IV.

IV.In margine alla prima minuta, Ermes Visconti fece di quando in quando delle postille, che al Manzoni tornarono utili. Come gli tornarono utili le osservazioni che gli fece a viva voce il Fauriel; il quale, morta la vedova del Condorcet, Sofia Grouchy, che era la donna del suo cuore, a conforto dell'animo desolato se ne venne in Italia per riabbracciare il Manzoni, e rimase ospite suo più mesi[76]. Del romanzo così scrive Donna Giulia a monsig. Luigi Tosi il 14 gennaio del '24: «Sia detto fra noi, M.ͬ Fauriel, certamente uno dei più grandi letterati,dice che è una cosa ammirabile, e si è incontrato con Lei dicendo ad Alessandro di togliere affatto l'episodio della monaca». È vero; nel consigliare questo taglio, il Fauriel e il Tosi si trovavano d'accordo. Erano però guidati da fini diversi. Il Vescovo di Pavia, stretto di maniche per sua natura, e fatto più rigido da uno spruzzo di giansenismo, che si sforzava, ma non sempre gli riusciva di tener celato, lo faceva perchè indotto da un male inteso zelo religioso; il Fauriel, mente larga e senza pregiudizi, per ragioni di proporzioni e di estetica[77].De' tanti ammiratori de'Promessi Sposi, il più grande di tutti, Goethe, diceva all'Eckermann: «il Manzoni ha sentimento, ma non mai sentimentalismo: le situazioni sono pure e robuste. Il suo modo di trattare i soggetti è chiaro e bello come il cielo della sua Italia. Pure, a un tratto, a propositodella descrizione della guerra, della fame e della peste, il Manzoni lascia a torto la veste di poeta e mostra lo storico nella sua nudità. Allora le sue descrizioni di cose, già per sè ributtanti, assumono la secchezza della cronaca e divengono appena tollerabili. Ebbe troppo rispetto per la realtà,e si vorrebbe accorciare quella guerra e quella fame d'un buon tratto e d'un terzo la peste. Ma appena i personaggi del romanzo ricompaiono, il Manzoni torna nella pienezza della sua gloria». Nella seconda minuta il Manzoni tagliò e ritagliò senza misericordia, ma forse non quanto l'unità del romanzo avrebbe richiesto; e ne dà egli stesso la ragione in una sua lettera dell'11 giugno del '27, scritta mentreil Trognon, auspice il Fauriel, vagheggiava tradurre in francese iPromessi Sposi. «J'approuve d'avance» (così il Manzoni all'amico) «tous les retranchemens qu'il aura crû devoir faire a mapeste: je sentais moi-même que c'était trop long, généralment parlant; mais, pour ici, c'est un caquetage de famille, qui peut avoir son prix».Nella seconda minuta accorciò anche l'episodio della Signora di Monza, che in sostanza è un romanzo dentro il romanzo, e che non dette nel naso al Goethe, appunto perchè in esso ricompaiono i personaggi e il Manzoni «torna nella pienezza della sua gloria». Non lo tolse e fece bene. Esteticamente il Fauriel aveva ragione; ma se il romanzo guadagnava dal lato della proporzione, se acquistava dal lato dell'unità dell'insieme, che stupende pagine, che pittura insuperata e insuperabile del cuore umano veniva a perdere!La prima stesura di questo episodio, col brano che poi stralciò, si legge nel presente volume e ne forma la parte più interessante e curiosa[78]. La figura drammaticadella Signora di Monza fin dal primo apparire de'Promessi Sposiattrasse e colpì, e subito sifece strada il desiderio ardente di conoscerne le vicende «non velate dalle smaglianti vernici del romanzo,ma fredde e limpide quali le può offrire la storia»; desiderio che traeva principalmente origine dalla «speranza di vedere confermati nei particolari i casi di quella Gertrude che il Manzoni aveva confitto nel cuore de' suoi lettori quasi ricordo de' più affannosi»[79]. Cesare Cantù, che per il primo commentò iPromessi Sposi, altro non fece che tradurreliberamente» quello che ne dice Giuseppe Ripamonti: la sorgente dalla quale il Manzoni aveva attinto[80]. Svela, è vero, che la monaca colpevole e infelice appartiene alla principesca famiglia dei de Leyva, feudatari di Monza dal 1531 al 1648; fatto però già adombrato dal Ripamonti: «puellaribus annis adolescentula, sicuti tunc ferebatur, virgo sanguisque Principum in monasterium acta fuerat»[81]; e con più chiarezza dal Manzoni: «è della costola d'Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano»[82]. Soltanto nel '35 gliArchivi incominciarono a dare il proprio contributo per scoprire la verità, e il primo a darlo fu quello del Conte Gilberto Borromeo Arese. Il conoscersi il nome della famiglia di lei non faceva che accrescere la curiosità; troppo «restava ancora a sapersi; e domandavasi il nome di questa donna, il tempo dei suoi errori e quanto fu lungo il castigo che la ricondusse a virtù». Il nome e il tempo l'indicò Francesco Ambrosoli, con l'aiuto di Gioacchino Crivelli, archivista appunto de' Borromeo Arese[83]; che fu largo d'aiuto anche a Pietro Custodi, il quale tirò fuori l'intimazione a Gio. Paolo Osio (l'Egidio del romanzo) di presentarsi, insieme co' suoi complici, al tribunale criminale di Milano, per esservi giudicato[84], e così svelò il vero nome dell'amante, taciuto esso pure dal Ripamonti. I documenti scoperti porsero occasione al Cantù di scendere di nuovo in campo, sia con aggiunte alle successive edizioni del suo commento, sia con lo stralciare da quello la parte riguardante la Signora e farne una pubblicazione a sè[85];più volte ristampata[86]. Ma però, mentre da un lato, si cerca e si scopre la verità, ecco Giovanni Resini a ottenebrarla col suo romanzo, che ebbe voga e fortuna; poi il tempo ne fece la giustizia che meritava[87]; ecco Michele Maggi che in versi elegantiidealizza la Signora: ecco Francesco Mezzotti che ne fa una delle tante monache del suo racconto:Il Pozzo della Spagnuola[88].Nel 1854 il processo originale della Signora di Monza, che si conservava gelosamente nell'Archivio della Curia arcivescovile di Milano, fu, in parte, pubblicato dal conte Tullio Dandolo[89]. Scrive nella prefazione:«ho praticato di questo manoscritto lo spoglio più scrupoloso, copiando ciò che vi riscontrai di più caratteristico, e riepilogando il resto... Attingendo ad autentiche fonti, ardii svolgere un fascio di nequizie, rimaste fin oggi tenebrose; citai nel suo testo originale una scellerata tragedia.... Io mi son uno de' più caldi ammiratori delle istituzioni monastiche, uno de' più sinceri zelatori dell'onore del cattolicismo: nè quelle istituzioni corrono pericolo, a mio avviso, di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato.... Che se con essersi messi sotto a' piè i voti giurati, quelle, in pria sciagurate, caddero in ispaventevol abisso di guai, come avvenne che n'uscissero salve, se non fu la efficacia di quelle istituzioni medesime che le castigarono sì da non disperarle, le percossero, ma per redimerle, e, da ultimo, le restituirono a Dio purificate?». Terminatala stampa, il Dandolo s'affrettò a inviarne un esemplare al Manzoni; il quale, scorsa che n'ebbe la prefazione, perduta la pazienza (cosa affatto insolita in lui) scriveva al male accorto editore: «Nel libro offertomi da Lei in dono questa mattina, trovo un giudizio che non può riguardare altro che me. Chiha alzato un lembo di tal dramma spaventoso, dianzi sconosciuto, che scambia un monastero di vergini in caverna d'assassini: cosa cheforse potè parere a rigoristi un argomento fornito a' mali comentarii de' nemici delle istituzioni monastiche; chi ne ha fattaclamorosa comunicazione al pubblico; chi halanciata la fiera tragedia ad essere aggirata nel vortice della opinione, derelitta in balìa ai contrarii parlari degli uomini; chi ne ha fatto untanto più facil ludibrio, e accetta pastura d'oziosi, di tristi, in quanto che notevol parte ne rimase in ombra, indefinito campo a comentarii sfrenati, avrei a esser io. La conclusione voluta dalle parole che ho dovuto citare, sarebbe che ilrimovere del tutto la tenda insanguinata, era una cosa necessaria a riparare tutto quel male, al quale io avrei data occasione, e la più comoda occasione. Sono ben lontano dal voler discutere, nè ora, nè mai la giustizia d'una tale accusa; ma Ella non si maraviglierà che il libro che la contiene non possa rimaner presso di me come un dono»[90].Il colpo fu tremendo e inaspettato. Il Dandolo, peraltro, seppe