Questo cangiamento era stato provocato da Geltrude. Vedendo ella in quel giorno il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, fu tentata di profittare dell'auge in cui si trovava per soddisfare almeno una delle passioni che si univano a tormentarla. Si è detto ch'ella vedeva di mal occhio la donna che le era stata spia e guardiana;e che vi era fra esse un ricambio continuo, una gara di sgarbi. Geltrude in cento momenti di devozione le aveva perdonato, ma cento perdoni non ne vagliono un solo. Vedersi in quel giorno trattata con tanta importanza, quasi con tanto rispetto, da tutta la famiglia, le dava un po' di superbia, e nello stesso tempo il sentire che con queste lusinghe le si faceva fare quello che forse ella non avrebbe voluto, le dava stizza; mentre il suo animo si trovava fra questi due tristi sentimenti, le sovvenne dei modi rozzi, famigliari, insolenti che quella donna le aveva usati nella sua prigionìa, e volendo lamentarsi di qualche cosa, se ne lamentò al padre. Questi ne fu, e se ne mostrò sdegnato, non istette a domandarle come ella pure avesse trattata la donna; ma promise che darebbe una buona lavata di capo a colei, e fissò immediatamente ai servigi di Geltrude un'altra donna di casa. Era questa la vecchia governante del Marchesino: e Geltrude faceva poco guadagno nel cambio. La vecchia, alla quale il Marchesino era stato dato in guardia quando fu tolto dalla nutrice, aveva per lui una falsa affezione di madre; in lui aveva poste tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Dopo il Marchese ella era stata la prima a dire che Geltrude aveva ad esser monaca per non rubare una parte d'entrata al Marchesino. Quel giorno ella era e si mostrava tanto soddisfatta, che aveva ricevute le congratulazioni dei suoi compari, tra i quali era un personaggio d'importanza; e parlavacon molta bontà della signorina, che aveva conosciuto il suo dovere. Geltrude, a compimento di quella giornata, dovette sentire le lodi e i consigli della vecchia che, spogliandola e ponendola a letto, le fece la storia di sue zie e di sue prozie, le quali s'eran fatte monache per non intaccare il patrimonio della casa, e che se n'erano trovate ben contente, perchè i monasteri dove s'erano chiuse avevan saputo tener conto dell'onore che arrecava loro l'aver dame di quella casa. Le raccontò che si era ricorso ad esse per protezione e che esse dal loro parlatorio avevano ottenuto ciò ch'era stato invano domandato dalle prime dame nella loro gran sala di ricevimento; parlò degli affari d'onore imbrogliatissimi, ch'esse avevano conciliati, delle visite di grandi personaggi forestieri, che avevano ricevute, di che tutta la città aveva parlato. Ma, soggiungeva, erano donne che sapevano fare; e qui intrometteva qualche consiglio sulla condotta da tenersi a Monza. Prediceva gli onori che Geltrude avrebbe pur ricevuti, le distinzioni, le visite. Verrebbe poi il signor Marchesino colla sua sposa, la quale doveva esser certo una gran dama, e allora non solo il monastero, ma tutto il borgo sarebbe in movimento. Geltrude ascoltava con una noja mista di qualche curiosità, poichè si trattava probabilmente del suo avvenire, e, benchè stanca e stordita, non diceva finitela, per quella stessa curiosità che impedisce uno di lasciare a mezzo una storia mal pensata e male scritta. La vecchia aveva parlato mentrespogliava Geltrude, quando Geltrude era già coricata: parlava ancora che Geltrude dormiva. Le cure di rado tolgono il sonno alla giovinezza; e sono tutt'altre cure che quelle onde era oppressa Geltrude. Il suo sonno fu affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce agra della vecchia, che venne di buon mattino a riscuoterla perchè si preparasse alla gita di Monza.Alto, alto, signora sposina; è giorno fatto; e prima ch'ella sia vestita, rivestita, in pronto, ci vorrà anche un'ora almeno. La signora Marchesa si sta alzando, e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito. Il Marchesino è già disceso alla scuderia e risalito; e si trova in ordine di partire quando che sia. Vispo come un leprotto quel diavoletto: ma! egli era tale fin da bambino: io posso ben dirlo, che l'ho tenuto nelle mie braccia. Ma quando è all'ordine non bisogna farlo aspettare, perchè, quantunque sia della miglior pasta del mondo, allora egli strepita, fa il diavolo: e questa volta avrebbe anche un po' di ragione, perchè egli s'incomoda per accompagnar lei. Quando è in quei momenti, non ha tema di nessuno, fuorchè del signor Marchese; ma poi finalmente egli non ha sopra di sè che il signor Marchese; e un giorno il signor Marchese sarà egli. Poveretto! con due paroline però s'acqueta subito. Lesta, lesta, signorina; perchè mi sta guardando così come incantata? a quest'ora ella dovrebb'esser fuori del nido.Geltrude infatti, desta per forza, non ancor ben certa di vegliare, assalita ad un punto dalle memorie del giorno trascorso, dal pensiero di ciò che si doveva fare in quello che cominciava, e dal cinguettìo della governante, stava cogli occhi socchiusi ed intenti, come trasognata: quel destarsi era per la sua mente come il fioco barlume di un mattino tempestoso, quando un leggero diradamento nelle tenebre appena annunzia che il sole è sull'orizzonte, e a chi guarda più attentamente il sole stesso appare come un disco bianco, sfumato e leggiero, sospeso dietro le nuvole trasparenti. Quelle esortazioni però fecero colpo assai, perchè la vecchia aveva toccato un tasto del quale ella stessa non conosceva tutta la forza. Il nome del Marchesino aveva già fermata l'attenzione di Geltrude, ma quando dalle parole della governante l'immagine del Marchesino in collera passò alla mente di Geltrude, tutti i pensieri, onde questa era affollata, si lavarono a volo come uno stormo di passere alla vista d'uno spauracchio, e non restò più a Geltrude che la voglia di sbrigarsi e di schivare quella collera. Geltrude, bisogna confessarlo, non amava molto il fratello: e pei suoi modi aspri, sprezzanti e imperiosi, e perchè di tutta la casa il Marchesino era quegli che più sovente aveva il monastero in bocca: e perchè le compiacenze e le distinzioni dei parenti sopra di lui la tenevano in uno stato continuo di paragone umiliante. Lo temeva essa però, ma fino ad un certo tempo, non quanto egli avrebbe voluto: e come di linguae d'ingegno ella era meglio fornita di lui, di quando ella si vendicava con un motto, di molti giorni di una pesante persecuzione. Era quindi tra loro come un continuo stato di guerra. Ma quando dopo la sua prigionìa Geltrude comparve davanti al fratello carica d'un fallo e d'un perdono, alzando timidamente gli occhi sulla faccia del fratello, vi scorse una superiorità dalla quale non ebbe pure il pensiero di potersi ribellar mai; si sentì soggiogata per sempre. Ed ora il solo pensare che il fratello in un momento d'impazienza potesse profittare del vantaggio che ella le aveva dato col suo fallo, per gittarle un motto, un rimprovero, che alludesse a quello, la faceva tremare. Si pose ella quindi a sedere in fretta e pure in fretta cominciò a vestirsi. Avrebbe potuto la poverina riflettere che quel pericolo era troppo lontano; che il fratello in un momento in cui sperava da lei un tal sacrificio, era ben lontano dal dir cosa che potesse offenderla; e che, alla fine, per grossolano e sventato ch'egli fosse, non avrebbe scherzato così di leggieri con l'onore di sua sorella, al quale il suo proprio era tanto vicino: ma un effetto dei falli si è appunto di render l'animo più soggetto a timori non ragionevoli.Geltrude si vestì dunque in fretta, si lasciò acconciare e comparve nella sala dov'era radunata la famiglia ad aspettarla. Il Marchesino, al quale corsero dapprima i suoi occhi, si mostrava tranquillo, senza dar segno d'impazienza: la Marchesa, la quale aveva sagrificate tre ore di letto, mostrava nell'aspettoquel misto di sentimenti che nasce dalla consolazione di aver fatta una impresa, e dal dispetto degli incomodi sostenuti per venirne a capo. Il Marchese con lieto viso si fece incontro a Geltrude e le disse: avete scelto una bella giornata: buon augurio. Buon augurio, ripeterono la Marchesa e il Marchesino. Era preparata una sedia a bracciuoli, e il Marchese accennò amorevolmente a Geltrude che vi sedesse, e perch'ella, confusa, stava alquanto in forse: qui, qui, diss'egli, certamente: dopo la risoluzione che avete fatta non siete più una ragazzetta: siete come un di noi. Appena Geltrude si fu seduta, venne un servo che le presentò rispettosamente una tazza di cioccolatte. Prendere il cioccolatte a quei tempi, era, dice il nostro manoscritto, quello che presso i romani assumere la veste virile; e tutte queste cerimonie erano piccioli fili che legavano sempre più la povera Geltrude. Essa non confermava con parole la risoluzione che tutte quelle dimostrazioni supponevano: non diceva nulla, non faceva nulla, ma tutto ciò che si faceva dintorno a lei, la poneva in una situazione nella quale il disdirsi, appena il mover dubbio sulla sua risoluzione, il fermarsi un momento avrebbe avuto sempre più apparenza di stranezza scandalosa. Preso il fatal cioccolatte, il Marchese si alzò, pigliò Geltrude in disparte, e con aria di consiglio amorevole le disse: Orsù, figlia mia, diportatevi bene: scioltezza e buon garbo. E qui le diede le istruzioni su quello che doveva fare e dire, e le fece ripetere la formola delladomanda. Benissimo, a maraviglia, esclamò quindi, e continuò: Quelle buone suore vi aspettano a braccia aperte; e non sanno nulla, nulla.... Non mi date in fanciullaggini, in pianti; non mi fate la Maddalena penitente; guardatevi da un contegno che lasci sospettar qualche cosa: siate franca, e mostrate di che sangue uscite. La vostra risoluzione vi ha meritato il perdono della famiglia; il vostro fallo è cancellato e dimenticato. Quand'anche Geltrude avesse avuto il coraggio, che non aveva, di porre qualche ostacolo, questo discorso, che le faceva sentire dove si sarebbe tosto portata la quistione, l'avrebbe immediatamente disposta ad obbedire senz'altre osservazioni. Ella arrossò, non rispose nulla, chinò il capo, gli occhi le si gonfiarono; ma un: via! via! detto risolutamente dal Marchese e l'apparire d'un servo che annunziava che il cocchio era pronto, la costrinsero a farsi forza e a ricomporsi. Nello scender le scale, Geltrude fu servita da un bracciere, si montò in cocchio e si partì. Gl'impicci, le noje e i pericoli del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema del discorso durante il tragitto. All'entrare nel borgo, al vedere la porta del chiostro, Geltrude si sentì stringere il cuore, ma gli occhi della famiglia erano sopra di lei; quando il cocchio si fermò, Geltrude, guardando alla porta, la vide già piena di curiosi; e lo studio di non far nulla di sconvenevole la occupava tanto, ch'ella scese, e s'avviòquasi senz'altro pensiero. Attraversando il cortile si vide la porta del chiostro aperta, e tutta occupata dalle monache. In prima fila alcune anziane, colla badessa nel mezzo; dietro, le altre alla rinfusa; quelle, che erano immediatamente dopo le prime, cacciavano il volto tra l'una e l'altra; altre dietro, ritte sulla punta dei piedi; e, per non tacer nulla, le converse, in ultimo, sollevate sopra sgabelletti. Si vedevano pure qua e là luccicare più basso qualche paja di occhi avidissimi, ed apparire, come al buco della chiave, qua e là un po' di volto mezzo ascoso: erano le più destre e le più animose delle educande, che serpendo tra una monaca e l'altre, s'eran trovate un cantuccio per vedere anch'esse qualche cosa: il che era in verità troppo giusto. Geltrude, come incantata, giunse in faccia a tanto teatro, condotta ed animata dai parenti, e si fermò nel bel mezzo davanti alla madre badessa. È inutile dire che questa era stata dal Marchese avvertita per un messo straordinario della visita che avrebbe ricevuta e del perchè. Geltrude fu accolta dalla badessa e da tutte le suore con acclamazioni. Dopo i primi saluti, la badessa, nel modo con cui si fa per formalità una domanda della quale è certa la risposta, le domandò che cosa ella desiderava in quel luogo dove non v'era chi potesse nulla rifiutarle.Son qui.... cominciò a rispondere Geltrude, ma nel momento in cui ella doveva manifestare con certezza un desiderio che era tutt'altro che certo nelsuo cuore, nel momento in cui le sue parole dovevano decidere quasi irrevocabilmente del suo destino, il combattimento interno fu sì forte ch'ella non potè proseguire, e rifletteva un istante, guardando come incantata la badessa e la folla che la circondava. Così guatando, ella vide distintamente alcune delle sue compagne, e sulla parte che appariva di quelle faccette, e più agli occhi, una espressione mista di malizia e di compassione, che diceva chiaramente: Ah! c'è incappata la brava! Questa vista le risvegliò in cuore tutta l'avversione al chiostro, l'orrore per la violenza che l'era fatta, e con questi sentimenti un lampo di coraggio. E già ella stava cercando una risposta diversa da quella che si aspettava da lei; cosa troppo difficile a trovarsi in quella circostanza. Alzò un momento gli occhi verso il padre, che le stava di fianco, per indovinare che effetto avrebbe prodotto la sua resistenza, e come per esperimentare le proprie forze, ma vide negli sguardi del Marchese una espressione sì minacciosa, che tutto il suo coraggio svanì. Pensò che la resistenza, che il ritardo, l'avrebbero resa innanzi a tanti occhi un oggetto di scandalo, di stupore e di derisione, pensò al padre, al fratello, al mondo, al paggio: si consolò, riflettendo che dopo quella formalità le rimaneva ancora una porta aperta per tornare indietro, che poteva guadagnar tempo, e che avrebbe saputo approfittarne; e il partito il più facile, il più sicuro, il meno terribile in quel momento le parve di proseguire,come fece: Son qui a domandare d'essere ammessa a vestir l'abito. Nel breve momento d'indugio che ella aveva posto a finir la sua frase, un silenzio solenne aveva regnato fra gli astanti: le parole di Geltrude furono seguite da una acclamazione generale. Chetato il tumulto, la badessa, tutta sorridente, a memoria porse questa risposta, che le era stata data in iscritto da un bell'ingegno di Monza, uomo dotto, che aveva letti i celebri romanzi del Pasta: Se il rispetto non ponesse un freno agli affetti, io accuserei in questa circostanza di troppo rigore quelle regole sapientissime che ci proibiscono di dare alcuna risposta a domande di questa natura, prima di averne ottenuta la licenza. Bensì, senza riguardi, accuseremo il tempo, che coi suoi lenti passi ci ritarda il momento di dare questa risposta, desiderosa non meno che desiderata. E voi, carissima figlia, con l'acume del vostro ingegno potrete intanto, dai segni esterni, farvi indovina della decisione che potete aspettarvi da tutte le nostre suore, e da me umilissima superiora. Le acclamazioni incominciarono: e le suore sorrisero di compiacenza, e non a torto, perchè la gloria del capo si diffonde sugli inferiori.La badessa, alla quale non era spiaciuto di aver molti uditori, pensò allora che la folla poteva essere incomoda e si rivolse ad una suora e disse: Ehi, suor Eusebia, date un po' la voce alla fattora, perchè faccia sgombrare tutto quel minuto popolo, e chiuda la porta di strada. L'ordine fu dato ed eseguito: eil minuto popolo partì con dispiacere, ma con ammirazione. Geltrude passava intanto dalle braccia della badessa a quelle d'una e d'un'altra suora; e ognuna le faceva un complimento, il quale aveva in tutte a un dipresso lo stesso senso: l'avevam sempre detto che sareste nostra. Passato quel primo impeto, la badessa pregò Geltrude e la famiglia di passare nel parlatorio. A questa preghiera le converse scesero dagli sgabelli, la folla si diradò e la badessa con alcune delle anziane si avviò al parlatorio per l'interno del chiostro, mentre la famiglia milanese vi andava pel di fuori.V'ha due modi di scendere il pendìo della sventura: l'uno è di capitombolare ad un tratto nel precipizio, l'altro d'andarvi come saltelloni in più riprese; in questo secondo caso, ogni fermata è una specie di riposo, e l'intervallo che passa tra una caduta e l'altra è talvolta tutto occupato dalla speranza. Geltrude sentì un certo sollievo d'essere uscita di quella stretta, comunque ne fosse uscita, e corse tosto col pensiero a proporsi di volere, prima di fare un altro passo, meditar ben bene se le conveniva o no di progredire, e di non lasciarsi cogliere così alla sprovveduta. Con questo pensiero ella fu condotta nel parlatorio. Qui rinnovati i complimenti, la badessa pregò gli ospiti di gradire alcune cosuccie, ch'ella faceva porre nella ruota da una conversa; la quale dette il moto alla ruota e ne rivolse la bocca verso il parlatorio esteriore.Due secoli e più sono passati dopo quel giorno memorabile: così che noi crediamo di poter omai senza indiscrezione[163]manifestare che la ruota, rivolgendosi, offerse agli sguardi ed alle mani degli ospiti un gran bacile di dolci squisiti, fabbricati di propria mano dalle suore, malgrado gli ordini ecclesiastici, in allora recenti, che proibivano loro assolutamente un tale esercizio. È da credersi che questi ordini non ottenessero un più grande effetto in progresso di tempo, giacchè questa fabbricazione durò fino ai nostri giorni; il che non si accenna qui per censurare con indiscreta severità tutte le monache che si succedettero in questi due secoli; una tale censura sarebbe anzi, a dir vero, non solo indiscreta, ma perfidamente ipocrita, perchè chi scrive ha mangiato egli stesso i dolci squisiti di fabbrica monastica, quando ha potuto averne. Si parla soltanto di questo fatto, perchè può dar luogo ad una osservazione piccante: che vi ha talvolta delle leggi che non sono eseguite.Dopo un oh! come di sorpresa, dopo alquanto schermirsi, e lagnarsi d'esser trattati in cerimonia, il bacile fu manomesso, i dolci furono gustati con atti che esprimevano l'ammirazione, somme lodi furon date con sentimento molto sincero, e respinte con molta modestia. Mentre la Marchesa e il Marchesino si abbandonavanocon alcune suore alle varie riflessioni che può far nascere un bacile di dolci, e Geltrude era costretta di rispondere come poteva ai complimenti che altre suore le facevano, la madre badessa chiamò in disparte il Marchese ad un'altra grata.