempio e talvolta con le parole gli faceva vergognare del loro vivere superbo, scioperato, molle e violento, s'accordarono di fargli fare una trista figura, di vendicarsi e di divertirsi un momento a sue spese. Rotta la folla, s'avvicinarono all'altare, e appostatisi in faccia a Federigo, si diedero a fare i più strani e beffardi atti del mondo, storcer le bocche, torcere il collo come chi irride un ipocrita, cacciare un palmo di lingua, sghignazzare. Il Conte, che fu poi del Sagrato, era tra essi, anzi queglino erano con lui, perchè egli non era mai stato secondo in nessun luogo e in nessun fatto. Federigo, contristato e mosso a pietà ed a sdegno nello stesso tempo, ma non confuso, girò su quella turba un'occhiata, che esprimeva tutti questi affetti con una gravità tranquilla, ma più potente dell'impeto indisciplinato di quei provocatori: quindi piegate le ginocchia davanti all'altare, pregò per essi, i quali partirono col miserabile contegno di chi è stato vinto in una impresa in cui il vincere stesso sarebbe vergognoso». Il Manzoni fu consigliato a toglier via questo aneddoto dal Visconti, che vi scrisse in margine: «Se quest'occhiata e la storiella di S. Giovanni in Conca sono invenzioni, le cancellerei addirittura, come indegne, per dirla in breve, di Walter Scott. Ancor che sia storia, scancella, per amor di Dio: è proprio una bazzecola». (Ed.)
[220]Segue, cancellato: «L'occhiata, che aveva fatta tanta impressione e lasciato un così profondo marchio di rimembranza nella niente del Conte, era stata data nella occasione che ricorderemo brevemente. Federigo Borromeo, giovanetto allora di 15 anni, si trovava nella chiesa di S. Giovanni in Conca nel giorno solenne di quel santo; e, invitato poscia dai frati, s'era posto a sedere nel presbitero e quivi assisteva pensoso e riverente al rito che si celebrava. Quando una brigata di giovanotti, di adolescenti, delle principali famiglie della città, entrata a turba nella chiesa per curiosità, e visto in quel luogo il giovane Federigo, che sempre con l'esempio e talvolta con le parole gli faceva vergognare del loro vivere superbo, scioperato, molle e violento, s'accordarono di fargli fare una trista figura, di vendicarsi e di divertirsi un momento a sue spese. Rotta la folla, s'avvicinarono all'altare, e appostatisi in faccia a Federigo, si diedero a fare i più strani e beffardi atti del mondo, storcer le bocche, torcere il collo come chi irride un ipocrita, cacciare un palmo di lingua, sghignazzare. Il Conte, che fu poi del Sagrato, era tra essi, anzi queglino erano con lui, perchè egli non era mai stato secondo in nessun luogo e in nessun fatto. Federigo, contristato e mosso a pietà ed a sdegno nello stesso tempo, ma non confuso, girò su quella turba un'occhiata, che esprimeva tutti questi affetti con una gravità tranquilla, ma più potente dell'impeto indisciplinato di quei provocatori: quindi piegate le ginocchia davanti all'altare, pregò per essi, i quali partirono col miserabile contegno di chi è stato vinto in una impresa in cui il vincere stesso sarebbe vergognoso». Il Manzoni fu consigliato a toglier via questo aneddoto dal Visconti, che vi scrisse in margine: «Se quest'occhiata e la storiella di S. Giovanni in Conca sono invenzioni, le cancellerei addirittura, come indegne, per dirla in breve, di Walter Scott. Ancor che sia storia, scancella, per amor di Dio: è proprio una bazzecola». (Ed.)
[221]Qui ha termine il capitolo X. (Ed.)
[221]Qui ha termine il capitolo X. (Ed.)
[222]Questo brano è tratto dal capitolo X e ultimo del tomo II. (Ed.)
[222]Questo brano è tratto dal capitolo X e ultimo del tomo II. (Ed.)