cavarsela, e bene, rispondendogli lo stesso giorno (era l'8 luglio del '55): «Non ebbiintenzione di offenderla e assai m'incresce se Le recai pena. Al ricevere del suo foglio son corso dallo stampatore ed ho già presi con lui gli opportuniconcerti acciò quanto Ella ha notato sia tolto via dalla intera edizione, la quale, come Ledissi, compiuta ieri, cominciava domani ad esser posta in vendita. Cessando così d'avere uno scopola lettera che m'indirizza, Ella mi permetta di rinviarla».La pubblicazione di questo singolare processo non mancò di levar rumore; e in Francia ne formaronosoggetto di un racconto Filarete Chasles[91]ed A. Renzi[92]; in Italia ne trattò Agostino Verona[93].Nella prefazione, scritta al Deserto tra' monti di Arcisate il 1º giugno del 1854, il Dandolo, tra l'altre cose, aveva detto: «al celebre autore deiPromessi Sposila Signora di Monza si rese nota nelle Storie Milanesi del Ripamonti; ignorava, quando scrisse il suo immortale romanzo, che il processo da queitremendi casi provocato, dal primo costituto all'ultima sentenza, ne' suoi manoscritti originali ed autografi, giacea contenuto in dieci grossi fascicoli polverosi, dimenticati in un tarlato scaffale d'un Archivio lombardo». Queste parole ventun'anni dopo fecero avvampare dallo sdegno Francesco Cusani. «Falso» (egli esclama) «che Manzoni ignorasse il processo. Questo nongiaceva dimenticato in un Archivio lombardo, ma era gelosamente custodito in quello della Curia arcivescovile di Milano.... Uscito il libro, il Manzoni si dolse co' suoi amici di trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima scriveva iPromessi Sposi; ed a ragione, giacchè l'asserto era falso.Sappiate, dicevami un giorno,che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio, essendosi degnato l'arcivescovo Gaisruck di affidarmelo. Era la pura verità, nota da lungo tempo a me e ad altri; il processo l'ebbe il Manzoni per intromissione dell'abate Gaetano Giudici, che aveva molta entratura coll'Arcivescovo, trattando come Consigliere del Governo gli affari ecclesiastici»[94].È impossibile che il Manzoni si sia lamentato con gli amici «di trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima scriveva iPromessi Sposi», giacchè il Manzoni stessoimpose al Dandolo di non manifestare che l'aveva avuto nelle mani. Tra le carte sue, ho trovato la minuta autografa di questa lettera, che il 17 giugno del '54 indirizzò al conte Tullio: «Essendomi venuto all'orecchio che in un manifesto che deve precedere la pubblicazione del di Lei scritto sul processo della Signora di Monza, si faccia menzione dell'aver io avuta cognizione del processo medesimo, profitto della bontà sua per rivolgermi direttamente a Lei, a fine di venire in chiaro della verità. Se non fosse altro che una falsa voce, confido in codesta bontà medesima per ottenere il perdono d'averla importunata senza proposito; ma se fosse altrimenti, La pregherei con ogni istanza di voler levare dal manifesto suddetto tutto ciò che si riferisca a cose dette da me confidenzialmente, e che non avrei dette di certo, se avessi potuto immaginarmi che fossero per esser rese pubbliche». Del resto, quando il Manzoni diceva al Cusani: «Sappiate che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio», affermava un fatto vero; come affermava un fatto vero il Dandolo quando scriveva che il Manzoni ignorava l'esistenza del processo «quando scrisse il suo immortale romanzo». Il Manzoni l'ebbe in prestito dall'arcivescovo Gaisruck, col mezzo dell'abate Giudici, come asserisce il Cusani; ma l'ebbe dopo che fu pubblicata l'edizione originale de'Promessi Sposi; se ne valse, ma in piccolissima parte, per la seconda edizione fatta da lui, quella illustratadel '40. Infatti nel capitolo X, raccontando le colpe di Gertrude, accenna alla conversa, che aveva minacciato di svelare il segreto, e venne fatta sparire. Nella prima edizione si legge: «Si spedirono tosto corrieri su diverse vie per darle dietro e raggiungerla»; nella seconda invece: «Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, eprincipalmente a Meda, di dov'era quella conversa». Appunto dal processo aveva appreso che costei era Caterina de' Cassini nativa di Meda. Quando il Manzoni tratteggiò la figura della Signora di Monza ebbe per unica fonte il Ripamonti, e gli fu ignoto perfino il Frisi[95], che non solo svelail nome e il cognome di lei, ma quello pure dell'amante[96].«Il Manzoni è un psicologo di primo ordine», ebbe a scrivere Eugenio Camerini; «invece di analizzare, a modo di Jouffroy, i fatti interni, ne pinge lo sviluppo, come nell'episodio della Signora di Monza, ove ci parve sempre mirabile il processo della corruzione di quell'anima. NellaReligieusedi Diderot il processo è tutto materiale, il senso si deprava e non conduce che a turpezze; qui si deprava l'anima e conduce al delitto»[97]. Il Cantù affermava: «il Manzoni anche sulle cose che toglieva da altri a prestanza metteva la sua impronta. Diderot aveva rozzamente romanzatouna, fatta monaca per forza; il Manzoni il tema stesso elevò a quello stupendo studio del cuore umano e a sapientissima morale»[98]. Alessandro Luzio dice: «Il Manzoni studiosissimo, nella sua giovinezza, della letteratura francese, imbevuto dello spirito filosofico, conobbe e ammirò senza dubbio il romanzo di Diderot; e, più tardi, il ricordo di questo non poteva essere estraneo a determinare l'episodio della Monaca di Monza. Nel quale anzi dovett'essere intendimento del Manzoni di ripigliare sopra un addentellato storico il motivo dellaReligieuse, la violenza cioè fatta da' genitori a una figlia, ripigliarlo e svolgerlo alla sua maniera, sceverando e dalla narrazione, o addebitando al secolo, all'individuo, quanto il Diderot aveva prodotto di tristo e di odioso all'istituzione, all'idea religiosa; cercando, assai visibilmente in qualche punto, di contrapporre un'indiretta, ma efficace confutazione al libro tendenzioso del filosofo»[99]. Il Luzio si sforza di provarlo; v'impiega ingegno e acume, ma non riesce a persuadere[100].In questi ultimi anni Carlo Casati mise in sodo che una figlia di Tommaso Marini di Genova, Duca di Terranova, andata sposa a Don Martino de Leyva, fu la madre della Gertrude de'Promessi Sposi[101]; Luca Beltrami precisò la stanza del palazzo Marino dove nacque[102]; Giovanni Vidari prese a dimostrare come l'episodio di «Gertrude sia nel romanzo, indipendentemente dal merito artistico, uno studio storico, un'analisi psicologica, un alto avvertimento pedagogico-morale»[103]; Luigi Zerbi, non contento di averla rischiarata di nuova luce con la monografia:La Signora di Monza nella Storia, volle studiare anche il suo amante[104]; e di lei tornarono a occuparsie a scrivere Damiano Avancini[105]e Gentile Pagani[106].Virginia (così si chiamava la madre) in prime nozze sposò Ercole Pio di Savoia, Signore di Sassuolo; ed ebbe da lui Marco e Benedetta. Mortogli ben presto, dopo un anno di vedovanza si rimaritò nel decembre del 1574 con Martino, secondogenito di Don Luigi de Leyva Principe d'Ascoli, portandogli in dote cinquantamila scudi. Martino, gentiluomo di bocca di Re Filippo II e cavaliere di Sant'Jago, aveva combattuto a Granata, a Lepanto e alla Goletta, e teneva allora il comando d'una compagnia di lance a Milano. Dal nuovo matrimonio, verso la fine del 1575, nacque Marianna (la Signora di Monza); la quale, di appena un anno, perdette la madre. Vittima della peste, Donna Virginia, con testamento del 1º ottobre 1576 la fece erede a perfetta metà col fratello Marco Pio di Savoia. Non legò chel'usufrutto della dote e un anello al marito, che di lì a poco andò in Fiandra sotto le bandiere di Don Giovanni d'Austria, lasciando sola la figlia. Il testamento di Donna Virginia dette luogo a un lungo litigio, finito con una transazione nel 1580. L'asse ereditario venne diviso in dodici parti, delle quali ne toccarono cinque a Don Martino e alla figlia; sette al Pio di Savoia. Sulla parte destinata alla figlia il padre stese avidamente la mano. Sposata in seconde nozze Anna Viquez de Moncada, aveva egli riposto ogni cura e ogni affetto nella sua nuova famiglia, composta di tre maschi e una femmina: Luigi, Antonio, Girolamo e Adriana.Sembra che l'orfanella venisse affidata alla zia materna Marianna de Leyva, moglie di Massimiliano Stampa marchese di Soncino. Infatti l'anno stesso della morte di lei venne portata a Monza e messa in educazione nel monastero di S. Margherita. A tredici anni e tre mesi prese il velo; dopo ventinove mesi e ventotto giorni di noviziato, il 12 settembre del 1591 divenne monaca per sempre, col nome di Suor Virginia Maria. Il padre nel costituirle la dote spirituale (pagata a promesse e menzogne) finì con spogliarla del tutto. Se vi furono de' motivi di nullità nel proferire i voti, «questi motivi» (a giudizio dello Zerbi) «riducevansi a questione di giorni, giacchè è indubitato che la professione avvenne nell'età canonica». La qual cosa però non toglie «che dare il velo a una fanciulla di tredici anni etre mesi, e farle emettere voti solenni, incancellabili per tutta la vita, a sedici, fu, è, e sarà sempre un delitto di lesa umanità».De' congiunti di Suor Virginia Maria, il fratello Marco Pio di Savoia, «potente per le sue aderenze e di carattere orgoglioso e violento»[107], fu assassinato a Modena nel 1599, e qualcuno ci vide la mano degli Estensi; Benedetta morì in carcere a Parma nel 1617, dopo che il carnefice ebbe troncata la testa, prima al marito, Girolamo Sanvitale, poi al suo figliuolo primogenito. L'altro fratello, Don Luigi de Leyva, conte di Monza, barone di Trippi, di Racalmalma e Sabuche, lasciò manoscritta la genealogia della propria famiglia, e in essa afferma che il padre (uscito di vita a Valenza nel '99) si accasò con Virginia Marini, ma da lei non ebbe prole: «no tuvo en ella hijos»; aperta menzogna, che giustifica pienamente il Ripamonti, veritiero sempre, il quale disse: Suor Virginia Maria «alienata «adhuc domo, infensisque proximorum animis». Degli altri due fratelli, Don Antonio morì combattendo contro i Mori nella giornata di Querquenez; Girolamo fu governatore e capitano generale nel Perù; Adriana, vittima essa pure dell'avarizia domestica, venne serrata a Madrid nelle Francescane Scalze.Ai figli di Martino de Leyva toccava a turno, didue anni in due anni, la giurisdizione feudale di Monza; giurisdizione che alla propria volta veniva esercitata anche da Suor Virginia Maria. Osserva con acume lo Zerbi: «Vivente nella necessità di rimanere al cospetto di tutti laSignora del paese, circondata da alcuni scellerati, per metà nel chiostro e per metà in pieno tribunale, non poteva di certo conservare la purezza di un sentimento innocente e ascendere da questo almistico vaso di elezione. Cotale impossibile accordo di monaca e di contessa prova altresì che non fu l'ambizione di famiglia quella che lanciò Suor Virginia Maria nell'abisso, bensì la più sordida avarizia:non tam sua sponte guani avaritiae stimulis, come scrive il Ripamonti; e che per essa sola videsi al diadema e al manto comitale sostituiti il velo e il saio, accompagnati da un'autorità svestita d'ogni prestigio. Fu per tal modo avvicinata alle noie del mondo materiale, che toglie ogni freschezza di poetiche immaginazioni, per sostituirvi le volgarità della vita pratica. Così Suor Virginia Maria rendeva in sè stessa possibile il predominio della sensualità sulle astratte forme dell'ascetismo monastico, in una parola doveva subire gli effetti di un ambiente che erale pericoloso per ragione dirgli stessi suoi uffici».Il Ripamonti, vissuto al fianco del Cardinal Federigo e partecipe de' suoi segreti, ebbe modo di conoscere la verità e la conobbe nella sua pienezza. Il racconto che lasciò degli amori di Suor VirginiaMaria con Giampaolo Osio e dei delitti che accompagnarono quegli amori, e ne furono la conseguenza, trova conferma larghissima negli atti del processo[108]; da' quali vengono anche rischiarate di nuova luce, o messe in evidenza alcune particolarità, che il Ripamonti adombra appena, o trascura. Una, tra le altre, è singolare. Mescolato in quegli amori fu un sozzo prete, Paolo Arrigone, curato di S. Maurilio a Monza, amicissimo dell'Osio, che più volte si valse di lui per scrivere lettere e portare ambasciate all'amante[109]. Resoardito dalla gentilezza della Signora, osò volgere gli occhi fino a lei, ma fu sdegnosamente scacciato. Furibondo e offeso, minaccia di svelare le sue tresche coll'Osio. Essa gli scrive: «Sono informata che, da quell'huomo infame e vituperoso che sej, la tua sfacciataggine è arrivata a tale colmo, che haj messo in ordine le solite tue malvagità contra l'honor mio; per il che stupischo de la clemenza di Dio, che avanti che tu ti parta dall'altare, non ti faccia sfavillar fochoet portarti via da cento para di diavoli. E però sappi, per il battesimo santissimo che porto in testa et da quella che sono, che ti voglio far conossere da chi non ti conosse et mostrare perchè conto contro di me sij riparato a questo modo: et ti farò conossere per quel perverso e sacrilegho che sej, arrivato a tutte quelle insolentie che sa tutto il mondo, sino alla presuntione di tentare anco qui dentro le spose diGesù Cristo et procurare in tutti li modi di macchiare l'honore di questo monastero, come apare dalle lettere che, in testimonio di questo, tengho rinserrate presso di me». Da' costituti suoi, da quelli delle sue compiici, dalle deposizioni delle stesse monache che covavano contro di lei astii e rancori non risulta nessuna prova che sia stata partecipe de' delitti perpetrati da Giampaolo. «Ne fu testimone esterrefatta, e nulla più», come nota lo Zerbi. Abbandonò sè stessa al delirio de' sensi: è questa la sua vera, la sua unica colpa; ma le fu un tormento per tutta la vita, e per tutta la vita la pianse.Il Manzoni, condotta che ebbe a fine la prima minuta del romanzo—e fu il 17 settembre del 1823, come s'è visto—prese a riscriverlo; trasportando però nella nuova minuta alcuni de' vecchi brani: quelli che riteneva bisognosi soltanto di qualche ritocco, non d'un sostanziale rifacimento. Ma li tempestò talmente con la penna, mutando, aggiungendo, correggendo, da non serbare più quasi nessuna delle primitive fattezze. Rivide e corresse da per sè anche la copia, che di su la seconda minuta fece fare, da altra mano, per la Censura; della quale però non resta che il primo volume, essendo gli altri due andati dispersi. Anche la revisione delle bozze di stampa fu una faccenda seria, lunga, spinosa, fastidiosissima. Non era mai contento; mutava e rimutava di continuo. A cagione de' tardi pentimenti, parecchi de' fogli già stampati furon distrutti e dinuovo composti. L'aiutarono gli amici Tommaso Grossi ed Ermes Visconti; molto l'aiutò l'abate Giuseppe Pozzone di Trezzo, che fin dal 1819 insegnava belle lettere nel Ginnasio di Brera.Chi raffronti insieme la seconda minuta e la copia per la Censura con l'edizione originale, fatta a Milano per i torchi di Vincenzo Ferrano, non trova che differenze di forma. La seconda minuta e la copia per la Censura, in sostanza, salvo ritocchi di lingua e di stile, sono il testo definitivo; ma un testo che è il più radicale rifacimento della prima minuta; la quale, dalle linee generali in fuori, in molte parti par quasi un romanzo affatto diverso. Ho dunque trascritto dalla prima minuta i brani soppressi, o rifatti nella seconda, e li stampo. Saranno un utile studio del modo con cui si affacciò all'immaginazione del Manzoni la tela primitiva del racconto.Nel testo del volume do i tratti di maggiore interesse e importanza; nelle appendici ho raccolto le bricciche, perchè nulla resti dimenticato. E a queste bricciche della prima minuta ho unito, come saggio della seconda minuta, il brano riguardante l'Innominato, che poi stralciò dalla stessa seconda minuta e soppresse, sembrandogli troppo lungo e particolareggiato. La figura di questo ribaldo, che a un tratto si pente e muta vita; figura che è certo tra le più belle creazioni manzoniane, è la sola di tutto il romanzo ch'egli abbia rifatta tre volte. IlConte del Sagratodella prima minuta, si trasmuta nell'Innominatodella seconda, con fattezze nuove. Ma anche di questo rifacimento il Manzoni non si contenta; torna a tratteggiarlo per la terza volta, e riesce quello che poi è rimasto.Torino, 11 marzo 1905.Giovanni Sforza.