—Signor Marchese... per adempire alle regole... per una pura formalità... debbo dirle... che ogni volta che una figlia domanda d'essere ammessa... la Superiora, quale io sono indegnamente... tiene obbligo di avvertire i parenti che se mai essi forzassero la volontà della figlia incorrerebbero nella scomunica... Mi scuserà...—Benissimo, benissimo, reverenda madre; troppo giusto: lodo la sua esattezza. Ma già ella non può dubitare...—Oh! Pensi, signor Marchese; non sono pur cose da dirsi; ho parlato per mio dovere; ma s'immagini...—Certo, certo, madre badessa.—Finito il qual breve dialogo, i due interlocutori si separarono in fretta, come se fosse incomodo ad entrambi il continuarlo, e andarono a mescersi ognuno alla sua brigata. Dopo alcuni altri complimenti, il Marchese si accomiatò, e Geltrude, colle tenere espressioni della badessa, con le istanze delle suore di venir presto, fu rimessa in cocchio, più stordita, più incerta, più sopra pensiero di quello che fosse partita la mattina, ma con un anello di più alla sua catena; e che anello!Ma la badessa aveva ella qualche dubbio sulla liberaelezione di Geltrude, o prestava fede intera alle parole materiali ch'erano uscite dalla bocca di lei? Il manoscritto non ne dice nulla; si perde invece a raccontare lunghissimamente dei particolari nojosi, che noi ommettiamo, intorno ad alcune brighe del monastero, ad alcune rivalità, ad alcuni impegni, nei quali l'aver fra le suore una figlia di famiglia potentissima poteva essere un gran soccorso[164].Appena cessati gl'inchini che dalla carrozza si dovevano fare in risposta alle riverenze delle suore, che stavano sulla soglia a veder partire i signori e la nuova sorella, appena messo in moto il cigolante carrozzone, Geltrude fu assalita da nuovi complimenti sul modo con cui si era portata, sul suo contegno, sull'ammirazione che aveva eccitato nelle monache, sul giubilo di queste per l'acquisto che facevano, e per conseguenza sulla felicità di che Geltrude avrebbe goduto in loro compagnia.Ma tutti gli elogj non furono per Geltrude. La Marchesa, sbadigliando, parlò con ammirazione della badessa. Come s'è portata! diss'ella, non mi aspettava tanto; ah! che contegno! aah! che dignità! aah! che disinvoltura!Sì, sì, rispose il Marchese, ma! Geltrude sarà altra cosa. Il discorso sarebbe durato fino all'arrivoin città, se il Marchesino, che ne era nojato, non l'avesse troncato per parlare dei divertimenti che Geltrude doveva godere nell'intervallo fra la domanda e l'accettazione. E qui, come conoscitore espertissimo di tutto ciò che nella città e nei contorni era degno da vedersi, egli ne anticipò a Geltrude larghe e variate descrizioni, e le parlò di molte sposine ch'egli aveva incontrate nelle brigate, senza risparmiare la storia di qualche grossa semplicità di taluna di esse, che aveva molto dato da ridere. Il Marchese lasciava chiacchierare il figlio, perchè in questa faccenda egli aveva più da fare che da dire, e tutto ciò che gli risparmiava una occasione di discorso, lo toglieva da un impaccio: quanto alla Marchesa, malgrado i trabalzi che una carrozza di quei tempi, dava in una strada di quei tempi, ella dormiva saporitamente: cosa che non sorprenderà chi sappia che cosa vuol dire essere svegliato tre ore prima del solito e per occuparsi in cosa indifferente.La Marchesa fu desta dal rimbombo dell'atrio di casa e dall'improvviso fermarsi della carrozza. Scesi e salite le scale, il Marchese intimò alla madre e alla figlia che prima del pranzo dovessero porsi in assetto per andar subito dopo a restituire la visita alle dame che avevano favorito la sera antecedente.Detto e fatto; l'acconciatura, il pranzo, le visite si succedettero senza interruzione; e la solita conversazione terminò la giornata. Dopo cena il Marchese pose in campo il discorso dei divertimenti che si dovevanodare a Geltrude, e delle conversazioni dove ella aveva ad esser presentata come sposina. Bisognerà pensare senza ritardo, soggiunse egli, a scegliere per Geltrude una madrina degna della nostra casa. La madrina, mio giovane lettore, era una dama incaricata di condurre la sposina ai divertimenti, alle conversazioni, di presentarla e di vegliare sovr'essa. Siccome il Marchese, proferendo quelle ultime parole, s'era voltato verso la Marchesa, come invitandola a proporre la dama che le fosse paruta più a proposito (atto, per parentesi, che il Marchese faceva rarissimo) la Marchesa cominciò tosto: Vi sarebbe... No no, interruppe il Marchese, la prima condizione d'una madrina è ch'ella vada a genio della sposina, e benchè l'uso universale e ragionevole dia questa scelta ai parenti, pure Geltrude ha tanto giudizio che merita che si faccia una eccezione per lei. E qui, rivolto a Geltrude, col piglio di chi fa una grazia singolare, continuò: Ognuna delle dame che avete visitate questa mattina, e di quelle che si sono trovate questa sera alla conversazione ha le condizioni necessarie per esser madrina d'una figlia della nostra casa, e ognuna si terrà onorata di esser preferita: scegliete.Geltrude, incerta, com'era, e stanca e indispettita dei passi che le si facevano fare sulla via del chiostro, non avrebbe voluto far nulla: ma la grazia era offerta con tanto apparato, ch'ella s'avvide che il rifiuto sarebbe stato preso per un disprezzo; e nellostesso tempo non volle perdere quel qualunque vantaggio che le dava il potere scegliere. Nominò dunque la dama che in quel giorno le era più dell'altre piaciuta, quella cioè che le aveva fatte più carezze d'ogni altra, che l'aveva lodata più d'ogni altra, che nell'accoglierla e nel conversare con lei le aveva mostrato tutto quell'aggradimento, quella famigliarità, quell'affetto, che alle volte in una prima conoscenza imita i modi d'una antica amicizia. La dama scelta da Geltrude aveva da lungo tempo fatto assegnamento sul fratello di Geltrude per farne il marito d'una sua figlia, ch'ella amava assai. Ben scelto, ben scelto, disse il Marchese; e lei, proseguì verso la Marchesa, andrà domani a farne la domanda alla dama, e si ricordi di dire che la scelta è stata fatta da Geltrude; che son certo che la dama aggradirà doppiamente la domanda.Noi non terremo dietro a Geltrude nei divertimenti e nelle conversazioni a cui fu condotta o strascinata, nè racconteremo tutte le impressioni e i sentimenti dell'animo suo in queste spedizioni; poichè dovremmo ripetere tante volte la stessa cosa, quante furono le fluttuazioni, le risoluzioni, i pentimenti, i sì e i no della sua mente, che furono infiniti.Talvolta la pompa degli addobbi, lo splendore delle feste, la musica che non esprime alcuna idea, e ne fa nascere a migliaja, quella esaltazione di gioia, che appare negli uomini radunati per divertirsi, e, per dir tutto, le qualità auree di qualche giovane cavaliere,che s'indovinavano al solo vederlo, le comunicava una certa ebbrezza, una specie di entusiasmo, che le faceva proporre di soffrire ogni cosa, piuttosto che di tornare all'ombra trista e fredda del chiostro. Talvolta lo stordimento, la fatica, la seccaggine dell'udire e la contenzione del rispondere le faceva parer dolce quel silenzio e quella pace. Si destava talvolta piena ancora delle immagini splendide del giorno trascorso; pensava al passo irrevocabile che stava per dare, e diceva tra sè: Oh che sproposito! si sentiva un coraggio a tutta prova, e prometteva di tornare indietro. La presenza del padre, o del Marchesino, una cosa qualunque da farsi, raffreddavano quel primo impeto; il quale alla sera si trovava talvolta cangiato in un pieno scoraggiamento. Tornavano allora alla mente le difficoltà, si pensava allora che se anche resistendo si avrebbe potuto schivare il chiostro, non era da sperarsi il viver lieto del quale allora si gustava una parte, perchè si era in colpa, perchè tutta la bonaccia presente non era assicurata che da un perdono, e il perdono dalla risoluzione di pigliare il velo. Come sarebbero andate le cose, se la risoluzione si fosse ritrattata? e con quali parole ritrattarla? come cominciare? da che? Geltrude ritirava lo sguardo da questo mare in tempesta, e rivolgendolo allora al chiostro, il chiostro le parava un porto. Coltivava ella allora i sentimenti pii che potevano far piacere il chiostro a chi l'avesse scelto volontariamente, e in quelli cercava di riposare.Quando dopo questi momenti ella si trovava con la famiglia, o con altri, diceva spontaneamente, e con aria di posata fermezza, parole che dovevano far credere che la sua scelta era liberissima. Tutte le volte poi ch'ella era posta in una circostanza nella quale ciò ch'ella doveva fare o dire doveva essere un nuovo attestato di questa sua scelta, ella faceva e diceva ciò che lo poteva far credere, ciò che la impegnava sempre più. Benchè alcune volte in quelle circostanze ella sentisse una manifesta ripugnanza all'impegnarsi davantaggio, quantunque ella vedesse chiaramente che ciò ch'ella stava per fare le rendeva più e più difficile il retrocedere, pure il dire o fare il contrario l'avrebbe posta tutt'ad un tratto in una situazione così dura e così difficile, ch'ella non poteva nè pure pensare di farlo. Ella era come chi, trovandosi sur un ripido pendìo, vedesse all'ingiù sotto di sè un picciol passo da farsi, e quindi un luogo di riposo, e volgendosi indietro, per guardare alla via che bisognerebbe fare per risalire, vedesse il principio d'una erta, lunga, dirotta, disastrosa. E la povera Geltrude non dava passo che per discendere. Ma siccome chi nuoce a sè stesso nell'avvenire per timore di nuocersi nel momento presente, non vuol mai confessare a sè stesso tutto il male che si fa, nè darsi così tosto per perduto, e ad ogni male che si fa, si consola con l'idea d'un rimedio, così anche Geltrude aveva trovato nella via che le restava da percorrere un momento di più forte speranza. Questo momento era quello dell'esameche un ecclesiastico, deputato dal vicario delle monache, doveva fare della sua vocazione; esame nel quale ella si sarebbe trovata sola con lui, e nel quale ella si teneva certa che qualche occasione si sarebbe offerta per potere svilupparsi da quel laccio, se laccio era, e, in ogni caso, di conoscere ella stessa più chiaramente il suo animo, di deliberare sulla sua scelta più posatamente, più sicuramente di quello che potesse fare coi parenti, già risoluti senza deliberazione, o coi suoi pensieri, troppo agitati, troppo confusi, troppo inesperti per deliberare.Il momento che Geltrude desiderava non senza qualche terrore, il Marchese lo affrettava con istanze, perchè, come si è detto, egli era uomo esperimentato, e sapeva che a volere che un affare sia spicciato, bisogna muoversi; e il momento venne. Un bel mattino il Marchese annunziò a Geltrude che in quel giorno il signor...., ecclesiastico mandato dal vicario delle monache, verrebbe ad esaminare la sua vocazione. Ma come quella conferenza avrebbe avute conseguenze serie, e Geltrude vi doveva esser sola con l'ecclesiastico, così il Marchese stimò che fosse necessario aggiungere all'annunzio qualche avvertimento che lasciasse una impressione nell'animo della figlia, e le servisse di compagnia e di guardia nell'assenza forzata d'ogni altro custode.Orsù, Geltrude, diss'egli, finora voi vi siete diportata da angelo: ora si tratta di coronar l'opera. Oggi voi dovete fare un gran passo; pensate che daesso dipende l'onore di vostro padre, della famiglia, il vostro, e il vostro destino di tutta la vita. Tutto quello che si è fatto finora, si è fatto di vostro consenso, anzi a vostra richiesta. Se in tutto questo frattempo vi fosse nato qualche pentimento, qualche dubbio, avreste dovuto manifestarlo; ma ora, voi ben vedete che non è più tempo di far ragazzate. Io mi sono impegnato in faccia al mondo, e mi sono impegnato perchè voi mi avete dato motivo di credere, di esser certo, che poteva impegnarmi senza rischio di avere una smentita. Ricordatevi che la più picciola esitazione che voi potreste mostrare oggi, mi porrebbe nella necessità di scegliere fra due partiti dolorosi: o di rinunziare alla mia riputazione, lasciando credere che io ho preso leggermente una leggerezza vostra per una ferma risoluzione, che ho fatte tante pubblicità senza riflessione... che so io... che ho preteso far violenza alla vostra vocazione... o di svelare i veri motivi della richiesta che voi avete fatta, e del vostro pentimento. Il primo partito non può assolutamente stare con ciò che debbo a me e alla casa. Astretto di appigliarmi al secondo, dovrei anche poi trattarvi come una figlia colpevole, che avrebbe corrisposto al primo perdono con un'altra gravissima colpa.... Il tuono solenne e misterioso, con cui il Marchese aveva cominciato il suo discorso, aveva già messo in apprensione Geltrude, e nella angoscia dell'aspettazione i tratti del suo volto erano immobili, tesi, ravvolti come le foglie d'un fiore nell'afache precede la burrasca; ma la gragnuola, assidua e crescente, di quelle parole minacciose, percotendola, la abbattè affatto, e la fè sciogliere in uno scoppio di pianto. Via, via... che è stato? disse avvedendosene il Marchese, il quale era in quella faccenda tanto occupato delle conseguenze che essa poteva avere per lui, che non pensava che essa potesse toccare altri tanto sul vivo. Che è stato? Io ho parlato in una supposizione impossibile... pure doveva pensare anche ad un tal caso... via, per quanto giudizio abbiate, io doveva mettervi in avviso sull'importanza delle risposte che oggi siete per dare. Il signor... vi domanderà se la vostra risoluzione è libera, se i parenti non vi hanno comandato, consigliato, che so io?... ed io doveva avvisare di pesare ben bene la risposta, perchè essa sia tale da non pormi nella necessità di farne un'altra io, e... ma via, via, le son ciarle: voi farete il vostro dovere da brava, come avete fatto finora; e non si parlerà tra di noi che di consolazioni. Via, non piangete, ricomponetevi, io vi lascio sola; rasserenatevi, non fate che il signor... vi trovi in uno stato che possa dare dei sospetti... mi fido di voi. Così dicendo partì, lasciando Geltrude a tutta l'agitazione che poteva dare un tal discorso ad una giovane del suo carattere in quella circostanza. Geltrude pianse amaramente, si sdegnò, volle meditare su quello che aveva a dire; ma questa meditazione era così piena di dolori, di incertezze e d'angustie, che la poveretta prescelsedi divertirne a forza il pensiero, di rivolgerlo a qualche cosa di estraneo, e di aspettare il consiglio dalla cosa stessa e dal momento. Ma qual si fosse il partito al quale ella dovesse appigliarsi nell'abboccamento, ella stessa sentiva ripugnanza e vergogna a presentarvisi in un aspetto che annunziasse una qualche perturbazione, e risolvette di avere un aspetto tranquillo e decente; e lo ebbe in brevissimo tempo. Pretendono alcuni che le figlie d'Adamo riescano molto meglio a dominare l'espressione esterna del loro animo, che l'animo stesso; e che in questa parte riescano meglio assai che non quegli individui del genere umano, che si chiamano di preferenza uomini. Ma tutte queste quistioni di paragone tra l'un sesso e l'altro, non saranno mai messe in chiaro, e nè pure ben poste, fin che gli uomini soli ne tratteranno ex professo negli scritti: giacchè essi peccano tutti verso le donne o di galanteria adulatoria, o di ostilità grossolana. Con questa osservazione non s'intende già di spiegare temerariamente tante opere profonde, che sono state scritte sul merito comparativo del bel sesso, e le riflessioni infinite e bellissime su questo argomento, che sono sparse in tante altre opere; ma, per quanto una materia sia stata egregiamente trattata, è sempre lecito di desiderare qualche cosa di più.Il signor....! A questo annunzio Geltrude balzò in piedi vergognosa e agitata, facendogli le accoglienze che usano le persone vergognose e agitate. Il Marchese lo accompagnava, e dato uno sguardoa Geltrude si ritirò: la madrina passò nella stanza vicina: la porta di comunicazione aperta in modo che ella potesse da quella vedere e non intendere.I lettori d'una storia hanno il privilegio di conoscere i personaggi prima di vederli operare, di sentirli parlare; ed è questa una delle ragioni per cui la lettura d'una storia è molte volte più chiara e meno difficoltosa che la condotta negli affari della vita. Per servire a questo privilegio noi diremo qualche cosa del signor....Era un buon uomo e la bontà gli era sì naturale, che gli pareva la cosa la più naturale del mondo; siccome ve n'aveva sempre nelle sue intenzioni e nelle sue azioni, egli ne supponeva sempre nelle intenzioni e nelle azioni degli altri: nel che il buon uomo aveva torto. Non vogliam dire con questo ch'egli avrebbe dovuto giudicare sfavorevolmente degli altri, supporre il male, attenersi a quell'indegno proverbio che dice, chi pensa male pensa una volta sola: ohibò: questo è un eccesso più comune e peggiore. Avrebbe dovuto lasciar di giudicare nelle cose che non lo toccavano; e in quelle nelle quali il suo giudizio doveva influire sulla sorte altrui, avrebbe dovuto sospenderlo fino a tanto che da un attento esame egli avesse potuto formarlo favorevole o contrario, buono o tristo, ma con quella maggior certezza che è data a quello stromento guasto che si chiama ragione umana[165].Il caso di Geltrude mostrerà come egli avesse il torto di pensar bene prima di pensare. Il Marchese parlandogli della figlia, ch'egli aveva ad esaminare, ne aveva esaltata la pietà, l'amore del ritiro, il desiderio di conservarsi nel chiostro per esser pura e santa. Il signor.... aveva creduto con gioia al primo momento tutte queste cose liete; e andava a far l'esame, nel quale si trattava di decidere se la vocazione era vera o falsa, colla prevenzione dolcissima ch'ella era vera; il buon uomo si consolava di avere a sentire l'espressione di un animo pio e fervente, di godere dello spettacolo di una buona risoluzione, mentre avrebbe dovuto pensare ad accertarsi se la risoluzione esisteva. Oh! dirà taluno, se egli non avesse creduto al Marchese, avrebbe dovuto supporre così di primo slancio che Geltrude era una finta, o il Marchese un tiranno impostore. E doveva egli pensar così senza alcun fondamento? Ohibò, di nuovo: non doveva pensar nulla: vi par egli cosa tanto difficile? Ma per non averlo saputo fare il buon uomo preparò l'animo suo nulla più che ad adempiere una cerimonia, una formalità, e faceva tutt'altro; e doveva saperlo. Il signor.... pregò Geltrude di riporsi a sedere, sedette, e vedendo in essa quella leggiera perturbazione ch'era da aspettarsi in quel caso, pensò di rincorarla con un modo scherzevole, e le disse: Signorina, vedo che le fo paura, non me ne maraviglio; io vengo a fare la parte del diavolo; perchè ella saprà che io debbo ora mettere in dubbio quellarisoluzione che a lei forse pare certa, ferma, irrevocabile; io debbo ora farle guardare attentamente il rovescio della medaglia, al quale ella forse non ha mai pensato; io debbo interrogarla minutamente per esser certo che ella non pigli qualche illusione per ispirazione.