[223]Mi spiace, non saprei dire bene il perchè: mi pare una profezia d'autore: è un caso strano che il Cardinale azzeccasse con una parola, detta a caso, in un miracolo vicino. Non sarebbe meglio star più sulle generali, e fargli rispondere, ed anche di dare occasione di operare qualche bene e di stornare qualche male? [Postilla del Visconti.]
[223]Mi spiace, non saprei dire bene il perchè: mi pare una profezia d'autore: è un caso strano che il Cardinale azzeccasse con una parola, detta a caso, in un miracolo vicino. Non sarebbe meglio star più sulle generali, e fargli rispondere, ed anche di dare occasione di operare qualche bene e di stornare qualche male? [Postilla del Visconti.]
[224]Poichè vedo che sei andato cincischiando, mi permetto una cincischiata anch'io: a quella bellezza, smarrita già da più anni, una bellezza senile, la quale spiccava ancor più nella semplicità maestosa della porpora, che, nuda d'ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio. [Postilla del Visconti].
[224]Poichè vedo che sei andato cincischiando, mi permetto una cincischiata anch'io: a quella bellezza, smarrita già da più anni, una bellezza senile, la quale spiccava ancor più nella semplicità maestosa della porpora, che, nuda d'ornamenti ambiziosi, tutto ravvolgeva il vecchio. [Postilla del Visconti].
[225]E basta; lascerei l'altro inciso, per la ragione detta poc'anzi, e perchè è troppo precisare. [Postilla del Visconti].
[225]E basta; lascerei l'altro inciso, per la ragione detta poc'anzi, e perchè è troppo precisare. [Postilla del Visconti].
[226]da spiritatoè troppo. [Postilla del Visconti].
[226]da spiritatoè troppo. [Postilla del Visconti].
[227]Se fossi io—e non avrei saputo fare il resto—troncherei il dialogo alle parole:con una faccia convulsa: ma mi rimetto al parere di chi sa meglio di me che sia convertire ed essere convertito. Si può anche cominciare la lacuna al luogo segnato. Mi pare poi che qui converrebbe accennare il passo del Ripamonti, perchè il miracolo venga giustificato dalla storia. Dire, per esempio, che il Ripamonti fa menzione d'un altro colloquio, con il quale codesto Conte fu tutt'altr'uomo, ma non lo riferisce; che l'anonimo tuo deve aver riportata questa prima conferenza ove l'animo del terribile capo de' banditi fu tocco dalla grazia, e dopo il quale solo restava quel trambusto d'idee e di confusi sentimenti, che non poteva a meno di aver luogo per alcune ore; che è un peccato che dopo le ultime parole trascritte ci sia una lacuna d'alcune pagine, segno che quella prima conferenza non fu breve; che è uno scarso compenso il trovare almeno nelle prime parole del manoscritto, dopo la lacuna, una pennellata della selvaggia ed avventata natura del Conte, non dissimile in questo da molti energici fra' suoi contemporanei. La faccia del Conte, segue dunque a leggersi nel manoscritto nostro, ecc.—Ommetterei, per altro, l'idea incidenteche dall'infanzia non conosceva le lagrime, perchè contraddice allo stato d'ondeggiamenti e rimorsi abituali che hai progettato di supporre in lui. Il resto è una galoppata di un cavallo arabo. [Postilla del Visconti].