In margine alla prima minuta, Ermes Visconti fece di quando in quando delle postille, che al Manzoni tornarono utili. Come gli tornarono utili le osservazioni che gli fece a viva voce il Fauriel; il quale, morta la vedova del Condorcet, Sofia Grouchy, che era la donna del suo cuore, a conforto dell'animo desolato se ne venne in Italia per riabbracciare il Manzoni, e rimase ospite suo più mesi[76]. Del romanzo così scrive Donna Giulia a monsig. Luigi Tosi il 14 gennaio del '24: «Sia detto fra noi, M.ͬ Fauriel, certamente uno dei più grandi letterati,dice che è una cosa ammirabile, e si è incontrato con Lei dicendo ad Alessandro di togliere affatto l'episodio della monaca». È vero; nel consigliare questo taglio, il Fauriel e il Tosi si trovavano d'accordo. Erano però guidati da fini diversi. Il Vescovo di Pavia, stretto di maniche per sua natura, e fatto più rigido da uno spruzzo di giansenismo, che si sforzava, ma non sempre gli riusciva di tener celato, lo faceva perchè indotto da un male inteso zelo religioso; il Fauriel, mente larga e senza pregiudizi, per ragioni di proporzioni e di estetica[77].

De' tanti ammiratori de'Promessi Sposi, il più grande di tutti, Goethe, diceva all'Eckermann: «il Manzoni ha sentimento, ma non mai sentimentalismo: le situazioni sono pure e robuste. Il suo modo di trattare i soggetti è chiaro e bello come il cielo della sua Italia. Pure, a un tratto, a propositodella descrizione della guerra, della fame e della peste, il Manzoni lascia a torto la veste di poeta e mostra lo storico nella sua nudità. Allora le sue descrizioni di cose, già per sè ributtanti, assumono la secchezza della cronaca e divengono appena tollerabili. Ebbe troppo rispetto per la realtà,e si vorrebbe accorciare quella guerra e quella fame d'un buon tratto e d'un terzo la peste. Ma appena i personaggi del romanzo ricompaiono, il Manzoni torna nella pienezza della sua gloria». Nella seconda minuta il Manzoni tagliò e ritagliò senza misericordia, ma forse non quanto l'unità del romanzo avrebbe richiesto; e ne dà egli stesso la ragione in una sua lettera dell'11 giugno del '27, scritta mentreil Trognon, auspice il Fauriel, vagheggiava tradurre in francese iPromessi Sposi. «J'approuve d'avance» (così il Manzoni all'amico) «tous les retranchemens qu'il aura crû devoir faire a mapeste: je sentais moi-même que c'était trop long, généralment parlant; mais, pour ici, c'est un caquetage de famille, qui peut avoir son prix».