—Signore, rispose Geltrude, realmente rincorata dalle parole e dal tuono del buon uomo, io ho desiderato ardentemente questo abboccamento. Da questo dipende la scelta della mia vita, e io spero che da ciò che io sentirò da lei, da ciò che io le risponderò, verrò io stessa a conoscere più chiaramente quale sia la mia vocazione.—Bene, bene, rispose con gioia e quasi con ammirazione il signor..... così mi piace. Quelle proteste veementi, quelle affermazioni enfatiche alla prima, sono talvolta fuochi di paglia, fervori di fantasia. Per decidere bisogna dubitare, o fare come se si dubitasse. La prego, per ora, si faccia forza: per quanto ella credesse di aver risoluto, torni da capo, e si metta bene in testa che si tratta di risolvere ora. Il mio dovere è d'interrogarla su molti capi, e si compiaccia di rispondermi con semplicità e con riflessione. Come le è venuta questa risoluzione di abbandonare il mondo e di farsi monaca?Se il buon ecclesiastico avesse avuto l'intenzione di affliggere, di umiliare e di confondere Geltrude, non avrebbe potuto scegliere una interrogazione più opportuna di questa: ma egli era ben lontano dalsupporre l'effetto ch'ella doveva produrre, e l'aveva fatta nella semplicità del suo cuore, e per adempire alle regole del suo uficio, che la prescrivevano.Geltrude rimase come colpita: che rispondere? parlare della cagione vera e primaria, raccontare l'istoria del paggio?.... Dio liberi! Quella storia ella voleva schivarla a tutto costo. Ma, tacendola, come spiegare la sua domanda di farsi monaca, e tutti i passi conformi a quella domanda? Addurre violenze, minacce dei parenti? Ma non ne avevano usate, e questa menzogna (giacchè in quel momento Geltrude era disposta a farne una, e pensava solo a scegliere quella che l'avrebbe cavata più presto d'impaccio, e che non sarebbe stata scoperta in seguito) questa menzogna avrebbe certamente cagionata una spiegazione, che sarebbe tutta tornata in disonore di Geltrude. Che s'ella avesse attribuita la sua risoluzione al desiderio di compiacere ai parenti, ai loro consiglj, a leggerezza propria, la spiegazione diventava pure inevitabile; e in quel momento le parole che Geltrude aveva intese poco prima dal padre, le ripassarono in processione nella memoria. Le parve dunque che il solo mezzo per uscire da quel gineprajo fosse di dare una risposta che piacesse all'interrogante e al padre, che non lasciasse oscurità, nè punti da discutere nell'avvenire; sentì che per dare una tal risposta bisognava mostrare che la risoluzione fosse tuttavia ferma; vide le conseguenze, ma ci si risolse. Avvezza com'era a trarsi dalle circostanze difficilicon ripieghi che la ponevano in circostanze più difficili ancora, a consumare, per dir così, il tempo avvenire per vivere in quel momento, ella cedette all'abitudine e alla difficoltà, mentì contro sè stessa, e disse: È la mia vocazione: fino dai miei primi anni io mi sono sentita inclinata a servir Dio nel chiostro, lontano dai pericoli e dalle cure del mondo. Queste parole furon porte con l'apparenza della più ferma persuasione; e l'indugio, ch'ella aveva posto al rispondere, parve al signor.... un segno, una prova di riflessione posata. E in quel momento furon contenti ambedue; egli di vedere una così buona disposizione, ella di essere uscita d'impaccio come che fosse. Da quel momento Geltrude non pensò nelle altre risposte che a confermare la prima; e edificò il signor.... oltre ogni sua speranza. Quando egli le chiese se i parenti non avessero usate minacce, o troppo instanti preghiere per determinarla alla scelta dello stato religioso.... No, no, rispose con vivacità Geltrude; i miei parenti desiderano certo che io sia monaca; ma mi hanno lasciata libera, mi hanno lasciata libera. Il signor.... si scusò di averle fatta una simile interrogazione. Il signor Marchese—diss'egli—, quel cavaliere così degno! s'immagini s'io posso pensare di lui una cosa simile! ma, io ho fatto il mio dovere, per quanto strano mi paresse in questa circostanza.L'esame finì con le giulive congratulazioni del signor.... il quale, come per iscaricarsi la coscienzadi aver fatto qualche cosa per distorre un'anima buona da un pio proponimento, le disse tutto ciò che gli suggeriva il suo zelo cordiale per confermarla in quello, e partì con la persuasione di non aver mai trovata un'anima così ben disposta. Del resto, noi siamo ben lontani dal dare l'unica colpa, e nemmeno la primaria, della riuscita di quell'esame all'ingegno corrivo del buon uomo. Coi tristi antecedenti di Geltrude, e col suo carattere, la cosa doveva avere a un dipresso quell'esito, qualunque fosse l'esaminatore.Geltrude, ancor più fortemente compresa dall'idea del pericolo che aveva passato, che dal pensiero dell'impegno che aveva preso, corse tosto dal padre. Questi era in uno stato di aspettazione inquieta: ma Geltrude tutta commossa (le commozioni si scambiano facilmente non solo da chi le osserva, ma da chi le prova) gli raccontò frettolosamente l'esito della conferenza, e il Marchese respirò. Le fece animo, la colmò di lodi, la soffocò di promesse, tutto questo con una eloquenza di tenerezza sentita; giacchè in quel punto egli era lieto non solo di avere ottenuto il suo fine, ma le parole di Geltrude sembravano di chi ha liberamente scelto ed è contento della sua scelta; e la benevolenza per chi fa quello che uno desidera, in modo da togliergli ogni inquietudine ed ogni rimorso, è una virtù concessa a tutto il genere umano.Da quel giorno in poi Geltrude non ebbe più che due occupazioni, l'una interiore, ed era di persuadere a sè stessa ch'ella era contenta della sua scelta, di fermarsi quanto più poteva su le immaginazioni che potevano renderle gradevole il monastero, di cercare un po' nella divozione, un po' nel pensiero delle distinzioni che vi avrebbe avute, consolazioni celesti o mondane, tutto, purchè fosse consolazioni. L'altra occupazione era di accelerare quanto più si poteva tutte le operazioni preliminari alla vestizione, per uscir di casa, per esser chiusa una volta, per precludersi ogni strada al tornare addietro, per non sentirsi più nascere in cuore quell'intollerabile: potrei forse ancora. Questo suo desiderio s'accordava troppo con quelli del Marchese, perch'egli non cercasse ogni via di soddisfarlo, e infatti egli sollecitò a tempo e a contrattempo tutte le dispense per far presto.Così mi sembra che sarà bene che facciamo pur noi in questo racconto. Diremo dunque che Geltrude entrò nel monastero di Monza, e che assunse l'abito; che scorso il tempo del noviziato, nel quale la sua risoluzione parve sempre più spontanea e ferma, perchè ella mostrava tutto ciò che poteva farlo credere, e divorava nel suo cuore tutto ciò che avrebbe potuto far credere il contrario, trascorso questo tempo, ella fece la solenne professione, con una pompa straordinaria, e quale si conveniva alla casa. Il sacrificio fu consumato, il dono fu posto su l'altare, ma era di frutti della terra; la mano che ve lo aveva posto nonera monda; il cuore non lo offriva; e lo sguardo del cielo non discese sovr'esso[166].È uno dei caratteri più ammirabili e più divini della religione cristiana, di potere in qualunque circostanza dare all'uomo, che ricorra ad essa, un rimedio, una norma, e il riposo dell'animo. Quegli stesso, che per violenza altrui, o per suo fallo, o per sua malizia s'è posto in una via falsa, può ad ogni momento approfittare di questi beneficj. Poichè, se la via ch'egli ha intrapresa è iniqua, la religione glielo fa conoscere, gli da l'idea chiara ed assoluta del dovere ch'egli ha di ritrarsene e la forza di farlo, che che ne possa conseguire[167]; e se la via è soltanto difficile, pericolosa, spiacevole, ma senza adito al ritorno, da questa stessa dura necessità di proseguire in essa, la religione cava un motivo e dei mezzi per renderla regolare, praticabile, sicura, diciamolo pure arditamente, soave e deliziosa. Disapprovando i motivi che l'hanno fatta intraprendere, perchè erano falsi, essa ne somministra un altro nuovo ed inconcusso per continuarla, e dà ad una scelta temeraria o infelice, ma irrevocabile, tutta la santità, tutti i conforti, tutta la tranquillità della vocazione. Con quest'ajutoGeltrude, a malgrado della perfidia altrui e dei suoi errori di ogni genere, avrebbe potuto divenire una monaca santa, e contenta; e il secolo stesso, anzi l'età in cui ella visse, ha dato esempj, dei quali si è conservata la memoria, di donne che strascinate al chiostro con l'arte e con la forza, e dopo d'essersi per alcun tempo dibattute come vittime sotto la scure, vi trovarono la rassegnazione e la pace, una pace quale si trova di rado negli stati eletti più liberamente. Che dirò? Geltrude stessa fu uno di questi esempj, e insigne; ma ben tardi e dopo ben altri errori, anzi delitti, dopo sofferta ben altra forza che quella di cui abbiamo parlato. Ma per non precorrere ora agli eventi col racconto, diremo che Geltrude dopo la sua professione continuava ad opporre nel suo cuore un ostacolo ai rimedj e alle consolazioni che la religione avrebbe date alla sua sciagurata condizione: e questo ostacolo erano le consolazioni ch'ella andava cercando altrove, e particolarmente nelle cose che potevano lusingare il suo orgoglio[168].Il lettore non avrà forse dimenticato che la famiglia onde usciva Geltrude era molto potente, e che questa era la cagione principale per cui ella era stata tanto desiderata nel monastero. Infatti il monasteroaveva acquistato nel marchese Matteo un protettore dichiarato, il quale risguardava ormai come parte del suo onore l'onore del luogo dove si trovava una sua figlia. Ma questo vantaggio le suore lo pagavano, e per verità la cosa era giusta. Lo pagavano in tanti sgarbi, in tanti scherni, in tante fantasticaggini che avevano a sopportare da Geltrude, la quale, ricordandosi di tempo in tempo delle arti usate da quelle per ajutare a tirarla in quel luogo[169], dove di tempo in tempo ella non si poteva patire, si sfogava avventando beccate agli uccelli che avevano cantato per farla venire nella loro gabbia. E queste beccatelle le suore le toccavano senza risentirsene, per non perdere tutto il frutto del loro acquisto. Geltrude, vedendosi così distinta, così sopportata, tanto più libera delle altre, provava talvolta un certo conforto iracondo nel valersi di questi vantaggi, e nell'esercitare in tal modo la sua superiorità. Una superiorità d'un altro genere era pure per essa una occasione continua di cercare consolazioni nell'amor proprio, ed era la sua bellezza: ma quali consolazioni, per amor del cielo! pari a quelle che provava Robinson nella sua isola in contemplare le monete ch'egli aveva trovate nei frantumi del vascello sul quale era naufragato. Anzi non pari, perchè quel solitariole gettò in disparte con disprezzo, dopo d'aver fatto ad esse un'apostrofe su la loro inutilità, e non vi pensò più; ma la bellezza era per Geltrude un rodimento continuo, una occasione di regressi affannosi nel passato, e di sguardi disperati nell'avvenire. Ben è vero che ella si andava paragonando con le altre e si trovava più bella, ch'ella rideva di tratto in tratto, e si sarebbe creduto ch'ella ridesse di voglia, degli occhi sciarpellati della madre badessa, e del mento incartocciato della madre celleraria[170], ma in verità che quel riso non lasciava alla poveretta il dolce in bocca. Spendeva una parte del suo tempo nell'adornarsi come poteva, e così ingannava alcun poco la sua noja; cercava di ridurre l'abbigliamento monastico alle fogge secolaresche, o di accordarlo all'aria del suo volto, e, a dir vero, questo le riusciva facilmente, perchè la natura le aveva dato un volto che per poco che gli si lavorasse attorno stava bene[171]. Per far questo, aveva Geltrude trovato un mezzo molto ingegnoso. Gli specchj, come ognun sa, erano proibiti nei chiostri come i lumi nelle polveriere, e Geltrude nei primi tempi non osava ancora, come fece in appresso, conculcare tutte le regole; ma la infelicescaltrita aveva fatto porre dietro ad un quadretto, ch'ella teneva appeso nella sua camera, una lastra di latta levigatissima, e a quella si consultava segretamente. Ma quando dalle sue consulte ella aveva conchiuso che anche in quell'abito ella era avvenente assai, quand'anche ella se lo udiva ripetere dalle più mondane o dalle più adulatrici fra le sue compagne, il suo cuore ne rimaneva tutt'altro che soddisfatto. E quando poi il suo cuore le rinfacciava anche quella poca parte di piacere così mescolato e corrotto ch'ella aveva gustato, ella sentiva più rabbia che pentimento. Così la meschina si precludeva l'adito alle consolazioni reali di cui il suo stato era ancora capace, perchè per giungere a quelle, la prima condizione è di non curare il resto; come il naufrago, che vuole afferrare la tavola galleggiante che può condurlo in salvamento sulla riva, deve pure sciogliere il pugno e abbandonare le alghe e gli sterpi nuotanti, che aveva abbrancati per una rabbia d'istinto.Ad essere badessa si richiedeva l'età di quaranta anni; e quest'erba, per magra che fosse, era pure anco ben lunge dal becco di Geltrude. Ma, oltre le distinzioni e le franchigie, per così dire, ch'ella godeva per la condiscendenza delle suore e delle superiore, le era tosto stato conferito il grado più elevato che fosse compatibile con la sua giovinezza, era stata eletta maestra delle educande. E per una distinzione singolare le erano state assegnate due giovani suore converse, le quali erano come ai suoi servizi, quasidamigelle. Quel posto era per Geltrude un'occasione continua di esercitare le passioni più pericolose ch'ella covava. Fra le educande che le erano state affidate si trovavano ancora alcune di quelle che le erano state compagne, e Geltrude, così vicina ad esse di età, non aveva ancora dimenticati i risentimenti e le rivalità puerili del sodalizio: ed ora gli sfogava talvolta con tutta la forza che le dava la sua autorità. Nei momenti, spesso assai lunghi, di tristezza e di pentimento dello stato che aveva abbracciato, ella provava un certo rancore contro quelle giovanette, destinate per la più parte ad una vita libera e splendida, che non era più per lei; le risguardava come nemiche, le spiaceva di vederle liete d'una letizia che non era sperabile per essa, e faceva di tutto per toglierla loro; cosa assai facile ad una superiora. Sentiva ella bene la pazza ingiustizia di questa sua passione, ma vi si abbandonava. E in quei momenti poverette quelle educande. Talvolta, dopo d'aver lasciato tornare indietro il suo pensiero ne' diletti del mondo, dopo avervelo lasciato riposare per lungo tempo, ella ne sorprendeva alcune che parlavano fra di loro di ciò ch'ella aveva pensato, e allora chi l'avesse udita sgridarle ferocemente, l'avrebbe creduta invasa d'uno zelo inconsiderato, e d'una staccatezza[172]indiscreta e anti-sociale. Talvolta invece predominavanell'animo suo l'orrore al chiostro, alle regole, alla disciplina, all'obbedienza, alla solitudine, a tutte quelle cose in mezzo delle quali ella si trovava per forza, e allora non solo ella sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma la animava; si mesceva ai loro giuochi e gli rendeva più liberi; entrava nei loro discorsi, e gli portava al di là delle intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati.In queste agitazioni, in questo stato di guerra continua con sè stessa, e con ogni cosa circostante, ella passò i primi anni del chiostro, non senza qualche ritorno di divozione e di regolarità temporaria, dal quale ricadeva ben presto nelle sue abitudini predominanti. Questa vita di noja e di contrasto era tanto penosa che, senza forse esserne ben conscia a sè stessa, ella si trovava disposta ad abbracciare qualunque distrazione, qualunque cangiamento di sensazioni fosse stato possibile. Ma la clausura, le grate, le regole, la facevano camminare con una regolarità esteriore; i suoi pensieri soltanto vagavano in piena licenza; ma non v'era una occasione per concedere impunemente, o con lusinga d'impunità, una simile licenza alle sue azioni. Finalmente la sventura di Geltrude volle che l'occasione si presentasse; e Geltrude si portò in quella come era da temersi, e come diremo nel seguente capitolo.