[227]Se fossi io—e non avrei saputo fare il resto—troncherei il dialogo alle parole:con una faccia convulsa: ma mi rimetto al parere di chi sa meglio di me che sia convertire ed essere convertito. Si può anche cominciare la lacuna al luogo segnato. Mi pare poi che qui converrebbe accennare il passo del Ripamonti, perchè il miracolo venga giustificato dalla storia. Dire, per esempio, che il Ripamonti fa menzione d'un altro colloquio, con il quale codesto Conte fu tutt'altr'uomo, ma non lo riferisce; che l'anonimo tuo deve aver riportata questa prima conferenza ove l'animo del terribile capo de' banditi fu tocco dalla grazia, e dopo il quale solo restava quel trambusto d'idee e di confusi sentimenti, che non poteva a meno di aver luogo per alcune ore; che è un peccato che dopo le ultime parole trascritte ci sia una lacuna d'alcune pagine, segno che quella prima conferenza non fu breve; che è uno scarso compenso il trovare almeno nelle prime parole del manoscritto, dopo la lacuna, una pennellata della selvaggia ed avventata natura del Conte, non dissimile in questo da molti energici fra' suoi contemporanei. La faccia del Conte, segue dunque a leggersi nel manoscritto nostro, ecc.—Ommetterei, per altro, l'idea incidenteche dall'infanzia non conosceva le lagrime, perchè contraddice allo stato d'ondeggiamenti e rimorsi abituali che hai progettato di supporre in lui. Il resto è una galoppata di un cavallo arabo. [Postilla del Visconti].
[228]Per non cadere in contraddizione coi discorsi supposti nella lacuna, puoi dire facilmente: parlate, parlate di nuovo, ora che siete con me. Io non so fare l'ascetico, ecc. [Postilla del Visconti].
[228]Per non cadere in contraddizione coi discorsi supposti nella lacuna, puoi dire facilmente: parlate, parlate di nuovo, ora che siete con me. Io non so fare l'ascetico, ecc. [Postilla del Visconti].
[229]Si tratta di Don Abbondio. Intorno a questa stupenda creazione manzoniana è notevole quello che scrive l'abate Antonio Stoppani: «Chi crederebbe, per esempio, che don Abbondio è un personaggio non immaginario, ma vero? Io potrei declinarvi il nome e il cognome; maparce sepultis! Egli era naturalmente un curato, con cui usava spesso Manzoni nella sua giovinezza. Lo conobbi anch'io, ma troppo poco per potervi assicurare, da mia parte, che egli era un don Abbondio in carne ed ossa. Sentite però un piccolo aneddoto che riguarda quell'uomo, e che il Manzoni nella sua più tarda età raccontava come cosa che gli aveva fatto una grande impressione. Siamo proprio ai tempi della prima giovinezza del grande poeta. Giuseppe II, che aveva messo le mani dappertutto e cacciatele fino al fondo nelle cose di sagristia, fondò a Pavia un seminario teologico detto Seminario maggiore, celebre soprattutto per i dissensi che ne nacquero tra la scuola tamburiniana e le curie, principalmente la curia romana. Alcuni de' più distinti studenti di teologia delle diocesi lombarde venivano scelti per compire i loro studi in quel Seminario, e obbligati a frequentare le scuole dell'Università. Quando poi si presentavano alle rispettive curie per essere ammessi agli ordini sacri, dovevano sostenere un esame, come si fa anche adesso, ma che allora era diretto principalmente dalle curie ad assicurarsi che i candidati non erano infetti da dottrine ritenute ereticali. Come il nostro don Abbondio (daremo questo nome al nostro innominato) fosse tra i prescelti, non ve lo saprei dire. Forse era altrettanto distinto d'ingegno, quanto bislacco di volontà. Il fatto è che don Abbondio andò a compire gli studi nel Seminario maggiore, e presentossi, a suo tempo, per ricevere gli ordini alla curia milanese.—Quando mi presentai all'esame—così narrava al giovinetto Alessandro—l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano di istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana... d'istituzione umana!—Il giovinetto, benchè colpito profondamente dal vedere un curato che in una cosa di religione faceva dipendere il sì o il no da riguardi affatto umani, e, se occorreva, affrontava gli ordini con una menzogna; ebbe l'ingenuità di domandargli, se quanto aveva risposto nell'esame corrispondeva veramente alle sue convinzioni.—Oh giusto!—soggiunse don Abbondio:—a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia; ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir messa.—Il Manzoni volle arrischiare qualche osservazione; ma il curato tagliò corto con questa sentenza:—Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro.—Non vi pare che in questa sentenza ci sia un intero programma di saper vivere, di saper navigare, come si dice? che vi sia insomma scolpito vivo vivo il don Abbondio de'Promessi Sposi? Mettetelo in faccia ai bravi, sotto le minaccie di don Rodrigo; poi sappiatemi dire se il Manzoni ha studiato sul vero fin da quando era giovinetto». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature, Milano, tip. Bernardoni, 1874; pp. 143-148.Ne svelerò il nome: era don Alessandro Bolis, curato di Germanedo, piccolo paesello in vicinanza del Caleotto, la villa avita del Manzoni.