Nella seconda minuta accorciò anche l'episodio della Signora di Monza, che in sostanza è un romanzo dentro il romanzo, e che non dette nel naso al Goethe, appunto perchè in esso ricompaiono i personaggi e il Manzoni «torna nella pienezza della sua gloria». Non lo tolse e fece bene. Esteticamente il Fauriel aveva ragione; ma se il romanzo guadagnava dal lato della proporzione, se acquistava dal lato dell'unità dell'insieme, che stupende pagine, che pittura insuperata e insuperabile del cuore umano veniva a perdere!

La prima stesura di questo episodio, col brano che poi stralciò, si legge nel presente volume e ne forma la parte più interessante e curiosa[78]. La figura drammaticadella Signora di Monza fin dal primo apparire de'Promessi Sposiattrasse e colpì, e subito sifece strada il desiderio ardente di conoscerne le vicende «non velate dalle smaglianti vernici del romanzo,ma fredde e limpide quali le può offrire la storia»; desiderio che traeva principalmente origine dalla «speranza di vedere confermati nei particolari i casi di quella Gertrude che il Manzoni aveva confitto nel cuore de' suoi lettori quasi ricordo de' più affannosi»[79]. Cesare Cantù, che per il primo commentò iPromessi Sposi, altro non fece che tradurreliberamente» quello che ne dice Giuseppe Ripamonti: la sorgente dalla quale il Manzoni aveva attinto[80]. Svela, è vero, che la monaca colpevole e infelice appartiene alla principesca famiglia dei de Leyva, feudatari di Monza dal 1531 al 1648; fatto però già adombrato dal Ripamonti: «puellaribus annis adolescentula, sicuti tunc ferebatur, virgo sanguisque Principum in monasterium acta fuerat»[81]; e con più chiarezza dal Manzoni: «è della costola d'Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano»[82]. Soltanto nel '35 gliArchivi incominciarono a dare il proprio contributo per scoprire la verità, e il primo a darlo fu quello del Conte Gilberto Borromeo Arese. Il conoscersi il nome della famiglia di lei non faceva che accrescere la curiosità; troppo «restava ancora a sapersi; e domandavasi il nome di questa donna, il tempo dei suoi errori e quanto fu lungo il castigo che la ricondusse a virtù». Il nome e il tempo l'indicò Francesco Ambrosoli, con l'aiuto di Gioacchino Crivelli, archivista appunto de' Borromeo Arese[83]; che fu largo d'aiuto anche a Pietro Custodi, il quale tirò fuori l'intimazione a Gio. Paolo Osio (l'Egidio del romanzo) di presentarsi, insieme co' suoi complici, al tribunale criminale di Milano, per esservi giudicato[84], e così svelò il vero nome dell'amante, taciuto esso pure dal Ripamonti. I documenti scoperti porsero occasione al Cantù di scendere di nuovo in campo, sia con aggiunte alle successive edizioni del suo commento, sia con lo stralciare da quello la parte riguardante la Signora e farne una pubblicazione a sè[85];più volte ristampata[86]. Ma però, mentre da un lato, si cerca e si scopre la verità, ecco Giovanni Resini a ottenebrarla col suo romanzo, che ebbe voga e fortuna; poi il tempo ne fece la giustizia che meritava[87]; ecco Michele Maggi che in versi elegantiidealizza la Signora: ecco Francesco Mezzotti che ne fa una delle tante monache del suo racconto:Il Pozzo della Spagnuola[88].