[173]Il quartiere dove abitavano le educande e con esse Geltrude e le sue damigelle, era annesso al monastero, ma appartato, e comunicava con esso per mezzo d'un corridojo[174]. Era un cortiletto quadrato, ricinto a terreno da un porticato continuo, sul quale per tutti e quattro i lati girava un basso ed unico piano di abitazione. Il lato appoggiato a quella parte del chiostro ove dimoravano le suore, era un lungo stanzone che serviva alla scuola ed alla ricreazione delle educande; un altro lato era occupato pure da un lungo stanzone che serviva di dormitorio; il terzo, diviso in varie camere, era l'appartamento della Signora e delle sue damigelle; il quarto finalmente, più stretto degli altri, era tenuto dal corridojo che conduceva nell'interno del chiostro, il quale abbracciava il cortiletto da tre lati[175]. L'altro, e appunto quello occupato dall'appartamento di Geltrude, era contiguo ad una casa privata e signorile, o per meglio dire ad una parte rustica e non finita di quella casa. Era dessaelevata al di sopra del quartiere delle educande[176]; ma quello che se ne poteva vedere da quindi pareva piuttosto una catapecchia, un casolaraccio, che una parte di casa civile; erano tetti e tettucci, diseguali di altezza e di forma; soprapposti l'uno all'altro come a caso. Ma in uno di quei tetti v'era un pertugio, un abbaino, che dava luce ad un solajo e adito a passare su quei tetti, e dal quale si poteva guardare nel cortiletto delle educande.Era severamente prescritto alle monache dagli ordini ecclesiastici, che dovessero togliere ai vicini ogni vista nel loro chiostro; ma o fosse che, per essere quella parte di casa disabitata, le monache non avessero mai badato a quel pertugio, o fosse che la spesa per liberarsi da quella servitù eccedesse la possibilità del monastero, o che non si potesse venirne a capo senza quistioni, il fatto è che da quel pertugio si guardava nel cortiletto delle educande; e un altro fatto assai tristo si è che il padrone di quella casa era un giovane scellerato: e questa parola, applicata ad un uomo di quei tempi, ha un senso molto più forte di quello che generalmente vi s'intende nei nostri; perchè a quei tempi, tante cagioni favorivano la scelleratezza, che in coloro i quali vi si distinguevano, essa giungeva ad un segno del quale, grazie a Dio, non si può avere una idea dalla esperienzacomune del vivere presente. I mezzi d'impunità erano allora varj ed infiniti: la frequenza dei delitti ne aveva diminuito il ribrezzo e la vergogna: gli animi erano avvezzi ed allevati, per dir così, nel sangue: da questi fatti era nato un pervertimento quasi generale nelle idee, e allo stesso tempo la perversità delle idee quei fatti, più comuni rendeva e più tollerati. La vendetta, per esempio, era comunemente stimata non solo lecita, ma comandata in alcuni casi; e benchè i ministri della religione non l'avessero mai fatta piegare nelle istruzioni pubbliche a questa massima perversa, benchè non avessero anzi cessato giammai di inveire contra la vendetta e contra le massime che la autorizzavano, pure l'opinione quasi generale del mondo sussisteva col favore di una distinzione, che, a malgrado della sua assurdità, o forse a cagione della sua assurdità, non è ancora del tutto caduta in disuso: si diceva che i preti facevano il loro dovere, che dicevano benissimo, che la vendetta secondo la religione era viziosa, ma ch'essa era un dovere secondo le leggi dell'onore: così si diceva e non dai più perversi, nè dai più stolti. Ora queste leggi dell'onore erano in allora molto draconiane, e domandavano sangue per molti casi: senza che questo onore così delicato si stimasse poi offeso,se per necessitàil sangue si fosse dovuto versare a tradimento o per mano di sicarj. Ne veniva di conseguenza che gli omicidj erano molto frequenti, che uno commesso diveniva causa di un altro, e così all'infinito, e chel'orrore al sangue si diminuiva con l'abitudine anche negli uomini che non erano sanguinarj, e che si era formato come un sentimento universale che una certa misura di animosità, di crudeltà e di delitti fosse una condizione necessaria, inevitabile della società; chi avesse detto che quello era un male temporario e speciale, sarebbe stato deriso come un ottimista, un utopista, un sognatore metafisico; appena uno si sarebbe degnato di rispondergli: gli uomini sono sempre stati e saranno sempre così. Portate le idee comuni a questo punto di licenza in molti, e di tolleranza e di rassegnazione in quasi tutti gli altri, egli è chiaro che gli uomini i quali avevano una tendenza distinta alla perversità, per giungere al colmo di essa, pigliavano le mosse da un punto ben più avanzato, ben più vicino al termine che non sieno le idee comuni dei nostri giorni; trovavano meno ostacoli e più incitamenti che ai nostri giorni a giungervi, e vi giungevano. L'omicida ai nostri giorni, quand'anche fosse impunito, sarebbe un oggetto di orrore; oggetto forse di più profondo orrore sarebbe chi, senza commettere l'omicidio di propria mano, ne avesse dato l'ordine ed il prezzo; e tali rei, oltre le pene legali, dovrebbero temere di perdere tutte le dolcezze della comune società. Quindi l'uomo che, in qualunque condizione, aspira a goderle, ha pure da questo lato un freno potente. Ma allora v'erano molti casi in cui l'avere ucciso, o fatto uccidere, non toglieva alla riputazione d'un uomo: l'omicida volontario era ammessoa giustificarsi e a render ragione dinanzi alla opinione publica: non si trattava che di provare che il caso richiedeva l'omicidio, che il delitto era una azione tollerata, o prescritta dalle leggi della opinione stessa. La speranza di poter fare questa giustificazione dinanzi ad una opinione già tanto perversamente indulgente, e di farla accettare col terrore, doveva essere ed era uno stimolo ai tristi potenti per correre allegramente la loro via[177]. Bastava quindi un leggero interesse, una picciola passione a spingere anche i meno tristi fra i tristi ad attentati ai quali ora si risolverebbero a fatica gli uomini i più avvezzi al delitto, benchè vi fossero tratti da un interesse molto maggiore, da una passione molto più violenta. Sarebbe un soggetto degno di curiosità la ricerca delle cagioni por cui quelle idee e quei costumi, dopo aver regnato per troppe età in quasi tutte le nazioni d'Europa, sieno poi stati da migliaja di scrittori e da milioni di parlanti attribuite poi esclusivamente agli Italiani. Ma noi invece di avviarci in una nuova digressione, ne abbiamo ora una, e anzi lunghetta che no, da farci perdonare: torniamo quindi alla storia.Il padrone della casa contigua al quartiere delle educande, era dunque un giovane scellerato: e sichiamava il signor Egidio: poichè di cognomi, come abbiam detto, l'autor nostro è molto sparagnatore. Suo padre, uomo dovizioso bastantemente, non aveva avuta altra mira nell'educarlo, che di renderlo somigliante a sè stesso: ora egli era un solenne accattabrighe: Egidio non aveva quindi sentito dall'infanzia a parlar altro che di soddisfazioni e di fare stare, non aveva veduto quasi altro che schioppi e pugnali; e dalle braccia della nutrice era passato in quelle degli scherani. La madre, ch'era di un carattere mansueto e pio, avrebbe potuto forse temperare in parte questa educazione, ma ella era morta lasciando Egidio nella infanzia, dopo una lenta malattia, cagionata dai continui spaventi. Il padre fu ucciso dopo una brevissima questione da un suo emolo, membro di una famiglia emola della sua da generazioni; ed Egidio restò solo e padrone nella sua giovinezza. La prima sua impresa fu di risarcire l'onore della famiglia, con una schioppettata nelle spalle dell'uccisore di suo padre. Questa impresa però lo pose da quel momento in un continuo pericolo; e per assicurarsi, egli dovette crescere il numero dei suoi bravi, e non camminar mai che in mezzo ad un drappello. Suo padre aveva non solo nel paese, ma altrove amici assai, e conformi a lui di massime e di condotta; Egidio gli ereditò tutti, e gli coltivò, tanto più che aveva bisogno della loro assistenza. Ma i garbugli e il macello non piacevano a lui, come al padre, per sè medesimi: l'educazione lo aveva addestrato a nontemerli, e a corrervi anzi ogni volta che un qualche fine ve lo spingesse: ma non erano un fine, un divertimento, un bisogno per lui. La sua passione predominante era l'amoreggiare; a questa si abbandonava, con quelle precauzioni però che esigeva lo stato di guerra in cui egli si trovava, e per questa egli veniva ai garbugli ed al macello quando non si poteva fare altrimenti.L'abbaino che guardava nel cortiletto del chiostro non era frequentato da nessuno tanto che visse il padre, il quale non si curava di spiare i fatti delle educande. Soltanto egli vi aveva condotto una volta Egidio adolescente, per fargli osservare che quello era un dominio sul chiostro, e quivi stendendo la mano sui tetti sottoposti, come Amilcare sull'ara, aveva fatto promettere a quel picciolo Annibale che mai in nessun tempo egli non avrebbe sofferto che le monache si togliessero quella servitù. Egidio, divenuto padrone, si risovvenne dell'abbaino e gli parve un dominio assai più importante che suo padre non lo aveva creduto.Un consorzio di donzellette, le quali non erano tutte bimbe, parve a colui uno spettacolo da non trasandarsi, quando lo aveva così a portata; e la santità del luogo, il riserbo con cui eran tenute, l'innocenza loro, tutto ciò che avrebbe dovuto essere freno, fu incentivo alla sua sfacciata curiosità, la quale non aveva disegni già determinati, ma era pronta a cogliere e a far nascere tutte le occasioni.Si affacciava egli dunque all'abbaino con quella frequenza e con quella libertà che non bastasse a farlo scoprire da chi non avrebbe voluto. Nelle ore in cui Geltrude non faceva guardia alle educande, e queste ore tornavano sovente, gettò egli gli occhi sopra una delle più adulte, e trovato il terreno dolce, si diede a chiacchierellare con essa: ma pochi giorni trascorsero, che quella, fidanzata dai suoi parenti ad un tale, fu tolta dal monastero, e così la tresca finì, senza che nessuno l'avesse avvertita. Egidio, animato da quel primo successo, ed allettato più che atterrito dalla empietà del secondo pensiero, ardì di rivolgere e di fermare gli occhi e i disegni sopra la Signora: e si diede ad agguatarla. Un giorno, mentre le educande erano tutte congregate nella stanza del lavoro con le due suore addette ai servigj della Signora, passeggiava essa sola innanzi e indietro nel cortiletto, lontana le mille miglia da ogni sospetto d'insidie, come il pettirosso sbadato saltella di ramo in ramo senza pure immaginarsi che in quella macchia vi sia dei panioni, e nascosto dietro a quella il cacciatore che gli ha disposti.Tutt'ad un tratto sentì ella venire dai tetti come un romore di voce non articolata, la quale voleva farsi e non farsi intendere, e macchinalmente levò la faccia verso quella parte; e mentre andava cercando con l'occhio per quegli alti e bassi, quasi cercando il punto preciso donde il romore era partito, un secondo romore, simile al primo, e che manifestamentele apparve una chiamata misteriosa e cauta, le colpì l'orecchio, e la fece avvertire il punto ch'ella cercava. Guardò ella allora più fissamente per conoscere che fosse; e i cenni che vide non le lasciarono dubbio sulla intenzione di quella chiamata. Bisogna qui render giustizia a quella infelice: qual che fosse fin allora stata la licenza dei suoi pensieri, il sentimento ch'ella provò in quel punto fu un terrore schietto e forte: chinò tosto lo sguardo, fece un cipiglio severo e sprezzante, e corse come a rifugiarsi sotto quel lato del porticato che toccava la casa del vicino, e dove per conseguenza ella era riparata dall'occhio temerario di quello: quivi, tirando lunghesso il muro, rannicchiata e ristretta come se fosse inseguita, si avviò all'angolo dov'era una scaletta che conduceva alle sue stanze, vi salse, e vi si chiuse, quasi per porsi in sicuro. Posta a sedere tutta ansante, fu assalita da una folla di pensieri: cominciò, prima di tutto, a ripensare se mai ella avesse dato ansa in alcun modo alla arditezza di colui, e trovatasi innocente si rallegrò: quindi, detestando ancora sinceramente ciò che aveva veduto, se lo andava raffigurando e rimettendo nella immaginazione, per venire più chiaramente a comprendere come, perchè ciò fosse avvenuto. Forse era equivoco? forse l'aveva egli presa in iscambio? forse aveva voluto accennare qualche cosa d'indifferente? Ma più ella esaminava, più le pareva di non avere errato alla prima, e questo esame, aumentando la sua certezza, la andava famigliarizzandocon quella immagine, e diminuiva quel primo orrore e quella prima sorpresa. Cosa strana e trista! il sentimento stesso della sua innocenza le dava una certa sicurtà a tornare su quelle immagini; ella compiaceva liberamente ad una curiosità di cui non conosceva ancora tutta l'estensione, e guardava senza rimorso e senza precauzione una colpa che non era la sua. Finalmente dopo lunga pezza ella si levò come stanca di tanti pensieri che finivano in uno, e desiderò di trovarsi con le sue educande, con le suore, di non esser sola. Esitò alquanto su la strada che doveva fare: ripassando pel cortiletto ella avrebbe potuto lanciare un guardo alla sfuggita dietro le spalle su quei tetti per vedere se colui era tanto ardito da trattenervisi, e così saper meglio come regolarsi.... ma s'accorse tosto ella stessa che questo era un sofisma della curiosità, o di qualche cosa di peggio, e senza più esitare s'avviò pel dormitorio alla stanza dove erano le educande: qui, o fosse caso, o un resto di quella esitazione, ella si affacciò ad una finestra che aveva dirimpetto appunto quei tetti, vi guardò, vide il temerario che non si era mosso, partì tosto dalla finestra, la chiuse e uscì da quella stanza, dicendo in fretta alle educande, con voce commossa: lavorate da brave; e se ne andò difilato a passeggiare nel giardino del chiostro. L'atto repentino e la commozione della voce non diedero nulla da pensare nè alle educande, nè alle suore, avvezze le une e le altre agli sbalzi frequenti dell'umore della Signora.Ma ella stava peggio nel giardino che già non fosse nelle sue stanze. Le venne un pensiero, che avrebbe dovuto avvertire dell'accaduto chi poteva opporsi a tanta temerità. Ma..., e se mi fossi ingannata? Questo dubbio non le veniva che allor quando la manifestazione di ciò che aveva veduto le si presentava alla mente come un dovere. Prima di parlare, diceva fra sè, voglio esser certa; troverò il modo di farlo con prudenza. E finalmente, concluse fra sè, in un accesso di passioni diverse, finalmente che colpa ci ho io? questo monastero non l'ho piantato io qui vicino a questa casa. Così non foss'egli stato piantato in nessun angolo della terra! Dovevano pensarci quelle che sono venute a chiudervisi di loro voglia. Vada come sa andare. Io non voglio pensarci.Queste parole volevano dire, forse senza che Geltrude stessa lo scorgesse ben chiaro, che d'allora in poi ella non avrebbe pensato ad altro. Il nostro manoscritto segue qui con lunghi particolari il progresso dei falli di Geltrude; noi saltiamo tutti questi particolari, e diremo soltanto ciò che è necessario a fare intendere in che abisso ella fosse caduta, e a motivare gli orribili eccessi d'un altro genere ai quali la strascinò la sua caduta. L'assedio dello scellerato Egidio non si rallentò, e Geltrude cominciò a mettersi sovente nella occasione di mostrargli ch'ella disapprovava le sue istanze, quindi passando gradatamente dalle dimostrazioni della disapprovazione a quelle della noncuranza, da questa alla tolleranza,finalmente dopo un doloroso combattimento si diede per vinta in cuor suo, e con quei mezzi che lo scellerato aveva saputi trovare e additarle lo fece certo della sua infame vittoria. Cessato il combattimento, la sventurata provò per uno istante[178]una falsa gioja. Alla noja, alla svogliatezza, al rancore continuo, succedeva tutt'ad un tratto nel suo animo una occupazione forte, gradita, continua; una vita potente si trasfondeva nel vuoto dei suoi affetti; Geltrude ne fu come inebriata; ma era la coppa ristorante che la crudeltà ingegnosa degli antichi porgeva al condannato per invigorirlo a sostenere il martorio. L'avvenire gli apparì come piano e delizioso. Alcuni momenti della giornata spesi a quel modo, e il resto impiegato a pensare a quelli, ad aspettarli, a prepararli le sembrò una esistenza beata, che non lascerebbe nè cure, nè desiderj; ma le consolazioni della mala coscienza, dice il manoscritto, profittano altrui come al figliuolo di famiglia le somme ch'egli tocca dall'usurajo. L'accecamento di Geltrude e le insidie di Egidio s'avanzavano di pari passo, e giunsero al punto che il muro divisorio non lo fu più che di nome.Già prima di arrivare a questo estremo, nel carattere di Geltrude era accaduto un gran cangiamento,tutte le inclinazioni viziose, che vi erano come addormentate, si risvegliarono più forti e più adulte e a tutte queste si aggiunse l'ipocrisia. Cominciò ella nei primi momenti a divenire più attenta nell'esteriore, più regolare, più tranquilla; cessò dagli scherni e dal rammarichio; di modo che le suore si congratulavano a vicenda della mutazione felice. Ma quando all'effetto naturale del fallo si aggiunse la scuola viva e diretta dello scellerato giovane, ognuno può immaginarsi, quali diventassero le idee di Geltrude. Tutto ciò che era dovere, pietà, morigeratezza[179]era già da gran tempo associato nella sua mente alla violenza ed alla perfidia, ed aveva un lato odioso e sospetto; i ragionamenti che tendevano a mostrare che tutto ciò era una invenzione dell'astuzia, un'arte per godere a spese altrui, accolti dal cuore e presentati all'intelletto, furono ricevuti in esso come amici savj e sinceri. Vi ha nelle teorie del vizio qualche cosa di più pensato, di più profondo, di più verosimile che non appaja nelle massime del dovere espresse in un modo volgare e talvolta inesatto: di modo che il pervertimento può parere facilmente un progresso di ragioni. Ben è vero che al di là di quelle teorie ven'ha una più profonda e vera che mostra la loro fallacia; ma questa non è dato trovarla se non ad una meditazione potente, o ad un sentimento retto; ma Geltrude non aveva nè l'uno, nè l'altro di questi ajuti. Ella fu dunque una docile e cieca discepola, e conobbe e ricevè tutte quelle idee generali di perversità a cui l'ignoranza e la irriflessione di quei tempi permetteva di arrivare.