[229]Si tratta di Don Abbondio. Intorno a questa stupenda creazione manzoniana è notevole quello che scrive l'abate Antonio Stoppani: «Chi crederebbe, per esempio, che don Abbondio è un personaggio non immaginario, ma vero? Io potrei declinarvi il nome e il cognome; maparce sepultis! Egli era naturalmente un curato, con cui usava spesso Manzoni nella sua giovinezza. Lo conobbi anch'io, ma troppo poco per potervi assicurare, da mia parte, che egli era un don Abbondio in carne ed ossa. Sentite però un piccolo aneddoto che riguarda quell'uomo, e che il Manzoni nella sua più tarda età raccontava come cosa che gli aveva fatto una grande impressione. Siamo proprio ai tempi della prima giovinezza del grande poeta. Giuseppe II, che aveva messo le mani dappertutto e cacciatele fino al fondo nelle cose di sagristia, fondò a Pavia un seminario teologico detto Seminario maggiore, celebre soprattutto per i dissensi che ne nacquero tra la scuola tamburiniana e le curie, principalmente la curia romana. Alcuni de' più distinti studenti di teologia delle diocesi lombarde venivano scelti per compire i loro studi in quel Seminario, e obbligati a frequentare le scuole dell'Università. Quando poi si presentavano alle rispettive curie per essere ammessi agli ordini sacri, dovevano sostenere un esame, come si fa anche adesso, ma che allora era diretto principalmente dalle curie ad assicurarsi che i candidati non erano infetti da dottrine ritenute ereticali. Come il nostro don Abbondio (daremo questo nome al nostro innominato) fosse tra i prescelti, non ve lo saprei dire. Forse era altrettanto distinto d'ingegno, quanto bislacco di volontà. Il fatto è che don Abbondio andò a compire gli studi nel Seminario maggiore, e presentossi, a suo tempo, per ricevere gli ordini alla curia milanese.—Quando mi presentai all'esame—così narrava al giovinetto Alessandro—l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano di istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana... d'istituzione umana!—Il giovinetto, benchè colpito profondamente dal vedere un curato che in una cosa di religione faceva dipendere il sì o il no da riguardi affatto umani, e, se occorreva, affrontava gli ordini con una menzogna; ebbe l'ingenuità di domandargli, se quanto aveva risposto nell'esame corrispondeva veramente alle sue convinzioni.—Oh giusto!—soggiunse don Abbondio:—a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia; ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir messa.—Il Manzoni volle arrischiare qualche osservazione; ma il curato tagliò corto con questa sentenza:—Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro.—Non vi pare che in questa sentenza ci sia un intero programma di saper vivere, di saper navigare, come si dice? che vi sia insomma scolpito vivo vivo il don Abbondio de'Promessi Sposi? Mettetelo in faccia ai bravi, sotto le minaccie di don Rodrigo; poi sappiatemi dire se il Manzoni ha studiato sul vero fin da quando era giovinetto». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature, Milano, tip. Bernardoni, 1874; pp. 143-148.
Ne svelerò il nome: era don Alessandro Bolis, curato di Germanedo, piccolo paesello in vicinanza del Caleotto, la villa avita del Manzoni.