Nel 1854 il processo originale della Signora di Monza, che si conservava gelosamente nell'Archivio della Curia arcivescovile di Milano, fu, in parte, pubblicato dal conte Tullio Dandolo[89]. Scrive nella prefazione:«ho praticato di questo manoscritto lo spoglio più scrupoloso, copiando ciò che vi riscontrai di più caratteristico, e riepilogando il resto... Attingendo ad autentiche fonti, ardii svolgere un fascio di nequizie, rimaste fin oggi tenebrose; citai nel suo testo originale una scellerata tragedia.... Io mi son uno de' più caldi ammiratori delle istituzioni monastiche, uno de' più sinceri zelatori dell'onore del cattolicismo: nè quelle istituzioni corrono pericolo, a mio avviso, di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato.... Che se con essersi messi sotto a' piè i voti giurati, quelle, in pria sciagurate, caddero in ispaventevol abisso di guai, come avvenne che n'uscissero salve, se non fu la efficacia di quelle istituzioni medesime che le castigarono sì da non disperarle, le percossero, ma per redimerle, e, da ultimo, le restituirono a Dio purificate?». Terminatala stampa, il Dandolo s'affrettò a inviarne un esemplare al Manzoni; il quale, scorsa che n'ebbe la prefazione, perduta la pazienza (cosa affatto insolita in lui) scriveva al male accorto editore: «Nel libro offertomi da Lei in dono questa mattina, trovo un giudizio che non può riguardare altro che me. Chiha alzato un lembo di tal dramma spaventoso, dianzi sconosciuto, che scambia un monastero di vergini in caverna d'assassini: cosa cheforse potè parere a rigoristi un argomento fornito a' mali comentarii de' nemici delle istituzioni monastiche; chi ne ha fattaclamorosa comunicazione al pubblico; chi halanciata la fiera tragedia ad essere aggirata nel vortice della opinione, derelitta in balìa ai contrarii parlari degli uomini; chi ne ha fatto untanto più facil ludibrio, e accetta pastura d'oziosi, di tristi, in quanto che notevol parte ne rimase in ombra, indefinito campo a comentarii sfrenati, avrei a esser io. La conclusione voluta dalle parole che ho dovuto citare, sarebbe che ilrimovere del tutto la tenda insanguinata, era una cosa necessaria a riparare tutto quel male, al quale io avrei data occasione, e la più comoda occasione. Sono ben lontano dal voler discutere, nè ora, nè mai la giustizia d'una tale accusa; ma Ella non si maraviglierà che il libro che la contiene non possa rimaner presso di me come un dono»[90].

Il colpo fu tremendo e inaspettato. Il Dandolo, peraltro, seppe cavarsela, e bene, rispondendogli lo stesso giorno (era l'8 luglio del '55): «Non ebbiintenzione di offenderla e assai m'incresce se Le recai pena. Al ricevere del suo foglio son corso dallo stampatore ed ho già presi con lui gli opportuniconcerti acciò quanto Ella ha notato sia tolto via dalla intera edizione, la quale, come Ledissi, compiuta ieri, cominciava domani ad esser posta in vendita. Cessando così d'avere uno scopola lettera che m'indirizza, Ella mi permetta di rinviarla».

La pubblicazione di questo singolare processo non mancò di levar rumore; e in Francia ne formaronosoggetto di un racconto Filarete Chasles[91]ed A. Renzi[92]; in Italia ne trattò Agostino Verona[93].

Nella prefazione, scritta al Deserto tra' monti di Arcisate il 1º giugno del 1854, il Dandolo, tra l'altre cose, aveva detto: «al celebre autore deiPromessi Sposila Signora di Monza si rese nota nelle Storie Milanesi del Ripamonti; ignorava, quando scrisse il suo immortale romanzo, che il processo da queitremendi casi provocato, dal primo costituto all'ultima sentenza, ne' suoi manoscritti originali ed autografi, giacea contenuto in dieci grossi fascicoli polverosi, dimenticati in un tarlato scaffale d'un Archivio lombardo». Queste parole ventun'anni dopo fecero avvampare dallo sdegno Francesco Cusani. «Falso» (egli esclama) «che Manzoni ignorasse il processo. Questo nongiaceva dimenticato in un Archivio lombardo, ma era gelosamente custodito in quello della Curia arcivescovile di Milano.... Uscito il libro, il Manzoni si dolse co' suoi amici di trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima scriveva iPromessi Sposi; ed a ragione, giacchè l'asserto era falso.Sappiate, dicevami un giorno,che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio, essendosi degnato l'arcivescovo Gaisruck di affidarmelo. Era la pura verità, nota da lungo tempo a me e ad altri; il processo l'ebbe il Manzoni per intromissione dell'abate Gaetano Giudici, che aveva molta entratura coll'Arcivescovo, trattando come Consigliere del Governo gli affari ecclesiastici»[94].

È impossibile che il Manzoni si sia lamentato con gli amici «di trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima scriveva iPromessi Sposi», giacchè il Manzoni stessoimpose al Dandolo di non manifestare che l'aveva avuto nelle mani. Tra le carte sue, ho trovato la minuta autografa di questa lettera, che il 17 giugno del '54 indirizzò al conte Tullio: «Essendomi venuto all'orecchio che in un manifesto che deve precedere la pubblicazione del di Lei scritto sul processo della Signora di Monza, si faccia menzione dell'aver io avuta cognizione del processo medesimo, profitto della bontà sua per rivolgermi direttamente a Lei, a fine di venire in chiaro della verità. Se non fosse altro che una falsa voce, confido in codesta bontà medesima per ottenere il perdono d'averla importunata senza proposito; ma se fosse altrimenti, La pregherei con ogni istanza di voler levare dal manifesto suddetto tutto ciò che si riferisca a cose dette da me confidenzialmente, e che non avrei dette di certo, se avessi potuto immaginarmi che fossero per esser rese pubbliche». Del resto, quando il Manzoni diceva al Cusani: «Sappiate che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio», affermava un fatto vero; come affermava un fatto vero il Dandolo quando scriveva che il Manzoni ignorava l'esistenza del processo «quando scrisse il suo immortale romanzo». Il Manzoni l'ebbe in prestito dall'arcivescovo Gaisruck, col mezzo dell'abate Giudici, come asserisce il Cusani; ma l'ebbe dopo che fu pubblicata l'edizione originale de'Promessi Sposi; se ne valse, ma in piccolissima parte, per la seconda edizione fatta da lui, quella illustratadel '40. Infatti nel capitolo X, raccontando le colpe di Gertrude, accenna alla conversa, che aveva minacciato di svelare il segreto, e venne fatta sparire. Nella prima edizione si legge: «Si spedirono tosto corrieri su diverse vie per darle dietro e raggiungerla»; nella seconda invece: «Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, eprincipalmente a Meda, di dov'era quella conversa». Appunto dal processo aveva appreso che costei era Caterina de' Cassini nativa di Meda. Quando il Manzoni tratteggiò la figura della Signora di Monza ebbe per unica fonte il Ripamonti, e gli fu ignoto perfino il Frisi[95], che non solo svelail nome e il cognome di lei, ma quello pure dell'amante[96].