Questo cangiamento era stato provocato da Geltrude. Vedendo ella in quel giorno il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, fu tentata di profittare dell'auge in cui si trovava per soddisfare almeno una delle passioni che si univano a tormentarla. Si è detto ch'ella vedeva di mal occhio la donna che le era stata spia e guardiana;e che vi era fra esse un ricambio continuo, una gara di sgarbi. Geltrude in cento momenti di devozione le aveva perdonato, ma cento perdoni non ne vagliono un solo. Vedersi in quel giorno trattata con tanta importanza, quasi con tanto rispetto, da tutta la famiglia, le dava un po' di superbia, e nello stesso tempo il sentire che con queste lusinghe le si faceva fare quello che forse ella non avrebbe voluto, le dava stizza; mentre il suo animo si trovava fra questi due tristi sentimenti, le sovvenne dei modi rozzi, famigliari, insolenti che quella donna le aveva usati nella sua prigionìa, e volendo lamentarsi di qualche cosa, se ne lamentò al padre. Questi ne fu, e se ne mostrò sdegnato, non istette a domandarle come ella pure avesse trattata la donna; ma promise che darebbe una buona lavata di capo a colei, e fissò immediatamente ai servigi di Geltrude un'altra donna di casa. Era questa la vecchia governante del Marchesino: e Geltrude faceva poco guadagno nel cambio. La vecchia, alla quale il Marchesino era stato dato in guardia quando fu tolto dalla nutrice, aveva per lui una falsa affezione di madre; in lui aveva poste tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Dopo il Marchese ella era stata la prima a dire che Geltrude aveva ad esser monaca per non rubare una parte d'entrata al Marchesino. Quel giorno ella era e si mostrava tanto soddisfatta, che aveva ricevute le congratulazioni dei suoi compari, tra i quali era un personaggio d'importanza; e parlavacon molta bontà della signorina, che aveva conosciuto il suo dovere. Geltrude, a compimento di quella giornata, dovette sentire le lodi e i consigli della vecchia che, spogliandola e ponendola a letto, le fece la storia di sue zie e di sue prozie, le quali s'eran fatte monache per non intaccare il patrimonio della casa, e che se n'erano trovate ben contente, perchè i monasteri dove s'erano chiuse avevan saputo tener conto dell'onore che arrecava loro l'aver dame di quella casa. Le raccontò che si era ricorso ad esse per protezione e che esse dal loro parlatorio avevano ottenuto ciò ch'era stato invano domandato dalle prime dame nella loro gran sala di ricevimento; parlò degli affari d'onore imbrogliatissimi, ch'esse avevano conciliati, delle visite di grandi personaggi forestieri, che avevano ricevute, di che tutta la città aveva parlato. Ma, soggiungeva, erano donne che sapevano fare; e qui intrometteva qualche consiglio sulla condotta da tenersi a Monza. Prediceva gli onori che Geltrude avrebbe pur ricevuti, le distinzioni, le visite. Verrebbe poi il signor Marchesino colla sua sposa, la quale doveva esser certo una gran dama, e allora non solo il monastero, ma tutto il borgo sarebbe in movimento. Geltrude ascoltava con una noja mista di qualche curiosità, poichè si trattava probabilmente del suo avvenire, e, benchè stanca e stordita, non diceva finitela, per quella stessa curiosità che impedisce uno di lasciare a mezzo una storia mal pensata e male scritta. La vecchia aveva parlato mentrespogliava Geltrude, quando Geltrude era già coricata: parlava ancora che Geltrude dormiva. Le cure di rado tolgono il sonno alla giovinezza; e sono tutt'altre cure che quelle onde era oppressa Geltrude. Il suo sonno fu affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce agra della vecchia, che venne di buon mattino a riscuoterla perchè si preparasse alla gita di Monza.
Alto, alto, signora sposina; è giorno fatto; e prima ch'ella sia vestita, rivestita, in pronto, ci vorrà anche un'ora almeno. La signora Marchesa si sta alzando, e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito. Il Marchesino è già disceso alla scuderia e risalito; e si trova in ordine di partire quando che sia. Vispo come un leprotto quel diavoletto: ma! egli era tale fin da bambino: io posso ben dirlo, che l'ho tenuto nelle mie braccia. Ma quando è all'ordine non bisogna farlo aspettare, perchè, quantunque sia della miglior pasta del mondo, allora egli strepita, fa il diavolo: e questa volta avrebbe anche un po' di ragione, perchè egli s'incomoda per accompagnar lei. Quando è in quei momenti, non ha tema di nessuno, fuorchè del signor Marchese; ma poi finalmente egli non ha sopra di sè che il signor Marchese; e un giorno il signor Marchese sarà egli. Poveretto! con due paroline però s'acqueta subito. Lesta, lesta, signorina; perchè mi sta guardando così come incantata? a quest'ora ella dovrebb'esser fuori del nido.
Geltrude infatti, desta per forza, non ancor ben certa di vegliare, assalita ad un punto dalle memorie del giorno trascorso, dal pensiero di ciò che si doveva fare in quello che cominciava, e dal cinguettìo della governante, stava cogli occhi socchiusi ed intenti, come trasognata: quel destarsi era per la sua mente come il fioco barlume di un mattino tempestoso, quando un leggero diradamento nelle tenebre appena annunzia che il sole è sull'orizzonte, e a chi guarda più attentamente il sole stesso appare come un disco bianco, sfumato e leggiero, sospeso dietro le nuvole trasparenti. Quelle esortazioni però fecero colpo assai, perchè la vecchia aveva toccato un tasto del quale ella stessa non conosceva tutta la forza. Il nome del Marchesino aveva già fermata l'attenzione di Geltrude, ma quando dalle parole della governante l'immagine del Marchesino in collera passò alla mente di Geltrude, tutti i pensieri, onde questa era affollata, si lavarono a volo come uno stormo di passere alla vista d'uno spauracchio, e non restò più a Geltrude che la voglia di sbrigarsi e di schivare quella collera. Geltrude, bisogna confessarlo, non amava molto il fratello: e pei suoi modi aspri, sprezzanti e imperiosi, e perchè di tutta la casa il Marchesino era quegli che più sovente aveva il monastero in bocca: e perchè le compiacenze e le distinzioni dei parenti sopra di lui la tenevano in uno stato continuo di paragone umiliante. Lo temeva essa però, ma fino ad un certo tempo, non quanto egli avrebbe voluto: e come di linguae d'ingegno ella era meglio fornita di lui, di quando ella si vendicava con un motto, di molti giorni di una pesante persecuzione. Era quindi tra loro come un continuo stato di guerra. Ma quando dopo la sua prigionìa Geltrude comparve davanti al fratello carica d'un fallo e d'un perdono, alzando timidamente gli occhi sulla faccia del fratello, vi scorse una superiorità dalla quale non ebbe pure il pensiero di potersi ribellar mai; si sentì soggiogata per sempre. Ed ora il solo pensare che il fratello in un momento d'impazienza potesse profittare del vantaggio che ella le aveva dato col suo fallo, per gittarle un motto, un rimprovero, che alludesse a quello, la faceva tremare. Si pose ella quindi a sedere in fretta e pure in fretta cominciò a vestirsi. Avrebbe potuto la poverina riflettere che quel pericolo era troppo lontano; che il fratello in un momento in cui sperava da lei un tal sacrificio, era ben lontano dal dir cosa che potesse offenderla; e che, alla fine, per grossolano e sventato ch'egli fosse, non avrebbe scherzato così di leggieri con l'onore di sua sorella, al quale il suo proprio era tanto vicino: ma un effetto dei falli si è appunto di render l'animo più soggetto a timori non ragionevoli.
Geltrude si vestì dunque in fretta, si lasciò acconciare e comparve nella sala dov'era radunata la famiglia ad aspettarla. Il Marchesino, al quale corsero dapprima i suoi occhi, si mostrava tranquillo, senza dar segno d'impazienza: la Marchesa, la quale aveva sagrificate tre ore di letto, mostrava nell'aspettoquel misto di sentimenti che nasce dalla consolazione di aver fatta una impresa, e dal dispetto degli incomodi sostenuti per venirne a capo. Il Marchese con lieto viso si fece incontro a Geltrude e le disse: avete scelto una bella giornata: buon augurio. Buon augurio, ripeterono la Marchesa e il Marchesino. Era preparata una sedia a bracciuoli, e il Marchese accennò amorevolmente a Geltrude che vi sedesse, e perch'ella, confusa, stava alquanto in forse: qui, qui, diss'egli, certamente: dopo la risoluzione che avete fatta non siete più una ragazzetta: siete come un di noi. Appena Geltrude si fu seduta, venne un servo che le presentò rispettosamente una tazza di cioccolatte. Prendere il cioccolatte a quei tempi, era, dice il nostro manoscritto, quello che presso i romani assumere la veste virile; e tutte queste cerimonie erano piccioli fili che legavano sempre più la povera Geltrude. Essa non confermava con parole la risoluzione che tutte quelle dimostrazioni supponevano: non diceva nulla, non faceva nulla, ma tutto ciò che si faceva dintorno a lei, la poneva in una situazione nella quale il disdirsi, appena il mover dubbio sulla sua risoluzione, il fermarsi un momento avrebbe avuto sempre più apparenza di stranezza scandalosa. Preso il fatal cioccolatte, il Marchese si alzò, pigliò Geltrude in disparte, e con aria di consiglio amorevole le disse: Orsù, figlia mia, diportatevi bene: scioltezza e buon garbo. E qui le diede le istruzioni su quello che doveva fare e dire, e le fece ripetere la formola delladomanda. Benissimo, a maraviglia, esclamò quindi, e continuò: Quelle buone suore vi aspettano a braccia aperte; e non sanno nulla, nulla.... Non mi date in fanciullaggini, in pianti; non mi fate la Maddalena penitente; guardatevi da un contegno che lasci sospettar qualche cosa: siate franca, e mostrate di che sangue uscite. La vostra risoluzione vi ha meritato il perdono della famiglia; il vostro fallo è cancellato e dimenticato. Quand'anche Geltrude avesse avuto il coraggio, che non aveva, di porre qualche ostacolo, questo discorso, che le faceva sentire dove si sarebbe tosto portata la quistione, l'avrebbe immediatamente disposta ad obbedire senz'altre osservazioni. Ella arrossò, non rispose nulla, chinò il capo, gli occhi le si gonfiarono; ma un: via! via! detto risolutamente dal Marchese e l'apparire d'un servo che annunziava che il cocchio era pronto, la costrinsero a farsi forza e a ricomporsi. Nello scender le scale, Geltrude fu servita da un bracciere, si montò in cocchio e si partì. Gl'impicci, le noje e i pericoli del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema del discorso durante il tragitto. All'entrare nel borgo, al vedere la porta del chiostro, Geltrude si sentì stringere il cuore, ma gli occhi della famiglia erano sopra di lei; quando il cocchio si fermò, Geltrude, guardando alla porta, la vide già piena di curiosi; e lo studio di non far nulla di sconvenevole la occupava tanto, ch'ella scese, e s'avviòquasi senz'altro pensiero. Attraversando il cortile si vide la porta del chiostro aperta, e tutta occupata dalle monache. In prima fila alcune anziane, colla badessa nel mezzo; dietro, le altre alla rinfusa; quelle, che erano immediatamente dopo le prime, cacciavano il volto tra l'una e l'altra; altre dietro, ritte sulla punta dei piedi; e, per non tacer nulla, le converse, in ultimo, sollevate sopra sgabelletti. Si vedevano pure qua e là luccicare più basso qualche paja di occhi avidissimi, ed apparire, come al buco della chiave, qua e là un po' di volto mezzo ascoso: erano le più destre e le più animose delle educande, che serpendo tra una monaca e l'altre, s'eran trovate un cantuccio per vedere anch'esse qualche cosa: il che era in verità troppo giusto. Geltrude, come incantata, giunse in faccia a tanto teatro, condotta ed animata dai parenti, e si fermò nel bel mezzo davanti alla madre badessa. È inutile dire che questa era stata dal Marchese avvertita per un messo straordinario della visita che avrebbe ricevuta e del perchè. Geltrude fu accolta dalla badessa e da tutte le suore con acclamazioni. Dopo i primi saluti, la badessa, nel modo con cui si fa per formalità una domanda della quale è certa la risposta, le domandò che cosa ella desiderava in quel luogo dove non v'era chi potesse nulla rifiutarle.
Son qui.... cominciò a rispondere Geltrude, ma nel momento in cui ella doveva manifestare con certezza un desiderio che era tutt'altro che certo nelsuo cuore, nel momento in cui le sue parole dovevano decidere quasi irrevocabilmente del suo destino, il combattimento interno fu sì forte ch'ella non potè proseguire, e rifletteva un istante, guardando come incantata la badessa e la folla che la circondava. Così guatando, ella vide distintamente alcune delle sue compagne, e sulla parte che appariva di quelle faccette, e più agli occhi, una espressione mista di malizia e di compassione, che diceva chiaramente: Ah! c'è incappata la brava! Questa vista le risvegliò in cuore tutta l'avversione al chiostro, l'orrore per la violenza che l'era fatta, e con questi sentimenti un lampo di coraggio. E già ella stava cercando una risposta diversa da quella che si aspettava da lei; cosa troppo difficile a trovarsi in quella circostanza. Alzò un momento gli occhi verso il padre, che le stava di fianco, per indovinare che effetto avrebbe prodotto la sua resistenza, e come per esperimentare le proprie forze, ma vide negli sguardi del Marchese una espressione sì minacciosa, che tutto il suo coraggio svanì. Pensò che la resistenza, che il ritardo, l'avrebbero resa innanzi a tanti occhi un oggetto di scandalo, di stupore e di derisione, pensò al padre, al fratello, al mondo, al paggio: si consolò, riflettendo che dopo quella formalità le rimaneva ancora una porta aperta per tornare indietro, che poteva guadagnar tempo, e che avrebbe saputo approfittarne; e il partito il più facile, il più sicuro, il meno terribile in quel momento le parve di proseguire,come fece: Son qui a domandare d'essere ammessa a vestir l'abito. Nel breve momento d'indugio che ella aveva posto a finir la sua frase, un silenzio solenne aveva regnato fra gli astanti: le parole di Geltrude furono seguite da una acclamazione generale. Chetato il tumulto, la badessa, tutta sorridente, a memoria porse questa risposta, che le era stata data in iscritto da un bell'ingegno di Monza, uomo dotto, che aveva letti i celebri romanzi del Pasta: Se il rispetto non ponesse un freno agli affetti, io accuserei in questa circostanza di troppo rigore quelle regole sapientissime che ci proibiscono di dare alcuna risposta a domande di questa natura, prima di averne ottenuta la licenza. Bensì, senza riguardi, accuseremo il tempo, che coi suoi lenti passi ci ritarda il momento di dare questa risposta, desiderosa non meno che desiderata. E voi, carissima figlia, con l'acume del vostro ingegno potrete intanto, dai segni esterni, farvi indovina della decisione che potete aspettarvi da tutte le nostre suore, e da me umilissima superiora. Le acclamazioni incominciarono: e le suore sorrisero di compiacenza, e non a torto, perchè la gloria del capo si diffonde sugli inferiori.
La badessa, alla quale non era spiaciuto di aver molti uditori, pensò allora che la folla poteva essere incomoda e si rivolse ad una suora e disse: Ehi, suor Eusebia, date un po' la voce alla fattora, perchè faccia sgombrare tutto quel minuto popolo, e chiuda la porta di strada. L'ordine fu dato ed eseguito: eil minuto popolo partì con dispiacere, ma con ammirazione. Geltrude passava intanto dalle braccia della badessa a quelle d'una e d'un'altra suora; e ognuna le faceva un complimento, il quale aveva in tutte a un dipresso lo stesso senso: l'avevam sempre detto che sareste nostra. Passato quel primo impeto, la badessa pregò Geltrude e la famiglia di passare nel parlatorio. A questa preghiera le converse scesero dagli sgabelli, la folla si diradò e la badessa con alcune delle anziane si avviò al parlatorio per l'interno del chiostro, mentre la famiglia milanese vi andava pel di fuori.
V'ha due modi di scendere il pendìo della sventura: l'uno è di capitombolare ad un tratto nel precipizio, l'altro d'andarvi come saltelloni in più riprese; in questo secondo caso, ogni fermata è una specie di riposo, e l'intervallo che passa tra una caduta e l'altra è talvolta tutto occupato dalla speranza. Geltrude sentì un certo sollievo d'essere uscita di quella stretta, comunque ne fosse uscita, e corse tosto col pensiero a proporsi di volere, prima di fare un altro passo, meditar ben bene se le conveniva o no di progredire, e di non lasciarsi cogliere così alla sprovveduta. Con questo pensiero ella fu condotta nel parlatorio. Qui rinnovati i complimenti, la badessa pregò gli ospiti di gradire alcune cosuccie, ch'ella faceva porre nella ruota da una conversa; la quale dette il moto alla ruota e ne rivolse la bocca verso il parlatorio esteriore.
Due secoli e più sono passati dopo quel giorno memorabile: così che noi crediamo di poter omai senza indiscrezione[163]manifestare che la ruota, rivolgendosi, offerse agli sguardi ed alle mani degli ospiti un gran bacile di dolci squisiti, fabbricati di propria mano dalle suore, malgrado gli ordini ecclesiastici, in allora recenti, che proibivano loro assolutamente un tale esercizio. È da credersi che questi ordini non ottenessero un più grande effetto in progresso di tempo, giacchè questa fabbricazione durò fino ai nostri giorni; il che non si accenna qui per censurare con indiscreta severità tutte le monache che si succedettero in questi due secoli; una tale censura sarebbe anzi, a dir vero, non solo indiscreta, ma perfidamente ipocrita, perchè chi scrive ha mangiato egli stesso i dolci squisiti di fabbrica monastica, quando ha potuto averne. Si parla soltanto di questo fatto, perchè può dar luogo ad una osservazione piccante: che vi ha talvolta delle leggi che non sono eseguite.
Dopo un oh! come di sorpresa, dopo alquanto schermirsi, e lagnarsi d'esser trattati in cerimonia, il bacile fu manomesso, i dolci furono gustati con atti che esprimevano l'ammirazione, somme lodi furon date con sentimento molto sincero, e respinte con molta modestia. Mentre la Marchesa e il Marchesino si abbandonavanocon alcune suore alle varie riflessioni che può far nascere un bacile di dolci, e Geltrude era costretta di rispondere come poteva ai complimenti che altre suore le facevano, la madre badessa chiamò in disparte il Marchese ad un'altra grata.