[230]E basta così, mi pare anche dopo che ho saputo la tua intenzione di fare un ritratto. Attaccherei alle parole:Se ogni uomo... utopisti più confidenti, ecc. [Postilla del Visconti].
[230]E basta così, mi pare anche dopo che ho saputo la tua intenzione di fare un ritratto. Attaccherei alle parole:Se ogni uomo... utopisti più confidenti, ecc. [Postilla del Visconti].
[231]1 Prete Serafino Morazzone o Morazone non è un essere immaginario: ha vissuto e fu amico del Manzoni, tra le cui carte ho trovato questa letterina che ricevette da lui: «Ill.ᵐᵒ Signore, Francesco Polvara di Pescarenico, sapendo il buono affetto che V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ ha per me, desidera che faccia buon ufficio presso di Lei acciò gli rilascia o tutto o in parte ciò che gli deve per certa compra fatta colla felice memoria del di Lei padre. Ascoltate le di lui ragioni su questo, mi dice che la compra è stata fuor di modo alterata; ma, aggiungendo io che bisognava avvertire nel far la compra, mi dice che abbisogna adesso di carità, non potendo pagare per varii infortunii, e dicendo che tocca alla sigurtà; e dicendogli io che tocca agli eredi, mi disse che son sei figli pupilli. A questi vorrei giovare:Pupilo tu eris adjutor. Ma non vorrei neppure il danno di V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ che però la prego ad informarsi se veramente la compra è stata fuor di modo alterata, come esso dice e fare quello che il Sig.ͬ Iddio le ispira. La prego de' miei ossequiosi saluti al Sig.ͬ Canonico [Luigi Tosi], alla Sig.ᵃ di Lei Madre, alla di Lei Sig.ᵃ Moglie ed alla Sig.ᵃ Ospite, e raccomandandomi alle loro orazioni mi dico con ogni rispetto e stima di V.ᵃ Sig.ᵃ Ill.ᵐᵃ affezionatissima per servirla PreteSerafino Morazonecurato di Chiuso». Non ha data, ma è anteriore al 1818, nel qual anno, l'11 di novembre, per contratto rogato dal notaio Innocenzo Valsecchi, il Manzoni vendette la sua villa del Caleotto ed i beni che possedeva ne' Comuni di Lecco, Castello ed Acquate per la somma di lire centocinquemila italiane.
[231]1 Prete Serafino Morazzone o Morazone non è un essere immaginario: ha vissuto e fu amico del Manzoni, tra le cui carte ho trovato questa letterina che ricevette da lui: «Ill.ᵐᵒ Signore, Francesco Polvara di Pescarenico, sapendo il buono affetto che V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ ha per me, desidera che faccia buon ufficio presso di Lei acciò gli rilascia o tutto o in parte ciò che gli deve per certa compra fatta colla felice memoria del di Lei padre. Ascoltate le di lui ragioni su questo, mi dice che la compra è stata fuor di modo alterata; ma, aggiungendo io che bisognava avvertire nel far la compra, mi dice che abbisogna adesso di carità, non potendo pagare per varii infortunii, e dicendo che tocca alla sigurtà; e dicendogli io che tocca agli eredi, mi disse che son sei figli pupilli. A questi vorrei giovare:Pupilo tu eris adjutor. Ma non vorrei neppure il danno di V.ᵃ S.ᵃ Ill.ᵐᵃ che però la prego ad informarsi se veramente la compra è stata fuor di modo alterata, come esso dice e fare quello che il Sig.ͬ Iddio le ispira. La prego de' miei ossequiosi saluti al Sig.ͬ Canonico [Luigi Tosi], alla Sig.ᵃ di Lei Madre, alla di Lei Sig.ᵃ Moglie ed alla Sig.ᵃ Ospite, e raccomandandomi alle loro orazioni mi dico con ogni rispetto e stima di V.ᵃ Sig.ᵃ Ill.ᵐᵃ affezionatissima per servirla PreteSerafino Morazonecurato di Chiuso». Non ha data, ma è anteriore al 1818, nel qual anno, l'11 di novembre, per contratto rogato dal notaio Innocenzo Valsecchi, il Manzoni vendette la sua villa del Caleotto ed i beni che possedeva ne' Comuni di Lecco, Castello ed Acquate per la somma di lire centocinquemila italiane.