«Il Manzoni è un psicologo di primo ordine», ebbe a scrivere Eugenio Camerini; «invece di analizzare, a modo di Jouffroy, i fatti interni, ne pinge lo sviluppo, come nell'episodio della Signora di Monza, ove ci parve sempre mirabile il processo della corruzione di quell'anima. NellaReligieusedi Diderot il processo è tutto materiale, il senso si deprava e non conduce che a turpezze; qui si deprava l'anima e conduce al delitto»[97]. Il Cantù affermava: «il Manzoni anche sulle cose che toglieva da altri a prestanza metteva la sua impronta. Diderot aveva rozzamente romanzatouna, fatta monaca per forza; il Manzoni il tema stesso elevò a quello stupendo studio del cuore umano e a sapientissima morale»[98]. Alessandro Luzio dice: «Il Manzoni studiosissimo, nella sua giovinezza, della letteratura francese, imbevuto dello spirito filosofico, conobbe e ammirò senza dubbio il romanzo di Diderot; e, più tardi, il ricordo di questo non poteva essere estraneo a determinare l'episodio della Monaca di Monza. Nel quale anzi dovett'essere intendimento del Manzoni di ripigliare sopra un addentellato storico il motivo dellaReligieuse, la violenza cioè fatta da' genitori a una figlia, ripigliarlo e svolgerlo alla sua maniera, sceverando e dalla narrazione, o addebitando al secolo, all'individuo, quanto il Diderot aveva prodotto di tristo e di odioso all'istituzione, all'idea religiosa; cercando, assai visibilmente in qualche punto, di contrapporre un'indiretta, ma efficace confutazione al libro tendenzioso del filosofo»[99]. Il Luzio si sforza di provarlo; v'impiega ingegno e acume, ma non riesce a persuadere[100].

In questi ultimi anni Carlo Casati mise in sodo che una figlia di Tommaso Marini di Genova, Duca di Terranova, andata sposa a Don Martino de Leyva, fu la madre della Gertrude de'Promessi Sposi[101]; Luca Beltrami precisò la stanza del palazzo Marino dove nacque[102]; Giovanni Vidari prese a dimostrare come l'episodio di «Gertrude sia nel romanzo, indipendentemente dal merito artistico, uno studio storico, un'analisi psicologica, un alto avvertimento pedagogico-morale»[103]; Luigi Zerbi, non contento di averla rischiarata di nuova luce con la monografia:La Signora di Monza nella Storia, volle studiare anche il suo amante[104]; e di lei tornarono a occuparsie a scrivere Damiano Avancini[105]e Gentile Pagani[106].

Virginia (così si chiamava la madre) in prime nozze sposò Ercole Pio di Savoia, Signore di Sassuolo; ed ebbe da lui Marco e Benedetta. Mortogli ben presto, dopo un anno di vedovanza si rimaritò nel decembre del 1574 con Martino, secondogenito di Don Luigi de Leyva Principe d'Ascoli, portandogli in dote cinquantamila scudi. Martino, gentiluomo di bocca di Re Filippo II e cavaliere di Sant'Jago, aveva combattuto a Granata, a Lepanto e alla Goletta, e teneva allora il comando d'una compagnia di lance a Milano. Dal nuovo matrimonio, verso la fine del 1575, nacque Marianna (la Signora di Monza); la quale, di appena un anno, perdette la madre. Vittima della peste, Donna Virginia, con testamento del 1º ottobre 1576 la fece erede a perfetta metà col fratello Marco Pio di Savoia. Non legò chel'usufrutto della dote e un anello al marito, che di lì a poco andò in Fiandra sotto le bandiere di Don Giovanni d'Austria, lasciando sola la figlia. Il testamento di Donna Virginia dette luogo a un lungo litigio, finito con una transazione nel 1580. L'asse ereditario venne diviso in dodici parti, delle quali ne toccarono cinque a Don Martino e alla figlia; sette al Pio di Savoia. Sulla parte destinata alla figlia il padre stese avidamente la mano. Sposata in seconde nozze Anna Viquez de Moncada, aveva egli riposto ogni cura e ogni affetto nella sua nuova famiglia, composta di tre maschi e una femmina: Luigi, Antonio, Girolamo e Adriana.

Sembra che l'orfanella venisse affidata alla zia materna Marianna de Leyva, moglie di Massimiliano Stampa marchese di Soncino. Infatti l'anno stesso della morte di lei venne portata a Monza e messa in educazione nel monastero di S. Margherita. A tredici anni e tre mesi prese il velo; dopo ventinove mesi e ventotto giorni di noviziato, il 12 settembre del 1591 divenne monaca per sempre, col nome di Suor Virginia Maria. Il padre nel costituirle la dote spirituale (pagata a promesse e menzogne) finì con spogliarla del tutto. Se vi furono de' motivi di nullità nel proferire i voti, «questi motivi» (a giudizio dello Zerbi) «riducevansi a questione di giorni, giacchè è indubitato che la professione avvenne nell'età canonica». La qual cosa però non toglie «che dare il velo a una fanciulla di tredici anni etre mesi, e farle emettere voti solenni, incancellabili per tutta la vita, a sedici, fu, è, e sarà sempre un delitto di lesa umanità».

De' congiunti di Suor Virginia Maria, il fratello Marco Pio di Savoia, «potente per le sue aderenze e di carattere orgoglioso e violento»[107], fu assassinato a Modena nel 1599, e qualcuno ci vide la mano degli Estensi; Benedetta morì in carcere a Parma nel 1617, dopo che il carnefice ebbe troncata la testa, prima al marito, Girolamo Sanvitale, poi al suo figliuolo primogenito. L'altro fratello, Don Luigi de Leyva, conte di Monza, barone di Trippi, di Racalmalma e Sabuche, lasciò manoscritta la genealogia della propria famiglia, e in essa afferma che il padre (uscito di vita a Valenza nel '99) si accasò con Virginia Marini, ma da lei non ebbe prole: «no tuvo en ella hijos»; aperta menzogna, che giustifica pienamente il Ripamonti, veritiero sempre, il quale disse: Suor Virginia Maria «alienata «adhuc domo, infensisque proximorum animis». Degli altri due fratelli, Don Antonio morì combattendo contro i Mori nella giornata di Querquenez; Girolamo fu governatore e capitano generale nel Perù; Adriana, vittima essa pure dell'avarizia domestica, venne serrata a Madrid nelle Francescane Scalze.