—Signor Marchese... per adempire alle regole... per una pura formalità... debbo dirle... che ogni volta che una figlia domanda d'essere ammessa... la Superiora, quale io sono indegnamente... tiene obbligo di avvertire i parenti che se mai essi forzassero la volontà della figlia incorrerebbero nella scomunica... Mi scuserà...
—Benissimo, benissimo, reverenda madre; troppo giusto: lodo la sua esattezza. Ma già ella non può dubitare...
—Oh! Pensi, signor Marchese; non sono pur cose da dirsi; ho parlato per mio dovere; ma s'immagini...
—Certo, certo, madre badessa.—Finito il qual breve dialogo, i due interlocutori si separarono in fretta, come se fosse incomodo ad entrambi il continuarlo, e andarono a mescersi ognuno alla sua brigata. Dopo alcuni altri complimenti, il Marchese si accomiatò, e Geltrude, colle tenere espressioni della badessa, con le istanze delle suore di venir presto, fu rimessa in cocchio, più stordita, più incerta, più sopra pensiero di quello che fosse partita la mattina, ma con un anello di più alla sua catena; e che anello!
Ma la badessa aveva ella qualche dubbio sulla liberaelezione di Geltrude, o prestava fede intera alle parole materiali ch'erano uscite dalla bocca di lei? Il manoscritto non ne dice nulla; si perde invece a raccontare lunghissimamente dei particolari nojosi, che noi ommettiamo, intorno ad alcune brighe del monastero, ad alcune rivalità, ad alcuni impegni, nei quali l'aver fra le suore una figlia di famiglia potentissima poteva essere un gran soccorso[164].
Appena cessati gl'inchini che dalla carrozza si dovevano fare in risposta alle riverenze delle suore, che stavano sulla soglia a veder partire i signori e la nuova sorella, appena messo in moto il cigolante carrozzone, Geltrude fu assalita da nuovi complimenti sul modo con cui si era portata, sul suo contegno, sull'ammirazione che aveva eccitato nelle monache, sul giubilo di queste per l'acquisto che facevano, e per conseguenza sulla felicità di che Geltrude avrebbe goduto in loro compagnia.
Ma tutti gli elogj non furono per Geltrude. La Marchesa, sbadigliando, parlò con ammirazione della badessa. Come s'è portata! diss'ella, non mi aspettava tanto; ah! che contegno! aah! che dignità! aah! che disinvoltura!
Sì, sì, rispose il Marchese, ma! Geltrude sarà altra cosa. Il discorso sarebbe durato fino all'arrivoin città, se il Marchesino, che ne era nojato, non l'avesse troncato per parlare dei divertimenti che Geltrude doveva godere nell'intervallo fra la domanda e l'accettazione. E qui, come conoscitore espertissimo di tutto ciò che nella città e nei contorni era degno da vedersi, egli ne anticipò a Geltrude larghe e variate descrizioni, e le parlò di molte sposine ch'egli aveva incontrate nelle brigate, senza risparmiare la storia di qualche grossa semplicità di taluna di esse, che aveva molto dato da ridere. Il Marchese lasciava chiacchierare il figlio, perchè in questa faccenda egli aveva più da fare che da dire, e tutto ciò che gli risparmiava una occasione di discorso, lo toglieva da un impaccio: quanto alla Marchesa, malgrado i trabalzi che una carrozza di quei tempi, dava in una strada di quei tempi, ella dormiva saporitamente: cosa che non sorprenderà chi sappia che cosa vuol dire essere svegliato tre ore prima del solito e per occuparsi in cosa indifferente.
La Marchesa fu desta dal rimbombo dell'atrio di casa e dall'improvviso fermarsi della carrozza. Scesi e salite le scale, il Marchese intimò alla madre e alla figlia che prima del pranzo dovessero porsi in assetto per andar subito dopo a restituire la visita alle dame che avevano favorito la sera antecedente.
Detto e fatto; l'acconciatura, il pranzo, le visite si succedettero senza interruzione; e la solita conversazione terminò la giornata. Dopo cena il Marchese pose in campo il discorso dei divertimenti che si dovevanodare a Geltrude, e delle conversazioni dove ella aveva ad esser presentata come sposina. Bisognerà pensare senza ritardo, soggiunse egli, a scegliere per Geltrude una madrina degna della nostra casa. La madrina, mio giovane lettore, era una dama incaricata di condurre la sposina ai divertimenti, alle conversazioni, di presentarla e di vegliare sovr'essa. Siccome il Marchese, proferendo quelle ultime parole, s'era voltato verso la Marchesa, come invitandola a proporre la dama che le fosse paruta più a proposito (atto, per parentesi, che il Marchese faceva rarissimo) la Marchesa cominciò tosto: Vi sarebbe... No no, interruppe il Marchese, la prima condizione d'una madrina è ch'ella vada a genio della sposina, e benchè l'uso universale e ragionevole dia questa scelta ai parenti, pure Geltrude ha tanto giudizio che merita che si faccia una eccezione per lei. E qui, rivolto a Geltrude, col piglio di chi fa una grazia singolare, continuò: Ognuna delle dame che avete visitate questa mattina, e di quelle che si sono trovate questa sera alla conversazione ha le condizioni necessarie per esser madrina d'una figlia della nostra casa, e ognuna si terrà onorata di esser preferita: scegliete.
Geltrude, incerta, com'era, e stanca e indispettita dei passi che le si facevano fare sulla via del chiostro, non avrebbe voluto far nulla: ma la grazia era offerta con tanto apparato, ch'ella s'avvide che il rifiuto sarebbe stato preso per un disprezzo; e nellostesso tempo non volle perdere quel qualunque vantaggio che le dava il potere scegliere. Nominò dunque la dama che in quel giorno le era più dell'altre piaciuta, quella cioè che le aveva fatte più carezze d'ogni altra, che l'aveva lodata più d'ogni altra, che nell'accoglierla e nel conversare con lei le aveva mostrato tutto quell'aggradimento, quella famigliarità, quell'affetto, che alle volte in una prima conoscenza imita i modi d'una antica amicizia. La dama scelta da Geltrude aveva da lungo tempo fatto assegnamento sul fratello di Geltrude per farne il marito d'una sua figlia, ch'ella amava assai. Ben scelto, ben scelto, disse il Marchese; e lei, proseguì verso la Marchesa, andrà domani a farne la domanda alla dama, e si ricordi di dire che la scelta è stata fatta da Geltrude; che son certo che la dama aggradirà doppiamente la domanda.
Noi non terremo dietro a Geltrude nei divertimenti e nelle conversazioni a cui fu condotta o strascinata, nè racconteremo tutte le impressioni e i sentimenti dell'animo suo in queste spedizioni; poichè dovremmo ripetere tante volte la stessa cosa, quante furono le fluttuazioni, le risoluzioni, i pentimenti, i sì e i no della sua mente, che furono infiniti.
Talvolta la pompa degli addobbi, lo splendore delle feste, la musica che non esprime alcuna idea, e ne fa nascere a migliaja, quella esaltazione di gioia, che appare negli uomini radunati per divertirsi, e, per dir tutto, le qualità auree di qualche giovane cavaliere,che s'indovinavano al solo vederlo, le comunicava una certa ebbrezza, una specie di entusiasmo, che le faceva proporre di soffrire ogni cosa, piuttosto che di tornare all'ombra trista e fredda del chiostro. Talvolta lo stordimento, la fatica, la seccaggine dell'udire e la contenzione del rispondere le faceva parer dolce quel silenzio e quella pace. Si destava talvolta piena ancora delle immagini splendide del giorno trascorso; pensava al passo irrevocabile che stava per dare, e diceva tra sè: Oh che sproposito! si sentiva un coraggio a tutta prova, e prometteva di tornare indietro. La presenza del padre, o del Marchesino, una cosa qualunque da farsi, raffreddavano quel primo impeto; il quale alla sera si trovava talvolta cangiato in un pieno scoraggiamento. Tornavano allora alla mente le difficoltà, si pensava allora che se anche resistendo si avrebbe potuto schivare il chiostro, non era da sperarsi il viver lieto del quale allora si gustava una parte, perchè si era in colpa, perchè tutta la bonaccia presente non era assicurata che da un perdono, e il perdono dalla risoluzione di pigliare il velo. Come sarebbero andate le cose, se la risoluzione si fosse ritrattata? e con quali parole ritrattarla? come cominciare? da che? Geltrude ritirava lo sguardo da questo mare in tempesta, e rivolgendolo allora al chiostro, il chiostro le parava un porto. Coltivava ella allora i sentimenti pii che potevano far piacere il chiostro a chi l'avesse scelto volontariamente, e in quelli cercava di riposare.Quando dopo questi momenti ella si trovava con la famiglia, o con altri, diceva spontaneamente, e con aria di posata fermezza, parole che dovevano far credere che la sua scelta era liberissima. Tutte le volte poi ch'ella era posta in una circostanza nella quale ciò ch'ella doveva fare o dire doveva essere un nuovo attestato di questa sua scelta, ella faceva e diceva ciò che lo poteva far credere, ciò che la impegnava sempre più. Benchè alcune volte in quelle circostanze ella sentisse una manifesta ripugnanza all'impegnarsi davantaggio, quantunque ella vedesse chiaramente che ciò ch'ella stava per fare le rendeva più e più difficile il retrocedere, pure il dire o fare il contrario l'avrebbe posta tutt'ad un tratto in una situazione così dura e così difficile, ch'ella non poteva nè pure pensare di farlo. Ella era come chi, trovandosi sur un ripido pendìo, vedesse all'ingiù sotto di sè un picciol passo da farsi, e quindi un luogo di riposo, e volgendosi indietro, per guardare alla via che bisognerebbe fare per risalire, vedesse il principio d'una erta, lunga, dirotta, disastrosa. E la povera Geltrude non dava passo che per discendere. Ma siccome chi nuoce a sè stesso nell'avvenire per timore di nuocersi nel momento presente, non vuol mai confessare a sè stesso tutto il male che si fa, nè darsi così tosto per perduto, e ad ogni male che si fa, si consola con l'idea d'un rimedio, così anche Geltrude aveva trovato nella via che le restava da percorrere un momento di più forte speranza. Questo momento era quello dell'esameche un ecclesiastico, deputato dal vicario delle monache, doveva fare della sua vocazione; esame nel quale ella si sarebbe trovata sola con lui, e nel quale ella si teneva certa che qualche occasione si sarebbe offerta per potere svilupparsi da quel laccio, se laccio era, e, in ogni caso, di conoscere ella stessa più chiaramente il suo animo, di deliberare sulla sua scelta più posatamente, più sicuramente di quello che potesse fare coi parenti, già risoluti senza deliberazione, o coi suoi pensieri, troppo agitati, troppo confusi, troppo inesperti per deliberare.
Il momento che Geltrude desiderava non senza qualche terrore, il Marchese lo affrettava con istanze, perchè, come si è detto, egli era uomo esperimentato, e sapeva che a volere che un affare sia spicciato, bisogna muoversi; e il momento venne. Un bel mattino il Marchese annunziò a Geltrude che in quel giorno il signor...., ecclesiastico mandato dal vicario delle monache, verrebbe ad esaminare la sua vocazione. Ma come quella conferenza avrebbe avute conseguenze serie, e Geltrude vi doveva esser sola con l'ecclesiastico, così il Marchese stimò che fosse necessario aggiungere all'annunzio qualche avvertimento che lasciasse una impressione nell'animo della figlia, e le servisse di compagnia e di guardia nell'assenza forzata d'ogni altro custode.
Orsù, Geltrude, diss'egli, finora voi vi siete diportata da angelo: ora si tratta di coronar l'opera. Oggi voi dovete fare un gran passo; pensate che daesso dipende l'onore di vostro padre, della famiglia, il vostro, e il vostro destino di tutta la vita. Tutto quello che si è fatto finora, si è fatto di vostro consenso, anzi a vostra richiesta. Se in tutto questo frattempo vi fosse nato qualche pentimento, qualche dubbio, avreste dovuto manifestarlo; ma ora, voi ben vedete che non è più tempo di far ragazzate. Io mi sono impegnato in faccia al mondo, e mi sono impegnato perchè voi mi avete dato motivo di credere, di esser certo, che poteva impegnarmi senza rischio di avere una smentita. Ricordatevi che la più picciola esitazione che voi potreste mostrare oggi, mi porrebbe nella necessità di scegliere fra due partiti dolorosi: o di rinunziare alla mia riputazione, lasciando credere che io ho preso leggermente una leggerezza vostra per una ferma risoluzione, che ho fatte tante pubblicità senza riflessione... che so io... che ho preteso far violenza alla vostra vocazione... o di svelare i veri motivi della richiesta che voi avete fatta, e del vostro pentimento. Il primo partito non può assolutamente stare con ciò che debbo a me e alla casa. Astretto di appigliarmi al secondo, dovrei anche poi trattarvi come una figlia colpevole, che avrebbe corrisposto al primo perdono con un'altra gravissima colpa.... Il tuono solenne e misterioso, con cui il Marchese aveva cominciato il suo discorso, aveva già messo in apprensione Geltrude, e nella angoscia dell'aspettazione i tratti del suo volto erano immobili, tesi, ravvolti come le foglie d'un fiore nell'afache precede la burrasca; ma la gragnuola, assidua e crescente, di quelle parole minacciose, percotendola, la abbattè affatto, e la fè sciogliere in uno scoppio di pianto. Via, via... che è stato? disse avvedendosene il Marchese, il quale era in quella faccenda tanto occupato delle conseguenze che essa poteva avere per lui, che non pensava che essa potesse toccare altri tanto sul vivo. Che è stato? Io ho parlato in una supposizione impossibile... pure doveva pensare anche ad un tal caso... via, per quanto giudizio abbiate, io doveva mettervi in avviso sull'importanza delle risposte che oggi siete per dare. Il signor... vi domanderà se la vostra risoluzione è libera, se i parenti non vi hanno comandato, consigliato, che so io?... ed io doveva avvisare di pesare ben bene la risposta, perchè essa sia tale da non pormi nella necessità di farne un'altra io, e... ma via, via, le son ciarle: voi farete il vostro dovere da brava, come avete fatto finora; e non si parlerà tra di noi che di consolazioni. Via, non piangete, ricomponetevi, io vi lascio sola; rasserenatevi, non fate che il signor... vi trovi in uno stato che possa dare dei sospetti... mi fido di voi. Così dicendo partì, lasciando Geltrude a tutta l'agitazione che poteva dare un tal discorso ad una giovane del suo carattere in quella circostanza. Geltrude pianse amaramente, si sdegnò, volle meditare su quello che aveva a dire; ma questa meditazione era così piena di dolori, di incertezze e d'angustie, che la poveretta prescelsedi divertirne a forza il pensiero, di rivolgerlo a qualche cosa di estraneo, e di aspettare il consiglio dalla cosa stessa e dal momento. Ma qual si fosse il partito al quale ella dovesse appigliarsi nell'abboccamento, ella stessa sentiva ripugnanza e vergogna a presentarvisi in un aspetto che annunziasse una qualche perturbazione, e risolvette di avere un aspetto tranquillo e decente; e lo ebbe in brevissimo tempo. Pretendono alcuni che le figlie d'Adamo riescano molto meglio a dominare l'espressione esterna del loro animo, che l'animo stesso; e che in questa parte riescano meglio assai che non quegli individui del genere umano, che si chiamano di preferenza uomini. Ma tutte queste quistioni di paragone tra l'un sesso e l'altro, non saranno mai messe in chiaro, e nè pure ben poste, fin che gli uomini soli ne tratteranno ex professo negli scritti: giacchè essi peccano tutti verso le donne o di galanteria adulatoria, o di ostilità grossolana. Con questa osservazione non s'intende già di spiegare temerariamente tante opere profonde, che sono state scritte sul merito comparativo del bel sesso, e le riflessioni infinite e bellissime su questo argomento, che sono sparse in tante altre opere; ma, per quanto una materia sia stata egregiamente trattata, è sempre lecito di desiderare qualche cosa di più.
Il signor....! A questo annunzio Geltrude balzò in piedi vergognosa e agitata, facendogli le accoglienze che usano le persone vergognose e agitate. Il Marchese lo accompagnava, e dato uno sguardoa Geltrude si ritirò: la madrina passò nella stanza vicina: la porta di comunicazione aperta in modo che ella potesse da quella vedere e non intendere.
I lettori d'una storia hanno il privilegio di conoscere i personaggi prima di vederli operare, di sentirli parlare; ed è questa una delle ragioni per cui la lettura d'una storia è molte volte più chiara e meno difficoltosa che la condotta negli affari della vita. Per servire a questo privilegio noi diremo qualche cosa del signor....