[232]Lascerei i paternostri del curato. Era padrone di casa ed è impossibile che non avesse da esercitare allora l'ospitalità della parola; circostanza utile a dirsi, ma da non escludersi implicitamente. [Postilla del Visconti].
[232]Lascerei i paternostri del curato. Era padrone di casa ed è impossibile che non avesse da esercitare allora l'ospitalità della parola; circostanza utile a dirsi, ma da non escludersi implicitamente. [Postilla del Visconti].
[233]di tutto questo guazzabuglio?Capisco,ma ce que vous pensez vaut mieux que ce que vous avez dit. [Postilla del Visconti].
[233]di tutto questo guazzabuglio?Capisco,ma ce que vous pensez vaut mieux que ce que vous avez dit. [Postilla del Visconti].
[234]Questo brano è tratto dal capitolo II del tomo III. (Ed.)
[234]Questo brano è tratto dal capitolo II del tomo III. (Ed.)
[235]Lascerei come inutile questo periodetto, o almeno l'avvertenza che il curato amava rispondere con testi di Scrittura. [Postilla del Visconti].
[235]Lascerei come inutile questo periodetto, o almeno l'avvertenza che il curato amava rispondere con testi di Scrittura. [Postilla del Visconti].
[236]Qui termina il capitolo II del tomo III. (Ed.)
[236]Qui termina il capitolo II del tomo III. (Ed.)
[237]La fatica di viaggiare lontano tre miglia è troppo poca rosa per farne conto. [Postilla del Visconti].
[237]La fatica di viaggiare lontano tre miglia è troppo poca rosa per farne conto. [Postilla del Visconti].
[238]La rabbia di Scilla e i sassi de' Ciclopi fanno un'ironia che mi pare fuor di luogo, perchè il resto è affare serio. [Postilla del Visconti].
[238]La rabbia di Scilla e i sassi de' Ciclopi fanno un'ironia che mi pare fuor di luogo, perchè il resto è affare serio. [Postilla del Visconti].
[239]Direi sacrilega sconoscenza. [Postilla del Visconti].
[239]Direi sacrilega sconoscenza. [Postilla del Visconti].
[240]Direi cavalcatura. [Postilla del Visconti].
[240]Direi cavalcatura. [Postilla del Visconti].
[241]Cercò di Tommaso e gli disse. L'avvertenza sul bel sesso ha un non so come del meschino: cercare di Tommaso va bene e indica delicatamente ciò che espresso mi pare che non faccia buon effetto: molto più perchè è una replica di ciò che dici benissimo sul modo con cui il Cardinale dava udienza alle donne. [Postilla del Visconti].
[241]Cercò di Tommaso e gli disse. L'avvertenza sul bel sesso ha un non so come del meschino: cercare di Tommaso va bene e indica delicatamente ciò che espresso mi pare che non faccia buon effetto: molto più perchè è una replica di ciò che dici benissimo sul modo con cui il Cardinale dava udienza alle donne. [Postilla del Visconti].
[242]Decrepita è troppo: direi un'idea più temperata con qualche altro termine. [Postilla del Visconti].
[242]Decrepita è troppo: direi un'idea più temperata con qualche altro termine. [Postilla del Visconti].
[243]Segue, cancellato: «si fermò ad un villaggio vicino». (Ed.)
[243]Segue, cancellato: «si fermò ad un villaggio vicino». (Ed.)
[244]Questo brano è il principio del capitolo III del tomo III. (Ed.)
[244]Questo brano è il principio del capitolo III del tomo III. (Ed.)