Ai figli di Martino de Leyva toccava a turno, didue anni in due anni, la giurisdizione feudale di Monza; giurisdizione che alla propria volta veniva esercitata anche da Suor Virginia Maria. Osserva con acume lo Zerbi: «Vivente nella necessità di rimanere al cospetto di tutti laSignora del paese, circondata da alcuni scellerati, per metà nel chiostro e per metà in pieno tribunale, non poteva di certo conservare la purezza di un sentimento innocente e ascendere da questo almistico vaso di elezione. Cotale impossibile accordo di monaca e di contessa prova altresì che non fu l'ambizione di famiglia quella che lanciò Suor Virginia Maria nell'abisso, bensì la più sordida avarizia:non tam sua sponte guani avaritiae stimulis, come scrive il Ripamonti; e che per essa sola videsi al diadema e al manto comitale sostituiti il velo e il saio, accompagnati da un'autorità svestita d'ogni prestigio. Fu per tal modo avvicinata alle noie del mondo materiale, che toglie ogni freschezza di poetiche immaginazioni, per sostituirvi le volgarità della vita pratica. Così Suor Virginia Maria rendeva in sè stessa possibile il predominio della sensualità sulle astratte forme dell'ascetismo monastico, in una parola doveva subire gli effetti di un ambiente che erale pericoloso per ragione dirgli stessi suoi uffici».

Il Ripamonti, vissuto al fianco del Cardinal Federigo e partecipe de' suoi segreti, ebbe modo di conoscere la verità e la conobbe nella sua pienezza. Il racconto che lasciò degli amori di Suor VirginiaMaria con Giampaolo Osio e dei delitti che accompagnarono quegli amori, e ne furono la conseguenza, trova conferma larghissima negli atti del processo[108]; da' quali vengono anche rischiarate di nuova luce, o messe in evidenza alcune particolarità, che il Ripamonti adombra appena, o trascura. Una, tra le altre, è singolare. Mescolato in quegli amori fu un sozzo prete, Paolo Arrigone, curato di S. Maurilio a Monza, amicissimo dell'Osio, che più volte si valse di lui per scrivere lettere e portare ambasciate all'amante[109]. Resoardito dalla gentilezza della Signora, osò volgere gli occhi fino a lei, ma fu sdegnosamente scacciato. Furibondo e offeso, minaccia di svelare le sue tresche coll'Osio. Essa gli scrive: «Sono informata che, da quell'huomo infame e vituperoso che sej, la tua sfacciataggine è arrivata a tale colmo, che haj messo in ordine le solite tue malvagità contra l'honor mio; per il che stupischo de la clemenza di Dio, che avanti che tu ti parta dall'altare, non ti faccia sfavillar fochoet portarti via da cento para di diavoli. E però sappi, per il battesimo santissimo che porto in testa et da quella che sono, che ti voglio far conossere da chi non ti conosse et mostrare perchè conto contro di me sij riparato a questo modo: et ti farò conossere per quel perverso e sacrilegho che sej, arrivato a tutte quelle insolentie che sa tutto il mondo, sino alla presuntione di tentare anco qui dentro le spose diGesù Cristo et procurare in tutti li modi di macchiare l'honore di questo monastero, come apare dalle lettere che, in testimonio di questo, tengho rinserrate presso di me». Da' costituti suoi, da quelli delle sue compiici, dalle deposizioni delle stesse monache che covavano contro di lei astii e rancori non risulta nessuna prova che sia stata partecipe de' delitti perpetrati da Giampaolo. «Ne fu testimone esterrefatta, e nulla più», come nota lo Zerbi. Abbandonò sè stessa al delirio de' sensi: è questa la sua vera, la sua unica colpa; ma le fu un tormento per tutta la vita, e per tutta la vita la pianse.

Il Manzoni, condotta che ebbe a fine la prima minuta del romanzo—e fu il 17 settembre del 1823, come s'è visto—prese a riscriverlo; trasportando però nella nuova minuta alcuni de' vecchi brani: quelli che riteneva bisognosi soltanto di qualche ritocco, non d'un sostanziale rifacimento. Ma li tempestò talmente con la penna, mutando, aggiungendo, correggendo, da non serbare più quasi nessuna delle primitive fattezze. Rivide e corresse da per sè anche la copia, che di su la seconda minuta fece fare, da altra mano, per la Censura; della quale però non resta che il primo volume, essendo gli altri due andati dispersi. Anche la revisione delle bozze di stampa fu una faccenda seria, lunga, spinosa, fastidiosissima. Non era mai contento; mutava e rimutava di continuo. A cagione de' tardi pentimenti, parecchi de' fogli già stampati furon distrutti e dinuovo composti. L'aiutarono gli amici Tommaso Grossi ed Ermes Visconti; molto l'aiutò l'abate Giuseppe Pozzone di Trezzo, che fin dal 1819 insegnava belle lettere nel Ginnasio di Brera.

Chi raffronti insieme la seconda minuta e la copia per la Censura con l'edizione originale, fatta a Milano per i torchi di Vincenzo Ferrano, non trova che differenze di forma. La seconda minuta e la copia per la Censura, in sostanza, salvo ritocchi di lingua e di stile, sono il testo definitivo; ma un testo che è il più radicale rifacimento della prima minuta; la quale, dalle linee generali in fuori, in molte parti par quasi un romanzo affatto diverso. Ho dunque trascritto dalla prima minuta i brani soppressi, o rifatti nella seconda, e li stampo. Saranno un utile studio del modo con cui si affacciò all'immaginazione del Manzoni la tela primitiva del racconto.

Nel testo del volume do i tratti di maggiore interesse e importanza; nelle appendici ho raccolto le bricciche, perchè nulla resti dimenticato. E a queste bricciche della prima minuta ho unito, come saggio della seconda minuta, il brano riguardante l'Innominato, che poi stralciò dalla stessa seconda minuta e soppresse, sembrandogli troppo lungo e particolareggiato. La figura di questo ribaldo, che a un tratto si pente e muta vita; figura che è certo tra le più belle creazioni manzoniane, è la sola di tutto il romanzo ch'egli abbia rifatta tre volte. IlConte del Sagratodella prima minuta, si trasmuta nell'Innominatodella seconda, con fattezze nuove. Ma anche di questo rifacimento il Manzoni non si contenta; torna a tratteggiarlo per la terza volta, e riesce quello che poi è rimasto.

Torino, 11 marzo 1905.

Giovanni Sforza.


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