Era un buon uomo e la bontà gli era sì naturale, che gli pareva la cosa la più naturale del mondo; siccome ve n'aveva sempre nelle sue intenzioni e nelle sue azioni, egli ne supponeva sempre nelle intenzioni e nelle azioni degli altri: nel che il buon uomo aveva torto. Non vogliam dire con questo ch'egli avrebbe dovuto giudicare sfavorevolmente degli altri, supporre il male, attenersi a quell'indegno proverbio che dice, chi pensa male pensa una volta sola: ohibò: questo è un eccesso più comune e peggiore. Avrebbe dovuto lasciar di giudicare nelle cose che non lo toccavano; e in quelle nelle quali il suo giudizio doveva influire sulla sorte altrui, avrebbe dovuto sospenderlo fino a tanto che da un attento esame egli avesse potuto formarlo favorevole o contrario, buono o tristo, ma con quella maggior certezza che è data a quello stromento guasto che si chiama ragione umana[165].Il caso di Geltrude mostrerà come egli avesse il torto di pensar bene prima di pensare. Il Marchese parlandogli della figlia, ch'egli aveva ad esaminare, ne aveva esaltata la pietà, l'amore del ritiro, il desiderio di conservarsi nel chiostro per esser pura e santa. Il signor.... aveva creduto con gioia al primo momento tutte queste cose liete; e andava a far l'esame, nel quale si trattava di decidere se la vocazione era vera o falsa, colla prevenzione dolcissima ch'ella era vera; il buon uomo si consolava di avere a sentire l'espressione di un animo pio e fervente, di godere dello spettacolo di una buona risoluzione, mentre avrebbe dovuto pensare ad accertarsi se la risoluzione esisteva. Oh! dirà taluno, se egli non avesse creduto al Marchese, avrebbe dovuto supporre così di primo slancio che Geltrude era una finta, o il Marchese un tiranno impostore. E doveva egli pensar così senza alcun fondamento? Ohibò, di nuovo: non doveva pensar nulla: vi par egli cosa tanto difficile? Ma per non averlo saputo fare il buon uomo preparò l'animo suo nulla più che ad adempiere una cerimonia, una formalità, e faceva tutt'altro; e doveva saperlo. Il signor.... pregò Geltrude di riporsi a sedere, sedette, e vedendo in essa quella leggiera perturbazione ch'era da aspettarsi in quel caso, pensò di rincorarla con un modo scherzevole, e le disse: Signorina, vedo che le fo paura, non me ne maraviglio; io vengo a fare la parte del diavolo; perchè ella saprà che io debbo ora mettere in dubbio quellarisoluzione che a lei forse pare certa, ferma, irrevocabile; io debbo ora farle guardare attentamente il rovescio della medaglia, al quale ella forse non ha mai pensato; io debbo interrogarla minutamente per esser certo che ella non pigli qualche illusione per ispirazione.
—Signore, rispose Geltrude, realmente rincorata dalle parole e dal tuono del buon uomo, io ho desiderato ardentemente questo abboccamento. Da questo dipende la scelta della mia vita, e io spero che da ciò che io sentirò da lei, da ciò che io le risponderò, verrò io stessa a conoscere più chiaramente quale sia la mia vocazione.
—Bene, bene, rispose con gioia e quasi con ammirazione il signor..... così mi piace. Quelle proteste veementi, quelle affermazioni enfatiche alla prima, sono talvolta fuochi di paglia, fervori di fantasia. Per decidere bisogna dubitare, o fare come se si dubitasse. La prego, per ora, si faccia forza: per quanto ella credesse di aver risoluto, torni da capo, e si metta bene in testa che si tratta di risolvere ora. Il mio dovere è d'interrogarla su molti capi, e si compiaccia di rispondermi con semplicità e con riflessione. Come le è venuta questa risoluzione di abbandonare il mondo e di farsi monaca?
Se il buon ecclesiastico avesse avuto l'intenzione di affliggere, di umiliare e di confondere Geltrude, non avrebbe potuto scegliere una interrogazione più opportuna di questa: ma egli era ben lontano dalsupporre l'effetto ch'ella doveva produrre, e l'aveva fatta nella semplicità del suo cuore, e per adempire alle regole del suo uficio, che la prescrivevano.
Geltrude rimase come colpita: che rispondere? parlare della cagione vera e primaria, raccontare l'istoria del paggio?.... Dio liberi! Quella storia ella voleva schivarla a tutto costo. Ma, tacendola, come spiegare la sua domanda di farsi monaca, e tutti i passi conformi a quella domanda? Addurre violenze, minacce dei parenti? Ma non ne avevano usate, e questa menzogna (giacchè in quel momento Geltrude era disposta a farne una, e pensava solo a scegliere quella che l'avrebbe cavata più presto d'impaccio, e che non sarebbe stata scoperta in seguito) questa menzogna avrebbe certamente cagionata una spiegazione, che sarebbe tutta tornata in disonore di Geltrude. Che s'ella avesse attribuita la sua risoluzione al desiderio di compiacere ai parenti, ai loro consiglj, a leggerezza propria, la spiegazione diventava pure inevitabile; e in quel momento le parole che Geltrude aveva intese poco prima dal padre, le ripassarono in processione nella memoria. Le parve dunque che il solo mezzo per uscire da quel gineprajo fosse di dare una risposta che piacesse all'interrogante e al padre, che non lasciasse oscurità, nè punti da discutere nell'avvenire; sentì che per dare una tal risposta bisognava mostrare che la risoluzione fosse tuttavia ferma; vide le conseguenze, ma ci si risolse. Avvezza com'era a trarsi dalle circostanze difficilicon ripieghi che la ponevano in circostanze più difficili ancora, a consumare, per dir così, il tempo avvenire per vivere in quel momento, ella cedette all'abitudine e alla difficoltà, mentì contro sè stessa, e disse: È la mia vocazione: fino dai miei primi anni io mi sono sentita inclinata a servir Dio nel chiostro, lontano dai pericoli e dalle cure del mondo. Queste parole furon porte con l'apparenza della più ferma persuasione; e l'indugio, ch'ella aveva posto al rispondere, parve al signor.... un segno, una prova di riflessione posata. E in quel momento furon contenti ambedue; egli di vedere una così buona disposizione, ella di essere uscita d'impaccio come che fosse. Da quel momento Geltrude non pensò nelle altre risposte che a confermare la prima; e edificò il signor.... oltre ogni sua speranza. Quando egli le chiese se i parenti non avessero usate minacce, o troppo instanti preghiere per determinarla alla scelta dello stato religioso.... No, no, rispose con vivacità Geltrude; i miei parenti desiderano certo che io sia monaca; ma mi hanno lasciata libera, mi hanno lasciata libera. Il signor.... si scusò di averle fatta una simile interrogazione. Il signor Marchese—diss'egli—, quel cavaliere così degno! s'immagini s'io posso pensare di lui una cosa simile! ma, io ho fatto il mio dovere, per quanto strano mi paresse in questa circostanza.
L'esame finì con le giulive congratulazioni del signor.... il quale, come per iscaricarsi la coscienzadi aver fatto qualche cosa per distorre un'anima buona da un pio proponimento, le disse tutto ciò che gli suggeriva il suo zelo cordiale per confermarla in quello, e partì con la persuasione di non aver mai trovata un'anima così ben disposta. Del resto, noi siamo ben lontani dal dare l'unica colpa, e nemmeno la primaria, della riuscita di quell'esame all'ingegno corrivo del buon uomo. Coi tristi antecedenti di Geltrude, e col suo carattere, la cosa doveva avere a un dipresso quell'esito, qualunque fosse l'esaminatore.
Geltrude, ancor più fortemente compresa dall'idea del pericolo che aveva passato, che dal pensiero dell'impegno che aveva preso, corse tosto dal padre. Questi era in uno stato di aspettazione inquieta: ma Geltrude tutta commossa (le commozioni si scambiano facilmente non solo da chi le osserva, ma da chi le prova) gli raccontò frettolosamente l'esito della conferenza, e il Marchese respirò. Le fece animo, la colmò di lodi, la soffocò di promesse, tutto questo con una eloquenza di tenerezza sentita; giacchè in quel punto egli era lieto non solo di avere ottenuto il suo fine, ma le parole di Geltrude sembravano di chi ha liberamente scelto ed è contento della sua scelta; e la benevolenza per chi fa quello che uno desidera, in modo da togliergli ogni inquietudine ed ogni rimorso, è una virtù concessa a tutto il genere umano.
Da quel giorno in poi Geltrude non ebbe più che due occupazioni, l'una interiore, ed era di persuadere a sè stessa ch'ella era contenta della sua scelta, di fermarsi quanto più poteva su le immaginazioni che potevano renderle gradevole il monastero, di cercare un po' nella divozione, un po' nel pensiero delle distinzioni che vi avrebbe avute, consolazioni celesti o mondane, tutto, purchè fosse consolazioni. L'altra occupazione era di accelerare quanto più si poteva tutte le operazioni preliminari alla vestizione, per uscir di casa, per esser chiusa una volta, per precludersi ogni strada al tornare addietro, per non sentirsi più nascere in cuore quell'intollerabile: potrei forse ancora. Questo suo desiderio s'accordava troppo con quelli del Marchese, perch'egli non cercasse ogni via di soddisfarlo, e infatti egli sollecitò a tempo e a contrattempo tutte le dispense per far presto.
Così mi sembra che sarà bene che facciamo pur noi in questo racconto. Diremo dunque che Geltrude entrò nel monastero di Monza, e che assunse l'abito; che scorso il tempo del noviziato, nel quale la sua risoluzione parve sempre più spontanea e ferma, perchè ella mostrava tutto ciò che poteva farlo credere, e divorava nel suo cuore tutto ciò che avrebbe potuto far credere il contrario, trascorso questo tempo, ella fece la solenne professione, con una pompa straordinaria, e quale si conveniva alla casa. Il sacrificio fu consumato, il dono fu posto su l'altare, ma era di frutti della terra; la mano che ve lo aveva posto nonera monda; il cuore non lo offriva; e lo sguardo del cielo non discese sovr'esso[166].
È uno dei caratteri più ammirabili e più divini della religione cristiana, di potere in qualunque circostanza dare all'uomo, che ricorra ad essa, un rimedio, una norma, e il riposo dell'animo. Quegli stesso, che per violenza altrui, o per suo fallo, o per sua malizia s'è posto in una via falsa, può ad ogni momento approfittare di questi beneficj. Poichè, se la via ch'egli ha intrapresa è iniqua, la religione glielo fa conoscere, gli da l'idea chiara ed assoluta del dovere ch'egli ha di ritrarsene e la forza di farlo, che che ne possa conseguire[167]; e se la via è soltanto difficile, pericolosa, spiacevole, ma senza adito al ritorno, da questa stessa dura necessità di proseguire in essa, la religione cava un motivo e dei mezzi per renderla regolare, praticabile, sicura, diciamolo pure arditamente, soave e deliziosa. Disapprovando i motivi che l'hanno fatta intraprendere, perchè erano falsi, essa ne somministra un altro nuovo ed inconcusso per continuarla, e dà ad una scelta temeraria o infelice, ma irrevocabile, tutta la santità, tutti i conforti, tutta la tranquillità della vocazione. Con quest'ajutoGeltrude, a malgrado della perfidia altrui e dei suoi errori di ogni genere, avrebbe potuto divenire una monaca santa, e contenta; e il secolo stesso, anzi l'età in cui ella visse, ha dato esempj, dei quali si è conservata la memoria, di donne che strascinate al chiostro con l'arte e con la forza, e dopo d'essersi per alcun tempo dibattute come vittime sotto la scure, vi trovarono la rassegnazione e la pace, una pace quale si trova di rado negli stati eletti più liberamente. Che dirò? Geltrude stessa fu uno di questi esempj, e insigne; ma ben tardi e dopo ben altri errori, anzi delitti, dopo sofferta ben altra forza che quella di cui abbiamo parlato. Ma per non precorrere ora agli eventi col racconto, diremo che Geltrude dopo la sua professione continuava ad opporre nel suo cuore un ostacolo ai rimedj e alle consolazioni che la religione avrebbe date alla sua sciagurata condizione: e questo ostacolo erano le consolazioni ch'ella andava cercando altrove, e particolarmente nelle cose che potevano lusingare il suo orgoglio[168].
Il lettore non avrà forse dimenticato che la famiglia onde usciva Geltrude era molto potente, e che questa era la cagione principale per cui ella era stata tanto desiderata nel monastero. Infatti il monasteroaveva acquistato nel marchese Matteo un protettore dichiarato, il quale risguardava ormai come parte del suo onore l'onore del luogo dove si trovava una sua figlia. Ma questo vantaggio le suore lo pagavano, e per verità la cosa era giusta. Lo pagavano in tanti sgarbi, in tanti scherni, in tante fantasticaggini che avevano a sopportare da Geltrude, la quale, ricordandosi di tempo in tempo delle arti usate da quelle per ajutare a tirarla in quel luogo[169], dove di tempo in tempo ella non si poteva patire, si sfogava avventando beccate agli uccelli che avevano cantato per farla venire nella loro gabbia. E queste beccatelle le suore le toccavano senza risentirsene, per non perdere tutto il frutto del loro acquisto. Geltrude, vedendosi così distinta, così sopportata, tanto più libera delle altre, provava talvolta un certo conforto iracondo nel valersi di questi vantaggi, e nell'esercitare in tal modo la sua superiorità. Una superiorità d'un altro genere era pure per essa una occasione continua di cercare consolazioni nell'amor proprio, ed era la sua bellezza: ma quali consolazioni, per amor del cielo! pari a quelle che provava Robinson nella sua isola in contemplare le monete ch'egli aveva trovate nei frantumi del vascello sul quale era naufragato. Anzi non pari, perchè quel solitariole gettò in disparte con disprezzo, dopo d'aver fatto ad esse un'apostrofe su la loro inutilità, e non vi pensò più; ma la bellezza era per Geltrude un rodimento continuo, una occasione di regressi affannosi nel passato, e di sguardi disperati nell'avvenire. Ben è vero che ella si andava paragonando con le altre e si trovava più bella, ch'ella rideva di tratto in tratto, e si sarebbe creduto ch'ella ridesse di voglia, degli occhi sciarpellati della madre badessa, e del mento incartocciato della madre celleraria[170], ma in verità che quel riso non lasciava alla poveretta il dolce in bocca. Spendeva una parte del suo tempo nell'adornarsi come poteva, e così ingannava alcun poco la sua noja; cercava di ridurre l'abbigliamento monastico alle fogge secolaresche, o di accordarlo all'aria del suo volto, e, a dir vero, questo le riusciva facilmente, perchè la natura le aveva dato un volto che per poco che gli si lavorasse attorno stava bene[171]. Per far questo, aveva Geltrude trovato un mezzo molto ingegnoso. Gli specchj, come ognun sa, erano proibiti nei chiostri come i lumi nelle polveriere, e Geltrude nei primi tempi non osava ancora, come fece in appresso, conculcare tutte le regole; ma la infelicescaltrita aveva fatto porre dietro ad un quadretto, ch'ella teneva appeso nella sua camera, una lastra di latta levigatissima, e a quella si consultava segretamente. Ma quando dalle sue consulte ella aveva conchiuso che anche in quell'abito ella era avvenente assai, quand'anche ella se lo udiva ripetere dalle più mondane o dalle più adulatrici fra le sue compagne, il suo cuore ne rimaneva tutt'altro che soddisfatto. E quando poi il suo cuore le rinfacciava anche quella poca parte di piacere così mescolato e corrotto ch'ella aveva gustato, ella sentiva più rabbia che pentimento. Così la meschina si precludeva l'adito alle consolazioni reali di cui il suo stato era ancora capace, perchè per giungere a quelle, la prima condizione è di non curare il resto; come il naufrago, che vuole afferrare la tavola galleggiante che può condurlo in salvamento sulla riva, deve pure sciogliere il pugno e abbandonare le alghe e gli sterpi nuotanti, che aveva abbrancati per una rabbia d'istinto.
Ad essere badessa si richiedeva l'età di quaranta anni; e quest'erba, per magra che fosse, era pure anco ben lunge dal becco di Geltrude. Ma, oltre le distinzioni e le franchigie, per così dire, ch'ella godeva per la condiscendenza delle suore e delle superiore, le era tosto stato conferito il grado più elevato che fosse compatibile con la sua giovinezza, era stata eletta maestra delle educande. E per una distinzione singolare le erano state assegnate due giovani suore converse, le quali erano come ai suoi servizi, quasidamigelle. Quel posto era per Geltrude un'occasione continua di esercitare le passioni più pericolose ch'ella covava. Fra le educande che le erano state affidate si trovavano ancora alcune di quelle che le erano state compagne, e Geltrude, così vicina ad esse di età, non aveva ancora dimenticati i risentimenti e le rivalità puerili del sodalizio: ed ora gli sfogava talvolta con tutta la forza che le dava la sua autorità. Nei momenti, spesso assai lunghi, di tristezza e di pentimento dello stato che aveva abbracciato, ella provava un certo rancore contro quelle giovanette, destinate per la più parte ad una vita libera e splendida, che non era più per lei; le risguardava come nemiche, le spiaceva di vederle liete d'una letizia che non era sperabile per essa, e faceva di tutto per toglierla loro; cosa assai facile ad una superiora. Sentiva ella bene la pazza ingiustizia di questa sua passione, ma vi si abbandonava. E in quei momenti poverette quelle educande. Talvolta, dopo d'aver lasciato tornare indietro il suo pensiero ne' diletti del mondo, dopo avervelo lasciato riposare per lungo tempo, ella ne sorprendeva alcune che parlavano fra di loro di ciò ch'ella aveva pensato, e allora chi l'avesse udita sgridarle ferocemente, l'avrebbe creduta invasa d'uno zelo inconsiderato, e d'una staccatezza[172]indiscreta e anti-sociale. Talvolta invece predominavanell'animo suo l'orrore al chiostro, alle regole, alla disciplina, all'obbedienza, alla solitudine, a tutte quelle cose in mezzo delle quali ella si trovava per forza, e allora non solo ella sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma la animava; si mesceva ai loro giuochi e gli rendeva più liberi; entrava nei loro discorsi, e gli portava al di là delle intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati.
In queste agitazioni, in questo stato di guerra continua con sè stessa, e con ogni cosa circostante, ella passò i primi anni del chiostro, non senza qualche ritorno di divozione e di regolarità temporaria, dal quale ricadeva ben presto nelle sue abitudini predominanti. Questa vita di noja e di contrasto era tanto penosa che, senza forse esserne ben conscia a sè stessa, ella si trovava disposta ad abbracciare qualunque distrazione, qualunque cangiamento di sensazioni fosse stato possibile. Ma la clausura, le grate, le regole, la facevano camminare con una regolarità esteriore; i suoi pensieri soltanto vagavano in piena licenza; ma non v'era una occasione per concedere impunemente, o con lusinga d'impunità, una simile licenza alle sue azioni. Finalmente la sventura di Geltrude volle che l'occasione si presentasse; e Geltrude si portò in quella come era da temersi, e come diremo nel seguente capitolo.[173]
Il quartiere dove abitavano le educande e con esse Geltrude e le sue damigelle, era annesso al monastero, ma appartato, e comunicava con esso per mezzo d'un corridojo[174]. Era un cortiletto quadrato, ricinto a terreno da un porticato continuo, sul quale per tutti e quattro i lati girava un basso ed unico piano di abitazione. Il lato appoggiato a quella parte del chiostro ove dimoravano le suore, era un lungo stanzone che serviva alla scuola ed alla ricreazione delle educande; un altro lato era occupato pure da un lungo stanzone che serviva di dormitorio; il terzo, diviso in varie camere, era l'appartamento della Signora e delle sue damigelle; il quarto finalmente, più stretto degli altri, era tenuto dal corridojo che conduceva nell'interno del chiostro, il quale abbracciava il cortiletto da tre lati[175]. L'altro, e appunto quello occupato dall'appartamento di Geltrude, era contiguo ad una casa privata e signorile, o per meglio dire ad una parte rustica e non finita di quella casa. Era dessaelevata al di sopra del quartiere delle educande[176]; ma quello che se ne poteva vedere da quindi pareva piuttosto una catapecchia, un casolaraccio, che una parte di casa civile; erano tetti e tettucci, diseguali di altezza e di forma; soprapposti l'uno all'altro come a caso. Ma in uno di quei tetti v'era un pertugio, un abbaino, che dava luce ad un solajo e adito a passare su quei tetti, e dal quale si poteva guardare nel cortiletto delle educande.
Era severamente prescritto alle monache dagli ordini ecclesiastici, che dovessero togliere ai vicini ogni vista nel loro chiostro; ma o fosse che, per essere quella parte di casa disabitata, le monache non avessero mai badato a quel pertugio, o fosse che la spesa per liberarsi da quella servitù eccedesse la possibilità del monastero, o che non si potesse venirne a capo senza quistioni, il fatto è che da quel pertugio si guardava nel cortiletto delle educande; e un altro fatto assai tristo si è che il padrone di quella casa era un giovane scellerato: e questa parola, applicata ad un uomo di quei tempi, ha un senso molto più forte di quello che generalmente vi s'intende nei nostri; perchè a quei tempi, tante cagioni favorivano la scelleratezza, che in coloro i quali vi si distinguevano, essa giungeva ad un segno del quale, grazie a Dio, non si può avere una idea dalla esperienzacomune del vivere presente. I mezzi d'impunità erano allora varj ed infiniti: la frequenza dei delitti ne aveva diminuito il ribrezzo e la vergogna: gli animi erano avvezzi ed allevati, per dir così, nel sangue: da questi fatti era nato un pervertimento quasi generale nelle idee, e allo stesso tempo la perversità delle idee quei fatti, più comuni rendeva e più tollerati. La vendetta, per esempio, era comunemente stimata non solo lecita, ma comandata in alcuni casi; e benchè i ministri della religione non l'avessero mai fatta piegare nelle istruzioni pubbliche a questa massima perversa, benchè non avessero anzi cessato giammai di inveire contra la vendetta e contra le massime che la autorizzavano, pure l'opinione quasi generale del mondo sussisteva col favore di una distinzione, che, a malgrado della sua assurdità, o forse a cagione della sua assurdità, non è ancora del tutto caduta in disuso: si diceva che i preti facevano il loro dovere, che dicevano benissimo, che la vendetta secondo la religione era viziosa, ma ch'essa era un dovere secondo le leggi dell'onore: così si diceva e non dai più perversi, nè dai più stolti. Ora queste leggi dell'onore erano in allora molto draconiane, e domandavano sangue per molti casi: senza che questo onore così delicato si stimasse poi offeso,se per necessitàil sangue si fosse dovuto versare a tradimento o per mano di sicarj. Ne veniva di conseguenza che gli omicidj erano molto frequenti, che uno commesso diveniva causa di un altro, e così all'infinito, e chel'orrore al sangue si diminuiva con l'abitudine anche negli uomini che non erano sanguinarj, e che si era formato come un sentimento universale che una certa misura di animosità, di crudeltà e di delitti fosse una condizione necessaria, inevitabile della società; chi avesse detto che quello era un male temporario e speciale, sarebbe stato deriso come un ottimista, un utopista, un sognatore metafisico; appena uno si sarebbe degnato di rispondergli: gli uomini sono sempre stati e saranno sempre così. Portate le idee comuni a questo punto di licenza in molti, e di tolleranza e di rassegnazione in quasi tutti gli altri, egli è chiaro che gli uomini i quali avevano una tendenza distinta alla perversità, per giungere al colmo di essa, pigliavano le mosse da un punto ben più avanzato, ben più vicino al termine che non sieno le idee comuni dei nostri giorni; trovavano meno ostacoli e più incitamenti che ai nostri giorni a giungervi, e vi giungevano. L'omicida ai nostri giorni, quand'anche fosse impunito, sarebbe un oggetto di orrore; oggetto forse di più profondo orrore sarebbe chi, senza commettere l'omicidio di propria mano, ne avesse dato l'ordine ed il prezzo; e tali rei, oltre le pene legali, dovrebbero temere di perdere tutte le dolcezze della comune società. Quindi l'uomo che, in qualunque condizione, aspira a goderle, ha pure da questo lato un freno potente. Ma allora v'erano molti casi in cui l'avere ucciso, o fatto uccidere, non toglieva alla riputazione d'un uomo: l'omicida volontario era ammessoa giustificarsi e a render ragione dinanzi alla opinione publica: non si trattava che di provare che il caso richiedeva l'omicidio, che il delitto era una azione tollerata, o prescritta dalle leggi della opinione stessa. La speranza di poter fare questa giustificazione dinanzi ad una opinione già tanto perversamente indulgente, e di farla accettare col terrore, doveva essere ed era uno stimolo ai tristi potenti per correre allegramente la loro via[177]. Bastava quindi un leggero interesse, una picciola passione a spingere anche i meno tristi fra i tristi ad attentati ai quali ora si risolverebbero a fatica gli uomini i più avvezzi al delitto, benchè vi fossero tratti da un interesse molto maggiore, da una passione molto più violenta. Sarebbe un soggetto degno di curiosità la ricerca delle cagioni por cui quelle idee e quei costumi, dopo aver regnato per troppe età in quasi tutte le nazioni d'Europa, sieno poi stati da migliaja di scrittori e da milioni di parlanti attribuite poi esclusivamente agli Italiani. Ma noi invece di avviarci in una nuova digressione, ne abbiamo ora una, e anzi lunghetta che no, da farci perdonare: torniamo quindi alla storia.
Il padrone della casa contigua al quartiere delle educande, era dunque un giovane scellerato: e sichiamava il signor Egidio: poichè di cognomi, come abbiam detto, l'autor nostro è molto sparagnatore. Suo padre, uomo dovizioso bastantemente, non aveva avuta altra mira nell'educarlo, che di renderlo somigliante a sè stesso: ora egli era un solenne accattabrighe: Egidio non aveva quindi sentito dall'infanzia a parlar altro che di soddisfazioni e di fare stare, non aveva veduto quasi altro che schioppi e pugnali; e dalle braccia della nutrice era passato in quelle degli scherani. La madre, ch'era di un carattere mansueto e pio, avrebbe potuto forse temperare in parte questa educazione, ma ella era morta lasciando Egidio nella infanzia, dopo una lenta malattia, cagionata dai continui spaventi. Il padre fu ucciso dopo una brevissima questione da un suo emolo, membro di una famiglia emola della sua da generazioni; ed Egidio restò solo e padrone nella sua giovinezza. La prima sua impresa fu di risarcire l'onore della famiglia, con una schioppettata nelle spalle dell'uccisore di suo padre. Questa impresa però lo pose da quel momento in un continuo pericolo; e per assicurarsi, egli dovette crescere il numero dei suoi bravi, e non camminar mai che in mezzo ad un drappello. Suo padre aveva non solo nel paese, ma altrove amici assai, e conformi a lui di massime e di condotta; Egidio gli ereditò tutti, e gli coltivò, tanto più che aveva bisogno della loro assistenza. Ma i garbugli e il macello non piacevano a lui, come al padre, per sè medesimi: l'educazione lo aveva addestrato a nontemerli, e a corrervi anzi ogni volta che un qualche fine ve lo spingesse: ma non erano un fine, un divertimento, un bisogno per lui. La sua passione predominante era l'amoreggiare; a questa si abbandonava, con quelle precauzioni però che esigeva lo stato di guerra in cui egli si trovava, e per questa egli veniva ai garbugli ed al macello quando non si poteva fare altrimenti.
L'abbaino che guardava nel cortiletto del chiostro non era frequentato da nessuno tanto che visse il padre, il quale non si curava di spiare i fatti delle educande. Soltanto egli vi aveva condotto una volta Egidio adolescente, per fargli osservare che quello era un dominio sul chiostro, e quivi stendendo la mano sui tetti sottoposti, come Amilcare sull'ara, aveva fatto promettere a quel picciolo Annibale che mai in nessun tempo egli non avrebbe sofferto che le monache si togliessero quella servitù. Egidio, divenuto padrone, si risovvenne dell'abbaino e gli parve un dominio assai più importante che suo padre non lo aveva creduto.
Un consorzio di donzellette, le quali non erano tutte bimbe, parve a colui uno spettacolo da non trasandarsi, quando lo aveva così a portata; e la santità del luogo, il riserbo con cui eran tenute, l'innocenza loro, tutto ciò che avrebbe dovuto essere freno, fu incentivo alla sua sfacciata curiosità, la quale non aveva disegni già determinati, ma era pronta a cogliere e a far nascere tutte le occasioni.Si affacciava egli dunque all'abbaino con quella frequenza e con quella libertà che non bastasse a farlo scoprire da chi non avrebbe voluto. Nelle ore in cui Geltrude non faceva guardia alle educande, e queste ore tornavano sovente, gettò egli gli occhi sopra una delle più adulte, e trovato il terreno dolce, si diede a chiacchierellare con essa: ma pochi giorni trascorsero, che quella, fidanzata dai suoi parenti ad un tale, fu tolta dal monastero, e così la tresca finì, senza che nessuno l'avesse avvertita. Egidio, animato da quel primo successo, ed allettato più che atterrito dalla empietà del secondo pensiero, ardì di rivolgere e di fermare gli occhi e i disegni sopra la Signora: e si diede ad agguatarla. Un giorno, mentre le educande erano tutte congregate nella stanza del lavoro con le due suore addette ai servigj della Signora, passeggiava essa sola innanzi e indietro nel cortiletto, lontana le mille miglia da ogni sospetto d'insidie, come il pettirosso sbadato saltella di ramo in ramo senza pure immaginarsi che in quella macchia vi sia dei panioni, e nascosto dietro a quella il cacciatore che gli ha disposti.
Tutt'ad un tratto sentì ella venire dai tetti come un romore di voce non articolata, la quale voleva farsi e non farsi intendere, e macchinalmente levò la faccia verso quella parte; e mentre andava cercando con l'occhio per quegli alti e bassi, quasi cercando il punto preciso donde il romore era partito, un secondo romore, simile al primo, e che manifestamentele apparve una chiamata misteriosa e cauta, le colpì l'orecchio, e la fece avvertire il punto ch'ella cercava. Guardò ella allora più fissamente per conoscere che fosse; e i cenni che vide non le lasciarono dubbio sulla intenzione di quella chiamata. Bisogna qui render giustizia a quella infelice: qual che fosse fin allora stata la licenza dei suoi pensieri, il sentimento ch'ella provò in quel punto fu un terrore schietto e forte: chinò tosto lo sguardo, fece un cipiglio severo e sprezzante, e corse come a rifugiarsi sotto quel lato del porticato che toccava la casa del vicino, e dove per conseguenza ella era riparata dall'occhio temerario di quello: quivi, tirando lunghesso il muro, rannicchiata e ristretta come se fosse inseguita, si avviò all'angolo dov'era una scaletta che conduceva alle sue stanze, vi salse, e vi si chiuse, quasi per porsi in sicuro. Posta a sedere tutta ansante, fu assalita da una folla di pensieri: cominciò, prima di tutto, a ripensare se mai ella avesse dato ansa in alcun modo alla arditezza di colui, e trovatasi innocente si rallegrò: quindi, detestando ancora sinceramente ciò che aveva veduto, se lo andava raffigurando e rimettendo nella immaginazione, per venire più chiaramente a comprendere come, perchè ciò fosse avvenuto. Forse era equivoco? forse l'aveva egli presa in iscambio? forse aveva voluto accennare qualche cosa d'indifferente? Ma più ella esaminava, più le pareva di non avere errato alla prima, e questo esame, aumentando la sua certezza, la andava famigliarizzandocon quella immagine, e diminuiva quel primo orrore e quella prima sorpresa. Cosa strana e trista! il sentimento stesso della sua innocenza le dava una certa sicurtà a tornare su quelle immagini; ella compiaceva liberamente ad una curiosità di cui non conosceva ancora tutta l'estensione, e guardava senza rimorso e senza precauzione una colpa che non era la sua. Finalmente dopo lunga pezza ella si levò come stanca di tanti pensieri che finivano in uno, e desiderò di trovarsi con le sue educande, con le suore, di non esser sola. Esitò alquanto su la strada che doveva fare: ripassando pel cortiletto ella avrebbe potuto lanciare un guardo alla sfuggita dietro le spalle su quei tetti per vedere se colui era tanto ardito da trattenervisi, e così saper meglio come regolarsi.... ma s'accorse tosto ella stessa che questo era un sofisma della curiosità, o di qualche cosa di peggio, e senza più esitare s'avviò pel dormitorio alla stanza dove erano le educande: qui, o fosse caso, o un resto di quella esitazione, ella si affacciò ad una finestra che aveva dirimpetto appunto quei tetti, vi guardò, vide il temerario che non si era mosso, partì tosto dalla finestra, la chiuse e uscì da quella stanza, dicendo in fretta alle educande, con voce commossa: lavorate da brave; e se ne andò difilato a passeggiare nel giardino del chiostro. L'atto repentino e la commozione della voce non diedero nulla da pensare nè alle educande, nè alle suore, avvezze le une e le altre agli sbalzi frequenti dell'umore della Signora.Ma ella stava peggio nel giardino che già non fosse nelle sue stanze. Le venne un pensiero, che avrebbe dovuto avvertire dell'accaduto chi poteva opporsi a tanta temerità. Ma..., e se mi fossi ingannata? Questo dubbio non le veniva che allor quando la manifestazione di ciò che aveva veduto le si presentava alla mente come un dovere. Prima di parlare, diceva fra sè, voglio esser certa; troverò il modo di farlo con prudenza. E finalmente, concluse fra sè, in un accesso di passioni diverse, finalmente che colpa ci ho io? questo monastero non l'ho piantato io qui vicino a questa casa. Così non foss'egli stato piantato in nessun angolo della terra! Dovevano pensarci quelle che sono venute a chiudervisi di loro voglia. Vada come sa andare. Io non voglio pensarci.
Queste parole volevano dire, forse senza che Geltrude stessa lo scorgesse ben chiaro, che d'allora in poi ella non avrebbe pensato ad altro. Il nostro manoscritto segue qui con lunghi particolari il progresso dei falli di Geltrude; noi saltiamo tutti questi particolari, e diremo soltanto ciò che è necessario a fare intendere in che abisso ella fosse caduta, e a motivare gli orribili eccessi d'un altro genere ai quali la strascinò la sua caduta. L'assedio dello scellerato Egidio non si rallentò, e Geltrude cominciò a mettersi sovente nella occasione di mostrargli ch'ella disapprovava le sue istanze, quindi passando gradatamente dalle dimostrazioni della disapprovazione a quelle della noncuranza, da questa alla tolleranza,finalmente dopo un doloroso combattimento si diede per vinta in cuor suo, e con quei mezzi che lo scellerato aveva saputi trovare e additarle lo fece certo della sua infame vittoria. Cessato il combattimento, la sventurata provò per uno istante[178]una falsa gioja. Alla noja, alla svogliatezza, al rancore continuo, succedeva tutt'ad un tratto nel suo animo una occupazione forte, gradita, continua; una vita potente si trasfondeva nel vuoto dei suoi affetti; Geltrude ne fu come inebriata; ma era la coppa ristorante che la crudeltà ingegnosa degli antichi porgeva al condannato per invigorirlo a sostenere il martorio. L'avvenire gli apparì come piano e delizioso. Alcuni momenti della giornata spesi a quel modo, e il resto impiegato a pensare a quelli, ad aspettarli, a prepararli le sembrò una esistenza beata, che non lascerebbe nè cure, nè desiderj; ma le consolazioni della mala coscienza, dice il manoscritto, profittano altrui come al figliuolo di famiglia le somme ch'egli tocca dall'usurajo. L'accecamento di Geltrude e le insidie di Egidio s'avanzavano di pari passo, e giunsero al punto che il muro divisorio non lo fu più che di nome.
Già prima di arrivare a questo estremo, nel carattere di Geltrude era accaduto un gran cangiamento,tutte le inclinazioni viziose, che vi erano come addormentate, si risvegliarono più forti e più adulte e a tutte queste si aggiunse l'ipocrisia. Cominciò ella nei primi momenti a divenire più attenta nell'esteriore, più regolare, più tranquilla; cessò dagli scherni e dal rammarichio; di modo che le suore si congratulavano a vicenda della mutazione felice. Ma quando all'effetto naturale del fallo si aggiunse la scuola viva e diretta dello scellerato giovane, ognuno può immaginarsi, quali diventassero le idee di Geltrude. Tutto ciò che era dovere, pietà, morigeratezza[179]era già da gran tempo associato nella sua mente alla violenza ed alla perfidia, ed aveva un lato odioso e sospetto; i ragionamenti che tendevano a mostrare che tutto ciò era una invenzione dell'astuzia, un'arte per godere a spese altrui, accolti dal cuore e presentati all'intelletto, furono ricevuti in esso come amici savj e sinceri. Vi ha nelle teorie del vizio qualche cosa di più pensato, di più profondo, di più verosimile che non appaja nelle massime del dovere espresse in un modo volgare e talvolta inesatto: di modo che il pervertimento può parere facilmente un progresso di ragioni. Ben è vero che al di là di quelle teorie ven'ha una più profonda e vera che mostra la loro fallacia; ma questa non è dato trovarla se non ad una meditazione potente, o ad un sentimento retto; ma Geltrude non aveva nè l'uno, nè l'altro di questi ajuti. Ella fu dunque una docile e cieca discepola, e conobbe e ricevè tutte quelle idee generali di perversità a cui l'ignoranza e la irriflessione di quei tempi permetteva di arrivare.